L'ADULATORE, di Carlo Goldoni - pagina 7
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LUIG.
Presto, donna Aspasia, avanti ch'ei si penta.
ASP.
(Non mi premono i tre zecchini, ma le cento doppie).
(da sé) Voi non venite, donna Luigia? (si alza)
LUIG.
Andate, che vi seguo.
SANC.
Favorite.
(le dà il braccio)
ASP.
(Che uomo caricato! Mi fa venire il vomito).
(da sé)
SANC.
Oggi mi pare d'esser tutto contento.
ASP.
(Se mi dà le cento doppie, vado via subito).
(da sé, parte con don Sancio)
LUIG.
Ehi, Colombina; Colombina, dico, dove sei?
SCENA TREDICESIMA
DONNA ISABELLA e detta.
ISAB.
Colombina non c'è, signora.
LUIG.
E dov'è andata?
ISAB.
Non lo so.
È andata giù.
LUIG.
Sarà andata anch'ella a pettegoleggiare coi servitori.
ISAB.
Serva sua.
(in atto di partire)
LUIG.
Fermatevi.
(Isabella si ferma) Tenete questo spillone; portatelo sulla tavoletta, e tornate qui.
ISAB.
Signora sì.
Oh, come mi starebbe bene! (se l'accosta al tuppè)
LUIG.
Animo.
ISAB.
Me lo lasci provare.
LUIG.
Signora no.
ISAB.
La prego.
LUIG.
Via, impertinente.
ISAB.
(Tremando parte)
LUIG.
Grand'ambizione ha colei! Se niente niente la lasciassi fare, mi prenderebbe la mano.
ISAB.
(Ritorna)
LUIG.
Venite qui.
(donna Isabella s'accosta) Tiratemi giù questo guanto.
ISAB.
(Vuol che le faccia da cameriera).
(da sé)
LUIG.
Via, presto.
ISAB.
Ma se non so fare.
LUIG.
Uh sguaiataccia!
SCENA QUATTORDICESIMA
Il CONTE ERCOLE e dette.
CON.
Perdonate, signora, se vengo avanti così arditamente.
Non vi è un cane in anticamera.
Tutti i servitori sono in tumulto.
LUIG.
Non vi è nemmeno la mia cameriera.
Via, tirate giù.
(a donna Isabella)
CON.
Signora, se comandate, lo farò io.
LUIG.
Obbligata, l'ha da far Isabella.
Ignorantaccia! nemmeno è buona a cavar un guanto.
Presto, quest'altro.
CON.
(Questa poi non la posso soffrire).
(da sé)
LUIG.
Tanto vi vuole, scimunita, sciocca?
CON.
(E di più la maltratta).
(da sé)
ISAB.
Sono stretti, stretti.
LUIG.
Sono stretti, stretti? Vi vuol giudizio.
Ma tu non ne hai, e non ne averai.
CON.
(Or ora mi scappa la pazienza).
(da sé)
LUIG.
(Pare che ci patisca il signor Conte).
(da sé) Prendi, porta via questi guanti, e portami lo specchio.
ISAB.
(Oh pazienza, pazienza!) (da sé, parte)
SCENA QUINDICESIMA
DONNA LUIGIA e il CONTE ERCOLE, poi DONNA ISABELLA ritorna collo specchio.
CON.
Ma, cara signora donna Luigia, compatitemi se a troppo mi avanzo, non mi par carità trattare così una figlia.
LUIG.
Voi non sapete, come si allevino i figliuoli.
Questa è una cosa che tocca a me.
CON.
Io per altro so che le persone civili non trattano così le loro figliuole.
LUIG.
Che vuol dire, signor Conte, che vi riscaldate tanto? Siete forse di lei innamorato?
CON.
Quante volte ve l'ho da dire? Non sapete che la desidero per consorte?
LUIG.
Questo sinora l'ho creduto un pretesto.
CON.
No, signora, disingannatevi.
Per voi ho tutta la stima, tutta la venerazione; per la signora Isabella ho tutto l'affetto.
LUIG.
Benissimo.
Ho piacer di saperlo.
(sdegnata)
ISAB.
Ecco lo specchio.
LUIG.
Lascia vedere.
(glielo leva con dispetto)
CON.
(Or ora le dico qualche bestialità).
(da sé)
LUIG.
Vammi a prender il coltellino.
ISAB.
(Oh son pure stufa!) (da sé)
LUIG.
Via, ciompa, sbrigati.
ISAB.
(Mi fa svergognare dal signor Conte).
(da sé, parte)
CON.
Signora, dopo essermi io dichiarato di voler vostra figlia, gli strapazzi che a lei fate, sono offese che fate a me.
LUIG.
Garbato signor Conte! (donna Isabella ritorna)
ISAB.
