I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 58
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- Che signora? che ingegnere?
- Come? Non avete inteso? Non sapete nulla? Li hanno assassinati ad Aragona...
- Ad Aragona?
- I solfaraj.
- Ma dunque...
E s'era interrotto, con un balzo, per guardar prima fiso in faccia, con occhi stralunati, il cameriere, poi dalla vettura la gente che passava per via, quasi tutt'a un tratto assaltato dal dubbio che una gran catastrofe fosse accaduta, senza ch'egli ne sapesse nulla.
- Ma dunque, che succede? Tutto sottosopra? Là ammazzano! Qua arrestano! Sapete che hanno arrestato don Roberto Auriti?
- Il cugino del padrone?
- Il cugino! il cugino! E lui se ne va dal Vella! Gli arrestano il cugino, don Roberto Auriti, uno dei Mille, che al Sessanta aveva dodici anni, e combatteva! E suo padre mi morì fra le braccia, a Milazzo...
Arrestato! Sotto gli occhi miei! A questo, a questo mi dovevo ritrovare!
S'era messo a gridare in vettura e a gesticolare e a pianger forte; e tutta la gente, a voltarsi, a fermarsi, a commentare, nel vederlo così stranamente parato, con quello zainetto dietro le spalle, in fuga su quella vettura e vociferante.
- Statevi zitto! statevi zitto!
Ma che zitto! Voleva giustizia e vendetta Mauro Mortara di quell'arresto; e come Raffaele, per farlo tacere, gli parlò della visita che, alcuni giorni addietro, forse per questo don Giulio, il fratello di don Roberto, aveva fatto al padrone:
- Ma sicuro! - gridò, sovvenendosi.
- C'ero io! c'ero io! E l'ho visto piangere.
Per questo, dunque, piangeva quel povero figliuolo? Voleva ajuto...
E dunque...
e dunque don Landino gliel'ha negato? Possibile?
- Forse perché la somma era troppo forte...
- Ma che troppo forte mi andate dicendo! Quando si tratta dell'onore d'un patriota! E lui è ricco! E sua zia non ebbe nulla dei tesori del padre, ché si prese tutto il fratello maggiore...
Oh Dio! Dio! Donna Caterina...
l'unica degna figlia di suo padre...
Ora donna Caterina ne morrà di crepacuore...
Ma se è vero questo, per la Madonna, che gli ha negato ajuto, non lo guardo più in faccia, com'è vero Dio! Non ci credo! non ci voglio credere!
Arrivato in casa Vella, però, vi trovò tale scompiglio, che non poté più pensare a domandar conto a Lando dell'arresto di Roberto Auriti.
Dianella Salvo, la sua amicuccia donna Dianella, la sua colomba, che in quel mese passato a Valsanìa aveva saputo avvincerlo e intenerirlo con la grazia soave degli sguardi e della voce, nel vederlo entrare aggrondato e smarrito nel salone, gli si precipitò subito incontro quasi con un nitrito di polledra spaurita, e gli s'aggrappò al petto, tutta tremante, affondandogli la testa scarmigliata entro la camicia d'albagio, quasi volesse nascondersi dentro di lui, e gridando, con una mano protesa indietro, verso il padre:
- Il lupo!...
Il lupo!
Mauro Mortara, così soprappreso, frugato nel petto da quella fanciulla in quello stato, levò il capo, sbalordito, a cercar negli occhi degli astanti una spiegazione: mirò visi sbigottiti, afflitti, piangenti, mani alzate in gesti di timore, di riparo, di pena e di maraviglia.
Non comprese che la fanciulla fosse impazzita.
Le prese il capo tra le mani e provò di scostarselo dal petto per guardarla negli occhi:
- Figlia mia! - disse.
- Che vi hanno fatto? che vi hanno fatto? Ditelo a me! Assassini...
Il cuore...
hanno strappato il cuore...
il cuore anche a me!
Ma, come poté vederle gli occhi e la faccia disfatta, stravolta, aperta ora a uno squallido riso, con un filo di sangue tra i denti, inorridì: guatò di nuovo tutti in giro e, riponendosi sul petto il capo di lei e lasciandovi sui capelli scarmigliati la mano in atto di protezione e di pietà:
- Come la madre? - disse in un brivido, e addietrò spinto dalla fanciulla che, seguitando sul petto di lui quell'orribile riso come un nitrito, con ansia frenetica lo incitava:
- Da Aurelio...
da Aurelio...
Accorse, col volto inondato di lagrime, la cugina Lillina, mentre in fondo al salone Lando Laurentano e don Francesco Vella cercavano di far coraggio a Flaminio Salvo che, a quella scena, s'era nascosto il volto con le mani, imprecando.
- Sì, Dianella, sii buona! sii buona! Ora lui ti porterà...
ti porterà dove tu vuoi...
sii buona, cara, sii buona! da Aurelio!
Ma Dianella, sentendo la voce del padre, invasa di nuovo dal terrore, aveva ripreso ad affondar la testa sul petto di Mauro e a riaggrapparsi a lui più freneticamente, urlando:
- Il lupo!...
il lupo!...
- Ci sono qua io! Dov'è il lupo? - le gridò allora Mauro, ricingendola con le braccia.
- Non abbiate paura! Ci sono io, qua!
- Vedi? c'è lui, ora! c'è lui! - le ripeteva Lillina.
E anche Ciccino e la zia Rosa le si fecero attorno a ripetere:
- C'è lui! Vedi che è venuto per te? per difenderti, cara...
Levò, felice e tremante, il volto, appena appena, la poverina, a mostrare un sorriso di riconoscenza, e seguitò a spinger Mauro verso la porta:
- Sì...
sì...
da Aurelio...
da Aurelio...
Strozzato dalla commozione Mauro, così respinto indietro, tra quella gente che non conosceva e gli si stringeva attorno, domandò con rabbia:
- Ma insomma, che è? com'è stato? che dice? dice Aurelio? Chi è? Il figlio di don Leonardo Costa? Ah, è lui...
quello che hanno assassinato?
Con gli occhi, con le mani, tutti gli facevano cenno di tacere, e qualcuno gli rispondeva chinando il capo.
- Lo amava? Oh figlia...
Lando Laurentano e don Francesco Vella si portarono via di là Flaminio Salvo.
- Ditemi, ditemi che vi hanno fatto, - seguitò Mauro rivolto a Dianella, con tenerezza quasi rabbiosa.
- Ora andiamo da Aurelio...
Ma ditemi che vi hanno fatto! Chi è il lupo, che lo ammazzo? Chi è il lupo? - domandò agli altri con viso fermo.
Ma nessuno sapeva con certezza che cosa fosse accaduto, a chi veramente alludesse Dianella con quel suo grido.
Pareva al padre, ma poi, chi sa? Forse lo scambiava per un altro.
Era stato lì, durante la loro assenza, Ignazio Capolino.
Dianella era rimasta in casa, lei sola, perché si sentiva poco bene; e certo sopra di lei Capolino, senza misericordia, forsennato per l'orrenda sciagura, aveva dovuto rovesciar la furia della sua disperazione.
Ciccino e Lillina, che erano stati i primi a rincasare, gli avevano sentito gridare:
- Tuo padre! tuo padre, capisci?
Ma al loro entrare, quegli era scappato via, furibondo, lasciando questa poveretta come insensata, come intronata da tanti colpi spietati alla testa, e, subito dopo, dando segni di terrore, s'era messa a urlare: - Il lupo!...
il lupo!...
Che le aveva detto Capolino?
Uno solo poteva saperlo, così bene come se fosse stato presente alla scena: Flaminio Salvo, che di là, tra Lando Laurentano e il cognato Francesco Vella, sentiva prepotente il bisogno di confessare il suo rimorso, ma che tuttavia, senza che potesse impedirlo, si scusava accusandosi.
Francesco Vella gli aveva domandato, se si fosse mai accorto che la figliuola amava il Costa.
- Se tu non lo sapevi!
- Io lo sapevo.
Ma potevo io, io padre, profferire la mia figliuola a un mio dipendente? Quel disgraziato, lui, non se n'era mai accorto, per la modestia della mia figliuola, e perché a lui stesso non poteva passare per il capo una tal cosa; tanto più che, da un pezzo, era invescato nella passione per quell'altra disgraziata...
Ma il torto è mio, il torto è mio: io non ho scuse! Nessuno meglio di me può sapere che il torto è mio! Avevo beneficato quel povero giovine, come avevo beneficato tutti coloro che laggiù lo hanno assassinato! Qual altro frutto poteva recare il beneficio? Il Costa era cresciuto a casa mia, come un figliuolo; e quella mia povera ragazza...
Ma sì, certo! E io, io vedevo bene la necessità che il male da me fatto in principio, beneficando, si dovesse compiere con un matrimonio; però, lo confesso, mi ripugnava, e cercavo d'allontanarlo quanto più mi fosse possibile.
Ma, vedete: intanto, avevo richiamato quel figliuolo dalla Sardegna, e lo avevo assunto alla direzione delle zolfare d'Aragona; e ora, qua a Roma, avevo detto al Capolino che, se il Costa fosse riuscito a domare quei bruti laggiù, io gli avrei dato in premio la mia figliuola.
Notate questo: che dunque Capolino sapeva e, per conseguenza, sapeva anche la moglie, che questo era il mio disegno.
Sì, è vero, sotto, avevo altre intenzioni, o piuttosto, una speranza...
Signori miei, io potevo bene per la mia figliuola aspirare a ben altro...
(e, così dicendo, fissò negli occhi Lando Laurentano).
L'avevo perciò condotta a Roma e mi proponevo di lasciarla qua in casa di mia sorella, con la speranza che si distraesse da quella sua puerile ostinazione.
Ebbene, la signora Capolino volle profittare di questa mia speranza per render vano quel mio disegno: volle partire col Costa per toglierlo per sempre alla mia figliuola.
E il signor Capolino forse sperava che, sposo Aurelio, domani, di mia figlia e già amante di sua moglie, egli potesse seguitare a tenere un posto in casa mia.
E ora, ora che tutto gli è crollato così d'un tratto, ha gridato a mia figlia, come mie, le sue macchinazioni! Ma io vi giuro, signori, che lo schiaccerò, lo schiaccerò...
Seppure...
ormai...
ormai...
Scrollò le spalle, scartò con le mani quella sua minaccia come se ogni proposito gli désse ora un'invincibile nausea.
E andò a buttarsi su una poltrona, come atterrito a mano a mano dal vuoto arido, orrido, che dopo quel lungo sfogo gli s'era fatto dentro.
Nulla: non sentiva piú nulla: nessuna pietà, né affetto per nessuno.
Un fastidio enorme, anzi afa, afa sentiva ormai di tutto, e specialmente della parte che doveva rappresentare, di padre inconsolabile per quella sciagura della figliuola, che invece non gli moveva altro che irritazione, ecco, e dispetto, e quasi vergogna, sì, vergogna.
Quella smania folle della figliuola per l'innamorato lo rivoltava come alcunché di vergognoso.
E si domandava, con bieca crudezza, se avesse mai amato veramente, di cuore, quella sua figliuola.
No.
Come per dovere l'aveva amata.
E ora che questo dovere gli si rendeva così grave e penoso, non poteva provarne altro che uggia e nausea.
Ma sì, perché era anche fatalmente condannata quella sua figliuola! Non era pazza la madre? E ormai, tutto quello che poteva accadergli, ecco, gli era accaduto.
La misura era colma, e basta ormai! Lo sterminio della sorte su la sua esistenza era compiuto; in quel vuoto arido, orrido, restava padrone, senza più nulla da temere.
La morte non la temeva.
E guardò il brillìo della grossa pietra preziosa dell'anello nel tozzo mignolo della sua mano pelosa, posata su la gamba.
Quel brillìo, chi sa perché, gli richiamò un lembo delle carni di Nicoletta Capolino che laggiù quei bruti avevano arse.
Sollevò il capo, con le nari arricciate.
Ah come volentieri avrebbe fumato un sigaro! Ma pensò che non poteva fumare, perché in quel momento sarebbe sembrato scandaloso.
Sentì che Francesco Vella diceva a Lando Laurentano:
- Ma sì, è certo: erano fuggiti! Partiti da quattro giorni, arrivavano allora appena ad Aragona...
Dove erano stati in questi quattro giorni?
E interloquì, con altra voce, con altro aspetto, come se non fosse più quello di prima:
- Non c'è luogo a dubbio, - disse.
- Già l'altro jeri da Napoli m'era arrivata una lettera del Costa, con la quale si licenziava da me.
È andato dunque a morire per conto suo laggiù: e anche di questo, dunque, posso non aver rimorsi.
Entrò a questo punto Ciccino come sospeso e smarrito nell'ambascia della notizia che recava.
- Lando, - disse esitante, - bisogna che ti avverta...
Quel vecchio...
- Mauro?
- Ecco, sì...
era venuto qua col tuo domestico a cercarti per...
dice che...
dice che hanno arrestato Roberto Auriti.
Lando impallidì, poi arrossì, aggrottando le ciglia come per un pensiero che, contro la sua volontà, gli si fosse imposto; si mostrò imbarazzato lì tra gente che aveva per sé una sciagura ben più grave.
- Vada, vada, - s'affrettò a dirgli Flaminio Salvo, tendendogli una mano e posandogli l'altra su una spalla per accompagnarlo.
- Le auguro, - gli disse allora Lando, - che sia un turbamento passeggero questo della sua figliuola.
Flaminio Salvo socchiuse gli occhi e negò col capo:
- Non mi faccio illusioni.
E rientrarono nel salone, così, con le mani afferrate.
Mauro Mortara, già da un pezzo esasperato, soffocato, ancora con la povera fanciulla demente aggrappata al petto, non seppe trattenersi a quello spettacolo: si scrollò con un muggito nella gola, e gridò alle due donne che gli stavano attorno:
- Tenetela...
prendetevela...
Gli dà la mano...
Non posso vederlo...
Sapete come si chiama? Ha il nome di suo nonno: Gerlando Laurentano!
E, strappandosi dalle braccia di Dianella, scappò via.
Flaminio Salvo schiuse le labbra a un sorriso amaro, più di commiserazione derisoria che di sdegno: e, alle scuse che gli porgeva Lando Laurentano, rispose:
- Contagio...
Niente, principe...
La pazzia purtroppo è contagiosa...
CAPITOLO QUINTO
A Girgenti, tutto il popolo si accalcava nel vasto piano fuori Porta di Ponte, all'entrata della città, in attesa che dalla stazione, giù in Val Sollano, arrivassero con le vetture di quella corsa i resti (che si dicevano raccolti in una sola cassa) di Nicoletta Capolino e di Aurelio Costa.
Sbalordimento, angoscia, ribrezzo erano dipinti su tutti i volti per quell'efferato delitto, che da due giorni teneva in subbuglio la città e tutta la provincia intorno.
Era in tutti quegli occhi un'attenzione intensa e dolorosa, un'ansietà guardinga di raccoglier nuove notizie di più precisi particolari e di non lasciarsi nulla sfuggire; perché nessuno era pago di quanto sapeva, e tutti volevano vedere e quasi toccare con gli occhi, in quella cassa che si aspettava, la prova che ciò che era avvenuto lontano, e che pareva per la sua ferocia incredibile, era vero.
