I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 61
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- Ma per carità! no! no! Non posso permettere che si dicano di queste cose alla mia presenza! Vuoi difendere quegli assassini? Via! Sappiamo tutti che il Salvo era nel suo diritto, chiudendo là le zolfare! Ognuno provvede, come sa e crede, ai proprii interessi.
E, del resto, non si è forse adoperato in tanti modi qua, al risorgimento dell'industria? No, no! Signori miei, vedete? parlo io, io, in questo momento, e arrivo fino a dirvi che egli, dal suo canto, anche come padre, ha creduto di agire per il bene della figliuola! Voi tutti non avete alcuna ragione per non riconoscer questo; potrei non riconoscerlo io, io solo, perché i mezzi di cui si è servito mi hanno distrutto la casa, spezzato la vita! Ma egli mirava, là, al bene di tutti quei bruti; e qua, al bene della sua figliuola!
Dieci, quindici, venti mani si tesero a Capolino, in un prorompimento d'ammirazione per così magnanima generosità; e Capolino si sentì levato d'un cubito sopra se stesso.
- Forse mi vedrò costretto, - soggiunse con triste gravità, - a restituirvi il mandato, di cui avete voluto onorarmi.
- No! no! che c'entra questo? E perché? - protestarono alcuni.
Capolino, sorridendo mestamente, levò le mani ad arrestare quell'affettuosa protesta:
- La condizione mia, - disse.
- Considerate.
Potrei più aver rapporti, non dico di parentela o d'amicizia, ma pur soltanto d'interessi, con Flaminio Salvo? No, certo.
E allora? Devo provvedere a me stesso, signori miei, mentre il mandato che ho da voi esige un'assoluta indipendenza, quella appunto che avevo per i miei ufficii nel banco del Salvo.
Ora...
ora bisognerà che mi raccolga a pensar seriamente ai miei casi.
Non son cose da decidere così su due piedi e in questo momento.
- Ma sì! ma sì! - ripresero quelli a confortarlo a coro.
- Questi sono affari privati! La rappresentanza politica...
- Eh eh...
- Ma che! non c'entra...
- Altra cosa...
- E poi, per ora...
- Per ora, - disse, - mi basta, miei cari, di avervi dimostrato questo: che sono pronto a tutto, e che guardo le cose e la mia stessa sciagura con animo equo e, per quanto mi è possibile, sereno.
Grazie, intanto, a tutti, amici miei.
Più tardi, recatosi al Vescovado a visitar Monsignore, ebbe da questo tali notizie su don Ippolito Laurentano e donna Adelaide, che stimò da abbandonare senz'altro il piano dapprima architettato, e che anzi gli convenisse aspettare il ritorno di Flaminio Salvo da Roma, per recarsi a Colimbètra a tentarne un altro, che già gli balenava, audacissimo.
Flaminio Salvo non volle lasciare a Roma Dianella in qualche «casa di salute», come i medici e la sorella e il cognato gli consigliavano; disse che, se mai, l'avrebbe lasciata in una di queste case a Palermo, per averla più vicina e poterla più spesso visitare; ma la sua casa ormai - soggiunse - poteva pur trasformarsi in uno di questi privati ospizii della pazzia, sotto il governo d'uno o più medici e con l'assistenza di altre infermiere adatte: vi restava egli solo provvisto di ragione; ma sperava che presto, con l'esempio e un po' di buona volontà, la perderebbe anche lui.
Quando fu sul punto di partire, però, si vide costretto a ricorrere a Lando Laurentano, perché gli désse a compagno di viaggio Mauro Mortara, da cui Dianella non avrebbe voluto più staccarsi, e che forse era il solo che avrebbe potuto indurla a uscire da uno stanzino bujo ove s'era rintanata, e a partire.
Lando Laurentano, che si preparava in gran fretta anche lui, chiamato a Palermo dai compagni del Comitato centrale del partito, rispose al Salvo, che avrebbero potuto fare insieme il viaggio, e che la mattina seguente sarebbe venuto con Mauro a prenderlo in casa Vella.
Flaminio Salvo notò nell'aspetto, nella voce, nei gesti del giovane principe una strana agitazione febbrile, e fu più volte sul punto di domandargliene premurosamente il motivo; ma se n'astenne.
Lando Laurentano era in quell'animo per una ragione, a cui il Salvo non avrebbe potuto neppur lontanamente pensare in quel momento: cioè, l'enorme impressione prodotta in tutta Roma dal suicidio di Corrado Selmi.
Se n'era divulgata la notizia la sera stessa, che egli usciva con Mauro da casa Vella.
Il grido d'un giornalajo glien'aveva dato l'annunzio.
Aveva fatto fermar la vettura per comperare il giornale.
Ma, anziché dargli gioja, quell'annunzio improvviso lo aveva in prima stordito.
Aveva ordinato al vetturino d'accostarsi a un fanale, per leggere, non ostante l'impazienza di Mauro; aveva saltato il lungo commento necrologico premesso alle notizie sul suicidio, ed era corso con gli occhi a queste.
Dal racconto del cameriere del Selmi aveva saputo, prima, l'aggressione a mano armata del nipote di Roberto Auriti, quando già il Selmi aveva ingojato il veleno; poi...
ah poi!...
una visita, che il giornalista diceva drammaticissima, al Selmi appena spirato, «d'una dama velata» di cui, per degni rispetti, non si faceva il nome, «accorsa», seguitava il cronista, «ignara del suicidio, forse per dare ajuto e conforto all'amico, dopo la sfida da lui lanciata, la mattina, all'intera assemblea».
Lando Laurentano non aveva avuto alcun dubbio, che quella dama velata fosse donna Giannetta D'Atri, sua cugina; e aveva strappato il giornale, con schifo e con rabbia, gridando al vetturino di correre a casa.
Qua aveva trovato in smaniosa ambascia Celsina Pigna e Olindo Passalacqua, che cercavano disperatamente Antonio Del Re, scomparso dalla mattina.
Eran sembrate così inopportune a Lando in quel momento la vista buffa di quell'uomo, le smaniette di quella ragazza, tutta quell'ansia attorno a lui per la ricerca d'un giovane ch'egli non conosceva e ch'era tanto lontano dai suoi pensieri, che aveva avuto contro il suo solito un violento scatto d'ira.
Aveva chiamato Raffaele, il cameriere, per ordinargli di mettersi a disposizione di quei due, ed era rimasto solo con Mauro.
Questi, interpretando quello scatto come un segno di sprezzante noncuranza per l'arresto del cugino, non s'era potuto trattenere; gli s'era fatto innanzi tutto acceso di sdegno, gridando:
- Me ne voglio andare, subito! ora stesso! Non voglio più guardarvi in faccia!
- Mauro! Mauro! Mauro! - aveva esclamato Lando, scotendo in aria le mani afferrate.
Mauro allora s'era cacciato una mano in tasca, per trarne fuori le medaglie:
- Guardate! Dal petto me l'ero strappate, davanti al delegato, quando ho visto arrestare vostro cugino! Ora quella ragazza è venuta a riportarmele...
Che sangue avete voi nelle vene? È questa la gioventù d'oggi? è questa?
- La gioventù...
- s'era messo a rispondere con veemenza Lando; ma s'era subito frenato, premendosi forte le pugna serrate su la bocca e andando a sedere, coi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani.
La gioventù? Che poteva la gioventù, se l'avara paurosa prepotente gelosia dei vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei l'espiazione rabbiosa, nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione d'ogni orgoglio e lo spettacolo di tante brutture? Ecco come l'opera dei vecchi qua, ora, nel bel mezzo d'Italia, a Roma, sprofondava in una cloaca; mentre su, nel settentrione, s'irretiva in una coalizione spudorata di loschi interessi; e giù, nella bassa Italia, nelle isole, vaneggiava apposta sospesa, perché vi durassero l'inerzia, la miseria e l'ignoranza e ne venisse al Parlamento il branco dei deputati a formar le maggioranze anonime e supine! Soltanto, in Sicilia forse, or ora, la gioventù sacrificata potrebbe dare un crollo a questa oltracotante oppressione dei vecchi, e prendersi finalmente uno sfogo, e affermarsi vittoriosa!
Lando era balzato in piedi per gridare questa sua speranza a Mauro Mortara; ma s'era trattenuto per carità, alla vista di lui che piangeva, con quelle sue pietose medaglie in mano.
Il giorno appresso Antonio Del Re era stato ritrovato.
Olindo Passalacqua era venuto a mostrare a Lando due telegrammi e un vaglia spediti d'urgenza da Girgenti per far subito partire il giovine; ma aveva soggiunto che il Del Re si ricusava ostinatamente di ritornare in Sicilia.
Lando allora aveva pregato Mauro di recarsi a prendere il giovine per invitarlo a partire con loro il giorno appresso e Mauro a questa preghiera si era arreso di buon grado.
Ma come proporgli adesso di viaggiare insieme con Flaminio Salvo?
La mattina per tempo venne al villino di via Sommacampagna Ciccino Vella per concertare il modo di spinger fuori dal nascondiglio Dianella e farla partire.
Guaj, se vedeva il padre! Durante tutto il viaggio non doveva vederlo.
Zio Flaminio e Lando dovevano viaggiare in un altro scompartimento della vettura, senza mai farsi scorgere.
C'era anche quel giovanotto, il Del Re? Bene: tutti e tre, appartati, nascosti.
Mauro e Dianella sarebbero stati soli, nello scompartimento attiguo: tutt'intera una vettura sarebbe stata a loro disposizione.
Fu men difficile, a tali condizioni, persuadere Mauro a render questo servizio al Salvo.
Quando seppe che né ora, a casa Vella, né poi, durante tutto il tragitto, lo avrebbe veduto, e che non si trattava tanto di rendere un servizio a lui quanto un'opera di carità a quella povera fanciulla demente, si arrese aggrondato, e andò avanti con Raffaele in casa Vella.
Non ci fu bisogno né di preghiere né di esortazioni: appena Dianella rivide Mauro, balzò dal nascondiglio e tornò a riaggrapparsi a lui, incitandolo a fuggire insieme.
Si dovette all'incontro stentare a trattenerla un po' per rassettarla alla meglio, ravviarle i capelli scarmigliati, metterle un cappello in capo, perché almeno non desse tanto spettacolo alla gente, in compagnia di quel vecchio che già per suo conto attirava la curiosità di tutti.
Quando l'uno e l'altra, tenendosi per mano, quello col viso tutto scombujato, lo zainetto alle spalle, questa con gli occhi e la bocca spalancati a un'ilarità squallida e vana, i capelli cascanti, scompigliati sotto il cappello assettato male sul capo, attraversarono il salone per andarsene, chi li vide non se ne poté più levar l'immagine dalla memoria.
Che discorsi tennero tra loro, nel viaggio?
Dietro l'usciolino dello scompartimento, il Salvo e il Laurentano, ora l'uno ora l'altro, li intesero conversar tra loro, a lungo, e s'illusero dapprima che tra loro il vecchio e la fanciulla s'intendessero.
Ma sì, a maraviglia s'intendevano, perché l'uno e l'altra, ciascuno per sé, non parlavano se non con la propria follia.
E le due follie sedevano accanto e si tenevano per mano.
- Una donna...
vergogna!...
Non si dice Aurelio...
Signor Aurelio...
Signor Aurelio!...
Ma com'è possibile che l'abbia dimenticato?...
Una così grossa ferita al dito...
Vieni, vieni qua, al bujo...
nell'andito...
Te lo succhio io, il sangue dal dito...
Una donna? Vergogna...
Signor Aurelio...
- Questi...
sono questi, i figli! La nuova gioventù...
Per veder questo, oh assassini, abbiamo tanto combattuto, sacrificato la vita nostra...
per veder questo, donna Dianella! E che ci vado più ad appendere, adesso, sotto la lettera del Generale nel camerone? che ci vado più ad appendere, dopo tutto quello che ho visto?
- Eh, ma chi lo sa l'anno che viene? Il gelso, a marzo, coglie sangue di nuovo...
E allora, quand'è in amore, per gettare, è molle, molle come una pasta, e se ne fa quello che se ne vuole...
Chi lo sa l'anno che viene?
- Incerto il bene, ma certe le pene, figlia mia! Incerto il bene, ma certe le pene!
Così conversavano di là, quei due.
Né Lando né Flaminio Salvo badavano intanto a un altro, di qua con loro, che non diceva nulla, ma che pure non meno di quei due vaneggiava col cervello.
Non vedeva, non sentiva, non pensava più nulla, Antonio Del Re.
La furia della disperazione, con la quale s'era avventato sopra il Selmi, gli aveva come folgorato lo spirito.
Uscito dalla casa del Selmi, era rimasto vuoto, sospeso in una tetraggine attonita, spaventevole; e non ricordava più nulla, dove fosse andato, che avesse fatto, come e dove avesse passato la notte, se proprio la notte, una notte fosse passata.
Non rispondeva a nessuna domanda; forse non udiva.
Vedere, vedeva; stava per lo meno a guardare; ma la ragione non vedeva più, la ragione degli aspetti delle cose e degli atti degli uomini.
Non si era già opposto al suo ritorno in Sicilia; ma a muoversi da sé dal luogo ove i piedi lo avevano condotto e la stanchezza accasciato.
Si era mosso, allorché Mauro lo aveva strappato per il petto; ma senza udir nulla di quanto quegli gli aveva detto della nonna e della mamma.
Il Passalacqua e Celsina lo avevano accompagnato, la mattina, al villino di Lando; prima di partire aveva veduto Celsina sorridere a Ciccino Vella, accettarne il braccio, montare in carrozza con lui e col Passalacqua: tutto questo aveva veduto, e più là, col pensiero; e nulla, più nulla gli s'era rimosso dentro.
Quando, passato lo stretto di Messina, Lando Laurentano scese dal treno per proseguire su un altro alla volta di Palermo, Flaminio Salvo provò una certa costernazione al pensiero di restar solo nella vettura per un'intera giornata fino a Girgenti con quel giovane a lui ignoto, che due giorni avanti aveva levato il pugnale per uccidere il Selmi, e che ora gli teneva gli occhi addosso con tanta fissità di sguardo, tra il torvo e l'insensato.
Ecco, con tre pazzi egli viaggiava; e forse non meno pazzo di questi tre era quello or ora sceso dal treno con l'intenzione di mettere a soqquadro tutta l'isola! Lui solo, dunque, per terribile condanna, doveva serbare intatto il privilegio di non aver minimamente velata, offuscata, né per rimorso, né per pietà, né più da alcun affetto, né più da alcuna speranza, né più da alcun desiderio, quella lucida, crudele limpidità di spirito? Lui solo.
E, come per assaporare lo scherno della sua sorte, si accostò ancora una volta all'usciolino dello scompartimento, con l'orecchio allo spiraglio, ad ascoltare i discorsi vani del vecchio e della figliuola.
Appena Mauro Mortara, arrivato a Girgenti, poté strapparsi dalle braccia di Dianella Salvo, corse di furia alla casa di donna Caterina Laurentano.
Vi trovò Antonio Del Re ancora tra le braccia della madre che invano, stringendolo, scotendolo, smaniando, cercava di spetrarlo.
Come Anna vide entrar Mauro, gli corse incontro, lasciando il figlio:
- Che ha? Che ha? Ditemi voi che ha! Che gli hanno fatto?
Ma il Mortara le scostò le braccia e gridò più forte di lei:
- Vostra madre? Dov'è vostra madre?