Ecco il coltellino.
(lo dà a donna Luigia; ella lo lascia cadere e dà uno schiaffo ad Isabella, la quale, coprendosi il volto col grembiale, singhiozzando parte)
CON.
A me quest'affronto?
LUIG.
Voi come ci entrate?
CON.
C'entro, perché deve esser mia moglie.
LUIG.
Prima che Isabella sia vostra moglie, la voglio strozzare colle mie mani.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Il CONTE ERCOLE, poi DON SIGISMONDO
CON.
Ecco quel che fa la maledetta invidia.
Vorrebbe essere sola vagheggiata e servita, e le spiace che la gioventù della figlia le usurpi gli adoratori.
Ma, giuro al cielo, Isabella sarà mia moglie a suo dispetto.
Don Sancio a me l'ha promessa, e se non mi manterrà la parola, me ne renderà conto.
SIG.
Signor Conte, che vuol dire che mi pare turbato?
CON.
Donna Luigia mi ha fatto un affronto, e ne voglio risarcimento.
SIG.
A un cavaliere della sua sorte un affronto? Femmina senza cervello! Che le ha fatto, illustrissimo signore, che mai le ha fatto?
CON.
Ha dato uno schiaffo alla figlia, in presenza mia.
SIG.
A quella che deve esser moglie di V.S.
Illustrissima?
CON.
Che ne dite, eh? Si può far peggio?
SIG.
Che donne! Che donne! Ed ella se la passa così con questa disinvoltura?
CON.
Penserò al modo di vendicarmi.
SIG.
Il modo è facile.
Prender la figlia segretamente, condurla via, sposarla, e rifarsi dell'insolenza.
(Così faccio risparmiar la dote al padrone).
(da sé)
CON.
Il consiglio non mi dispiace.
Caro amico, come potremmo fare?
SIG.
Lasci fare a me: si lasci servire da me.
CON.
Mi fido di voi.
SIG.
Ne vedrà gli effetti.
CON.
(Questo è un bravo segretario.
Fa un poco di tutto).
(da sé, parte)
SIG.
È necessario andar di concerto colla cameriera.
Colombina? (alla porta)
SCENA DICIASSETTESIMA
DONNA ISABELLA sulla porta, e detto.
ISAB.
Colombina non c'è.
SIG.
Oh! signora Isabella, una parola.
ISAB.
No, no, che se viene mia madre, povera me!
SIG.
Presto presto mi sbrigo.
Il signor Conte vi riverisce.
ISAB.
Grazie.
SIG.
Ei vi vorrebbe parlare.
ISAB.
Quando?
SIG.
Questa sera verrò io a prendervi, e verrete con me; ma zitto, che la signora madre non lo sappia.
ISAB.
Oh! io ho paura di lei.
SIG.
Che paura? Il signor padre è contento, e quando è contento il padre...
SCENA DICIOTTESIMA
DONNA LUIGIA in disparte, veduta da DON SIGISMONDO, ma non da DONNA ISABELLA
SIG.
Questo non è loco per voi.
Andate nella vostra camera, ubbidite la signora madre, e mai più non parlate di maritarvi.
ISAB.
(Il segretario è impazzato).
(da sé, parte)
LUIG.
Che! Ha detto forse colei di voler marito?
SIG.
Oh signora, voi qui? Nulla, nulla, non ha detto nulla.
LUIG.
Ma perché l'avete voi rimproverata?
SIG.
In verità io scherzava, io non ho detto nulla.
LUIG.
Voi siete un gran buon uomo.
La volete coprire, ma io so ch'è una sfacciatella.
SIG.
Povera ragazza! Qualche volta va compatita.
LUIG.
Tutto soffrirò, ma che non parli di prender marito.
SIG.
Mi date l'autorità, signora, di farle una correzione da padre?
LUIG.
Sì, mi farete piacere.
SIG.
Basta così, sarete servita.
LUIG.
Il Conte me la pagherà.
SIG.
Che mai le ha fatto, signora?
LUIG.
Si è dichiarato per Isabella.
SIG.
Come! Così manca a me di parola? Dopo l'espressioni che m'ha fatte per voi? Me ne renderà conto.
LUIG.
Mortificatelo quell'incivile.
SIG.
Lasciate fare a me, che resterete contenta.
SCENA DICIANNOVESIMA
DONNA ELVIRA e detti.
ELV.
Con permissione: si può passare? (di dentro)
LUIG.
Chi è di là? Non c'è nessuno?
ELV.
Compatitemi, non c'è nessuno.
(esce)
LUIG.
Se venite per i pizzi...
ELV.
Eh, signora mia, non vengo per i pizzi, vengo per il povero mio marito, e darei per esso non solo le venti braccia di pizzo, ma tutto quello che ho a questo mondo.