Non avendo potuto assistere allo spettacolo di quella ferocia, volevano vedere almeno, per quanto or ora sarebbe possibile, i miserandi effetti di essa.
Antiche ragioni, per una almeno delle vittime; altre nuove che ora si divulgavano e accrescevano, tra lo stupore e la pietà, il tragico dell'avvenimento, se trattenevano il rimpianto, non potevano impedir la commiserazione per l'atrocità di quella morte, l'indignazione per l'infamia che si riversava per essa su l'intera provincia.
Viva ancora davanti agli occhi di tutti era l'immagine della bellissima donna, quando, altera, squisitamente abbigliata, passava nella vettura del Salvo e chinava appena il capo per rispondere ai saluti con un sorriso quasi di mesta compiacenza.
Tutti vedevano entro di sé, con una strana nitidezza di percezione, qualche particolarità viva del corpo o dell'espressione di lei, il bianco dei denti appena trasparente tra il roseo delle labbra, in quel sorriso; il brillare degli occhi tra le ciglia nere; e si domandavano, con una indefinibile inquietudine, chi avrebbe potuto immaginare, allora, che dovesse esser questa la sua fine.
Per lasciare, così d'un tratto, gli agi e gli onori a cui, col Salvo amico e col marito deputato, era salita, e prender la fuga con uno, al quale prima aveva ricusato d'unirsi in matrimonio, via, certo il cervello doveva averle dato di volta.
Ma forse per astio, ecco, per astio contro Dianella Salvo che amava segretamente il Costa...
Forse? E non si sapeva già che quella poverina, appena avuta la notizia della fuga e di quel macello, era impazzita come la madre? Dunque, dal tradimento quei due, da un'avventura che forse per uno solo di essi era d'amore, e che già di per sé avrebbe suscitato tanto scandalo in paese, erano balzati a quella morte.
Ma come, perché si erano diretti ad Aragona dov'egli doveva sapersi aspettato da quelle jene fameliche da tanti mesi per la chiusura delle zolfare del Salvo? Ma perché alla volta di Girgenti, così fuggiti insieme, non potevano avviarsi.
Quella fuga, più che in onta al marito, era in onta al Salvo, e perciò là appunto s'era volta, dove tutti erano contro il Salvo.
Forse egli, il Costa, credeva, o almeno sperava che, annunziando subito all'arrivo che anche lui si era ribellato al Salvo, quelli dovessero accoglierlo come uno dei loro e non tenerlo più responsabile delle mancate promesse.
E poi, lì, ad Aragona, aveva la casa; forse vi andava soltanto per prendere la roba, gli strumenti del suo lavoro, i libri, col proposito di ripartirsene subito, di ritornarsene in Sardegna al posto di prima.
Sì; ma con la donna? doveva andar lì, tra nemici, con la donna? Poteva almeno lasciar questa, prima, in qualche posto! Eh, ma forse lei, lei stessa aveva voluto affrontare insieme il pericolo.
Aveva animo fiero, quella donna, e aveva saputo mostrarlo di fronte a quell'orda di selvaggi, levandosi in piedi su la carrozza, a fare scudo del suo corpo ad Aurelio Costa, e gridando che questi per loro s'era licenziato dal Salvo, per le promesse non mantenute! Ma quel ribaldo di Marco Prèola aveva levato la voce:
- Morte alla sgualdrina!
E l'orda dei selvaggi, rimasta dapprima come sbigottita dalla temerità superba di quella signora, aveva avuto un fremito.
Forse ancora Nicoletta Capolino sarebbe riuscita a dominarla, a farsi ascoltare, se inconsultamente a quel grido di morte, a quell'ingiuria volgare, Aurelio Costa non fosse balzato in difesa di lei, con l'arma in pugno.
Allora la carrozza era stata assaltata da ogni parte, e l'uno e l'altra, tempestati prima di coltellate, di martellate, erano stramazzati, poi sbranati addirittura, come da una canea inferocita; anche la carrozza, anche la carrozza era stata sconquassata, ridotta in pezzi; e, quando su la catasta formata dai razzi delle ruote, dagli sportelli, dai sedili, erano stati gettati i miserandi resti irriconoscibili dei due corpi, s'era visto uno versare su di essi da un grosso lume d'ottone a spera, trafugato dalla vicina stazione ferroviaria, il petrolio, e tanti e tanti con cupida ansia affannosa appiccare il fuoco, come per toglier subito ai loro stessi occhi l'atroce vista di quello scempio.
Così, i particolari della strage erano per minuto e quasi con voluttà d'orrore descritti e rappresentati, come se tutti vi avessero assistito e la avessero ancora davanti agli occhi.
Vedevano tutti quel bruto insanguinato, che versava il petrolio da quella lampa d'ottone su le membra oscenamente squarciate e ammucchiate su la catasta, e quegli altri chini e ansanti a suscitare il fuoco.
Si sapeva che molti, più di sessanta, erano gli arrestati insieme con Marco Prèola, aborto di natura; prima, lancia spezzata dei clericali; poi, presidente di quel fascio di solfaraj ad Aragona.
Tra breve, dunque, forse quel giorno stesso, un nuovo avvenimento spettacoloso: il trasporto di tutti quei manigoldi, in catena, a due a due, dalla stazione al carcere di San Vito, tra una scorta solenne di guardie, di carabinieri a cavallo e di soldati.
- Ecco, ecco intanto le carrozze! - Là, eccola! - Dov'era la cassa? - Uh, come piccola! - Eccola là! - Su la terza carrozza là, su quella che aveva in serpe un maresciallo! - Uh, capiva tutta sul sedile davanti! - Quella, quella cassetta là! quella cassettina di latta! - Quella? che nell'altro sedile c'era il commissario di polizia? - Sì, sì! - E chi era quell'altro accanto? Ah, Leonardo Costa! il padre! il padre! - Ah, povero padre, con quella cassetta là davanti!
Un urlo di pietà, di raccapriccio si levò da tutta la folla alla vista del padre che pareva impietrato in una espressione di rabbia, ma come stupefatta nell'orrore; con gli occhi fissi su quella cassetta, quasi chiedesse come poteva esser là il suo figliuolo, la sua colonna! Ma che poteva dunque esser restato, del suo figliuolo, se due corpi, due, erano là, due? Le teste sole? Forse, spiccate, sì, e qualche membro, arsicchiato.
Oh Dio! oh Dio!
E quasi tutti piangevano, e tanti singhiozzavano forte.
Udendo quegli urli, quei inghiozzi, Leonardo Costa, passando, levò un urlo anche lui, esalò la ferocia del suo cordoglio in un ruglio che non aveva più nulla di umano; poi s'abbatté, si contorse, tra le braccia del commissario di polizia.
La carrozza si fermò alla voltata della piazza, dove sorge il palazzo della Prefettura, sede anche del commissariato di polizia.
Due guardie presero la cassetta; il cavalier Franco ajutò Leonardo Costa a smontare.
Il povero vecchio, per quanto massiccio, non si reggeva più su le gambe; un'orecchia gli sanguinava, perché alla stazione, in un impeto di rabbia, s'era strappato uno dei cerchietti d'oro.
Altre guardie si schierarono davanti al portone, per impedire alla folla d'invadere l'atrio del palazzo.
E la folla restò lì davanti, irritata, delusa, insoddisfatta.
Che sarebbe avvenuto adesso? Era tutto finito così? Sarebbe rimasta lì, nel commissariato, quella cassetta? Non si farebbe il trasporto al camposanto di Bonamorone? C'era lì la gentilizia della famiglia Spoto.
Ormai più nessuno restava di quella famiglia.
Per Aurelio Costa c'era il padre; per Nicoletta Capolino, nessuno: non poteva esserci il marito; avrebbe potuto esserci il patrigno, don Salesio Marullo; ma si sapeva che il poverino, abbandonato da tutti, era andato a cercar rifugio per carità a Colimbètra, e si trovava lì da qualche mese, ammalato.
Forse Leonardo Costa reclamava per sé i resti del suo figliuolo, per trasportarli al camposanto di Porto Empedocle; e ragioni giudiziarie si opponevano a questo suo desiderio.
La folla, a poco a poco, cominciò a sbandarsi tra infiniti commenti.
Leonardo Costa voleva proprio ciò che la folla aveva immaginato.
Il commissario, cav.
Franco, cercava di persuaderlo ad avere un po' di pazienza, che prima tutte le pratiche giudiziarie fossero, come egli diceva, esperite, là in ufficio...
Ma sì, in giornata; dopo la visita del giudice istruttore.
Il Costa, come se non capisse, insisteva, ripetendo ostinatamente, con le stesse parole, la richiesta pietosa.
E il cavalier Franco, quantunque compreso di pietà per quel povero padre, sbuffava, non ne poteva più.
Erano momenti terribili, per lui, e non sapeva da qual parte voltarsi prima, giacché da ogni canto della provincia, da tutta la Sicilia, giungevano notizie di giorno in giorno più gravi; pareva che da un istante all'altro dovesse scoppiare una generale sommossa e il presidio delle milizie era scarso, e più scarso ancora quello di polizia.
Ma che voleva, che altro voleva adesso quel benedett'uomo? Voleva...
voleva che i resti di suo figlio - quali che fossero - non rimanessero mescolati là con quelli della donna, di quella donna esecrata! Perché, perché cosí insieme li avevano raccolti?
- Perché? - gli gridò.
- Ma che vi figurate che ci sia più là dentro?
E indicò la cassetta, deposta su una tavola.
- Oh figlio!
- Tutto quello che si è potuto raccogliere, tra le fiamme.
Niente! quasi niente!
- Oh figlio!
- Che volete più scartare, distinguere? Si arrivò troppo tardi.
Alla stazione non c'erano guardie.
Prima che arrivasse il delegato d'Aragona, il fuoco...
Niente, vi dico...
qualche residuo d'ossa...
- Oh figlio!
- Non si conosce più nulla...
Sì, sì, pover'uomo, sì, piangete, piangete, che è meglio...
Povero Costa, sì...
sì...
È una cosa che...
oh Dio, oh Dio, che cosa...
sì, fa rinnegare l'umanità! Ma voi pensate, per levarvi almeno questa spina dal cuore, pensate che lì non c'è...
vostro figlio lì non c'è: non c'è più niente lì...
E del resto, poverino, pensate che quella donna, se voi la odiate, egli la amò; e forse non gli dispiace adesso, che ciò che di lui ci può essere là dentro, sia insieme, mescolato, coi resti di lei...
Povera donna! Avrà avuto i suoi torti, ma via, che sorte anche la sua!
- No...
no...
lei...
non posso...
non posso parlare...
lei...
a perdizione...
mio figlio...
lei! Ma non sapete, signor commissario, che mio figlio era amato dalla figlia del principale? Si sa sicuro...
sicuro, questo...
è impazzita quella povera figlia mia, come la mamma! È stata...
è stata tutta una macchina...
Costei e quell'assassino del padre...
che se la intendevano tra loro...
per rovinare questo figlio mio...
per toglierlo all'amore di quella santa creatura...
Oh, signor commissario, legatemi, legatemi le braccia; signor commissario, chiudetemi, chiudetemi in prigione, perché se io lo vedo, quell'assassino che mi ha fatto morire il figlio così, io lo ammazzo, signor commissario, io non rispondo di me, lo ammazzo! lo ammazzo!
Il cavalier Franco intrecciò le mani, le strinse, le scosse piú volte in aria:
- Ma vi pare, - gli gridò poi, con gli occhi sbarrati - vi pare, scusate, che io debba sentire simili spropositi? Vi compatisco, siete arrabbiato dal dolore e non sapete più quel che vi dite.
Ma perdio, vostro figlio, vostro figlio...
in un momento come questo, che basta un niente...
una favilla, a mandare in fiamme tutta la Sicilia...
non si contenta di prender la fuga come un ragazzino con la moglie d'un deputato...
ma va a cacciarsi da sé, là, come a dire: «Eccoci qua, fateci a pezzi! Cercate l'esca? Eccola qua! Ci siamo noi!» Perdio, bisogna esser pazzi, ciechi...
io non so! Con chi ve la prendete? E noi siamo qua a dover rispondere di tutto...
anche d'una pazzia come questa! E per giunta, mi tocca di sentire anche voi: «ammazzo! ammazzo! ammazzo!» Chi ammazzate? Credete che il Salvo, se pur è vero tutto quel che voi farneticate, ha bisogno della vostra punizione? Gli basta la pazzia della figlia!
Il Costa, dopo questa sfuriata, non ebbe più ardire di parlar forte; lo guardò con gli occhi invetrati di lagrime; e si morse un dito; mormorò:
- Se fosse capace di rimorso, signor commissario! Ma non è!
Il cavalier Franco si scrollò; uscì dalla stanza.
- Andate, andate...
- gli disse dietro, il Costa; poi cauto, s'appressò alla cassetta deposta su la tavola, e si provò ad alzarla.
Un groppo di singulti muti, fitti, nella gola e nel naso, gli scrollarono in convulsione la testa.
Non pesava, non pesava niente, quella cassetta!
S'inginocchiò davanti alla tavola, appoggiò la fronte al freddo di quella latta, e si mise a gemere:
- Figlio!...
figlio...
figlio!...
Due giorni dopo, arrivò a Girgenti, inatteso, funebre, l'on.
Ignazio Capolino.
La condizione, in cui lo aveva messo non tanto forse la sciagura improvvisa quanto lo scatto violento per cui Dianella Salvo aveva perduto la ragione, era così difficile e incerta, che egli aveva bisogno di raccogliere a consulto, lì sul posto, tutte le sue forze per trovare una via da uscirne in qualche modo, al più presto.
Lo scandalo della fuga della moglie era soffocato nell'orrore della morte; il tragico, che spirava da questa morte, lo rendeva immune dal ridicolo che poteva venirgli da quella fuga.
Bastava dunque presentarsi ai suoi concittadini compunto nell'aspetto, ma nello stesso tempo austeramente riservato, per trarre profitto della commozione generale, senza tuttavia parteciparvi, giacché dalla moglie era stato offeso.
La simpatia degli altri doveva venirgli come giusto e meritato compenso a questa offesa.
E dovevano tutti vedere che egli soffriva, schiantato dall'atrocissimo fatto, e che lui più di tutti meritava compianto, poiché finanche dalle due vittime tanto commiserate era stato offeso, così da non poter piangere, neanche piangere ora la sua sciagura!
Eppure...
come mai? Rientrando in casa, in quella casa che le squisite e sapienti cure della moglie avevano reso così bene adatta alla commedia di garbate e graziose menzogne, alla gara di compitezze ammirevoli, nella quale entrambi avevano preso tanto gusto a esercitarsi perché la loro vita non fosse troppo di scandalo agli altri, troppo disgustosa a loro stessi; e sentendo nel silenzio cupo delle stanze, rimaste con tutti i mobili come in attesa, il vuoto, il vuoto in cui dal primo momento della sciagura si vedeva perduto...
- come mai? - nell'aprir la camera da letto e nell'avvertirvi affievolito, ma pur presente ancora, il voluttuoso profumo di lei, ecco, per un irresistibile impeto che lo stordì per la sua incoerenza, ma che pur gli piacque come un ristoro insperato di accorata tenerezza - pianse, sì, pianse per il ricordo di lei, pianse per la prima volta dopo l'annunzio di quella morte, pianse come non aveva mal pianto in vita sua, sentendo in quel pianto quasi un dolore non suo, ma delle sue lagrime stesse che gli sgorgavano dagli occhi senza ch'egli le volesse, ma, appunto perché non le voleva, con tanto sapor di dolcezza e di refrigerio!