Sopravvenne Giulio, in pochi giorni invecchiato di dieci anni.
Negli occhi, nelle braccia protese aveva la speranza di aver da Mauro qualche notizia precisa sull'arresto di Roberto, sul suicidio del Selmi, se questi veramente avesse lasciato qualche dichiarazione in favore del fratello, come dicevano i giornali.
Dal nipote non aveva potuto saper nulla, per quanto, tra le braccia della madre, lo avesse furiosamente scrollato per farlo parlare.
Ma il Mortara scostò anche lui, ripetendo, testardo e violento:
- Vostra madre? Non so nulla! So che l'hanno arrestato sotto i miei occhi! Non voglio veder nessuno! Voglio vedere lei sola!
Giulio restò perplesso, se permettergli d'entrare nella camera della madre, così all'improvviso.
Dal giorno che egli, sotto l'urgenza della necessità, vincendo ogni riluttanza, dapprima con circospezione, poi risolutamente, con crudezza, le aveva detto che bisognava si recasse dal fratello Ippolito per salvare il figlio, era caduta, di schianto, in un attonimento quasi di apatia, come se la vista di tutte le cose intorno le si fosse a un tratto vuotata d'ogni senso.
Non un gesto, non una parola.
Più niente.
E quella immobilità e quel silenzio avevano avuto fin da principio un che di così assoluto e invincibile, che né un gesto, né una parola eran più stati possibili agli altri per scuoterla o esortarla.
Giulio sapeva che avrebbe ucciso la madre, parlando.
E difatti, ecco, subito, parlando, l'aveva uccisa.
Ella non poteva andare dal fratello per salvare il figlio: sarebbe stata la sua morte.
Ed ecco, era morta.
Tanto egli quanto Anna avevano sperato, dapprima, che non volesse più muoversi né parlare; non che, veramente, non potesse.
Ma ben presto s'erano accorti che non poteva.
Pure, una lieve contrazione rimasta su la fronte, tra ciglio e ciglio, diceva chiaramente che, anche potendo, non avrebbe voluto.
La avevano sollevata di peso dalla seggiola e adagiata sul letto.
Erano di morte la immobilità e il silenzio; soltanto, ancora, non era fredda.
E per impedire che anche quel freddo le sopravvenisse, si erano affrettati a coprirla bene sul letto, con mani amorose, piangendo.
L'ultima crudeltà doveva compiersi così sopra di lei, e, perché fosse più iniqua, per mano stessa dei figli.
Ora, vegliandola e piangendo, i figli le dimostravano, o piuttosto dimostravano a se stessi, che non erano stati loro a compierla.
Se ella, per tutto ciò che aveva fatto, non poteva pagare per il figlio, bisognava che pagasse così, ora.
Giulio lo sapeva; e, pur sapendolo, non aveva potuto impedirlo.
Doveva parlare, spingerla a quella morte, darle il crollo.
L'aveva poi raccolta su le braccia, e ora le rincalzava le coperte e le stringeva attorno alle braccia lo scialle nero di lana, per ripararla dall'ultimo freddo, e andava in punta di piedi, perché nessun rumore arrivasse più a quel silenzio.
Anche il volo d'una mosca sarebbe stato di più, ora, oltre a quello che egli aveva fatto, perché doveva.
Un pensiero, se non fosse anche di più la sua vita, il suo respiro, dopo quello che aveva fatto, gli era anche passato per la mente.
Fuori di quella madre, fuori della Sicilia, egli, fin da giovinetto, aveva preso mondo.
Era vissuto senza né ricordi, né affetti, né aspirazioni, quasi giorno per giorno: freddo, svogliato, ironico, sdegnoso.
D'improvviso, quando men se l'aspettava, il destino della sua famiglia aveva allungato una spira a involgerlo, a invilupparlo, e lo aveva attratto a sé e piombato là, a rinsertarsi, a riaffiggersi alla radice, da cui s'era strappato; a sentire tutto ciò che non aveva voluto mai sentire, a ricordarsi di tutto ciò di cui non aveva voluto mai ricordarsi.
La fine di colei, che aveva sempre e tutto sentito, e di tutto e sempre si era ricordata, schiantata ora dall'urto con cui egli era tornato a inviscerarsi in lei, non doveva essere adesso anche la sua fine? Schiantato il tronco, schiantati i rami.
Nel tetro squallore della casa, era rimasto inorridito del suo apparire a se stesso coi sentimenti e i ricordi tutti di quella madre.
Ma gli era apparsa anche Anna, la sorella: il ramo che non s'era mai staccato da quel tronco; che miseramente una volta sola, per poco, era fiorito, per dare il frutto ispido e attossicato di quel figlio, in cui neanche l'amore della madre riusciva a penetrare.
E fratello e sorella si erano stretti, allora, fusi in un abbraccio d'infinita tenerezza, d'infinita angoscia, all'ombra della tetra casa, assaporando la dolcezza del pianto che li univa per la prima volta e che pur rompeva loro il cuore.
Egli doveva vivere per quella sorella e per quel ragazzo.
La notizia dell'arresto di Roberto, ormai inevitabile, attesa da un momento all'altro, era finalmente arrivata insieme con quella del suicidio di Corrado Selmi, ma vaga, ristretta in poche righe nei giornali siciliani, come una notizia a cui i lettori non avrebbero dato importanza, presi com'erano tutti, allora, dalla morbosa curiosità di conoscere fin nei minimi particolari l'eccidio d'Aragona.
La trepidazione di Anna per il figlio solo a Roma, il pensiero dell'ajuto da portare a Roberto avevano spinto dapprima Giulio a ritornar subito alla Capitale.
Ma come abbandonar la madre in quello stato, sola lì con Anna che s'aggirava per le stanze chiamando il figlio, quasi forsennata? E che ajuto avrebbe potuto portare a Roberto? L'unico ajuto possibile sarebbe stato il denaro, il rimborso alla banca di quelle quarantamila lire, così che tutti potessero credere che queste fossero state prese da lui, per bisogni suoi.
Il suicidio del Selmi ora, avrebbe forse aperta la porta del carcere a Roberto, ma gli sarebbe rimasta, incancellabile, dopo la denunzia e l'arresto, la macchia d'una losca complicità.
Quanti avrebbero creduto, domani, che disinteressatamente egli si fosse prestato a contrarre il debito, sotto il suo nome, per conto d'un altro? La dichiarazione del Selmi, se davvero esisteva come i giornali asserivano, non sarebbe valsa a cancellare del tutto quella macchia.
Di là, nella camera della madre, c'era il canonico Pompeo Agrò, che da tanti giorni, per ore e ore, non si staccava dalla poltrona a pie' del letto, fissi gli occhi nella faccia spenta della giacente, forse con la speranza di scoprirvi un indizio che ella - non avendo più nulla da dire agli uomini - desiderasse per suo mezzo comunicare con Dio.
Più d'una volta con profonda voce l'aveva chiamata per nome, a più riprese, senza ottener risposta.
Giulio disse a Mauro di attendere un poco: voleva consigliarsi con l'Agrò, se questi désse più peso alla sua speranza o al suo timore che la vista o la voce del Mortara, scotendo la madre da quel torpore di morte, potessero farle bene o male.
- Credo, - gli rispose l'Agrò, - che non ci sia più né da sperare né da temere.
Non avvertirà nulla.
Provate.
Tanto se dura così, è la morte lo stesso.
Mauro entrò come un cieco nella camera quasi al bujo, chiamando forte, con affanno di commozione:
- Donna Caterina...
donna Caterina...
Restò, davanti al letto, alla vista di quella faccia volta al soffitto, sui guanciali ammontati, cadaverica, con gli occhi che s'immaginavano torbidi e densi di disperata angoscia sotto la chiusura perpetua delle gravi pàlpebre annerite, con una ostinata, assoluta volontà di morte negli zigomi tesi, nelle tempie affossate, nelle pinne stirate del naso aguzzo, nelle livide, sottili labbra, non solo serrate, ma anche in qualche punto attaccate dall'essiccamento degli umori.
- Oh figlia...
oh figlia...
- esclamò.
- Donna Caterina...
sono io...
Mauro...
il cane guardiano di vostro padre...
Guardatemi...
aprite gli occhi...
da voi voglio essere guardato...
Aprite gli occhi, donna Caterina; guardando me, guardate la vostra stessa pena...
Sentitemi: debbo dirvi una cosa...
torno da Roma...
Urtando contro la rigida impassibilità funerea della morente, la commozione di Mauro Mortara si spezzò a un tratto in striduli singhiozzi, molto simili a una risata.
L'Agrò e Giulio, anch'essi piangenti, se lo presero in mezzo, e, sorreggendolo per le braccia, lo trassero fuori della camera.
La morente, rimasta sola nell'ombra, immobile su i guanciali ammontati, udì tardi la voce, come se questa avesse dovuto far molto cammino per raggiungerla nelle profonde lontananze misteriose, ove già il suo spirito s'era inoltrato.
E da queste lontananze, in risposta a quella voce, tardi venne alle sue pàlpebre chiuse una lagrima, ultima, che nessuno vide.
Sgorgò da un occhio; scorse su la gota; cadde e scomparve tra le rughe del collo.
Quando Pompeo Agrò tornò a sedere su la poltrona a pie' del letto, né più nell'occhio, né più su la gota ve n'era traccia.
Donna Caterina era morta.
CAPITOLO SESTO
Per donna Adelaide e don Ippolito Laurentano era cominciato, fin dalla prima sera che eran rimasti soli nella villa di Colimbètra, un supplizio previsto da entrambi difficilissimo da sopportare, per quanta buona volontà l'uno e l'altra ci avrebbero messo.
Appena andati via gl'invitati alla cerimonia nuziale, don Ippolito, con molto garbo prendendole una mano, ma pur senza guardargliela per non avvertire quanto fosse diversa da quella tenuta un tempo tra le sue (pallida e lunga mano morbida, tenera e lieve!), aveva cercato di farle intendere il bene che da lei si riprometteva in quella solitudine d'esilio, di cui supponeva le dovessero esser note le ragioni, se non tutte, almeno in parte.
Il discorso tenuto sul terrazzo, davanti alla campagna silenziosa, già invasa dal bujo della notte, era stato, in verità, un po' troppo lungo e un tantino anche faticoso.
La povera donna Adelaide, oppressa dalla violenza di tanti sentimenti nuovi durante quella giornata, e ora da tutta quell'ombra e da quel silenzio che le vaneggiavano intorno e le rendevano più che mai soffocante l'ambascia per ciò che misteriosamente incombeva ancora su la sua «terribile signorinaggine», a un certo punto, per quanto si fosse sforzata, non aveva potuto udir più nulla di quel pacato interminabile discorso.
Aveva avuto l'impressione che esso, proprio fuor di tempo, la volesse trarre per forza quasi in una cima di monte altissima e nebbiosa, dalla quale le sarebbe stato difficile se non addirittura impossibile, ridiscendere ancora in grado di resistere ad altre sorprese, ad altre emozioni che quella notte certamente le apparecchiava.
Non per cattiva volontà, ma per l'aria, ecco, per l'aria che, a un certo punto, cominciava a sentirsi mancare, non le era stato mai possibile prestare ascolto a lunghi discorsi.
Oh, buon Dio, e perché poi prendere di questi giri così alla lontana, se alla fine pur sempre bisognava ridursi a fare, su per giù, le stesse cose, quelle che la natura comanda? Che brutto vizio, buon Dio! E senz'altro effetto che la stanchezza e la stizza.
Anche la stizza, sì.
Perché le cose da fare sono semplici, e da contarsi tutte su le dita d'una mano; cosicché, alla fine, ciascuno deve riconoscere che tutto quel girare attorno a esse, non solo è inutile, ma anche sciocco e dannoso, in quanto che poi, per la stanchezza appunto e con la stizza di questo riconoscimento, si fanno tardi e si fanno male.
Dapprima s'era messa a guardare, con occhi tra imploranti e spaventati, il principe, o piuttosto, quella sua lunga, lunghissima barba.
Poi, nell'intronamento, aveva sentito un prepotente bisogno di ritirare la mano e di soffiare, di soffiare un poco almeno, non potendo sbuffare, non potendo gridare per dare uno sfogo alla soffocazione e alle smanie.
Alla fine, era riuscita a vincere l'intronamento: gli orecchi le si erano rifatti vivi un istante, ma per fuggire lontano, per afferrarsi a un qualche filo di suono, nell'oscurità della notte, che le avesse dato sollievo, distrazione.
Veniva dalla riviera, laggiù laggiù, invisibile, un sordo borboglìo continuo.
E tutt'a un tratto, proprio nel punto che il discorso del principe s'era fatto più patetico, donna Adelaide era uscita a domandargli:
- Ma che è, il mare? si sente così forte, ogni notte?
Don Ippolito, dapprima stordito (il mare? che mare? -) si era poi sentito cascar le braccia:
- Ah sì...
è il mare, è il mare...
E le aveva lasciato la mano e si era scostato.
Donna Adelaide, imbarazzata, non sapendo come rimediare alla evidente mortificazione del principe per quella domanda inopportuna, era rimasta come appesa balordamente alla sua domanda.
La risposta s'era fatta aspettare un po'; alla fine era arrivata da lontano, grave:
- Grida così, quand'è scirocco...
Quella remota voce del mare era a lui cara e pur triste.
Tante volte, nella pace profonda delle notti, gli aveva dato angoscia e compagnia.
Abbandonato su la sedia a sdrajo, s'era lasciato cullare da quel cupo fremito continuo delle acque che gli parlavano di terre lontane, d'una vita diversa e tumultuosa ch'egli non avrebbe mai conosciuta.
S'era sentito ripiombare tutt'a un tratto da quel richiamo nella profondità della sua antica solitudine.
Come più riprendere il discorso, adesso? E, d'altra parte, come rimaner così in silenzio, lasciar lì discosta nel terrazzo quella donna che ora gli apparteneva per sempre e che s'era affidata alla sua cortesia, in quella solitudine per lei nuova e certo non gradita? Bisognava farsi forza, vincere la ripugnanza e riaccostarsi.
Ma certo, ormai, di non potere entrare con lei in altra intimità che di corpo, don Ippolito s'era domandato amaramente qual altro effetto questa intimità avrebbe potuto avere, se non lo scàpito irreparabile della sua considerazione.
E difatti, quella notte...
Ah, la povera donna Adelaide non avrebbe potuto mai immaginare un simile spettacolo, di pietà a un tempo e di paura! Le veniva di farsi ancora la croce con tutt'e due le mani.
Ah, Bella Madre Santissima! Un uomo con tanto di barba...
un uomo serio...
Dio! Dio! Lo aveva veduto, a un certo punto, scappar via, avvilito e inselvaggito.
Forse era andato a rintanarsi di notte tempo nelle sale del Museo, a pianterreno.
E lei era rimasta a passare il resto della notte, semivestita, dietro una finestra, a sentire i singhiozzi d'un chiú innamorato, forse nel bosco della Civita, forse in quello più là, di Torre-che-parla.
Meno male che, la mattina dopo, la vista della campagna e dello squisito arredo della villa l'aveva un po' racconsolata e rimessa anche in parte nelle consuete disposizioni di spirito, per cui volentieri, ove non avesse temuto di far peggio, si sarebbe lei per prima riaccostata al principe a dirgli, così alla buona, senza stare a pesar le parole, che, via, non si désse pensiero né afflizione di nulla, perché lei...
lei era contenta, proprio contenta, così...