LUIG.
Che cosa gli è succeduto di male?
ELV.
Egli è in carcere, e non so il perché.
SIG.
Oh cieli! Che sento? Vostro marito in carcere?
ELV.
Don Sigismondo, fingete voi non saperlo?
SIG.
Io non so nulla.
Stupisco altamente di questa terribile novità.
ELV.
L'ordine chi l'ha dato della sua carcerazione?
SIG.
Io non so nulla.
ELV.
Andrò io dal signor Governatore; saprà egli dirmi la cagione di un tale insulto.
SIG.
Anderò io, signora, io anderò per voi.
ELV.
No, non v'incomodate.
Donna Luigia, per carità, vi supplico, vi scongiuro colle lagrime agli occhi, impetratemi dal vostro consorte almeno di potergli parlare.
LUIG.
Volentieri lo farò.
SIG.
Signora, Sua Eccellenza è impedito.
LUIG.
O impedito, o non impedito, quando io voglio, non vi sono impedimenti.
SIG.
Bel cuore magnanimo e generoso della mia padrona! Vada, vada, parli per donna Elvira.
(Che già non farà nulla senza di me).
(da sé)
LUIG.
(Guardate, come piangente ancora è bianca e rossa; ed io, quando ho qualche passione, subito impallidisco.
Ho invidia a questi buoni temperamenti).
(da sé) Ora vado, e vi servo.
(parte)
SCENA VENTESIMA
DONNA ELVIRA e DON SIGISMONDO
SIG.
Cara donna Elvira, da che mai ha avuto origine la disgrazia di don Filiberto?
ELV.
Dubito che voi la sappiate molto meglio di me.
SIG.
Io? V'ingannate.
Se l'avessi saputa prima, l'avrei impedita: se la sapessi adesso, m'impiegherei per la sua libertà.
ELV.
Qui nessuno ci sente.
L'amor vostro e le mie ripulse hanno fatto la rovina di don Filiberto.
SIG.
L'amore non può mai precipitare un amico.
Se poi lo avessero fatto le vostre ripulse, la cagione del di lui male sareste voi, e non io.
ELV.
Dunque vi dichiarate per autore della sua prigionia.
SIG.
Voi non m'intendete.
Non dico questo, e non posso dirlo.
ELV.
Mio marito non ha commesso delitto alcuno.
SIG.
Siete voi sicura di ciò?
ELV.
Ne son sicurissima.
SIG.
Se è innocente, sarà più facile la sua libertà.
ELV.
Così spero.
SIG.
Ma anche gl'innocenti hanno bisogno di chi s'impieghi per loro.
ELV.
Io non ricorro ad altri, che a quello che mi ha da fare giustizia.
SIG.
Io posso qualche cosa presso di S.E.
ELV.
Pur troppo lo so.
SIG.
Parlerò io, se vi piace, in favore di don Filiberto.
ELV.
Fatelo, se l'onore vi suggerisce di farlo.
SIG.
Ma se io farò questo per voi, voi farete nulla per me?
ELV.
Nulla, nulla.
Andatemi lontano dagli occhi.
Non ho bisogno di voi.
SIG.
Ecco il padrone, egli vi consolerà.
ELV.
Così spero.
SCENA VENTUNESIMA
DON SANCIO e detti.
SANC.
Che cosa volete da me?
ELV.
Ah, signore! Il povero don Filiberto è carcerato d'ordine vostro.
Che mai ha egli fatto? Perché trattarlo sì crudelmente? Stamattina lo accoglieste come amico, e poche ore dopo lo fate arrestar dai birri, lo fate porre prigione? Ditemi almeno il perché.
SANC.
Perché è un contrabbandiere che ruba ai finanzieri, e pregiudica alla cassa regia.
ELV.
Quando mai mio marito ha fatto simili soverchierie?
SANC.
Quando? Non vi ricordate dei pizzi?
ELV.
Una cosa per uso nostro non è di gran conseguenza.
SANC.
E il sale, e il tabacco, e l'acquavite?
ELV.
Queste sono calunnie.
Mio marito è un cavaliere che vive del suo, e non va in traccia di tai profitti.
SANC.
Se saranno calunnie, si scolperà.
ELV.
E intanto dovrà egli star carcerato?
SANC.
Intanto...
Non so poi.
Dite voi, segretario.
SIG.
Le leggi parlano chiaro.
SANC.
Oh bene, operate dunque voi a tenor delle leggi, fate voi quello che credete ben fatto, ch'io vi do tutta la facoltà, ed approverò quello che avrete voi risoluto.
Siete contenta di ciò? (ad Elvira)
ELV.
Ah no, signore, non sono contenta.