Non doveva però, no, no, non doveva...
perché...
si fermò un momento a considerare perché non avrebbe dovuto piangerla.
Non era stata forse la compagna sua necessaria e insurrogabile? la compagna preziosa dei suoi sottili e complicati accorgimenti, la quale, correndo - più per sé, forse, quella volta, che per lui - a un riparo a cui anch'egli però l'aveva spinta - era caduta? Sì, e così orribilmente, così orribilmente caduta! Eppure, no; apparentemente, ecco, almeno apparentemente non doveva piangerla...
Così in segreto sì, anche perché quel pianto gli faceva bene, ora.
Era restato solo; e da sé solo, ora, doveva ajutarsi, difendersi; e non sapeva ancora, non vedeva come.
Piangendo, no, intanto, di certo!
E Capolino sorse in piedi; si portò via, prima con le mani, poi a lungo, col fazzoletto, accuratamente, le lagrime dagli occhi, dalle guance; si rimise le lenti cerchiate di tartaruga, e si presentò, fosco, severo, aggrondato, allo specchio dell'armadio.
Dio, come il suo viso era sbattuto, invecchiato in pochi giorni!
Il dolore? Che dolore? Non poteva riconoscere d'aver provato dolore...
se non forse or ora, un poco.
Ma no, anche prima, in fondo, aveva certo dovuto provarne uno e ben grande, se a Roma, all'annunzio della sciagura, era stato accecato da quella rabbia che lo aveva scagliato su Dianella Salvo.
Doveva pentirsi di quello scatto?
Si era con esso attirato per sempre l'odio, la nimicizia mortale del Salvo.
Ma se pur fosse riuscito a reprimersi in quel primo momento, a vietarsi la soddisfazione feroce di quella vendetta, che avrebbe ottenuto? A lui, restato solo, senza più la moglie, avrebbe forse Flaminio Salvo seguitato a dare ajuto e sostegno, per il rimorso e la complicità segreta nel sacrifizio di quella? Forse la figlia, già inferma, sarebbe impazzita anche senza quel suo scatto, al solo annunzio della morte del Costa.
E allora? Flaminio Salvo avrebbe creduto di pagare già abbastanza con la pazzia della figliuola; e per lui non avrebbe avuto più alcuna considerazione; anzi lo avrebbe respinto da sé, come lo spettro del suo rimorso.
Caso pensato.
Se poi Dianella non fosse impazzita e si fosse a poco a poco quietata, era uomo Flaminio Salvo, avendo raggiunto lo scopo, da restar grato alla memoria di chi gliel'aveva fatto raggiungere, a costo della propria vita; e, per essa, al marito, rimasto vedovo? Ma se già, subito, per scrollarsi d'addosso ogni responsabilità, subito aveva gridato ai quattro venti che Nicoletta Capolino e Aurelio Costa avevano preso la fuga e che il Costa s'era licenziato ed era andato dunque a morire per conto suo, ad Aragona, insieme con l'amante! Sì: fuggita col Costa, sua moglie; ma chi l'aveva spinta a commettere questa pazzia? Chi aveva spedito a Roma il Costa con la scusa di quel disegno da presentare al Ministero? Chi aveva aizzato la gelosia, o piuttosto, il puntiglio di lei, facendole balenare prossimo il matrimonio della figlia col Costa? Ed egli, Capolino, egli, il marito, aveva dovuto prestarsi a tutte queste perfide manovre che dovevano condurre a una tale tragedia; così, è vero? per restar poi abbandonato, senza più alcuna ragione d'ajuto, raccolto il frutto di tante scellerate perfidie! Ah, no, perdio! Di quel suo scatto non doveva pentirsi.
Se egli aveva perduto la moglie, e lui la figlia! Pari, e di fronte l'uno all'altro.
Ora il Salvo gli avrebbe soppresso ogni assegno.
Toccava a lui, dunque, di provvedere subito anche ai bisogni più immediati.
E ogni credito presso gli altri, con l'amicizia del Salvo, gli veniva meno.
Che fare? Come fare?
Così pensando, Capolino brancicava con le dita irrequiete la medaglietta da deputato appesa alla catena dell'orologio.
Aveva per sé, ancora, il prestigio che gli veniva da quella medaglietta.
Per ora, il Salvo non poteva strappargliela dalla catena dell'orologio.
E con essa, per uno che valeva, se non più, certo non meno del Salvo in paese, egli era ancora il deputato.
Don Ippolito Laurentano non avrebbe permesso, che colui che rappresentava alla Camera il paladino della sua fede, si dibattesse tra meschine difficoltà materiali.
Ecco: subito, prima che Flaminio Salvo arrivasse a Girgenti e si recasse a Colimbètra a preoccupare l'animo del principe contro di lui, egli vi correrebbe e parlerebbe aperto a don Ippolito della perfidia di colui.
Dopo tanti mesi di convivenza con donna Adelaide, non doveva il principe essere in animo da tenere più tanto dalla parte del cognato; oltreché, in favor suo, egli avrebbe in quel momento la commiserazione per la sua sciagura.
Poteva, sì, contro a questa, il Salvo porre in bilancia quella della propria figliuola; ma appunto su ciò egli andrebbe a prevenire il principe, dimostrandogli che non lui, con quel suo scatto naturale e legittimo, nella rabbia del cordoglio, era stato cagione di quella pazzia; ma il padre, il padre stesso che con tanta violenza aveva voluto impedire che la figlia sposasse il Costa, sacrificando costui e distruggendolo insieme con la moglie.
Ora, per sgabellarsi d'ogni rimorso, voleva gettar la colpa addosso a lui, e anche di lui sbarazzarsi, come già del Costa e della moglie.
Ecco il piano! Ma né quel giorno, né il giorno appresso, Capolino ebbe tempo di recarsi a Colimbètra ad attuarlo.
Una processione ininterrotta di visite lo trattenne in casa, con molta sua soddisfazione, quantunque sapesse e vedesse chiaramente che più per curiosità che per pietà di lui si fosse mossa tutta quella gente, la quale certo, domani, a un cenno del Salvo, gli avrebbe voltato le spalle.
A ogni modo, andando dal principe, avrebbe potuto parlare di questo solenne attestato di condoglianza e di simpatia dell'intera cittadinanza; oltreché, in tanti animi che, per la commozione del tragico avvenimento, eran come un terreno ben rimosso e preparato, poteva intanto seminar odio per il Salvo, così senza parere.
- Non me ne parlate, per carità! - protestava, alterandosi in viso al minimo accenno.
- Dovrei dir cose, cose che...
no, niente; per carità, non mi fate parlare...
E se qualcuno, esitante, insisteva:
- Quella povera figliuola...
- La figliuola? - scattava.
- Ah, sì, povera, povera vittima anche lei! Non sopra tutte le altre, però, certo...
Per carità, non mi fate parlare...
Il salotto era pieno zeppo di gente quando entrò il D'Ambrosio, quello che gli aveva fatto da testimonio nel duello col Verònica e che era lontano parente di Nicoletta Spoto.
Avvenne allora una scena che, neanche se Capolino l'avesse preparata apposta, gli sarebbe riuscita più favorevole.
Il D'Ambrosio entrò tutto gonfio di commozione, e con le braccia protese.
In piedi, tutti e due si abbracciarono in mezzo alla stanza, si tennero stretti un pezzo piangendo forte.
Forte, con la sua abituale irruenza, parlò il D'Ambrosio, staccandosi dall'abbraccio:
- Dicono tutti, qua, che Nicoletta mia cugina era la ganza di quell'imbecille del Costa: è vero? Tu puoi dirlo meglio di tutti: è vero?
Sbigottiti, gli astanti si volsero a guatare il Capolino.
Questi cadde a sedere, come trafitto, su la poltrona, con le braccia abbandonate su le gambe, e scosse amaramente il capo.
Poi, facendo un atto appena appena con le mani, parlò:
- Troppe...
troppe cose dovrei dire, che non posso...
Anche la pietà, capirete...
sì, sì...
anche queste lacrime, amici, mi bruciano! Perché anche da quei due che le meritano per la loro sorte, ma da voi, cari, da voi; non da me...
anche da quei due io ebbi male; ma sopra tutto da chi li guidò a quel passo; da chi li teneva in pugno, e...
- Il Salvo! - proruppe il D'Ambrosio.
- Hanno arrestato ad Aragona Marco Prèola; ma lui, il Salvo, per la Madonna, debbono arrestare! lui affamò là tutto il paese! lui è il vero assassino! E giustamente Dio l'ha punito, con la pazzia della figlia! Così, tra due pazze, se ne starà ora con tutte le sue ricchezze!
Capolino, allora, scattò in piedi, sublime.
- Ma per carità! no! no! Non posso permettere che si dicano di queste cose alla mia presenza! Vuoi difendere quegli assassini? Via! Sappiamo tutti che il Salvo era nel suo diritto, chiudendo là le zolfare! Ognuno provvede, come sa e crede, ai proprii interessi.
E, del resto, non si è forse adoperato in tanti modi qua, al risorgimento dell'industria? No, no! Signori miei, vedete? parlo io, io, in questo momento, e arrivo fino a dirvi che egli, dal suo canto, anche come padre, ha creduto di agire per il bene della figliuola! Voi tutti non avete alcuna ragione per non riconoscer questo; potrei non riconoscerlo io, io solo, perché i mezzi di cui si è servito mi hanno distrutto la casa, spezzato la vita! Ma egli mirava, là, al bene di tutti quei bruti; e qua, al bene della sua figliuola!
Dieci, quindici, venti mani si tesero a Capolino, in un prorompimento d'ammirazione per così magnanima generosità; e Capolino si sentì levato d'un cubito sopra se stesso.
- Forse mi vedrò costretto, - soggiunse con triste gravità, - a restituirvi il mandato, di cui avete voluto onorarmi.
- No! no! che c'entra questo? E perché? - protestarono alcuni.
Capolino, sorridendo mestamente, levò le mani ad arrestare quell'affettuosa protesta:
- La condizione mia, - disse.
- Considerate.
Potrei più aver rapporti, non dico di parentela o d'amicizia, ma pur soltanto d'interessi, con Flaminio Salvo? No, certo.
E allora? Devo provvedere a me stesso, signori miei, mentre il mandato che ho da voi esige un'assoluta indipendenza, quella appunto che avevo per i miei ufficii nel banco del Salvo.
Ora...
ora bisognerà che mi raccolga a pensar seriamente ai miei casi.
Non son cose da decidere così su due piedi e in questo momento.
- Ma sì! ma sì! - ripresero quelli a confortarlo a coro.
- Questi sono affari privati! La rappresentanza politica...
- Eh eh...
- Ma che! non c'entra...
- Altra cosa...
- E poi, per ora...
- Per ora, - disse, - mi basta, miei cari, di avervi dimostrato questo: che sono pronto a tutto, e che guardo le cose e la mia stessa sciagura con animo equo e, per quanto mi è possibile, sereno.
Grazie, intanto, a tutti, amici miei.
Più tardi, recatosi al Vescovado a visitar Monsignore, ebbe da questo tali notizie su don Ippolito Laurentano e donna Adelaide, che stimò da abbandonare senz'altro il piano dapprima architettato, e che anzi gli convenisse aspettare il ritorno di Flaminio Salvo da Roma, per recarsi a Colimbètra a tentarne un altro, che già gli balenava, audacissimo.
Flaminio Salvo non volle lasciare a Roma Dianella in qualche «casa di salute», come i medici e la sorella e il cognato gli consigliavano; disse che, se mai, l'avrebbe lasciata in una di queste case a Palermo, per averla più vicina e poterla più spesso visitare; ma la sua casa ormai - soggiunse - poteva pur trasformarsi in uno di questi privati ospizii della pazzia, sotto il governo d'uno o più medici e con l'assistenza di altre infermiere adatte: vi restava egli solo provvisto di ragione; ma sperava che presto, con l'esempio e un po' di buona volontà, la perderebbe anche lui.
Quando fu sul punto di partire, però, si vide costretto a ricorrere a Lando Laurentano, perché gli désse a compagno di viaggio Mauro Mortara, da cui Dianella non avrebbe voluto più staccarsi, e che forse era il solo che avrebbe potuto indurla a uscire da uno stanzino bujo ove s'era rintanata, e a partire.
Lando Laurentano, che si preparava in gran fretta anche lui, chiamato a Palermo dai compagni del Comitato centrale del partito, rispose al Salvo, che avrebbero potuto fare insieme il viaggio, e che la mattina seguente sarebbe venuto con Mauro a prenderlo in casa Vella.
Flaminio Salvo notò nell'aspetto, nella voce, nei gesti del giovane principe una strana agitazione febbrile, e fu più volte sul punto di domandargliene premurosamente il motivo; ma se n'astenne.
Lando Laurentano era in quell'animo per una ragione, a cui il Salvo non avrebbe potuto neppur lontanamente pensare in quel momento: cioè, l'enorme impressione prodotta in tutta Roma dal suicidio di Corrado Selmi.
Se n'era divulgata la notizia la sera stessa, che egli usciva con Mauro da casa Vella.
Il grido d'un giornalajo glien'aveva dato l'annunzio.
Aveva fatto fermar la vettura per comperare il giornale.
Ma, anziché dargli gioja, quell'annunzio improvviso lo aveva in prima stordito.
Aveva ordinato al vetturino d'accostarsi a un fanale, per leggere, non ostante l'impazienza di Mauro; aveva saltato il lungo commento necrologico premesso alle notizie sul suicidio, ed era corso con gli occhi a queste.
Dal racconto del cameriere del Selmi aveva saputo, prima, l'aggressione a mano armata del nipote di Roberto Auriti, quando già il Selmi aveva ingojato il veleno; poi...
ah poi!...
una visita, che il giornalista diceva drammaticissima, al Selmi appena spirato, «d'una dama velata» di cui, per degni rispetti, non si faceva il nome, «accorsa», seguitava il cronista, «ignara del suicidio, forse per dare ajuto e conforto all'amico, dopo la sfida da lui lanciata, la mattina, all'intera assemblea».
Lando Laurentano non aveva avuto alcun dubbio, che quella dama velata fosse donna Giannetta D'Atri, sua cugina; e aveva strappato il giornale, con schifo e con rabbia, gridando al vetturino di correre a casa.
Qua aveva trovato in smaniosa ambascia Celsina Pigna e Olindo Passalacqua, che cercavano disperatamente Antonio Del Re, scomparso dalla mattina.
Eran sembrate così inopportune a Lando in quel momento la vista buffa di quell'uomo, le smaniette di quella ragazza, tutta quell'ansia attorno a lui per la ricerca d'un giovane ch'egli non conosceva e ch'era tanto lontano dai suoi pensieri, che aveva avuto contro il suo solito un violento scatto d'ira.
Aveva chiamato Raffaele, il cameriere, per ordinargli di mettersi a disposizione di quei due, ed era rimasto solo con Mauro.