Le aveva fatto pena quel viso rabbujato! Pover'uomo, non aveva saputo neanche alzar gli occhi a guardarla, quando a colazione si era rimesso a parlarle.
Ma sì, ma sì, certo: era una condizione insolita, la loro: trovarsi così, a essere marito e moglie, quasi senza conoscersi.
A poco a poco, certo, sarebbe nata tra loro la confidenza, e...
ma sì! ma sì! certo!
S'era accorta però che, dicendo così, le smanie del principe erano cresciute, s'erano anzi più che più esacerbate; e con vero terrore aveva veduto riapprossimarsi la notte.
Per parecchie notti di fila s'era rinnovato questo terrore; alla fine aveva ottenuto in grazia d'esser lasciata in pace, a dormir sola, in una camera a parte.
Se non che, il giorno dopo, era sceso a Colimbètra monsignor Montoro a farle a quattr'occhi un certo sermoncino.
E allora lei, di nuovo: - Oh Bella Madre Santissima! Ma che!...
no...
Ah, come?...
che?...
che doveva far lei?...
Gesù! Gesù!...
Alla sua età, smorfie, moine? Ah! questo mai! no no! no no! questo mai! Non erano della sua natura, ecco.
E, del resto, perché? Non si poteva restar così? Non chiedeva di meglio, lei.
Che faccia aveva fatto Monsignore! E la povera donna Adelaide, da quel momento in poi, non aveva saputo più in che mondo si fosse o, com'ella diceva, aveva cominciato a sentirsi «presa dai turchi».
Ma come? il torto era suo?
Il principe, tutto il giorno tappato nel Museo, non s'era più fatto vedere, se non a pranzo e a cena, rigido aggrondato taciturno.
Aria! aria! aria! Sì, ce n'era tanta, lì: ma per donna Adelaide non era più respirabile.
E il bello era questo: che della soffocazione, avvertita da lei, le era parso che dovessero soffrire tutte le cose, gli alberi segnatamente! Sul principio dei tre ripiani fioriti innanzi alla villa c'era da più che cent'anni un olivo saraceno, il cui tronco robusto, pieno di groppi e di nodi, per contrarietà dei venti o del suolo, era cresciuto di traverso e pareva sopportasse con pena infinita i molti rami sorti da una sola parte, ritti, per conto loro.
Nessuno aveva potuto levar dal capo a donna Adelaide che quell'albero, così pendente e gravato da tutti quei rami, soffrisse.
- Oh Dio, ma non vedete? soffre! ve lo dico io che soffre! poverino!
E lo aveva fatto atterrare.
Atterrato, guardando il posto dove prima sorgeva:
- Ah! - aveva rifiatato.
- Così va bene! L'ho liberato.
Né s'era fermata qui.
Altre prove di buon cuore aveva dato, le sere senza luna, durante la cena, verso le bestioline alate che il lume del lampadario attirava nella sala da pranzo.
Un certo Pertichino, ragazzotto di circa tredici anni, figlio del sergente delle guardie, era incaricato di star dietro la sedia di donna Adelaide e di dar subito la caccia a quelle bestioline, appena entravano.
Se non che, Pertichino spesso si distraeva nella contemplazione dei grossi guanti bianchi di filo, in cui gli avevano insaccato le mani; e donna Adelaide, ogni volta, doveva strapparlo a quella contemplazione con strilli e sobbalzi per lo springare di qualche grillo o per il ronzare di qualche parpaglione.
- Niente! Farfalletta...
Non si spaventi! Eccola qua, farfalletta...
- Povera bestiola, non farla patire: staccale subito la testa; se no, rientra...
Fatto?
- Fatto, eccellenza.
Eccola qua.
- No, no, che fai? non me la mostrare, poverina! Farfalletta era? proprio farfalletta? Povera bestiolina...
Ma chi gliel'aveva detto d'entrare? Con tanta bella campagna fuori...
Ah, avessi io le ali, avessi io le ali!
Come dire che, senza pensarci due volte, se ne sarebbe volata via.
Don Ippolito, per quanto urtato e disgustato, la aveva lasciata fare e dire.
Ma una sera, finalmente, non s'era più potuto tenere.
Erano tutti e due seduti discosti sul terrazzo.
Egli aspettava che su dalle chiome dense degli olivi, sorgenti sul pendìo della collina dietro la ripa, spuntasse la luna piena, per rinnovare in sé una cara, antica impressione.
Gli pareva, ogni volta, che la luna piena, affacciandosi dalle chiome di quegli olivi allo spettacolo della vasta campagna sottostante e del mare lontano, ancora dopo tanti secoli restasse compresa di sgomento e di stupore, mirando giù piani deserti e silenziosi dove prima sorgeva una delle più splendide e fastose città del mondo.
Ora la luna stava per sorgere, s'intravvedeva già di tra il brulichìo dei cimoli argentei degli olivi, e don Ippolito disponeva la sua malinconia attonita e ansiosa a ricevere l'antica impressione insieme con tutta la campagna, ove era un sommesso e misterioso scampanellìo di grilli e gemeva a tratti un assiolo, quando, all'improvviso, dalla casermuccia sul greppo dello Sperone, era scoppiato a rompere, a fracassare quell'incanto, il suono stridulo e sguajato del fischietto di canna di capitan Sciaralla.
Donna Adelaide s'era messa a battere le mani, festante.
- Oh bello! Oh bravo il capitano che ci fa la sonatina!
Don Ippolito era balzato in piedi, fremente d'ira e di sdegno, s'era turati gli orecchi, gridando esasperato:
- Maledetti! maledetti! maledetti!
E, afferrando per le spalle Pertichino e scrollandolo furiosamente, gli aveva ingiunto di correre a gridare a quella canaglia dal ciglio del burrone dirimpetto, che smettesse subito.
- E poi, fuori di qua! fuori dai piedi! Non voglio più vederti! Chi ha qua fastidio delle mosche se le cacci da sé! zitta, da sé! Sono stanco, sono stufo di tutte queste volgarità che mi tolgono il respiro! Basta! basta! basta!
Ed era scappato via dal terrazzo, con gli occhi strizzati e le mani su le tempie.
Fortuna che, pochi giorni dopo, s'era presentato alla villa don Salesio Marullo, con un viso sparuto e quasi affumicato, guardingo e sgomento, a chiedere ajuto e ospitalità.
Era diventato, fin dal primo giorno, cavaliere di compagnia di donna Adelaide, la quale credette che gliel'avesse mandato Iddio.
- Don Salesio, per carità, mangiate! Per carità, don Salesio, rimettetevi subito! Subito, Pertichino, due altri ovetti a don Salesio!
S'era messa a ingozzarlo come un pollo d'India prima di Natale.
Il povero gentiluomo, ridotto una larva, non aveva saputo opporre alcuna resistenza; aveva ingollato, ingollato, ingollato tutto ciò che gli era stato messo davanti, e quasi in bocca, a manate; poi...
eh, poi l'aveva scontato con tremende coliche e disturbi viscerali d'ogni genere, per cui, nel bel mezzo d'uno svago o d'un passatempo concertato con capitan Sciaralla per distrarre la principessa, si faceva in volto di tanti colori e alla fine doveva scappare, non è a dire con quanta sofferenza della sua dignità, per quanto ormai intisichita.
Ma donna Adelaide ne gongolava.
Non potendo nulla contro quella del principe suo marito, per vendetta s'era gettata a fare strazio d'ogni dignità mascolina che le si parasse davanti: anche di quella di Sciaralla il capitano.
Aveva trovato per caso tra le carte della scrivania, nella stanza del segretario Lisi Prèola, una vecchia poesia manoscritta contro il capitano, dove tra l'altro era detto:
Oppur vai, don Chisciottino,
all'assalto d'un molino?
od a caccia di lumache
t'avventuri col mattino,
così rosso nelle brache,
nel giubbon così turchino,
Sciarallino, Sciarallino?
E un giorno, ch'era piovuto a dirotto, appena cessata la pioggia, era scesa nello spiazzo sotto il corpo di guardia dove «i militari» facevano le esercitazioni, e chiamando misteriosamente in disparte capitan Sciaralla, gli aveva ordinato di mandare i suoi uomini, con la zappetta in una mano e un corbellino nell'altra, in cerca di babbaluceddi, ossia delle lumachelle che dopo quell'acquata dovevano essere schiumate dalla terra.
Il povero capitano, a quell'ordine, era rimasto basito.
Come dare militarmente un siffatto comando ai suoi uomini? Perché donna Adelaide, per metterlo alla prova, aveva preteso che quella cerca di lumache avesse tutta l'aria d'una spedizione militare.
- Eccellenza, e come faccio?
- Perché?
- Se perdiamo il prestigio, eccellenza...
- Che prestigio?
- Ma...
capirà, io debbo comandare...
e in momenti come questi...
- Io voglio i babbaluceddi.
- Sì, eccellenza...
piú tardi, quando rompo le file...
- Quando rompete...
che cosa?
- Le file, eccellenza.
- No no! E allora finisce il bello, che c'entra! Io voglio babbaleddi militari!
E non c'era stato verso di farla recedere da quella tirannia capricciosa.
Con quali effetti per la disciplina, Sciaralla il giorno dopo lo aveva lasciato considerare amaramente a don Salesio Marullo, già da un pezzo messo a parte della sua costernazione per le notizie che arrivavano da tutta la Sicilia, del gran fermento dei Fasci, a cui pareva non potessero più tener testa né la polizia, né la milizia, «quella vera».
- Capissero almeno che qua siamo anche noi contro il governo...
Ma no, caro sì-don Salesio: perché sono una lega, non tanto contro il governo, quanto contro la proprietà, capisce?
- Capisco, capisco...
- Vogliono le terre! E se, cacciati dalle città, si buttano nelle campagne? Quattro gatti siamo...
E più diamo all'occhio, perché figuriamo in assetto di guerra, capisce?
- Capisco, capisco.
- Qua, così armati, diciamo quasi noi stessi che c'è pericolo; sfidiamo l'assalto; siamo come un piccolo stato, a cui si può fare benissimo una guerra a parte, mi spiego? E domani il prefetto un'offesa a noi sa come la prenderebbe? come una giusta retribuzione.
Guarderà gli altri, e per noi dirà: «Ah, S.
E.
il principe di Laurentano, vuol fare il re, con la sua milizia? Bene, e ora si difenda da sé!» Ma con che ci difendiamo noi? Me lo dica lei...
Che roba è questa?
- Piano...
eh, con le armi...
- Armi? Non mi faccia ridere! Armi, queste? Ma quando si vuol tener gente così...
e vestita, dico, lei mi vede...
coraggio ci vuole, creda, coraggio a indossare in tempi come questi un abito che strilla così...
e io mi sento scolorir la faccia, quando mi guardo addosso il rosso di questi calzoni.
Dico, sì-don Salesio, che scherziamo? Quando, dico, si sta sul puntiglio di non volersi abbassare a nessuno...
- Forse, - suggeriva, esitante, don Salesio, - sarebbe prudente raccogliere...
- Altra gente? E chi? Sarebbe questo il mio piano! Ma chi? I contadini? E se sono anch'essi della lega? I nemici in casa?
- Già...
già...
- Ma che! L'unica, sa quale sarebbe?...
A voce, non lo disse: con due dita si prese sul petto la giubba; guardingo, la scosse un poco; poi, quasi di furto, fece altri due gesti che significavano: ripiegarla e riporla, e subito domandò:
- Che? No? Lei dice di no?
Don Salesio si strinse nelle spalle:
- Dico che il principe...
forse...
- Eh già, perché non deve portarla lui! Sì-don Salesìo, il cielo s'incaverna, s'incaverna sempre più da ogni parte; e i primi fulmini li attireremo noi qua, con questi ferracci in mano, vedrà se sbaglio!
Scoppiò difatti il fulmine, e terribile, pochi giorni dopo, e fu la notizia dell'eccidio d'Aragona.
Parve che scoppiasse proprio su Colimbètra, poiché lì, per combinazione, sotto lo stesso tetto si trovarono il padre dell'autore principale dell'eccidio, cioè il segretario Lisi Prèola, e il patrigno della vittima, il povero don Salesio.
E lo sbigottimento e l'orrore crebbero ancor più, allorché da Rona, come il rimbombo di quel fulmine caduto così da presso, giunse l'altra notizia dell'impazzimento di Dianella.
Donna Adelaide, colpita ora direttamente dalla sciagura, lasciò d'accoppare con la sua fragorosa e affannosa carità don Salesio e si mise a strillare per conto suo che, con Dianella impazzita a causa di quell'eccidio, non era più possibile che rimanesse lì a Colimbètra il padre dell'assassino! E il principe, per farla tacere, quantunque stimasse ingiusto incrudelire su quel vecchio già atterrato dalla colpa nefanda del figlio, si vide costretto a mandarlo via dalla villa, con un assegno.
Prima d'andare, il Prèola, strascicandosi a stento, col grosso capo venoso e inteschiato ciondoloni, volle baciar la mano anche alla signora principessa e le disse che volentieri offriva ai suoi padroni, per il delitto del figlio, la penitenza di lasciare dopo trentatré anni il servizio in quella casa, compiuto con tanto amore e tanta devozione.
Donna Adelaide, commossa e pentita, cominciò a dare in ismanie e chiamò innanzi a Dio responsabile il principe del suo rimorso per l'ingiusta punizione di quel povero vecchio; sì, il principe, sì, per l'orgasmo continuo in cui la teneva, così che ella non sapeva più quel che si volesse e, pur di darsi uno sfogo, diceva e faceva cose contrarie alla sua natura.
Le sue smanie divennero più furiose che mai, come seppe ch'erano ritornati da Roma suo fratello Flaminio e Dianella.
A monsignor Montoro, sceso a Colimbètra in visita di condoglianza per la morte di donna Caterina, domandò con gli occhi gonfii dal pianto, se gli pareva umano che le si proibisse d'andare a vedere e assistere la nipote, a cui aveva fatto da madre!
Don Ippolito, in quel momento, non era in villa.
S'era recato al camposanto di Bonamorone, poco discosto da Colimbètra, a pregare su la fossa della sorella.
Quando entrò, scuro, nel salone, finse di non vedere il pianto della moglie, e al vescovo che gli si fece innanzi compunto e con le mani tese, disse:
- È morta disperata, Monsignore.
Disperata.
Il figlio in carcere, compromesso con tanti altri di questi patrioti, nella frode delle banche.
E quel Selmi venuto qua padrino avversario del Capolino, ha saputo? s'è ucciso.
Scontano tutti le loro belle imprese! È lo sfacelo, Monsignore! Dio abbia pietà dei morti.
Io mi sento il cuore così arso di sdegno, che non m'è stato possibile pregare.
Un fremito ai ginocchi m'ha fatto levare dalla fossa della mia povera sorella, e mi sono domandato se questo era il momento di pregare e di piangere, o non piuttosto d'agire, Monsignore! Ma dobbiamo proprio rimanere inerti, mentre tutto si sfascia e le popolazioni insorgono? Ha sentito, ha letto nei giornali? Le folle hanno un bell'essere incitate da predicazioni anarchiche; scendendo in piazza a gridare contro la gravezza delle tasse, recano ancora con sé il Crocefisso e le immagini dei Santi!
- Anche quelle, però, del re e della regina, don Ippolito, - gli fece osservare amaramente Monsignore.