SANC.
Se non siete contenta, non so che farvi.
Ehi.
(chiama) In tavola.
(parte)
SCENA VENTIDUESIMA
DONNA ELVIRA e DON SIGISMONDO
ELV.
Così mi ascolta? Così mi lascia?
SIG.
Vi lascia nelle mie mani.
Vi lascia nelle mani di un vostro amico.
Che volete di più?
ELV.
Via, se mi siete amico, se amico siete di mio marito, ora è tempo di usar con noi gli effetti della vostra amicizia.
SIG.
La mia amicizia è stata sempre sollecita, costante e leale, ma sfortunata.
Ho protestato di non esser amico che degli amici.
ELV.
Don Filiberto non è mai stato vostro nemico.
SIG.
E voi, donna Elvira, confessate la verità, come vi sentite rispetto a me?
ELV.
Ora non si tratta di me, si tratta di mio marito.
SIG.
Ma chi è che prega per lui?
ELV.
Una moglie afflitta, una moglie onorata.
SIG.
Questa moglie onorata, che mi prega, è mia amica, o mia inimica?
ELV.
Don Sigismondo, il signor Governatore vi ha imposto di far giustizia.
SIG.
Chiedete grazia, o chiedete giustizia?
ELV.
Chiedo giustizia.
SIG.
Bene, si farà.
ELV.
Quando uscirà di carcere il mio consorte?
SIG.
Per far giustizia, bisogna far esaminare la causa.
ELV.
E frattanto dovrà star carcerato?
SIG.
Le leggi così prescrivono.
ELV.
Deh, per pietà, valetevi dell'arbitrio concessovi, fatelo scarcerare.
S'egli è reo, pagherà cogli effetti, pagherà colla vita istessa.
SIG.
Questa che ora mi chiedete, non è giustizia, ma grazia.
ELV.
Dunque ve lo chiedo per grazia.
SIG.
Le grazie non si fanno ai nemici.
ELV.
Nemica io non vi sono.
SIG.
Lode al cielo, che avete detto una volta che non mi siete nemica.
ELV.
Non mi tormentate d'avvantaggio, per carità.
SIG.
Quando mi siete amica, avanti sera vi mando a casa il consorte.
ELV.
Che siate benedetto! Voi mi ritornate da morte a vita.
SIG.
Ma come mi assicurate della vostra amicizia?
ELV.
Qual dubbio potete averne?
SIG.
Le mie passate sfortune mi hanno insegnato a dubitare di tutto.
ELV.
Che potete voi temer da una donna?
SIG.
Nient'altro che essere sonoramente burlato.
ELV.
Il mio caso non ha bisogno di scherzi.
SIG.
E il mio ha bisogno di compassione.
ELV.
Oh cieli! Non posso più.
Don Sigismondo, voi mi trattate troppo barbaramente.
SIG.
Una delle mie parole può consolar voi, e una delle vostre può consolare ancor me.
ELV.
Orsù, v'intendo.
L'amore, la passione, il dolore mi hanno lusingata soverchiamente di poter sperare da voi grazia, giustizia, discrezione, onestà.
Siete un'anima indegna, siete un perfido adulatore, e siccome credo opera vostra la carcerazione di don Filiberto, così spero invano vederlo per vostro mezzo ritornato alla luce.
So con qual prezzo mi vendereste la vostra buona amicizia ma sappiate che più di mio marito, più della mia vita medesima, amo l'onor mio: quell'onore che voi non conoscete, quell'onore che voi insidiate; ma spero vivamente nella bontà del cielo, che l'innocenza sarà conosciuta, che le mie lagrime saranno esaudite, e che voi sarete giustamente punito.
(parte)
SIG.
Servitor umilissimo alla signora onorata.
Si gonfi del suo bel fregio, ma intanto suo marito stia dentro.
Ora mi ha irritato piucché mai, e si pentirà degl'insulti che mi ha scaricati in faccia.
Non mi sono alterato punto alle sue impertinenze, perché chi minaccia, difficilmente si vendica.
Il mio sdegno è un fuoco, che sempre arde sotto le ceneri dell'indifferenza, ma scoppia poi a suo tempo; e tanto più rovina, quanto è men preveduto.
Politica, che confesso a me stesso essere inventata dal diavolo; ma mi ha giovato sinora.
Ci ho preso gusto, e non mi trovo in istato di abbandonarla.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
BRIGHELLA, un CUOCO genovese, uno STAFFIERE bolognese, uno STAFFIERE fiorentino, uno STAFFIERE veneziano.
Tutti e tre li staffieri senza la livrea.
BRIGH.
Qua, fradelli, qua.
Retiremose in sta camera, fina tanto che i patroni se trattien a tavola.
