I VECCHI E I GIOVANI, di Luigi Pirandello - pagina 73
...
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- Qualcuno...
un contadino fidato, da spedire a Porto Empedocle subito, per noleggiare una barca...
qualche grossa barca da pesca...
- Prima che spunti il giorno, per carità! - raccomandò lo Sclàfani, facendosi avanti con la sua aria spiritata.
- Dovremmo essere in mare prima che spunti il giorno! Forse siamo stati scoperti...
- E dàlli! Ti dico di no - gli gridò l'Ingrao.
- E io ti dico invece di sì - ribatté lo Sclàfani.
- Alla stazione cli Girgenti, Lando, potrei giurare, è stato riconosciuto...
Leonardo Costa fece osservare che il noleggio di una barca, in un frangente come quello, non era incarico da affidare a un contadino.
- Posso andare io, se volete! Anzi, andrò io, ora stesso!
- Con questo tempo? - domandò angustiato don Cosmo.
- Signori miei, non precipitate così le cose...
Spogliatevi, date ascolto a me: prenderete un malanno...
Vedete...
ecco qua...
quest'amico mio...
vedete...
l'ho fatto cambiare io, or ora...
C'è roba...
roba per tutti..
nella cassapanca, venite a vedere!
Il Costa con un gesto d'impazienza, domandò ai giovani:
- Vorreste che venisse qua sotto Valsanìa, la barca?
- Sì, sì, qua! - rispose Lando.
- No, zio, per carità, mi lasci stare!
- Spògliati, ti dico...
- Non è prudente, - seguitò Lando, rivolto al Costa, mentre lo zio gli strappava per forza il soprabito, - non è prudente mostrarci a Porto Empedocle.
A quest'ora a tutti i porti di mare sarà certo venuto da Palermo l'ordine della nostra cattura.
- Ma sarà difficile, - fece notare allora il Costa, - che approdi qua sotto, di notte, una tartana, con questo mare grosso...
Basta; non mi tiro indietro...
si potrà tentare...
E corse a prendere in sala l'ampio mantello a cappuccio, ancora zuppo di pioggia.
- Amici! - gridò l'Ingrao, - non sarebbe meglio seguire questo signore, ora che è notte e nessuno ci vede? Ci terremo nascosti in prossimità del paese, fintanto che egli non avrà noleggiato la barca!
Il consiglio non fu accettato per una savia considerazione di Lino Apes:
- Ma che dite? Credete che una tartana si noleggi in quattro e quattr'otto, di nottetempo e con questo tempo? Bisognerà trovare il padrone...
- Lo conosco! - interruppe il Costa.
- Ne conosco uno io, mio amico, fidatissimo.
- E i marinaj? - domandò l'Apes.
- Il padrone solo non basta.
- Certo! Bisognerà trovare anche i marinaj, - riconobbe il Costa, - e allestir la barca...
Prima di giorno non si farà a tempo.
- E allora, no! - gridò subito lo Sclàfani, rifacendosi avanti impetuosamente.
- A Porto Empedocle, no, di giorno! Converrà imbarcarci qua!
- Intanto, io vado! - disse Leonardo Costa, che si era già incappucciato.
- Povero amico!- gemette don Cosmo.- Ma proprio?...
Il Costa non volle sentir commiserazioni né ringraziamenti e s'avventurò nella tenebra tempestosa.
Allorché Lando seppe che costui era il padre di Aurelio Costa, barbaramente assassinato insieme con la moglie del deputato Capolino dai solfaraj del Fascio d'Aragona, guardò cupamente l'Ingrao e gli altri compagni.
Interpretando male quello sguardo, il Bruno manifestò, sebbene esitante, il sospetto non si fosse quegli recato a Porto Empedocle per vendicarsi, denunziandoli.
Don Cosmo allora, accomodando la bocca, emise il suo solito riso di tre oh! oh! oh!
- Quello? - disse; e spiegò il sentimento e la devozione del suo povero amico, il quale, facendo carico della morte del figliuolo soltanto a Flaminio Salvo, non pensava neppur lontanamente ai socii del Fascio d'Aragona.