Questi, interpretando quello scatto come un segno di sprezzante noncuranza per l'arresto del cugino, non s'era potuto trattenere; gli s'era fatto innanzi tutto acceso di sdegno, gridando:
- Me ne voglio andare, subito! ora stesso! Non voglio più guardarvi in faccia!
- Mauro! Mauro! Mauro! - aveva esclamato Lando, scotendo in aria le mani afferrate.
Mauro allora s'era cacciato una mano in tasca, per trarne fuori le medaglie:
- Guardate! Dal petto me l'ero strappate, davanti al delegato, quando ho visto arrestare vostro cugino! Ora quella ragazza è venuta a riportarmele...
Che sangue avete voi nelle vene? È questa la gioventù d'oggi? è questa?
- La gioventù...
- s'era messo a rispondere con veemenza Lando; ma s'era subito frenato, premendosi forte le pugna serrate su la bocca e andando a sedere, coi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani.
La gioventù? Che poteva la gioventù, se l'avara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei l'espiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione d'ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ecco come l'opera dei vecchi qua, ora, nel bel mezzo d'Italia, a Roma, sprofondava in una cloaca; mentre su, nel settentrione, s'irretiva in una coalizione spudorata di loschi interessi; e giù, nella bassa Italia, nelle isole, vaneggiava apposta sospesa, perché vi durassero l'inerzia, la miseria e l'ignoranza e ne venisse al Parlamento il branco dei deputati a formar le maggioranze anonime e supine! Soltanto, in Sicilia forse, or ora, la gioventù sacrificata potrebbe dare un crollo a questa oltracotante oppressione dei vecchi, e prendersi finalmente uno sfogo, e affermarsi vittoriosa!
Lando era balzato in piedi per gridare questa sua speranza a Mauro Mortara; ma s'era trattenuto per carità, alla vista di lui che piangeva, con quelle sue pietose medaglie in mano.
Il giorno appresso Antonio Del Re era stato ritrovato.
Olindo Passalacqua era venuto a mostrare a Lando due telegrammi e un vaglia spediti d'urgenza da Girgenti per far subito partire il giovine; ma aveva soggiunto che il Del Re si ricusava ostinatamente di ritornare in Sicilia.
Lando allora aveva pregato Mauro di recarsi a prendere il giovine per invitarlo a partire con loro il giorno appresso e Mauro a questa preghiera si era arreso di buon grado.
Ma come proporgli adesso di viaggiare insieme con Flaminio Salvo?
La mattina per tempo venne al villino di via Sommacampagna Ciccino Vella per concertare il modo di spinger fuori dal nascondiglio Dianella e farla partire.
Guaj, se vedeva il padre! Durante tutto il viaggio non doveva vederlo.
Zio Flaminio e Lando dovevano viaggiare in un altro scompartimento della vettura, senza mai farsi scorgere.
C'era anche quel giovanotto, il Del Re? Bene: tutti e tre, appartati, nascosti.
Mauro e Dianella sarebbero stati soli, nello scompartimento attiguo: tutt'intera una vettura sarebbe stata a loro disposizione.
Fu men difficile, a tali condizioni, persuadere Mauro a render questo servizio al Salvo.
Quando seppe che né ora, a casa Vella, né poi, durante tutto il tragitto, lo avrebbe veduto, e che non si trattava tanto di rendere un servizio a lui quanto un'opera di carità a quella povera fanciulla demente, si arrese aggrondato, e andò avanti con Raffaele in casa Vella.
Non ci fu bisogno né di preghiere né di esortazioni: appena Dianella rivide Mauro, balzò dal nascondiglio e tornò a riaggrapparsi a lui, incitandolo a fuggire insieme.
Si dovette all'incontro stentare a trattenerla un po' per rassettarla alla meglio, ravviarle i capelli scarmigliati, metterle un cappello in capo, perché almeno non desse tanto spettacolo alla gente, in compagnia di quel vecchio che già per suo conto attirava la curiosità di tutti.
Quando l'uno e l'altra, tenendosi per mano, quello col viso tutto scombujato, lo zainetto alle spalle, questa con gli occhi e la bocca spalancati a un'ilarità squallida e vana, i capelli cascanti, scompigliati sotto il cappello assettato male sul capo, attraversarono il salone per andarsene, chi li vide non se ne poté più levar l'immagine dalla memoria.
Che discorsi tennero tra loro, nel viaggio?
Dietro l'usciolino dello scompartimento, il Salvo e il Laurentano, ora l'uno ora l'altro, li intesero conversar tra loro, a lungo, e s'illusero dapprima che tra loro il vecchio e la fanciulla s'intendessero.
Ma sì, a maraviglia s'intendevano, perché l'uno e l'altra, ciascuno per sé, non parlavano se non con la propria follia.
E le due follie sedevano accanto e si tenevano per mano.
- Una donna...
vergogna!...
Non si dice Aurelio...
Signor Aurelio...
Signor Aurelio!...
Ma com'è possibile che l'abbia dimenticato?...
Una così grossa ferita al dito...
Vieni, vieni qua, al bujo...
nell'andito...
Te lo succhio io, il sangue dal dito...
Una donna? Vergogna...
Signor Aurelio...
- Questi...
sono questi, i figli! La nuova gioventù...
Per veder questo, oh assassini, abbiamo tanto combattuto, sacrificato la vita nostra...
per veder questo, donna Dianella! E che ci vado più ad appendere, adesso, sotto la lettera del Generale nel camerone? che ci vado più ad appendere, dopo tutto quello che ho visto?
- Eh, ma chi lo sa l'anno che viene? Il gelso, a marzo, coglie sangue di nuovo...
E allora, quand'è in amore, per gettare, è molle, molle come una pasta, e se ne fa quello che se ne vuole...
Chi lo sa l'anno che viene?
- Incerto il bene, ma certe le pene, figlia mia! Incerto il bene, ma certe le pene!
Così conversavano di là, quei due.
Né Lando né Flaminio Salvo badavano intanto a un altro, di qua con loro, che non diceva nulla, ma che pure non meno di quei due vaneggiava col cervello.
Non vedeva, non sentiva, non pensava più nulla, Antonio Del Re.
La furia della disperazione, con la quale s'era avventato sopra il Selmi, gli aveva come folgorato lo spirito.
Uscito dalla casa del Selmi, era rimasto vuoto, sospeso in una tetraggine attonita, spaventevole; e non ricordava più nulla, dove fosse andato, che avesse fatto, come e dove avesse passato la notte, se proprio la notte, una notte fosse passata.
Non rispondeva a nessuna domanda; forse non udiva.
Vedere, vedeva; stava per lo meno a guardare; ma la ragione non vedeva più, la ragione degli aspetti delle cose e degli atti degli uomini.
Non si era già opposto al suo ritorno in Sicilia; ma a muoversi da sé dal luogo ove i piedi lo avevano condotto e la stanchezza accasciato.
Si era mosso, allorché Mauro lo aveva strappato per il petto; ma senza udir nulla di quanto quegli gli aveva detto della nonna e della mamma.
Il Passalacqua e Celsina lo avevano accompagnato, la mattina, al villino di Lando; prima di partire aveva veduto Celsina sorridere a Ciccino Vella, accettarne il braccio, montare in carrozza con lui e col Passalacqua: tutto questo aveva veduto, e più là, col pensiero; e nulla, più nulla gli s'era rimosso dentro.
Quando, passato lo stretto di Messina, Lando Laurentano scese dal treno per proseguire su un altro alla volta di Palermo, Flaminio Salvo provò una certa costernazione al pensiero di restar solo nella vettura per un'intera giornata fino a Girgenti con quel giovane a lui ignoto, che due giorni avanti aveva levato il pugnale per uccidere il Selmi, e che ora gli teneva gli occhi addosso con tanta fissità di sguardo, tra il torvo e l'insensato.
Ecco, con tre pazzi egli viaggiava; e forse non meno pazzo di questi tre era quello or ora sceso dal treno con l'intenzione di mettere a soqquadro tutta l'isola! Lui solo, dunque, per terribile condanna, doveva serbare intatto il privilegio di non aver minimamente velata, offuscata, né per rimorso, né per pietà, né più da alcun affetto, né più da alcuna speranza, né più da alcun desiderio, quella lucida, crudele limpidità di spirito? Lui solo.
E, come per assaporare lo scherno della sua sorte, si accostò ancora una volta all'usciolino dello scompartimento, con l'orecchio allo spiraglio, ad ascoltare i discorsi vani del vecchio e della figliuola.
Appena Mauro Mortara, arrivato a Girgenti, poté strapparsi dalle braccia di Dianella Salvo, corse di furia alla casa di donna Caterina Laurentano.
Vi trovò Antonio Del Re ancora tra le braccia della madre che invano, stringendolo, scotendolo, smaniando, cercava di spetrarlo.
Come Anna vide entrar Mauro, gli corse incontro, lasciando il figlio:
- Che ha? Che ha? Ditemi voi che ha! Che gli hanno fatto?
Ma il Mortara le scostò le braccia e gridò più forte di lei:
- Vostra madre? Dov'è vostra madre?
Sopravvenne Giulio, in pochi giorni invecchiato di dieci anni.
Negli occhi, nelle braccia protese aveva la speranza di aver da Mauro qualche notizia precisa sull'arresto di Roberto, sul suicidio del Selmi, se questi veramente avesse lasciato qualche dichiarazione in favore del fratello, come dicevano i giornali.
Dal nipote non aveva potuto saper nulla, per quanto, tra le braccia della madre, lo avesse furiosamente scrollato per farlo parlare.
Ma il Mortara scostò anche lui, ripetendo, testardo e violento:
- Vostra madre? Non so nulla! So che l'hanno arrestato sotto i miei occhi! Non voglio veder nessuno! Voglio vedere lei sola!
Giulio restò perplesso, se permettergli d'entrare nella camera della madre, così all'improvviso.
Dal giorno che egli, sotto l'urgenza della necessità, vincendo ogni riluttanza, dapprima con circospezione, poi risolutamente, con crudezza, le aveva detto che bisognava si recasse dal fratello Ippolito per salvare il figlio, era caduta, di schianto, in un attonimento quasi di apatia, come se la vista di tutte le cose intorno le si fosse a un tratto vuotata d'ogni senso.
Non un gesto, non una parola.
Più niente.
E quella immobilità e quel silenzio avevano avuto fin da principio un che di così assoluto e invincibile, che né un gesto, né una parola eran più stati possibili agli altri per scuoterla o esortarla.
Giulio sapeva che avrebbe ucciso la madre, parlando.
E difatti, ecco, subito, parlando, l'aveva uccisa.
Ella non poteva andare dal fratello per salvare il figlio: sarebbe stata la sua morte.
Ed ecco, era morta.
Tanto egli quanto Anna avevano sperato, dapprima, che non volesse più muoversi né parlare; non che, veramente, non potesse.
Ma ben presto s'erano accorti che non poteva.
Pure, una lieve contrazione rimasta su la fronte, tra ciglio e ciglio, diceva chiaramente che, anche potendo, non avrebbe voluto.
La avevano sollevata di peso dalla seggiola e adagiata sul letto.
Erano di morte la immobilità e il silenzio; soltanto, ancora, non era fredda.
E per impedire che anche quel freddo le sopravvenisse, si erano affrettati a coprirla bene sul letto, con mani amorose, piangendo.
L'ultima crudeltà doveva compiersi così sopra di lei, e, perché fosse più iniqua, per mano stessa dei figli.
Ora, vegliandola e piangendo, i figli le dimostravano, o piuttosto dimostravano a se stessi, che non erano stati loro a compierla.
Se ella, per tutto ciò che aveva fatto, non poteva pagare per il figlio, bisognava che pagasse così, ora.
Giulio lo sapeva; e, pur sapendolo, non aveva potuto impedirlo.
Doveva parlare, spingerla a quella morte, darle il crollo.
L'aveva poi raccolta su le braccia, e ora le rincalzava le coperte e le stringeva attorno alle braccia lo scialle nero di lana, per ripararla dall'ultimo freddo, e andava in punta di piedi, perché nessun rumore arrivasse più a quel silenzio.
Anche il volo d'una mosca sarebbe stato di più, ora, oltre a quello che egli aveva fatto, perché doveva.
Un pensiero, se non fosse anche di più la sua vita, il suo respiro, dopo quello che aveva fatto, gli era anche passato per la mente.
Fuori di quella madre, fuori della Sicilia, egli, fin da giovinetto, aveva preso mondo.
Era vissuto senza né ricordi, né affetti, né aspirazioni, quasi giorno per giorno: freddo, svogliato, ironico, sdegnoso.
D'improvviso, quando men se l'aspettava, il destino della sua famiglia aveva allungato una spira a involgerlo, a invilupparlo, e lo aveva attratto a sé e piombato là, a rinsertarsi, a riaffiggersi alla radice, da cui s'era strappato; a sentire tutto ciò che non aveva voluto mai sentire, a ricordarsi di tutto ciò di cui non aveva voluto mai ricordarsi.
La fine di colei, che aveva sempre e tutto sentito, e di tutto e sempre si era ricordata, schiantata ora dall'urto con cui egli era tornato a inviscerarsi in lei, non doveva essere adesso anche la sua fine? Schiantato il tronco, schiantati i rami.
Nel tetro squallore della casa, era rimasto inorridito del suo apparire a se stesso coi sentimenti e i ricordi tutti di quella madre.
Ma gli era apparsa anche Anna, la sorella: il ramo che non s'era mai staccato da quel tronco; che miseramente una volta sola, per poco, era fiorito, per dare il frutto ispido e attossicato di quel figlio, in cui neanche l'amore della madre riusciva a penetrare.
E fratello e sorella si erano stretti, allora, fusi in un abbraccio d'infinita tenerezza, d'infinita angoscia, all'ombra della tetra casa, assaporando la dolcezza del pianto che li univa per la prima volta e che pur rompeva loro il cuore.
Egli doveva vivere per quella sorella e per quel ragazzo.
La notizia dell'arresto di Roberto, ormai inevitabile, attesa da un momento all'altro, era finalmente arrivata insieme con quella del suicidio di Corrado Selmi, ma vaga, ristretta in poche righe nei giornali siciliani, come una notizia a cui i lettori non avrebbero dato importanza, presi com'erano tutti, allora, dalla morbosa curiosità di conoscere fin nei minimi particolari l'eccidio d'Aragona.
La trepidazione di Anna per il figlio solo a Roma, il pensiero dell'ajuto da portare a Roberto avevano spinto dapprima Giulio a ritornar subito alla Capitale.
Ma come abbandonar la madre in quello stato, sola lì con Anna che s'aggirava per le stanze chiamando il figlio, quasi forsennata? E che ajuto avrebbe potuto portare a Roberto? L'unico ajuto possibile sarebbe stato il denaro, il rimborso alla banca di quelle quarantamila lire, così che tutti potessero credere che queste fossero state prese da lui, per bisogni suoi.
Il suicidio del Selmi ora, avrebbe forse aperta la porta del carcere a Roberto, ma gli sarebbe rimasta, incancellabile, dopo la denunzia e l'arresto, la macchia d'una losca complicità.
Quanti avrebbero creduto, domani, che disinteressatamente egli si fosse prestato a contrarre il debito, sotto il suo nome, per conto d'un altro? La dichiarazione del Selmi, se davvero esisteva come i giornali asserivano, non sarebbe valsa a cancellare del tutto quella macchia.