- Per disarmare i soldati, queste! - rispose pronto don Ippolito.
- Il segno che l'animo del popolo è ancora con noi, è in quelle! è chiaro in quelle! Sa che mio figlio è in Sicilia?
Monsignore chinò il capo più volte con mesta gravità, credendo che il principe gli avesse fatto quella domanda per chiamarlo a parte d'un dispiacere.
- Ha viaggiato insieme con don Flaminio, - aggiunse con un sospiro, - e con la povera figliuola.
Donna Adelaide ruppe in nuovi e più forti singhiozzi.
Don Ippolito pestò un piede rabbiosamente.
- Bisogna vincere i proprii dolori, - disse con fierezza - e guardar oltre! Saper vivere per qualche cosa che stia sopra alle nostre miserie quotidiane e a tutte le afflizioni che ci procaccia la vita! Io ho scritto a mio figlio, Monsignore, e ho fatto anche chiamare il Capolino per proporgli d'andare ad abboccarsi con lui, se fosse possibile venire a qualche intesa...
- Ma come, don Ippolito? - esclamò, con stupore e afflizione, Monsignore.
- Con quelli che gli hanno or ora assassinato barbaramente la moglie?
Don Ippolito tornò a pestare un piede sul tappeto, strinse e scosse le pugna, e col volto levato e atteggiato di sdegno, fremette:
- Schiavitù! schiavitù! schiavitù! Ah se io non fossi inchiodato qui!
- Ma che siamo sbanditi? davvero sbanditi? - domandò allora, tra le lagrime, donna Adelaide, rivolta al vescovo.
- Chi ci proibisce d'uscire di qui, d'andare dove ci pare, Monsignore?
- Chi? - gridò don Ippolito, volgendosi di scatto, col volto scolorito dall'ira.- Non lo sapete ancora? Monsignore, non ha posto lei chiaramente i patti di queste mie nuove nozze sciagurate? Come non sa ancora costei chi ci proibisce d'uscire di qui?
- Ma in un caso come questo! - gemette donna Adelaide.
- Vado io sola! Egli può restare! Santo Dio, ci vuole anche un po' di cuore, ci vuole!
Monsignor Montoro la supplicò con le mani di tacere, d'usar prudenza.
Don Ippolito si portò e si premette forte le mani sul volto, a lungo; poi mostrando un'aria al tutto cangiata, di profonda amarezza, di profondo avvilimento, disse:
- Monsignore, procuri d'indurre mio cognato a portar qui la figliuola, presso la zia.
Forse la quiete, la novità del luogo le potranno far bene.
- Ah, qui? davvero qui? Ah se viene qui...
- proruppe allora con furia di giubilo donna Adelaide, dimenandosi, quasi ballando sulla seggiola.
- Sì, sì, sì, Monsignore mio.
Sente? lo dice lui! La faccia venire qui, Monsignore, subito subito, qui, la mia povera figliuola!
Lieto della concessione, Monsignore parò le candide mani paffute ad arrestare quella furia:
- Aspettate...
permettete? Ecco...
vi devo dire...
oh, una cosa che mi ha tanto, tanto intenerito...
Qua, sì...
ma aspettate...
vedrete che è meglio lasciare per ora a Girgenti la povera figliuola...
Forse abbiamo un mezzo per guarirla.
Sì, ecco, l'altro jer sera, sapete chi è venuto a trovarmi al vescovado? Il De Vincentis, quel povero Ninì De Vincentis innamorato da lungo tempo della ragazza, lo sapete.
Caro giovine! Oh se l'aveste veduto! In uno stato, vi assicuro, che faceva pietà.
Si mise a piangere, a piangere perdutamente, e mi pregò, mi scongiurò di dire a don Flaminio che si fidasse di lui e lo mettesse accanto alla ragazza, ché egli col suo amore, con la sua calda pietà insistente sperava di scuoterla, di richiamarla alla ragione, alla vita.
Ebbene, che ne dite?
- Magari! - esclamò donna Adelaide.
- E Flaminio? Flaminio?
- Ho fatto subito, jeri mattina, l'ambasciata, - rispose Monsignore.
- E don Flaminio, che conosce il cuore, la gentilezza e l'onestà illibata del giovine, ha accettato la proposta, promettendo al De Vincentis che la figliuola sarà sua se farà il miracolo di guarirla.
Ora il giovine è lì, presso la povera figliuola.
Lasciamola stare, donna Adelaide, e preghiamo Iddio insieme, che il miracolo si compia!
Con questa esortazione, monsignor Montoro tolse commiato.
Per le scale disse a don Ippolito che aveva in animo di mandare una pastorale ai fedeli della diocesi, e che fra qualche giorno sarebbe venuto a fargliela sentire, prima di mandarla.
Don Ippolito aprì le braccia e, appena il vescovo partì con la vettura, andò a rinchiudersi nelle sale del Museo.
Donna Adelaide rimase a piangere, prima di tenerezza per quell'atto del povero Ninì, poi per disperazione, poiché sapeva purtroppo in che conto la nipote tenesse un tempo quel giovine.
Forse, se anche lei avesse potuto esserle accanto, a persuaderla...
chi sa! E cominciò a fremere di nuovo e a struggersi tra le smanie e a sentirsi divorata dalla rabbia per quella barbarie del principe, che la costringeva a star lì.
E perché poi? che cosa rappresentava, che cosa stava a far lì, lei? No, no, no; voleva andar via, scappare, fuggire, o sarebbe anch'essa impazzita! Decise di scrivere al fratello, scongiurandolo di venir subito a riprendersela, a liberarla da quella galera, o con le buone o con le cattive.
Lieto della chiamata del principe di Laurentano, Ignazio Capolino si disponeva a scendere a Colimbètra, quando nella saletta d'ingresso udì la vecchia serva respingere sgarbatamente qualcuno, che chiedeva di lui.
Si fece avanti, sporse il capo a guardare, vide due donne vestite di nero, con uno scialle pur nero in capo, stretto attorno al viso pallido e smunto.
Erano le due figliuole del Pigna, Mita e Annicchia.
Capolino, come intese il nome, le fece entrare nel salotto e, dopo averle costrette a sedere, domandò loro che cosa desiderassero.
Per pudore della loro miseria e per sostenere con dignità il cordoglio, resistevano entrambe alla commozione irrompente.
Lo sforzo che facevano per non piangere, intanto, e la suggezione, impedivano la voce.
E tutte e due stropicciavano forte, sotto lo scialle nero, il pollice della mano sinistra sulla costa dell'ultima falange dell'indice, ottusa, incallita, annerita e bucherata dall'assiduo passaggio dell'ago e del filo, quasi che soltanto nella sensibilità perduta di quel dito potessero trovar la forza e il coraggio di parlare.
Alla fine, Mita, levando appena gli occhi offuscati, riuscì a dire:
- Signor deputato, siamo venute a pregarla...
E l'altra subito suggerì, corresse:
- Le diamo l'incomodo...
col dolore che deve avere in sé...
- Dite, dite pure, - le esortò Capolino.
- Sono qua ad ascoltarvi.
- Sissignore, ecco...
Vossignoria saprà, - riprese Mita facendosi improvvisamente rossa in viso, - che nostro padre e il Lizio, che è...
- Marito d'una nostra sorella, - tornò a suggerire Annicchia.
Mita le rivolse con gli occhi un pietoso rimprovero.
- Sono stati arrestati, signor deputato!
- Innocenti, signor deputato, innocenti!
- Siamo testimonie noi, che non sapevano nulla, proprio nulla del fatto...
Capolino, confuso tra l'ansia affannosa e incalzante con cui le due sorelle ora parlavano, domandò:
- Di qual fatto?
- Come! - fece Mita.
- Del fatto, che vossignoria, purtroppo...
- Oh Signore! - esclamò Annicchia.
- Ce ne trema ancora il cuore.
E Mita riprese:
- Sono stati arrestati anch'essi, innocenti come Cristo...
Siamo testimonie noi, che sono rimasti sbalorditi e senza fiato, quando se ne sparse la notizia; non sapevano nulla di nulla...
- E vossignoria può credere, - aggiunse Annicchia, - che non avremmo avuto il coraggio di venire qua a parlarne a vossignoria, se non fossimo più che sicure che sono innocenti...
E Mita con gli occhi bassi, tremante:
- La sua signora, disse, noi l'abbiamo servìta e sappiamo quant'era buona...
signora affabile...
e bella, oh quant'era bella...
che pena!
Capolino strizzò gli occhi, si torse un po' sulla seggiola, e domandò con voce grossa:
- Avete avuto una perquisizione in casa?
- Sissignore, - risposero a una voce le due sorelle.
Seguitò Mita: - Guardie, delegati, giudici...
come tanti diavoli..
hanno messo tutto sossopra..
- E che hanno trovato?
- Niente!
- Oh Maria, proprio niente...
Qualche lettera...
giornali...
l'elenco dei socii.
- Socii per modo di dire...
non veniva nessuno...
- Libri...
carte...
si son portato via tutto...
anche un capo di biancheria, signor deputato, con una goccia di sangue che m'ero fatto io, qua al dito, cucendo...
Capolino si strinse la bocca con una mano sotto il naso, e rimase un pezzo accigliato, a pensare; poi disse:
- Se non verrà fuori qualche compromissione...
- Ah, nossignore! - esclamò subito Mita.
- Col fatto per cui sono stati arrestati, nessuna; certo nessuna! Vossignoria può crederlo...
- Non saremmo venute da vossignoria...
- ripeté Annicchia.
Capolino tese le mani per fermarle, si raccolse di nuovo a pensare.
- Sapete, - poi domandò - che io non sono benvisto dall'autorità? Sapete che, per scusare trenta e più anni di malgoverno, si vuol far credere che tutti questi torbidi in Sicilia siano suscitati sotto sotto dal partito clericale, a cui io appartengo?
- Vossignoria...
ma come! disse Annicchia, con le mani giunte.
- Se vossignoria ha avuto...
se a vossignoria...
- Tanto più! Tanto più! - troncò Capolino.
- Diranno: «Ecco, vedete che c'è l'accordo? Il cuore è una cosa; la politica, un'altra! Viene lui, lui stesso, a intercedere per gli arrestati».
Così diranno!
Le due sorelle restarono smarrite, oppresse.
- E come si può credere una tal cosa?...
- domandò.
- Ma non la credono affatto! - rispose con un sorriso di sdegno Capolino.
- Fingono di credere! È la loro scusa.
E io, andando, voi lo capite, farei il loro gioco, senza ottenere nulla per voi.
Proprio cosí! Anche nel 1866, che voi altre non eravate neppur nate, la sommossa popolare a causa delle iniquità politiche e amministrative, fu addebitata a questo capro espiatorio del partito clericale.
È la scusa più comoda, per i governanti, e di sicuro effetto!
Le due sorelle rimasero un pezzo in silenzio, assorte, quasi a veder la speranza che le aveva condotte lì, rintanarsi nella pena, cacciata da una ragione inattesa che non riuscivano a intendere chiaramente.
- C'eravamo figurate, - disse poi Mita, - che se vossignoria avesse detto una parola...
non solo di fronte all'autorità...
ma anche per il paese...
Viviamo del lavoro che facciamo noi due, io e questa mia sorella...
Nessuno ce ne vuol più dare adesso, perché tutti, per quest'arresto, credono che nostro padre e nostro cognato siano complici nel fatto che giustamente ha indignato tutto il paese...
Ora, se vossignoria, che è stato più di tutti offeso, dice una parola...
l'innocenza...
- E c'è anche questo, signor deputato! - proruppe Annicchia, non riuscendo più a trattenere le lagrime, - che nostra sorella, signor deputato, quando sono venute le guardie ad arrestare il marito e nostro padre, aveva il bambinello attaccato al petto.
Le si è attossicato il latte, signor deputato; e ora il bambino sta morendo, e non sappiamo come curarlo; e nostra sorella pare impazzita per il figlio che le muore, col padre in carcere! Siamo rimaste cinque sorelle in casa; ci volgiamo da tutte le parti e non sappiamo che ajuto darle...
Per questo siamo venute qua, a supplicarla, signor deputato!
Capolino s'alzò, come sospinto dalla commozione.
- Vedrò...
vedrò di fare qualche cosa...
- disse.
- Datemi un po' di tempo...
Bisogna che veda..
per la mia...
dico per la mia responsabilità politica...
Il cuore, ve l'ho detto, è una cosa; la politica, un'altra...
Ma vedrò...
non m'impegno...
Quietatevi, quietatevi...
e coraggio, figliuole mie...
È un momento orribile per tutti, credete...
e nessuno riesce a vederci uno scampo...
Le accompagnò, così dicendo, fino alla saletta d'ingresso non volle scuse né ringraziamenti; richiuse pian piano la porta alle loro spalle.
Pur senz'alcuna fiducia in quella vaga promessa d'ajuto, le due sorelle, appena uscite su la via, provarono un certo sollievo per il passo che avevano fatto, quasi un'ebbrezza d'aver saputo parlare, per cui si sentirono alquanto riconfortate.
Ma presto, pensando al luogo ove erano avviate, ricaddero nell'avvilimento d'una vergogna scottante.
Si recavano alla Posta a riscuotere un po' di denaro che Celsina aveva mandato da Roma, e di cui non sapevano che pensare...
E altro danaro in quei giorni, poco, oh poco, e frutto d'un'altra vergogna ben nota, veniva dalla sorella maggiore, da Rosa, a quelle loro povere mani logorate dal lavoro e ora forzate dall'ozio, forzate ad accogliere il tristo peso di quei soccorsi non chiesti.
Che agli occhi altrui figurasse d'andare a Colimbètra non di sua volontà, ma chiamato, piaceva molto a Capolino.
Era là, adesso, appesa al ramo una pera, rimasta un tempo acerba alla sua brama; ma che ora, a quanto poteva congetturare da notizie recenti, doveva esser più che matura, lì lì per cadere a una scrollatina cauta e ardita della sua mano.
Sarebbe stato questo, il perfetto compimento della sua vendetta! E tutto pareva meravigliosamente preordinato perché si compisse presto e bene.
Adelaide Salvo figurava nubile tuttora davanti allo stato civile.
L'avrebbe spinta a fuggire con lui a Roma, a riparare in casa della sorella Rosa.
Prudentemente, per raffermar bene il suo diritto di salvatore, si sarebbe prima trattenuto alcuni giorni a Napoli con lei che, poverina, doveva aver tanto bisogno di quegli svaghi che solamente una città come Napoli poteva offrirle.
A Roma, si poteva senza chiasso contrar le nozze civili.
Francesco Vella avrebbe trovato modo di farlo entrare in qualità d'avvocato consulente nell'amministrazione delle ferrovie; e non era detto che non dovesse piacergli che egli, divenuto di nuovo suo cognato, restasse con quella medaglietta ciondolante sul panciotto.
Col tempo anche Flaminio Salvo, per intercessione di don Francesco e di donna Rosa, si sarebbe forse placato e non gli avrebbe attraversato la via.
Il vero punto, adesso era persuadere Adelaide d'affrontar lo scandalo della fuga, in quel momento sciagurato della pazzia della nipote.
Ma monsignor Montoro gli aveva detto che il principe proibiva assolutamente alla moglie di recarsi a Girgenti anche per una visita in casa del fratello.
