L'ADULATORE, di Carlo Goldoni - pagina 4
...
...)
CON.
(Parlate liberamente).
SIG.
(Ama ella veramente la signora Isabella?)
CON.
(L'amo quanto me stesso).
SIG.
(L'ama per pura inclinazione, oppure per una specie d'impegno?)
CON.
(L'amo perché mi piace, perché mi pare amabile, e niente mi sprona a farlo, fuorché il desiderio di conseguirla in isposa).
SIG.
(Eppure la signora donna Luigia si lusinga che V.S.
Illustrissima...) (ride)
CON.
(Che cosa?)
SIG.
(Fosse...
innamorata di lei).
CON.
(Oh, questa è graziosa! Pare a voi ch'io fossi capace d'una simile debolezza?)
SIG.
(So benissimo quanto sia grande la prudenza di V.S.
Illustrissima).
CON.
(Ch'io volessi tradire l'ospitalità? Insidiar l'onore di don Sancio, mio caro amico?)
SIG.
(Un cavaliere onorato non pensa così vilmente).
CON.
(E poi, che volessi preferire alla figlia la madre?)
SIG.
(Il signor Conte non è di questo cattivo gusto).
CON.
(Voi che mi consigliereste di fare?)
SIG.
(Darò a V.S.
Illustrissima il consiglio più universale.
Quando si compra, comprar giovine).
CON.
(Anch'io sono della stessa opinione).
SIG.
(Però ella ha donato l'anello alla signora donna Luigia).
CON.
(Donato? Non è vero: Ora me lo renderà).
SIG.
(Non faccia).
CON.
(Perché l'ho da perdere?)
SIG.
(Non sa quel che dice il proverbio?)
CON.
(Che dice?)
SIG.
(Chi vuol bene alla figlia, accarezzi la mamma).
CON.
(È una carezza, che costa troppo).
SIG.
(La politica vuol così).
CON.
(Non vorrei con questa politica perder Isabella).
SIG.
(Si fidi di me).
CON.
(So che siete un galantuomo).
SIG.
(Son l'uomo più sincero di questo mondo).
CON.
(Ma presto ne voglio uscire).
SIG.
(Non ci pensi.
Si lasci servire).
(s'accosta a donna Luigia)
CON.
(Donna Luigia ha queste pazzie nel capo? Ora intendo gli enigmi de' suoi graziosi discorsi).
(da sé)
LUIG.
(Va bene?) (a don Sigismondo)
SIG.
(Benissimo).
(a donna Luigia)
LUIG.
(Si è dichiarato?)
SIG.
(Apertamente).
LUIG.
(Per me?)
SIG.
(Per Vostra Eccellenza).
LUIG.
(Posso parlar liberamente?)
SIG.
(Ancora no).
LUIG.
(Perché?)
SIG.
(Ha i suoi riguardi.
Parleremo con comodo).
Signor Conte, la mia padrona non è niente disgustata per le dichiarazioni che mi ha fatte.
LUIG.
No, Conte, anzi starò più cheta, or che vi siete spiegato.
CON.
Io credeva essermi bastantemente spiegato alla prima.
LUIG.
Eppure io non vi aveva capito.
CON.
O che non mi avete voluto capire.
LUIG.
Può anche darsi, furbetto, può anche darsi.
SIG.
Due ingegni così sublimi si devono facilmente intendere.
LUIG.
Guardate, don Sigismondo, il bell'anello che mi ha regalato il Conte.
CON.
Quello era destinato...
SIG.
Era destinato per la signora donna Luigia, né doveva passare in altre mani che nelle sue.
CON.
Eppure...
SIG.
Eppure, quasi più...
Basta, so io quel che dico.
LUIG.
Lo so ancor io.
CON.
Anch'io v'intendo.
SIG.
Ecco, tutti tre c'intendiamo.
SCENA TREDICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Eccellenza, l'è qua la siora donna Elvira, che desidera reverirla.
LUIG.
Vi è nessun cavaliere con lei? (a Brighella)
BRIGH.
Eccellenza sì.
Gh'è el signor...
LUIG.
Ecco qui.
Tutte hanno il cavaliere che le serve ed io non l'ho.
Conte, tocca a voi.
BRIGH.
La senta, Eccellenza: con la siora donna Elvira no gh'è miga nissun, se la m'intende.
Gh'è sior don Filiberto, so consorte.
LUIG.
Vedete? I mariti delle altre vanno colle loro mogli; mio marito con me non viene mai; par che non mi possa vedere.
SIG.
(Ora per invidia le viene volontà anche di suo marito).
(da sé)
BRIGH.
Sior don Filiberto l'è partido, e la siora donna Elvira l'è restada sola, e la desidera udienza da V.
E.
LUIG.
Dille che passi.
BRIGH.
Manco mal.
(La servitù de donna Elvira dirà che mi gh'ho poca creanza).
(da sé, parte)
CON.
Signora, con vostra buona licenza, vi levo l'incomodo.
LUIG.
Perché volete privarmi delle vostre grazie?
CON.
Il signor Governatore mi aspetta.
LUIG.
Non so se l'attenzione che avete per lui, l'avrete per me.
CON.
So la stima che devo a ciascheduno di voi.
All'onore di riverirvi.
(in atto di partire)
LUIG.
Conte, l'appartamento di mio marito resta di qua.
Di là si va nella camera d'Isabella.
CON.
Ecco la dama che arriva.
Non anderò né di qua, né di là.
(parte per la porta di mezzo)
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA LUIGIA e DON SIGISMONDO
LUIG.
Il Conte veramente mi ama, non mi vuol dar gelosia.
SIG.
Con permissione.
(vuol partire)
LUIG.
Perché partite?
SIG.
Il mio dovere lo vuole.
LUIG.
Credo non vi dispiacerà veder donna Elvira.
Restate.
SIG.
Resterò per ubbidirvi, non già per altro.
LUIG.
Sì sì, c'intendiamo.
SCENA QUINDICESIMA
DONNA ELVIRA e detti.
ELV.
Serva umilissima.
LUIG.
Donna Elvira vi riverisco.
SIG.
Servitor ossequiosissimo della signora donna Elvira.
ELV.
Serva sua.
(Costui non lo posso vedere).
(da sé)
LUIG.
Accomodatevi.
ELV.
Per ubbidirvi.
(siedono)
LUIG.
Don Sigismondo, sedete.
SIG.
Obbligatissimo alle grazie di V.
E.
(siede vicino a donna Elvira)
LUIG.
Donna Elvira, dove avete comprata quella bella stoffa? (osservando il vestito di donna Elvira)
ELV.
A Napoli, mia signora.
LUIG.
Oh! quanto mi piace questa stoffa.
SIG.
(A lei piace l'abito, e a me la persona).
(da sé)
LUIG.
Quanto l'avete pagata?
ELV.
Io credo averla pagata sei ducati il braccio.
LUIG.
Come si potrebbe fare a trovarne della compagna?
ELV.
Si può scrivere a Napoli.
Se comandate, vi servirò.
LUIG.
Segretario, osservatelo, vi piace questo drappo?
SIG.
Mi piace infinitamente.
(osservando donna Elvira nel viso, più che nell'abito)
LUIG.
Vi pare che a quel prezzo si possa prendere?
SIG.
Non vi è oro, che possa pagare la sua bellezza.
(come sopra)
LUIG.
Siete voi di buon gusto?
SIG.
Così foss'io fortunato, come son di buon gusto.
ELV.
(Costui mi fa l'appassionato, ed io l'aborrisco).
(da sé)
SIG.
Permetta, in grazia, che dia un'altra guardatina a quest'opera.
(a donna Elvira, come sopra)
ELV.
Mi pare che l'abbiate veduta abbastanza.
