I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 67
...
...
- Gagliarda...
gagliarda...
- Ma che ventaccio, buon Dio! - riprendeva a lamentarsi il vescovo, afflitto, come d'un ingiusto compenso al merito di quella sua fatica.
I più giovani canonici, intanto, che piú di tutti avevano prestato ascolto alla lettura, si scambiavano tra loro occhiate di disgusto per quei vecchi e sciocchi piaggiatori, o di dolorosa rassegnazione per l'accoglienza che il popolo avrebbe fatto a quel vaniloquio che s'aggirava tutto quanto attorno a una non più ingenua che crudele domanda che i reverendi parroci avrebbero dovuto rivolgere ai poveri della diocesi: perché mai la miseria, che sempre era stata e sempre sarebbe stata, solamente ora perturbasse così gli animi e gli ordini e prorompesse in così deplorabili eccessi.
Pareva ad alcuni di quei giovani prelati, che Monsignore avrebbe potuto almeno parafrasare per gli avvenimenti dell'isola l'enciclica recente di S.
S.
Leone XIII, De conditione opificum, nella quale era pur detto che i proprietarii dovessero cessare dall'usura aperta o palliata, e dal tener gli operaj in conto di schiavi, e dal trafficare sul bisogno dei miseri, invece di mostrarsi così avverso a coloro che «osavano attentare all'antica rigidità del diritto quiritario».
Tanto più s'affliggevano del tono di quella pastorale del loro vescovo, in quanto che, proprio il giorno avanti, in difesa dei poveri Pompeo Agrò aveva pubblicato un fiero opuscolo, nel quale, dopo aver paragonato le condizioni della Sicilia a quelle dell'Irlanda, e messo in rilievo il linguaggio e l'atteggiamento assunti da illustri prelati cattolici, inglesi e americani, nelle questioni economiche e sociali del momento, aveva - quasi per sfida - citato l'insolente risposta del reverendo Mac Glynn, curato cattolico di New York, all'invito del suo vescovo di moderare la propaganda rivoluzionaria: «Ho sempre insegnato, Monsignore, e sempre insegnerò, fino all'ultimo respiro, che la terra è di diritto proprietà comune del popolo, e che il diritto di proprietà individuale sul suolo è opposto alla giustizia naturale, quantunque sancito dalle leggi civili e religiose!».
Era quell'opuscolo dell'Agrò tutto un'acerba requisitoria contro l'ignoranza e l'accidia del clero siciliano.
Ed ecco che, a un giorno di distanza, quella pastorale del loro vescovo veniva a darne la prova più schiacciante.
Altri in crocchio si consigliavano, se non fosse prudente mandare più tardi, in segreto, qualcuno dei vecchi più accetti a Monsignore, per fargli notare a quattr'occhi anche l'inopportunità di quella pastorale, ora che in paese correva la voce che, per l'imperversare ovunque della bufera, fosse imminente se non di già avvenuta la proclamazione dello stato d'assedio in tutta la Sicilia.
Si faceva anzi il nome d'un generale dell'esercito, nominato commissario straordinario con pieni poteri; quello stesso che, da alcuni giorni, era sbarcato a Palermo con un intero corpo d'armata.
Si diceva che per prima cosa costui aveva fatto arrestare i membri del Comitato centrale dei Fasci, i quali la sera avanti avevano lanciato un proclama rivoluzionario ai lavoratori dell'isola.
- Sì, sì, eccolo...
l'ho qua in tasca...
è vero! è vero! - disse uno, misteriosamente.
- Or ora, fuori, lo leggeremo...
Ma a frastornare e ad accrescere la curiosità ansiosa di quel crocchio, sopraggiunse in quel punto nella sala, più pallido del solito e anelante, il giovane segretario del vescovo, che recava evidentemente la conferma di quelle gravissime notizie.
Si affollarono tutti attorno alla tavola.
- Proclamato?
- Sì, sì, lo stato d'assedio, proclamato; e ordinato il disarmo della popolazione.
- Anche il disarmo? Oh bene...
bene...
- E arrestati i membri del Comitato centrale dei Fasci, in Palermo.
- Tutti?
- Non tutti; alcuni sono riusciti a fuggire.
Tra questi si dice, anche il figlio del principe di Laurentano.
- Oh Dio, che sento! - gemette il vescovo.
- Già...
c'era anche lui!...
Fuggito? Fuggito?
La notizia non era certa: molti asserivano che anche il Laurentano era stato arrestato.
Subito, del resto, tutta la Sicilia sarebbe occupata militarmente, fin nelle più piccole borgate, cosicché anche quei fuggiaschi sarebbero presi e tratti in arresto.
- Oh Dio, che sento! oh Dio, che sento! - riprese a esclamare Monsignore.
- Ma dunque...
siamo davvero a questo?
Di nascosto, dalla tasca di quel giovine prelato venne fuori il proclama del Comitato, diffuso in gran copia su fogli volanti per tutte le città dell'isola; passò dall'uno all'altro attorno alla tavola; ma molti non sapevano che fosse, e ognuno, saputolo, si ricusava d'aprirlo e ne faceva passaggio al più presto, come se quella carta ripiegata e brancicata bruciasse o insudiciasse le mani, finché arrivò a quelle del giovine segretario che la spiegò e cominciò a leggerla forte alla presenza del vescovo, tra lo stupore e lo sgomento d'alcuni e i vivaci commenti o di derisione o d'indignazione degli altri.
Trattando come da potenza a potenza col Governo, il Comitato, in tono solenne, domandava a nome dei lavoratori della Sicilia: l'abolizione del dazio delle farine (- Eh, fin qui! -); un'inchiesta su le pubbliche amministrazioni, col concorso dei Fasci (- Oh bravi! Eh, scaltri...
già! -); la sanzione legale dei patti colonici e minerarii deliberati nei congressi del partito socialista (- Come come? Sanzione legale? Eh già, legale! Il bollo governativo! -); la costituzione di collettività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati o i beni comunali dello Stato e dell'asse ecclesiastico non ancora venduti (e qui si scatenò una furia di proteste, una confusione di gridi, tra cui predominavano: - La spoliazione!...
Briganti!...
Roba di nessuno! - mentre il giovane segretario con la mano faceva cenno di tacere, ché c'era dell'altro, di meglio, di meglio, e ripeteva, leggendo nella carta: - Nonché...
nonché...
-); nonché l'espropriazione forzata dei latifondi, con la concessione temporanea agli espropriati di una lieve rendita annua (- Oh, troppo buoni! - Troppa grazia! - Che generosità! - Che degnazione! -); leggi sociali per il miglioramento economico e morale dei proletarii, e infine la bomba: stanziamento nel bilancio dello Stato della somma di venti milioni di lire per procedere alle spese necessarie all'esecuzione di queste domande, per l'acquisto degli strumenti da lavoro tanto per le collettività agricole quanto per quelle industriali, e per anticipare alimenti ai socii e porre le collettività in grado d'agire utilmente.
- Ma sono pazzi! ma sono pazzi! - proruppe, tra il baccano generale, Monsignore, levandosi in piedi.
- Oh Signore Iddio, che tracotanza! Ma è certo, eh? è certo l'arrivo di questo corpo d'armata? è certo, eh? Qua non si scherza! Oh Dio! oh Dio!
Il giovine segretario s'affrettò a rassicurarlo, poi terminò la lettura del proclama che, concludendo, raccomandava la calma, perché coi moti isolati e convulsionarii non si sarebbero raggiunti benefizii duraturi, e ammoniva che dalle decisioni del governo si sarebbe tratta la norma della condotta da tenere.
Ma Monsignore, scartando con ambo le mani come superflue quelle raccomandazioni e quegli ammonimenti, ordinò al segretario subito di mandare a stampa la sua pastorale che certo sonerebbe gradita a quel Generale comandante il corpo d'armata; e sciolse la riunione per recarsi in fretta a Colimbètra a confortare il principe di Laurentano.
Con lungo e strepitoso svolazzìo di tonache e di tabarri quella frotta di canonici, investita dal vento, discese dalle alture di San Gerlando a mescolarsi al subbuglio della città.
Il matto, sul terrazzino, gridava, felice, agitando la coperta gialla, come per rispondere allo svolazzare di tutti quei tabarri neri.
Correndo a Colimbètra, monsignor Montoro non supponeva di certo che sentimenti molto simili a quelli espressi da lui con tanta untuosità letteraria nella sua pastorale agitavano l'animo d'uno di coloro ch'egli aveva poc'anzi chiamato pazzi.
Al primo contatto diretto con quei così detti compagni, alle ripercussioni piú vicine e più frequenti degli episodii sanguinosi di quella sollevazione popolare, Lando Laurentano s'era veduto chiamato dagli amici in Sicilia a rispondere, se non d'un vero delitto, poiché non poteva diffidare della loro buona fede, certo d'una enorme pazzia.
Sempre per quella infatuazione, dovuta forse in gran parte, quasi un abbagliamento, al calore stesso della terra che dava tanta teatralità di voce e di gesti alla vita dei suoi compaesani, e di cui egli - volontariamente rigido - aveva avuto sempre un così aspro dispetto! Come avevano potuto illudersi i suoi amici d'essere riusciti in pochi mesi, con le loro prediche, a rompere quella dura scorza secolare di stupidità armata di diffidenza e d'astuzie animalesche, che incrostava la mente dei contadini e dei solfaraj di Sicilia? Come avevano potuto credere possibile una lotta di classe, dove mancava ogni connessione e saldezza di principii, di sentimenti e di propositi, non solo, ma la più rudimentale cultura, ogni coscienza? Tutta, da cima a fondo, la tattica era sbagliata.
Non una lotta di classe, impossibile in quelle condizioni, ma una cooperazione delle classi era da tentare, poiché in tutti gli ordini sociali in Sicilia era vivo e profondo il malcontento contro il governo italiano, per l'incuria sprezzante verso l'isola fin dal 1860.
Da una parte il costume feudale, l'uso di trattar come bestie i contadini, e l'avarizia e l'usura; dall'altra l'odio inveterato e feroce contro i signori e la sconfidenza assoluta nella giustizia, si paravano come ostacoli insormontabili a ogni tentativo per quella cooperazione.
Ma se disperata poteva apparire l'impresa, forse non meno disperata si scopriva adesso quella che i suoi amici avevano voluto tentare, agevolati sul principio, inconsciamente e sciaguratamente, dall'inerzia del Governo che incoraggiava tutti a osare? Sprofondato in quel momento a Roma fino alla gola nel pantano dello scandalo bancario e fiducioso qua in Sicilia nella sua polizia o inetta o arrogante e soverchiatrice, il Governo, senza darsi cura dei mali che da tanti anni affliggevano l'isola, senza rispetto né per la legge né per le pubbliche libertà, con l'inerzia o con le provocazioni aveva favorito e stimolato il rapido formarsi di quelle associazioni proletarie che, se avessero subito ottenuto qualche miglioramento anche lieve dei patti colonici e minerarii, e se non fossero state sanguinosamente aizzate, presto, senz'alcun dubbio, si sarebbero sciolte da sé, prive com'erano d'ogni sentimento solidale e senz'alcun lievito di coscienza o ombra d'idealità.
Questo, Lando Laurentano aveva compreso ora, troppo tardi, sul luogo; e l'animo esacerbato con cui era accorso all'invito gli era rimasto oppresso da uno stupore pieno di tetra ambascia, come se i suoi amici gli avessero empito di stoppa la bocca arsa di sete.
Scosso dall'urgenza di correre a qualche riparo sotto la minaccia incombente d'una violenta, schiacciante repressione da parte del governo, s'era opposto con indignazione ai consigli di prudenza dei suoi amici, smarriti e sbigottiti dalla gravità estrema del mornento.
Prudenza? Ora che, a distanza di pochi giorni, nei piccoli paesi dell'interno, a Giardinello, di appena ottocento abitanti, a Lercara, a Pietraperzìa, a Gibellina, a Marinèo, uscivano e si raccoglievano in piazza mandre di gente senz'alcuna intesa, senz'altra bandiera che i ritratti del re e della regina, senz'altra arma che una croce imbracciata da qualche donna lacera e infuriata in capo alla processione, e s'avviavano cieche incontro ai fucili d'una ventina di soldati, a cui più che altro la paura di vedersi sopraffatti consigliava all'improvviso di far fuoco, senza neppure aspettarne il comando? sì, nessuno aveva suggerito loro quelle processioni che finivano in eccidii; ma di esse e di tutti gli atti inconsulti e del sangue di quei macellati si doveva ora rispondere, appunto perché quelle mandre cieche s'eran credute atte e mature ad accogliere la dimostrazione dei loro diritti.
Come tirarsi più indietro, ora, e consigliar prudenza? No, non c'era più altro scampo, ormai, che nell'ultimo prorompimento di quella pazzia: bisognava immolarsi insieme con quelle vittime.
E Lando Laurentano aveva sdegnosamente rifiutato di apporre la firma a quel manifesto del Comitato centrale ai lavoratori dell'isola, che nella solennità del tono perentorio gli era sembrato anche ridicolo, non tanto per i patti e le condizioni che poneva al Governo, ma in quanto mancava ogni realtà di coscienza e di forza in coloro nel cui nome li poneva.
