L'ADULATORE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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ISAB.
Zitto, non ci facciamo sentir parlare di queste cose.
SCENA QUINTA
DONNA LUIGIA e dette.
LUIG.
Che si fa qui?
ISAB.
Guardi, signora madre, come sto bene con questa scuffia.
LUIG.
Chi ve l'ha fatta?
ISAB.
Colombina.
COL.
Sì, signora, io l'ho fatta; non istà bene?
LUIG.
Per lei è troppo grande.
Lascia vedere, me la voglio provare io.
COL.
L'ho da levar di testa alla signorina?
LUIG.
Gran cosa! Signora sì.
ISAB.
No, cara signora madre.
LUIG.
Sì, cara signora figlia.
Animo, la voglio vedere.
COL.
Via, bisogna obbedire.
ISAB.
Ho tanta rabbia!
LUIG.
Via, signorina, vi fate pregare?
ISAB.
(La straccierei in mille pezzi).
(da sé)
COL.
Lasciate fare a me.
(leva la scuffia ad Isabella) Eccola, Eccellenza.
(Di tutto s'innamora, ha invidia di tutto).
(da sé)
ISAB.
(Quando sarò maritata, non mi caverà la scuffia).
(da sé)
LUIG.
(Osserva la scuffia che ha in mano)
ISAB.
Signora madre, la mia scuffia.
LUIG.
Andate via.
ISAB.
Ho da andar senza scuffia?
LUIG.
Colombina, dammi una scuffia da notte.
COL.
La servo.
(va a prenderla in camera)
ISAB.
(Se non fosse mia madre, gliela strapperei di mano).
(da sé)
COL.
Eccola.
(dà la scuffia da notte a donna Luigia)
LUIG.
Tenete, mettetevi questa.
(la dà ad Isabella)
ISAB.
Una scuffia da notte?
LUIG.
Questa è bella e buona per voi.
ISAB.
Per me? Grazie.
(la getta, e parte)
SCENA SESTA
DONNA LUIGIA e COLOMBINA
LUIG.
Impertinente, sfacciatella.
Presto, fammela venir qui.
COL.
Cara signora padrona, convien compatirla; le piaceva tanto quella scuffia! Le stava tanto bene! Poverina! Le ha dato un dolor tanto grande.
LUIG.
Voglio essere obbedita.
COL.
Un'altra volta non farà così.
LUIG.
L'hai fatta tu questa scuffia?
COL.
Eccellenza sì.
Che dice? Non è ben fatta?
LUIG.
Mi pare antica.
COL.
In verità è all'ultima moda.
LUIG.
Queste ale non mi piacciono.
COL.
E pure si usano.
LUIG.
Oibò, che brutta scuffia! Non mi piace.
COL.
Se non le piaceva, poteva lasciarla a quella povera ragazza.
LUIG.
Tu non sei buona da nulla.
COL.
Pazienza.
(Ho una rabbia, che la scannerei).
(da sé)
LUIG.
Tieni questa scuffia.
COL.
La tengo.
LUIG.
Dove hai ritrovati quei fiori?
COL.
Mi sono stati donati.
LUIG.
Chi te li ha dati?
COL.
Il buffone.
LUIG.
Arlecchino? Il buffone te li ha dati? Fraschetta! Fai forse all'amore?
COL.
Io non faccio all'amore.
Mi ha usata questa finezza, perché qualche volta do dei punti al suo abito buffonesco.
LUIG.
Dammi quei fiori; li voglio io.
COL.
Non sono fiori da pari sua.
(Ha invidia anche di questi fiori).
(da sé)
LUIG.
Dammeli che li voglio.
COL.
Eccoli, si serva.
(Maledetta!) (da sé)
LUIG.
Tutta fiori la signora graziosa!
COL.
(Non ci starei, se mi desse due doppie al mese).
(da sé)
LUIG.
Il Conte dove si trova?
COL.
Io l'ho veduto nel salotto, che beveva la cioccolata col padrone.
LUIG.
Va a vedere dov'è, e s'egli è solo, digli che gli voglio parlare.
COL.
La servo.
(Poveri i miei fiori! Vuol tutto per lei, tutto per lei).
(da sé, e parte)
LUIG.
Oibò! Questi fiori puzzano.
Non li voglio.
(li getta via)
SCENA SETTIMA
ARLECCHINO e detta.
ARL.
(Entra senza parlare, e va bel bello dove sono i fiori; li guarda con attenzione e sospira)
LUIG.
Chi ti ha insegnato le creanze? Vieni e non ti cavi il cappello?
ARL.
(Senza parlare prende i fiori, li osserva e sospira)
LUIG.
Ti spiace vedere strapazzati quei fiori, che tu hai donati alla tua favorita?
ARL.
(Sospirando e piangendo torna a buttar i fiori in terra, con una esclamazione)
LUIG.
Possibile che quei fiori ti facciano piangere e sospirare?
ARL.
No pianzo per quei fiori, no sospiro per lori.
LUIG.
Dunque perché fai tante smanie?
ARL.
Pianzo per vu, sospiro per causa vostra.
LUIG.
Per me? Spiegati, per qual cagione?
ARL.
Quella povera rosa stamattina a bonora l'era bella, fresca e odorosa; adesso l'è fiappa, pelada, strapazzada.
Pianzo, perché un zorno l'istesso sarà anca de vussignoria.
(parte)
LUIG.
Temerario briccone.
Ehi, chi è di là?
SCENA OTTAVA
BRIGHELLA e detta.
BRIGH.
Eccellenza, cossa comandela?
LUIG.
Presto, fa che si arresti il buffone e fagli dar delle bastonate.
BRIGH.
Per che causa, Eccellenza?
LUIG.
Perché mi ha perso il rispetto.
BRIGH.
La perdona, no sala che l'è un buffon? No se sa che i buffoni i perde el respetto anca a chi ghe dà da magnar? El patron lo protegge, e nol se pol bastonar.