Di là, nella camera della madre, c'era il canonico Pompeo Agrò, che da tanti giorni, per ore e ore, non si staccava dalla poltrona a pie' del letto, fissi gli occhi nella faccia spenta della giacente, forse con la speranza di scoprirvi un indizio che ella - non avendo più nulla da dire agli uomini - desiderasse per suo mezzo comunicare con Dio.
Più d'una volta con profonda voce l'aveva chiamata per nome, a più riprese, senza ottener risposta.
Giulio disse a Mauro di attendere un poco: voleva consigliarsi con l'Agrò, se questi désse più peso alla sua speranza o al suo timore che la vista o la voce del Mortara, scotendo la madre da quel torpore di morte, potessero farle bene o male.
- Credo, - gli rispose l'Agrò, - che non ci sia più né da sperare né da temere.
Non avvertirà nulla.
Provate.
Tanto se dura così, è la morte lo stesso.
Mauro entrò come un cieco nella camera quasi al bujo, chiamando forte, con affanno di commozione:
- Donna Caterina...
donna Caterina...
Restò, davanti al letto, alla vista di quella faccia volta al soffitto, sui guanciali ammontati, cadaverica, con gli occhi che s'immaginavano torbidi e densi di disperata angoscia sotto la chiusura perpetua delle gravi pàlpebre annerite, con una ostinata, assoluta volontà di morte negli zigomi tesi, nelle tempie affossate, nelle pinne stirate del naso aguzzo, nelle livide, sottili labbra, non solo serrate, ma anche in qualche punto attaccate dall'essiccamento degli umori.
- Oh figlia...
oh figlia...
- esclamò.
- Donna Caterina...
sono io...
Mauro...
il cane guardiano di vostro padre...
Guardatemi...
aprite gli occhi...
da voi voglio essere guardato...
Aprite gli occhi, donna Caterina; guardando me, guardate la vostra stessa pena...
Sentitemi: debbo dirvi una cosa...
torno da Roma...
Urtando contro la rigida impassibilità funerea della morente, la commozione di Mauro Mortara si spezzò a un tratto in striduli singhiozzi, molto simili a una risata.
L'Agrò e Giulio, anch'essi piangenti, se lo presero in mezzo, e, sorreggendolo per le braccia, lo trassero fuori della camera.
La morente, rimasta sola nell'ombra, immobile su i guanciali ammontati, udì tardi la voce, come se questa avesse dovuto far molto cammino per raggiungerla nelle profonde lontananze misteriose, ove già il suo spirito s'era inoltrato.
E da queste lontananze, in risposta a quella voce, tardi venne alle sue pàlpebre chiuse una lagrima, ultima, che nessuno vide.
Sgorgò da un occhio; scorse su la gota; cadde e scomparve tra le rughe del collo.
Quando Pompeo Agrò tornò a sedere su la poltrona a pie' del letto, né più nell'occhio, né più su la gota ve n'era traccia.
Donna Caterina era morta.
CAPITOLO SESTO
Per donna Adelaide e don Ippolito Laurentano era cominciato, fin dalla prima sera che eran rimasti soli nella villa di Colimbètra, un supplizio previsto da entrambi difficilissimo da sopportare, per quanta buona volontà l'uno e l'altra ci avrebbero messo.
Appena andati via gl'invitati alla cerimonia nuziale, don Ippolito, con molto garbo prendendole una mano, ma pur senza guardargliela per non avvertire quanto fosse diversa da quella tenuta un tempo tra le sue (pallida e lunga mano morbida, tenera e lieve!), aveva cercato di farle intendere il bene che da lei si riprometteva in quella solitudine d'esilio, di cui supponeva le dovessero esser note le ragioni, se non tutte, almeno in parte.
Il discorso tenuto sul terrazzo, davanti alla campagna silenziosa, già invasa dal bujo della notte, era stato, in verità, un po' troppo lungo e un tantino anche faticoso.
La povera donna Adelaide, oppressa dalla violenza di tanti sentimenti nuovi durante quella giornata, e ora da tutta quell'ombra e da quel silenzio che le vaneggiavano intorno e le rendevano più che mai soffocante l'ambascia per ciò che misteriosamente incombeva ancora su la sua «terribile signorinaggine», a un certo punto, per quanto si fosse sforzata, non aveva potuto udir più nulla di quel pacato interminabile discorso.
Aveva avuto l'impressione che esso, proprio fuor di tempo, la volesse trarre per forza quasi in una cima di monte altissima e nebbiosa, dalla quale le sarebbe stato difficile se non addirittura impossibile, ridiscendere ancora in grado di resistere ad altre sorprese, ad altre emozioni che quella notte certamente le apparecchiava.
Non per cattiva volontà, ma per l'aria, ecco, per l'aria che, a un certo punto, cominciava a sentirsi mancare, non le era stato mai possibile prestare ascolto a lunghi discorsi.
Oh, buon Dio, e perché poi prendere di questi giri così alla lontana, se alla fine pur sempre bisognava ridursi a fare, su per giù, le stesse cose, quelle che la natura comanda? Che brutto vizio, buon Dio! E senz'altro effetto che la stanchezza e la stizza.
Anche la stizza, sì.
Perché le cose da fare sono semplici, e da contarsi tutte su le dita d'una mano; cosicché, alla fine, ciascuno deve riconoscere che tutto quel girare attorno a esse, non solo è inutile, ma anche sciocco e dannoso, in quanto che poi, per la stanchezza appunto e con la stizza di questo riconoscimento, si fanno tardi e si fanno male.
Dapprima s'era messa a guardare, con occhi tra imploranti e spaventati, il principe, o piuttosto, quella sua lunga, lunghissima barba.
Poi, nell'intronamento, aveva sentito un prepotente bisogno di ritirare la mano e di soffiare, di soffiare un poco almeno, non potendo sbuffare, non potendo gridare per dare uno sfogo alla soffocazione e alle smanie.
Alla fine, era riuscita a vincere l'intronamento: gli orecchi le si erano rifatti vivi un istante, ma per fuggire lontano, per afferrarsi a un qualche filo di suono, nell'oscurità della notte, che le avesse dato sollievo, distrazione.
Veniva dalla riviera, laggiù laggiù, invisibile, un sordo borboglìo continuo.
E tutt'a un tratto, proprio nel punto che il discorso del principe s'era fatto più patetico, donna Adelaide era uscita a domandargli:
- Ma che è, il mare? si sente così forte, ogni notte?
Don Ippolito, dapprima stordito (il mare? che mare? -) si era poi sentito cascar le braccia:
- Ah sì...
è il mare, è il mare...
E le aveva lasciato la mano e si era scostato.
Donna Adelaide, imbarazzata, non sapendo come rimediare alla evidente mortificazione del principe per quella domanda inopportuna, era rimasta come appesa balordamente alla sua domanda.
La risposta s'era fatta aspettare un po'; alla fine era arrivata da lontano, grave:
- Grida così, quand'è scirocco...
Quella remota voce del mare era a lui cara e pur triste.
Tante volte, nella pace profonda delle notti, gli aveva dato angoscia e compagnia.
Abbandonato su la sedia a sdrajo, s'era lasciato cullare da quel cupo fremito continuo delle acque che gli parlavano di terre lontane, d'una vita diversa e tumultuosa ch'egli non avrebbe mai conosciuta.
S'era sentito ripiombare tutt'a un tratto da quel richiamo nella profondità della sua antica solitudine.
Come più riprendere il discorso, adesso? E, d'altra parte, come rimaner così in silenzio, lasciar lì discosta nel terrazzo quella donna che ora gli apparteneva per sempre e che s'era affidata alla sua cortesia, in quella solitudine per lei nuova e certo non gradita? Bisognava farsi forza, vincere la ripugnanza e riaccostarsi.
Ma certo, ormai, di non potere entrare con lei in altra intimità che di corpo, don Ippolito s'era domandato amaramente qual altro effetto questa intimità avrebbe potuto avere, se non lo scàpito irreparabile della sua considerazione.
E difatti, quella notte...
Ah, la povera donna Adelaide non avrebbe potuto mai immaginare un simile spettacolo, di pietà a un tempo e di paura! Le veniva di farsi ancora la croce con tutt'e due le mani.
Ah, Bella Madre Santissima! Un uomo con tanto di barba...
un uomo serio...
Dio! Dio! Lo aveva veduto, a un certo punto, scappar via, avvilito e inselvaggito.
Forse era andato a rintanarsi di notte tempo nelle sale del Museo, a pianterreno.
E lei era rimasta a passare il resto della notte, semivestita, dietro una finestra, a sentire i singhiozzi d'un chiú innamorato, forse nel bosco della Civita, forse in quello più là, di Torre-che-parla.
Meno male che, la mattina dopo, la vista della campagna e dello squisito arredo della villa l'aveva un po' racconsolata e rimessa anche in parte nelle consuete disposizioni di spirito, per cui volentieri, ove non avesse temuto di far peggio, si sarebbe lei per prima riaccostata al principe a dirgli, così alla buona, senza stare a pesar le parole, che, via, non si désse pensiero né afflizione di nulla, perché lei...
lei era contenta, proprio contenta, così...
Le aveva fatto pena quel viso rabbujato! Pover'uomo, non aveva saputo neanche alzar gli occhi a guardarla, quando a colazione si era rimesso a parlarle.
Ma sì, ma sì, certo: era una condizione insolita, la loro: trovarsi così, a essere marito e moglie, quasi senza conoscersi.
A poco a poco, certo, sarebbe nata tra loro la confidenza, e...
ma sì! ma sì! certo!
S'era accorta però che, dicendo così, le smanie del principe erano cresciute, s'erano anzi più che più esacerbate; e con vero terrore aveva veduto riapprossimarsi la notte.
Per parecchie notti di fila s'era rinnovato questo terrore; alla fine aveva ottenuto in grazia d'esser lasciata in pace, a dormir sola, in una camera a parte.
Se non che, il giorno dopo, era sceso a Colimbètra monsignor Montoro a farle a quattr'occhi un certo sermoncino.
E allora lei, di nuovo: - Oh Bella Madre Santissima! Ma che!...
no...
Ah, come?...
che?...
che doveva far lei?...
Gesù! Gesù!...
Alla sua età, smorfie, moine? Ah! questo mai! no no! no no! questo mai! Non erano della sua natura, ecco.
E, del resto, perché? Non si poteva restar così? Non chiedeva di meglio, lei.
Che faccia aveva fatto Monsignore! E la povera donna Adelaide, da quel momento in poi, non aveva saputo più in che mondo si fosse o, com'ella diceva, aveva cominciato a sentirsi «presa dai turchi».
Ma come? il torto era suo?
Il principe, tutto il giorno tappato nel Museo, non s'era più fatto vedere, se non a pranzo e a cena, rigido aggrondato taciturno.
Aria! aria! aria! Sì, ce n'era tanta, lì: ma per donna Adelaide non era più respirabile.
E il bello era questo: che della soffocazione, avvertita da lei, le era parso che dovessero soffrire tutte le cose, gli alberi segnatamente! Sul principio dei tre ripiani fioriti innanzi alla villa c'era da più che cent'anni un olivo saraceno, il cui tronco robusto, pieno di groppi e di nodi, per contrarietà dei venti o del suolo, era cresciuto di traverso e pareva sopportasse con pena infinita i molti rami sorti da una sola parte, ritti, per conto loro.
Nessuno aveva potuto levar dal capo a donna Adelaide che quell'albero, così pendente e gravato da tutti quei rami, soffrisse.
- Oh Dio, ma non vedete? soffre! ve lo dico io che soffre! poverino!
E lo aveva fatto atterrare.
Atterrato, guardando il posto dove prima sorgeva:
- Ah! - aveva rifiatato.
- Così va bene! L'ho liberato.
Né s'era fermata qui.
Altre prove di buon cuore aveva dato, le sere senza luna, durante la cena, verso le bestioline alate che il lume del lampadario attirava nella sala da pranzo.
Un certo Pertichino, ragazzotto di circa tredici anni, figlio del sergente delle guardie, era incaricato di star dietro la sedia di donna Adelaide e di dar subito la caccia a quelle bestioline, appena entravano.
Se non che, Pertichino spesso si distraeva nella contemplazione dei grossi guanti bianchi di filo, in cui gli avevano insaccato le mani; e donna Adelaide, ogni volta, doveva strapparlo a quella contemplazione con strilli e sobbalzi per lo springare di qualche grillo o per il ronzare di qualche parpaglione.
- Niente! Farfalletta...
Non si spaventi! Eccola qua, farfalletta...
- Povera bestiola, non farla patire: staccale subito la testa; se no, rientra...
Fatto?
- Fatto, eccellenza.
Eccola qua.
- No, no, che fai? non me la mostrare, poverina! Farfalletta era? proprio farfalletta? Povera bestiolina...
Ma chi gliel'aveva detto d'entrare? Con tanta bella campagna fuori...
Ah, avessi io le ali, avessi io le ali!
Come dire che, senza pensarci due volte, se ne sarebbe volata via.
Don Ippolito, per quanto urtato e disgustato, la aveva lasciata fare e dire.
Ma una sera, finalmente, non s'era più potuto tenere.
Erano tutti e due seduti discosti sul terrazzo.
Egli aspettava che su dalle chiome dense degli olivi, sorgenti sul pendìo della collina dietro la ripa, spuntasse la luna piena, per rinnovare in sé una cara, antica impressione.
Gli pareva, ogni volta, che la luna piena, affacciandosi dalle chiome di quegli olivi allo spettacolo della vasta campagna sottostante e del mare lontano, ancora dopo tanti secoli restasse compresa di sgomento e di stupore, mirando giù piani deserti e silenziosi dove prima sorgeva una delle più splendide e fastose città del mondo.
Ora la luna stava per sorgere, s'intravvedeva già di tra il brulichìo dei cimoli argentei degli olivi, e don Ippolito disponeva la sua malinconia attonita e ansiosa a ricevere l'antica impressione insieme con tutta la campagna, ove era un sommesso e misterioso scampanellìo di grilli e gemeva a tratti un assiolo, quando, all'improvviso, dalla casermuccia sul greppo dello Sperone, era scoppiato a rompere, a fracassare quell'incanto, il suono stridulo e sguajato del fischietto di canna di capitan Sciaralla.
Donna Adelaide s'era messa a battere le mani, festante.
- Oh bello! Oh bravo il capitano che ci fa la sonatina!
Don Ippolito era balzato in piedi, fremente d'ira e di sdegno, s'era turati gli orecchi, gridando esasperato:
- Maledetti! maledetti! maledetti!
E, afferrando per le spalle Pertichino e scrollandolo furiosamente, gli aveva ingiunto di correre a gridare a quella canaglia dal ciglio del burrone dirimpetto, che smettesse subito.
- E poi, fuori di qua! fuori dai piedi! Non voglio più vederti! Chi ha qua fastidio delle mosche se le cacci da sé! zitta, da sé! Sono stanco, sono stufo di tutte queste volgarità che mi tolgono il respiro! Basta! basta! basta!
Ed era scappato via dal terrazzo, con gli occhi strizzati e le mani su le tempie.