Di reale, non c'era altro che la disperazione di tanti infelici, condannati dall'ignoranza a una perpetua miseria; e il sangue, il sangue di quelle vittime.
A viva forza, appena proclamato lo stato d'assedio, s'era fatto trascinare da Lino Apes alla fuga.
Era fuggito, non per le ragioni che l'Apes nella concitazione del momento gli aveva gridate, ma per l'invincibile repugnanza di far la figura dell'apostolo o dell'eroe o del martire, esposto nella gabbia d'un tribunale militare alla curiosità e all'ammirazione delle dame dell'aristocrazia palermitana a lui ben note.
A compagni nella fuga, oltre l'Apes, aveva avuto il Bruno, l'Ingrao e Cataldo Sclàfani, tutti e tre travestiti.
Che riso, misto di sdegno e di compassione, che avvilimento insieme e che ribrezzo, gli aveva destato la vista irriconoscibile di quest'ultimo, senza più quel fascio di pruni che gli copriva le guance e il mento! Pareva che gli occhi e la voce ancora non lo sapessero, e producevano un ridicolissimo effetto di smarrimento nelle loro espressioni, di cui già tanta parte era quella barba che adesso mancava.
Ma quel travestimento non tradiva, in verità, alcuna paura in nessuno dei tre; era come imposto dalla parte che la necessità della fuga assegnava loro in quel momento; ed entrava in esso anche, e non per poco, il fatuo puntiglio della scaltrezza isolana, di fuggire alla sopraffazione della forza pubblica.
S'erano internati nell'isola, correndo innanzi alle milizie che da Palermo si disponevano a invadere le altre provincie.
Se fossero riusciti a traversarla tutta, si sarebbero rifugiati a Valsanìa, e di là si sarebbero imbarcati per Malta o per Tunisi.
Sarebbe piaciuto a Lando di spatriare a Malta, luogo d'esilio di suo nonno, non perché ardisse di comparar la sua sorte a quella di lui, ma perché da un pezzo aveva in animo di recarsi a Bùrmula a rintracciarne, se gli fosse possibile, i resti mortali, con le indicazioni di Mauro Mortara, non ben sicure veramente, poiché il seppellimento era avvenuto nella confusione della gran morìa a Malta nel 1852.
Invano Lino Apes, pigliando pretesto dagli incidenti e dai disagi della fuga precipitosa, ora a piedi, ora su carretti senza molle, ora su vetturette sgangherate, su per monti, giù per vallate, in cerca di cibo e di ricovero, aveva tentato di dimostrare agli amici che, dopo tutto, quello che facevano non era cosa tanto seria, di cui, volendo, non si potesse anche ridere.
Era, per esempio, lo strappo alle loro illusioni una ragione sufficiente perché non si désse alcuna importanza a quello che egli s'era fatto ai calzoni, scendendo da un carretto? Più vecchie di Tiberio Gracco, quelle illusioni; e i suoi calzoni erano nuovi! Dove aveva lasciato Cataldo Sclàfani il pacco della sua magnifica barba? Niente meglio che un pelo di quella barba - pensando filosoficamente - avrebbe potuto rammendare i suoi calzoni! Lo squallido aspetto dei luoghi, nella desolazione invernale, la costernazione per il cammino incerto e faticoso, l'ansia di apprendere notizie qua e là di quanto era accaduto dal momento della loro fuga, avevano lasciato senz'eco di riso le arguzie di Lino Apes.
Dalle impressioni a mano a mano raccolte, internandosi sempre più, su quelle misure eccezionali adottate all'improvviso dal governo, era sorto nell'animo di Lando più fermo il convincimento dello sbaglio commesso dai suoi amici.
L'antico, profondo malcontento dei Siciliani era d'un tratto diventato ovunque fierissima indignazione: per quanto i più alti ordini sociali fossero spaventati dalle agitazioni popolari, ora, di fronte a quella sopraffazione militare, a quell'aria di nemico invasore della milizia che aboliva per tutti ogni legge e sopprimeva ogni garanzia costituzionale, si sentivano inclinati se non ad affratellarsi con gli infimi, se non a scusarli, almeno a riconoscere che infine questi, finora, nei conflitti, avevano avuto sempre la peggio, né mai s'erano sollevati a mano armata, e che, se a qualche eccesso erano trascesi, vi erano stati crudelmente e balordamente aizzati dagli eccidii.
La nativa fierezza, comune a tutti gli isolani, si ribellava a questa nuova onta che il governo italiano infliggeva alla Sicilia, invece di un tardo riparo ai vecchi mali; e per tutto era un fremito di odio alle notizie che giungevano, di paesi circondati da reggimenti di fanteria, da squadroni di cavalleria, per trarre in arresto a centinaja, senz'alcun discernimento e con furia selvaggia, ricchi e poveri, studenti e operaj, e qua consiglieri e là maestri e segretarii comunali, e donne e vecchi e finanche fanciulli: soppressa la stampa; sottoposta a censura anche la corrispondenza privata; tutta l'isola tagliata fuori dal consorzio civile e resa legata e disarmata all'arbitrio d'una dittatura militare.
Come un cavallo riottoso, cacciato contro sua voglia lontano dagli ostacoli che avrebbe dovuto superare, a un tratto, investito da una raffica turbinosa, aombra e s'impenna e recalcitra, fremendo in tutti i muscoli, Lando Laurentano, investito dalla veemenza di quell'indignazione generale, a un certo punto s'era impuntato, sentendosi soffocare dall'avvilimento della sua fuga.
Era proprio il momento di fuggire, quello? di lasciare il campo? Il terreno scottava sotto i piedi; l'aria era tutta una fiamma.
Possibile che l'isola, da un capo all'altro fremente, si lasciasse schiacciare, pestare così, senza insorgere con l'esasperazione dell'odio sì lungamente represso e ora sì brutalmente provocato? Forse bastava un grido! Forse bastava che uno si facesse avanti! Giunti a Imera, alla notizia che in un paese lì presso, a Santa Caterina Villarmosa, il popolo era insorto, Lando non poté piú stare alle mosse, e, non ostante che gli amici facessero di tutto per trattenerlo, gridandogli che non c'era più nulla da tentare, da sperare e che andrebbe a cacciarsi da sé balordamente tra le grinfie della forza pubblica, volle andare.
Solo Lino Apes lo seguì, ma con la speranza di raffreddarlo e d'arrestarlo a mezza via, assumendo per l'occasione, come meglio poté, la parte di Sancio, perché l'amico, che sapeva sensibile al ridicolo, si scoprisse accanto a lui Don Chisciotte.
E difatti, presto, i giganti che Lando nell'esaltazione s'era figurato di vedere in quei popolani di Santa Caterina Villarmosa, insorgenti a sfida della proclamazione dello stato d'assedio, gli si scoprirono molini a vento.
Nei pressi del paese, seppero che colà non si sapeva ancor nulla di quella proclamazione: un manifesto era stato attaccato ai muri, ma il popolino lo ignorava; e, ignorandolo, al solito, come altrove, coi ritratti del re e della regina, un crocefisso in capo alla processione, gridando - Viva il re! abbasso le tasse! - s'era messo a percorrere le vie del paese, finché, uscendo dalla piazza e imboccando una strada angusta che la fronteggiava, vi aveva trovato otto soldati e quattro carabinieri appostati.
L'ufficiale che li comandava (non per niente si chiamava Colleoni) aveva preso questo partito con strategia sopraffina, perché la folla inerme, lì calcata e pigiata, alle intimazioni di sbandarsi non si potesse più muovere; e lì non una, ma più volte, aveva ordinato contro di essa il fuoco.
Undici morti, innumerevoli feriti, tra cui donne, vecchi, bambini.
Ora, tutto era calmo, come in un cimitero.
Solo, qua e là, il grido dei parenti che piangevano gli uccisi, e i gemiti dei feriti.
- Ti basta? - domandò Lino Apes a Lando.
Questi si volse al vecchio contadino che aveva dato quei ragguagli e che, paragonando il paese a un cimitero, aveva indicato una collina lì presso su cui sorgevano alcuni cipressi, e gli domandò:
- Sono lì?
Il vecchio contadino, con gli occhi aguzzi d'odio e intensi di pietà, crollò più volte il capo; poi tese le dita delle due mani deformi e terrose, per significare prima dieci e poi uno; e con lo sguardo e col silenzio, che seguì a quel muto parlare, espresse chiaramente ch'egli li aveva veduti.
Lando si mosse verso la collina.
- Ho capito! - sospirò Lino Apes.
- Ora divento Orazio...
Seconda rappresentazione: Amleto al cimitero.
Nel piccolo, squallido camposanto su la collina, tranne il custode freddoloso, con un leggero scialle di lana appeso alle spalle, non c'era nessuno.
Seduto su uno sgabelletto, a sinistra dell'entrata, quegli stava a guardare apaticamente, nel silenzio desolato, le casse schierate per terra innanzi a sé, come un pastore la sua mandra.
Aspettava la visita e le disposizioni dell'autorità giudiziaria, per il seppellimento.
Vedendo entrare quei due, si voltò, poi subito s'alzò e si tolse il berretto, credendo che fossero il giudice e il commissario di polizia.
Lino Apes gli si diede a conoscere per giornalista, insieme col compagno, e Lando lo pregò di fargli vedere qualcuno di quei cadaveri.
Il custode allora si chinò su una delle casse, più grande delle altre, tinta di grigio, con due fasce nere in croce, e tolse una grossa pietra che stava sul coperchio
Due cadaveri in quella cassa, uno su l'altro: uno con la faccia sotto i piedi dell'altro.
Quello di sopra era d'un ragazzo.
Divaricate, le gambe; la testa, affondata tra i piedi del compagno.
A guardarlo così capovolto, pareva dicesse, in quell'atteggiamento: - No! No! - con tutto il visino smunto, dagli occhi appena socchiusi, contratti ancora dall'angoscia dell'agonia.
No, quella morte; no, quell'orrore; no, quella cassa per due, attufata da quel lezzo crudo e acre di carneficina.
La piú raccapricciante era la vista dell'altro, di tra le scarpe logore del ragazzo, coi grandi occhi neri ancora sbarrati e un po' di barba fulva sotto il mento.
Era d'un contadino nel pieno vigore delle forze.
Con quei terribili occhi sbarrati al cielo, dal corpo supino chiedeva vendetta di quell'ultima atrocità, del peso di quell'altra vittima sopra di sé.
- Vedete, Signore, - pareva dicesse, - vedete che hanno fatto!
Non una parola poté uscire dalle labbra di Lando e dell'Apes; e il custode richiuse il coperchio e di nuovo vi impose la grossa pietra.
Dopo altre e altre casse di nudo abete, misere, una ve n'era, foderata di chiara stoffa celeste, piccola, così piccola, che a Lando sorse, nel dubbio, la speranza che almeno quella non fosse della strage.
Guardò il custode che vi si era affisato, e dal modo con cui la mirava comprese che, sì, anche quella...
anche quella...
Glielo domandò e il custode, dopo avere un po' tentennato il capo, rispose:
- Una 'nnucenti...
(Una fanciullina).
- Si può vederla?
Lino Apes, rivoltato e su le spine, si ribellò:
- No, lascia, via, Lando! Non vedi? La cassa è inchiodata...
- Oh, per questo...
- fece il custode, togliendo di tasca un ferruzzo.
- Devo schiodarla per il giudice istruttore.
Ci vuol poco...
E si chinò a schiodare il lieve coperchio, con cura per la gentilezza di quella stoffa celeste.
I chiodi si staccavano docili dal legno molle, a ogni spinta.
Scoperchiata la piccola bara, vi apparve dentro la fanciullina non ancora irrigidita dalla morte, ancora rosea in viso, con la testina ricciuta, un po' volta da un lato, e le braccia distese lungo i fianchi.
Ma la boccuccia rossa era coperta di bava e dal nasino le colava una schiuma sanguigna, gorgogliante ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.
- Ma è viva! - esclamò Lando, con raccapriccio.
Il custode sorrise amaramente:
- Viva? - e ripose il coperchio.
La avrebbe fatta andar via ancora viva quella mamma che così l'aveva pettinata e acconciata, che con tanto amore aveva adornato di quella chiara stoffa celeste la piccola bara?
- Questo hanno fatto...
- mormorò Lando.
E Lino Apes e il custode credettero ch'egli alludesse ai soldati, che avevano ucciso quella povera bimba.
Lando Laurentano, invece, alludeva ai suoi compagni, e aveva innanzi alla mente non più l'immagine di quella piccina, la quale almeno aveva avuto le cure della gentile pietà materna, ma l'immagine atroce di quell'altra vittima grande, con su la faccia le scarpe dell'altro cadavere, e gli occhi sbarrati, pieni di smisurata angoscia, rivolti al cielo.