Signora Governatrice, sono venuta ad incomodarvi per supplicarvi di una grazia.
LUIG.
Dove posso, vi servirò.
Chi vi ha così bene assettato il capo?
ELV.
Il mio cameriere.
LUIG.
Di dov'è?
ELV.
È francese.
LUIG.
Lavora a maraviglia.
Mi fareste il piacere di mandarlo da me?
ELV.
Sarete servita.
LUIG.
Segretario, osservate quel tuppè; può esser fatto meglio?
SIG.
È una cosa che incanta.
ELV.
(Sono ormai stufa).
(da sé, si volta un poco)
SIG.
Signora, mi permetta.
ELV.
Queste sono osservazioni da donne.
SIG.
Eh! signora, quel ch'io vedo, è cosa più per uomo che per donna.
ELV.
Come sarebbe a dire?
SIG.
M'intendo dire che quel tuppè non è opera di donna, ma di un parrucchiere francese.
(A suo tempo la discorreremo meglio).
(da sé)
ELV.
Signora, la grazia di cui sono a pregarvi, è questa.
A Napoli ho data la commissione, perché mi provvedessero un finimento di pizzi all'ultima moda che sarà incirca venti braccia.
Fu consegnato l'involto ad un vetturino; i birri lo hanno ritrovato e me l'hanno preso.
Supplico la vostra bontà a intercedermi la grazia presso il signor Governatore, di poter riavere i miei pizzi.
LUIG.
Sono belli questi pizzi?
ELV.
Devono essere de' più belli.
Costano quattro zecchini il braccio.
LUIG.
Capperi! quattro zecchini?
ELV.
Così mi hanno mandato il conto.
Ottanta zecchini, senza il porto.
LUIG.
Ottanta zecchini in un fornimento di pizzi?
ELV.
Erano ordinati per le mie nozze, e me li hanno spediti ora.
Posso sperare di essere favorita?
LUIG.
(Se sono belli, se sono alla moda, li voglio per me assolutamente).
(da sé) Pensava al modo più facile per riaverli.
Segretario, che dite? Li averemo noi facilmente?
SIG.
Ci vuol essere qualche difficoltà.
Sopra le gabelle il signor Governatore non ha tutta l'autorità, poiché i finanzieri pagano un tanto alla Camera, e i contrabbandi diventano cosa loro.
LUIG.
In quanto a questo poi, quando mio marito comanda, lo hanno da ubbidire.
SIG.
V.
E.
dice benissimo.
(con una riverenza)
LUIG.
Per facilitare dirò che questi pizzi sono miei, che li ho fatti venir io.
Sarebbe bella che io non potessi far venire liberamente tutto quello ch'io voglio, senza dipendere dai gabellieri! Che dite, segretario?
SIG.
V.
E.
non può dir meglio.
(Ingiustizie a tutt'andare).
(da sé)
LUIG.
(Non vedo l'ora di veder questi pizzi).
(da sé) Attendetemi, donna Elvira, vado subito da mio marito, perché dia l'ordine della restituzione.
ELV.
Spiacemi il vostro incomodo.
Speriamo che il signor don Sancio farà la grazia?
LUIG.
Oh! mio marito fa poi a modo mio.
ELV.
Anche negli affari del governo?
LUIG.
In tutto.
Grazie al cielo, ho un marito che non ha coraggio di dirmi di no.
Egli comanda in apparenza, ed io comando in sostanza.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
DONNA ELVIRA, e DON SIGISMONDO
ELV.
Che buona dama è questa signora Governatrice!
SIG.
Non è dissimile il bel cuore di suo consorte, e l'uno e l'altra hanno della stima per la vostra nobilissima casa, e dell'amore particolare per il vostro degno consorte!
ELV.
Mio marito non merita nulla, e nulla ha fatto per il signor Governatore, che vaglia a lusingarmi della sua generosa parzialità.
SIG.
Eppure, senza ch'egli lo sappia, ha fatto a don Filiberto un beneficio, una grazia tale che agli altri darà motivo d'invidia.
ELV.
Che mai ha fatto egli per mio consorte?
SIG.
Sapete voi che ora si tratta di supplicar S.M.
per la permissione delle due Fiere?
ELV.
Lo so benissimo.
SIG.
Il memoriale è disteso, il dispaccio è formato.
Vi vuole alla Corte una persona che agisca, e il padrone ha eletto don Filiberto per un impiego sì degno e sì decoroso.
ELV.
Signor segretario, avete voi operato nulla in questo affare in favore di mio marito, acciò egli se ne vada alla Corte?
SIG.
Siccome lo amo e lo venero infinitamente, non ho mancato di far per esso de' buoni uffici presso del mio padrone.
ELV.
Già me ne avvedo.
Ma spero che mio marito ringrazierà il signor don Sancio, e ne sarà dispensato.
SCENA DICIASSETTESIMA
DONNA LUIGIA e detti.
LUIG.
La grazia è fatta.
Ecco l'ordine per riavere i pizzi.
ELV.
In verità sono consolatissima.
Quando li avremo?
LUIG.
Or ora manderò il maestro di casa con quest'ordine, e li daranno.
ELV.
Quanto vi sono obbligata!
LUIG.
(Non vedo l'ora di vederli).
(da sé)
ELV.
Vi sarà alcuna spesa? Supplirò a tutto.
LUIG.
Non avete a spendere un soldo.
SIG.
Può essere che i gabellieri vogliano il dazio.
LUIG.
Che dazio! Quando comando io, è finita.
SIG.
V.
E.
dice benissimo.
ELV.
Ma quando li vedremo questi pizzi?
LUIG.
Aspettate.
Chi è di là? Dove sono costoro? Non vi è nessuno?
SIG.
Comanda? La servirò io.
LUIG.
Isabella, Colombina, dove diavolo sono? (chiama)
SIG.
(Senta.
Non vorrei che la signora donna Isabella con Colombina...
Basta, parlo col dovuto rispetto).
(in disparte, a donna Luigia)
LUIG.
(Che fossero col Conte?) (a don Sigismondo)
SIG.
(Chi sa? Si potrebbe dare).
LUIG.
(Voglio andar a vedere).
SIG.
(Eccellenza sì, vada, e se ne assicuri).
LUIG.
(Se fosse vero!)
SIG.
(Vada subito e con cautela).
LUIG.
Donna Elvira, attendetemi, che ora torno.
ELV.
Vi servirò, se vi contentate.
LUIG.
Trattenetevi.
Vado in luogo, dove mi conviene andar sola.
ELV.
Signora, mi volete lasciar qui...
LUIG.
Don Sigismondo vi terrà compagnia.
ELV.
Ma io, signora...
LUIG.
Vengo subito, vengo subito.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
DONNA ELVIRA e DON SIGISMONDO
SIG.
Che vuol dire, signora donna Elvira? Ha tanta paura a restar sola con me?
ELV.
Io non ho alcun timore, ma la convenienza lo richiederebbe...
SIG.
Sono un uomo onorato.
ELV.
Per tale vi considero.
SIG.
Sono ammiratore del vostro merito.
ELV.
Non ho merito alcuno, che esiga da voi né stima, né ammirazione.
SIG.
E sono...
(con tenerezza)
ELV.
Don Sigismondo, basta così.
SIG.
Permettetemi che dica una sola cosa e poi ho finito.
E sono un adoratore della vostra bellezza.
ELV.
Se prima mi avete adulata, ora mi avete offesa.
SIG.
Le adorazioni d'un cuor amante non offendono mai la persona amata.
Voi non potete impedirmi ch'io vi ami.
In vostro arbitrio solo sta il corrispondermi.
ELV.
Questo non lo sperate giammai.
SIG.
Non potete nemmeno vietarmi ch'io lo speri.
ELV.
Sì, ve lo posso vietare.