- Oh, a proposito! - disse poi, colpito dal nome del Salvo, venutogli così per caso alle labbra.
E si chiamò Lando in disparte per annunziargli la fuga di donna Adelaide.
- Come una ragazzina, capisci? Alle tre di notte!
Nel trambusto, era rimasta finora inavvertita la voce di donna Sara Alàimo che, credendo forse a una vera invasione di demonii in quella notte di tempesta, ripeteva più arrabbiata che mai dalla sua remota cameretta in fondo al corridojo:
- Pentìtevi, diavolacci!
Il grido strano giunse spiccatissimo in quel momento di silenzio, e tutti, tranne don Cosmo, ne rimasero sbalorditi; anche Lando, già sbalordito per conto suo dalla notizia che gli aveva dato lo zio.
- Chi è?
- Ah, niente, donna Sara! - rispose quegli, come se Lando e i compagni conoscessero da un pezzo la vecchia casiera di Valsanìa.
- Mi sta facendo impazzire, parola d'onore...
S'è chiusa da due giorni in camera, e grida così...
È malata, poverina.
Anche di...
E si picchiò con un dito la fronte.
I quattro compagni di Lando si guardarono l'un l'altro negli occhi.
Dov'erano venuti a cacciarsi dopo tre giorni di fuga disperata? Pazzo era stato dichiarato il vecchio, che aveva fatto loro in principio quella bella accoglienza; pazza era dichiarata ora anche quest'altra vecchia; e che fosse perfettamente in sensi chi dichiarava pazzi con tanta sicurezza quegli altri due, non appariva loro, in verità, molto evidente.
Finora quello zio di Lando, tranne che per i loro abiti bagnati e inzaccherati, non aveva mostrato altra costernazione.
- State ancora così? - esclamò, difatti, meravigliato, don Cosmo, dopo aver dato quel ragguaglio sul grido di donna Sara, e corse ad aprir la cassapanca, ov'eran riposti i suoi abiti smessi.
- Qua, qua...
prendete...
vi dico che c'è roba per tutti
I quattro giovani non poterono piú tenersi dal ridere, e presero ad ajutarsi a vicenda per spiccicarsi d'addosso gli abiti inzuppati di pioggia
- L'importante, v'assicuro io, - diceva don Cosmo, - è questo soltanto, per ora: di non prendere un raffreddore.
Minchionatemi pure, ma cambiatevi.
Che ci fosse roba per tutti, intanto, era soverchia presunzione.
Lino Apes, non trovando più nella cassapanca nessun capo di vestiario per sé, gli si fece innanzi con la tonaca da seminarista distesa su le braccia come una bambina da portare al battesimo:
- Posso prender questa?
- E perché no? Ah, che cos'è, la tonaca? Eh...
se vi andrà...
E sorrise alle risa di quei quattro che si paravano goffamente degli altri abiti, esalanti tutti un acutissimo odore di canfora.
Cataldo Sclàfani s'era acconciato con la napoleona e, poiché gli faceva male il capo, s'era annodato alla carrettiera un bel fazzolettone giallo, di cotone, a quadri rossi.
La gioventù a poco a poco riprendeva il sopravvento.
Nessuno pensò più alla disfatta, all'incertezza dell'avvenire.
Tra gli spintoni e la baja dei compagni, Lino Apes, stremenzito in quella tonaca di seminarista, corse in cucina a riaccendere il fuoco.
Avevano fame! avevano sete! Ma qua don Cosmo sentì cascarsi l'asino: sapeva appena dove fosse la dispensa; e la chiave forse l'aveva Mauro con sé.
- La chiave? - gridò l'Ingrao.
- L'ho trovata!
E corse a raccattare dal pianerottolo della scala quella che Mauro aveva scagliata contro la porta, rimasta là fuori.
- Eccola qua! eccola qua!
Don Cosmo stette un pezzo a osservarla.
