L'ADULATORE, di Carlo Goldoni - pagina 2
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SIG.
Oh! la mi perdoni.
Siamo amicissimi.
Anzi vorrei pregare V.
E.
di una grazia in favor del mio caro amico.
SANC.
Dite pure, per voi farò tutto.
SIG.
L'affare contenuto in questo dispaccio preme sommamente alla città di Gaeta.
Vi vuole a Napoli una persona che agisca e informi con del calore; onde bramerei ch'ella appoggiasse un tal carico a don Filiberto, e gli ordinasse portarsi immediatamente alla Corte, e là dimorasse sino alla consumazione di un tal affare.
SANC.
Bene, stendete il decreto, ch'io lo sottoscriverò.
SIG.
V.
E.
è sempre facile, è sempre clemente, quando si tratta di beneficare.
SANC.
Ditemi sinceramente, è tutta amicizia quella che vi sprona ad allontanare da Gaeta don Filiberto, o vi è un poco di speranza di migliorar la vostra sorte con donna Elvira?
SIG.
Oh! signore, le mie mire non sono di tal carattere.
SANC.
Parliamoci schietto.
Né meno io vedrei volentieri il ritorno di don Ormondo.
SIG.
V.
E.
non è capace di preferire il proprio piacere al pubblico bene.
SANC.
Ma la lontananza di don Ormondo mi giova.
SIG.
Che giovi a lei, è un accidente che non decide, ma giova moltissimo alla quiete della città, che colla di lui assenza si mette al sicuro dai torbidi, che produrrebbe la di lui presenza.
SANC.
Caro don Sigismondo, voi mi consolate.
Con qualche rimorso m'induceva io a procurare l'allontanamento di don Ormondo, ma poiché voi mi assicurate che il farlo sia un atto di equità e di giustizia, pongo in quiete l'animo mio, e riposo sopra il vostro consiglio.
SIG.
Bella docilità, bella chiarezza di spirito, che apprende tutto con facilità, e discerne a prima vista il vero, il bene, la ragione ed il giusto!
SANC.
Potrei parlare con donna Aspasia?
SIG.
La faremo venire a Corte.
La inviti a pranzo.
SANC.
Mia moglie che dirà?
SIG.
Ella non è dominata dallo spirito della gelosia, ma da quello dell'ambizione.
SANC.
La sua passione è l'invidia.
SIG.
Un marito saggio, come V.
E., saprà correggerla.
SANC.
Non prendo cura della pazzia d'una donna.
SIG.
Fa benissimo.
Pensi ognuno per sé.
SANC.
Qualche volta per altro mi fa venire la rabbia.
SIG.
Il marito alla fin fine comanda.
SANC.
Ma per goder la mia quiete, dissimulo e lascio correre.
SIG.
Oh bel naturale! Oh bel temperamento! Lasciar correre.
Invidio una sì bella virtù.
SANC.
Quello che più mi pesa, è Isabella mia figlia.
Ella cresce negli anni, e mi converrà collocarla.
SIG.
Certamente.
Le figlie nubili non istanno bene alla Corte.
Giacché il conte Ercole la desidera, può liberarsene.
SANC.
Ma io non vorrei incomodarmi nel darle la dote.
SIG.
Sarebbe bella che V.
E.
avesse da incomodarsi per la figlia! Pensi a godere il mondo, che per la figlia non mancherà tempo.
SANC.
Ma, caro segretario, ella è alquanto semplice, non vorrei mi pericolasse.
SIG.
Oh! quand'è così, maritarla.
SANC.
La mariterei volentieri, ma non mi trovo in istato di scorporare da' miei effetti la dote.
SIG.
Per amor del cielo, non incomodi la sua casa.
Vede in che impegno si trova.
Governatore di una città, pieno di credito, avvezzo a trattarsi.
SANC.
Ecco mia moglie.
Non la posso soffrire.
SIG.
Per dirla, è un poco odiosetta.