LUIG.
Mio marito è pazzo a mantener quel briccone.
BRIGH.
No l'è solo.
Ghe n'è dei altri che stipendia della zente a posta per sentirse a strapazzar.
LUIG.
Ed io averò da soffrirlo?
BRIGH.
Eccolo qua che el torna.
LUIG.
Ardisce ancora comparirmi dinanzi?
SCENA NONA
ARLECCHINO con un nerbo, e detti.
ARL.
(Fa una riverenza alla Governatrice, poi presenta il nerbo a Brighella, senza parlare)
BRIGH.
Coss'oio da far de sto nervo?
ARL.
Bastonarme mi.
LUIG.
Sa il suo merito, quel briccone.
BRIGH.
Bastonarve? Perché?
ARL.
Perché ho dito una baronada.
Ho paragonà la padrona a una rosa fiappa e pelada.
El paragon no va ben.
Le rose, anca fiappe, le sa da bon; le donne, anca fresche, le manda cattivo odor.
(parte)
LUIG.
Ah, non posso più tollerarlo.
BRIGH.
No la vada in collera.
La sa che l'è un buffon.
LUIG.
Costui vuol esser la rovina di questa nostra famiglia.
BRIGH.
Eh, Eccellenza, nol vol esser lu la rovina de sta Corte, ma un altro.
LUIG.
E chi dunque?
BRIGH.
Se no gh'avesse paura de precipitarme, lo diria volentiera.
LUIG.
Parla, e non temere.
BRIGH.
Son servitor antigo de casa; e succeda quel che sa succeder, no posso taser, e no devo taser.
Per i mi patroni son pronto a sagrificar anca el sangue.
La persona che tende alla rovina de sta fameia, l'è el sior don Sigismondo.
LUIG.
Come! Un uomo di quella sorte? Un uomo che fa tanto per noi? Così umile, così rispettoso, così interessato per i nostri vantaggi?
BRIGH.
L'è un adulator, l'è un omo finto; so mi quel che digo.
LUIG.
Va via sei una mala lingua.
BRIGH.
Col tempo e la paia se madura le nespole.
Pol esser che un zorno la se recorda de ste mie parole.
LUIG.
Sai cosa ha di male don Sigismondo? È un uomo economo.
Suggerisce qualche volta le buone regole, e voi altri servitori non lo potete vedere.
BRIGH.
El suggerisce l'economia per i altri, per ingrassarse lu solo.
L'è do mesi che no tiremo salario, né cibarie, e me vien dito che sto sior economo abbia avudo l'ordene de pagarne.
LUIG.
Orsù, basta così.
Da un altro servitore non avrei sofferto tanto.
BRIGH.
Son trent'anni che servo in sta casa, e me recordo quando el padron ha sposà Vostra Eccellenza vint'anni fa...
LUIG.
Vent'anni sono? Pezzo d'asino, dov'hai la testa?
BRIGH.
Mo quanto sarà, Eccellenza?
LUIG.
Undici, dodici anni al più.
BRIGH.
Se l'illustrissima siora Isabella la ghe n'ha disdotto!
LUIG.
Sei una bestia: non è vero.
BRIGH.
Se l'ha lattada mia muier!
LUIG.
Animo, basta così.
BRIGH.
La perdoni...
(Ecco qua: chi vol aver fortuna bisogna adular.
Se anca mi la savesse burlar, saria el so caro Brighella).
(da sé, parte)
LUIG.
Già questi servitori antichi di casa vogliono sempre sapere più dei padroni.
SCENA DECIMA
COLOMBINA e detta.
COL.
Eccellenza, or ora il signor Conte verrà.
LUIG.
Benissimo, non occorr'altro.
COL.
(I miei fiori! Oh poveri i miei fiori!) (vedendoli in terra)
LUIG.
Tira avanti due sedie.
COL.
La servo.
(nel metter l'ultima sedia, s'abbassa per prenderli)
LUIG.
Lascia lì.
COL.
(Col piede della sedia li pesta rabbiosamente)
LUIG.
Che cosa fai?
COL.
Questa sedia non vuole star ritta.
(come sopra)
LUIG.
Eh rabbiosetta, veh!
COL.
(Possano diventar tanti diavoli, che le saltino per il guardinfante).
(da sé, parte)
LUIG.
Non so se don Sigismondo avrà ancora parlato col Conte, a tenore del mio discorso.
Basta, mi conterrò diversamente con lui, e s'egli ha della soggezione a dichiararsi per me, gli farò coraggio.
Eccolo che viene.
SCENA UNDICESIMA
Il CONTE ERCOLE e detta.
CON.
Faccio umilissima riverenza alla signora Governatrice.
LUIG.
Serva, signor Conte.
CON.
Avete riposato bene, signora, la scorsa notte?
LUIG.
Un poco inquieta.
CON.
Che vuol dire? Avete qualche cosa che vi disturba?
LUIG.
Da tre mesi in qua non trovo più la mia solita pace.
CON.
Tre mesi son per l'appunto, ch'io sono ospite in vostra casa.
Non vorrei che la vostra inquietezza provenisse per mia cagione.
LUIG.
Conte, accomodatevi.
CON.
Obbedisco.
LUIG.
(Vorrei ch'ei m'intendesse, senza parlare).
(da sé)
CON.
Signora donna Luigia, che risposta mi date intorno alla signora donna Isabella?
LUIG.
Avete voi parlato con don Sigismondo?
CON.
Da ieri in qua non l'ho veduto.
LUIG.
Mi rincresce.
CON.
Aveva egli a dirmi qualche cosa per parte vostra?
LUIG.
Per l'appunto.
CON.
Che bisogno c'è di parlar per interprete? Signora, se avete a dirmi cosa di qualche rimarco, ditemela da voi stessa.
LUIG.
Vi dirà il segretario quello ch'io dir non oso.