Una donna onorata fa disperar chi che sia di ottener cosa alcuna, che pregiudichi al suo decoro.
SIG.
Aspettate.
Io non voglio sperare che voi mi amiate, ma voglio lusingarmi d'un'altra cosa.
ELV.
E di che?
SIG.
Che voi lascierete tutti questi pregiudizi; che diverrete col tempo meno selvatica, e un poco più compiacente.
ELV.
Chi si lusinga di ciò, pensa temerariamente di me.
(alterata)
SIG.
Vedete, se principiate a scaldarvi? Al fuoco dello sdegno succede spesse volte quel dell'amore.
ELV.
Don Sigismondo, abbiate più rispetto per le dame onorate.
SIG.
Mi pare di rispettarvi, qualora vi venero, vi stimo e teneramente vi amo.
ELV.
È qualche tempo che mi andate importunando ed io non l'ho fatto sapere a don Filiberto per non rovinarvi: guardatevi di non provocarmi più oltre.
SIG.
Io ho sempre sentito dire, che si odiano i nemici, non quelli che amano.
ELV.
Chi mi ama, come voi, è mio inimico.
SIG.
Ma sapete voi come vi amo?
ELV.
Già me l'immagino.
SIG.
Se vi figurate l'amor mio disonesto siete più maliziosa di me.
Vi amo onestissimamente, con un amore il più innocente, il più platonico che dar si possa.
ELV.
Siccome adulate tutti, adulerete anche voi medesimo.
SIG.
Giuro sull'onor mio, che dico la verità.
ELV.
Non ama il proprio onore, chi tende insidie all'altrui.
SIG.
Giuro su questa bellissima mano...
ELV.
Temerario! Non posso più tollerarvi.
O cangiate stile con me, o vi farò pentire dell'ardir vostro.
Son dama, son moglie, sono onorata.
Tre titoli, che esigono da voi rispetto.
Tre condizioni, che vi faranno tremare.
(parte)
SIG.
Tre ragioni, che non mi spaventano niente affatto.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
DON SIGISMONDO solo.
SIG.
Dunque donna Elvira ha ottenuto dal Governatore che suo marito non parta? E don Filiberto resterà in Gaeta per cagion della moglie, e questa moglie superba mi disprezzerà per cagion del marito? Fin che saranno uniti, non potrò mai sperar nulla.
Se non mi riesce allontanare don Filiberto co' benefizi, lo allontanerò colla forza.
Se questa volta il Governatore si è lasciato vincere dalle suppliche di una donna, né io sono stato in tempo per riparare al disordine co' miei consigli, arte non mi mancherà per macchinare e costringere il Governatore medesimo a non ascoltare per la seconda volta questa mia adorata nemica.
SCENA SECONDA
BRIGHELLA e detto.
BRIGH.
Signor segretario, ghe fazzo reverenza.
SIG.
Oh! Decano mio gentilissimo! Caro Brighella amatissimo, vi occorre nulla? Posso far nulla per voi? Dite, parlate, caro galantuomo, uomo veramente dabbene.
BRIGH.
(Eh forca, te cognosso!) Voleva pregarla d'una grazia.
SIG.
Son qui tutto per voi, per il mio caro messer Brighella.
Sentite, fra tutti i servitori voi siete il più abile e il più fedele.
BRIGH.
De abilità no me vanto, ma in materia de fedeltà, no la cedo a nissun.
Son omo schietto e real, e no posso adular.
SIG.
Oh bravo! Oh bella cosa la realtà, la schiettezza di cuore!
BRIGH.
Ma al dì d'oggi, chi è sincero, non ha fortuna.
SIG.
Via, caro, via, dite cosa volete, perché ho da far qualche cosa.
BRIGH.
Se la disturbo, vado via.
SIG.
No, anima mia, no, non mi disturbate.
Per voi m'impiego volentieri.
(Non lo posso soffrire).
(da sé)
BRIGH.
Mi, come capo della fameia bassa de sta Corte, la supplico in nome de tutti i servitori de recordar al padron che son do mesi che no se tira né el salario, né i denari per le cibarie, e che no savemo più come far.
SIG.
Poverini! Avete ragione.
Fate una cosa, andate dal maestro di casa.
BRIGH.
Son andà, e l'ha dito che lu no gh'ha denari, e che ella ha avudo l'ordene e i bezzi per pagarne.
SIG.
(Come diavolo l'ha saputo?) (da sé) Io non ho avuto nulla.
Ma per voi, se avete bisogno, ve li darò del mio.
Per il mio caro messer Brighella farò tutto.
Prendete tabacco? (cava la scatola)
BRIGH.
Quel che la comanda.
Receverò le so grazie.
Bon, prezioso.
(prendendo tabacco)
SIG.
Vi piace?
BRIGH.
El bon piase a tutti.
SIG.
Avete la tabacchiera?
BRIGH.
Una strazzetta de legno.
SIG.
Oibò, un uomo par vostro una tabacchiera di legno! Tenete questa.
BRIGH.
Ghe rendo grazie.
SIG.
Eh, prendete.
BRIGH.
La me perdona, no la togo seguro.
SIG.
Quando non volete, pazienza.
Ve la donava di cuore.
BRIGH.
(No bisogna tor regali, chi no vol esser obbligà a far de quelle cosse che no s'ha da far).
SIG.
Ditemi, vita mia, quanto avanzate voi di salario e panatica?
BRIGH.
Quel che avanzo mi, l'è unido con quel che avanza anca i altri.
Ecco qua la nota.
Semo in otto persone; in do mesi ne vien in tutti dusento ducati.
SIG.
Ma io, perché vi voglio veramente bene, voglio farvi una proposizione da vero amico.
Prendete quello che si appartiene a voi, e non vi curate degli altri.
BRIGH.
Cossa volela che diga i mi camerada?
SIG.
Non vi è bisogno che dite loro d'aver avuto denaro.
La cosa passerà segretamente fra voi e me.
Poi quest'altro mese daremo a tutti qualche cosa.
BRIGH.
Mo mi, la me perdona...
SIG.
Sì caro, via, accettate l'offerta.
BRIGH.
Ma perché no volela pagar tutti?
SIG.
A voi, che siete un uomo savio ed onesto, confiderò la verità.
Il padrone adesso non ha denari; ma zitto, che non si sappia.
Mi preme l'onore del mio padrone.
BRIGH.
L'onor del mio padron el me preme anca a mi, e me despiase che el fazza sta cattiva figura presso la servitù, e la servitù parla per tutto, e la zente ride.
Ma za che la me dona tanta confidenza, la me permetta de dirghe una cossa con libertà, qua che nissun ne sente.
SIG.
Dite pure.
BRIGH.
Tutti sa che V.S.
ha avudo i denari da pagarne, e se mormora assae.
SIG.
Amico, non è vero.
BRIGH.
Mi so tutto.
SIG.
Orsù, vi consiglio prendere il vostro denaro e star cheto.
BRIGH.
Questo po no.
Non voio esser differenzià dai altri.
Semo tutti camerada: o tutti, o nissun.
SIG.
Oh bene! Non l'avrete nemmeno voi.
BRIGH.
Che giustizia ela questa? Non avemo d'aver el nostro? Ricorrerò al padron.
SIG.
Sì, caro, ricorrete.
Dite le vostre ragioni, a me non fate torto.
(lo accarezza)
BRIGH.
Mi non ho bisogno de tante carezze; ho bisogno de bezzi per mi e per i mi compagni.
SIG.
Siate benedetto! Fate bene a procurare per tutti.
Ammiro la vostra onoratezza.
BRIGH.
Quando saremo pagadi?
SIG.
Ricorrete al padrone.
BRIGH.
Me dala libertà che ricorra?
SIG.
Sì, caro Brighella, ricorrete.