SANC.
Voglio andar via.
SIG.
Vada; si liberi da una seccatura.
SANC.
Ma no, voglio trattarla con disinvoltura.
SIG.
Bravissimo! Felici quelli che sanno dissimulare.
Io non sarei capace.
Il mio difetto è questo; quello che ho in core, ho in bocca.
SANC.
Qualche volta bisogna fingere.
Voi non sapete vivere.
SIG.
È verissimo, io non so vivere.
V.
E.
ne sa assai più di me.
SCENA SECONDA
DONNA LUIGIA e detti.
LUIG.
Signor marito, signor Governatore, per quel ch'io vedo, siamo venuti a Gaeta per farci burlare.
SANC.
Perché dite questo?
LUIG.
In questa città capitano frequentemente de' nobili napoletani col tiro a sei, e voi mi fate andare col tiro a quattro.
SANC.
Questi che hanno il tiro a sei, sono principi e duchi.
LUIG.
Il Governatore deve essere più di loro.
SANC.
Io non mi voglio rovinare per complimento.
LUIG.
Mandatemi a casa.
Qui senza il tiro a sei non ci voglio stare.
SANC.
Segretario, dite la vostra opinione.
LUIG.
Sì, dite voi, che siete un uomo di garbo.
SIG.
Perdonino, di queste cose non me n'intendo.
(Tenga forte, dica di no).
(piano a don Sancio)
SANC.
Orsù, non vi è bisogno d'altri discorsi.
Donna Luigia, andiamo.
Lasciate che il segretario vada a finire le sue incombenze.
LUIG.
Voglio ch'egli risponda per me a questa lettera di premura.
(dà una lettera aperta al segretario)
SANC.
Risponderà poi; lasciatelo andare.
LUIG.
La voglio adesso.
(alterata)
SANC.
Se seguiterete a dire questa parola voglio, a Napoli vi rimanderò con poco vostro piacere.
(parte)
SCENA TERZA
DONNA LUIGIA e DON SIGISMONDO
LUIG.
Che dite, segretario, dell'indiscretezza di mio marito?
SIG.
In verità io mi sentiva agghiacciar il sangue.
LUIG.
L'altre vanno col tiro a sei, ed io anderò col tiro a quattro?
SIG.
Sarebbe una mostruosità.
LUIG.
Una dama della mia sorte?
SIG.
Una delle prime famiglie d'Italia.
LUIG.
Una Governatrice?
SIG.
Ha da comparire con più pompa assai dell'altre.
LUIG.
Il tiro a sei lo voglio assolutamente.
SIG.
È giusto: l'averà.
LUIG.
Ditemi, con sessanta doppie troveremo due cavalli da accompagnare i quattro della mia carrozza?
SIG.
Li troveremo.
LUIG.
Mi fareste voi il piacere di provvedermeli? Non mi fido d'altri che di voi.
SIG.
Grazie a V.
E.
della confidenza che ha di me.
La servirò con tutta attenzione.
LUIG.
Per dirvela, è venuto l'altr'ieri il cassiere della Comunità; ha portate sessanta doppie; mio marito non c'era, l'ho prese io, e me ne voglio servire.
SIG.
Fa benissimo.
Finalmente le impiega per onor proprio, e per onor della casa.
LUIG.
Manco male che voi, che siete un uomo savio, me l'approvate.
SIG.
L'approvo, è verissimo; ma per amor del cielo, avverta, non dica nulla al padrone, perché se mi prende in sospetto ch'io sia del di lei partito, non averò più la libertà di servirla.
LUIG.
Dite bene, non lo saprà.
Ecco le sessanta doppie, vi prego trovarmi presto questi due cavalli.
SIG.
Sarà immediatamente servita.
Ma favorisca, in grazia, come va l'affare del Conte colla signora Isabella?
LUIG.
Guardate che pazzia si è posta in capo quel caro Conte.