Nell'antico palazzo dei De Vincentis, fuori annerito dal tempo e tutto screpolato come una rovina, dai balconi e dalla vasta terrazza vellutati di muschio, con le ringhiere a gabbia arrugginite, ma dentro, negli ampii cameroni, pieno di luce e di pace, con quei santi e fiori di cera nelle campane di cristallo che pareva diffondessero per tutto un odor di badìa, il silenzio stampato sui mattoni coi rettangoli di sole delle invetriate che s'allungavano lentissimamente sempre più, seguiti dal fervor lento e lieve del pulviscolo, era rotto da un cupo romore cadenzato di passi.
Da una settimana Vincente De Vincentis, dimentico dei codici arabi della biblioteca di Itria, se ne stava in una camera, avvolto in un vecchio pastrano stinto, col bavero alzato, a passeggiare dalla mattina alla sera, con le mani adunche, afferrate dietro il dorso, il capo ciondoloni e gli occhi tra i peli, quasi ciechi, poiché in casa non portava mai gli occhiali.
Nella stanza accanto, presso la vetrata del balcone, stava seduta a far la calza, con uno scialle grigio di lana addosso e un fazzoletto nero in capo di lana, anch'esso annodato sotto il mento, boffice e placida come una balla, donna Fana, la vecchia casiera.
Per metà dentro al rettangolo di sole, quasi vaporava nella luce, e la calugine dello scialle di lana, accesa, brillava con gli atomi volteggianti del pulviscolo.
Donna Fana aveva composto con le sue mani nelle bare prima il padrone, morto giovane, poi la padrona, di cui, più che la serva, era stata l'amica e la consigliera, e aveva veduto nascere e crescere tra le sue braccia i due padroncini, ora affidati del tutto alle sue cure.
Da giovane, era stata conversa nel monastero di San Vincenzo, ed era rimasta «senza mondo» com'ella diceva, cioè vergine e quasi monaca di casa.
Traeva a quando a quando, come nel monastero, certi sospiri ardenti, seguiti dall'immancabile esclamazione:
- Se fossi là!
Ma non c'era più nessuno che le domandasse, come usava tra le monache: «Dove, sorella mia?» perché ella potesse rispondere in un altro sospiro:
- Con gli angeletti!
Ma nella pace degli angeli, veramente, era stata sempre, in quella casa.
La padrona: una vera santa, ingenua fino a grande come una bambina, incapace di pensare il male, e tutta dedita alla religione e alle opere di misericordia; quei due figliuoli: anch'essi uno più buono dell'altro, costumati e timorati di Dio.
Ora, poteva mai il Signore abbandonare quella casa e lasciarla andare in rovina?
Donna Fana pareva fosse a parte di tutti i voleri di Dio; e parlava del Paradiso, come se già vi fosse e seguitasse a farvi la calza sotto gli occhi del Padre Eterno, di cui sapeva dire dove e come stava seduto, insieme con Gesù Nostro Salvatore e la Bella Madre.
Da tempo aveva preparato i capi di biancheria e la veste e le pianelle di panno e il fazzoletto di seta per comparire al Giudizio Universale, sicurissima che il Giudice Supremo l'avrebbe chiamata tra gli eletti, così tutta bella pulita e rassettata; e ogni sera faceva una speciale orazione a Santa Brigida, che doveva annunziarle in sogno, tre giorni prima, l'ora precisa della morte, perché fosse pronta e in regola coi sagramenti.
Non si angustiava dunque di nulla; e per lei tutta quella costernazione di Vincente (ch'ella chiamava don Tinuzzo) era una fanciullaggine.
La raffermava in questa opinione, non solo la fiducia in Dio, ma anche la fede incrollabile che la ricchezza di quel casato non potesse aver mai fine.
E seguitava a governare con l'antica abbondanza, per modo che tutte le poverelle del vicinato venissero a fin di tavola a spartirsi il superfluo e i resti del desinare, come al solito per tanti anni; e a tener provvista la dispensa d'ogni ben di Dio, e a preparare con le sue mani ai padroncini i rosolii e i dolci tradizionali, imparati alla badìa, il cùscusu di riso e pistacchi, i pesci dolci di pasta di mandorla, le pignoccate, e tutte le conserve e le cotognate e i frutti in giulebbe.
Forse, sì, qualche cosa raspava, sotto sotto, don Jaco Pàcia, l'amministratore.
- Ma che? - domandava a Ninì, dopo qualche sfuriata del fratello maggiore.
- Mollichelle, figlio mio, mollichelle!
Uomo di chiesa anche lui, don Jaco Pàcia, era mai possibile che rubasse come e quanto diceva don Tinuzzo? Ma se a lei don Jaco seguitava a dare per l'andamento di casa quello stesso che aveva dato sempre, senza far mai la più piccola osservazione? Tutto il maneggio dei denari lo aveva lui; via! bisognava chiudere un occhio, se qualcosina gli restava attaccata alle dita.
Donna Fana lo difendeva, in coscienza, perché della onestà dei pensieri e delle azioni del Pàcia credeva d'avere una prova nel fatto che, l'anno che don Jaco era andato a Roma, le aveva portato di là una corona benedetta e una tabacchiera col ritratto del Santo Padre.
Se avesse saputo che, quel giorno stesso, don Jaco, per far denari, oltre la cessione delle terre di Milione a don Flaminio Salvo, sarebbe venuto a proporre un'ipoteca su quel palazzo, ov'ella stava così tranquillamente a far la calza! Quest'ultima bomba, veramente, non se l'aspettava neanche Vincente.
Oltre quella delle terre da cedere egli aveva, sì, un'altra grave preoccupazione, che non gli dava requie da due giorni, ma d'indole affatto diversa.
Aveva scoperto nell'angolo d'uno stanzone ov'era affastellata la roba fuori d'uso, un fucilaccio antico, di quelli a pietra focaja, tutto incrostato di ruggine e di polvere.
Proclamato lo stato d'assedio e il disarmo in tutta la Sicilia, non era egli in obbligo di consegnare quell'arnese là? Ninì e donna Fana dicevano di no; Ninì anzi sosteneva che sarebbe sembrata, più che una impertinenza, uno scherno oltraggioso all'autorità la consegna d'un'arma come quella.
Ma che ne sapevano essi? Come lo dicevano? Così, di testa loro! L'ordine di consegnare tutte quante le armi, senza eccezioni, era positivo e perentorio.
Era un'arma, quella, sì o no? Poteva essere antica, anzi era antica e mangiata dalla ruggine, ma sempre arma era! E fors'anche carica e pronta a sparare...
si vedeva la pietra focaja; e l'acciarino, eccolo lì, pendeva da una catenella...
- Ebbene, prendila e va' a consegnarla! - gli aveva gridato, Ninì, scrollandosi, il giorno avanti.
Aveva ben altro da pensare, lui, in quei momenti, nelle rare comparse che faceva in casa, tutto stravolto e impaziente di ritornare al suo supplizio, presso Dianella.
Vincente avrebbe preteso che Ninì perdesse una mezza giornata, nelle condizioni d'animo in cui si trovava, per chiedere informazioni su quell'arma.
Una parola, prenderla! E se scoppiava? Consegnarla poi a chi, dove? Alla prefettura? al municipio? al commissariato di polizia? Egli non ne sapeva niente; e ad andare a domandarlo così, fingendo d'averne curiosità, dopo due giorni, c'era il rischio di far nascere qualche sospetto e d'attirarsi una perquisizione in casa.
Lo stato d'assedio aveva messo e teneva Vincente De Vincentis in tale orgasmo, da fargli vedere ovunque minacce e pericoli terribili.
S'era proposto di non uscir più di casa, fintanto che fosse durato.
Ma se, per il maledetto vizio di donna Fana di chiamare a parte tutto il vicinato d'ogni minimo incidente in famiglia, la polizia fosse venuta a sapere di quell'arma?
All'improvviso, la vecchia casiera lo vide uscire, frenetico, dalla camera in cui stava chiuso, con le braccia in aria e gridando:
- Scoppii! m'ammazzi! non me n'importa niente! Vado a prenderlo, vado a prenderlo io!
- Per carità, lasci, don Tinuzzo! - esclamò donna Fana, correndogli dietro.
- Non sia mai, Dio, con questa furia...
Vede come trema tutto? Lasci fare! Chiamerò qualcuno dal balcone...
- Chi chiamate? Non v'arrischiate...
- s'era messo a urlare, paonazzo in volto, Vincente, quando dalla porta, sempre aperta di giorno, comparve don Jaco Pàcia con la sua solita aria di santo, caduto dal cielo in un mondo di guaj e d'imbrogli.
Era lungo e secco, come di legno, con la faccia squallida, segnata con trista durezza dalle sopracciglia nere ad accento circonflesso, in contrasto col largo sorriso scemo, beato, sotto gl'ispidi baffi bianchi.
Gli occhi, dalle pàlpebre stirate come quelle dei giapponesi, non scoprivano il bianco e restavano opachi e come estranei alla durezza di quegli accenti circonflessi e alla scema beatitudine dell'eterno sorriso.
Con le braccia raccolte sempre sul petto e le grosse mani slavate e nocchierute prendeva atteggiamenti di umiltà rassegnata.
Udito di che si trattava, prese sopra di sé l'affare di quel fucile, e disse che aveva, non una, ma cento ragioni don Tinuzzo di costernarsi così.
Sicuro, era un'arma! E, Dio liberi, in un momento come quello...
Momento terribile per tutta la Sicilia! Ma c'era lui, c'era lui, lì, per quei due bravi giovanotti e, con l'ajuto di Dio, niente paura, da questa parte! I guaj, guaj grossi, erano invece da un'altra.
E cominciò a rappresentare tutte le sue fatiche per rintracciare gl'incartamenti delle terre di Milione, prima all'archivio notarile, poi nella cancelleria del tribunale e in quella del Vescovado per tutti i piccoli e grossi censi che gravavano su quelle terre.
Ora gl'incartamenti erano pronti e in ordine dal notajo; ma don Flaminio Salvo non voleva pagar le spese dell'atto di vendita, e forse dal suo canto aveva ragione, perché, dopo tutto, faceva un gran favore...
lui banchiere...
- Ah sì, un gran favore? un gran favore? - scattò furibondo Vincente, - come per Primosole, è vero? un gran favore!
Don Jaco lo lasciò sfogare, in uno dei soliti atteggiamenti di santo martire; poi disse:
- Ma abbiate pazienza, don Tinuzzo mio! Che forse don Flaminio ha altri figliuoli, oltre quella già fidanzata a vostro fratello don Ninì? Non vedete che è tutta una finta, santo Dio? Domani si fa lo sposalizio e, gira e volta, alla fine tutto ritornerà qui!
- Tutto, eh? Bello..
facile...
liscio come l'olio...
- prese a dire Vincente, con furiosi inchini.
- Lo sposalizio dei matti! Ma se è così, perché don Flaminio si ricusa di pagar le spese dell'atto? Segno che non ci crede! Chi vi dice che questo matrimonio si farà? chi vi dice che...
- Don Tinuzzo! - lo interruppe quello.
- Vostro fratello don Ninì è entrato, sí o no, in casa del Salvo? o me l'invento io? Santo nome di Dio benedetto! Sono ormai parecchi giorni? Dunque, che vuol dire? Vuol dire che la ragazza ci sta! Ora volete che la paglia accanto al fuoco...
Del resto, oh! ecco qua don Ninì in persona...
Nessuno meglio di lui ve lo potrà confermare.
Vincente corse innanzi al fratello che entrava; gli s'accostò a petto, fremente; gli afferrò con le mani adunche le braccia, e alzò da un lato la faccia congestionata per sbirciarlo bene in volto, da vicino, con gli occhi miopi.
- Sì! guardatelo! - poi sghignò, allontanandosi e mostrandolo.
- Vedete che faccia ha! Pare un morto, lo sposo!
Ninì, così soprappreso, restò in mezzo alla stanza a guardare il fratello e don Jaco e donna Fana, come insensato.
Aveva veramente dipinta una torbida angoscia nel volto che di solito esprimeva la bontà mite e gentile dell'animo; e i begli occhi neri, vellutati, erano intensi di tetro cordoglio, eppur quasi smemorati.
Come seppe che cosa si voleva da lui e per qual fine, s'adontò fieramente, agitando le braccia, col volto atteggiato di schifo.
Don Jaco da una parte, donna Fana dall'altra, cercarono di calmarlo, d'interrogarlo con garbo; ma invano: si storceva, scotendo il capo, con un grido soffocato in gola.
- Ma dite almeno se c'è qualche speranza, per tranquillare vostro fratello! - gli gridò alla fine don Jaco a mani giunte.
Ninì lo guatò con un lampo strano negli occhi.
Ma se non ci fosse più alcuna speranza di richiamare Dianella alla ragione, che sarebbe più importato a lui della rovina della casa, della miseria, di tutto? Era mai possibile che qualcuno potesse sperar la salvezza di Dianella soltanto per questo, per salvar dalla rovina la casa? che tutto il suo impegno, il suo supplizio dovessero per quella gente servire a questo scopo? Ecco, lo costringevano a gettare la sua speranza come un'offa per placar la paura di quella miseria! Ebbene, sì, c'era una speranza, c'era, c'era...
E Ninì, coprendosi il volto, ruppe in uno stridulo pianto convulso.