Discorremola tra de nu e consolemose insieme in mezzo alle nostre desgrazie.
Cossa diseu de quel can, de quel sassin del segretario? El n'ha magnà el salario de do mesi, e perché son andà mi a nome de tutti a domandarghe el nostro sangue, el n'ha messo in desgrazia del patron e el n'ha cazzà via quanti semo.
I è vint'anni che mi servo in sta casa, e no gh'è mai stà esempio che el mio patron se lamenta de mi, e adesso per causa de sto adulator, de st'omo finto e maligno, me tocca andar via? Se avesse volsudo secondar le so iniquità e tenirghe man a robar, el m'ha offerto, oltre el mio salario, anca dei regali, ma son un galantomo, son un servitor onorato; voio ben ai mi camerada, e non ho volsudo tradir voialtri, per far del ben a mi solo.
Me caverò la livrea, come avì fatto voialtri tre, la rinunzierò colle lagrime ai occhi, ma la rinunzierò onorata, come me l'ho messa, colla gloria d'esser stà sempre un servitor fedel, un bon amigo, un omo sincero e disinteressà.
STAFF.
bolognese Per mi a son un om dsprà(2).
Nso dov m'andar.
Stassira l'aspett ch'al vigna fora dcà e ai dagh una schiuptà in tla schina, e po a vagh a Bulogna.
BRIGH.
No, caro amigo, no fe.
El cielo ve provvederà.
Se lo mazzè, invece de remediar alle vostre desgrazie, sarè intrigà più che mai, e se i ve chiappa, poveretto vu.
STAFF.
bolognese Chi m'liva 'l pan, m'liva la veta, e chi m'liva la veta a mi, s'a poss', ai la vui livar a lu.
STAFF.
fiorentino Badate a mene, lasciate ire: il monello si scoprirae a poco a poco.
Senza che ci facciamo scorgere, aspettiamolo al paretaio.
BRIGH.
Bravo fiorentino.
Salvar la panza per i fighi.
STAFF.
fiorentino Anch'io mi sapre' ricattare; ma i penso ai me' fighioli, e non voggio che la Giustizia mi mangi quelle quattro crazie che mi sono avanzato.
STAFF.
bolognese Mi mo an n'ho un bagaron(3), perché a son Lumbard e ai Lumbard ai pias magnar ben; e vu alter Fiorentin fe banchett, quand magnè la frittata d'una coppia d'ova.
STAFF.
fiorentino Siete pure stucchevole.
BRIGH.
Via, fradelli, non ve alterè tra de voialtri.
Pensemo al modo de remediar.
CUO.
genovese Eh, zuo a e die dee me muen(4)! O voggio mi giustà pe e feste sto siò segretajo.
So Zeneise, ehi, e tanto basta.
BRIGH.
Cossa penseressi de far, sior cogo?
CUO.
genovese Ninte: avelenao e no atro.
BRIGH.
Gnente altro che velenarlo? Una bagattella!
CUO.
genovese Se o fuisse un omo da pao me, ghe daè una cotelà co o cotelin da o manego gianco; ma za che no ghe pozzo da' una feja, con un poco de venin(5) o mandiò all'atro mondo.
BRIGH.
E po?
CUO.
genovese E dopo andiò a Zena.
Con quattro parpaggioe(6) m'imbarco e me ne vago.
STAFF.
veneziano Via, che cade! Lassemo andar ste cosse.
Co se serra una porta, se ghe ne averze un'altra.
I paroni no i sposa i servitori, né i servitori i sposa i paroni.
Chi xe omo de abilitae, trova da servir per tutto.
CUO.
genovese Oh che cao siò venezian! Lasseve cavà i eoggi e no dj ninte.
STAFF.
veneziano Compare caro, i Veneziani i gh'ha spirito e i gh'ha coraggio, quanto possa aver chi se sia.
Ma saveu quando? Quando da muso a muso i xe provocai.
Da drio le spalle no i se sa vendicar; e stoccae mute no i ghe ne dà.
BRIGH.
Bravo, el dis la verità.
Sicché donca, fioi, cossa pensemio da far?
STAFF.
bolognese Per me za a l'ho dett.
Stassira al aspett, e s'al vin fora, tonfta.
(fa l'atto di sparar l'archibuso) Av salud.
(parte)
BRIGH.
Bisognerà veder de impedir sto desordene.
No voio che sto pover'omo, orbà dalla collera, el se precipita.
STAFF.
fiorentino I' vado a pigghiare i me' cenci e me ne vado dalla me' Menichina co' me' bambini.
S'i' non troverò da servire, mi ribrezzerò alla meglio.
Farò l'acquacedrataio.
(parte)
BRIGH.
Questo l'è un omo che ha giudizio.