- Questa? - disse.
- No...
Oh che cos'è? questa è la chiave del camerone! Dove l'avete presa?
Nella confusione non aveva inteso l'ultimo grido di Mauro; e, come gli fu detto che quella chiave era stata scagliata contro Lando, subito s'impensierí e, volgendosi a questo:
- Ma allora vedrai che...
oh per Dio! - esclamò, - se ti ha buttato la chiave, vedrai che se ne va davvero...
Forse se n'è già andato!
- Andato? dove? - domandò Lando, costernato anche lui e addolorato.
- E chi lo sa? - sospirò don Cosmo.
E narrò in breve come già a stento fosse riuscito una prima volta a trattenerlo; poi, siccome gli altri quattro giovani ridevano dei pazzi propositi e del sentimento di quello strano vecchio, gli bisognò dir loro chi fosse, che avesse fatto, che cosa fosse per lui quel camerone e che contenesse.
- Ah sì? Anche un leopardo imbalsamato?
E, incuriositi, Lino Apes, l'Ingrao, il Bruno, lo Sclàfani, appena don Cosmo e Lando si recarono a cercar di Mauro, ripresa quella chiave, entrarono nel camerone.
Sott'esso appunto era la stanza di Mauro Mortara.
Don Cosmo e Lando, con una candela in mano, erano entrati in uno stanzino segreto, ov'era una botola che conduceva al pianterreno della villa; senza far rumore avevano sollevato da terra la caditoja ed erano scesi per la ripida scala di legno non ben sicura alla cantina; di qua eran passati nel palmento; avevano poi attraversato due ampii magazzini vuoti, uno sgabuzzino pieno di vecchi arnesi rurali affastellati, ed erano arrivati a un uscio interno della stanza di Mauro.
Chinandosi a guardare, Lando s'accorse, dalla soglia, che c'era lume.
- Mauro! - chiamò allora don Cosmo.
- Mauro!
Nessuna risposta.
Lando tornò a chinarsi per guardare attraverso il buco della serratura.
Veniva, di su, il frastuono di quei quattro, che rincorrevano per il camerone Lino Apes vestito da seminarista, e gridavano, e ridevano.
Mauro Mortara, seduto davanti a una cassa, tratta da sotto il letto, stava con le braccia appoggiate su l'orlo del coperchio sollevato, e il viso affondato tra le braccia.
- C'è? che fa? - domandò don Cosmo.
Lando levò rabbiosamente un pugno verso il soffitto, donde veniva il fracasso dei compagni.
Sentiva, tra il dispetto acerbo contro questi e contro se stesso, un vivo rimorso della fiera offesa recata al sentimento di quel suo caro vecchio, e un angoscioso cordoglio di non potere in quel momento unire il suo richiamo affettuoso a quello dello zio.
- Che fa? - ridomandò questi, più piano.
Che cosa facesse Mauro, col viso così nascosto tra le braccia, lo dicevano chiaramente le medaglie che, appese al petto e ciondolanti per la positura in cui stava, traballavano a tratti.
Piangeva...
sì...
ecco...
piangeva...
e aveva alle spalle quel suo comico zainetto che già gli aveva veduto a Roma.
- Mauro! - chiamò di nuovo don Cosmo.
A questo nuovo richiamo, Lando, ancora con l'occhio al buco della serratura, gli vide sollevar la faccia e tenerla un po' sospesa, senza tuttavia voltarla verso l'uscio; lo vide poi alzarsi e accostarsi di furia al tavolino.
- Ha spento il lume, - disse allo zio, rizzandosi.
Stettero entrambi un pezzo in ascolto, perplessi nell'attesa di sentirgli aprir la porta.
Si videro lì, allora, come imprigionati; non avevan le chiavi né dei magazzini, né del palmento, né della cantina, e dovevano dunque ritornar su, se volevano impedirgli d'andare; bisognava far presto, per non dargli tempo d'allontanarsi troppo.
Ma nessun rumore veniva più dalla stanza.