Fortuna che, pochi giorni dopo, s'era presentato alla villa don Salesio Marullo, con un viso sparuto e quasi affumicato, guardingo e sgomento, a chiedere ajuto e ospitalità.
Era diventato, fin dal primo giorno, cavaliere di compagnia di donna Adelaide, la quale credette che gliel'avesse mandato Iddio.
- Don Salesio, per carità, mangiate! Per carità, don Salesio, rimettetevi subito! Subito, Pertichino, due altri ovetti a don Salesio!
S'era messa a ingozzarlo come un pollo d'India prima di Natale.
Il povero gentiluomo, ridotto una larva, non aveva saputo opporre alcuna resistenza; aveva ingollato, ingollato, ingollato tutto ciò che gli era stato messo davanti, e quasi in bocca, a manate; poi...
eh, poi l'aveva scontato con tremende coliche e disturbi viscerali d'ogni genere, per cui, nel bel mezzo d'uno svago o d'un passatempo concertato con capitan Sciaralla per distrarre la principessa, si faceva in volto di tanti colori e alla fine doveva scappare, non è a dire con quanta sofferenza della sua dignità, per quanto ormai intisichita.
Ma donna Adelaide ne gongolava.
Non potendo nulla contro quella del principe suo marito, per vendetta s'era gettata a fare strazio d'ogni dignità mascolina che le si parasse davanti: anche di quella di Sciaralla il capitano.
Aveva trovato per caso tra le carte della scrivania, nella stanza del segretario Lisi Prèola, una vecchia poesia manoscritta contro il capitano, dove tra l'altro era detto:
Oppur vai, don Chisciottino,
all'assalto d'un molino?
od a caccia di lumache
t'avventuri col mattino,
così rosso nelle brache,
nel giubbon così turchino,
Sciarallino, Sciarallino?
E un giorno, ch'era piovuto a dirotto, appena cessata la pioggia, era scesa nello spiazzo sotto il corpo di guardia dove «i militari» facevano le esercitazioni, e chiamando misteriosamente in disparte capitan Sciaralla, gli aveva ordinato di mandare i suoi uomini, con la zappetta in una mano e un corbellino nell'altra, in cerca di babbaluceddi, ossia delle lumachelle che dopo quell'acquata dovevano essere schiumate dalla terra.
Il povero capitano, a quell'ordine, era rimasto basito.
Come dare militarmente un siffatto comando ai suoi uomini? Perché donna Adelaide, per metterlo alla prova, aveva preteso che quella cerca di lumache avesse tutta l'aria d'una spedizione militare.
- Eccellenza, e come faccio?
- Perché?
- Se perdiamo il prestigio, eccellenza...
- Che prestigio?
- Ma...
capirà, io debbo comandare...
e in momenti come questi...
- Io voglio i babbaluceddi.
- Sì, eccellenza...
piú tardi, quando rompo le file...
- Quando rompete...
che cosa?
- Le file, eccellenza.
- No no! E allora finisce il bello, che c'entra! Io voglio babbaleddi militari!
E non c'era stato verso di farla recedere da quella tirannia capricciosa.
Con quali effetti per la disciplina, Sciaralla il giorno dopo lo aveva lasciato considerare amaramente a don Salesio Marullo, già da un pezzo messo a parte della sua costernazione per le notizie che arrivavano da tutta la Sicilia, del gran fermento dei Fasci, a cui pareva non potessero più tener testa né la polizia, né la milizia, «quella vera».
- Capissero almeno che qua siamo anche noi contro il governo...
Ma no, caro sì-don Salesio: perché sono una lega, non tanto contro il governo, quanto contro la proprietà, capisce?
- Capisco, capisco...
- Vogliono le terre! E se, cacciati dalle città, si buttano nelle campagne? Quattro gatti siamo...
E più diamo all'occhio, perché figuriamo in assetto di guerra, capisce?
- Capisco, capisco.
- Qua, così armati, diciamo quasi noi stessi che c'è pericolo; sfidiamo l'assalto; siamo come un piccolo stato, a cui si può fare benissimo una guerra a parte, mi spiego? E domani il prefetto un'offesa a noi sa come la prenderebbe? come una giusta retribuzione.
Guarderà gli altri, e per noi dirà: «Ah, S.
E.
il principe di Laurentano, vuol fare il re, con la sua milizia? Bene, e ora si difenda da sé!» Ma con che ci difendiamo noi? Me lo dica lei...
Che roba è questa?
- Piano...
eh, con le armi...
- Armi? Non mi faccia ridere! Armi, queste? Ma quando si vuol tener gente così...
e vestita, dico, lei mi vede...
coraggio ci vuole, creda, coraggio a indossare in tempi come questi un abito che strilla così...
e io mi sento scolorir la faccia, quando mi guardo addosso il rosso di questi calzoni.
Dico, sì-don Salesio, che scherziamo? Quando, dico, si sta sul puntiglio di non volersi abbassare a nessuno...
- Forse, - suggeriva, esitante, don Salesio, - sarebbe prudente raccogliere...
- Altra gente? E chi? Sarebbe questo il mio piano! Ma chi? I contadini? E se sono anch'essi della lega? I nemici in casa?
- Già...
già...
- Ma che! L'unica, sa quale sarebbe?...
A voce, non lo disse: con due dita si prese sul petto la giubba; guardingo, la scosse un poco; poi, quasi di furto, fece altri due gesti che significavano: ripiegarla e riporla, e subito domandò:
- Che? No? Lei dice di no?
Don Salesio si strinse nelle spalle:
- Dico che il principe...
forse...
- Eh già, perché non deve portarla lui! Sì-don Salesìo, il cielo s'incaverna, s'incaverna sempre più da ogni parte; e i primi fulmini li attireremo noi qua, con questi ferracci in mano, vedrà se sbaglio!
Scoppiò difatti il fulmine, e terribile, pochi giorni dopo, e fu la notizia dell'eccidio d'Aragona.
Parve che scoppiasse proprio su Colimbètra, poiché lì, per combinazione, sotto lo stesso tetto si trovarono il padre dell'autore principale dell'eccidio, cioè il segretario Lisi Prèola, e il patrigno della vittima, il povero don Salesio.
E lo sbigottimento e l'orrore crebbero ancor più, allorché da Rona, come il rimbombo di quel fulmine caduto così da presso, giunse l'altra notizia dell'impazzimento di Dianella.
Donna Adelaide, colpita ora direttamente dalla sciagura, lasciò d'accoppare con la sua fragorosa e affannosa carità don Salesio e si mise a strillare per conto suo che, con Dianella impazzita a causa di quell'eccidio, non era più possibile che rimanesse lì a Colimbètra il padre dell'assassino! E il principe, per farla tacere, quantunque stimasse ingiusto incrudelire su quel vecchio già atterrato dalla colpa nefanda del figlio, si vide costretto a mandarlo via dalla villa, con un assegno.
Prima d'andare, il Prèola, strascicandosi a stento, col grosso capo venoso e inteschiato ciondoloni, volle baciar la mano anche alla signora principessa e le disse che volentieri offriva ai suoi padroni, per il delitto del figlio, la penitenza di lasciare dopo trentatré anni il servizio in quella casa, compiuto con tanto amore e tanta devozione.
Donna Adelaide, commossa e pentita, cominciò a dare in ismanie e chiamò innanzi a Dio responsabile il principe del suo rimorso per l'ingiusta punizione di quel povero vecchio; sì, il principe, sì, per l'orgasmo continuo in cui la teneva, così che ella non sapeva più quel che si volesse e, pur di darsi uno sfogo, diceva e faceva cose contrarie alla sua natura.
Le sue smanie divennero più furiose che mai, come seppe ch'erano ritornati da Roma suo fratello Flaminio e Dianella.
A monsignor Montoro, sceso a Colimbètra in visita di condoglianza per la morte di donna Caterina, domandò con gli occhi gonfii dal pianto, se gli pareva umano che le si proibisse d'andare a vedere e assistere la nipote, a cui aveva fatto da madre!
Don Ippolito, in quel momento, non era in villa.
S'era recato al camposanto di Bonamorone, poco discosto da Colimbètra, a pregare su la fossa della sorella.
Quando entrò, scuro, nel salone, finse di non vedere il pianto della moglie, e al vescovo che gli si fece innanzi compunto e con le mani tese, disse:
- È morta disperata, Monsignore.
Disperata.
Il figlio in carcere, compromesso con tanti altri di questi patrioti, nella frode delle banche.
E quel Selmi venuto qua padrino avversario del Capolino, ha saputo? s'è ucciso.
Scontano tutti le loro belle imprese! È lo sfacelo, Monsignore! Dio abbia pietà dei morti.
Io mi sento il cuore così arso di sdegno, che non m'è stato possibile pregare.
Un fremito ai ginocchi m'ha fatto levare dalla fossa della mia povera sorella, e mi sono domandato se questo era il momento di pregare e di piangere, o non piuttosto d'agire, Monsignore! Ma dobbiamo proprio rimanere inerti, mentre tutto si sfascia e le popolazioni insorgono? Ha sentito, ha letto nei giornali? Le folle hanno un bell'essere incitate da predicazioni anarchiche; scendendo in piazza a gridare contro la gravezza delle tasse, recano ancora con sé il Crocefisso e le immagini dei Santi!
- Anche quelle, però, del re e della regina, don Ippolito, - gli fece osservare amaramente Monsignore.
- Per disarmare i soldati, queste! - rispose pronto don Ippolito.
- Il segno che l'animo del popolo è ancora con noi, è in quelle! è chiaro in quelle! Sa che mio figlio è in Sicilia?
Monsignore chinò il capo più volte con mesta gravità, credendo che il principe gli avesse fatto quella domanda per chiamarlo a parte d'un dispiacere.
- Ha viaggiato insieme con don Flaminio, - aggiunse con un sospiro, - e con la povera figliuola.
Donna Adelaide ruppe in nuovi e più forti singhiozzi.
Don Ippolito pestò un piede rabbiosamente.
- Bisogna vincere i proprii dolori, - disse con fierezza - e guardar oltre! Saper vivere per qualche cosa che stia sopra alle nostre miserie quotidiane e a tutte le afflizioni che ci procaccia la vita! Io ho scritto a mio figlio, Monsignore, e ho fatto anche chiamare il Capolino per proporgli d'andare ad abboccarsi con lui, se fosse possibile venire a qualche intesa...
- Ma come, don Ippolito? - esclamò, con stupore e afflizione, Monsignore.
- Con quelli che gli hanno or ora assassinato barbaramente la moglie?
Don Ippolito tornò a pestare un piede sul tappeto, strinse e scosse le pugna, e col volto levato e atteggiato di sdegno, fremette:
- Schiavitù! schiavitù! schiavitù! Ah se io non fossi inchiodato qui!
- Ma che siamo sbanditi? davvero sbanditi? - domandò allora, tra le lagrime, donna Adelaide, rivolta al vescovo.
- Chi ci proibisce d'uscire di qui, d'andare dove ci pare, Monsignore?
- Chi? - gridò don Ippolito, volgendosi di scatto, col volto scolorito dall'ira.- Non lo sapete ancora? Monsignore, non ha posto lei chiaramente i patti di queste mie nuove nozze sciagurate? Come non sa ancora costei chi ci proibisce d'uscire di qui?
- Ma in un caso come questo! - gemette donna Adelaide.
- Vado io sola! Egli può restare! Santo Dio, ci vuole anche un po' di cuore, ci vuole!
Monsignor Montoro la supplicò con le mani di tacere, d'usar prudenza.
Don Ippolito si portò e si premette forte le mani sul volto, a lungo; poi mostrando un'aria al tutto cangiata, di profonda amarezza, di profondo avvilimento, disse:
- Monsignore, procuri d'indurre mio cognato a portar qui la figliuola, presso la zia.
Forse la quiete, la novità del luogo le potranno far bene.
- Ah, qui? davvero qui? Ah se viene qui...
- proruppe allora con furia di giubilo donna Adelaide, dimenandosi, quasi ballando sulla seggiola.
- Sì, sì, sì, Monsignore mio.
Sente? lo dice lui! La faccia venire qui, Monsignore, subito subito, qui, la mia povera figliuola!
Lieto della concessione, Monsignore parò le candide mani paffute ad arrestare quella furia:
- Aspettate...
permettete? Ecco...
vi devo dire...
oh, una cosa che mi ha tanto, tanto intenerito...
Qua, sì...
ma aspettate...
vedrete che è meglio lasciare per ora a Girgenti la povera figliuola...
Forse abbiamo un mezzo per guarirla.
Sì, ecco, l'altro jer sera, sapete chi è venuto a trovarmi al vescovado? Il De Vincentis, quel povero Ninì De Vincentis innamorato da lungo tempo della ragazza, lo sapete.
Caro giovine! Oh se l'aveste veduto! In uno stato, vi assicuro, che faceva pietà.
Si mise a piangere, a piangere perdutamente, e mi pregò, mi scongiurò di dire a don Flaminio che si fidasse di lui e lo mettesse accanto alla ragazza, ché egli col suo amore, con la sua calda pietà insistente sperava di scuoterla, di richiamarla alla ragione, alla vita.
Ebbene, che ne dite?
- Magari! - esclamò donna Adelaide.
- E Flaminio? Flaminio?
- Ho fatto subito, jeri mattina, l'ambasciata, - rispose Monsignore.
- E don Flaminio, che conosce il cuore, la gentilezza e l'onestà illibata del giovine, ha accettato la proposta, promettendo al De Vincentis che la figliuola sarà sua se farà il miracolo di guarirla.
Ora il giovine è lì, presso la povera figliuola.
Lasciamola stare, donna Adelaide, e preghiamo Iddio insieme, che il miracolo si compia!
Con questa esortazione, monsignor Montoro tolse commiato.
Per le scale disse a don Ippolito che aveva in animo di mandare una pastorale ai fedeli della diocesi, e che fra qualche giorno sarebbe venuto a fargliela sentire, prima di mandarla.
Don Ippolito aprì le braccia e, appena il vescovo partì con la vettura, andò a rinchiudersi nelle sale del Museo.
Donna Adelaide rimase a piangere, prima di tenerezza per quell'atto del povero Ninì, poi per disperazione, poiché sapeva purtroppo in che conto la nipote tenesse un tempo quel giovine.
Forse, se anche lei avesse potuto esserle accanto, a persuaderla...
chi sa! E cominciò a fremere di nuovo e a struggersi tra le smanie e a sentirsi divorata dalla rabbia per quella barbarie del principe, che la costringeva a star lì.
E perché poi? che cosa rappresentava, che cosa stava a far lì, lei? No, no, no; voleva andar via, scappare, fuggire, o sarebbe anch'essa impazzita! Decise di scrivere al fratello, scongiurandolo di venir subito a riprendersela, a liberarla da quella galera, o con le buone o con le cattive.
Lieto della chiamata del principe di Laurentano, Ignazio Capolino si disponeva a scendere a Colimbètra, quando nella saletta d'ingresso udì la vecchia serva respingere sgarbatamente qualcuno, che chiedeva di lui.
Si fece avanti, sporse il capo a guardare, vide due donne vestite di nero, con uno scialle pur nero in capo, stretto attorno al viso pallido e smunto.
Erano le due figliuole del Pigna, Mita e Annicchia.
Capolino, come intese il nome, le fece entrare nel salotto e, dopo averle costrette a sedere, domandò loro che cosa desiderassero.