CON.
Evvi qualche difficoltà?
LUIG.
Se quei sentimenti che ho da voi raccolti, sono sinceri, tutto anderà a seconda de' vostri desiri.
CON.
Tant'è vero che io parlo sinceramente, che ho già preparato l'anello.
LUIG.
Per darlo a chi?
CON.
Alla signora donna Isabella.
LUIG.
Alla signora donna Isabella?
CON.
Per l'appunto alla mia sposa.
LUIG.
Alla vostra sposa?
CON.
Signora, voi mi parlate con una frase, che non intendo.
LUIG.
Sarà magnifico quest'anello.
CON.
Eccolo.
L'ho portato da Roma.
Vi sono dei diamanti più grandi, ma forse non ve ne saranno dei più perfetti.
LUIG.
Favorite.
CON.
Osservate.
(le dà l'anello)
LUIG.
Veramente è assai bello.
(se lo pone in dito) S'accomoda al mio dito perfettamente.
CON.
Spero starà egualmente bene in dito alla signora donna Isabella.
LUIG.
Isabella è ancora troppo ragazza.
CON.
È vero, è ragazza; ma è in una età giustissima per farsi sposa.
LUIG.
Credetemi, è ancor troppo presto.
Che potete sperare da una, che non sa distinguere il ben dal male?
CON.
Spero ch'ella intenda il bene, senza conoscere il male.
LUIG.
Conte, amate voi veramente Isabella?
CON.
L'amo con tutto il cuore.
LUIG.
Parlatemi sinceramente; perché l'amate?
CON.
Perché è vezzosa, perché è bella, perché è savia, perché è vostra figlia.
LUIG.
L'amate perché è mia figlia?
CON.
Così è; voi l'avete adornata di tutti quei pregi, di tutte quelle virtù che la rendono amabile.
LUIG.
(Non m'ingannai; egli si è prima innamorato della madre, e poi della figlia).
(da sé)
CON.
Ella ha sortito da voi la nobiltà di quel sangue...
LUIG.
Il sangue poche volte innamora.
Ditemi, Isabella vi pare che mi somigli?
CON.
Moltissimo.
Ella è il vostro ritratto.
LUIG.
Chi apprezza il ritratto, farà conto dell'originale.
CON.
Parmi, signora, avervi dati in ogni tempo dei contrassegni del mio rispetto.
SCENA DODICESIMA
DON SIGISMONDO e detti.
SIG.
Eccellenza, posso venire? (di dentro)
LUIG.
Sì, venite, venite.
SIG.
Con permissione di Vostra Eccellenza.
(esce)
LUIG.
Perché non venite a dirittura?
SIG.
So il mio dovere.
LUIG.
Per voi non vi è portiera.
SIG.
Grazie alla bontà di Vostra Eccellenza.
CON.
Riverisco il signor segretario.
SIG.
Servitor umilissimo di V.S.
Illustrissima.
CON.
Sta bene?
SIG.
Ai comandi di V.S.
Illustrissima.
LUIG.
Volete nulla? (a Sigismondo)
SIG.
Eccola servita della risposta della lettera, che mi ha onorato di comandarmi.
LUIG.
(Dite: avete detto nulla al Conte?) (piano a Sigismondo)
SIG.
(In verità, non ho avuto campo di servirla).
(piano a Luigia)
LUIG.
(Ditegli ora qualche cosa; frattanto leggerò questa lettera).
(piano) Conte, permettetemi ch'io legga questo foglio, che devo sottoscrivere.
CON.
Prendete il vostro comodo.
LUIG.
(Operate da vostro pari.
Fategli animo, acciò si dichiari per me, ma non avventurate il mio decoro e la mia onestà).
(piano a Sigismondo)
SIG.
(So come devo contenermi).
(piano)
LUIG.
(Vedete quest'anello? Me l'ha dato il Conte).
(come sopra)
SIG.
(Vostra Eccellenza meriterebbe tutte le gioje del mondo, poiché è la gioja più preziosa del nostro secolo).
(piano)
LUIG.
(Via, non mi burlate).
(legge la lettera piano)
SIG.
(Signor Conte, frattanto che la padrona legge quel foglio, mi permette che possa dirgli due paroline?) (piano al Conte)
CON.
(Volentieri, eccomi da voi).
SIG.
(Mi dica, in grazia; ma perdoni se troppo m'avanzo...)
CON.
(Parlate liberamente).
SIG.
(Ama ella veramente la signora Isabella?)
CON.
(L'amo quanto me stesso).
SIG.
(L'ama per pura inclinazione, oppure per una specie d'impegno?)
CON.
(L'amo perché mi piace, perché mi pare amabile, e niente mi sprona a farlo, fuorché il desiderio di conseguirla in isposa).
SIG.
(Eppure la signora donna Luigia si lusinga che V.S.
Illustrissima...) (ride)
CON.
(Che cosa?)
SIG.
(Fosse...
innamorata di lei).
CON.
(Oh, questa è graziosa! Pare a voi ch'io fossi capace d'una simile debolezza?)
SIG.
(So benissimo quanto sia grande la prudenza di V.S.
Illustrissima).
CON.
(Ch'io volessi tradire l'ospitalità? Insidiar l'onore di don Sancio, mio caro amico?)
SIG.
(Un cavaliere onorato non pensa così vilmente).
CON.
(E poi, che volessi preferire alla figlia la madre?)
SIG.
(Il signor Conte non è di questo cattivo gusto).
CON.
(Voi che mi consigliereste di fare?)
SIG.
(Darò a V.S.
Illustrissima il consiglio più universale.
Quando si compra, comprar giovine).
CON.
(Anch'io sono della stessa opinione).
SIG.
(Però ella ha donato l'anello alla signora donna Luigia).
CON.
(Donato? Non è vero: Ora me lo renderà).
SIG.
(Non faccia).
CON.