V'introdurrò io.
BRIGH.
(Bisogna che i denari nol li abbia avudi).
(da sé)
SIG.
Quando volete venire?
BRIGH.
Se la me conseia, anderò stassera.
SIG.
Sì, questa sera, vi farò io la scorta.
BRIGH.
Basta; se l'avesse offesa, ghe domando perdon.
SIG.
Caro amico, niente affatto.
Vi compatisco.
Comprendo il vostro zelo; vi lodo infinitamente.
BRIGH.
La me permetta...
(gli vuol baciare la mano)
SIG.
Oh! non voglio assolutamente.
Ecco un atto di buona amicizia.
(lo abbraccia)
BRIGH.
Me raccomando alla so protezion.
SIG.
Disponete di me.
BRIGH.
Ghe fazzo umilissima riverenza.
SIG.
Addio, caro, addio.
BRIGH.
(Stassera scoverzirò la verità).
(da sé, parte)
SIG.
Briccone, me la pagherai; avanti sera sarai servito.
SCENA TERZA
Il PAGGIO e detto.
PAGG.
Signore, vi è il signor Pantalone de' Bisognosi che vorrebbe udienza dal padrone.
Ella m'ha detto che non faccia passar nessuno senza prima avvisarla, onde sono venuto a dirglielo per obbedirla.
SIG.
Caro paggino, avete fatto bene.
Tenete, compratevi qualche galanteria.
(gli dà una moneta)
PAGG.
Obbligatissimo alle sue grazie.
SIG.
Fatelo venir qui da me.
PAGG.
Subito la servo.
(Io son un paggio di buon cuore; servo volentieri quelli che mi regalano).
(da sè, parte)
SIG.
Se questo ricco mercante ha bisogno di qualche cosa, ha da dipendere da me.
SCENA QUARTA
PANTALONE e detto.
PANT.
Servitor obbligatissimo, sior segretario.
SIG.
Oh! amabilissimo signor Pantalone, onor dei mercanti, decoro di questa città, in che posso servirla?
PANT.
La prego de farme la grazia de farme aver udienza da So Eccellenza.
SIG.
Oggi, caro, non dà udienza; ma se vi occorre qualche cosa, comandate, vi servirò io.
PANT.
Averia bisogno de presentarghe sto memorial.
SIG.
Oh! volentieri, subito.
Consegnatelo a me, glielo porto immediatamente.
PANT.
Ma averia piaser de dirghe qualche cossa a bocca.
SIG.
Quanto mi spiace non potervi consolare! Oggi non gli si può parlare, è giornata di posta.
PANT.
Me rincresce che stassera va via le lettere, e me premeva de scriver qualcossa su sto proposito ai mi corrispondenti.
SIG.
Ditemi, di che si tratta?
PANT.
Ghe dirò.
La sa che mi ho introdotto in sta città la fabrica dei velludi, e la sa che utile ho portà a sto paese.
Adesso un capo mistro se m'ha voltà contra, el xe spalleggià da do mercanti, e el pretende de voler eriger un'altra fabrica.
Mi, che gh'ho el merito d'esser stà el primo, domando el privilegio coll'esclusiva de ogni altro: esibendome mi de crescer i laorieri, se occorre, a benefizio de la città.
SIG.
L'istanza non può essere più giusta.
Non dubitate, che sarete consolato.
Date a me il memoriale.
PANT.
Eccolo, me raccomando alla so protezion.
SIG.
Riescono veramente bene questi vostri velluti?
PANT.
I riesce perfettamente.
SIG.
Non li ho mai considerati esattamente.
Fate una cosa, mandatemene una pezza del più bello, acciò lo possa far vedere al signor Governatore, per animarlo a farvi la grazia.
PANT.
(Ho inteso, el me vol magnar una pezza de velludo).
(da sé) La sarà servida.
Adessadesso la manderò, ma me raccomando.
SIG.
Non ci pensate, lasciate fare a me.
PANT.
Vago subito al negozio, e la mando.
(Tanto fa: quel che s'ha da far, farlo subito).
(da sé)
SIG.
Ehi, dite: come si chiama questo capo maestro, che vi si vuol ribellare?
PANT.
Menego Tarocchi.
SIG.
Non occorr'altro.
PANT.
La prego...
SIG.
Sarete servito.
Mandate subito il velluto.
PANT.
Subito.
(Per farme servizio, ghe preme sta lettera de raccomandazion).
(da sé, parte)
SIG.
Manderò a chiamare questo Menico Tarocchi e se le sue proposizioni saranno avvantaggiose non l'abbandonerò.
Bisogna ascoltar tutti, far del bene a tutti, aumentare, quando si può, il regio patrimonio, ed anche nello stesso tempo i propri onesti profitti.
SCENA QUINTA
Il PAGGIO e detto.
PAGG.
Un'altra persona vuol udienza dal padrone.
SIG.
E chi è?
PAGG.
La signora donna Aspasia.
SIG.
(Viene costei ora a disturbare gli affari miei.
Se il padrone la riceve, s'incanta e non mi abbada più).
(da sé) Fate una cosa, paggino, ditele che S.E.
ha un poco da fare, e che aspetti.
PAGG.
Sarà servita.
SIG.
Via, andate.
PAGG.
Non mi dona nulla?
SIG.
Ogni volta vi ho da regalare?
PAGG.
Se per l'ambasciata d'un uomo vecchio mi ha dato due carlini, per l'ambasciata d'una bella giovine mi dovrebbe dare uno zecchino.
SIG.
Bravo, paggino, bravo.
Siete grazioso, spiritoso.
Vi farete, vi farete.
PAGG.
A portar ambasciate, e a prender regali, s'impara presto.
(parte)
SIG.
Prima che passi donna Aspasia, voglio discorrere col padrone, e fargli fare tre o quattro cose che mi premono infinitamente, poi voglio vedere io donna Aspasia avanti di lui, per avvertirla d'alcune cose.
Già ella è del mio carattere, e facilmente fra di noi c'intendiamo.
(va per andar dal Governatore, e l'incontra)
SCENA SESTA
DON SANCIO e detto.
SANC.
Dove andate?
SIG.
Veniva a ritrovare V.
E.
SANC.
Ho mandato a invitare a pranzo donna Aspasia.
SIG.
Ella quanto prima verrà; così ha mandato a rispondere.
Frattanto se V.
E.
mi permette, vorrei proporle alcune cose utili per la sua famiglia e necessarie per il governo.
SANC.
Dite, ma brevemente: a me piace lo stile laconico.
SIG.
Beati quelli che hanno l'intelletto pronto come V.
E.
Ella intende subito, e con due parole si fa capire.
SANC.
Due parole delle mie vagliono per cento d'un altro.
SIG.
È verissimo.
Giuoco io, che a tre cose essenziali, che ora gli proporrò, V.
E.
risponde, risolve e provvede con tre parole.
SANC.
Io non parlo superfluamente.
SIG.
È necessario riformare la servitù.
Tutta gente viziosa e di poco spirito.
SANC.
Licenziatela.
SIG.
Specialmente Brighella è un uomo ormai troppo vecchio, reso inabile e non buono a nulla.
SANC.
Fate ch'ei se ne vada.
SIG.
Verrà a ricorrere da V.
E.; dirà che è antico di casa, che ha servito tanti anni.
SANC.
Non l'ascolterò.
SIG.
Ecco con tre parole accomodato un affare.
Ora ne proporrò un altro.
Pantalone de' Bisognosi vorrebbe un privilegio per lavorare egli solo i velluti.
SANC.
Se è giusto, farlo.
SIG.
Vi è un altro che si esibisce introdurre un'altra fabbrica, a benefizio de' poveri lavoranti.
SANC.
Se è giusto, ammetterlo.
SIG.