Don Cosmo fe' cenno al nipote di risalire, in silenzio.
Quando furono nel primo dei due magazzini, si fermò e disse sottovoce:
- Tanto, se vuole andare, né tu né io potremmo trattenerlo con la forza.
Forse ritornerà, quando voi sarete partiti e gli sarà sbollita la collera.
Lando guardò quel suo vecchio zio, da lui appena conosciuto, in quel vasto magazzino, in cui il lume della candela projettava mostruosamente ingrandite le ombre dei loro corpi ed ebbe l'impressione che una strana realtà impensata gli s'avventasse agli occhi all'improvviso, con la stramba inconseguenza d'un sogno.
Da un pezzo non vedeva più la ragione dei suoi atti che gli lasciavan tutti uno strascico di rincrescimento, un amaro sapore d'avvilimento; ma ora, più che mai, di fronte alla realtà così stranamente spiccata di quel suo zio fuori della vita, in quell'antica solitaria campagna, lì davanti a lui, in quel magazzino vuoto, con quella candela in mano.
Fu tentato di spegnerla, come dianzi Mauro aveva spento il lume nella sua stanza di là.
Udì la voce del vento, i boati del mare: fuori era il bujo tempestoso; anche quello della sorte che lo aspettava.
Bisognava che in quel bujo, a ogni costo, assolutamente, trovasse una ragione d'agire, in cui tutte le sue smanie si quietassero, tutte le incertezze del suo intelletto cessassero dal tormentarlo.
Ma quale? ma quando? ma dove?
- Passerà, - diceva poco dopo don Cosmo, con gli angoli della bocca contratti in giù, la fronte increspata come da onde di pensieri ricacciati indietro dal riflusso della sua sconsolata saggezza, e con quegli occhi che pareva allontanassero e disperdessero nella vanità del tempo tutte le contingenze amare e fastidiose della vita.
- Passerà, cari miei...
passerà...
I quattro giovani avevano trovato da sé la dispensa e, poiché era aperta, avevan portato di là in tavola quanto poteva servire al loro bisogno; ora, dopo il pasto e saziata la sete, facevano sforzi disperati per resistere alla stanchezza aggravatasi su le loro pàlpebre all'improvviso.
Quell'esclamazione di don Cosmo era in risposta alla rievocazione ch'essi avevano fatta, alcuni con cupa amarezza, altri con rabbioso rammarico e Lino Apes con la sua solita arguzia, degli ultimi avvenimenti tumultuosi.
Guardandoli come già lontanissimi nel tempo, don Cosmo non riusciva a scorgerne più né il senso né lo scopo.
Dal suo aspetto, agli occhi di Lando, spirava quello stesso sentimento che spira dalle cose che assistono impassibili alla fugacità delle vicende umane.
- Avete visto il leopardo?
- Sì, bello...
bello - brontolò l'Ingrao, cacciando il volto, deturpato dall'atra voglia di sangue, tra le braccia appoggiate su la tavola.
- Quello era un leopardo vivo!
Lino Apes spalancò gli occhi e domandò, quasi con spavento:
- Mangiava?
- Lo dico, - riprese don Cosmo, - perché ora, cari miei, è pieno di stoppa e non mangia più.
E quella lettera di mio padre? L'avete letta? Un foglietto di carta sbiadito...
E la scrisse una mano viva, come questa mia, guardate...
Che cos'è ora? Quel povero pazzo l'ha messa in cornice...
Luigi Napoleone...
il colpo di Stato...
gli avvenimenti della Francia...
Raccolse le dita delle mani a pigna e le scosse in aria, come a dire: «Che ce n'è più? che senso hanno?».
- Realtà d'un momento...
minchionerie...
Si alzò; s'appressò ai vetri del balcone che da un pezzo non facevano più rumore, e si voltò al nipote:
- Senti che silenzio? - disse.
- Ti do la consolante notizia che il vento è cessato...