(Perché l'ho da perdere?)
SIG.
(Non sa quel che dice il proverbio?)
CON.
(Che dice?)
SIG.
(Chi vuol bene alla figlia, accarezzi la mamma).
CON.
(È una carezza, che costa troppo).
SIG.
(La politica vuol così).
CON.
(Non vorrei con questa politica perder Isabella).
SIG.
(Si fidi di me).
CON.
(So che siete un galantuomo).
SIG.
(Son l'uomo più sincero di questo mondo).
CON.
(Ma presto ne voglio uscire).
SIG.
(Non ci pensi.
Si lasci servire).
(s'accosta a donna Luigia)
CON.
(Donna Luigia ha queste pazzie nel capo? Ora intendo gli enigmi de' suoi graziosi discorsi).
(da sé)
LUIG.
(Va bene?) (a don Sigismondo)
SIG.
(Benissimo).
(a donna Luigia)
LUIG.
(Si è dichiarato?)
SIG.
(Apertamente).
LUIG.
(Per me?)
SIG.
(Per Vostra Eccellenza).
LUIG.
(Posso parlar liberamente?)
SIG.
(Ancora no).
LUIG.
(Perché?)
SIG.
(Ha i suoi riguardi.
Parleremo con comodo).
Signor Conte, la mia padrona non è niente disgustata per le dichiarazioni che mi ha fatte.
LUIG.
No, Conte, anzi starò più cheta, or che vi siete spiegato.
CON.
Io credeva essermi bastantemente spiegato alla prima.
LUIG.
Eppure io non vi aveva capito.
CON.
O che non mi avete voluto capire.
LUIG.
Può anche darsi, furbetto, può anche darsi.
SIG.
Due ingegni così sublimi si devono facilmente intendere.
LUIG.
Guardate, don Sigismondo, il bell'anello che mi ha regalato il Conte.
CON.
Quello era destinato...
SIG.
Era destinato per la signora donna Luigia, né doveva passare in altre mani che nelle sue.
CON.
Eppure...
SIG.
Eppure, quasi più...
Basta, so io quel che dico.
LUIG.
Lo so ancor io.
CON.
Anch'io v'intendo.
SIG.
Ecco, tutti tre c'intendiamo.
SCENA TREDICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Eccellenza, l'è qua la siora donna Elvira, che desidera reverirla.
LUIG.
Vi è nessun cavaliere con lei? (a Brighella)
BRIGH.
Eccellenza sì.
Gh'è el signor...
LUIG.
Ecco qui.
Tutte hanno il cavaliere che le serve ed io non l'ho.
Conte, tocca a voi.
BRIGH.
La senta, Eccellenza: con la siora donna Elvira no gh'è miga nissun, se la m'intende.
Gh'è sior don Filiberto, so consorte.
LUIG.
Vedete? I mariti delle altre vanno colle loro mogli; mio marito con me non viene mai; par che non mi possa vedere.
SIG.
(Ora per invidia le viene volontà anche di suo marito).
(da sé)
BRIGH.
Sior don Filiberto l'è partido, e la siora donna Elvira l'è restada sola, e la desidera udienza da V.
E.
LUIG.
Dille che passi.
BRIGH.
Manco mal.
(La servitù de donna Elvira dirà che mi gh'ho poca creanza).
(da sé, parte)
CON.
Signora, con vostra buona licenza, vi levo l'incomodo.
LUIG.
Perché volete privarmi delle vostre grazie?
CON.
Il signor Governatore mi aspetta.
LUIG.
Non so se l'attenzione che avete per lui, l'avrete per me.
CON.
So la stima che devo a ciascheduno di voi.
All'onore di riverirvi.
(in atto di partire)
LUIG.
Conte, l'appartamento di mio marito resta di qua.
Di là si va nella camera d'Isabella.
CON.
Ecco la dama che arriva.
Non anderò né di qua, né di là.
(parte per la porta di mezzo)
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA LUIGIA e DON SIGISMONDO
LUIG.
Il Conte veramente mi ama, non mi vuol dar gelosia.
SIG.
Con permissione.
(vuol partire)
LUIG.
Perché partite?
SIG.
Il mio dovere lo vuole.
LUIG.
Credo non vi dispiacerà veder donna Elvira.
Restate.
SIG.
Resterò per ubbidirvi, non già per altro.
LUIG.
Sì sì, c'intendiamo.
SCENA QUINDICESIMA
DONNA ELVIRA e detti.
ELV.
Serva umilissima.
LUIG.
Donna Elvira vi riverisco.
SIG.
Servitor ossequiosissimo della signora donna Elvira.
ELV.
Serva sua.
(Costui non lo posso vedere).
(da sé)
LUIG.
Accomodatevi.
ELV.
Per ubbidirvi.
(siedono)
LUIG.
Don Sigismondo, sedete.
SIG.
Obbligatissimo alle grazie di V.
E.
(siede vicino a donna Elvira)
LUIG.
Donna Elvira, dove avete comprata quella bella stoffa? (osservando il vestito di donna Elvira)
ELV.
A Napoli, mia signora.
LUIG.
Oh! quanto mi piace questa stoffa.
SIG.
(A lei piace l'abito, e a me la persona).
(da sé)
LUIG.
Quanto l'avete pagata?
ELV.
Io credo averla pagata sei ducati il braccio.
LUIG.
Come si potrebbe fare a trovarne della compagna?
ELV.
Si può scrivere a Napoli.
Se comandate, vi servirò.
LUIG.
Segretario, osservatelo, vi piace questo drappo?
SIG.
Mi piace infinitamente.
(osservando donna Elvira nel viso, più che nell'abito)
LUIG.
Vi pare che a quel prezzo si possa prendere?
SIG.
Non vi è oro, che possa pagare la sua bellezza.
(come sopra)
LUIG.
Siete voi di buon gusto?
SIG.