Un'altra congiuntura maravigliosamente propizia era nell'opera pietosa offerta da quel caro Ninì De Vincentis alla povera ragazza.
Che se Dianella fosse stata portata a Colimbètra presso la zia come il principe aveva proposto, altro che pensare alla fuga, egli non avrebbe potuto più neanche mettervi il piede! Ma poteva bastare ad Adelaide questa vaga speranza, questa magra consolazione da lontano, di sapere inginocchiato innanzi alla nipote demente quel povero San Luigi? In fondo tutto quell'ardore, per quanto sincero, di visitare la nipote, doveva essere un pretesto per uscir da Colimbètra.
Le ragioni delle sue smanie perduravano tutte, esacerbate per giunta da quella proibizione.
Né Flaminio Salvo si sarebbe mai indotto a persuadere il principe di concedere alla sorella quell'uscita.
Bisognava insistere su questo punto, dimostrare ad Adelaide che il fratello non era uomo da venir meno ai patti stabiliti col principe per nessuna considerazione; cosicché ella, perduta ogni speranza nell'ajuto del fratello e vedendosi condannata a struggersi lì nel dispetto e nella noja, non vedesse più altro scampo che in lui, e trovasse nella disperazione il coraggio della fuga.
Questi pensieri e ricordi e propositi rivolgeva in sé Capolino, scendendo da Girgenti a Colimbètra in vettura.
Ma non gli suscitavano dentro né ansia, né calore.
Avvertiva anzi una frigidità nauseosa, come se la vita gli si fosse rassegata; sentiva che quella sua vendetta era per cose che restavano indietro nel tempo, irrevocabili, e già morte nel cuore, e che però non ne avrebbe avuto né gioja, né promessa di bene per l'avvenire.
Vendicava uno che, un giorno, era stato respinto da Adelaide Salvo; ma era più ormai quell'uno? Tante cose non avrebbero dovuto accadere, che purtroppo erano accadute, e di cui sentiva in sé, nel cuore, il peso morto, perché avesse ora qualche gioja della sua vendetta.
E appunto tutte queste cose morte gliela rendevano cosí facile.
Ecco perché sentiva quella frigidità nauseosa.
In Nicoletta Spoto aveva potuto trovare un certo compenso, un rinfranco alla nausea della sua abiezione, per quella e con quella, valeva quasi la pena d'esser vile...
Ma suscitare adesso un nuovo scandalo, fare un affronto a un uomo come don Ippolito Laurentano, per Adelaide Salvo...
Forse però, in fin dei conti, sarebbe stato anche un sollievo per don Ippolito portargli via quella moglie! Sul momento, l'amor proprio ne avrebbe un po' sofferto; ma non era male che a lui così favorito sempre dalla sorte, bello, nobile, ricco, che aveva potuto prendersi il gusto e la soddisfazione di tener sempre alta la fronte, la sorte stessa, ora, all'ultimo, con la mano di lui Capolino, allungasse uno scappellotto, così di passata.
Ancora un'altra agevolazione, e questa davvero inaspettata, e tale da fargli quasi cader le braccia, trovò, appena arrivato alla villa.
Don Ippolito, sdegnato da un canto dalla sfiducia del vescovo, dall'altra al tutto disilluso dalla risposta di Lando, arrivatagli la sera avanti da Palermo, circa la possibilità di venire a un accordo col partito clericale, s'era rifugiato, come in tante altre occasioni bisognoso di conforto, nel culto delle antiche memorie, nell'opera da lungo tempo intrapresa sulla topografia akragantina.
Come per l'acropoli, così per l'emporio d'Akragante, s'era messo contro tutti i topografi vecchi e nuovi, che lo designavano alla foce dell'Hypsas.
Quivi egli invece sosteneva che fosse soltanto un approdo, e che l'emporio, il vero emporio, Akragante, come altre antiche città greche non poste propriamente sul mare, lo avesse lontano, in qualche insenatura che potesse offrire sicuro ricovero alle navi: Atene, al Pireo; Megara attica, al Niseo; Megara sicula, allo Xiphonio.
Ora, qual era l'insenatura piú vicina ad Akragante? Era la così detta Cala della Junca, tra Punta Bianca e Punta del Piliere.
Ebbene là, dunque, nella Cala della Junca, doveva essere l'emporio akragantino.
A questa conclusione era arrivato con la scorta d'un antico leggendario di Santa Agrippina.
Ed era lieto e soddisfatto di una pagina che aveva trovato modo d'inserire nell'arida discussione topografica, per descrivere il viaggio delle tre vergini Bassa, Paola e Agatonica, che avevano recato per mare da Roma il corpo della santa martire dell'imperatore Valeriano.
Non era dubbio che le tre vergini fossero approdate col corpo della santa alla spiaggia agrigentina, in un luogo detto Lithos in greco e Petra in latino, quello stesso oggi chiamato Petra Patella, o Punta Bianca.
Orbene, nell'antico agiografo si leggeva che al momento dell'approdo delle tre vergini un monaco che usciva dal monastero di Santo Stefano nel villaggio di Tyro presso l'emporio, avviato ad Agrigento, s'era fermato, attratto dal soave odore che emanava dal corpo della santa, ed era poi corso alla città ad annunziare quel prodigio al vescovo San Gregorio.
Se, come volevano i vecchi e nuovi topografi, l'emporio era alla foce dell'Hypsas, e dunque pur lì il vicus di Tyro e il monastero di Santo Stefano, come mai quel monaco, avviato ad Agrigento, s'era potuto imbattere a Punta Bianca nelle tre vergini che approdavano col corpo della santa martire? Era del tutto inammissibile.
Il monastero di Santo Stefano di Tyro doveva esser lì, presso Punta Bianca, e dunque pur lì l'emporio.
E la prova piú convincente era nel nome di quel villaggio, uguale a quello della grande città fenicia: Tyro.
Questo nome probabilmente lo avevano dato i Cartaginesi al tempo del loro attivo commercio con gli Akragantini, e tale per qualche monte che doveva sorgere presso il villaggio: tur, difatti, in fenicio significa monte.
Ne sorgeva forse qualcuno presso la foce dell'Hypsas? No; il monte, designato anzi come per antonomasia il Monte Grande, sorge là appunto, presso Punta Bianca, e domina la Cala della Junca.
Don Ippolito, quella mattina per tempissimo, s'era recato a cavallo, con la scorta di Sciaralla e di altri quattro uomini, a visitar più attentamente quei luoghi, e in ispecie la costa di quel Monte Grande, nella contrada detta Litrasi, ove sono certi loculi creduti da alcuni topografi tombe fenicie, ma che a lui parevano molto più recenti e disposti e scavati in uno stile uso in Sicilia al tempo del basso impero, sicché potevano risalire agli anni del vescovado di San Gregorio, cioè al tempo che colà erano sbarcate le tre fedeli vergini Bassa, Paola e Agatonica con la salma odorosa della santa martire Agrippina.
Di ritorno, benché da ogni parte gli si stendessero amenissimi allo sguardo nel tepore quasi primaverile immensi tappeti vellutati di verzura, qua dorati dal sole, là vaporosi di violente ombre violacee, sotto il turchino intenso e ardente del cielo, don Ippolito, guardando le sue mani appoggiate su l'arcione della sella, non aveva pensato più ad altro che alla morte, alla sua scomparsa da quei luoghi, che ormai non doveva essere lontana.
Ma contemplata così, sotto quel sole, in mezzo a tutto quel verde, mentre il corpo si dondolava ai movimenti uguali della placida cavalcatura, la morte non gli aveva ispirato orrore, bensì un'alta serenità soffusa di rammarico e insieme di compiacenza, per la gentilezza e la nobiltà dei pensieri e delle cure, di cui aveva sempre intessuto la sua vita in quei luoghi cari, a cui tra poco avrebbe dato l'ultimo addio.
E s'era immerso a lungo in quel sentimento nuovo di serenità, come per mondarsi del terrore angoscioso ch'essa, la morte, gli aveva cagionato finora, e a cui doveva quelle indegne sue seconde nozze che avevano profanato il decoro della sua vecchiezza, l'austerità del suo esilio.
Poco dopo mezzogiorno, rientrando a Colimbètra, stanco della lunga cavalcata, sorprese nel salone Capolino e donna Adelaide in fitto colloquio: questa, accesa e in lacrime; quello, pallido e in fervida agitazione.
si fermò su la soglia, con un piglio più di nausea che di sdegno.
- Oh, principe...
- fece subito Capolino, levandosi in piedi, smarrito.
- State, state...
- disse don Ippolito, protendendo una mano, più per impedirgli d'accostarsi, che per fargli cenno di restar seduto.
- Non vi chiedo scusa del ritardo, perché la signora, vedo...
mi avrà dipinto anche a voi per un così barbaro uomo, che non vi sarete doluto se vi è mancata finora la mia compagnia...
- No...
la...
la principessa...
veramente...
- barbugliò Capolino.
Don Ippolito s'impostò fieramente e disse con accigliata freddezza:
- Può andare, se vuole.
Ma sappia che ciò che oggi le impedisce di uscire dal cancello della mia villa, le impedirà domani di rientrarvi.
E ora seguitate pure la vostra conversazione.
Si mosse per uscire dal salone.
Capolino tentò di sostenere, innanzi alla donna, la sua dignità maschile, e gli disse dietro, quasi con aria di sfida, ma che poteva anche parer di scusa:
- Voi, principe, mi avete fatto chiamare...
Don Ippolito, già arrivato all'uscio, si voltò appena, tenendo scostata con la mano la portiera:
- Oh, per una cosa da nulla, - disse.
- Ormai...
ubbie! ubbie!
E passò, lasciando ricadere la portiera.
- La risposta...
la risposta...
- proruppe subito donna Adelaide, alzandosi soffocata e con gli occhi tumidi e insanguati dal pianto, - aspetto fino a domani la risposta, o che venga lui qua a dirmi se debbo proprio crepare e farmi pestar la faccia cosí
- Ma certo! ma certo! ma certo! - ribatté Capolino, andandole dietro.
- Come vuoi che Flaminio ti dica...
- Me lo deve dire! - lo interruppe lei, frenetica, mostrando i denti e le pugna.
- Questo mi deve dire, con la sua bocca; e allora sì, allora sì, subito! faccio lo sproposito! sono pronta! faccio lo sproposito!
Entrò in quel punto Liborio, il cameriere favorito del principe, in preda a un'ansia spaventata, e restò un momento perplesso alla vista del pianto e dell'agitazione della signora.
- Eccellenza...
Eccellenza...
- disse, - il signor don Salesio...
- Che cos'è? - domandò con rabbia donna Adelaide.
- Che vuole?
- Niente, eccellenza...
pare che...
E Liborio alzò una mano a un gesto vago, di benedizione.
- Ah, fece allora donna Adelaide, - piantando duramente gli occhi in faccia a Capolino e restando un tratto a guardarlo accigliata e a bocca aperta, come per saper da lui se fosse bene o male, che giusto in quel punto quel poveretto morisse.
- Meglio...
meglio così! - esclamò poi, - meglio cosí, pover'uomo...
Andiamo, Gnazio, andiamo a vederlo...
E corse dietro a Liborio, seguita da Capolino, frastornato e turbato.
- L'ho tenuto qua con me...
- gli diceva, andando, - l'ho trattato...
l'ho curato...
Bella gente siete stati vojaltri, ad abbandonarlo così...
povero vecchio...
Meglio, meglio...
si leva di patire...
Anch'io l'ho trascurato in questi ultimi giorni...
Assassini! Gli hanno dato il colpo di grazia...
Ma anche lui però, bisogna dirlo, mangiava troppo...
troppi dolci...
- Eh sì, eccellenza, - sospirò Liborio, - glielo dicevo anch'io...
troppi...
- Piglia, piglia, Gnazio...
m'è caduto il fazzoletto.
Oh Bella Madre Santissima, che puzzo qui!
E si turò il naso con una mano, restando davanti alla soglia della cameretta in cui il povero vecchio moriva, sostenuto sul letto dal cuoco, accorso alla chiamata di Liborio.
Trattenuti dall'orrore istintivo della morte, ma forse più dal ribrezzo per l'estrema magrezza di quel volto cartilaginoso, dai peli stinti, dai globi degli occhi già induriti sotto le pàlpebre semichiuse, donna Adelaide e Capolino stavano a guardare, ancora lì su la soglia, allorché videro la bocca del moribondo aprirsi, aprirsi sempre più, spalancarsi smisuratamente, come forzata con violenza crudele da una molla interna.
- Oh Dio! - gemette donna Adelaide.
- Perché fa così?
Non aveva finito di dirlo, che da quella bocca springò fuori, di scatto, qualcosa, orribilmente.
Donna Adelaide gettò un grido di raccapriccio e levò le mani quasi a riparo del volto.
Liborio andò a guardare sul letto e, scorgendovi una dentiera aperta:
- Niente, eccellenza! - disse con un sorriso pietoso.
- Ha finito di mangiare...
Il cuoco intanto adagiava sul cuscino il capo esanime del povero vecchio.
CAPITOLO SETTIMO
Nella vasta sala sonora dell'antica cancelleria nel palazzo vescovile, dal tetro soffitto affrescato e coperto di polvere, dalle alte pareti dall'intonaco ingiallito, ingombre di vecchi ritratti di prelati, coperti anch'essi di polvere e di muffa, appesi qua e là senz'ordine sopra armarii e scansìe stinte e tarlate, si levò un brusìo d'approvazioni appena monsignor Montoro, con la sua bella voce dalle inflessioni misurate quasi soffuse di pura autorità protettrice, finì di leggere al capitolo della cattedrale e a molti altri canonici e beneficiali, lì apposta radunati, la pastorale ai reverendi parroci della diocesi su i luttuosi avvenimenti che funestavano la Sicilia e contristavano ogni cuor cristiano.
Da un versetto di San Matteo, Monsignore aveva intitolato quella sua pastorale: Semper pauperes habetis vobiscum.
Era una giornataccia rigida e ventosa di gennajo; e più volte durante la lettura il vescovo e anche gli ascoltatori avevano rivolto gli occhi ai vetri dei finestroni che pareva volessero cedere alla furia urlante della libecciata.
Tutta la lettura calma di quella mansueta omelìa aveva avuto l'accompagnamento sinistro di sibili acuti e veementi, di cupi, lunghi mugolìi che spesso avevano distratto più d'uno, diffondendo nella vasta sala vegliata da quei ritratti antichi impolverati e ammuffiti uno sbigottito rammarico della vanità di quella interminabile esercitazione oratoria.
Parecchi se n'erano stati a guardare attraverso uno di quei finestroni il terrazzino d'una vecchia casa dirimpetto, sul quale un povero matto pareva provasse chi sa che voluttà, forse quella del volo, esposto lì al vento furioso che gli faceva svolazzare attorno al corpo la coperta del letto, di lana gialla, posta su le spalle: rideva con tutto il viso squallido, e aveva negli occhi acuti, spiritati, come un lustro di lagrime, mentre gli scappavan via di qua e di là, come fiamme, le lunghe ciocche dei capelli rossigni.
Quel poverino era il giovane fratello del canonico Batà, il quale si trovava anche lui nella sala, attentissimo in vista alla lettura del vescovo, ma dentro di sé assorto di certo in pensieri estranei che più volte lo avevano fatto gestire comicamente.