Trovandosi egli di passaggio in Gaeta, e trattato da mio marito per una raccomandazione di Napoli, si è perdutamente innamorato di me.
Vede ch'io son maritata, vede che dalla mia onestà non può sperar cosa alcuna, ed egli ha risoluto voler per moglie Isabella mia figlia.
SIG.
Segno ch'egli ama in V.
E.
la nobiltà del sangue, la virtù, la bontà, tutte cose che averà ella comunicate alla figlia.
LUIG.
Ma vi pare ch'io possa avere una figlia da marito?
SIG.
Questo è quello che mi ha fatto maravigliare, quando ho sentito parlare di questo matrimonio.
Come mai, diceva fra me medesimo, la mia padrona può avere una figlia da marito?
LUIG.
È vero che io mi sono maritata di undici anni e mezzo, ma non sono altro che dieci anni, che ho marito.
SIG.
(E sua figlia ne ha diciotto).
(da sé)
LUIG.
Sarà un bel matrimonio ridicolo.
SIG.
Io giuoco che da V.
E.
alla signora Isabella non distingueranno chi sia la sposa.
LUIG.
Tutti dicono che siamo sorelle.
SIG.
Ed io, sia detto con tutto il rispetto, se fossi un cavaliere e avessi a scegliere fra loro due, mi attaccherei più volentieri alla madre.
LUIG.
Oh che caro segretario! Isabella non ha giudizio, e pure, quando sente parlare di matrimonio, si consola tutta.
SIG.
Di quell'età?
LUIG.
Ora nascono colla malizia in corpo.
SIG.
Ma non è maraviglia, se si è maritata tanto bambina anche la madre.
LUIG.
Don Sigismondo, siete amico voi del conte Ercole?
SIG.
Sì signora, egli mi ha fatte delle confidenze.
LUIG.
È ricco?
SIG.
Moltissimo.
LUIG.
Mi pare anche disinvolto e grazioso.
SIG.
Egli è romano, ed ha tutto il brillante di quel paese.
LUIG.
Peccato ch'egli si perda con quella scimunita d'Isabella.
SIG.
Ma se V.
E.
è tanto rigorosa e severa, che nulla vuol avere di condescendenza per lui, credo lo faccia per una specie di disperazione.
LUIG.
Sentite, faccio a voi una confidenza, che non la farei ad altra persona di questo mondo.
Il Conte è una persona ch'io stimo e venero infinitamente; sono donna onorata; ma tutto quello che può sperarsi da una moglie nobile ed onestissima, forse forse l'averà egli da me.
SIG.
Perdoni la mia ignoranza; sono all'oscuro affatto di questa bellissima specie di condescendenza.
Un cavaliere che ama, non so che cosa possa sperare da un'onestissima moglie.
LUIG.
Non importa che voi lo sappiate.
Fra il Conte e me c'intendiamo perfettamente.
SIG.
Dice bene; questi arcani non sono accessibili alla gente bassa.
LUIG.
Bastami che voi, don Sigismondo, troviate il modo di farglielo gentilmente sapere.
SIG.
Lo farò con tutto lo spirito, con tutta la cautela.
LUIG.
Non fate sinistro concetto di me, poiché vi assicuro che i miei sentimenti sono onestissimi.
SIG.
Di ciò ne sono più che certo.
Ella ama onestissimamente il signor Contino.
LUIG.
No; non è l'amore, che m'induca a procurarmi l'acquisto del cuor del Conte.
Ma il mio decoro non soffre vedermi ancora preferita la figlia.
Può credere alcuno ch'ella sia in un'età da far ritirar la madre dal più bel mondo ed io troppo presto altrui cedendo il mio loco, tradirei me stessa, calpestando il più bel fiore dell'età mia.
Don Sigismondo, m'avete inteso.
(parte)
SIG.
Bel carattere è questo! Invidiosa sino della propria figlia.