Se V.
E.
dà a me l'arbitrio, procurerò di esaminar la materia, e informerò la Corte per la pura giustizia.
SANC.
Fate voi.
SIG.
Bravissimo.
Queste sono cose facili; ma ora devo esporre a V.
E.
una cosa di massima conseguenza.
SANC.
Tutte le cose per me sono eguali.
SIG.
Bella mente! Bella mente! Il signor don Filiberto non vuole andare alla Corte.
SANC.
Lasci stare.
SIG.
Ma io ho scoperto il perché.
SANC.
Perché la moglie novella lo desidera a lei vicino.
SIG.
Eccellenza, non è per questo.
Egli fa il contrabbandiere.
Introduce merci forestiere in questa città, negozia in pregiudizio della Camera e de' finanzieri e colla protezione che gode della padrona, si fa adito a mille frodi, a mille cose illecite e scandalose.
SANC.
Credo che ciò sia vero.
Anche poco fa è venuta mia moglie a pregarmi per far restituire a donna Elvira venti braccia di pizzo, arrestatole dai birri per ordine de' finanzieri.
SIG.
Io, Eccellenza, parlo sempre colla verità sulle labbra.
Ma i pizzi è il meno.
Il tabacco, il sale, l'acquavite sono cose che rovinano le finanze.
SANC.
In queste imprese vi ho anch'io il mio diritto.
Costui mi defrauda.
SIG.
È un contraffacente pubblico e abituato.
SANC.
Don Sigismondo, che cosa abbiamo da fare?
SIG.
Castigarlo.
SANC.
Senza processarlo?
SIG.
Formeremo il processo, ma bisogna assicurarsi della persona.
SANC.
Fate voi.
SIG.
Mi dà la facoltà di procedere e di ordinare?
SANC.
Sì, fate voi...
SIG.
Parmi sentir gente, permetta ch'io veda chi è.
SANC.
Sì, fate quel che v'aggrada.
SIG.
(Ora è tempo di divertirlo con donna Aspasia, per non dargli campo di pensare sugli ordini dati).
(da sé, parte)
SANC.
Che uomo illibato e sincero è questo don Sigismondo! È tutto infervorato per me, e, quello ch'io stimo, senza interesse, senza mai domandarmi nulla.
SCENA SETTIMA
DONNA ASPASIA e detto.
SANC.
Ben venuta la signora donna Aspasia.
ASP.
Signor don Sancio, sono venuta a ricever le vostre grazie.
SANC.
Chi vi vuol vedere, bisogna pregarvi.
Sedete.
ASP.
E voi non favorite più di venirmi a ritrovare, come facevate una volta.
(siedono)
SANC.
Oggi siete venuta da me; un'altra volta verrò io da voi.
ASP.
(Non me ne importa un fico).
(da sé)
SANC.
Avete veduta mia moglie?
ASP.
Le ho fatta far l'ambasciata, e mi ha fatto rispondere che era impedita e che frattanto venissi da voi, che poi sarebbe anch'ella venuta a vederci.
SANC.
Oh! Donna Luigia poi è di buonissimo cuore.
ASP.
Ella è una donna che sa il viver del mondo.
SANC.
Ditemi, avete avuto lettere da vostro marito?
ASP.
Sì signore, stamattina ho ricevuta una sua lettera.
SANC.
Che cosa vi scrive?
ASP.
Per dirvi la verità, mi sono scordata di aprirla.
SANC.
Per quel ch'io sento, vi preme assai di vostro marito.
ASP.
È militare; oggi qua, domani là.
Sono tanto avvezza a star senza di lui, che non mi ricordo nemmeno d'averlo.
SANC.
Vorrebbe venire in Gaeta a quartier d'inverno.
ASP.
Lo so, mi è stato detto.
SANC.
Che dite? Lo facciamo venire, o non lo facciamo venire?
ASP.
Faccia quel che vuole; per me è l'istesso.
SANC.
Sta a me a farlo venire, o a farlo restare a Napoli.
ASP.
Sentite: se ha da venire con dei denari, bene, se no, se ne può stare dov'è.
SANC.
Vi occorre nulla? Avete bisogno di nulla?
ASP.
Io son una che taccio, e fo come posso, per non incomodare gli amici.
Per altro lo sapete...
Basta, non dico altro.
SANC.
Se vi occorre, comandate.
ASP.
Vi ringrazio.
La stima che ho per voi, non è interessata.
Se amo la vostra conversazione, è perché siete veramente adorabile.
SANC.
Voi mi consolate, cara donna Aspasia.
ASP.
Sono unicamente a pregarvi della vostra protezione, in un affare di mia somma premura.
SANC.
Comandate, disponete di me.
ASP.
Sappiate, signore, che sono due anni che non si paga la pigione di casa.
Il padrone di essa ha fatto tutti gli atti di giustizia contro di me, e se non pago, dentro domani sono soggetta a un affronto.
SANC.
Quanto importa l'affitto?
ASP.
Cento doppie.
SANC.
(Il colpo è un poco grosso).
(da sé) E che pensate di fare?
ASP.
Voi potreste acquietar il padrone.
SANC.
Sì, sì, gli parlerò.
Lo farò aspettare.
ASP.
Ma poi si dirà che voi fate delle ingiustizie per causa mia.
SANC.
Lo farò con buona maniera.
ASP.
No, no, per salvare il vostro decoro e la mia riputazione, manderò a vendere tutto quello che io potrò per pagar il debito.
SANC.
Questo non è conveniente.
ASP.
Come volete ch'io faccia?
SANC.
Aspettate...
più tosto...
ASP.
Anzi, non voglio perder tempo.
Voglio andar adesso a far chiamare un rigattiere...
SANC.
Fermatevi.
Gli si potrebbe dar la metà.
ASP.
Questo poi no.
Ho promesso in parola d'onore di pagar tutto.
SANC.
Mandiamolo a chiamare; sentiamo un poco.
ASP.
Vi dico che non voglio perder la mia riputazione.
SANC.
Dunque?
ASP.
Dunque vender tutto a rotta di collo.
SANC.
Aspettate.
Ehi, chi è di là?
SCENA OTTAVA
ARLECCHINO vestito con sotto il suo abito, poi con una livrea in un braccio, una giubba civile nell'altro braccio, dinanzi un grembiale da cucina, una parrucca arruffata, una frusta in mano, stivali in piedi; e detti.
ARL.
Cossa comandela?
SANC.
Oh buffone! Non cercava di te.
Che razza di vestitura è quella che tu hai?
ARL.
Una vestidura a proposito del tempo che corre.
Questo l'è l'abito da camerier; questa l'è la livrea da staffier; questa l'è la perucca da mistro de casa; questo l'è el grembial da cogo; questa l'è la scuria da carrozzier; e questi i è i stivali da cavalcante.
SANC.
Perché tutta questa roba intorno di te?
ARL.
Perché el carissimo sior segretario ha licenzià tutta sta zente; no ghe sarà altri servitori che mi, e mi me parecchio a far ogni cossa.
SANC.
Che ne dite? È grazioso costui?
ASP.
Sì, è grazioso, ma il tempo passa e il mio creditore non dorme.
SANC.
A proposito.
Senti, Arlecchino...
ARL.
Aspettè, sior padron, che me manca el meio.
(vuol partire)
SANC.
Senti, vien qui.
ARL.
Vegno subito.
(parte)
SANC.
Voleva mandar a domandare il segretario, per il vostro interesse.
ASP.
È vero che avete licenziata la vostra servitù?
SANC.
Sì, don Sigismondo la vuol mutare.
SCENA NONA
ARLECCHINO e detti.
ARL.
Son qua con quel che mancava.
SANC.
Qualche altro sproposito.
Che cosa hai?
ARL.