Per pudore della loro miseria e per sostenere con dignità il cordoglio, resistevano entrambe alla commozione irrompente.
Lo sforzo che facevano per non piangere, intanto, e la suggezione, impedivano la voce.
E tutte e due stropicciavano forte, sotto lo scialle nero, il pollice della mano sinistra sulla costa dell'ultima falange dell'indice, ottusa, incallita, annerita e bucherata dall'assiduo passaggio dell'ago e del filo, quasi che soltanto nella sensibilità perduta di quel dito potessero trovar la forza e il coraggio di parlare.
Alla fine, Mita, levando appena gli occhi offuscati, riuscì a dire:
- Signor deputato, siamo venute a pregarla...
E l'altra subito suggerì, corresse:
- Le diamo l'incomodo...
col dolore che deve avere in sé...
- Dite, dite pure, - le esortò Capolino.
- Sono qua ad ascoltarvi.
- Sissignore, ecco...
Vossignoria saprà, - riprese Mita facendosi improvvisamente rossa in viso, - che nostro padre e il Lizio, che è...
- Marito d'una nostra sorella, - tornò a suggerire Annicchia.
Mita le rivolse con gli occhi un pietoso rimprovero.
- Sono stati arrestati, signor deputato!
- Innocenti, signor deputato, innocenti!
- Siamo testimonie noi, che non sapevano nulla, proprio nulla del fatto...
Capolino, confuso tra l'ansia affannosa e incalzante con cui le due sorelle ora parlavano, domandò:
- Di qual fatto?
- Come! - fece Mita.
- Del fatto, che vossignoria, purtroppo...
- Oh Signore! - esclamò Annicchia.
- Ce ne trema ancora il cuore.
E Mita riprese:
- Sono stati arrestati anch'essi, innocenti come Cristo...
Siamo testimonie noi, che sono rimasti sbalorditi e senza fiato, quando se ne sparse la notizia; non sapevano nulla di nulla...
- E vossignoria può credere, - aggiunse Annicchia, - che non avremmo avuto il coraggio di venire qua a parlarne a vossignoria, se non fossimo più che sicure che sono innocenti...
E Mita con gli occhi bassi, tremante:
- La sua signora, disse, noi l'abbiamo servìta e sappiamo quant'era buona...
signora affabile...
e bella, oh quant'era bella...
che pena!
Capolino strizzò gli occhi, si torse un po' sulla seggiola, e domandò con voce grossa:
- Avete avuto una perquisizione in casa?
- Sissignore, - risposero a una voce le due sorelle.
Seguitò Mita: - Guardie, delegati, giudici...
come tanti diavoli..
hanno messo tutto sossopra..
- E che hanno trovato?
- Niente!
- Oh Maria, proprio niente...
Qualche lettera...
giornali...
l'elenco dei socii.
- Socii per modo di dire...
non veniva nessuno...
- Libri...
carte...
si son portato via tutto...
anche un capo di biancheria, signor deputato, con una goccia di sangue che m'ero fatto io, qua al dito, cucendo...
Capolino si strinse la bocca con una mano sotto il naso, e rimase un pezzo accigliato, a pensare; poi disse:
- Se non verrà fuori qualche compromissione...
- Ah, nossignore! - esclamò subito Mita.
- Col fatto per cui sono stati arrestati, nessuna; certo nessuna! Vossignoria può crederlo...
- Non saremmo venute da vossignoria...
- ripeté Annicchia.
Capolino tese le mani per fermarle, si raccolse di nuovo a pensare.
- Sapete, - poi domandò - che io non sono benvisto dall'autorità? Sapete che, per scusare trenta e più anni di malgoverno, si vuol far credere che tutti questi torbidi in Sicilia siano suscitati sotto sotto dal partito clericale, a cui io appartengo?
- Vossignoria...
ma come! disse Annicchia, con le mani giunte.
- Se vossignoria ha avuto...
se a vossignoria...
- Tanto più! Tanto più! - troncò Capolino.
- Diranno: «Ecco, vedete che c'è l'accordo? Il cuore è una cosa; la politica, un'altra! Viene lui, lui stesso, a intercedere per gli arrestati».
Così diranno!
Le due sorelle restarono smarrite, oppresse.
- E come si può credere una tal cosa?...
- domandò.
- Ma non la credono affatto! - rispose con un sorriso di sdegno Capolino.
- Fingono di credere! È la loro scusa.
E io, andando, voi lo capite, farei il loro gioco, senza ottenere nulla per voi.
Proprio cosí! Anche nel 1866, che voi altre non eravate neppur nate, la sommossa popolare a causa delle iniquità politiche e amministrative, fu addebitata a questo capro espiatorio del partito clericale.
È la scusa più comoda, per i governanti, e di sicuro effetto!
Le due sorelle rimasero un pezzo in silenzio, assorte, quasi a veder la speranza che le aveva condotte lì, rintanarsi nella pena, cacciata da una ragione inattesa che non riuscivano a intendere chiaramente.
- C'eravamo figurate, - disse poi Mita, - che se vossignoria avesse detto una parola...
non solo di fronte all'autorità...
ma anche per il paese...
Viviamo del lavoro che facciamo noi due, io e questa mia sorella...
Nessuno ce ne vuol più dare adesso, perché tutti, per quest'arresto, credono che nostro padre e nostro cognato siano complici nel fatto che giustamente ha indignato tutto il paese...
Ora, se vossignoria, che è stato più di tutti offeso, dice una parola...
l'innocenza...
- E c'è anche questo, signor deputato! - proruppe Annicchia, non riuscendo più a trattenere le lagrime, - che nostra sorella, signor deputato, quando sono venute le guardie ad arrestare il marito e nostro padre, aveva il bambinello attaccato al petto.
Le si è attossicato il latte, signor deputato; e ora il bambino sta morendo, e non sappiamo come curarlo; e nostra sorella pare impazzita per il figlio che le muore, col padre in carcere! Siamo rimaste cinque sorelle in casa; ci volgiamo da tutte le parti e non sappiamo che ajuto darle...
Per questo siamo venute qua, a supplicarla, signor deputato!
Capolino s'alzò, come sospinto dalla commozione.
- Vedrò...
vedrò di fare qualche cosa...
- disse.
- Datemi un po' di tempo...
Bisogna che veda..
per la mia...
dico per la mia responsabilità politica...
Il cuore, ve l'ho detto, è una cosa; la politica, un'altra...
Ma vedrò...
non m'impegno...
Quietatevi, quietatevi...
e coraggio, figliuole mie...
È un momento orribile per tutti, credete...
e nessuno riesce a vederci uno scampo...
Le accompagnò, così dicendo, fino alla saletta d'ingresso non volle scuse né ringraziamenti; richiuse pian piano la porta alle loro spalle.
Pur senz'alcuna fiducia in quella vaga promessa d'ajuto, le due sorelle, appena uscite su la via, provarono un certo sollievo per il passo che avevano fatto, quasi un'ebbrezza d'aver saputo parlare, per cui si sentirono alquanto riconfortate.
Ma presto, pensando al luogo ove erano avviate, ricaddero nell'avvilimento d'una vergogna scottante.
Si recavano alla Posta a riscuotere un po' di denaro che Celsina aveva mandato da Roma, e di cui non sapevano che pensare...
E altro danaro in quei giorni, poco, oh poco, e frutto d'un'altra vergogna ben nota, veniva dalla sorella maggiore, da Rosa, a quelle loro povere mani logorate dal lavoro e ora forzate dall'ozio, forzate ad accogliere il tristo peso di quei soccorsi non chiesti.
Che agli occhi altrui figurasse d'andare a Colimbètra non di sua volontà, ma chiamato, piaceva molto a Capolino.
Era là, adesso, appesa al ramo una pera, rimasta un tempo acerba alla sua brama; ma che ora, a quanto poteva congetturare da notizie recenti, doveva esser più che matura, lì lì per cadere a una scrollatina cauta e ardita della sua mano.
Sarebbe stato questo, il perfetto compimento della sua vendetta! E tutto pareva meravigliosamente preordinato perché si compisse presto e bene.
Adelaide Salvo figurava nubile tuttora davanti allo stato civile.
L'avrebbe spinta a fuggire con lui a Roma, a riparare in casa della sorella Rosa.
Prudentemente, per raffermar bene il suo diritto di salvatore, si sarebbe prima trattenuto alcuni giorni a Napoli con lei che, poverina, doveva aver tanto bisogno di quegli svaghi che solamente una città come Napoli poteva offrirle.
A Roma, si poteva senza chiasso contrar le nozze civili.
Francesco Vella avrebbe trovato modo di farlo entrare in qualità d'avvocato consulente nell'amministrazione delle ferrovie; e non era detto che non dovesse piacergli che egli, divenuto di nuovo suo cognato, restasse con quella medaglietta ciondolante sul panciotto.
Col tempo anche Flaminio Salvo, per intercessione di don Francesco e di donna Rosa, si sarebbe forse placato e non gli avrebbe attraversato la via.
Il vero punto, adesso era persuadere Adelaide d'affrontar lo scandalo della fuga, in quel momento sciagurato della pazzia della nipote.
Ma monsignor Montoro gli aveva detto che il principe proibiva assolutamente alla moglie di recarsi a Girgenti anche per una visita in casa del fratello.
Un'altra congiuntura maravigliosamente propizia era nell'opera pietosa offerta da quel caro Ninì De Vincentis alla povera ragazza.
Che se Dianella fosse stata portata a Colimbètra presso la zia come il principe aveva proposto, altro che pensare alla fuga, egli non avrebbe potuto più neanche mettervi il piede! Ma poteva bastare ad Adelaide questa vaga speranza, questa magra consolazione da lontano, di sapere inginocchiato innanzi alla nipote demente quel povero San Luigi? In fondo tutto quell'ardore, per quanto sincero, di visitare la nipote, doveva essere un pretesto per uscir da Colimbètra.
Le ragioni delle sue smanie perduravano tutte, esacerbate per giunta da quella proibizione.
Né Flaminio Salvo si sarebbe mai indotto a persuadere il principe di concedere alla sorella quell'uscita.
Bisognava insistere su questo punto, dimostrare ad Adelaide che il fratello non era uomo da venir meno ai patti stabiliti col principe per nessuna considerazione; cosicché ella, perduta ogni speranza nell'ajuto del fratello e vedendosi condannata a struggersi lì nel dispetto e nella noja, non vedesse più altro scampo che in lui, e trovasse nella disperazione il coraggio della fuga.
Questi pensieri e ricordi e propositi rivolgeva in sé Capolino, scendendo da Girgenti a Colimbètra in vettura.
Ma non gli suscitavano dentro né ansia, né calore.
Avvertiva anzi una frigidità nauseosa, come se la vita gli si fosse rassegata; sentiva che quella sua vendetta era per cose che restavano indietro nel tempo, irrevocabili, e già morte nel cuore, e che però non ne avrebbe avuto né gioja, né promessa di bene per l'avvenire.
Vendicava uno che, un giorno, era stato respinto da Adelaide Salvo; ma era più ormai quell'uno? Tante cose non avrebbero dovuto accadere, che purtroppo erano accadute, e di cui sentiva in sé, nel cuore, il peso morto, perché avesse ora qualche gioja della sua vendetta.
E appunto tutte queste cose morte gliela rendevano cosí facile.
Ecco perché sentiva quella frigidità nauseosa.
In Nicoletta Spoto aveva potuto trovare un certo compenso, un rinfranco alla nausea della sua abiezione, per quella e con quella, valeva quasi la pena d'esser vile...
Ma suscitare adesso un nuovo scandalo, fare un affronto a un uomo come don Ippolito Laurentano, per Adelaide Salvo...
Forse però, in fin dei conti, sarebbe stato anche un sollievo per don Ippolito portargli via quella moglie! Sul momento, l'amor proprio ne avrebbe un po' sofferto; ma non era male che a lui così favorito sempre dalla sorte, bello, nobile, ricco, che aveva potuto prendersi il gusto e la soddisfazione di tener sempre alta la fronte, la sorte stessa, ora, all'ultimo, con la mano di lui Capolino, allungasse uno scappellotto, così di passata.
Ancora un'altra agevolazione, e questa davvero inaspettata, e tale da fargli quasi cader le braccia, trovò, appena arrivato alla villa.
Don Ippolito, sdegnato da un canto dalla sfiducia del vescovo, dall'altra al tutto disilluso dalla risposta di Lando, arrivatagli la sera avanti da Palermo, circa la possibilità di venire a un accordo col partito clericale, s'era rifugiato, come in tante altre occasioni bisognoso di conforto, nel culto delle antiche memorie, nell'opera da lungo tempo intrapresa sulla topografia akragantina.
Come per l'acropoli, così per l'emporio d'Akragante, s'era messo contro tutti i topografi vecchi e nuovi, che lo designavano alla foce dell'Hypsas.
Quivi egli invece sosteneva che fosse soltanto un approdo, e che l'emporio, il vero emporio, Akragante, come altre antiche città greche non poste propriamente sul mare, lo avesse lontano, in qualche insenatura che potesse offrire sicuro ricovero alle navi: Atene, al Pireo; Megara attica, al Niseo; Megara sicula, allo Xiphonio.
Ora, qual era l'insenatura piú vicina ad Akragante? Era la così detta Cala della Junca, tra Punta Bianca e Punta del Piliere.
Ebbene là, dunque, nella Cala della Junca, doveva essere l'emporio akragantino.
A questa conclusione era arrivato con la scorta d'un antico leggendario di Santa Agrippina.
Ed era lieto e soddisfatto di una pagina che aveva trovato modo d'inserire nell'arida discussione topografica, per descrivere il viaggio delle tre vergini Bassa, Paola e Agatonica, che avevano recato per mare da Roma il corpo della santa martire dell'imperatore Valeriano.
Non era dubbio che le tre vergini fossero approdate col corpo della santa alla spiaggia agrigentina, in un luogo detto Lithos in greco e Petra in latino, quello stesso oggi chiamato Petra Patella, o Punta Bianca.
Orbene, nell'antico agiografo si leggeva che al momento dell'approdo delle tre vergini un monaco che usciva dal monastero di Santo Stefano nel villaggio di Tyro presso l'emporio, avviato ad Agrigento, s'era fermato, attratto dal soave odore che emanava dal corpo della santa, ed era poi corso alla città ad annunziare quel prodigio al vescovo San Gregorio.
Se, come volevano i vecchi e nuovi topografi, l'emporio era alla foce dell'Hypsas, e dunque pur lì il vicus di Tyro e il monastero di Santo Stefano, come mai quel monaco, avviato ad Agrigento, s'era potuto imbattere a Punta Bianca nelle tre vergini che approdavano col corpo della santa martire? Era del tutto inammissibile.
Il monastero di Santo Stefano di Tyro doveva esser lì, presso Punta Bianca, e dunque pur lì l'emporio.
E la prova piú convincente era nel nome di quel villaggio, uguale a quello della grande città fenicia: Tyro.
Questo nome probabilmente lo avevano dato i Cartaginesi al tempo del loro attivo commercio con gli Akragantini, e tale per qualche monte che doveva sorgere presso il villaggio: tur, difatti, in fenicio significa monte.