Così foss'io fortunato, come son di buon gusto.
ELV.
(Costui mi fa l'appassionato, ed io l'aborrisco).
(da sé)
SIG.
Permetta, in grazia, che dia un'altra guardatina a quest'opera.
(a donna Elvira, come sopra)
ELV.
Mi pare che l'abbiate veduta abbastanza.
Signora Governatrice, sono venuta ad incomodarvi per supplicarvi di una grazia.
LUIG.
Dove posso, vi servirò.
Chi vi ha così bene assettato il capo?
ELV.
Il mio cameriere.
LUIG.
Di dov'è?
ELV.
È francese.
LUIG.
Lavora a maraviglia.
Mi fareste il piacere di mandarlo da me?
ELV.
Sarete servita.
LUIG.
Segretario, osservate quel tuppè; può esser fatto meglio?
SIG.
È una cosa che incanta.
ELV.
(Sono ormai stufa).
(da sé, si volta un poco)
SIG.
Signora, mi permetta.
ELV.
Queste sono osservazioni da donne.
SIG.
Eh! signora, quel ch'io vedo, è cosa più per uomo che per donna.
ELV.
Come sarebbe a dire?
SIG.
M'intendo dire che quel tuppè non è opera di donna, ma di un parrucchiere francese.
(A suo tempo la discorreremo meglio).
(da sé)
ELV.
Signora, la grazia di cui sono a pregarvi, è questa.
A Napoli ho data la commissione, perché mi provvedessero un finimento di pizzi all'ultima moda che sarà incirca venti braccia.
Fu consegnato l'involto ad un vetturino; i birri lo hanno ritrovato e me l'hanno preso.
Supplico la vostra bontà a intercedermi la grazia presso il signor Governatore, di poter riavere i miei pizzi.
LUIG.
Sono belli questi pizzi?
ELV.
Devono essere de' più belli.
Costano quattro zecchini il braccio.
LUIG.
Capperi! quattro zecchini?
ELV.
Così mi hanno mandato il conto.
Ottanta zecchini, senza il porto.
LUIG.
Ottanta zecchini in un fornimento di pizzi?
ELV.
Erano ordinati per le mie nozze, e me li hanno spediti ora.
Posso sperare di essere favorita?
LUIG.
(Se sono belli, se sono alla moda, li voglio per me assolutamente).
(da sé) Pensava al modo più facile per riaverli.
Segretario, che dite? Li averemo noi facilmente?
SIG.
Ci vuol essere qualche difficoltà.
Sopra le gabelle il signor Governatore non ha tutta l'autorità, poiché i finanzieri pagano un tanto alla Camera, e i contrabbandi diventano cosa loro.
LUIG.
In quanto a questo poi, quando mio marito comanda, lo hanno da ubbidire.
SIG.
V.
E.
dice benissimo.
(con una riverenza)
LUIG.
Per facilitare dirò che questi pizzi sono miei, che li ho fatti venir io.
Sarebbe bella che io non potessi far venire liberamente tutto quello ch'io voglio, senza dipendere dai gabellieri! Che dite, segretario?
SIG.
V.
E.
non può dir meglio.
(Ingiustizie a tutt'andare).
(da sé)
LUIG.
(Non vedo l'ora di veder questi pizzi).
(da sé) Attendetemi, donna Elvira, vado subito da mio marito, perché dia l'ordine della restituzione.
ELV.
Spiacemi il vostro incomodo.
Speriamo che il signor don Sancio farà la grazia?
LUIG.
Oh! mio marito fa poi a modo mio.
ELV.
Anche negli affari del governo?
LUIG.
In tutto.
Grazie al cielo, ho un marito che non ha coraggio di dirmi di no.
Egli comanda in apparenza, ed io comando in sostanza.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
DONNA ELVIRA, e DON SIGISMONDO
ELV.
Che buona dama è questa signora Governatrice!
SIG.
Non è dissimile il bel cuore di suo consorte, e l'uno e l'altra hanno della stima per la vostra nobilissima casa, e dell'amore particolare per il vostro degno consorte!
ELV.
Mio marito non merita nulla, e nulla ha fatto per il signor Governatore, che vaglia a lusingarmi della sua generosa parzialità.
SIG.
Eppure, senza ch'egli lo sappia, ha fatto a don Filiberto un beneficio, una grazia tale che agli altri darà motivo d'invidia.
ELV.
Che mai ha fatto egli per mio consorte?
SIG.
Sapete voi che ora si tratta di supplicar S.M.
per la permissione delle due Fiere?
ELV.
Lo so benissimo.
SIG.
Il memoriale è disteso, il dispaccio è formato.
Vi vuole alla Corte una persona che agisca, e il padrone ha eletto don Filiberto per un impiego sì degno e sì decoroso.
ELV.
Signor segretario, avete voi operato nulla in questo affare in favore di mio marito, acciò egli se ne vada alla Corte?
SIG.
Siccome lo amo e lo venero infinitamente, non ho mancato di far per esso de' buoni uffici presso del mio padrone.
ELV.
Già me ne avvedo.
Ma spero che mio marito ringrazierà il signor don Sancio, e ne sarà dispensato.
SCENA DICIASSETTESIMA
DONNA LUIGIA e detti.
LUIG.
La grazia è fatta.
Ecco l'ordine per riavere i pizzi.
ELV.
In verità sono consolatissima.
Quando li avremo?
LUIG.
Or ora manderò il maestro di casa con quest'ordine, e li daranno.
ELV.
Quanto vi sono obbligata!
LUIG.
(Non vedo l'ora di vederli).
(da sé)
ELV.
Vi sarà alcuna spesa? Supplirò a tutto.
LUIG.
Non avete a spendere un soldo.
SIG.
Può essere che i gabellieri vogliano il dazio.
LUIG.
Che dazio! Quando comando io, è finita.
SIG.
V.
E.
dice benissimo.
ELV.