Cognossì questi? (gli mostra un paio d'occhiali)
SANC.
Quello è un paio d'occhiali.
ARL.
Cognossì questo? (gli mostra un laccio)
SANC.
Che pazzo! Quello è un laccio.
ARL.
Questi per vu; e questo per el boia.
SANC.
Spiegati.
Che intendi di dire?
ARL.
Questi per vu, acciò imparè meio a cognosser el vostro segretario.
Questo per el boia, acciocché el lo possa impiccar.
ASP.
(ride)
ARL.
Ridè? Gh'ho una cossa anca per vu.
(a donna Aspasia)
ASP.
E per me, che cosa hai?
ARL.
Una piccola galanteria a proposito.
(cava una castagna) Eccola.
ASP.
Questa è una castagna.
ARL.
"La donna è fatta come la castagna,
Bella de fora e drento la magagna."
ASP.
Temerario!
SANC.
Compatitelo.
È buffone.
ASP.
Le sue buffonerie non sono a proposito per il mio caso.
SANC.
Va, trova il segretario, e digli che venga da me.
ARL.
Come comandela che vada? Da camerier, da staffier, da cogo, da carrozzier o da mistro de casa?
SANC.
Va come vuoi, ma sbrigati.
ARL.
Se vado da camerier, me metterò spada in centura, perucca spolverizzada e la camisa coi maneghetti del padron.
Se anderò da staffier, prima de far l'ambassada dirò mal dei mi padroni colla servitù.
Se anderò da cogo, me porterò el mio boccaletto con mi; se anderò da carrozzier, darò urtoni e spentoni senza discrezion: e se anderò da mistro de casa, anderò con un seguito de tutti quei botteghieri, che ghe tien terzo a robar.
Ma se avesse d'andar dal segretario, vorria andar con una zirandola in man.
SANC.
Perché con una girandola?
ARL.
Perché el vostro segretario se serve de vu, giusto come de una zirandola da putei(1).
(parte)
SCENA DECIMA
DON SANCIO e DONNA ASPASIA
SANC.
Tutti l'hanno con quel povero segretario.
ASP.
Ah pazienza! (mostra di piangere)
SANC.
Che cosa avete?
ASP.
Quando penso alle mie disgrazie, mi vien da piangere.
SANC.
(Povera donna, mi fa pietà!) (da sé)
ASP.
Bisogna pagare.
SANC.
Via, pagherò.
ASP.
Cento doppie non sono un soldo.
SANC.
Pazienza, pagherò io.
ASP.
Ma se si saprà che le date voi, povera me! Sarò la favola della città.
SANC.
Non si saprà, poiché il denaro lo darò a voi.
ASP.
Oimè! Mi fate respirare.
SANC.
Andiamo a pranzo, e poi si farà tutto.
ASP.
Voi a pranzo ci state quasi fino a sera.
Vorrei mangiar con un poco di quiete.
Caro il mio bel don Sancio, compatitemi se vi do quest'incomodo.
SANC.
Ehi.
Chi è di là?
SCENA UNDICESIMA
DONNA LUIGIA e detti.
LUIG.
Chiamate quanto volete, nessuno risponderà.
SANC.
Perché?
LUIG.
La casa è tutta in rumore, tutti i servitori sono in disperazione.
Don Sigismondo li ha licenziati, ed essi congiurano contro di lui, e lo vogliono morto.
SANC.
Bricconi! Li farò tutti impiccare.
Non vi è nemmeno il paggio?
LUIG.
Il paggio, tutto intimorito, è corso nella mia camera e non vuole uscire.
SANC.
Don Sigismondo dov'è?
LUIG.
È fuori di casa.
SANC.
E il Conte?
LUIG.
Il Conte, il Conte, quel caro signor Conte.
SANC.
Che vi è di nuovo?
LUIG.
Dubito ch'ei faccia all'amore con Isabella.
SANC.
Sì, egli me l'ha chiesta in isposa.
LUIG.
È troppo giovane, non è ancor da marito.
SANC.
Oh bella! Ha diciott'anni, e non è da marito?
LUIG.
Come diciott'anni?
SANC.
Signora sì.
Quanti anni sono, che siete mia moglie?
LUIG.
Compatitemi, donna Aspasia, non ho fatto il mio debito, perché aveva la testa stordita da quei poveri servitori, non per mancanza di stima.
ASP.
So quanto sia grande la vostra bontà.
LUIG.
Credetemi che vi voglio bene.
ASP.
Compatite se sono venuta ad incomodarvi.
Don Sancio ha voluto così.
LUIG.
Avete fatto benissimo, anzi vi prego di venir più spesso.
Mio marito va poco fuori di casa; ho piacere che abbia un poco di compagnia.
SANC.
Mia moglie è poi caritatevole.
ASP.
Fino che ci vengo io, sapete chi sono, ma guardatevi da certe amiche...
LUIG.
Come sarebbe a dire?
ASP.
Non fo per dir male; ma quella donna Elvira...
Basta, m'intendete.
LUIG.
Vi è qualche cosa di nuovo?
ASP.
Tutta la città mormora.
Suo marito fa contrabbandi a tutt'andare, e dicesi che voi li proteggete.
(Bisogna ch'io faccia per don Sigismondo, s'egli ha da fare per me).
(da sé)
SANC.
Signor sì, e voi mi siete venuta a tentare per il rilascio de' pizzi.
LUIG.
Io non credeva che lo facesse per professione.
SANC.
Don Filiberto avrà finito di far contrabbandi.
ASP.
Perché?
SANC.
Il perché lo so io.
LUIG.
Amica, che bello spillone avete in capo!
ASP.
È una bagattella che costa poco.
LUIG.
È tanto ben legato, che fa una figura prodigiosa.
Lasciatemelo un poco vedere.
ASP.
Volentieri.
Eccolo.
SANC.
Il vostro, che non vi piace, che non avete mai voluto portare, è meglio mille volte di questo.
(a donna Luigia)
LUIG.
Eh, non sapete quel che vi dite.
Questo è magnifico; muoio di volontà di averne uno compagno.
ASP.
Se comandate, siete padrona.
LUIG.
Quanto vi costa?
ASP.
Che importa ciò? Tenetelo.
LUIG.
No, no, quanto vi costa? Così, per curiosità.
ASP.
Solamente tre zecchini.
LUIG.
Datele tre zecchini.
(se lo pone in capo, parlando a don Sancio)
ASP.
Non voglio assolutamente.
SANC.
Ora l'aggiusterò io.
(parte)
LUIG.
E quell'andriè, chi ve l'ha fatto?
ASP.
Il sarto romano.
LUIG.
Che bel colore! Che bella guarnizione! Quanto mi piace! Ne voglio uno ancor io.
SCENA DODICESIMA
DON SANCIO con uno spillone, e dette.
SANC.
Ecco qui.
Questo è lo spillone, che non piace a mia moglie.
Ella ha avuto quello di donna Aspasia, e donna Aspasia si tenga questo.
LUIG.
Lasciate vedere.
(lo prende di mano a don Sancio) Signor no; lo voglio io.
Datele tre zecchini.
SANC.
(Quant'è invidiosa!) (da sé)
ASP.
(Ed io perderò lo spillone.
Ma se mi dà le cento doppie, non importa).
(da sé)
SANC.
Donna Aspasia, vi darò i tre zecchini.
LUIG.
Dateglieli subito.
SANC.
Venite; se volete, ve li do adesso.
LUIG.
Presto, donna Aspasia, avanti ch'ei si penta.
ASP.
(Non mi premono i tre zecchini, ma le cento doppie).
(da sé) Voi non venite, donna Luigia? (si alza)
LUIG.
Andate, che vi seguo.
SANC.
Favorite.
(le dà il braccio)
ASP.