Terminata la lettura, quelli tra i più vecchi canonici che conoscevano meglio il debole del loro eccellentissimo vescovo s'affrettarono a circondar la tavola, innanzi alla quale egli stava seduto, per farsi ripetere chi una frase e chi un'altra fra le tante, di cui Monsignore, dal modo con cui le aveva proferite, era parso loro dovesse essere più contento e soddisfatto.
- Quella, quella dell'esercito di Satana, eccellenza, come dice?
- Allude alla massoneria, non è vero, vostra eccellenza? come dice?
E Monsignore, dentro gongolante, ma fuori con un'aria di stanca condiscendenza, abbassando su i chiari occhi ovati quelle sue pàlpebre lievi come veli di cipolla, e crollando il capo in segno di affermazione, e facendo cenno con la mano d'aspettare, cercava nel foglio e ripeteva:
- Malvagia e ria setta...
malvagia e ria setta, che a suo architetto ha scelto il demonio, a gerofante il giudeo...
- Ah, ecco! A gerofante il giudeo! - esclamavano quelli.
- Stupenda espressione, eccellenza! stupenda...
- Gagliarda...
gagliarda...
- Ma che ventaccio, buon Dio! - riprendeva a lamentarsi il vescovo, afflitto, come d'un ingiusto compenso al merito di quella sua fatica.
I più giovani canonici, intanto, che piú di tutti avevano prestato ascolto alla lettura, si scambiavano tra loro occhiate di disgusto per quei vecchi e sciocchi piaggiatori, o di dolorosa rassegnazione per l'accoglienza che il popolo avrebbe fatto a quel vaniloquio che s'aggirava tutto quanto attorno a una non più ingenua che crudele domanda che i reverendi parroci avrebbero dovuto rivolgere ai poveri della diocesi: perché mai la miseria, che sempre era stata e sempre sarebbe stata, solamente ora perturbasse così gli animi e gli ordini e prorompesse in così deplorabili eccessi.
Pareva ad alcuni di quei giovani prelati, che Monsignore avrebbe potuto almeno parafrasare per gli avvenimenti dell'isola l'enciclica recente di S.
S.
Leone XIII, De conditione opificum, nella quale era pur detto che i proprietarii dovessero cessare dall'usura aperta o palliata, e dal tener gli operaj in conto di schiavi, e dal trafficare sul bisogno dei miseri, invece di mostrarsi così avverso a coloro che «osavano attentare all'antica rigidità del diritto quiritario».
Tanto più s'affliggevano del tono di quella pastorale del loro vescovo, in quanto che, proprio il giorno avanti, in difesa dei poveri Pompeo Agrò aveva pubblicato un fiero opuscolo, nel quale, dopo aver paragonato le condizioni della Sicilia a quelle dell'Irlanda, e messo in rilievo il linguaggio e l'atteggiamento assunti da illustri prelati cattolici, inglesi e americani, nelle questioni economiche e sociali del momento, aveva - quasi per sfida - citato l'insolente risposta del reverendo Mac Glynn, curato cattolico di New York, all'invito del suo vescovo di moderare la propaganda rivoluzionaria: «Ho sempre insegnato, Monsignore, e sempre insegnerò, fino all'ultimo respiro, che la terra è di diritto proprietà comune del popolo, e che il diritto di proprietà individuale sul suolo è opposto alla giustizia naturale, quantunque sancito dalle leggi civili e religiose!».
Era quell'opuscolo dell'Agrò tutto un'acerba requisitoria contro l'ignoranza e l'accidia del clero siciliano.
Ed ecco che, a un giorno di distanza, quella pastorale del loro vescovo veniva a darne la prova più schiacciante.
Altri in crocchio si consigliavano, se non fosse prudente mandare più tardi, in segreto, qualcuno dei vecchi più accetti a Monsignore, per fargli notare a quattr'occhi anche l'inopportunità di quella pastorale, ora che in paese correva la voce che, per l'imperversare ovunque della bufera, fosse imminente se non di già avvenuta la proclamazione dello stato d'assedio in tutta la Sicilia.
Si faceva anzi il nome d'un generale dell'esercito, nominato commissario straordinario con pieni poteri; quello stesso che, da alcuni giorni, era sbarcato a Palermo con un intero corpo d'armata.
Si diceva che per prima cosa costui aveva fatto arrestare i membri del Comitato centrale dei Fasci, i quali la sera avanti avevano lanciato un proclama rivoluzionario ai lavoratori dell'isola.
- Sì, sì, eccolo...
l'ho qua in tasca...
è vero! è vero! - disse uno, misteriosamente.
- Or ora, fuori, lo leggeremo...
Ma a frastornare e ad accrescere la curiosità ansiosa di quel crocchio, sopraggiunse in quel punto nella sala, più pallido del solito e anelante, il giovane segretario del vescovo, che recava evidentemente la conferma di quelle gravissime notizie.
Si affollarono tutti attorno alla tavola.
- Proclamato?
- Sì, sì, lo stato d'assedio, proclamato; e ordinato il disarmo della popolazione.
- Anche il disarmo? Oh bene...
bene...
- E arrestati i membri del Comitato centrale dei Fasci, in Palermo.
- Tutti?
- Non tutti; alcuni sono riusciti a fuggire.
Tra questi si dice, anche il figlio del principe di Laurentano.
- Oh Dio, che sento! - gemette il vescovo.
- Già...
c'era anche lui!...
Fuggito? Fuggito?
La notizia non era certa: molti asserivano che anche il Laurentano era stato arrestato.
Subito, del resto, tutta la Sicilia sarebbe occupata militarmente, fin nelle più piccole borgate, cosicché anche quei fuggiaschi sarebbero presi e tratti in arresto.
- Oh Dio, che sento! oh Dio, che sento! - riprese a esclamare Monsignore.
- Ma dunque...
siamo davvero a questo?
Di nascosto, dalla tasca di quel giovine prelato venne fuori il proclama del Comitato, diffuso in gran copia su fogli volanti per tutte le città dell'isola; passò dall'uno all'altro attorno alla tavola; ma molti non sapevano che fosse, e ognuno, saputolo, si ricusava d'aprirlo e ne faceva passaggio al più presto, come se quella carta ripiegata e brancicata bruciasse o insudiciasse le mani, finché arrivò a quelle del giovine segretario che la spiegò e cominciò a leggerla forte alla presenza del vescovo, tra lo stupore e lo sgomento d'alcuni e i vivaci commenti o di derisione o d'indignazione degli altri.
Trattando come da potenza a potenza col Governo, il Comitato, in tono solenne, domandava a nome dei lavoratori della Sicilia: l'abolizione del dazio delle farine (- Eh, fin qui! -); un'inchiesta su le pubbliche amministrazioni, col concorso dei Fasci (- Oh bravi! Eh, scaltri...
già! -); la sanzione legale dei patti colonici e minerarii deliberati nei congressi del partito socialista (- Come come? Sanzione legale? Eh già, legale! Il bollo governativo! -); la costituzione di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati o i beni comunali dello Stato e dell'asse ecclesiastico non ancora venduti (e qui si scatenò una furia di proteste, una confusione di gridi, tra cui predominavano: - La spoliazione!...
Briganti!...
Roba di nessuno! - mentre il giovane segretario con la mano faceva cenno di tacere, ché c'era dell'altro, di meglio, di meglio, e ripeteva, leggendo nella carta: - Nonché...
nonché...
-); nonché l'espropriazione forzata dei latifondi, con la concessione temporanea agli espropriati di una lieve rendita annua (- Oh, troppo buoni! - Troppa grazia! - Che generosità! - Che degnazione! -); leggi sociali per il miglioramento economico e morale dei proletarii, e infine la bomba: stanziamento nel bilancio dello Stato della somma di venti milioni di lire per procedere alle spese necessarie all'esecuzione di queste domande, per l'acquisto degli strumenti da lavoro tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali, e per anticipare alimenti ai socii e porre le collettività in grado d'agire utilmente.
- Ma sono pazzi! ma sono pazzi! - proruppe, tra il baccano generale, Monsignore, levandosi in piedi.
- Oh Signore Iddio, che tracotanza! Ma è certo, eh? è certo l'arrivo di questo corpo d'armata? è certo, eh? Qua non si scherza! Oh Dio! oh Dio!
Il giovine segretario s'affrettò a rassicurarlo, poi terminò la lettura del proclama che, concludendo, raccomandava la calma, perché coi moti isolati e convulsionarii non si sarebbero raggiunti benefizii duraturi, e ammoniva che dalle decisioni del governo si sarebbe tratta la norma della condotta da tenere.
Ma Monsignore, scartando con ambo le mani come superflue quelle raccomandazioni e quegli ammonimenti, ordinò al segretario subito di mandare a stampa la sua pastorale che certo sonerebbe gradita a quel Generale comandante il corpo d'armata; e sciolse la riunione per recarsi in fretta a Colimbètra a confortare il principe di Laurentano.
Con lungo e strepitoso svolazzìo di tonache e di tabarri quella frotta di canonici, investita dal vento, discese dalle alture di San Gerlando a mescolarsi al subbuglio della città.
Il matto, sul terrazzino, gridava, felice, agitando la coperta gialla, come per rispondere allo svolazzare di tutti quei tabarri neri.
Correndo a Colimbètra, monsignor Montoro non supponeva di certo che sentimenti molto simili a quelli espressi da lui con tanta untuosità letteraria nella sua pastorale agitavano l'animo d'uno di coloro ch'egli aveva poc'anzi chiamato pazzi.
Al primo contatto diretto con quei così detti compagni, alle ripercussioni piú vicine e più frequenti degli episodii sanguinosi di quella sollevazione popolare, Lando Laurentano s'era veduto chiamato dagli amici in Sicilia a rispondere, se non d'un vero delitto, poiché non poteva diffidare della loro buona fede, certo d'una enorme pazzia.
Sempre per quella infatuazione, dovuta forse in gran parte, quasi un abbagliamento, al calore stesso della terra che dava tanta teatralità di voce e di gesti alla vita dei suoi compaesani, e di cui egli - volontariamente rigido - aveva avuto sempre un così aspro dispetto! Come avevano potuto illudersi i suoi amici d'essere riusciti in pochi mesi, con le loro prediche, a rompere quella dura scorza secolare di stupidità armata di diffidenza e d'astuzie animalesche, che incrostava la mente dei contadini e dei solfaraj di Sicilia? Come avevano potuto credere possibile una lotta di classe, dove mancava ogni connessione e saldezza di principii, di sentimenti e di propositi, non solo, ma la più rudimentale cultura, ogni coscienza? Tutta, da cima a fondo, la tattica era sbagliata.
Non una lotta di classe, impossibile in quelle condizioni, ma una cooperazione delle classi era da tentare, poiché in tutti gli ordini sociali in Sicilia era vivo e profondo il malcontento contro il governo italiano, per l'incuria sprezzante verso l'isola fin dal 1860.
Da una parte il costume feudale, l'uso di trattar come bestie i contadini, e l'avarizia e l'usura; dall'altra l'odio inveterato e feroce contro i signori e la sconfidenza assoluta nella giustizia, si paravano come ostacoli insormontabili a ogni tentativo per quella cooperazione.
Ma se disperata poteva apparire l'impresa, forse non meno disperata si scopriva adesso quella che i suoi amici avevano voluto tentare, agevolati sul principio, inconsciamente e sciaguratamente, dall'inerzia del Governo che incoraggiava tutti a osare? Sprofondato in quel momento a Roma fino alla gola nel pantano dello scandalo bancario e fiducioso qua in Sicilia nella sua polizia o inetta o arrogante e soverchiatrice, il Governo, senza darsi cura dei mali che da tanti anni affliggevano l'isola, senza rispetto né per la legge né per le pubbliche libertà, con l'inerzia o con le provocazioni aveva favorito e stimolato il rapido formarsi di quelle associazioni proletarie che, se avessero subito ottenuto qualche miglioramento anche lieve dei patti colonici e minerarii, e se non fossero state sanguinosamente aizzate, presto, senz'alcun dubbio, si sarebbero sciolte da sé, prive com'erano d'ogni sentimento solidale e senz'alcun lievito di coscienza o ombra d'idealità.
Questo, Lando Laurentano aveva compreso ora, troppo tardi, sul luogo; e l'animo esacerbato con cui era accorso all'invito gli era rimasto oppresso da uno stupore pieno di tetra ambascia, come se i suoi amici gli avessero empito di stoppa la bocca arsa di sete.
Scosso dall'urgenza di correre a qualche riparo sotto la minaccia incombente d'una violenta, schiacciante repressione da parte del governo, s'era opposto con indignazione ai consigli di prudenza dei suoi amici, smarriti e sbigottiti dalla gravità estrema del mornento.
Prudenza? Ora che, a distanza di pochi giorni, nei piccoli paesi dell'interno, a Giardinello, di appena ottocento abitanti, a Lercara, a Pietraperzìa, a Gibellina, a Marinèo, uscivano e si raccoglievano in piazza mandre di gente senz'alcuna intesa, senz'altra bandiera che i ritratti del re e della regina, senz'altra arma che una croce imbracciata da qualche donna lacera e infuriata in capo alla processione, e s'avviavano cieche incontro ai fucili d'una ventina di soldati, a cui più che altro la paura di vedersi sopraffatti consigliava all'improvviso di far fuoco, senza neppure aspettarne il comando? sì, nessuno aveva suggerito loro quelle processioni che finivano in eccidii; ma di esse e di tutti gli atti inconsulti e del sangue di quei macellati si doveva ora rispondere, appunto perché quelle mandre cieche s'eran credute atte e mature ad accogliere la dimostrazione dei loro diritti.
Come tirarsi più indietro, ora, e consigliar prudenza? No, non c'era più altro scampo, ormai, che nell'ultimo prorompimento di quella pazzia: bisognava immolarsi insieme con quelle vittime.
E Lando Laurentano aveva sdegnosamente rifiutato di apporre la firma a quel manifesto del Comitato centrale ai lavoratori dell'isola, che nella solennità del tono perentorio gli era sembrato anche ridicolo, non tanto per i patti e le condizioni che poneva al Governo, ma in quanto mancava ogni realtà di coscienza e di forza in coloro nel cui nome li poneva.
Di reale, non c'era altro che la disperazione di tanti infelici, condannati dall'ignoranza a una perpetua miseria; e il sangue, il sangue di quelle vittime.
A viva forza, appena proclamato lo stato d'assedio, s'era fatto trascinare da Lino Apes alla fuga.
Era fuggito, non per le ragioni che l'Apes nella concitazione del momento gli aveva gridate, ma per l'invincibile repugnanza di far la figura dell'apostolo o dell'eroe o del martire, esposto nella gabbia d'un tribunale militare alla curiosità e all'ammirazione delle dame dell'aristocrazia palermitana a lui ben note.
A compagni nella fuga, oltre l'Apes, aveva avuto il Bruno, l'Ingrao e Cataldo Sclàfani, tutti e tre travestiti.
Che riso, misto di sdegno e di compassione, che avvilimento insieme e che ribrezzo, gli aveva destato la vista irriconoscibile di quest'ultimo, senza più quel fascio di pruni che gli copriva le guance e il mento! Pareva che gli occhi e la voce ancora non lo sapessero, e producevano un ridicolissimo effetto di smarrimento nelle loro espressioni, di cui già tanta parte era quella barba che adesso mancava.
Ma quel travestimento non tradiva, in verità, alcuna paura in nessuno dei tre; era come imposto dalla parte che la necessità della fuga assegnava loro in quel momento; ed entrava in esso anche, e non per poco, il fatuo puntiglio della scaltrezza isolana, di fuggire alla sopraffazione della forza pubblica.