Le madri amano i loro figliuoli, sin tanto che questi non recano danno alla loro ambizione; e il piacere che provano nel vedere i figli de' loro figli, vien loro fieramente amareggiato da quel brutto nome di nonna.
Ma si lasci la Governatrice co' suoi catarri, e pensiamo a noi.
Eccomi in una carriera che mi promette la mia fortuna, scortato dalla dolcissima adulazione.
Questo è il miglior narcotico per assonnare gli spiriti più vigilanti.
Eccomi con questa ingegnosa politica fatto padrone del cuore del Governatore, secondando la sua pigrizia, e di quello della di lui moglie, adulando la di lei invidiosa ambizione.
Queste imprese sono a buon porto: non mi resta, per esser felice, che superare l'ostinata avversione di donna Elvira, la quale, troppo innamorata di suo marito, non soffre le mie adorazioni.
Ma la staccherò dal suo fianco, la ridurrò in necessità d'aver bisogno di me e otterrò forse dall'artifiziosa simulazione quello che sperare non posso dall'amore dalla servitù e dal denaro medesimo, il quale suol essere per lo più la chiave facile per ispalancare ogni porta.
(parte)
SCENA QUARTA
DONNA ISABELLA e COLOMBINA con uno specchietto in mano.
COL.
In verità, signora padroncina, che questa scuffia vi sta assai bene.
ISAB.
È vero? Sto bene?
COL.
Benissimo, e non potete star meglio.
Io, in materia di far le scuffie, ho una mano tanto buona, che incontro l'aria di tutti i visi.
ISAB.
Mi voglio un poco vedere.
COL.
Ecco lo specchio, guardatevi.
ISAB.
Uh, sto tanto bene.
Tieni, Colombina, un bacino.
COL.
Quando vi farete sposa, ve ne farò una ancora più bella.
ISAB.
Io sposa?
COL.
Certo che vi farete sposa.
ISAB.
Quando?
COL.
Presto.
ISAB.
Domani?
COL.
Oh! domani è poi troppo presto.
ISAB.
Dopo domani?
COL.
Che credete? Che il maritarsi sia come mangiare una zuppa?
ISAB.
Eh! lo so che cosa vuol dir maritarsi.
COL.
Sì? Che cosa vuol dire?
ISAB.
Vuol dire, prender marito.
COL.
Brava! siete spiritosa.
ISAB.
So anche qualche cos'altro, ma non te lo voglio dire.
COL.
Voi ne sapete più di me.
ISAB.
E come! So...
Ma senti, non lo dir a nessuno.
COL.
No, no, non parlerò.
ISAB.
So che i matrimoni si fanno anche tra uomo e donna.
COL.
Anche?
ISAB.
Ma io con un uomo mi vergognerei.
COL.
E pure vi è il signor conte Ercole, ch'è innamorato morto di voi.
ISAB.
Di me?
COL.
Sì, di voi.
ISAB.
Poverino!
COL.
Vi piace?
ISAB.
È tanto carino.
COL.
Lo prendereste per marito?
ISAB.
Un uomo? Ho paura di no.
COL.
Povera semplice che siete!
ISAB.
Io semplice? Semplice è stata mia madre.
COL.
Per che causa?
ISAB.
Perché ha preso un uomo, e ho sentito dir tante volte, che per causa sua è quasi morta.
COL.
Chi ve l'ha detto?
ISAB.
La balia.
COL.
Ecco la vostra signora madre.
ISAB.
Zitto, non ci facciamo sentir parlare di queste cose.
SCENA QUINTA
DONNA LUIGIA e dette.
LUIG.
Che si fa qui?
ISAB.
Guardi, signora madre, come sto bene con questa scuffia.
LUIG.
Chi ve l'ha fatta?
ISAB.
Colombina.
COL.
Sì, signora, io l'ho fatta; non istà bene?
LUIG.
Per lei è troppo grande.
Lascia vedere, me la voglio provare io.
COL.
L'ho da levar di testa alla signorina?