(Che uomo caricato! Mi fa venire il vomito).
(da sé)
SANC.
Oggi mi pare d'esser tutto contento.
ASP.
(Se mi dà le cento doppie, vado via subito).
(da sé, parte con don Sancio)
LUIG.
Ehi, Colombina; Colombina, dico, dove sei?
SCENA TREDICESIMA
DONNA ISABELLA e detta.
ISAB.
Colombina non c'è, signora.
LUIG.
E dov'è andata?
ISAB.
Non lo so.
È andata giù.
LUIG.
Sarà andata anch'ella a pettegoleggiare coi servitori.
ISAB.
Serva sua.
(in atto di partire)
LUIG.
Fermatevi.
(Isabella si ferma) Tenete questo spillone; portatelo sulla tavoletta, e tornate qui.
ISAB.
Signora sì.
Oh, come mi starebbe bene! (se l'accosta al tuppè)
LUIG.
Animo.
ISAB.
Me lo lasci provare.
LUIG.
Signora no.
ISAB.
La prego.
LUIG.
Via, impertinente.
ISAB.
(Tremando parte)
LUIG.
Grand'ambizione ha colei! Se niente niente la lasciassi fare, mi prenderebbe la mano.
ISAB.
(Ritorna)
LUIG.
Venite qui.
(donna Isabella s'accosta) Tiratemi giù questo guanto.
ISAB.
(Vuol che le faccia da cameriera).
(da sé)
LUIG.
Via, presto.
ISAB.
Ma se non so fare.
LUIG.
Uh sguaiataccia!
SCENA QUATTORDICESIMA
Il CONTE ERCOLE e dette.
CON.
Perdonate, signora, se vengo avanti così arditamente.
Non vi è un cane in anticamera.
Tutti i servitori sono in tumulto.
LUIG.
Non vi è nemmeno la mia cameriera.
Via, tirate giù.
(a donna Isabella)
CON.
Signora, se comandate, lo farò io.
LUIG.
Obbligata, l'ha da far Isabella.
Ignorantaccia! nemmeno è buona a cavar un guanto.
Presto, quest'altro.
CON.
(Questa poi non la posso soffrire).
(da sé)
LUIG.
Tanto vi vuole, scimunita, sciocca?
CON.
(E di più la maltratta).
(da sé)
ISAB.
Sono stretti, stretti.
LUIG.
Sono stretti, stretti? Vi vuol giudizio.
Ma tu non ne hai, e non ne averai.
CON.
(Or ora mi scappa la pazienza).
(da sé)
LUIG.
(Pare che ci patisca il signor Conte).
(da sé) Prendi, porta via questi guanti, e portami lo specchio.
ISAB.
(Oh pazienza, pazienza!) (da sé, parte)
SCENA QUINDICESIMA
DONNA LUIGIA e il CONTE ERCOLE, poi DONNA ISABELLA ritorna collo specchio.
CON.
Ma, cara signora donna Luigia, compatitemi se a troppo mi avanzo, non mi par carità trattare così una figlia.
LUIG.
Voi non sapete, come si allevino i figliuoli.
Questa è una cosa che tocca a me.
CON.
Io per altro so che le persone civili non trattano così le loro figliuole.
LUIG.
Che vuol dire, signor Conte, che vi riscaldate tanto? Siete forse di lei innamorato?
CON.
Quante volte ve l'ho da dire? Non sapete che la desidero per consorte?
LUIG.
Questo sinora l'ho creduto un pretesto.
CON.
No, signora, disingannatevi.
Per voi ho tutta la stima, tutta la venerazione; per la signora Isabella ho tutto l'affetto.
LUIG.
Benissimo.
Ho piacer di saperlo.
(sdegnata)
ISAB.
Ecco lo specchio.
LUIG.
Lascia vedere.
(glielo leva con dispetto)
CON.
(Or ora le dico qualche bestialità).
(da sé)
LUIG.
Vammi a prender il coltellino.
ISAB.
(Oh son pure stufa!) (da sé)
LUIG.
Via, ciompa, sbrigati.
ISAB.
(Mi fa svergognare dal signor Conte).
(da sé, parte)
CON.
Signora, dopo essermi io dichiarato di voler vostra figlia, gli strapazzi che a lei fate, sono offese che fate a me.
LUIG.
Garbato signor Conte! (donna Isabella ritorna)
ISAB.
Ecco il coltellino.
(lo dà a donna Luigia; ella lo lascia cadere e dà uno schiaffo ad Isabella, la quale, coprendosi il volto col grembiale, singhiozzando parte)
CON.
A me quest'affronto?
LUIG.
Voi come ci entrate?
CON.
C'entro, perché deve esser mia moglie.
LUIG.
Prima che Isabella sia vostra moglie, la voglio strozzare colle mie mani.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Il CONTE ERCOLE, poi DON SIGISMONDO
CON.
Ecco quel che fa la maledetta invidia.
Vorrebbe essere sola vagheggiata e servita, e le spiace che la gioventù della figlia le usurpi gli adoratori.
Ma, giuro al cielo, Isabella sarà mia moglie a suo dispetto.
Don Sancio a me l'ha promessa, e se non mi manterrà la parola, me ne renderà conto.
SIG.
Signor Conte, che vuol dire che mi pare turbato?
CON.
Donna Luigia mi ha fatto un affronto, e ne voglio risarcimento.
SIG.
A un cavaliere della sua sorte un affronto? Femmina senza cervello! Che le ha fatto, illustrissimo signore, che mai le ha fatto?
CON.
Ha dato uno schiaffo alla figlia, in presenza mia.
SIG.
A quella che deve esser moglie di V.S.
Illustrissima?
CON.
Che ne dite, eh? Si può far peggio?
SIG.
Che donne! Che donne! Ed ella se la passa così con questa disinvoltura?
CON.
Penserò al modo di vendicarmi.
SIG.
Il modo è facile.
Prender la figlia segretamente, condurla via, sposarla, e rifarsi dell'insolenza.
(Così faccio risparmiar la dote al padrone).
(da sé)
CON.
Il consiglio non mi dispiace.
Caro amico, come potremmo fare?
SIG.
Lasci fare a me: si lasci servire da me.
CON.
Mi fido di voi.
SIG.
Ne vedrà gli effetti.
CON.
(Questo è un bravo segretario.
Fa un poco di tutto).
(da sé, parte)
SIG.
È necessario andar di concerto colla cameriera.
Colombina? (alla porta)
SCENA DICIASSETTESIMA
DONNA ISABELLA sulla porta, e detto.
ISAB.
Colombina non c'è.
SIG.
Oh! signora Isabella, una parola.
ISAB.
No, no, che se viene mia madre, povera me!
SIG.
Presto presto mi sbrigo.
Il signor Conte vi riverisce.
ISAB.
Grazie.
SIG.
Ei vi vorrebbe parlare.
ISAB.
Quando?
SIG.
Questa sera verrò io a prendervi, e verrete con me; ma zitto, che la signora madre non lo sappia.
ISAB.
Oh! io ho paura di lei.
SIG.
Che paura? Il signor padre è contento, e quando è contento il padre...
SCENA DICIOTTESIMA
DONNA LUIGIA in disparte, veduta da DON SIGISMONDO, ma non da DONNA ISABELLA
SIG.
Questo non è loco per voi.
Andate nella vostra camera, ubbidite la signora madre, e mai più non parlate di maritarvi.
ISAB.
(Il segretario è impazzato).
(da sé, parte)
LUIG.
Che! Ha detto forse colei di voler marito?
SIG.
Oh signora, voi qui? Nulla, nulla, non ha detto nulla.
LUIG.
Ma perché l'avete voi rimproverata?
SIG.
In verità io scherzava, io non ho detto nulla.
LUIG.
Voi siete un gran buon uomo.