Flaminio Salvo aveva stentato molto a decifrare la lettera della sorella Adelaide, la cui scrittura, non soltanto per gli spropositi d'ortografia quasi sempre illeggibile, pareva quella volta più che mai una furiosa raspatura di gallina.
Tutta un grido d'ajuto e di minaccia, quella lettera, tra imprecazioni ed esclamazioni disperate.
Le aveva risposto brevemente e pacatamente, che presto sarebbe venuto a visitarla a Colimbètra e che intanto stésse tranquilla, come si conveniva a una donna della sua età e della sua condizione.
Un sorriso frigido gli era venuto alle labbra, sogguardando dopo la lettura quel foglietto di carta che avrebbe voluto recargli ancora un dispiacere.
Pian piano lo aveva ripiegato e s'era messo a lacerarlo lentamente, per lungo e per largo, in pezzetti sempre più piccoli, senza più badare a quello che faceva, caduto in un attonimento grave, d'uggia aggrondata; alla fine, aveva guardato sul piano della scrivania l'opera delle sue dita: tutto quel mucchietto di minuzzoli di carta.
Chi sa se non aveva fatto soffrire anche quel foglietto, a lacerarlo e ridurlo così, in tutti quei minuzzoli! Gli era rimasto un bruciorino ai polpastrelli dell'indice e del pollice, che s'erano accaniti in quell'opera di distruzione, senza ch'egli la volesse; da sé, per il gusto di distruggere.
Ah, poter ridurre in minuzzoli così, senza pensarci, la vita, tutta quanta: ripiegarla in quattro, come un foglio sporco di spropositi, e strapparla per lungo e per largo, dieci, venti, trenta volte, pezzo per pezzo, lentamente!
Con uno sbuffo aveva sparpagliato su la scrivania e per terra tutti quei minuzzoli, e s'era alzato.
Guardando dai vetri del balcone la distesa ben nota, sempre uguale, delle campagne, le due scogliere lontane di Porto Empedocle, protese nel mare laggiù a occidente, come due braccia; le macchie scure dei piroscafi ancorati, e immaginando il traffico di tanta gente lì a' suoi servizii per l'imbarco dello zolfo delle sue miniere accatastato su la spiaggia, s'era sentito soffocare da tutte le noje, da tutti i pensieri che da anni e anni gli venivano da quel traffico per lui ormai superfluo, necessario a tanti che ne traevano i mezzi per provvedere ai meschini bisogni quotidiani e affrontar le miserie, i dolori, di cui è intessuta la loro vita e quella di tutti.
E s'era messo a pensare che, lui sazio e stanco, con la nausea della sazietà e l'abbandono della stanchezza, restava lì come disteso a farsi mangiare da tanti irrequieti affamati di cui non gl'importava nulla.
Ma avrebbe potuto forse impedirlo? L'opera sua, di tutta la sua vita, aveva preso corpo fuori di lui, e stava lì per gli altri.
Poteva forse quella distesa di campagne impedire che tanti uomini vi affondassero le zappe e gli aratri, vi piantassero gli alberi e ne raccogliessero i frutti? Così era ormai di lui.
E, come la terra, egli non sentiva alcuna gioja del lavoro che gli altri facevano sopra di lui per raccogliere il frutto; né questi altri, quantunque gli camminassero sopra, potevano dargli compagnia, penetrare, rompere la sua solitudine che aveva ormai l'insensibilità della pietra.
Sentiva solamente un enorme fastidio di tutto, che gli schiacciava la volontà di liberarsene, e solo gli moveva ancora inconsciamente le dita, come dianzi, a far del male a un foglietto di carta.
Ma tutte le cose ormai per lui avevano il valore di quel foglietto di carta; e bisognava pur lasciare che le dita, almeno le dita, facessero qualche cosa, da sé, poiché il fastidio le moveva.
Se si fossero rivoltate e accanite anche contro di lui, le avrebbe lasciate fare, allo stesso modo.
Davvero? O non fingeva l'incoscienza delle sue dita nel lacerar la lettera della sorella, per poter dire a se stesso che anche allo stesso modo, aveva lacerato, dopo il suo ritorno a Girgenti, certe altre lettere appena intraviste nei cassetti della scrivania o nel palchetto a casellario che gli stava davanti? Certe lettere con la firma di Nicoletta Capolino?
Veramente, no: le immagini di Aurelio Costa e di Nicoletta Capolino non erano mai venute a piantarglisi di fronte, cosicché egli potesse respingerle con un logico sorriso, dando le sue ragioni e facendo loro notare che a essi mancavano per perseguitarlo coi rimorsi.
La persecuzione loro era più d'ogni altra irritante, perché non appariva.
Non appariva, per questa ragione certissima e solida e pesante come una pietra di sepoltura: che erano stati anch'essi, l'uno per il suo proprio accecamento, l'altra per un suo motivo particolarissimo, a volere quella loro morte.
Eppure...
Eppure, sotto questa ragione che li seppelliva e glieli rendeva invisibili, essi, in un modo ch'egli non avrebbe saputo definire, gli erano...
non presenti, no, mai; anzi costantemente assenti: ma con questa loro assenza intanto lo perseguitavano.
Erano tutti e due di là, con Dianella, nell'assenza della sua ragione.
Egli non li vedeva, ma pur li sentiva nelle parole vuote di senso, negli sguardi e nei sorrisi vani della figliuola.
E allora, anche a lui irresistibilmente come dal fondo delle viscere contratte dall'esasperazione, venivano alle labbra parole vuote di senso, del tutto impensate; strane, vaghe parole che gli atteggiavano il viso a seconda delle diverse espressioni che contenevano in sé, per conto loro, fuori assolutamente della sua coscienza e senz'alcuna relazione col suo stato presente.Ed ecco che, quel giorno, per seguitar la finzione della sua incoscienza, dopo aver lacerato la lettera della sorella, si era anche messo a dire, allo stesso modo, parole impensate:
- Quello che serve...
quello che serve...
Se non che, alla fine, aveva mutato in ragionamento la finzione, apparsa a lui stesso troppo evidente:
- Quello che serve...
sì.
Devo accendere un sigaro? Mi serve un fiammifero.
Ecco il sigaro...
ecco il fiammifero: per sé, due cose; ma fatte per il mio bisogno di fumare.
Prima l'uno, poi l'altro, li accendo e li distruggo...
Quanti fiammiferi ho accesi! Troppi...
E tutta l'opera mia è andata in fumo! Male, perché non sono riuscito allo scopo...
ma io volevo maritar bene la mia figliuola, perché avessero almeno una bella corona...
già! una corona principesca...
tutte le mie fatiche e le mie lotte.
Una corona principesca!...
Fumo? Vanità? Eh, ma almeno questo compenso alla morte del mio bambino! Vanità, per forza, se la sorte volle togliermi ogni ragione di attendere a cose più serie, e mi lasciò una povera figliuola con l'ombra intorno della pazzia materna.
E ormai...
ormai...
se servo io, per il bisogno che qualcuno abbia di fumare...
Ma sì, ecco: non aveva lasciato entrare in casa quello stupido buon figliuolo del De Vincentis? E gli aveva messo davanti la figliuola: là! per l'esperimento! E se l'avesse guarita, con quei suoi begli occhi a mandorla vellutati, con quelle sue dolci manierine di dama, ecco che don Jaco Pàcia, seduto lì davanti a quella scrivania, maestro e donno, in pochi anni si sarebbe fumati a uno a uno tutti i suoi biglietti di banca e le sue cartelle di rendita e le zolfare e le campagne e le case e gli opificii.
- Quello che serve...
quello che serve...
Questa seccatura della sorella Adelaide, intanto, no, era proprio di più.
Che voleva da lui? Non stava comoda al suo posto? C'erano spine? Oh cara! E voleva le rose da lui? Con tutti quei «militari» che le facevano scorta; con quei ritratti dei Re Borboni che la proteggevano, via, poteva esser lieta e contenta...
Fosse stato lui al posto di lei!
Fallito ogni scopo, il solo pensiero di rivedere don Ippolito e di parlargli, era per lui ora un'oppressione intollerabile.
Come resistere, con l'arida nudità del suo animo desolato, senza più uno straccio d'illusione, alla vista di quell'uomo tutto quanto composto e addobbato e parato di nobile decoro? Gli pareva ora incredibile che avesse potuto prendere sul serio quella via per arrivare al suo scopo...
Povera Adelaide! C'era andata di mezzo lei...
Ma, dopo tutto, via! la villa era sontuosa e il posto ameno; con un po' di pazienza e di buona volontà, poteva sopportar la noja di quell'uomo non fatto propriamente per lei.
In tale disposizione d'animo, scese due giorni dopo, in vettura, a Colimbètra.
Il sorriso, venutogli alle labbra, su l'entrare, al saluto degli uomini di guardia parati, sì, ancora militarmente, ma senza più armi, non gli andò via per tutto il tempo che durò la visita.
Sorridendo ascoltò sotto le colonne del vestibolo esterno la risposta di capitan Sciaralla impostato su l'attenti, che le armi, nossignore, non erano state consegnate all'autorità, ma si tenevano riposte per prudenza; sorridendo accolse l'invito di Liborio d'accomodarsi nel salone, e, poco dopo, l'irrompere come una bufera della sorella Adelaide e le prime domande affannose, tra il pianto, intorno a Dianella.
- Mah...
fa cura d'amore, - le rispose.
E sorrise allo sbalordimento quasi feroce della sorella, per la sua placida risposta.
- Ridi?...
Dunque può guarire?
- Guarire...
Speriamo! La cura è buona...
Sorrise di più alle improperie che donna Adelaide gli scagliò in un impeto aggressivo, e poi alla rappresentazione di tutte le ambasce, di tutte le sofferenze e dei maltrattamenti ch'ella chiamava «pestate di faccia», da parte del marito.
- Bada, Flaminio! - proruppe a un certo punto la sorella; vedendolo sorridere a quel modo.
- Bada! Finisce ch'io la faccio davvero, la pazzia!
Egli la guardò un poco, e poi, aprendo le braccia:
- Ma perché? Scusa, se hai una bellissima cera!
A questa uscita, la sorella scappò via come per porre a effetto, subito subito, la minaccia.
E allora, attendendo che entrasse il principe per la seconda scena, sorrise ai ritratti dei due re di Napoli e Sicilia che lo guardavano con molta serietà dall'alto della parete.
Don Ippolito, scuro in viso e, dentro, in gran pensiero per la sorte del figliuolo di cui non aveva più notizie, entrò nel salone, maldisposto anche lui a quell'incontro, dal quale l'unico bene che potesse ripromettersi sarebbe stato certamente a costo d'uno scandalo, dopo la nauseante amarezza di volgari spiegazioni.
Ma si rischiarò alla vista di quel sorriso sulle labbra del cognato.
Lo interpretò nel senso che due uomini com'essi erano, non potessero e non dovessero dare alcuna importanza alle lagrimucce facili, alle smaniette passeggere d'una donna, che la loro generosità maschile poteva e doveva senza stento compatire.
Sorrise allora anche lui, ma con mestizia, don Ippolito, stringendo la mano al cognato; e, seguitando a sorridere, gli parlò pacatamente e in quel tono di superiorità maschile del suo dispiacere per i dissapori sorti tra lui e la moglie, perché tardava ancora...
eh, tardava purtroppo a stabilirsi l'accordo tra i loro sentimenti e i loro pensieri, non volendo ella intendere le ragioni per cui...
- Ma via, principe! - cercò d'interromperlo il Salvo.
- No no, - s'ostinò a dire don Ippolito.
- Perché io apprezzo moltissimo il sentimento da cui ella è mossa a chiedermi quel che non posso accordarle.
Io partecipo, credetemi, con tutto il cuore, alla vostra sciagura, e...
- Ma se sarebbe, tra l'altro, inutile la sua presenza! - disse, per troncare il discorso, il Salvo.
E con gran sollievo d'entrambi presero a parlar d'altro, cioè dei gravi avvenimenti del giorno.
Se non che, allora, il principe restò sconcertato nel notare la permanenza di quel sorriso su le labbra del cognato, mentr'egli manifestava con tanto calore la sua indignazione, sia per le misure oltraggiose del governo, sia per la tracotanza popolare.
Quale sarebbe stato il suo stupore se, interrompendosi all'improvviso e domandando a Flaminio Salvo perché seguitasse a sorridere a quel modo, questi gli avesse risposto:
- Perché?...
Ah...
Perché in questo momento sto pensando che Colimbètra ha, tra l'altro, la bella comodità d'esser molto vicina al cimitero, sicché voi tra poco, morendo, avrete l'insigne vantaggio d'esser seppellito a due passi da qui, senza attraversare la città, neanche da morto.
Ma gli sovvenne che il principe s'era fatto edificare nella stessa tenuta, e propriamente nel boschetto d'aranci e melograni attorno al bacino d'acqua che le dava il nome, un tumulo uguale a quello di Terone, e gli sorse una viva curiosità di andarlo a vedere.
Appena poté, interruppe anche quel discorso e propose al cognato una giratina in quel boschetto.
Donna Adelaide approfittò di quel momento per spedire Pertichino di corsa a Girgenti a consegnare un biglietto all'onorevole deputato Ignazio Capolino: S.P.M.