LUIG.
Gran cosa! Signora sì.
ISAB.
No, cara signora madre.
LUIG.
Sì, cara signora figlia.
Animo, la voglio vedere.
COL.
Via, bisogna obbedire.
ISAB.
Ho tanta rabbia!
LUIG.
Via, signorina, vi fate pregare?
ISAB.
(La straccierei in mille pezzi).
(da sé)
COL.
Lasciate fare a me.
(leva la scuffia ad Isabella) Eccola, Eccellenza.
(Di tutto s'innamora, ha invidia di tutto).
(da sé)
ISAB.
(Quando sarò maritata, non mi caverà la scuffia).
(da sé)
LUIG.
(Osserva la scuffia che ha in mano)
ISAB.
Signora madre, la mia scuffia.
LUIG.
Andate via.
ISAB.
Ho da andar senza scuffia?
LUIG.
Colombina, dammi una scuffia da notte.
COL.
La servo.
(va a prenderla in camera)
ISAB.
(Se non fosse mia madre, gliela strapperei di mano).
(da sé)
COL.
Eccola.
(dà la scuffia da notte a donna Luigia)
LUIG.
Tenete, mettetevi questa.
(la dà ad Isabella)
ISAB.
Una scuffia da notte?
LUIG.
Questa è bella e buona per voi.
ISAB.
Per me? Grazie.
(la getta, e parte)
SCENA SESTA
DONNA LUIGIA e COLOMBINA
LUIG.
Impertinente, sfacciatella.
Presto, fammela venir qui.
COL.
Cara signora padrona, convien compatirla; le piaceva tanto quella scuffia! Le stava tanto bene! Poverina! Le ha dato un dolor tanto grande.
LUIG.
Voglio essere obbedita.
COL.
Un'altra volta non farà così.
LUIG.
L'hai fatta tu questa scuffia?
COL.
Eccellenza sì.
Che dice? Non è ben fatta?
LUIG.
Mi pare antica.
COL.
In verità è all'ultima moda.
LUIG.
Queste ale non mi piacciono.
COL.
E pure si usano.
LUIG.
Oibò, che brutta scuffia! Non mi piace.
COL.
Se non le piaceva, poteva lasciarla a quella povera ragazza.
LUIG.
Tu non sei buona da nulla.
COL.
Pazienza.
(Ho una rabbia, che la scannerei).
(da sé)
LUIG.
Tieni questa scuffia.
COL.
La tengo.
LUIG.
Dove hai ritrovati quei fiori?
COL.
Mi sono stati donati.
LUIG.
Chi te li ha dati?
COL.
Il buffone.
LUIG.
Arlecchino? Il buffone te li ha dati? Fraschetta! Fai forse all'amore?
COL.
Io non faccio all'amore.
Mi ha usata questa finezza, perché qualche volta do dei punti al suo abito buffonesco.
LUIG.
Dammi quei fiori; li voglio io.
COL.
Non sono fiori da pari sua.
(Ha invidia anche di questi fiori).
(da sé)
LUIG.
Dammeli che li voglio.
COL.
Eccoli, si serva.
(Maledetta!) (da sé)
LUIG.
Tutta fiori la signora graziosa!
COL.
(Non ci starei, se mi desse due doppie al mese).
(da sé)
LUIG.
Il Conte dove si trova?
COL.
Io l'ho veduto nel salotto, che beveva la cioccolata col padrone.
LUIG.
Va a vedere dov'è, e s'egli è solo, digli che gli voglio parlare.
COL.
La servo.
(Poveri i miei fiori! Vuol tutto per lei, tutto per lei).
(da sé, e parte)
LUIG.
Oibò! Questi fiori puzzano.
Non li voglio.
(li getta via)
SCENA SETTIMA
ARLECCHINO e detta.
ARL.
(Entra senza parlare, e va bel bello dove sono i fiori; li guarda con attenzione e sospira)
LUIG.