- Cessato? - domandò Cataldo Sclàfani, levando di scatto dalle braccia, che teneva anche lui appoggiate alla tavola, la faccia spiritata, da convalescente, col fazzoletto giallo tirato fin su le ciglia.
- Bene bene...
C'imbarcheremo qua...
Buona notte!
E si ricompose a dormire.
- Così tutte le cose...
- sospirò don Cosmo, mettendosi a passeggiare per la sala; e seguitò, fermandosi di tratto in tratto: - Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c'è più altra realtà...
E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude.
Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione.
Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà...
passerà...
Guardò in giro alla tavola e mostrò a Lando i suoi compagni già addormentati.
- Anzi, vedi? è già passato...
E lo lasciò lì solo, innanzi alla tavola.
Lando mirò i penosi atteggiamenti sguajati, le comiche acconciature, le facce disfatte dalla stanchezza de' suoi amici e invidiò il loro sonno e ne provò sdegno allo stesso tempo.
Avevano potuto scherzare; ora potevano dormire, dimentichi che dei disordini provocati dalle loro predicazioni a una gente oppressa da tante iniquità ma ancor sorda e cieca, s'avvaleva ora il governo per calpestare ancora una volta quella terra, che sola, senza patti, con impeto generoso s'era data all'Italia e in premio non ne aveva avuto altro che la miseria e l'abbandono.
Potevano dormire, quei suoi amici, dimentichi del sangue di tante vittime, dimentichi dei compagni caduti in mano della polizia, i quali certo, domani, sarebbero stati condannati dai tribunali militari...
Si alzò anche lui; si recò alla sala d'ingresso, desideroso d'uscire all'aperto, a trarre una boccata d'aria, per liberarsi dell'angoscia che l'opprimeva, ora che il vento e la pioggia erano cessati.
Ma innanzi alla porta si fermò, vinto dall'odore di antica vita che covava in quella villa ove suo nonno era vissuto, ove con quel desolato sentimento di precarietà lasciava invano passare i suoi tristi giorni quel suo zio, ove Mauro Mortara...
Subito si scosse al ricordo del suo vecchio snidato da lui crudelmente negli ultimi giorni da quella dimora che il culto di tante memorie gli rendeva sacra; più che per tutto il resto sentì dispetto e onta dell'opera sua e dei suoi compagni per quest'ultima conseguenza ch'essa cagionava: di cacciar via da Valsanìa il suo vecchio custode, colui che gli appariva da un pezzo come la più schietta incarnazione dell'antica anima isolana; e corse per tentar di placarlo, per gridargli il suo pentimento e forzarlo a rimanere.
La porta della stanza di Mauro era aperta; la stanza era al bujo e vuota.
Su la soglia stavano incerti e come smarriti i tre mastini.
Non abbajarono.
Anzi, gli si fecero attorno ansiosi, drizzando le aguzze orecchie, scotendo la breve coda, quasi gli chiedessero perché il loro padrone, seguito da essi come ogni notte, a un certo punto si fosse voltato a cacciarli, a rimandarli indietro rudemente: perché?
Da un balcone in fondo venne la voce di don Cosmo:
- Se n'è andato?
- Sì, - rispose Lando.
Don Cosmo non disse più nulla.
Nella tetraggine, solenne e come sospesa, della notte ancora inquieta, rimase a udire il fragore del mare sotto le frane di Valsanìa e l'abbajare più o men remoto dei cani; poi, con una mano sul capo calvo, si affisò ad alcune stelle, chiodi del mistero com'egli le chiamava, apparse in una cala di cielo, tra le nuvole squarciate.
Senza curarsi del fango della strada, dove i suoi stivaloni ferrati affondavano e spiaccicavano; con gli occhi aggrottati sotto le ciglia e quasi chiusi; tutto il viso contratto dallo sdegno; un agro bruciore al petto e la mente occupata da una tenebra più cupa di quella che gli era intorno, Mauro Mortara era, intanto, più d'un miglio lontano da Valsanìa.