Ma quando li vedremo questi pizzi?
LUIG.
Aspettate.
Chi è di là? Dove sono costoro? Non vi è nessuno?
SIG.
Comanda? La servirò io.
LUIG.
Isabella, Colombina, dove diavolo sono? (chiama)
SIG.
(Senta.
Non vorrei che la signora donna Isabella con Colombina...
Basta, parlo col dovuto rispetto).
(in disparte, a donna Luigia)
LUIG.
(Che fossero col Conte?) (a don Sigismondo)
SIG.
(Chi sa? Si potrebbe dare).
LUIG.
(Voglio andar a vedere).
SIG.
(Eccellenza sì, vada, e se ne assicuri).
LUIG.
(Se fosse vero!)
SIG.
(Vada subito e con cautela).
LUIG.
Donna Elvira, attendetemi, che ora torno.
ELV.
Vi servirò, se vi contentate.
LUIG.
Trattenetevi.
Vado in luogo, dove mi conviene andar sola.
ELV.
Signora, mi volete lasciar qui...
LUIG.
Don Sigismondo vi terrà compagnia.
ELV.
Ma io, signora...
LUIG.
Vengo subito, vengo subito.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
DONNA ELVIRA e DON SIGISMONDO
SIG.
Che vuol dire, signora donna Elvira? Ha tanta paura a restar sola con me?
ELV.
Io non ho alcun timore, ma la convenienza lo richiederebbe...
SIG.
Sono un uomo onorato.
ELV.
Per tale vi considero.
SIG.
Sono ammiratore del vostro merito.
ELV.
Non ho merito alcuno, che esiga da voi né stima, né ammirazione.
SIG.
E sono...
(con tenerezza)
ELV.
Don Sigismondo, basta così.
SIG.
Permettetemi che dica una sola cosa e poi ho finito.
E sono un adoratore della vostra bellezza.
ELV.
Se prima mi avete adulata, ora mi avete offesa.
SIG.
Le adorazioni d'un cuor amante non offendono mai la persona amata.
Voi non potete impedirmi ch'io vi ami.
In vostro arbitrio solo sta il corrispondermi.
ELV.
Questo non lo sperate giammai.
SIG.
Non potete nemmeno vietarmi ch'io lo speri.
ELV.
Sì, ve lo posso vietare.
Una donna onorata fa disperar chi che sia di ottener cosa alcuna, che pregiudichi al suo decoro.
SIG.
Aspettate.
Io non voglio sperare che voi mi amiate, ma voglio lusingarmi d'un'altra cosa.
ELV.
E di che?
SIG.
Che voi lascierete tutti questi pregiudizi; che diverrete col tempo meno selvatica, e un poco più compiacente.
ELV.
Chi si lusinga di ciò, pensa temerariamente di me.
(alterata)
SIG.
Vedete, se principiate a scaldarvi? Al fuoco dello sdegno succede spesse volte quel dell'amore.
ELV.
Don Sigismondo, abbiate più rispetto per le dame onorate.
SIG.
Mi pare di rispettarvi, qualora vi venero, vi stimo e teneramente vi amo.
ELV.
È qualche tempo che mi andate importunando ed io non l'ho fatto sapere a don Filiberto per non rovinarvi: guardatevi di non provocarmi più oltre.
SIG.
Io ho sempre sentito dire, che si odiano i nemici, non quelli che amano.
ELV.
Chi mi ama, come voi, è mio inimico.
SIG.
Ma sapete voi come vi amo?
ELV.
Già me l'immagino.
SIG.
Se vi figurate l'amor mio disonesto siete più maliziosa di me.
Vi amo onestissimamente, con un amore il più innocente, il più platonico che dar si possa.
ELV.
Siccome adulate tutti, adulerete anche voi medesimo.
SIG.
Giuro sull'onor mio, che dico la verità.
ELV.
Non ama il proprio onore, chi tende insidie all'altrui.
SIG.
Giuro su questa bellissima mano...
ELV.
Temerario! Non posso più tollerarvi.
O cangiate stile con me, o vi farò pentire dell'ardir vostro.
Son dama, son moglie, sono onorata.
Tre titoli, che esigono da voi rispetto.
Tre condizioni, che vi faranno tremare.
(parte)
SIG.
Tre ragioni, che non mi spaventano niente affatto.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
DON SIGISMONDO solo.
SIG.
Dunque donna Elvira ha ottenuto dal Governatore che suo marito non parta? E don Filiberto resterà in Gaeta per cagion della moglie, e questa moglie superba mi disprezzerà per cagion del marito? Fin che saranno uniti, non potrò mai sperar nulla.
Se non mi riesce allontanare don Filiberto co' benefizi, lo allontanerò colla forza.
Se questa volta il Governatore si è lasciato vincere dalle suppliche di una donna, né io sono stato in tempo per riparare al disordine co' miei consigli, arte non mi mancherà per macchinare e costringere il Governatore medesimo a non ascoltare per la seconda volta questa mia adorata nemica.
SCENA SECONDA
BRIGHELLA e detto.
BRIGH.
Signor segretario, ghe fazzo reverenza.
SIG.
Oh! Decano mio gentilissimo! Caro Brighella amatissimo, vi occorre nulla? Posso far nulla per voi? Dite, parlate, caro galantuomo, uomo veramente dabbene.
BRIGH.
(Eh forca, te cognosso!) Voleva pregarla d'una grazia.
SIG.
Son qui tutto per voi, per il mio caro messer Brighella.
Sentite, fra tutti i servitori voi siete il più abile e il più fedele.
BRIGH.
De abilità no me vanto, ma in materia de fedeltà, no la cedo a nissun.
Son omo schietto e real, e no posso adular.
SIG.
Oh bravo! Oh bella cosa la realtà, la schiettezza di cuore!
BRIGH.
Ma al dì d'oggi, chi è sincero, non ha fortuna.
SIG.