Chi ti ha insegnato le creanze? Vieni e non ti cavi il cappello?
ARL.
(Senza parlare prende i fiori, li osserva e sospira)
LUIG.
Ti spiace vedere strapazzati quei fiori, che tu hai donati alla tua favorita?
ARL.
(Sospirando e piangendo torna a buttar i fiori in terra, con una esclamazione)
LUIG.
Possibile che quei fiori ti facciano piangere e sospirare?
ARL.
No pianzo per quei fiori, no sospiro per lori.
LUIG.
Dunque perché fai tante smanie?
ARL.
Pianzo per vu, sospiro per causa vostra.
LUIG.
Per me? Spiegati, per qual cagione?
ARL.
Quella povera rosa stamattina a bonora l'era bella, fresca e odorosa; adesso l'è fiappa, pelada, strapazzada.
Pianzo, perché un zorno l'istesso sarà anca de vussignoria.
(parte)
LUIG.
Temerario briccone.
Ehi, chi è di là?
SCENA OTTAVA
BRIGHELLA e detta.
BRIGH.
Eccellenza, cossa comandela?
LUIG.
Presto, fa che si arresti il buffone e fagli dar delle bastonate.
BRIGH.
Per che causa, Eccellenza?
LUIG.
Perché mi ha perso il rispetto.
BRIGH.
La perdona, no sala che l'è un buffon? No se sa che i buffoni i perde el respetto anca a chi ghe dà da magnar? El patron lo protegge, e nol se pol bastonar.
LUIG.
Mio marito è pazzo a mantener quel briccone.
BRIGH.
No l'è solo.
Ghe n'è dei altri che stipendia della zente a posta per sentirse a strapazzar.
LUIG.
Ed io averò da soffrirlo?
BRIGH.
Eccolo qua che el torna.
LUIG.
Ardisce ancora comparirmi dinanzi?
SCENA NONA
ARLECCHINO con un nerbo, e detti.
ARL.
(Fa una riverenza alla Governatrice, poi presenta il nerbo a Brighella, senza parlare)
BRIGH.
Coss'oio da far de sto nervo?
ARL.
Bastonarme mi.
LUIG.
Sa il suo merito, quel briccone.
BRIGH.
Bastonarve? Perché?
ARL.
Perché ho dito una baronada.
Ho paragonà la padrona a una rosa fiappa e pelada.
El paragon no va ben.
Le rose, anca fiappe, le sa da bon; le donne, anca fresche, le manda cattivo odor.
(parte)
LUIG.
Ah, non posso più tollerarlo.
BRIGH.
No la vada in collera.
La sa che l'è un buffon.
LUIG.
Costui vuol esser la rovina di questa nostra famiglia.
BRIGH.
Eh, Eccellenza, nol vol esser lu la rovina de sta Corte, ma un altro.
LUIG.
E chi dunque?
BRIGH.
Se no gh'avesse paura de precipitarme, lo diria volentiera.
LUIG.
Parla, e non temere.
BRIGH.
Son servitor antigo de casa; e succeda quel che sa succeder, no posso taser, e no devo taser.
Per i mi patroni son pronto a sagrificar anca el sangue.
La persona che tende alla rovina de sta fameia, l'è el sior don Sigismondo.
LUIG.
Come! Un uomo di quella sorte? Un uomo che fa tanto per noi? Così umile, così rispettoso, così interessato per i nostri vantaggi?
BRIGH.
L'è un adulator, l'è un omo finto; so mi quel che digo.
LUIG.
Va via sei una mala lingua.
BRIGH.
Col tempo e la paia se madura le nespole.
Pol esser che un zorno la se recorda de ste mie parole.
LUIG.
Sai cosa ha di male don Sigismondo? È un uomo economo.
Suggerisce qualche volta le buone regole, e voi altri servitori non lo potete vedere.
BRIGH.
El suggerisce l'economia per i altri, per ingrassarse lu solo.