(sue pregiatissime mani).
Quando, sul far della sera, Flaminio Salvo rientrò in casa, nell'aprir l'uscio della stanza ove di solito stava Dianella guardata dalla vecchia governante e da una infermiera, ebbe la sorpresa di trovar la figliuola appesa al collo di Ninì De Vincentis, con gli occhi che le si scoprivano appena di su la spalla del giovine, ilari, sfavillanti di felicità, sotto i capelli scarmigliati, e le due mani aggrovigliate nella stretta.
- Dianella...
Dianella...
- la chiamò, con l'ansia nella voce, di saperla guarita.
Ma Ninì De Vincentis, piegando a stento il capo e mostrando il volto congestionato da un orgasmo atroce, gli rispose disperatamente:
- Mi chiama Aurelio...
CAPITOLO OTTAVO
Reduce da quel suo pellegrinaggio a Roma, da cui tanta gioja e tanta luce di sogni gloriosi s'era promesso di riportare a Valsanìa per i suoi ultimi giorni, Mauro Mortara, dopo la visita a donna Caterina Laurentano morente, a testa bassa, senza arrischiar neppure un'occhiata intorno, quasi avesse temuto d'esser deriso dagli alberi ai quali per tanti anni aveva parlato delle sue avventure, della grandezza e della potenza derivate alla patria dall'opera dei vecchi suoi compagni di cospirazione, d'esilio, di guerra, era andato a cacciarsi nella sua stanza a terreno, come nel suo covo una fiera ferita a morte.
Invano don Cosmo, per circa una settimana, aveva cercato di scuoterlo, di farlo parlare, compreso di quella sua pietà sconsolata per tutti coloro che giustamente rifuggivano dal rimedio ch'egli aveva trovato per guarire d'ogni male.
Alle sue insistenze, che almeno salisse alla villa per il desinare e la cena, Mauro aveva risposto, scrollandosi:
- Corpo di Dio, lasciatemi stare!
- E che mangi?
- Le mani, mi mangio! Andàtevene!
In un modo più spiccio e più brusco, il giorno dopo il suo arrivo, aveva risposto ai colombi, che durante la sua assenza erano stati governati due volte al giorno, all'ora solita, dal curàtolo Vanni di Ninfa: bum! bum! due schioppettate in aria; e li aveva dispersi con fragoroso scompiglio.
Né migliore accoglienza aveva fatto alla festa dei tre mastini quasi impazziti dalla gioja di rivederlo.
La placida immobilità dei vecchi oggetti della stanza, impregnati tutti da un lezzo quasi ferino, i quali parevano in attesa ch'egli riprendesse tra loro la vita consueta, gli aveva suscitato una fierissima irritazione: avrebbe preso a due mani lo strapunto di paglia abballinato in un angolo e lo avrebbe scagliato fuori con le tavole e i trespoli che lo sorreggevano, e fuori quel torchio guasto delle ulive, fuori seggiole e casse e capestri e bardelle e bisacce.
Solo gli era piaciuto riveder nel muro l'impronta degli sputi gialli di tabacco masticato che, stando a giacer sul letto, era solito scaraventare alla faccia dei nemici della patria, sanfedisti e borbonici.
Più volte, la lusinga degli antichi ricordi aveva cercato di riaffascinarlo; più volte, dalla porta aperta, i lunghi filari della vigna, con gli alberetti già verzicanti sparsi qua e là nel silenzio attonito di certe ore piene di smemorato abbandono, gli avevano per un momento ricomposto la visione quasi lontana di quel mondo, per cui fino a poco tempo addietro vagava nei dì sereni, gonfio d'orgoglio, da padreterno, lisciandosi la barba.
D'improvviso, ogni volta, l'anima che già s'avviava affascinata da quella visione, s'era ritratta all'aspro e fosco ronzare di qualche calabrone che, entrando nella stanza, lo richiamava con violenza al presente e rompeva il fascino e sconvolgeva la visione.
Che fare? che fare? come vedersi più in quei luoghi testimonii della sua passata esaltazione? come più attendere alle cure pacifiche della campagna, mentre sapeva che tutta la Sicilia era sossopra e tanti vili rinnegati si levavano ad abbattere e scompigliare l'opera dei vecchi? Da anni e anni, tutti i suoi pensieri, tutti i suoi sentimenti, tutti i suoi sogni consistevano dei ricordi e della soddisfazione di quest'opera compiuta.
Come aver più requie al pensiero ch'essa era minacciata e stava per essere abbattuta? Contro ogni seduzione delle antiche, tranquille abitudini, si vedeva costretto dalla sua logica ingenua a riconoscere ch'era debito d'onore, per quanti come lui portavano al petto le medaglie in premio di quell'opera, accorrere ora in difesa di essa.
- La vecchia guardia nazionale! la vecchia guardia! Tutti i veterani a raccolta!
E alla fine, in un momento di più intensa esaltazione, era corso come un cieco, per rifugio e per consiglio, al camerone del Generale, ove finora non gli era bastato l'animo di rimetter piede.
Appena entrato, era scoppiato in singhiozzi, e senza osare di riaprir gli scuri delle finestre e dei balconi, serrati con cura amorosa prima di partire, era rimasto al bujo, a lungo, con le mani sul volto, a piangere su l'antico divano sgangherato e polveroso.
A poco a poco, i fremiti, le ansie degli antichi leoni congiurati del Quarantotto che si riunivano lì in quel camerone attorno al vecchio Generale, s'erano ridestati in lui a farlo vergognare del suo pianto; le ombre di quei leoni, terribilmente sdegnate, gli eran sorte intorno e gli avevan gridato d'accorrere, sì, sì, d'accorrere, pur così vecchio com'era, a impedire con gli altri vecchi superstiti la distruzione della patria.
Nel bujo, da un canto di quel camerone, il malinconico leopardo imbalsamato, privo d'un occhio, non gli aveva potuto mostrare quanti ragnateli lo tenevano alla parete, quanta polvere fosse caduta sul suo pelo maculato ormai anche qua e là da molte gromme di muffa! E Mauro Mortara era riuscito con occhi atroci, gonfii e rossi dal pianto, e per poco non era saltato addosso a don Cosmo che, passeggiando per il corridojo, s'era fermato stupito, dapprima, a mirarlo in quello stato, e aveva poi cercato di trattenerlo e di calmarlo.
- Se non sapessi che vostra madre fu una santa, direi che siete un bastardo! - gli aveva gridato, quasi con le mani in faccia.
Don Cosmo non s'era scomposto, se non per sorridere mestamente, tentennando il capo, in segno di commiserazione; e gli aveva domandato dove volesse andare, contro chi combattere alla sua età.
Mauro se n'era scappato, senza dargli risposta.
E veramente, giù, nella sua stanza a terreno, aveva cominciato a darsi attorno per la partenza.
Alla sua età? Sangue della Madonna, che età? si parlava d'età, a lui! Dove voleva andare? Non lo sapeva.
Armato, pronto a qualunque cimento, sarebbe salito a Girgenti, a consigliarsi e accordarsi con gli altri veterani, con Marco Sala, col Ceràulo, col Trigòna, con Mattia Gangi che certo come lui, se avevano ancora sangue nelle vene, dovevano sentire il bisogno d'armarsi e correre in difesa dell'opera comune.
Se i nemici s'erano uniti, raccolti in fasci, perché non potevano unirsi, raccogliersi in fascio anche loro, della vecchia guardia? I soldati non bastavano; bisognava dar loro man forte; sciogliere con la forza quei fasci, cacciarne via tutti quei cani a fucilate, se occorreva.
Certo c'erano i preti, sotto, che fomentavano; e anche la Francia, anche la Francia dicevano che mandava denari, sottomano, per smembrare l'Italia e rimettere in trono, a Roma, il papa.
E chi sa che, scoppiata la rivoluzione, non volesse sbarcar da Tunisi in Sicilia? Come rimaner lì con le mani in mano, senza nemmeno tentare una difesa, senza nemmeno farsi vedere dagli antichi compagni e dir loro: - Son qua -? Bisognava partire, partir subito! Se non che, a poco a poco, quella sua furia s'era trovata impigliata, come in una ragna, dalle tante reliquie della sua vita avventurosa, esumate da vecchie casse e cassette e sacche logore e rattoppate e involti di carta ingiallita, strettamente legati con lo spago.
Avrebbe voluto farne uno scarto e portarsene addosso quante più poteva tra le più care.
Confuso, stordito, frastornato dai ricordi risorgenti da ognuna, a un certo punto s'era sentito fumar la testa e aveva dovuto smettere.
No, non era possibile liberarsi con tanta precipitazione da tutti quei legami.
E aveva rimandato la partenza al giorno dopo.
Tutta la notte era stato fuori, per la campagna, farneticando.
La voce del mare era quella del Generale; le ombre degli alberi erano quelle degli antichi congiurati di Valsanìa; e quella e queste seguitavano a incitarlo a partire.
Sì, domani, domani: sarebbe andato incontro a quegli assassini; lo avrebbero sopraffatto e ucciso; ma sì, questo voleva, se la distruzione doveva compiersi! Che valore avrebbero più avuto, altrimenti, le sue medaglie? Bisognava morire per esse e con esse! E se le sarebbe appese al petto, domani, correndo incontro ai nuovi nemici della patria.
Perché la Sicilia non doveva essere disonorata, no, no, non doveva essere disonorata di fronte alle altre regioni d'Italia che si erano unite a farla grande e gloriosa! Il giorno dopo, con l'enorme berretto villoso in capo, tutto affagottato e imbottito di carte e di reliquie, le quattro medaglie al petto, lo zàino dietro le spalle e armato fino ai denti, s'era presentato a don Cosmo per licenziarsi.
E sarebbe partito senza dubbio, se insieme con don Cosmo non si fosse adoperato in tutti i modi a trattenerlo Leonardo Costa, sopravvenuto da Porto Empedocle.
Licenziatosi dal Salvo, dopo la morte del figlio, e ricaduto nella misera e incerta condizione di sorvegliante alle stadere, Leonardo Costa aveva accettato, più per non vedersi solo che per altro, l'offerta pietosa di don Cosmo, di venire ogni sera da Porto Empedocle a cenare e a dormire a Valsanìa.
Il cammino non era breve né facile al bujo, le sere senza luna, per quella stradella ferroviaria ingombra e irta di brecce.
Dopo la sciagura, una stanchezza mortale gli aveva reso le gambe gravi, come di piombo.
Più volte s'era veduto venire incontro minaccioso il treno; più volte aveva avuto la tentazione di buttarcisi sotto e finirla.
Quando giù alla marina non trovava lavoro, se ne risaliva presto alla campagna, e per suo mezzo, da un po' di tempo, le notizie a Valsanìa arrivavano senza ritardo.
Se quel giorno, non avesse recato quella dello sbarco a Palermo del corpo d'armata che in un batter d'occhio avrebbe certamente domato e spazzato la rivolta, né lui né don Cosmo sarebbero riusciti a trattenere Mauro con la forza.
A calmarlo ancor più, era poi venuta la notizia della proclamazione dello stato d'assedio e del disarmo.
Nemmen per ombra gli era passato il dubbio, che l'ordine di consegnare le armi potesse riferirsi anche a lui, o che potesse correre il rischio d'esser tratto in arresto, se fosse salito alla città armato.
Le sue armi erano come quelle dei soldati; il permesso di portarle gli veniva dalle sue medaglie.
Le notizie recate dopo dal Costa avevano fatto su l'anima di lui quel che su una macchia già arruffata dalla tempesta suol fare una rapida vicenda di sole e di nuvole.
S'era schiarito un poco, sapendo che a Roma Roberto Auriti era stato scarcerato, quantunque soltanto per la concessione della libertà provvisoria, e che il fratello Giulio aveva condotto con sé a Roma la sorella e il nipote; e scombujato alla rivelazione inattesa che Landino, il nipote del Generale, colui che ne portava il nome, era tra i caporioni della sommossa, e che era fuggito da Palermo, dopo la proclamazione dello stato d'assedio, per sottrarsi all'arresto.
Dopo questa notizia s'era messo a guardare con cipiglio feroce Leonardo Costa, appena lo vedeva arrivare stanco e affannato da Porto Empedocle.
L'ansia di sapere era fieramente combattuta in lui dal timore rabbioso che, a cuor leggero, quell'uomo lo costringesse ad armarsi e a partire da Valsanìa.
Dacché era stato sul punto di farlo, conosceva per prova quel che gli sarebbe costato staccarsi da quella terra, strapparsi da tutti i ricordi che ve lo legavano, abbandonar la custodia del camerone, la sua vigna, i suoi colombi, gli alberi, che per tanto tempo avevano ascoltato i suoi discorsi.
Ma Leonardo Costa, dopo le furie dell'altra volta, sapeva ormai quali notizie erano per lui, quali per don Cosmo e per donna Sara Alàimo.
Si era lasciata scappar quella intorno al figlio del principe, perché supponeva che Mauro già lo sapesse socialista e dovesse aver piacere conoscendo ch'era riuscito a fuggire.
L'ultima notizia che il Costa recò, nuova nuova, fu tra i lampi, il vento e la pioggia d'una serataccia infernale.