Un mestier o l'altro, purché se viva, tutto ghe comoda.
CUO.
genovese Bondì a vusigniia.
BRIGH.
Dove andeu, sior cogo?
CUO.
genovese Vago in cosinna a dà recatto a a me robba pre andamene.
BRIGH.
No credo za che abbiè intenzion de far quel che avè dito col segretario.
CUO.
genovese No, no aggiè puja(7); pe' mi, gh'ho perdonoo.
(O veoggio fa moj(8), se creesse che m'avessan da rostì in to forno).
(parte)
BRIGH.
E pur è vero; con tutto el mal che el m'ha fatto, no gh'ho cuor de sentir a manazzar la so vita.
STAFF.
veneziano Perché sè un galantomo, perché sè de bon cuor anca vu, come son anca mi.
BRIGH.
Ecco el patron.
STAFF.
veneziano No se femo veder insieme.
BRIGH.
Andè via, e lasseme parlar a mi.
STAFF.
veneziano Fe pulito; arecordeve de mi; arecordeve che semo squasi patrioti.
"Pugna per patria e traditor chi fugge".
(parte)
SCENA SECONDA
BRIGHELLA, poi DON SANCIO
BRIGH.
Sfazzadon, càzzete avanti.
Vint'anni son che lo servo; spero che nol me cazzerà via coi calzi.
SANC.
Che cosa vuoi tu qui?
BRIGH.
Ah, Eccellenza, son qua ai so piedi a dimandarghe per carità...
SANC.
Quello che fa don Sigismondo, è ben fatto.
Non voglio altri fastidi.
BRIGH.
Quel che la comanda; anderò via, no la supplico de tegnirme, ma solamente che la me ascolta per carità.
SANC.
Via, sbrigati, cosa vuoi?
BRIGH.
Xe vint'anni che son al servizio...
SANC.
Se fossero anche trenta, non sei più buono, non fai più per me.
BRIGH.
Chi ghe l'ha dito, Eccellenza, che no son più bon?
SANC.
A te non devo rendere questi conti.
Sei licenziato, vattene.
BRIGH.
Anderò, pazienza, anderò.
Ma zacché ho d'andar, almanco per carità la fazza che i me daga el mio salario che avanzo.
SANC.
Come? Avanzi salario? Di quanto tempo?
BRIGH.
De do mesi, Eccellenza; ma no solamente mi, ma tutta la servitù.
E avemo d'andar via, senza quel che s'avemo guadagnà colle nostre fadighe?
SANC.
Non posso crederlo.
Io il denaro l'ho dato, e voi sarete stati pagati.
BRIGH.
Ghe zuro da omo d'onor che no semo stadi pagadi.
In vint'anni che la servo, polela mai dir che gh'abbia dito una busìa? Che gh'abbia mai robà gnente?
SANC.
Ma come va la cosa? Il denaro l'ho dato al segretario.
BRIGH.
Do mesi l'è che non avemo un soldo, e perché son andà mi a nome de tutti dal sior segretario, el n'ha perseguità, el n'ha fatto licenziar, el n'ha cazzà via.
SANC.
Eccolo ch'egli viene.
Sentirò da lui.
BRIGH.
Son qua a sostener in fazza sua...
SANC.
Va in sala e aspetta che ti farò chiamare.
BRIGH.
Eccellenza, se el parla lu...
SANC.
Va via.
BRIGH.
(Ho inteso.
No femo gnente).
(da sé, parte)
SCENA TERZA
DON SANCIO e DON SIGISMONDO
SIG.
(Brighella ha parlato col Governatore).
(da sé)
SANC.
Don Sigismondo, venite qui.
SIG.
Eccomi ai comandi di V.
E.
(gli bacia la vesta)
SANC.
Asserisce Brighella che i servitori non hanno avuto il salario di due mesi.
SIG.
È verissimo.
Sono due mesi che non l'ho dato.
SANC.
Ma perché?
SIG.
Dirò, Eccellenza, so che non ne hanno bisogno.
Chi ruba nelle spese, chi ruba in cucina, chi ruba dalla credenza, chi tien mano a' contrabbandi, chi fa qualche cosa di peggio.
Tutti hanno denari, e quanti ne hanno ne spendono, e fanno patire le loro famiglie.
Per questo io ritengo loro qualche volta il salario, o per darlo alle loro mogli, o per far che lo impieghino in qualche cosa di loro profitto.
Ora che sono licenziati si vedrà quel che avanzano, e saranno saldati.
SANC.
Fate male; si lamentano che non si dà loro il salario.
SIG.
Basta che lo vogliano, io lo do subito: ogni volta che me lo domandano, non li fo ritardare un momento.
SANC.
Dicono che lo hanno domandato e l'avete loro negato.
SIG.