Andava nella notte ancora agitata dagli ultimi fremiti della tempesta, investito di tratto in tratto da raffiche gelate che gli spruzzavano in faccia la pioggia stillante dagli alberi, di qua e di là dalle muricce, lungo lo stradone.
Andava curvo, a testa bassa, il fucile appeso a una spalla, le due pistole ai fianchi, un pugnale col fodero in cuojo alla cintola, lo zàino alle spalle, il berretto villoso in capo e le medaglie al petto.
Saliva verso Girgenti; ma voleva andare più lontano; lasciare a un certo punto lo stradone e mettersi per la linea ferroviaria; attraversare una breve galleria, sboccare in Val Sollano, e di lì, nei pressi della stazione, avviarsi per un altro stradone al paese di Favara, ove, in un poderetto di là dall'abitato, viveva un suo nipote contadino, figlio d'una sorella morta da tanti anni, il quale più volte gli aveva offerto tetto e cure nel caso che, infermo, avesse voluto ritirarsi da Valsanìa.
Andava lì, da quel suo nipote; ma non ci voleva pensare.
La testa, il cuore gli erano rimasti come pestati, schiacciati e macerati dallo stropiccìo dei passi di quei giovani, che per supremo oltraggio s'erano introdotti a profanare il camerone del Generale, mentr'egli nella sua stanza, sotto, s'apparecchiava a partire.
Non voleva più pensare né sentir nulla; nulla immaginare dei giorni che gli restavano.
Tuttavia, il cuore calpestato, a poco a poco, sotto l'assillo del pensiero che, forse, quel suo nipote contadino gli aveva offerto ricetto perché s'aspettava da lui chi sa quali tesori, cominciò a rimuoverglisi dentro, a riallargarglisi in émpiti d'orgoglio.
Soltanto da giovane e dalle mani del Generale, fino alla partenza per l'esilio a Malta, egli aveva avuto un salario.
Ritornato a Valsanìa, dopo le vicende fortunose della sua vita errabonda, per mare, in Turchia, nell'Asia Minore, in Africa, e dopo la campagna del Sessanta, aveva prestato sempre la sua opera, colà, disinteressatamente.
E ora, ecco, a settantotto anni, se ne partiva povero, senza neppure un soldo in tasca, con la sola ricchezza di quelle sue medaglie al petto.
Ma appunto perché questa sola ricchezza aveva cavato dall'opera di tutta la sua vita, - Sciocco, - poteva dire a quel suo nipote, - tu sei padrone di tre palmi di terra; e se te ne scosti d'un passo, non sei più nel tuo; io, invece, sono qua, sempre nel mio ovunque posi il piede, per tutta la Sicilia! Perché io la corsi da un capo all'altro per liberarla dal padrone che la teneva schiava!
Preso così l'aire, la sua esaltazione crebbe di punto in punto, fomentata per un verso dal cordoglio d'essersi strappato per sempre da Valsanìa, e per l'altro dal bisogno di riempire con la rievocazione di tutti i ricordi che potevano dargli conforto il vuoto che si vedeva davanti.
Rideva e parlava forte e gestiva, senza badare alla via: rideva al binario della linea ferroviaria, ai pali del telegrafo, frutti della Rivoluzione, e si picchiava forte il petto e diceva:
- Che me n'importa? Io...
io...
la Sicilia...
oh Marasantissima...
vi dico la Sicilia...
Se non era per la Sicilia...
Se la Sicilia non voleva...
La Sicilia si mosse e disse all'Italia: eccomi qua! vengo a te! Muoviti tu dal Piemonte col tuo Re, io vengo di qua con Garibaldi, e tutti e due ci uniremo a Roma! Oh Marasantissima, lo so: Aspromonte, ragione di Stato, lo so! Ma la Sicilia voleva far prima, di qua...
sempre la Sicilia...
E ora quattro canaglie hanno voluto disonorarla...
Ma la Sicilia è qua, qua, qua con me...
la Sicilia, che non si lascia disonorare, è qua con me!