Mauro aveva apparecchiato da cena, in vece di donna Sara da due giorni a letto per una forte costipazione, e ora stava con don Cosmo nella sala da pranzo in attesa dell'ospite che, forse a causa del cattivo tempo, tardava a venire.
Quell'attesa lo irritava, non tanto perché avesse voglia di mangiare, quanto perché temeva andasse a male la cena apparecchiata.
Aveva fatto sempre ogni cosa con impegno, e tra i tanti ricordi che gli davano soddisfazione c'era anche quello d'aver fatto «leccar le dita» agli Inglesi, quando era stato cuoco prima a bordo e poi a Costantinopoli.
Una delle ragioni del suo odio per donna Sara era appunto la gioja maligna manifestata più volte da questa per la pessima riuscita di qualche lezione di culinaria che aveva voluto impartirle.
Fuori d'esercizio e con l'animo sconvolto e distratto da tanti pensieri, si cimentava da due giorni con coraggio imperterrito nella confezione dei più complicati intingoli, e avvelenava l'ospite e il povero don Cosmo.
- Come vi pare?
- Ah, un miele, - rispondeva questi, invariabilmente.
- Forse, però, ho poco appetito.
- Al senso mio, - arrischiava il Costa,- mi pare che ci manchi un tantino di sale.
- O Marasantissima, - prorompeva Mauro, - eccovi la saliera!
Donna Sara era da due giorni digiuna.
Tra gli urli del vento, i boati spaventosi del mare, lo scroscio della pioggia, si udivano i suoi scoppii di tosse, e lamenti e preghiere recitate ad alta voce.
In preda, certo, a un assalto furioso di mania religiosa, s'era asserragliata nella sua cameretta e rifiutava ogni cibo e ogni cura.
Di tanto in tanto don Cosmo, sentendola tossire più forte e più a lungo, si recava premuroso a chiamarla dietro l'uscio e a domandarle se volesse qualche cosa.
Per tutta risposta donna Sara gli gridava, appena poteva, con voce soffocata:
- Pentìtevi, diavolacci!
E riprendeva a gridare avemarie e paternostri.
Finalmente arrivò Leonardo Costa, in uno stato miserando, tutto scompigliato dal vento, con l'acqua che gli colava a ruscelli dal cappotto e con tre dita di fango attaccato agli scarponi.
Non tirava più fiato e non poteva più tener ritta la testa, dalla stanchezza.
Mauro, per ricetta, gli fece subito trangugiare un bicchierone di vino, opponendo alla resistenza la solita esclamazione:
- Oh Marasantissima, lasciatevi servire!
Don Cosmo s'affrettò a condurselo in camera e lo ajutò a cangiarsi d'abito, facendogliene indossare uno suo che gli andava molto stretto, ma almeno non era bagnato.
Intanto Mauro aveva portato in tavola e gridava dalla sala da pranzo:
- Santo diavolone, venite o non venite?
Quando vide comparire l'uno e l'altro con due visi stralunati, si mise in apprensione e domandò aggrondato:
- Che altro c'è?
Nessuno dei due gli rispose.
Don Cosmo, invece, domandò al Costa:
- E Ippolito? Ippolito?
- Dormiva, - rispose quello.
- Alle tre di notte! Dormiva.
Ma dice che, quando l'uomo di guardia, costretto ad aprire il cancello, corse alla villa ad avvertire...
- Parlate di don Landino? - lo interruppe a questo punto Mauro, cacciandosi tra i due furiosamente.
- Ditemi che cos'è!
- No, che don Landino! - gli rispose il Costa, mostrando sul volto una trista gajezza.
- Gli hanno fatto l'ultima a quel degno galantuomo che è stato qua un mese a pestarvi la faccia! So che voi lo amate quanto me!
- Il Salvo?
- Già!
E il Costa alzò un piede come per darlo sul collo del caduto.
Seguitò:
- Sua sorella, la moglie del principe, ha preso la fuga, questa notte, col deputato Capolino...
- La fuga? Come, la fuga?
- Come, eh? Ci vuol poco...
Quello è venuto a pigliarsela con la carrozza, e son partiti di nottetempo, con la corsa delle tre, per Palermo.
Certo s'erano accordati avanti...
Don Cosmo, ancora stralunato, mormorava tra sé in disparte:
- Povero Ippolito...
povero Ippolito...
- Gli sta bene! - corse a gridargli Mauro in faccia.
- Mescolarsi con una tal razza di gente, - aggiunse il Costa con una smorfia di schifo.
- Del resto, sa, sì-don Cosmo? una certa mortificazione, forse, non dico di no...
Lo scandalo è grosso: non si parla d'altro a Girgenti e alla marina...
Ma, dopo tutto...
già non la trattava nemmeno da moglie...
dice che dormivano divisi e che...
a sentir le male lingue...
quel cagliostro, dice, se la piglia com'era prima del matrimonio...
Quando l'uomo di guardia corse alla villa ad annunziare la fuga e il cameriere andò a svegliare il principe, dice che egli non alzò neanche la testa dal cuscino e rispose al cameriere: «Ah sí? Buon viaggio! Penserò domani ad averne dispiacere, quando mi sarò levato...».
Don Cosmo negò più volte energicamente col capo e aggiunse:
- Non sono parole d'Ippolito, codeste!
- Per conto mio, - riprese il Costa, sedendo con gli altri a tavola e cominciando a cenare, - che vuole che le dica? Mi dispiace per il principe; ma ci ho gusto, un gran gusto per l'onta che n'avrà il fratello...
Ah, sì-don Cosmo, non so davvero perché vivo! Vorrei salvarmi l'anima, glielo giuro; vorrei darle tempo di superar la pena, perché almeno in punto di morte potesse perdonare e salirsene a Dio...
Ma no, sì-don Cosmo: la pena è più forte e si mangia l'anima; l'odio mi cresce e si fa più rabbioso di giorno in giorno; e allora dico: perché? non sarebbe meglio ammazzar prima lui e poi me, e farla finita?
- Forse, - mormorò don Cosmo, - gli fareste un regalo...
- Ecco ciò che mi tiene! - esclamò il Costa.
- Perché sarebbe un regalo anche per me!
- Mangiate e non piangete! - gli gridò Mauro.
- Abbiate pazienza, don Mauro, - gli disse allora il Costa, forzandosi a sorridere.
- Nei vostri piatti, per il palato mio, ci manca sempre un tantino di sale.
Qualche lagrimuccia è condimento.
Don Cosmo, intanto, assorto, mirando attentamente un pezzetto di carne infilzato nella forchetta sospesa, diceva tra sé:
- Come due ragazzini...
E tra i colpi di tosse donna Sara seguitava a gridar di là:
- Pentìtevi, diavolacci! pentìtevi!
All'improvviso, mentre i tre seduti a tavola finivano di cenare, da fuori, ove il vento e la pioggia infuriavano, tra il fragorìo continuo degli alberi e del mare, s'intesero i furibondi latrati dei mastini che ogni sera, su i gradini della scala, stavano ad aspettar l'uscita del padrone dopo la cena.
Mauro, accigliato, si rizzò sul busto e tese l'orecchio.
Quei latrati avvisavano che qualcuno era presso la villa.
E chi poteva essere a quell'ora, con quel tempo da lupi? si udirono grida confuse.
Mauro balzò in piedi, corse a prendere il fucile appoggiato a un angolo della sala, e s'avviò alla porta.
Prima d'aprire, applicò l'orecchio al battente e subito, intendendo che giù, innanzi alla villa, i cani cercavano d'impedire il passo a parecchi che se ne difendevano gridando, spense il lume, spalancò la porta e, tra lo scroscio violento della pioggia, nella tenebra sconvolta, spianando il fucile, urlò dal pianerottolo:
- Chi è là?
Un palpito di luce sinistra mostrò per un attimo, in confuso, la scena.
Mauro credette d'intravedere quattro o cinque che, minacciando disperatamente, indietreggiavano all'assalto dei mastini.
- Mauro, perdio! Questi cani! Ne ammazzo qualcuno! Ti chiamo da tre ore!
- Don Landino?
E Mauro, fremente, si precipitò dalla scala, tra il vento, sotto la pioggia furiosa.
- Dove siete? dove siete?
Alla voce del padrone i cani desistettero dall'assalto, pur seguitando ad abbajare.
- Mauro!
- Voi qua? - gridò questi, cercando, invece dei cani, d'impedir lui ora il passo.
- Avete il coraggio di rifugiarvi qua coi vostri compagni d'infamia? Non vi ricevo! Andatevene! Questa è la casa di vostro Nonno! Non vi ricevo!
- Mauro, sei pazzo?
- In nome di Gerlando Laurentano, via! Andatevene! Là, da vostro padre è il rifugio per voi e pei vostri compagni, non qua! Non vi ricevo!
- Sei pazzo? Lasciami! - gridò Lando, strappandosi dalla mano di Mauro, che lo teneva afferrato per un braccio.
Sprazzò sul pianerottolo della scala un lume, che subito il vento spense.
E don Cosmo, accorso col Costa, chiamò di là:
- Landino! Landino!
Questi rispose:
- Zio Cosmo! - e, rivolto ai compagni: - Su, su, andiamo su!
- Don Landino! - gl'intimò allora Mauro con voce squarciata dall'esasperazione.
- Non salite alla villa di vostro Nonno! Se voi salite, io me ne vado per sempre! Ringraziate Iddio che vi chiamate Gerlando Laurentano! Questo solo mi tiene dal farvi fare una vampa, a voi e a codeste carogne, sacchi di merda, che avete accanto! Ah sì? salite? Un fulmine, Dio, che la dirocchi e vi schiacci tutti quanti! Aspettate, ecco qua, tenete, compite la vostra prodezza! Vi consegno la chiave!
E la grossa chiave del camerone venne a sbattere contro la porta che si richiudeva.
- E pazzo! è pazzo! - ripetevano al bujo Lando, don Cosmo, il Costa cercando in tasca i fiammiferi per riaccendere il lume, mentre i compagni di Lando, storditi da quell'accoglienza nel ricovero tanto sospirato e ora finalmente raggiunto, domandavano ansimanti e perplessi:
- Ma chi è?
- Pazzo davvero?
- O perché?
Riacceso il lume, i cinque fuggiaschi, Lando, Lino Apes, Bixio Bruno, Cataldo Sclàfani e l'Ingrao, apparvero come ripescati da una fiumara di fango.
Cataldo Sclàfani, dalla faccia spiritata, già ispida su le gote, sul labbro e sul mento della barba che gli rispuntava, era più di tutti compassionevole: pareva un convalescente atterrito, scappato di notte da un ospedale schiantato dalla tempesta.
Fu per un momento uno scoppiettìo di brevi domande e di risposte affannose, tra esclamazioni, sospiri e sbuffi di stanchezza; e chi si scrollava, e chi pestava i piedi, e chi cercava una sedia per buttarcisi di peso.
- Inseguiti? - No, no...
- Scoperti?...
- Forse!...
- Ma che! no...
- Sì...
- Forse Lando...
- A piedi! E come?...
- Da tre giorni! - Diluvio! diluvio!...
- Ma come, dico io, senz'avvertire? senz 'avvertire?
Quest'ultima esclamazione era - s'intende - di don Cosmo.
L'andava ripetendo all'uno e all'altro, sforzandosi di concentrarsi nella gran confusione che gli faceva grattar la barba su le gote con ambo le mani.
- Dico...
dico...
Ma come?...
senz'avvertire?...
E chi sa fino a quando l'avrebbe ripetuto, se finalmente non gli fosse balenata l'idea che bisognava dare ajuto in qualche modo a quei giovanotti.
Che ajuto?
- Ecco, venite, venite qua! - prese a dire, afferrando per le braccia ora l'uno ora l'altro.
- Spogliatevi, subito...
Ho roba...
roba per tutti...
qua, qua in camera mia...
nella cassapanca, venite con me!
Bixio Bruno e l'Ingrao, meno storditi e meno stanchi degli altri, s'opposero energicamente a quella strana insistenza.
- Ma no! Ma lasci! - gridò il primo.
- Non c'è da perder tempo...
È distante molto Porto Empedocle da qua?
- Ecco, sì, - esclamò Lando, rivolto allo zio.
- Qualcuno...
un contadino fidato, da spedire a Porto Empedocle subito, per noleggiare una barca...
qualche grossa barca da pesca...
- Prima che spunti il giorno, per carità! - raccomandò lo Sclàfani, facendosi avanti con la sua aria spiritata.
- Dovremmo essere in mare prima che spunti il giorno! Forse siamo stati scoperti...
- E dàlli! Ti dico di no - gli gridò l'Ingrao.
- E io ti dico invece di sì - ribatté lo Sclàfani.
- Alla stazione cli Girgenti, Lando, potrei giurare, è stato riconosciuto...
Leonardo Costa fece osservare che il noleggio di una barca, in un frangente come quello, non era incarico da affidare a un contadino.
- Posso andare io, se volete! Anzi, andrò io, ora stesso!
- Con questo tempo? - domandò angustiato don Cosmo.
- Signori miei, non precipitate così le cose...