Via, caro, via, dite cosa volete, perché ho da far qualche cosa.
BRIGH.
Se la disturbo, vado via.
SIG.
No, anima mia, no, non mi disturbate.
Per voi m'impiego volentieri.
(Non lo posso soffrire).
(da sé)
BRIGH.
Mi, come capo della fameia bassa de sta Corte, la supplico in nome de tutti i servitori de recordar al padron che son do mesi che no se tira né el salario, né i denari per le cibarie, e che no savemo più come far.
SIG.
Poverini! Avete ragione.
Fate una cosa, andate dal maestro di casa.
BRIGH.
Son andà, e l'ha dito che lu no gh'ha denari, e che ella ha avudo l'ordene e i bezzi per pagarne.
SIG.
(Come diavolo l'ha saputo?) (da sé) Io non ho avuto nulla.
Ma per voi, se avete bisogno, ve li darò del mio.
Per il mio caro messer Brighella farò tutto.
Prendete tabacco? (cava la scatola)
BRIGH.
Quel che la comanda.
Receverò le so grazie.
Bon, prezioso.
(prendendo tabacco)
SIG.
Vi piace?
BRIGH.
El bon piase a tutti.
SIG.
Avete la tabacchiera?
BRIGH.
Una strazzetta de legno.
SIG.
Oibò, un uomo par vostro una tabacchiera di legno! Tenete questa.
BRIGH.
Ghe rendo grazie.
SIG.
Eh, prendete.
BRIGH.
La me perdona, no la togo seguro.
SIG.
Quando non volete, pazienza.
Ve la donava di cuore.
BRIGH.
(No bisogna tor regali, chi no vol esser obbligà a far de quelle cosse che no s'ha da far).
SIG.
Ditemi, vita mia, quanto avanzate voi di salario e panatica?
BRIGH.
Quel che avanzo mi, l'è unido con quel che avanza anca i altri.
Ecco qua la nota.
Semo in otto persone; in do mesi ne vien in tutti dusento ducati.
SIG.
Ma io, perché vi voglio veramente bene, voglio farvi una proposizione da vero amico.
Prendete quello che si appartiene a voi, e non vi curate degli altri.
BRIGH.
Cossa volela che diga i mi camerada?
SIG.
Non vi è bisogno che dite loro d'aver avuto denaro.
La cosa passerà segretamente fra voi e me.
Poi quest'altro mese daremo a tutti qualche cosa.
BRIGH.
Mo mi, la me perdona...
SIG.
Sì caro, via, accettate l'offerta.
BRIGH.
Ma perché no volela pagar tutti?
SIG.
A voi, che siete un uomo savio ed onesto, confiderò la verità.
Il padrone adesso non ha denari; ma zitto, che non si sappia.
Mi preme l'onore del mio padrone.
BRIGH.
L'onor del mio padron el me preme anca a mi, e me despiase che el fazza sta cattiva figura presso la servitù, e la servitù parla per tutto, e la zente ride.
Ma za che la me dona tanta confidenza, la me permetta de dirghe una cossa con libertà, qua che nissun ne sente.
SIG.
Dite pure.
BRIGH.
Tutti sa che V.S.
ha avudo i denari da pagarne, e se mormora assae.
SIG.
Amico, non è vero.
BRIGH.
Mi so tutto.
SIG.
Orsù, vi consiglio prendere il vostro denaro e star cheto.
BRIGH.
Questo po no.
Non voio esser differenzià dai altri.
Semo tutti camerada: o tutti, o nissun.
SIG.
Oh bene! Non l'avrete nemmeno voi.
BRIGH.
Che giustizia ela questa? Non avemo d'aver el nostro? Ricorrerò al padron.
SIG.
Sì, caro, ricorrete.
Dite le vostre ragioni, a me non fate torto.
(lo accarezza)
BRIGH.
Mi non ho bisogno de tante carezze; ho bisogno de bezzi per mi e per i mi compagni.
SIG.
Siate benedetto! Fate bene a procurare per tutti.
Ammiro la vostra onoratezza.
BRIGH.
Quando saremo pagadi?
SIG.
Ricorrete al padrone.
BRIGH.
Me dala libertà che ricorra?
SIG.
Sì, caro Brighella, ricorrete.
V'introdurrò io.
BRIGH.
(Bisogna che i denari nol li abbia avudi).
(da sé)
SIG.
Quando volete venire?
BRIGH.
Se la me conseia, anderò stassera.
SIG.
Sì, questa sera, vi farò io la scorta.
BRIGH.
Basta; se l'avesse offesa, ghe domando perdon.
SIG.
Caro amico, niente affatto.
Vi compatisco.
Comprendo il vostro zelo; vi lodo infinitamente.
BRIGH.
La me permetta...
(gli vuol baciare la mano)
SIG.
Oh! non voglio assolutamente.
Ecco un atto di buona amicizia.
(lo abbraccia)
BRIGH.
Me raccomando alla so protezion.
SIG.
Disponete di me.
BRIGH.
Ghe fazzo umilissima riverenza.
SIG.
Addio, caro, addio.
BRIGH.
(Stassera scoverzirò la verità).
(da sé, parte)
SIG.
Briccone, me la pagherai; avanti sera sarai servito.
SCENA TERZA
Il PAGGIO e detto.
PAGG.
Signore, vi è il signor Pantalone de' Bisognosi che vorrebbe udienza dal padrone.
Ella m'ha detto che non faccia passar nessuno senza prima avvisarla, onde sono venuto a dirglielo per obbedirla.
SIG.
Caro paggino, avete fatto bene.
Tenete, compratevi qualche galanteria.
(gli dà una moneta)
PAGG.
Obbligatissimo alle sue grazie.
SIG.
Fatelo venir qui da me.
PAGG.
Subito la servo.
(Io son un paggio di buon cuore; servo volentieri quelli che mi regalano).