Oh cielo! Chi dice questo?
SANC.
L'ha detto in questo punto Brighella.
SIG.
V.
E.
mi faccia una grazia: chiami Brighella.
SANC.
Volete ch'io lo faccia venire al confronto con voi? Non è vostro decoro.
SIG.
Abbia la bontà di farlo venire per una cosa sola.
SANC.
Lo farò, se così v'aggrada.
Ehi, Brighella.
SCENA QUARTA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Son qua a recever i comandi de V.
E.
SIG.
Caro il mio caro messer Brighella, voi che siete l'uomo più schietto e più sincero di questo mondo, dite una cosa, per la verità, al nostro padrone.
Questa mattina non vi ho io esibito il vostro salario?
BRIGH.
L'è vero, ma mi per altro...
SIG.
Ma voi non l'avete voluto, non è egli vero?
BRIGH.
L'è vero, perché quando...
SIG.
Sente, Eccellenza? Io offerisco a costoro il salario, lo ricusano, non lo vogliono, e poi vengono a dolersi che non l'hanno avuto.
BRIGH.
Mo no l'ho volesto, perché...
SIG.
Per me non mi occorre altro; mi basta che V.
E.
abbia rilevata la verità ch'io sono un uomo d'onore e che costoro, credendo ch'io sia la cagione del loro male, mi tendono questa sorta d'insidie.
BRIGH.
Se l'averà la bontà de lassarme parlar...
SIG.
Eccellenza, io non devo star a fronte d'uno staffiere: se mi permette, l'ascolti pure, ch'io me n'anderò.
SANC.
Va via, bugiardo.
(a Brighella)
BRIGH.
In sta maniera no se pol saver...
SANC.
Vattene, non replicare.
BRIGH.
Per carità...
SANC.
Indegno! ti farò morire in una prigione.
Calunnie s'inventano contro un uomo di questa sorta?
BRIGH.
(El cielo, el cielo farà cognosser la verità).
(da sé, parte)
SCENA QUINTA
DON SANCIO e DON SIGISMONDO
SIG.
Dopo che sono al mondo, non ho provato un dolore simile a questo.
Quando m'intaccano nell'onore, nella sincerità, nella verità, mi sento morire.
SANC.
Sì, don Sigismondo, tutti gli uomini di merito sono invidiati.
SIG.
S'io non avessi un padrone di mente e di spirito, come V.
E., sarei precipitato.
Sappia, Eccellenza, che un certo Menico Tarocchi desidera la permissione di poter erigere in Gaeta una fabbrica di velluti; e per l'incomodo che avrà V.
E.
di sottoscrivere il decreto, ha promesso un picciolo regaletto di cento doppie.
SANC.
Avete steso il decreto?
SIG.
Eccellenza no, perché prima ho voluto sentire il di lei sentimento.
SANC.
In questa sorta di cose, fate voi.
SIG.
Vi è un certo Pantalone de' Bisognosi che si opporrebbe, come attuale fabbricatore, ma egli non può impedire che V.
E.
benefichi un altro.
SANC.
Certamente non lo può impedire.
Andate a stendere il decreto, e frattanto fate venire il nuovo fabbricatore.
SIG.
V.
E.
resta qui?
SANC.
Sì, qui v'attendo.
SIG.
Comanda vedere il memoriale?
SANC.
No, a voi mi riporto.
Mi basta la sottoscrizione.
SIG.
Quando l'ho steso, lo porto a sottoscrivere.
SANC.
Sì, e se dormissi, svegliatemi.
SIG.
Vado immediatamente a servirla.
(parte)
SCENA SESTA
DON SANCIO, poi il CONTE ERCOLE
SANC.
Queste cento doppie le donerò a donna Aspasia.
CON.
Signore, appunto desiderava parlarvi.
SANC.
Eccomi ad ascoltarvi.
CON.
L'affare di cui dobbiamo trattare, è di qualche conseguenza.
SANC.
Mi rincresce, se la cosa è difficile, che non vi sia il segretario.
CON.
In questo il segretario non c'entra.
Voi solo avete a decidere.
SANC.
Dite pure, io solo deciderò.
CON.
Sono tre mesi ch'io godo le vostre grazie in Gaeta.
SANC.
Io sono il favorito da voi.
CON.
Sapete quanta stima fo di voi e di tutta la vostra casa.
SANC.
Effetto della vostra bontà.
CON.
Sapete che vi ho supplicato concedermi in consorte la signora donna Isabella, e spero che sarete in grado di mantenermi la parola che mi avete data.
SANC.
Io non soglio mancare alla mia parola.
CON.
Quand'è così, posso sperare di concludere quanto prima le nozze.
SANC.
A mia figlia non ne ho ancora parlato.