Ne sorgeva forse qualcuno presso la foce dell'Hypsas? No; il monte, designato anzi come per antonomasia il Monte Grande, sorge là appunto, presso Punta Bianca, e domina la Cala della Junca.
Don Ippolito, quella mattina per tempissimo, s'era recato a cavallo, con la scorta di Sciaralla e di altri quattro uomini, a visitar più attentamente quei luoghi, e in ispecie la costa di quel Monte Grande, nella contrada detta Litrasi, ove sono certi loculi creduti da alcuni topografi tombe fenicie, ma che a lui parevano molto più recenti e disposti e scavati in uno stile uso in Sicilia al tempo del basso impero, sicché potevano risalire agli anni del vescovado di San Gregorio, cioè al tempo che colà erano sbarcate le tre fedeli vergini Bassa, Paola e Agatonica con la salma odorosa della santa martire Agrippina.
Di ritorno, benché da ogni parte gli si stendessero amenissimi allo sguardo nel tepore quasi primaverile immensi tappeti vellutati di verzura, qua dorati dal sole, là vaporosi di violente ombre violacee, sotto il turchino intenso e ardente del cielo, don Ippolito, guardando le sue mani appoggiate su l'arcione della sella, non aveva pensato più ad altro che alla morte, alla sua scomparsa da quei luoghi, che ormai non doveva essere lontana.
Ma contemplata così, sotto quel sole, in mezzo a tutto quel verde, mentre il corpo si dondolava ai movimenti uguali della placida cavalcatura, la morte non gli aveva ispirato orrore, bensì un'alta serenità soffusa di rammarico e insieme di compiacenza, per la gentilezza e la nobiltà dei pensieri e delle cure, di cui aveva sempre intessuto la sua vita in quei luoghi cari, a cui tra poco avrebbe dato l'ultimo addio.
E s'era immerso a lungo in quel sentimento nuovo di serenità, come per mondarsi del terrore angoscioso ch'essa, la morte, gli aveva cagionato finora, e a cui doveva quelle indegne sue seconde nozze che avevano profanato il decoro della sua vecchiezza, l'austerità del suo esilio.
Poco dopo mezzogiorno, rientrando a Colimbètra, stanco della lunga cavalcata, sorprese nel salone Capolino e donna Adelaide in fitto colloquio: questa, accesa e in lacrime; quello, pallido e in fervida agitazione.
si fermò su la soglia, con un piglio più di nausea che di sdegno.
- Oh, principe...
- fece subito Capolino, levandosi in piedi, smarrito.
- State, state...
- disse don Ippolito, protendendo una mano, più per impedirgli d'accostarsi, che per fargli cenno di restar seduto.
- Non vi chiedo scusa del ritardo, perché la signora, vedo...
mi avrà dipinto anche a voi per un così barbaro uomo, che non vi sarete doluto se vi è mancata finora la mia compagnia...
- No...
la...
la principessa...
veramente...
- barbugliò Capolino.
Don Ippolito s'impostò fieramente e disse con accigliata freddezza:
- Può andare, se vuole.
Ma sappia che ciò che oggi le impedisce di uscire dal cancello della mia villa, le impedirà domani di rientrarvi.
E ora seguitate pure la vostra conversazione.
Si mosse per uscire dal salone.
Capolino tentò di sostenere, innanzi alla donna, la sua dignità maschile, e gli disse dietro, quasi con aria di sfida, ma che poteva anche parer di scusa:
- Voi, principe, mi avete fatto chiamare...
Don Ippolito, già arrivato all'uscio, si voltò appena, tenendo scostata con la mano la portiera:
- Oh, per una cosa da nulla, - disse.
- Ormai...
ubbie! ubbie!
E passò, lasciando ricadere la portiera.
- La risposta...
la risposta...
- proruppe subito donna Adelaide, alzandosi soffocata e con gli occhi tumidi e insanguati dal pianto, - aspetto fino a domani la risposta, o che venga lui qua a dirmi se debbo proprio crepare e farmi pestar la faccia cosí
- Ma certo! ma certo! ma certo! - ribatté Capolino, andandole dietro.
- Come vuoi che Flaminio ti dica...
- Me lo deve dire! - lo interruppe lei, frenetica, mostrando i denti e le pugna.
- Questo mi deve dire, con la sua bocca; e allora sì, allora sì, subito! faccio lo sproposito! sono pronta! faccio lo sproposito!
Entrò in quel punto Liborio, il cameriere favorito del principe, in preda a un'ansia spaventata, e restò un momento perplesso alla vista del pianto e dell'agitazione della signora.
- Eccellenza...
Eccellenza...
- disse, - il signor don Salesio...
- Che cos'è? - domandò con rabbia donna Adelaide.
- Che vuole?
- Niente, eccellenza...
pare che...
E Liborio alzò una mano a un gesto vago, di benedizione.
- Ah, fece allora donna Adelaide, - piantando duramente gli occhi in faccia a Capolino e restando un tratto a guardarlo accigliata e a bocca aperta, come per saper da lui se fosse bene o male, che giusto in quel punto quel poveretto morisse.
- Meglio...
meglio così! - esclamò poi, - meglio cosí, pover'uomo...
Andiamo, Gnazio, andiamo a vederlo...
E corse dietro a Liborio, seguita da Capolino, frastornato e turbato.
- L'ho tenuto qua con me...
- gli diceva, andando, - l'ho trattato...
l'ho curato...
Bella gente siete stati vojaltri, ad abbandonarlo così...
povero vecchio...
Meglio, meglio...
si leva di patire...
Anch'io l'ho trascurato in questi ultimi giorni...
Assassini! Gli hanno dato il colpo di grazia...
Ma anche lui però, bisogna dirlo, mangiava troppo...
troppi dolci...
- Eh sì, eccellenza, - sospirò Liborio, - glielo dicevo anch'io...
troppi...
- Piglia, piglia, Gnazio...
m'è caduto il fazzoletto.
Oh Bella Madre Santissima, che puzzo qui!
E si turò il naso con una mano, restando davanti alla soglia della cameretta in cui il povero vecchio moriva, sostenuto sul letto dal cuoco, accorso alla chiamata di Liborio.
Trattenuti dall'orrore istintivo della morte, ma forse più dal ribrezzo per l'estrema magrezza di quel volto cartilaginoso, dai peli stinti, dai globi degli occhi già induriti sotto le pàlpebre semichiuse, donna Adelaide e Capolino stavano a guardare, ancora lì su la soglia, allorché videro la bocca del moribondo aprirsi, aprirsi sempre più, spalancarsi smisuratamente, come forzata con violenza crudele da una molla interna.
- Oh Dio! - gemette donna Adelaide.
- Perché fa così?
Non aveva finito di dirlo, che da quella bocca springò fuori, di scatto, qualcosa, orribilmente.
Donna Adelaide gettò un grido di raccapriccio e levò le mani quasi a riparo del volto.
Liborio andò a guardare sul letto e, scorgendovi una dentiera aperta:
- Niente, eccellenza! - disse con un sorriso pietoso.
- Ha finito di mangiare...
Il cuoco intanto adagiava sul cuscino il capo esanime del povero vecchio.
CAPITOLO SETTIMO
Nella vasta sala sonora dell'antica cancelleria nel palazzo vescovile, dal tetro soffitto affrescato e coperto di polvere, dalle alte pareti dall'intonaco ingiallito, ingombre di vecchi ritratti di prelati, coperti anch'essi di polvere e di muffa, appesi qua e là senz'ordine sopra armarii e scansìe stinte e tarlate, si levò un brusìo d'approvazioni appena monsignor Montoro, con la sua bella voce dalle inflessioni misurate quasi soffuse di pura autorità protettrice, finì di leggere al capitolo della cattedrale e a molti altri canonici e beneficiali, lì apposta radunati, la pastorale ai reverendi parroci della diocesi su i luttuosi avvenimenti che funestavano la Sicilia e contristavano ogni cuor cristiano.
Da un versetto di San Matteo, Monsignore aveva intitolato quella sua pastorale: Semper pauperes habetis vobiscum.
Era una giornataccia rigida e ventosa di gennajo; e più volte durante la lettura il vescovo e anche gli ascoltatori avevano rivolto gli occhi ai vetri dei finestroni che pareva volessero cedere alla furia urlante della libecciata.
Tutta la lettura calma di quella mansueta omelìa aveva avuto l'accompagnamento sinistro di sibili acuti e veementi, di cupi, lunghi mugolìi che spesso avevano distratto più d'uno, diffondendo nella vasta sala vegliata da quei ritratti antichi impolverati e ammuffiti uno sbigottito rammarico della vanità di quella interminabile esercitazione oratoria.
Parecchi se n'erano stati a guardare attraverso uno di quei finestroni il terrazzino d'una vecchia casa dirimpetto, sul quale un povero matto pareva provasse chi sa che voluttà, forse quella del volo, esposto lì al vento furioso che gli faceva svolazzare attorno al corpo la coperta del letto, di lana gialla, posta su le spalle: rideva con tutto il viso squallido, e aveva negli occhi acuti, spiritati, come un lustro di lagrime, mentre gli scappavan via di qua e di là, come fiamme, le lunghe ciocche dei capelli rossigni.
Quel poverino era il giovane fratello del canonico Batà, il quale si trovava anche lui nella sala, attentissimo in vista alla lettura del vescovo, ma dentro di sé assorto di certo in pensieri estranei che più volte lo avevano fatto gestire comicamente.
Terminata la lettura, quelli tra i più vecchi canonici che conoscevano meglio il debole del loro eccellentissimo vescovo s'affrettarono a circondar la tavola, innanzi alla quale egli stava seduto, per farsi ripetere chi una frase e chi un'altra fra le tante, di cui Monsignore, dal modo con cui le aveva proferite, era parso loro dovesse essere più contento e soddisfatto.
- Quella, quella dell'esercito di Satana, eccellenza, come dice?
- Allude alla massoneria, non è vero, vostra eccellenza? come dice?
E Monsignore, dentro gongolante, ma fuori con un'aria di stanca condiscendenza, abbassando su i chiari occhi ovati quelle sue pàlpebre lievi come veli di cipolla, e crollando il capo in segno di affermazione, e facendo cenno con la mano d'aspettare, cercava nel foglio e ripeteva:
- Malvagia e ria setta...
malvagia e ria setta, che a suo architetto ha scelto il demonio, a gerofante il giudeo...
- Ah, ecco! A gerofante il giudeo! - esclamavano quelli.
- Stupenda espressione, eccellenza! stupenda...
- Gagliarda...
gagliarda...
- Ma che ventaccio, buon Dio! - riprendeva a lamentarsi il vescovo, afflitto, come d'un ingiusto compenso al merito di quella sua fatica.
I più giovani canonici, intanto, che piú di tutti avevano prestato ascolto alla lettura, si scambiavano tra loro occhiate di disgusto per quei vecchi e sciocchi piaggiatori, o di dolorosa rassegnazione per l'accoglienza che il popolo avrebbe fatto a quel vaniloquio che s'aggirava tutto quanto attorno a una non più ingenua che crudele domanda che i reverendi parroci avrebbero dovuto rivolgere ai poveri della diocesi: perché mai la miseria, che sempre era stata e sempre sarebbe stata, solamente ora perturbasse così gli animi e gli ordini e prorompesse in così deplorabili eccessi.
Pareva ad alcuni di quei giovani prelati, che Monsignore avrebbe potuto almeno parafrasare per gli avvenimenti dell'isola l'enciclica recente di S.
S.
Leone XIII, De conditione opificum, nella quale era pur detto che i proprietarii dovessero cessare dall'usura aperta o palliata, e dal tener gli operaj in conto di schiavi, e dal trafficare sul bisogno dei miseri, invece di mostrarsi così avverso a coloro che «osavano attentare all'antica rigidità del diritto quiritario».
Tanto più s'affliggevano del tono di quella pastorale del loro vescovo, in quanto che, proprio il giorno avanti, in difesa dei poveri Pompeo Agrò aveva pubblicato un fiero opuscolo, nel quale, dopo aver paragonato le condizioni della Sicilia a quelle dell'Irlanda, e messo in rilievo il linguaggio e l'atteggiamento assunti da illustri prelati cattolici, inglesi e americani, nelle questioni economiche e sociali del momento, aveva - quasi per sfida - citato l'insolente risposta del reverendo Mac Glynn, curato cattolico di New York, all'invito del suo vescovo di moderare la propaganda rivoluzionaria: «Ho sempre insegnato, Monsignore, e sempre insegnerò, fino all'ultimo respiro, che la terra è di diritto proprietà comune del popolo, e che il diritto di proprietà individuale sul suolo è opposto alla giustizia naturale, quantunque sancito dalle leggi civili e religiose!».
Era quell'opuscolo dell'Agrò tutto un'acerba requisitoria contro l'ignoranza e l'accidia del clero siciliano.
Ed ecco che, a un giorno di distanza, quella pastorale del loro vescovo veniva a darne la prova più schiacciante.
Altri in crocchio si consigliavano, se non fosse prudente mandare più tardi, in segreto, qualcuno dei vecchi più accetti a Monsignore, per fargli notare a quattr'occhi anche l'inopportunità di quella pastorale, ora che in paese correva la voce che, per l'imperversare ovunque della bufera, fosse imminente se non di già avvenuta la proclamazione dello stato d'assedio in tutta la Sicilia.
Si faceva anzi il nome d'un generale dell'esercito, nominato commissario straordinario con pieni poteri; quello stesso che, da alcuni giorni, era sbarcato a Palermo con un intero corpo d'armata.
Si diceva che per prima cosa costui aveva fatto arrestare i membri del Comitato centrale dei Fasci, i quali la sera avanti avevano lanciato un proclama rivoluzionario ai lavoratori dell'isola.
- Sì, sì, eccolo...
l'ho qua in tasca...
è vero! è vero! - disse uno, misteriosamente.
- Or ora, fuori, lo leggeremo...
Ma a frastornare e ad accrescere la curiosità ansiosa di quel crocchio, sopraggiunse in quel punto nella sala, più pallido del solito e anelante, il giovane segretario del vescovo, che recava evidentemente la conferma di quelle gravissime notizie.
Si affollarono tutti attorno alla tavola.
- Proclamato?
- Sì, sì, lo stato d'assedio, proclamato; e ordinato il disarmo della popolazione.
- Anche il disarmo? Oh bene...
bene...
- E arrestati i membri del Comitato centrale dei Fasci, in Palermo.
- Tutti?
- Non tutti; alcuni sono riusciti a fuggire.
Tra questi si dice, anche il figlio del principe di Laurentano.
- Oh Dio, che sento! - gemette il vescovo.
- Già...
c'era anche lui!...
Fuggito? Fuggito?
La notizia non era certa: molti asserivano che anche il Laurentano era stato arrestato.
Subito, del resto, tutta la Sicilia sarebbe occupata militarmente, fin nelle più piccole borgate, cosicché anche quei fuggiaschi sarebbero presi e tratti in arresto.
- Oh Dio, che sento! oh Dio, che sento! - riprese a esclamare Monsignore.
- Ma dunque...
siamo davvero a questo?
Di nascosto, dalla tasca di quel giovine prelato venne fuori il proclama del Comitato, diffuso in gran copia su fogli volanti per tutte le città dell'isola; passò dall'uno all'altro attorno alla tavola; ma molti non sapevano che fos