Spogliatevi, date ascolto a me: prenderete un malanno...
Vedete...
ecco qua...
quest'amico mio...
vedete...
l'ho fatto cambiare io, or ora...
C'è roba...
roba per tutti..
nella cassapanca, venite a vedere!
Il Costa con un gesto d'impazienza, domandò ai giovani:
- Vorreste che venisse qua sotto Valsanìa, la barca?
- Sì, sì, qua! - rispose Lando.
- No, zio, per carità, mi lasci stare!
- Spògliati, ti dico...
- Non è prudente, - seguitò Lando, rivolto al Costa, mentre lo zio gli strappava per forza il soprabito, - non è prudente mostrarci a Porto Empedocle.
A quest'ora a tutti i porti di mare sarà certo venuto da Palermo l'ordine della nostra cattura.
- Ma sarà difficile, - fece notare allora il Costa, - che approdi qua sotto, di notte, una tartana, con questo mare grosso...
Basta; non mi tiro indietro...
si potrà tentare...
E corse a prendere in sala l'ampio mantello a cappuccio, ancora zuppo di pioggia.
- Amici! - gridò l'Ingrao, - non sarebbe meglio seguire questo signore, ora che è notte e nessuno ci vede? Ci terremo nascosti in prossimità del paese, fintanto che egli non avrà noleggiato la barca!
Il consiglio non fu accettato per una savia considerazione di Lino Apes:
- Ma che dite? Credete che una tartana si noleggi in quattro e quattr'otto, di nottetempo e con questo tempo? Bisognerà trovare il padrone...
- Lo conosco! - interruppe il Costa.
- Ne conosco uno io, mio amico, fidatissimo.
- E i marinaj? - domandò l'Apes.
- Il padrone solo non basta.
- Certo! Bisognerà trovare anche i marinaj, - riconobbe il Costa, - e allestir la barca...
Prima di giorno non si farà a tempo.
- E allora, no! - gridò subito lo Sclàfani, rifacendosi avanti impetuosamente.
- A Porto Empedocle, no, di giorno! Converrà imbarcarci qua!
- Intanto, io vado! - disse Leonardo Costa, che si era già incappucciato.
- Povero amico!- gemette don Cosmo.- Ma proprio?...
Il Costa non volle sentir commiserazioni né ringraziamenti e s'avventurò nella tenebra tempestosa.
Allorché Lando seppe che costui era il padre di Aurelio Costa, barbaramente assassinato insieme con la moglie del deputato Capolino dai solfaraj del Fascio d'Aragona, guardò cupamente l'Ingrao e gli altri compagni.
Interpretando male quello sguardo, il Bruno manifestò, sebbene esitante, il sospetto non si fosse quegli recato a Porto Empedocle per vendicarsi, denunziandoli.
Don Cosmo allora, accomodando la bocca, emise il suo solito riso di tre oh! oh! oh!
- Quello? - disse; e spiegò il sentimento e la devozione del suo povero amico, il quale, facendo carico della morte del figliuolo soltanto a Flaminio Salvo, non pensava neppur lontanamente ai socii del Fascio d'Aragona.
- Oh, a proposito! - disse poi, colpito dal nome del Salvo, venutogli così per caso alle labbra.
E si chiamò Lando in disparte per annunziargli la fuga di donna Adelaide.
- Come una ragazzina, capisci? Alle tre di notte!
Nel trambusto, era rimasta finora inavvertita la voce di donna Sara Alàimo che, credendo forse a una vera invasione di demonii in quella notte di tempesta, ripeteva più arrabbiata che mai dalla sua remota cameretta in fondo al corridojo:
- Pentìtevi, diavolacci!
Il grido strano giunse spiccatissimo in quel momento di silenzio, e tutti, tranne don Cosmo, ne rimasero sbalorditi; anche Lando, già sbalordito per conto suo dalla notizia che gli aveva dato lo zio.
- Chi è?
- Ah, niente, donna Sara! - rispose quegli, come se Lando e i compagni conoscessero da un pezzo la vecchia casiera di Valsanìa.
- Mi sta facendo impazzire, parola d'onore...
S'è chiusa da due giorni in camera, e grida così...
È malata, poverina.
Anche di...
E si picchiò con un dito la fronte.
I quattro compagni di Lando si guardarono l'un l'altro negli occhi.
Dov'erano venuti a cacciarsi dopo tre giorni di fuga disperata? Pazzo era stato dichiarato il vecchio, che aveva fatto loro in principio quella bella accoglienza; pazza era dichiarata ora anche quest'altra vecchia; e che fosse perfettamente in sensi chi dichiarava pazzi con tanta sicurezza quegli altri due, non appariva loro, in verità, molto evidente.
Finora quello zio di Lando, tranne che per i loro abiti bagnati e inzaccherati, non aveva mostrato altra costernazione.
- State ancora così? - esclamò, difatti, meravigliato, don Cosmo, dopo aver dato quel ragguaglio sul grido di donna Sara, e corse ad aprir la cassapanca, ov'eran riposti i suoi abiti smessi.
- Qua, qua...
prendete...
vi dico che c'è roba per tutti
I quattro giovani non poterono piú tenersi dal ridere, e presero ad ajutarsi a vicenda per spiccicarsi d'addosso gli abiti inzuppati di pioggia
- L'importante, v'assicuro io, - diceva don Cosmo, - è questo soltanto, per ora: di non prendere un raffreddore.
Minchionatemi pure, ma cambiatevi.
Che ci fosse roba per tutti, intanto, era soverchia presunzione.
Lino Apes, non trovando più nella cassapanca nessun capo di vestiario per sé, gli si fece innanzi con la tonaca da seminarista distesa su le braccia come una bambina da portare al battesimo:
- Posso prender questa?
- E perché no? Ah, che cos'è, la tonaca? Eh...
se vi andrà...
E sorrise alle risa di quei quattro che si paravano goffamente degli altri abiti, esalanti tutti un acutissimo odore di canfora.
Cataldo Sclàfani s'era acconciato con la napoleona e, poiché gli faceva male il capo, s'era annodato alla carrettiera un bel fazzolettone giallo, di cotone, a quadri rossi.
La gioventù a poco a poco riprendeva il sopravvento.
Nessuno pensò più alla disfatta, all'incertezza dell'avvenire.
Tra gli spintoni e la baja dei compagni, Lino Apes, stremenzito in quella tonaca di seminarista, corse in cucina a riaccendere il fuoco.
Avevano fame! avevano sete! Ma qua don Cosmo sentì cascarsi l'asino: sapeva appena dove fosse la dispensa; e la chiave forse l'aveva Mauro con sé.
- La chiave? - gridò l'Ingrao.
- L'ho trovata!
E corse a raccattare dal pianerottolo della scala quella che Mauro aveva scagliata contro la porta, rimasta là fuori.
- Eccola qua! eccola qua!
Don Cosmo stette un pezzo a osservarla.
- Questa? - disse.
- No...
Oh che cos'è? questa è la chiave del camerone! Dove l'avete presa?
Nella confusione non aveva inteso l'ultimo grido di Mauro; e, come gli fu detto che quella chiave era stata scagliata contro Lando, subito s'impensierí e, volgendosi a questo:
- Ma allora vedrai che...
oh per Dio! - esclamò, - se ti ha buttato la chiave, vedrai che se ne va davvero...
Forse se n'è già andato!
- Andato? dove? - domandò Lando, costernato anche lui e addolorato.
- E chi lo sa? - sospirò don Cosmo.
E narrò in breve come già a stento fosse riuscito una prima volta a trattenerlo; poi, siccome gli altri quattro giovani ridevano dei pazzi propositi e del sentimento di quello strano vecchio, gli bisognò dir loro chi fosse, che avesse fatto, che cosa fosse per lui quel camerone e che contenesse.
- Ah sì? Anche un leopardo imbalsamato?
E, incuriositi, Lino Apes, l'Ingrao, il Bruno, lo Sclàfani, appena don Cosmo e Lando si recarono a cercar di Mauro, ripresa quella chiave, entrarono nel camerone.
Sott'esso appunto era la stanza di Mauro Mortara.
Don Cosmo e Lando, con una candela in mano, erano entrati in uno stanzino segreto, ov'era una botola che conduceva al pianterreno della villa; senza far rumore avevano sollevato da terra la caditoja ed erano scesi per la ripida scala di legno non ben sicura alla cantina; di qua eran passati nel palmento; avevano poi attraversato due ampii magazzini vuoti, uno sgabuzzino pieno di vecchi arnesi rurali affastellati, ed erano arrivati a un uscio interno della stanza di Mauro.
Chinandosi a guardare, Lando s'accorse, dalla soglia, che c'era lume.
- Mauro! - chiamò allora don Cosmo.
- Mauro!
Nessuna risposta.
Lando tornò a chinarsi per guardare attraverso il buco della serratura.
Veniva, di su, il frastuono di quei quattro, che rincorrevano per il camerone Lino Apes vestito da seminarista, e gridavano, e ridevano.
Mauro Mortara, seduto davanti a una cassa, tratta da sotto il letto, stava con le braccia appoggiate su l'orlo del coperchio sollevato, e il viso affondato tra le braccia.
- C'è? che fa? - domandò don Cosmo.
Lando levò rabbiosamente un pugno verso il soffitto, donde veniva il fracasso dei compagni.
Sentiva, tra il dispetto acerbo contro questi e contro se stesso, un vivo rimorso della fiera offesa recata al sentimento di quel suo caro vecchio, e un angoscioso cordoglio di non potere in quel momento unire il suo richiamo affettuoso a quello dello zio.
- Che fa? - ridomandò questi, più piano.
Che cosa facesse Mauro, col viso così nascosto tra le braccia, lo dicevano chiaramente le medaglie che, appese al petto e ciondolanti per la positura in cui stava, traballavano a tratti.
Piangeva...
sì...
ecco...
piangeva...
e aveva alle spalle quel suo comico zainetto che già gli aveva veduto a Roma.
- Mauro! - chiamò di nuovo don Cosmo.
A questo nuovo richiamo, Lando, ancora con l'occhio al buco della serratura, gli vide sollevar la faccia e tenerla un po' sospesa, senza tuttavia voltarla verso l'uscio; lo vide poi alzarsi e accostarsi di furia al tavolino.
- Ha spento il lume, - disse allo zio, rizzandosi.
Stettero entrambi un pezzo in ascolto, perplessi nell'attesa di sentirgli aprir la porta.
Si videro lì, allora, come imprigionati; non avevan le chiavi né dei magazzini, né del palmento, né della cantina, e dovevano dunque ritornar su, se volevano impedirgli d'andare; bisognava far presto, per non dargli tempo d'allontanarsi troppo.
Ma nessun rumore veniva più dalla stanza.
Don Cosmo fe' cenno al nipote di risalire, in silenzio.
Quando furono nel primo dei due magazzini, si fermò e disse sottovoce:
- Tanto, se vuole andare, né tu né io potremmo trattenerlo con la forza.
Forse ritornerà, quando voi sarete partiti e gli sarà sbollita la collera.
Lando guardò quel suo vecchio zio, da lui appena conosciuto, in quel vasto magazzino, in cui il lume della candela projettava mostruosamente ingrandite le ombre dei loro corpi ed ebbe l'impressione che una strana realtà impensata gli s'avventasse agli occhi all'improvviso, con la stramba inconseguenza d'un sogno.
Da un pezzo non vedeva più la ragione dei suoi atti che gli lasciavan tutti uno strascico di rincrescimento, un amaro sapore d'avvilimento; ma ora, più che mai, di fronte alla realtà così stranamente spiccata di quel suo zio fuori della vita, in quell'antica solitaria campagna, lì davanti a lui, in quel magazzino vuoto, con quella candela in mano.
Fu tentato di spegnerla, come dianzi Mauro aveva spento il lume nella sua stanza di là.
Udì la voce del vento, i boati del mare: fuori era il bujo tempestoso; anche quello della sorte che lo aspettava.
Bisognava che in quel bujo, a ogni costo, assolutamente, trovasse una ragione d'agire, in cui tutte le sue smanie si quietassero, tutte le incertezze del suo intelletto cessassero dal tormentarlo.
Ma quale? ma quando? ma dove?
- Passerà, - diceva poco dopo don Cosmo, con gli angoli della bocca contratti in giù, la fronte increspata come da onde di pensieri ricacciati indietro dal riflusso della sua sconsolata saggezza, e con quegli occhi che pareva allontanassero e disperdessero nella vanità del tempo tutte le contingenze amare e fastidiose della vita.
- Passerà, cari miei...
passerà...
I quattro giovani avevano trovato da sé la dispensa e, poiché era aperta, avevan portato di là in tavola quanto poteva servire al loro bisogno; ora, dopo il pasto e saziata la sete, facevano sforzi disperati per resistere alla stanchezza aggravatasi su le loro pàlpebre all'improvviso.
Quell'esclamazione di don Cosmo era in risposta alla rievocazione ch'essi avevano fatta, alcuni con cupa amarezza, altri con rabbioso rammarico e Lino Apes con la sua solita arguzia, degli ultimi avvenimenti tumultuosi.