L'è do mesi che no tiremo salario, né cibarie, e me vien dito che sto sior economo abbia avudo l'ordene de pagarne.
LUIG.
Orsù, basta così.
Da un altro servitore non avrei sofferto tanto.
BRIGH.
Son trent'anni che servo in sta casa, e me recordo quando el padron ha sposà Vostra Eccellenza vint'anni fa...
LUIG.
Vent'anni sono? Pezzo d'asino, dov'hai la testa?
BRIGH.
Mo quanto sarà, Eccellenza?
LUIG.
Undici, dodici anni al più.
BRIGH.
Se l'illustrissima siora Isabella la ghe n'ha disdotto!
LUIG.
Sei una bestia: non è vero.
BRIGH.
Se l'ha lattada mia muier!
LUIG.
Animo, basta così.
BRIGH.
La perdoni...
(Ecco qua: chi vol aver fortuna bisogna adular.
Se anca mi la savesse burlar, saria el so caro Brighella).
(da sé, parte)
LUIG.
Già questi servitori antichi di casa vogliono sempre sapere più dei padroni.
SCENA DECIMA
COLOMBINA e detta.
COL.
Eccellenza, or ora il signor Conte verrà.
LUIG.
Benissimo, non occorr'altro.
COL.
(I miei fiori! Oh poveri i miei fiori!) (vedendoli in terra)
LUIG.
Tira avanti due sedie.
COL.
La servo.
(nel metter l'ultima sedia, s'abbassa per prenderli)
LUIG.
Lascia lì.
COL.
(Col piede della sedia li pesta rabbiosamente)
LUIG.
Che cosa fai?
COL.
Questa sedia non vuole star ritta.
(come sopra)
LUIG.
Eh rabbiosetta, veh!
COL.
(Possano diventar tanti diavoli, che le saltino per il guardinfante).
(da sé, parte)
LUIG.
Non so se don Sigismondo avrà ancora parlato col Conte, a tenore del mio discorso.
Basta, mi conterrò diversamente con lui, e s'egli ha della soggezione a dichiararsi per me, gli farò coraggio.
Eccolo che viene.
SCENA UNDICESIMA
Il CONTE ERCOLE e detta.
CON.
Faccio umilissima riverenza alla signora Governatrice.
LUIG.
Serva, signor Conte.
CON.
Avete riposato bene, signora, la scorsa notte?
LUIG.
Un poco inquieta.
CON.
Che vuol dire? Avete qualche cosa che vi disturba?
LUIG.
Da tre mesi in qua non trovo più la mia solita pace.
CON.
Tre mesi son per l'appunto, ch'io sono ospite in vostra casa.
Non vorrei che la vostra inquietezza provenisse per mia cagione.
LUIG.
Conte, accomodatevi.
CON.
Obbedisco.
LUIG.
(Vorrei ch'ei m'intendesse, senza parlare).
(da sé)
CON.
Signora donna Luigia, che risposta mi date intorno alla signora donna Isabella?
LUIG.
Avete voi parlato con don Sigismondo?
CON.
Da ieri in qua non l'ho veduto.
LUIG.
Mi rincresce.
CON.
Aveva egli a dirmi qualche cosa per parte vostra?
LUIG.
Per l'appunto.
CON.
Che bisogno c'è di parlar per interprete? Signora, se avete a dirmi cosa di qualche rimarco, ditemela da voi stessa.
LUIG.
Vi dirà il segretario quello ch'io dir non oso.
CON.
Evvi qualche difficoltà?
LUIG.
Se quei sentimenti che ho da voi raccolti, sono sinceri, tutto anderà a seconda de' vostri desiri.
CON.
Tant'è vero che io parlo sinceramente, che ho già preparato l'anello.
LUIG.
Per darlo a chi?
CON.
Alla signora donna Isabella.
LUIG.
Alla signora donna Isabella?
CON.
Per l'appunto alla mia sposa.