S'erano internati nell'isola, correndo innanzi alle milizie che da Palermo si disponevano a invadere le altre provincie.
Se fossero riusciti a traversarla tutta, si sarebbero rifugiati a Valsanìa, e di là si sarebbero imbarcati per Malta o per Tunisi.
Sarebbe piaciuto a Lando di spatriare a Malta, luogo d'esilio di suo nonno, non perché ardisse di comparar la sua sorte a quella di lui, ma perché da un pezzo aveva in animo di recarsi a Bùrmula a rintracciarne, se gli fosse possibile, i resti mortali, con le indicazioni di Mauro Mortara, non ben sicure veramente, poiché il seppellimento era avvenuto nella confusione della gran morìa a Malta nel 1852.
Invano Lino Apes, pigliando pretesto dagli incidenti e dai disagi della fuga precipitosa, ora a piedi, ora su carretti senza molle, ora su vetturette sgangherate, su per monti, giù per vallate, in cerca di cibo e di ricovero, aveva tentato di dimostrare agli amici che, dopo tutto, quello che facevano non era cosa tanto seria, di cui, volendo, non si potesse anche ridere.
Era, per esempio, lo strappo alle loro illusioni una ragione sufficiente perché non si désse alcuna importanza a quello che egli s'era fatto ai calzoni, scendendo da un carretto? Più vecchie di Tiberio Gracco, quelle illusioni; e i suoi calzoni erano nuovi! Dove aveva lasciato Cataldo Sclàfani il pacco della sua magnifica barba? Niente meglio che un pelo di quella barba - pensando filosoficamente - avrebbe potuto rammendare i suoi calzoni! Lo squallido aspetto dei luoghi, nella desolazione invernale, la costernazione per il cammino incerto e faticoso, l'ansia di apprendere notizie qua e là di quanto era accaduto dal momento della loro fuga, avevano lasciato senz'eco di riso le arguzie di Lino Apes.
Dalle impressioni a mano a mano raccolte, internandosi sempre più, su quelle misure eccezionali adottate all'improvviso dal governo, era sorto nell'animo di Lando più fermo il convincimento dello sbaglio commesso dai suoi amici.
L'antico, profondo malcontento dei Siciliani era d'un tratto diventato ovunque fierissima indignazione: per quanto i più alti ordini sociali fossero spaventati dalle agitazioni popolari, ora, di fronte a quella sopraffazione militare, a quell'aria di nemico invasore della milizia che aboliva per tutti ogni legge e sopprimeva ogni garanzia costituzionale, si sentivano inclinati se non ad affratellarsi con gli infimi, se non a scusarli, almeno a riconoscere che infine questi, finora, nei conflitti, avevano avuto sempre la peggio, né mai s'erano sollevati a mano armata, e che, se a qualche eccesso erano trascesi, vi erano stati crudelmente e balordamente aizzati dagli eccidii.
La nativa fierezza, comune a tutti gli isolani, si ribellava a questa nuova onta che il governo italiano infliggeva alla Sicilia, invece di un tardo riparo ai vecchi mali; e per tutto era un fremito di odio alle notizie che giungevano, di paesi circondati da reggimenti di fanteria, da squadroni di cavalleria, per trarre in arresto a centinaja, senz'alcun discernimento e con furia selvaggia, ricchi e poveri, studenti e operaj, e qua consiglieri e là maestri e segretarii comunali, e donne e vecchi e finanche fanciulli: soppressa la stampa; sottoposta a censura anche la corrispondenza privata; tutta l'isola tagliata fuori dal consorzio civile e resa legata e disarmata all'arbitrio d'una dittatura militare.
Come un cavallo riottoso, cacciato contro sua voglia lontano dagli ostacoli che avrebbe dovuto superare, a un tratto, investito da una raffica turbinosa, aombra e s'impenna e recalcitra, fremendo in tutti i muscoli, Lando Laurentano, investito dalla veemenza di quell'indignazione generale, a un certo punto s'era impuntato, sentendosi soffocare dall'avvilimento della sua fuga.
Era proprio il momento di fuggire, quello? di lasciare il campo? Il terreno scottava sotto i piedi; l'aria era tutta una fiamma.
Possibile che l'isola, da un capo all'altro fremente, si lasciasse schiacciare, pestare così, senza insorgere con l'esasperazione dell'odio sì lungamente represso e ora sì brutalmente provocato? Forse bastava un grido! Forse bastava che uno si facesse avanti! Giunti a Imera, alla notizia che in un paese lì presso, a Santa Caterina Villarmosa, il popolo era insorto, Lando non poté piú stare alle mosse, e, non ostante che gli amici facessero di tutto per trattenerlo, gridandogli che non c'era più nulla da tentare, da sperare e che andrebbe a cacciarsi da sé balordamente tra le grinfie della forza pubblica, volle andare.
Solo Lino Apes lo seguì, ma con la speranza di raffreddarlo e d'arrestarlo a mezza via, assumendo per l'occasione, come meglio poté, la parte di Sancio, perché l'amico, che sapeva sensibile al ridicolo, si scoprisse accanto a lui Don Chisciotte.
E difatti, presto, i giganti che Lando nell'esaltazione s'era figurato di vedere in quei popolani di Santa Caterina Villarmosa, insorgenti a sfida della proclamazione dello stato d'assedio, gli si scoprirono molini a vento.
Nei pressi del paese, seppero che colà non si sapeva ancor nulla di quella proclamazione: un manifesto era stato attaccato ai muri, ma il popolino lo ignorava; e, ignorandolo, al solito, come altrove, coi ritratti del re e della regina, un crocefisso in capo alla processione, gridando - Viva il re! abbasso le tasse! - s'era messo a percorrere le vie del paese, finché, uscendo dalla piazza e imboccando una strada angusta che la fronteggiava, vi aveva trovato otto soldati e quattro carabinieri appostati.
L'ufficiale che li comandava (non per niente si chiamava Colleoni) aveva preso questo partito con strategia sopraffina, perché la folla inerme, lì calcata e pigiata, alle intimazioni di sbandarsi non si potesse più muovere; e lì non una, ma più volte, aveva ordinato contro di essa il fuoco.
Undici morti, innumerevoli feriti, tra cui donne, vecchi, bambini.
Ora, tutto era calmo, come in un cimitero.
Solo, qua e là, il grido dei parenti che piangevano gli uccisi, e i gemiti dei feriti.
- Ti basta? - domandò Lino Apes a Lando.
Questi si volse al vecchio contadino che aveva dato quei ragguagli e che, paragonando il paese a un cimitero, aveva indicato una collina lì presso su cui sorgevano alcuni cipressi, e gli domandò:
- Sono lì?
Il vecchio contadino, con gli occhi aguzzi d'odio e intensi di pietà, crollò più volte il capo; poi tese le dita delle due mani deformi e terrose, per significare prima dieci e poi uno; e con lo sguardo e col silenzio, che seguì a quel muto parlare, espresse chiaramente ch'egli li aveva veduti.
Lando si mosse verso la collina.
- Ho capito! - sospirò Lino Apes.
- Ora divento Orazio...
Seconda rappresentazione: Amleto al cimitero.
Nel piccolo, squallido camposanto su la collina, tranne il custode freddoloso, con un leggero scialle di lana appeso alle spalle, non c'era nessuno.
Seduto su uno sgabelletto, a sinistra dell'entrata, quegli stava a guardare apaticamente, nel silenzio desolato, le casse schierate per terra innanzi a sé, come un pastore la sua mandra.
Aspettava la visita e le disposizioni dell'autorità giudiziaria, per il seppellimento.
Vedendo entrare quei due, si voltò, poi subito s'alzò e si tolse il berretto, credendo che fossero il giudice e il commissario di polizia.
Lino Apes gli si diede a conoscere per giornalista, insieme col compagno, e Lando lo pregò di fargli vedere qualcuno di quei cadaveri.
Il custode allora si chinò su una delle casse, più grande delle altre, tinta di grigio, con due fasce nere in croce, e tolse una grossa pietra che stava sul coperchio
Due cadaveri in quella cassa, uno su l'altro: uno con la faccia sotto i piedi dell'altro.
Quello di sopra era d'un ragazzo.
Divaricate, le gambe; la testa, affondata tra i piedi del compagno.
A guardarlo così capovolto, pareva dicesse, in quell'atteggiamento: - No! No! - con tutto il visino smunto, dagli occhi appena socchiusi, contratti ancora dall'angoscia dell'agonia.
No, quella morte; no, quell'orrore; no, quella cassa per due, attufata da quel lezzo crudo e acre di carneficina.
La piú raccapricciante era la vista dell'altro, di tra le scarpe logore del ragazzo, coi grandi occhi neri ancora sbarrati e un po' di barba fulva sotto il mento.
Era d'un contadino nel pieno vigore delle forze.
Con quei terribili occhi sbarrati al cielo, dal corpo supino chiedeva vendetta di quell'ultima atrocità, del peso di quell'altra vittima sopra di sé.
- Vedete, Signore, - pareva dicesse, - vedete che hanno fatto!
Non una parola poté uscire dalle labbra di Lando e dell'Apes; e il custode richiuse il coperchio e di nuovo vi impose la grossa pietra.
Dopo altre e altre casse di nudo abete, misere, una ve n'era, foderata di chiara stoffa celeste, piccola, così piccola, che a Lando sorse, nel dubbio, la speranza che almeno quella non fosse della strage.
Guardò il custode che vi si era affisato, e dal modo con cui la mirava comprese che, sì, anche quella...
anche quella...
Glielo domandò e il custode, dopo avere un po' tentennato il capo, rispose:
- Una 'nnucenti...
(Una fanciullina).
- Si può vederla?
Lino Apes, rivoltato e su le spine, si ribellò:
- No, lascia, via, Lando! Non vedi? La cassa è inchiodata...
- Oh, per questo...
- fece il custode, togliendo di tasca un ferruzzo.
- Devo schiodarla per il giudice istruttore.
Ci vuol poco...
E si chinò a schiodare il lieve coperchio, con cura per la gentilezza di quella stoffa celeste.
I chiodi si staccavano docili dal legno molle, a ogni spinta.
Scoperchiata la piccola bara, vi apparve dentro la fanciullina non ancora irrigidita dalla morte, ancora rosea in viso, con la testina ricciuta, un po' volta da un lato, e le braccia distese lungo i fianchi.
Ma la boccuccia rossa era coperta di bava e dal nasino le colava una schiuma sanguigna, gorgogliante ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.
- Ma è viva! - esclamò Lando, con raccapriccio.
Il custode sorrise amaramente:
- Viva? - e ripose il coperchio.
La avrebbe fatta andar via ancora viva quella mamma che così l'aveva pettinata e acconciata, che con tanto amore aveva adornato di quella chiara stoffa celeste la piccola bara?
- Questo hanno fatto...
- mormorò Lando.
E Lino Apes e il custode credettero ch'egli alludesse ai soldati, che avevano ucciso quella povera bimba.
Lando Laurentano, invece, alludeva ai suoi compagni, e aveva innanzi alla mente non più l'immagine di quella piccina, la quale almeno aveva avuto le cure della gentile pietà materna, ma l'immagine atroce di quell'altra vittima grande, con su la faccia le scarpe dell'altro cadavere, e gli occhi sbarrati, pieni di smisurata angoscia, rivolti al cielo.
Nell'antico palazzo dei De Vincentis, fuori annerito dal tempo e tutto screpolato come una rovina, dai balconi e dalla vasta terrazza vellutati di muschio, con le ringhiere a gabbia arrugginite, ma dentro, negli ampii cameroni, pieno di luce e di pace, con quei santi e fiori di cera nelle campane di cristallo che pareva diffondessero per tutto un odor di badìa, il silenzio stampato sui mattoni coi rettangoli di sole delle invetriate che s'allungavano lentissimamente sempre più, seguiti dal fervor lento e lieve del pulviscolo, era rotto da un cupo romore cadenzato di passi.
Da una settimana Vincente De Vincentis, dimentico dei codici arabi della biblioteca di Itria, se ne stava in una camera, avvolto in un vecchio pastrano stinto, col bavero alzato, a passeggiare dalla mattina alla sera, con le mani adunche, afferrate dietro il dorso, il capo ciondoloni e gli occhi tra i peli, quasi ciechi, poiché in casa non portava mai gli occhiali.
Nella stanza accanto, presso la vetrata del balcone, stava seduta a far la calza, con uno scialle grigio di lana addosso e un fazzoletto nero in capo di lana, anch'esso annodato sotto il mento, boffice e placida come una balla, donna Fana, la vecchia casiera.
Per metà dentro al rettangolo di sole, quasi vaporava nella luce, e la calugine dello scialle di lana, accesa, brillava con gli atomi volteggianti del pulviscolo.
Donna Fana aveva composto con le sue mani nelle bare prima il padrone, morto giovane, poi la padrona, di cui, più che la serva, era stata l'amica e la consigliera, e aveva veduto nascere e crescere tra le sue braccia i due padroncini, ora affidati del tutto alle sue cure.
Da giovane, era stata conversa nel monastero di San Vincenzo, ed era rimasta «senza mondo» com'ella diceva, cioè vergine e quasi monaca di casa.
Traeva a quando a quando, come nel monastero, certi sospiri ardenti, seguiti dall'immancabile esclamazione:
- Se fossi là!
Ma non c'era più nessuno che le domandasse, come usava tra le monache: «Dove, sorella mia?» perché ella potesse rispondere in un altro sospiro:
- Con gli angeletti!
Ma nella pace degli angeli, veramente, era stata sempre, in quella casa.
La padrona: una vera santa, ingenua fino a grande come una bambina, incapace di pensare il male, e tutta dedita alla religione e alle opere di misericordia; quei due figliuoli: anch'essi uno più buono dell'altro, costumati e timorati di Dio.
Ora, poteva mai il Signore abbandonare quella casa e lasciarla andare in rovina?
Donna Fana pareva fosse a parte di tutti i voleri di Dio; e parlava del Paradiso, come se già vi fosse e seguitasse a farvi la calza sotto gli occhi del Padre Eterno, di cui sapeva dire dove e come stava seduto, insieme con Gesù Nostro Salvatore e la Bella Madre.
Da tempo aveva preparato i capi di biancheria e la veste e le pianelle di panno e il fazzoletto di seta per comparire al Giudizio Universale, sicurissima che il Giudice Supremo l'avrebbe chiamata tra gli eletti, così tutta bella pulita e rassettata; e ogni sera faceva una speciale orazione a Santa Brigida, che doveva annunziarle in sogno, tre giorni prima, l'ora precisa della morte, perché fosse pronta e in regola coi sagramenti.
Non si angustiava dunque di nulla; e per lei tutta quella costernazione di Vincente (ch'ella chiamava don Tinuzzo) era una fanciullaggine.
La raffermava in questa opinione, non solo la fiducia in Dio, ma anche la fede incrollabile che la ricchezza di quel casato non potesse aver mai fine.
E seguitava a governare con l'antica abbondanza, per modo che tutte le poverelle del vicinato venissero a fin di tavola a spartirsi il superfluo e i resti del desinare, come al solito per tanti anni; e a tener provvista la dispensa d'ogni ben di Dio, e a preparare con le sue mani ai padroncini i rosolii e i dolci tradizionali, imparati alla badìa, il cùscusu di riso e pistacchi, i pesci dolci di pasta di mandorla, le pignoccate, e tutte le conserve e le cotognate e i frutti in giulebbe.