Guardandoli come già lontanissimi nel tempo, don Cosmo non riusciva a scorgerne più né il senso né lo scopo.
Dal suo aspetto, agli occhi di Lando, spirava quello stesso sentimento che spira dalle cose che assistono impassibili alla fugacità delle vicende umane.
- Avete visto il leopardo?
- Sì, bello...
bello - brontolò l'Ingrao, cacciando il volto, deturpato dall'atra voglia di sangue, tra le braccia appoggiate su la tavola.
- Quello era un leopardo vivo!
Lino Apes spalancò gli occhi e domandò, quasi con spavento:
- Mangiava?
- Lo dico, - riprese don Cosmo, - perché ora, cari miei, è pieno di stoppa e non mangia più.
E quella lettera di mio padre? L'avete letta? Un foglietto di carta sbiadito...
E la scrisse una mano viva, come questa mia, guardate...
Che cos'è ora? Quel povero pazzo l'ha messa in cornice...
Luigi Napoleone...
il colpo di Stato...
gli avvenimenti della Francia...
Raccolse le dita delle mani a pigna e le scosse in aria, come a dire: «Che ce n'è più? che senso hanno?».
- Realtà d'un momento...
minchionerie...
Si alzò; s'appressò ai vetri del balcone che da un pezzo non facevano più rumore, e si voltò al nipote:
- Senti che silenzio? - disse.
- Ti do la consolante notizia che il vento è cessato...
- Cessato? - domandò Cataldo Sclàfani, levando di scatto dalle braccia, che teneva anche lui appoggiate alla tavola, la faccia spiritata, da convalescente, col fazzoletto giallo tirato fin su le ciglia.
- Bene bene...
C'imbarcheremo qua...
Buona notte!
E si ricompose a dormire.
- Così tutte le cose...
- sospirò don Cosmo, mettendosi a passeggiare per la sala; e seguitò, fermandosi di tratto in tratto: - Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c'è più altra realtà...
E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude.
Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione.
Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà...
passerà...
Guardò in giro alla tavola e mostrò a Lando i suoi compagni già addormentati.
- Anzi, vedi? è già passato...
E lo lasciò lì solo, innanzi alla tavola.
Lando mirò i penosi atteggiamenti sguajati, le comiche acconciature, le facce disfatte dalla stanchezza de' suoi amici e invidiò il loro sonno e ne provò sdegno allo stesso tempo.
Avevano potuto scherzare; ora potevano dormire, dimentichi che dei disordini provocati dalle loro predicazioni a una gente oppressa da tante iniquità ma ancor sorda e cieca, s'avvaleva ora il governo per calpestare ancora una volta quella terra, che sola, senza patti, con impeto generoso s'era data all'Italia e in premio non ne aveva avuto altro che la miseria e l'abbandono.
Potevano dormire, quei suoi amici, dimentichi del sangue di tante vittime, dimentichi dei compagni caduti in mano della polizia, i quali certo, domani, sarebbero stati condannati dai tribunali militari...
Si alzò anche lui; si recò alla sala d'ingresso, desideroso d'uscire all'aperto, a trarre una boccata d'aria, per liberarsi dell'angoscia che l'opprimeva, ora che il vento e la pioggia erano cessati.
Ma innanzi alla porta si fermò, vinto dall'odore di antica vita che covava in quella villa ove suo nonno era vissuto, ove con quel desolato sentimento di precarietà lasciava invano passare i suoi tristi giorni quel suo zio, ove Mauro Mortara...
Subito si scosse al ricordo del suo vecchio snidato da lui crudelmente negli ultimi giorni da quella dimora che il culto di tante memorie gli rendeva sacra; più che per tutto il resto sentì dispetto e onta dell'opera sua e dei suoi compagni per quest'ultima conseguenza ch'essa cagionava: di cacciar via da Valsanìa il suo vecchio custode, colui che gli appariva da un pezzo come la più schietta incarnazione dell'antica anima isolana; e corse per tentar di placarlo, per gridargli il suo pentimento e forzarlo a rimanere.
La porta della stanza di Mauro era aperta; la stanza era al bujo e vuota.
Su la soglia stavano incerti e come smarriti i tre mastini.
Non abbajarono.
Anzi, gli si fecero attorno ansiosi, drizzando le aguzze orecchie, scotendo la breve coda, quasi gli chiedessero perché il loro padrone, seguito da essi come ogni notte, a un certo punto si fosse voltato a cacciarli, a rimandarli indietro rudemente: perché?
Da un balcone in fondo venne la voce di don Cosmo:
- Se n'è andato?
- Sì, - rispose Lando.
Don Cosmo non disse più nulla.
Nella tetraggine, solenne e come sospesa, della notte ancora inquieta, rimase a udire il fragore del mare sotto le frane di Valsanìa e l'abbajare più o men remoto dei cani; poi, con una mano sul capo calvo, si affisò ad alcune stelle, chiodi del mistero com'egli le chiamava, apparse in una cala di cielo, tra le nuvole squarciate.
Senza curarsi del fango della strada, dove i suoi stivaloni ferrati affondavano e spiaccicavano; con gli occhi aggrottati sotto le ciglia e quasi chiusi; tutto il viso contratto dallo sdegno; un agro bruciore al petto e la mente occupata da una tenebra più cupa di quella che gli era intorno, Mauro Mortara era, intanto, più d'un miglio lontano da Valsanìa.
Andava nella notte ancora agitata dagli ultimi fremiti della tempesta, investito di tratto in tratto da raffiche gelate che gli spruzzavano in faccia la pioggia stillante dagli alberi, di qua e di là dalle muricce, lungo lo stradone.
Andava curvo, a testa bassa, il fucile appeso a una spalla, le due pistole ai fianchi, un pugnale col fodero in cuojo alla cintola, lo zàino alle spalle, il berretto villoso in capo e le medaglie al petto.
Saliva verso Girgenti; ma voleva andare più lontano; lasciare a un certo punto lo stradone e mettersi per la linea ferroviaria; attraversare una breve galleria, sboccare in Val Sollano, e di lì, nei pressi della stazione, avviarsi per un altro stradone al paese di Favara, ove, in un poderetto di là dall'abitato, viveva un suo nipote contadino, figlio d'una sorella morta da tanti anni, il quale più volte gli aveva offerto tetto e cure nel caso che, infermo, avesse voluto ritirarsi da Valsanìa.
Andava lì, da quel suo nipote; ma non ci voleva pensare.
La testa, il cuore gli erano rimasti come pestati, schiacciati e macerati dallo stropiccìo dei passi di quei giovani, che per supremo oltraggio s'erano introdotti a profanare il camerone del Generale, mentr'egli nella sua stanza, sotto, s'apparecchiava a partire.
Non voleva più pensare né sentir nulla; nulla immaginare dei giorni che gli restavano.
Tuttavia, il cuore calpestato, a poco a poco, sotto l'assillo del pensiero che, forse, quel suo nipote contadino gli aveva offerto ricetto perché s'aspettava da lui chi sa quali tesori, cominciò a rimuoverglisi dentro, a riallargarglisi in émpiti d'orgoglio.
Soltanto da giovane e dalle mani del Generale, fino alla partenza per l'esilio a Malta, egli aveva avuto un salario.
Ritornato a Valsanìa, dopo le vicende fortunose della sua vita errabonda, per mare, in Turchia, nell'Asia Minore, in Africa, e dopo la campagna del Sessanta, aveva prestato sempre la sua opera, colà, disinteressatamente.
E ora, ecco, a settantotto anni, se ne partiva povero, senza neppure un soldo in tasca, con la sola ricchezza di quelle sue medaglie al petto.
Ma appunto perché questa sola ricchezza aveva cavato dall'opera di tutta la sua vita, - Sciocco, - poteva dire a quel suo nipote, - tu sei padrone di tre palmi di terra; e se te ne scosti d'un passo, non sei più nel tuo; io, invece, sono qua, sempre nel mio ovunque posi il piede, per tutta la Sicilia! Perché io la corsi da un capo all'altro per liberarla dal padrone che la teneva schiava!
Preso così l'aire, la sua esaltazione crebbe di punto in punto, fomentata per un verso dal cordoglio d'essersi strappato per sempre da Valsanìa, e per l'altro dal bisogno di riempire con la rievocazione di tutti i ricordi che potevano dargli conforto il vuoto che si vedeva davanti.
Rideva e parlava forte e gestiva, senza badare alla via: rideva al binario della linea ferroviaria, ai pali del telegrafo, frutti della Rivoluzione, e si picchiava forte il petto e diceva:
- Che me n'importa? Io...
io...
la Sicilia...
oh Marasantissima...
vi dico la Sicilia...
Se non era per la Sicilia...
Se la Sicilia non voleva...
La Sicilia si mosse e disse all'Italia: eccomi qua! vengo a te! Muoviti tu dal Piemonte col tuo Re, io vengo di qua con Garibaldi, e tutti e due ci uniremo a Roma! Oh Marasantissima, lo so: Aspromonte, ragione di Stato, lo so! Ma la Sicilia voleva far prima, di qua...
sempre la Sicilia...
E ora quattro canaglie hanno voluto disonorarla...
Ma la Sicilia è qua, qua, qua con me...
la Sicilia, che non si lascia disonorare, è qua con me!
Si trovò tutt'a un tratto davanti alla breve galleria che sbocca in Val Sollano, e stupì d'esservi giunto cosí presto, senza saper come; prima d'entrarvi, guardò in cielo per conoscere dalle stelle che ora fosse.
Potevano essere le tre del mattino.
Forse all'alba sarebbe alla Favara.
Attraversata la galleria e giunto nei pressi della stazione di Girgenti, al punto in cui s'imbocca lo stradone che conduce a quel grosso borgo tra le zolfare, dovette però fermarsi davanti alla sfilata di due compagnie di soldati che, muti, ansanti, a passo accelerato, si recavano di notte colà.
Dal cantoniere di guardia ebbe notizia che, nonostante la proclamazione dello stato d'assedio, alla Favara tutti i socii del Fascio disciolto, nelle prime ore della sera, s'erano dati convegno nella piazza e avevano assaltato e incendiato il municipio, il casino dei nobili, i casotti del dazio, e che gl'incendii e la sommossa duravano ancora e già c'erano parecchi morti e molti feriti.
- Ah sì? Ah sì? - fremette Mauro.
- Ancora?
E si svincolò dalle braccia di quel cantoniere che voleva trattenerlo, vedendolo così armato, per salvarlo dal rischio a cui si esponeva d'esser catturato da quei soldati.
- Io, dai soldati d'Italia?
E corse per unirsi a loro.
Una gioja impetuosa, frenetica, gli ristorò le forze che già cominciavano a mancargli; ridiede l'antico vigore alle sue vecchie gambe garibaldine; l'esaltazione diventò delirio; sentì veramente in quel punto d'esser la Sicilia, la vecchia Sicilia che s'univa ai soldati d'Italia per la difesa comune, contro i nuovi nemici.
Divorò la via, tenendosi a pochi passi da quelle due compagnie che a un certo punto, per l'avviso di alcuni messi incontrati lungo lo stradone, s'eran lanciate di corsa.
Quando, alla prima luce dell'alba, tutto inzaccherato da capo a piedi, trafelato, ebbro della corsa, stordito dalla stanchezza, si cacciò coi soldati nel paese, non ebbe tempo di veder nulla, di pensare a nulla: travolto, tra una fitta sassajola, in uno scompiglio furibondo, ebbe come un guazzabuglio di impressioni così rapide e violente da non poter nulla avvertire, altro che lo strappo spaventoso d'una fuga compatta che si precipitava urlante; un rimbombo tremendo; uno stramazzo e...
La piazza, come schiantata e in fuga anch'essa dietro gli urli del popolo che la disertava, appena il fumo dei fucili si diradò nel livido smortume dell'alba, parve agli occhi dei soldati come trattenuta dal peso di cinque corpi inerti, sparsi qua e là.
Un bisogno strano, invincibile, obbligò il capitano a dare subito ai suoi soldati un comando qualunque, pur che fosse.
Quei cinque corpi rimasti là, traboccati sconciamente, in una orrenda immobilità, su la motriglia della piazza striata dall'impeto della fuga, erano alla vista d'una gravezza insopportabile.
E un furiere e un caporale, al comando del capitano, si mossero sbigottiti per la piazza e si accostarono al primo di quei cinque cadaveri.
Il furiere si chinò e vide ch'esso, caduto con la faccia a terra, era armato come un brigante.
Gli tolse il fucile dalla spalla e, levando il braccio, lo mostrò al capitano; poi diede quel fucile al caporale, e si chinò di nuovo sul cadavere per prendergli dalla cintola prima una e poi l'altra pistola, che mostrò ugualmente al capitano.
Allora questi, incuriosito, sebbene avesse ancora un forte tremito a una gamba e temesse che i soldati se ne potessero accorgere, si appressò anche lui a quel cadavere, e ordinò che lo rimovessero un poco per vederlo in faccia.
Rimosso, quel cadavere mostrò sul petto insanguinato quattro medaglie.
I tre, allora, rimasero a guardarsi negli occhi, stupiti e sgomenti.
Chi avevano ucciso?
...
[Pagina successiva]