La volete coprire, ma io so ch'è una sfacciatella.
SIG.
Povera ragazza! Qualche volta va compatita.
LUIG.
Tutto soffrirò, ma che non parli di prender marito.
SIG.
Mi date l'autorità, signora, di farle una correzione da padre?
LUIG.
Sì, mi farete piacere.
SIG.
Basta così, sarete servita.
LUIG.
Il Conte me la pagherà.
SIG.
Che mai le ha fatto, signora?
LUIG.
Si è dichiarato per Isabella.
SIG.
Come! Così manca a me di parola? Dopo l'espressioni che m'ha fatte per voi? Me ne renderà conto.
LUIG.
Mortificatelo quell'incivile.
SIG.
Lasciate fare a me, che resterete contenta.
SCENA DICIANNOVESIMA
DONNA ELVIRA e detti.
ELV.
Con permissione: si può passare? (di dentro)
LUIG.
Chi è di là? Non c'è nessuno?
ELV.
Compatitemi, non c'è nessuno.
(esce)
LUIG.
Se venite per i pizzi...
ELV.
Eh, signora mia, non vengo per i pizzi, vengo per il povero mio marito, e darei per esso non solo le venti braccia di pizzo, ma tutto quello che ho a questo mondo.
LUIG.
Che cosa gli è succeduto di male?
ELV.
Egli è in carcere, e non so il perché.
SIG.
Oh cieli! Che sento? Vostro marito in carcere?
ELV.
Don Sigismondo, fingete voi non saperlo?
SIG.
Io non so nulla.
Stupisco altamente di questa terribile novità.
ELV.
L'ordine chi l'ha dato della sua carcerazione?
SIG.
Io non so nulla.
ELV.
Andrò io dal signor Governatore; saprà egli dirmi la cagione di un tale insulto.
SIG.
Anderò io, signora, io anderò per voi.
ELV.
No, non v'incomodate.
Donna Luigia, per carità, vi supplico, vi scongiuro colle lagrime agli occhi, impetratemi dal vostro consorte almeno di potergli parlare.
LUIG.
Volentieri lo farò.
SIG.
Signora, Sua Eccellenza è impedito.
LUIG.
O impedito, o non impedito, quando io voglio, non vi sono impedimenti.
SIG.
Bel cuore magnanimo e generoso della mia padrona! Vada, vada, parli per donna Elvira.
(Che già non farà nulla senza di me).
(da sé)
LUIG.
(Guardate, come piangente ancora è bianca e rossa; ed io, quando ho qualche passione, subito impallidisco.
Ho invidia a questi buoni temperamenti).
(da sé) Ora vado, e vi servo.
(parte)
SCENA VENTESIMA
DONNA ELVIRA e DON SIGISMONDO
SIG.
Cara donna Elvira, da che mai ha avuto origine la disgrazia di don Filiberto?
ELV.
Dubito che voi la sappiate molto meglio di me.
SIG.
Io? V'ingannate.
Se l'avessi saputa prima, l'avrei impedita: se la sapessi adesso, m'impiegherei per la sua libertà.
ELV.
Qui nessuno ci sente.
L'amor vostro e le mie ripulse hanno fatto la rovina di don Filiberto.
SIG.
L'amore non può mai precipitare un amico.
Se poi lo avessero fatto le vostre ripulse, la cagione del di lui male sareste voi, e non io.
ELV.
Dunque vi dichiarate per autore della sua prigionia.
SIG.
Voi non m'intendete.
Non dico questo, e non posso dirlo.
ELV.
Mio marito non ha commesso delitto alcuno.
SIG.
Siete voi sicura di ciò?
ELV.
Ne son sicurissima.
SIG.
Se è innocente, sarà più facile la sua libertà.
ELV.
Così spero.
SIG.
Ma anche gl'innocenti hanno bisogno di chi s'impieghi per loro.
ELV.
Io non ricorro ad altri, che a quello che mi ha da fare giustizia.
SIG.
Io posso qualche cosa presso di S.E.
ELV.
Pur troppo lo so.
SIG.
Parlerò io, se vi piace, in favore di don Filiberto.
ELV.
Fatelo, se l'onore vi suggerisce di farlo.
SIG.
Ma se io farò questo per voi, voi farete nulla per me?
ELV.
Nulla, nulla.
Andatemi lontano dagli occhi.
Non ho bisogno di voi.
SIG.
Ecco il padrone, egli vi consolerà.
ELV.
Così spero.
SCENA VENTUNESIMA
DON SANCIO e detti.
SANC.
Che cosa volete da me?
ELV.
Ah, signore! Il povero don Filiberto è carcerato d'ordine vostro.
Che mai ha egli fatto? Perché trattarlo sì crudelmente? Stamattina lo accoglieste come amico, e poche ore dopo lo fate arrestar dai birri, lo fate porre prigione? Ditemi almeno il perché.
SANC.
Perché è un contrabbandiere che ruba ai finanzieri, e pregiudica alla cassa regia.
ELV.
Quando mai mio marito ha fatto simili soverchierie?
SANC.
Quando? Non vi ricordate dei pizzi?
ELV.
Una cosa per uso nostro non è di gran conseguenza.
SANC.
E il sale, e il tabacco, e l'acquavite?
ELV.
Queste sono calunnie.
Mio marito è un cavaliere che vive del suo, e non va in traccia di tai profitti.
SANC.
Se saranno calunnie, si scolperà.
ELV.
E intanto dovrà egli star carcerato?
SANC.
Intanto...
Non so poi.
Dite voi, segretario.
SIG.
Le leggi parlano chiaro.
SANC.
Oh bene, operate dunque voi a tenor delle leggi, fate voi quello che credete ben fatto, ch'io vi do tutta la facoltà, ed approverò quello che avrete voi risoluto.
Siete contenta di ciò? (ad Elvira)
ELV.
Ah no, signore, non sono contenta.
SANC.
Se non siete contenta, non so che farvi.
Ehi.
(chiama) In tavola.
(parte)
SCENA VENTIDUESIMA
DONNA ELVIRA e DON SIGISMONDO
ELV.
Così mi ascolta? Così mi lascia?
SIG.
Vi lascia nelle mie mani.
Vi lascia nelle mani di un vostro amico.
Che volete di più?
ELV.
Via, se mi siete amico, se amico siete di mio marito, ora è tempo di usar con noi gli effetti della vostra amicizia.
SIG.
La mia amicizia è stata sempre sollecita, costante e leale, ma sfortunata.
Ho protestato di non esser amico che degli amici.
ELV.
Don Filiberto non è mai stato vostro nemico.
SIG.
E voi, donna Elvira, confessate la verità, come vi sentite rispetto a me?
ELV.
Ora non si tratta di me, si tratta di mio marito.
SIG.
Ma chi è che prega per lui?
ELV.
Una moglie afflitta, una moglie onorata.
SIG.
Questa moglie onorata, che mi prega, è mia amica, o mia inimica?
ELV.
Don Sigismondo, il signor Governatore vi ha imposto di far giustizia.
SIG.
Chiedete grazia, o chiedete giustizia?
ELV.
Chiedo giustizia.
SIG.
Bene, si farà.
ELV.
Quando uscirà di carcere il mio consorte?
SIG.
Per far giustizia, bisogna far esaminare la causa.
ELV.
E frattanto dovrà star carcerato?
SIG.
Le leggi così prescrivono.
ELV.
Deh, per pietà, valetevi dell'arbitrio concessovi, fatelo scarcerare.
S'egli è reo, pagherà cogli effetti, pagherà colla vita istessa.
SIG.
Questa che ora mi chiedete, non è giustizia, ma grazia.
ELV.
Dunque ve lo chiedo per grazia.
SIG.
Le grazie non si fanno ai nemici.
...
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