Forse, sì, qualche cosa raspava, sotto sotto, don Jaco Pàcia, l'amministratore.
- Ma che? - domandava a Ninì, dopo qualche sfuriata del fratello maggiore.
- Mollichelle, figlio mio, mollichelle!
Uomo di chiesa anche lui, don Jaco Pàcia, era mai possibile che rubasse come e quanto diceva don Tinuzzo? Ma se a lei don Jaco seguitava a dare per l'andamento di casa quello stesso che aveva dato sempre, senza far mai la più piccola osservazione? Tutto il maneggio dei denari lo aveva lui; via! bisognava chiudere un occhio, se qualcosina gli restava attaccata alle dita.
Donna Fana lo difendeva, in coscienza, perché della onestà dei pensieri e delle azioni del Pàcia credeva d'avere una prova nel fatto che, l'anno che don Jaco era andato a Roma, le aveva portato di là una corona benedetta e una tabacchiera col ritratto del Santo Padre.
Se avesse saputo che, quel giorno stesso, don Jaco, per far denari, oltre la cessione delle terre di Milione a don Flaminio Salvo, sarebbe venuto a proporre un'ipoteca su quel palazzo, ov'ella stava così tranquillamente a far la calza! Quest'ultima bomba, veramente, non se l'aspettava neanche Vincente.
Oltre quella delle terre da cedere egli aveva, sì, un'altra grave preoccupazione, che non gli dava requie da due giorni, ma d'indole affatto diversa.
Aveva scoperto nell'angolo d'uno stanzone ov'era affastellata la roba fuori d'uso, un fucilaccio antico, di quelli a pietra focaja, tutto incrostato di ruggine e di polvere.
Proclamato lo stato d'assedio e il disarmo in tutta la Sicilia, non era egli in obbligo di consegnare quell'arnese là? Ninì e donna Fana dicevano di no; Ninì anzi sosteneva che sarebbe sembrata, più che una impertinenza, uno scherno oltraggioso all'autorità la consegna d'un'arma come quella.
Ma che ne sapevano essi? Come lo dicevano? Così, di testa loro! L'ordine di consegnare tutte quante le armi, senza eccezioni, era positivo e perentorio.
Era un'arma, quella, sì o no? Poteva essere antica, anzi era antica e mangiata dalla ruggine, ma sempre arma era! E fors'anche carica e pronta a sparare...
si vedeva la pietra focaja; e l'acciarino, eccolo lì, pendeva da una catenella...
- Ebbene, prendila e va' a consegnarla! - gli aveva gridato, Ninì, scrollandosi, il giorno avanti.
Aveva ben altro da pensare, lui, in quei momenti, nelle rare comparse che faceva in casa, tutto stravolto e impaziente di ritornare al suo supplizio, presso Dianella.
Vincente avrebbe preteso che Ninì perdesse una mezza giornata, nelle condizioni d'animo in cui si trovava, per chiedere informazioni su quell'arma.
Una parola, prenderla! E se scoppiava? Consegnarla poi a chi, dove? Alla prefettura? al municipio? al commissariato di polizia? Egli non ne sapeva niente; e ad andare a domandarlo così, fingendo d'averne curiosità, dopo due giorni, c'era il rischio di far nascere qualche sospetto e d'attirarsi una perquisizione in casa.
Lo stato d'assedio aveva messo e teneva Vincente De Vincentis in tale orgasmo, da fargli vedere ovunque minacce e pericoli terribili.
S'era proposto di non uscir più di casa, fintanto che fosse durato.
Ma se, per il maledetto vizio di donna Fana di chiamare a parte tutto il vicinato d'ogni minimo incidente in famiglia, la polizia fosse venuta a sapere di quell'arma?
All'improvviso, la vecchia casiera lo vide uscire, frenetico, dalla camera in cui stava chiuso, con le braccia in aria e gridando:
- Scoppii! m'ammazzi! non me n'importa niente! Vado a prenderlo, vado a prenderlo io!
- Per carità, lasci, don Tinuzzo! - esclamò donna Fana, correndogli dietro.
- Non sia mai, Dio, con questa furia...
Vede come trema tutto? Lasci fare! Chiamerò qualcuno dal balcone...
- Chi chiamate? Non v'arrischiate...
- s'era messo a urlare, paonazzo in volto, Vincente, quando dalla porta, sempre aperta di giorno, comparve don Jaco Pàcia con la sua solita aria di santo, caduto dal cielo in un mondo di guaj e d'imbrogli.
Era lungo e secco, come di legno, con la faccia squallida, segnata con trista durezza dalle sopracciglia nere ad accento circonflesso, in contrasto col largo sorriso scemo, beato, sotto gl'ispidi baffi bianchi.
Gli occhi, dalle pàlpebre stirate come quelle dei giapponesi, non scoprivano il bianco e restavano opachi e come estranei alla durezza di quegli accenti circonflessi e alla scema beatitudine dell'eterno sorriso.
Con le braccia raccolte sempre sul petto e le grosse mani slavate e nocchierute prendeva atteggiamenti di umiltà rassegnata.
Udito di che si trattava, prese sopra di sé l'affare di quel fucile, e disse che aveva, non una, ma cento ragioni don Tinuzzo di costernarsi così.
Sicuro, era un'arma! E, Dio liberi, in un momento come quello...
Momento terribile per tutta la Sicilia! Ma c'era lui, c'era lui, lì, per quei due bravi giovanotti e, con l'ajuto di Dio, niente paura, da questa parte! I guaj, guaj grossi, erano invece da un'altra.
E cominciò a rappresentare tutte le sue fatiche per rintracciare gl'incartamenti delle terre di Milione, prima all'archivio notarile, poi nella cancelleria del tribunale e in quella del Vescovado per tutti i piccoli e grossi censi che gravavano su quelle terre.
Ora gl'incartamenti erano pronti e in ordine dal notajo; ma don Flaminio Salvo non voleva pagar le spese dell'atto di vendita, e forse dal suo canto aveva ragione, perché, dopo tutto, faceva un gran favore...
lui banchiere...
- Ah sì, un gran favore? un gran favore? - scattò furibondo Vincente, - come per Primosole, è vero? un gran favore!
Don Jaco lo lasciò sfogare, in uno dei soliti atteggiamenti di santo martire; poi disse:
- Ma abbiate pazienza, don Tinuzzo mio! Che forse don Flaminio ha altri figliuoli, oltre quella già fidanzata a vostro fratello don Ninì? Non vedete che è tutta una finta, santo Dio? Domani si fa lo sposalizio e, gira e volta, alla fine tutto ritornerà qui!
- Tutto, eh? Bello..
facile...
liscio come l'olio...
- prese a dire Vincente, con furiosi inchini.
- Lo sposalizio dei matti! Ma se è così, perché don Flaminio si ricusa di pagar le spese dell'atto? Segno che non ci crede! Chi vi dice che questo matrimonio si farà? chi vi dice che...
- Don Tinuzzo! - lo interruppe quello.
- Vostro fratello don Ninì è entrato, sí o no, in casa del Salvo? o me l'invento io? Santo nome di Dio benedetto! Sono ormai parecchi giorni? Dunque, che vuol dire? Vuol dire che la ragazza ci sta! Ora volete che la paglia accanto al fuoco...
Del resto, oh! ecco qua don Ninì in persona...
Nessuno meglio di lui ve lo potrà confermare.
Vincente corse innanzi al fratello che entrava; gli s'accostò a petto, fremente; gli afferrò con le mani adunche le braccia, e alzò da un lato la faccia congestionata per sbirciarlo bene in volto, da vicino, con gli occhi miopi.
- Sì! guardatelo! - poi sghignò, allontanandosi e mostrandolo.
- Vedete che faccia ha! Pare un morto, lo sposo!
Ninì, così soprappreso, restò in mezzo alla stanza a guardare il fratello e don Jaco e donna Fana, come insensato.
Aveva veramente dipinta una torbida angoscia nel volto che di solito esprimeva la bontà mite e gentile dell'animo; e i begli occhi neri, vellutati, erano intensi di tetro cordoglio, eppur quasi smemorati.
Come seppe che cosa si voleva da lui e per qual fine, s'adontò fieramente, agitando le braccia, col volto atteggiato di schifo.
Don Jaco da una parte, donna Fana dall'altra, cercarono di calmarlo, d'interrogarlo con garbo; ma invano: si storceva, scotendo il capo, con un grido soffocato in gola.
- Ma dite almeno se c'è qualche speranza, per tranquillare vostro fratello! - gli gridò alla fine don Jaco a mani giunte.
Ninì lo guatò con un lampo strano negli occhi.
Ma se non ci fosse più alcuna speranza di richiamare Dianella alla ragione, che sarebbe più importato a lui della rovina della casa, della miseria, di tutto? Era mai possibile che qualcuno potesse sperar la salvezza di Dianella soltanto per questo, per salvar dalla rovina la casa? che tutto il suo impegno, il suo supplizio dovessero per quella gente servire a questo scopo? Ecco, lo costringevano a gettare la sua speranza come un'offa per placar la paura di quella miseria! Ebbene, sì, c'era una speranza, c'era, c'era...
E Ninì, coprendosi il volto, ruppe in uno stridulo pianto convulso.
Flaminio Salvo aveva stentato molto a decifrare la lettera della sorella Adelaide, la cui scrittura, non soltanto per gli spropositi d'ortografia quasi sempre illeggibile, pareva quella volta più che mai una furiosa raspatura di gallina.
Tutta un grido d'ajuto e di minaccia, quella lettera, tra imprecazioni ed esclamazioni disperate.
Le aveva risposto brevemente e pacatamente, che presto sarebbe venuto a visitarla a Colimbètra e che intanto stésse tranquilla, come si conveniva a una donna della sua età e della sua condizione.
Un sorriso frigido gli era venuto alle labbra, sogguardando dopo la lettura quel foglietto di carta che avrebbe voluto recargli ancora un dispiacere.
Pian piano lo aveva ripiegato e s'era messo a lacerarlo lentamente, per lungo e per largo, in pezzetti sempre più piccoli, senza più badare a quello che faceva, caduto in un attonimento grave, d'uggia aggrondata; alla fine, aveva guardato sul piano della scrivania l'opera delle sue dita: tutto quel mucchietto di minuzzoli di carta.
Chi sa se non aveva fatto soffrire anche quel foglietto, a lacerarlo e ridurlo così, in tutti quei minuzzoli! Gli era rimasto un bruciorino ai polpastrelli dell'indice e del pollice, che s'erano accaniti in quell'opera di distruzione, senza ch'egli la volesse; da sé, per il gusto di distruggere.
Ah, poter ridurre in minuzzoli così, senza pensarci, la vita, tutta quanta: ripiegarla in quattro, come un foglio sporco di spropositi, e strapparla per lungo e per largo, dieci, venti, trenta volte, pezzo per pezzo, lentamente!
Con uno sbuffo aveva sparpagliato su la scrivania e per terra tutti quei minuzzoli, e s'era alzato.
Guardando dai vetri del balcone la distesa ben nota, sempre uguale, delle campagne, le due scogliere lontane di Porto Empedocle, protese nel mare laggiù a occidente, come due braccia; le macchie scure dei piroscafi ancorati, e immaginando il traffico di tanta gente lì a' suoi servizii per l'imbarco dello zolfo delle sue miniere accatastato su la spiaggia, s'era sentito soffocare da tutte le noje, da tutti i pensieri che da anni e anni gli venivano da quel traffico per lui ormai superfluo, necessario a tanti che ne traevano i mezzi per provvedere ai meschini bisogni quotidiani e affrontar le miserie, i dolori, di cui è intessuta la loro vita e quella di tutti.
E s'era messo a pensare che, lui sazio e stanco, con la nausea della sazietà e l'abbandono della stanchezza, restava lì come disteso a farsi mangiare da tanti irrequieti affamati di cui non gl'importava nulla.
Ma avrebbe potuto forse impedirlo? L'opera sua, di tutta la sua vita, aveva preso corpo fuori di lui, e stava lì per gli altri.
Poteva forse quella distesa di campagne impedire che tanti uomini vi affondassero le zappe e gli aratri, vi piantassero gli alberi e ne raccogliessero i frutti? Così era ormai di lui.
E, come la terra, egli non sentiva alcuna gioja del lavoro che gli altri facevano sopra di lui per raccogliere il frutto; né questi altri, quantunque gli camminassero sopra, potevano dargli compagnia, penetrare, rompere la sua solitudine che aveva ormai l'insensibilità della pietra.
Sentiva solamente un enorme fastidio di tutto, che gli schiacciava la volontà di liberarsene, e solo gli moveva ancora inconsciamente le dita, come dianzi, a far del male a un foglietto di carta.
Ma tutte le cose ormai per lui avevano il valore di quel foglietto di carta; e bisognava pur lasciare che le dita, almeno le dita, facessero qualche cosa, da sé, poiché il fastidio le moveva.
Se si fossero rivoltate e accanite anche contro di lui, le avrebbe lasciate fare, allo stesso modo.
Davvero? O non fingeva l'incoscienza delle sue dita nel lacerar la lettera della sorella, per poter dire a se stesso che anche allo stesso modo, aveva lacerato, dopo il suo ritorno a Girgenti, certe altre lettere appena intraviste nei cassetti della scrivania o nel palchetto a casellario che gli stava davanti? Certe lettere con la firma di Nicoletta Capolino?
Veramente, no: le immagini di Aurelio Costa e di Nicoletta Capolino non erano mai venute a piantarglisi di fronte, cosicché egli potesse respingerle con un logico sorriso, dando le sue ragioni e facendo loro notare che a essi mancavano per perseguitarlo coi rimorsi.
La persecuzione loro era più d'ogni altra irritante, perché non appariva.
Non appariva, per questa ragione certissima e solida e pesante come una pietra di sepoltura: che erano stati anch'essi, l'uno per il suo proprio accecamento, l'altra per un suo motivo particolarissimo, a volere quella loro morte.
Eppure...
Eppure, sotto questa ragione che li seppelliva e glieli rendeva invisibili, essi, in un modo ch'egli non avrebbe saputo definire, gli erano...
non presenti, no, mai; anzi costantemente assenti: ma con questa loro assenza intanto lo perseguitavano.
Erano tutti e due di là, con Dianella, nell'assenza della sua ragione.
Egli non li vedeva, ma pur li sentiva nelle parole vuote di senso, negli sguardi e nei sorrisi vani della figliuola.
E allora, anche a lui irresistibilmente come dal fondo delle viscere contratte dall'esasperazione, venivano alle labbra parole vuote di senso, del tutto impensate; strane, vaghe parole che gli atteggiavano il viso a seconda delle diverse espressioni che contenevano in sé, per conto loro, fuori assolutamente della sua coscienza e senz'alcuna relazione col suo stato presente.Ed ecco che, quel giorno, per seguitar la finzione della sua incoscienza, dopo aver lacerato la lettera della sorella, si era anche messo a dire, allo stesso modo, parole impensate:
- Quello che serve...
quello che serve...
Se non che, alla fine, aveva mutato in ragionamento la finzione, apparsa a lui stesso troppo evidente:
- Quello che serve...
sì.
Devo accendere un sigaro? Mi serve un fiammifero.
Ecco il sigaro...
ecco il fiammife