LUIG.
Alla vostra sposa?
CON.
Signora, voi mi parlate con una frase, che non intendo.
LUIG.
Sarà magnifico quest'anello.
CON.
Eccolo.
L'ho portato da Roma.
Vi sono dei diamanti più grandi, ma forse non ve ne saranno dei più perfetti.
LUIG.
Favorite.
CON.
Osservate.
(le dà l'anello)
LUIG.
Veramente è assai bello.
(se lo pone in dito) S'accomoda al mio dito perfettamente.
CON.
Spero starà egualmente bene in dito alla signora donna Isabella.
LUIG.
Isabella è ancora troppo ragazza.
CON.
È vero, è ragazza; ma è in una età giustissima per farsi sposa.
LUIG.
Credetemi, è ancor troppo presto.
Che potete sperare da una, che non sa distinguere il ben dal male?
CON.
Spero ch'ella intenda il bene, senza conoscere il male.
LUIG.
Conte, amate voi veramente Isabella?
CON.
L'amo con tutto il cuore.
LUIG.
Parlatemi sinceramente; perché l'amate?
CON.
Perché è vezzosa, perché è bella, perché è savia, perché è vostra figlia.
LUIG.
L'amate perché è mia figlia?
CON.
Così è; voi l'avete adornata di tutti quei pregi, di tutte quelle virtù che la rendono amabile.
LUIG.
(Non m'ingannai; egli si è prima innamorato della madre, e poi della figlia).
(da sé)
CON.
Ella ha sortito da voi la nobiltà di quel sangue...
LUIG.
Il sangue poche volte innamora.
Ditemi, Isabella vi pare che mi somigli?
CON.
Moltissimo.
Ella è il vostro ritratto.
LUIG.
Chi apprezza il ritratto, farà conto dell'originale.
CON.
Parmi, signora, avervi dati in ogni tempo dei contrassegni del mio rispetto.
SCENA DODICESIMA
DON SIGISMONDO e detti.
SIG.
Eccellenza, posso venire? (di dentro)
LUIG.
Sì, venite, venite.
SIG.
Con permissione di Vostra Eccellenza.
(esce)
LUIG.
Perché non venite a dirittura?
SIG.
So il mio dovere.
LUIG.
Per voi non vi è portiera.
SIG.
Grazie alla bontà di Vostra Eccellenza.
CON.
Riverisco il signor segretario.
SIG.
Servitor umilissimo di V.S.
Illustrissima.
CON.
Sta bene?
SIG.
Ai comandi di V.S.
Illustrissima.
LUIG.
Volete nulla? (a Sigismondo)
SIG.
Eccola servita della risposta della lettera, che mi ha onorato di comandarmi.
LUIG.
(Dite: avete detto nulla al Conte?) (piano a Sigismondo)
SIG.
(In verità, non ho avuto campo di servirla).
(piano a Luigia)
LUIG.
(Ditegli ora qualche cosa; frattanto leggerò questa lettera).
(piano) Conte, permettetemi ch'io legga questo foglio, che devo sottoscrivere.
CON.
Prendete il vostro comodo.
LUIG.
(Operate da vostro pari.
Fategli animo, acciò si dichiari per me, ma non avventurate il mio decoro e la mia onestà).
(piano a Sigismondo)
SIG.
(So come devo contenermi).
(piano)
LUIG.
(Vedete quest'anello? Me l'ha dato il Conte).
(come sopra)
SIG.
(Vostra Eccellenza meriterebbe tutte le gioje del mondo, poiché è la gioja più preziosa del nostro secolo).
(piano)
LUIG.
(Via, non mi burlate).
(legge la lettera piano)
SIG.
(Signor Conte, frattanto che la padrona legge quel foglio, mi permette che possa dirgli due paroline?) (piano al Conte)
CON.
(Volentieri, eccomi da voi).
SIG.
(Mi dica, in grazia; ma perdoni se tr
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