Si trovò tutt'a un tratto davanti alla breve galleria che sbocca in Val Sollano, e stupì d'esservi giunto cosí presto, senza saper come; prima d'entrarvi, guardò in cielo per conoscere dalle stelle che ora fosse.
Potevano essere le tre del mattino.
Forse all'alba sarebbe alla Favara.
Attraversata la galleria e giunto nei pressi della stazione di Girgenti, al punto in cui s'imbocca lo stradone che conduce a quel grosso borgo tra le zolfare, dovette però fermarsi davanti alla sfilata di due compagnie di soldati che, muti, ansanti, a passo accelerato, si recavano di notte colà.
Dal cantoniere di guardia ebbe notizia che, nonostante la proclamazione dello stato d'assedio, alla Favara tutti i socii del Fascio disciolto, nelle prime ore della sera, s'erano dati convegno nella piazza e avevano assaltato e incendiato il municipio, il casino dei nobili, i casotti del dazio, e che gl'incendii e la sommossa duravano ancora e già c'erano parecchi morti e molti feriti.
- Ah sì? Ah sì? - fremette Mauro.
- Ancora?
E si svincolò dalle braccia di quel cantoniere che voleva trattenerlo, vedendolo così armato, per salvarlo dal rischio a cui si esponeva d'esser catturato da quei soldati.
- Io, dai soldati d'Italia?
E corse per unirsi a loro.
Una gioja impetuosa, frenetica, gli ristorò le forze che già cominciavano a mancargli; ridiede l'antico vigore alle sue vecchie gambe garibaldine; l'esaltazione diventò delirio; sentì veramente in quel punto d'esser la Sicilia, la vecchia Sicilia che s'univa ai soldati d'Italia per la difesa comune, contro i nuovi nemici.
Divorò la via, tenendosi a pochi passi da quelle due compagnie che a un certo punto, per l'avviso di alcuni messi incontrati lungo lo stradone, s'eran lanciate di corsa.
Quando, alla prima luce dell'alba, tutto inzaccherato da capo a piedi, trafelato, ebbro della corsa, stordito dalla stanchezza, si cacciò coi soldati nel paese, non ebbe tempo di veder nulla, di pensare a nulla: travolto, tra una fitta sassajola, in uno scompiglio furibondo, ebbe come un guazzabuglio di impressioni così rapide e violente da non poter nulla avvertire, altro che lo strappo spaventoso d'una fuga compatta che si precipitava urlante; un rimbombo tremendo; uno stramazzo e...
La piazza, come schiantata e in fuga anch'essa dietro gli urli del popolo che la disertava, appena il fumo dei fucili si diradò nel livido smortume dell'alba, parve agli occhi dei soldati come trattenuta dal peso di cinque corpi inerti, sparsi qua e là.
Un bisogno strano, invincibile, obbligò il capitano a dare subito ai suoi soldati un comando qualunque, pur che fosse.
Quei cinque corpi rimasti là, traboccati sconciamente, in una orrenda immobilità, su la motriglia della piazza striata dall'impeto della fuga, erano alla vista d'una gravezza insopportabile.
E un furiere e un caporale, al comando del capitano, si mossero sbigottiti per la piazza e si accostarono al primo di quei cinque cadaveri.
Il furiere si chinò e vide ch'esso, caduto con la faccia a terra, era armato come un brigante.
Gli tolse il fucile dalla spalla e, levando il braccio, lo mostrò al capitano; poi diede quel fucile al caporale, e si chinò di nuovo sul cadavere per prendergli dalla cintola prima una e poi l'altra pistola, che mostrò ugualmente al capitano.
Allora questi, incuriosito, sebbene avesse ancora un forte tremito a una gamba e temesse che i soldati se ne potessero accorgere, si appressò anche lui a quel cadavere, e ordinò che lo rimovessero un poco per vederlo in faccia.
Rimosso, quel cadavere mostrò sul petto insanguinato quattro medaglie.
I tre, allora, rimasero a guardarsi negli occhi, stupiti e sgomenti.
Chi avevano ucciso?
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