(da sè, parte)
SIG.
Se questo ricco mercante ha bisogno di qualche cosa, ha da dipendere da me.
SCENA QUARTA
PANTALONE e detto.
PANT.
Servitor obbligatissimo, sior segretario.
SIG.
Oh! amabilissimo signor Pantalone, onor dei mercanti, decoro di questa città, in che posso servirla?
PANT.
La prego de farme la grazia de farme aver udienza da So Eccellenza.
SIG.
Oggi, caro, non dà udienza; ma se vi occorre qualche cosa, comandate, vi servirò io.
PANT.
Averia bisogno de presentarghe sto memorial.
SIG.
Oh! volentieri, subito.
Consegnatelo a me, glielo porto immediatamente.
PANT.
Ma averia piaser de dirghe qualche cossa a bocca.
SIG.
Quanto mi spiace non potervi consolare! Oggi non gli si può parlare, è giornata di posta.
PANT.
Me rincresce che stassera va via le lettere, e me premeva de scriver qualcossa su sto proposito ai mi corrispondenti.
SIG.
Ditemi, di che si tratta?
PANT.
Ghe dirò.
La sa che mi ho introdotto in sta città la fabrica dei velludi, e la sa che utile ho portà a sto paese.
Adesso un capo mistro se m'ha voltà contra, el xe spalleggià da do mercanti, e el pretende de voler eriger un'altra fabrica.
Mi, che gh'ho el merito d'esser stà el primo, domando el privilegio coll'esclusiva de ogni altro: esibendome mi de crescer i laorieri, se occorre, a benefizio de la città.
SIG.
L'istanza non può essere più giusta.
Non dubitate, che sarete consolato.
Date a me il memoriale.
PANT.
Eccolo, me raccomando alla so protezion.
SIG.
Riescono veramente bene questi vostri velluti?
PANT.
I riesce perfettamente.
SIG.
Non li ho mai considerati esattamente.
Fate una cosa, mandatemene una pezza del più bello, acciò lo possa far vedere al signor Governatore, per animarlo a farvi la grazia.
PANT.
(Ho inteso, el me vol magnar una pezza de velludo).
(da sé) La sarà servida.
Adessadesso la manderò, ma me raccomando.
SIG.
Non ci pensate, lasciate fare a me.
PANT.
Vago subito al negozio, e la mando.
(Tanto fa: quel che s'ha da far, farlo subito).
(da sé)
SIG.
Ehi, dite: come si chiama questo capo maestro, che vi si vuol ribellare?
PANT.
Menego Tarocchi.
SIG.
Non occorr'altro.
PANT.
La prego...
SIG.
Sarete servito.
Mandate subito il velluto.
PANT.
Subito.
(Per farme servizio, ghe preme sta lettera de raccomandazion).
(da sé, parte)
SIG.
Manderò a chiamare questo Menico Tarocchi e se le sue proposizioni saranno avvantaggiose non l'abbandonerò.
Bisogna ascoltar tutti, far del bene a tutti, aumentare, quando si può, il regio patrimonio, ed anche nello stesso tempo i propri onesti profitti.
SCENA QUINTA
Il PAGGIO e detto.
PAGG.
Un'altra persona vuol udienza dal padrone.
SIG.
E chi è?
PAGG.
La signora donna Aspasia.
SIG.
(Viene costei ora a disturbare gli affari miei.
Se il padrone la riceve, s'incanta e non mi abbada più).
(da sé) Fate una cosa, paggino, ditele che S.E.
ha un poco da fare, e che aspetti.
PAGG.
Sarà servita.
SIG.
Via, andate.
PAGG.
Non mi dona nulla?
SIG.
Ogni volta vi ho da regalare?
PAGG.
Se per l'ambasciata d'un uomo vecchio mi ha dato due carlini, per l'ambasciata d'una bella giovine mi dovrebbe dare uno zecchino.
SIG.
Bravo, paggino, bravo.
Siete grazioso, spiritoso.
Vi farete, vi farete.
PAGG.
A portar ambasciate, e a prender regali, s'impara presto.
(parte)
SIG.
Prima che passi donna Aspasia, voglio discorrere col padrone, e fargli fare tre o quattro cose che mi premono infinitamente, poi voglio vedere io donna Aspasia avanti di lui, per avvertirla d'alcune cose.
Già ella è del mio carattere, e facilmente fra di noi c'intendiamo.
(va per andar dal Governatore, e l'incontra)
SCENA SESTA
DON SANCIO e detto.
SANC.
Dove andate?
SIG.
Veniva a ritrovare V.
E.
SANC.
Ho mandato a invitare a pranzo donna Aspasia.
SIG.
Ella quanto prima verrà; così ha mandato a rispondere.
Frattanto se V.
E.
mi permette, vorrei proporle alcune cose utili per la sua famiglia e necessarie per il governo.
SANC.
Dite, ma brevemente: a me piace lo stile laconico.
SIG.
Beati quelli che hanno l'intelletto pronto come V.
E.
Ella intende subito, e con due parole si fa capire.
SANC.
Due parole delle mie vagliono per cento d'un altro.
SIG.
È verissimo.
Giuoco io, che a tre cose essenziali, che ora gli proporrò, V.
E.
risponde, risolve e provvede con tre parole.
SANC.
Io non parlo superfluamente.
SIG.
È necessario riformare la servitù.
Tutta gente viziosa e di poco spirito.
SANC.
Licenziatela.
SIG.
Specialmente Brighella è un uomo ormai troppo vecchio, reso inabile e non buono a nulla.
SANC.
Fate ch'ei se ne vada.
SIG.
Verrà a ricorrere da V.
E.; dirà che è antico di casa, che ha servito tanti anni.
SANC.
Non l'ascolterò.
SIG.
Ecco con tre parole accomodato un affare.
Ora ne proporrò un altro.
Pantalone de' Bisognosi vorrebbe un pri
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