S'ella è qui nell'appartamento di sua madre, sentirò il di lei sentimento: poiché non ho altra figlia, e desidero di compiacerla.
CON.
Vi lodo infinitamente, ma spero non sarà ella alle mie nozze contraria.
SANC.
Due parole mi bastano.
Isabella.
(alla porta)
SCENA SETTIMA
DONNA ISABELLA e detti.
ISAB.
Che mi comanda, signor padre?
SANC.
Dimmi, hai tu piacere di farti sposa?
ISAB.
Io di queste cose non m'intendo.
SANC.
Vedi là il signor Conte?
ISAB.
Lo vedo.
SANC.
Lo accetteresti per tuo marito?
ISAB.
Per marito?
SANC.
Sì, per marito.
ISAB.
Vengo subito.
(in atto di partire)
SANC.
Dove vai?
ISAB.
Vengo subito.
(entra in camera)
CON.
E così ha ella detto di no?
SANC.
Ha detto, vengo subito.
Vediamo se torna.
Sentite, amico, mia figlia è una cosa rara al dì d'oggi.
Ella è innocente come una colomba.
CON.
Questo è quello che infinitamente mi piace.
SCENA OTTAVA
DONNA ISABELLA, COLOMBINA e detti.
ISAB.
Signor padre, ecco qui Colombina.
Risponderà ella per me.
SANC.
Hai da maritarti tu, e non Colombina.
COL.
Signore, compatisca la sua semplicità.
Ella non ha coraggio; dica a me ciò che le vuol proporre, e vedrà che risponderà a dovere.
SANC.
Io le propongo il Conte per suo marito.
COL.
Avete sentito? (ad Isabella)
ISAB.
Sì.
COL.
Che cosa dite?
ISAB.
(Ride)
COL.
Lo volete?
ISAB.
Sì.
COL.
Signore, ella è disposta a far il voler di suo padre.
SANC.
Già me l'immagino.
Avete sentito? (al Conte)
CON.
Io son contentissimo.
SANC.
Ora è necessario far venire sua madre.
Non è giusto che si sposi la figlia, senza ch'ella lo sappia.
ISAB.
(Se viene mia madre non ne facciamo altro).
(da sé)
CON.
Voi dite bene, ma la signora donna Luigia è tanto nemica di sua figlia, che si opporrà, e non vorrà che si sposi.
(a don Sancio)
ISAB.
Signor padre, è invidiosa.
SANC.
Invidiosa di che?
ISAB.
Vorrebbe esser ella la sposa.
SANC.
Come! Vorrebbe esser ella la sposa?
ISAB.
Ha detto tante volte: Se crepa mio marito, voglio prendere un giovinetto.
SANC.
Povera bambina! Può esser che succeda il contrario.
Orsù, Colombina, va a chiamare donna Luigia, e dille che venga qui, senza spiegarle per qual motivo.
COL.
Vado subito.
ISAB.
Presto, presto.
COL.
(Capperi! l'innocentina va per le furie).
(da sé, parte)
SCENA NONA
DON SANCIO, il CONTE ERCOLE e DONNA ISABELLA
CON.
Signora Isabella, finalmente sarete mia sposa.
ISAB.
Questa sera ho da venire?
CON.
Dove?
ISAB.
A trovarvi.
CON.
Verrò io a ritrovar voi.
SANC.
Che diamine dici? Tu vorresti andare a ritrovar il Conte?
ISAB.
Me l'ha detto il segretario.
SANC.
Che cosa t'ha detto il segretario?
ISAB.
Che questa sera anderò segretamente a parlare al signor Conte.
SANC.
Ma dove?
ISAB.
Verrà a prendermi e mi condurrà; ma che mia madre non lo sappia.
SANC.
Come va la faccenda?
CON.
Vi dirò, signore: vedendo il segretario che donna Luigia maltrattava la figlia, e prevedendo ch'ella si sarebbe opposta alle di lei nozze, mi ha fatta la proposizione di farmi avere furtivamente la signora donna Isabella.
Ma io sono un uomo d'onore, ci ho pensato sopra con serietà, ed ho concepito essere questa un'azione indegna di me, onde più tosto sono venuto io stesso a dirvi l'ultimo mio sentimento.
SANC.
Questo mio segretario mi comincia a render cattivo odore.
SCENA DECIMA
DONNA LUIGIA, COLOMBINA e detti.
LUIG.
Signori miei, che vogliono? Che si fa qui con Isabella?
SANC.
Senza che ve lo dica, m'immagino che appress'a poco ve ne avvedrete.
LUIG.
Si sposa forse al signor Conte?
SANC.
Sì signora, e prima di farlo, vi si usa il dovuto rispetto.
LUIG.
Mi chiedete l'assenso per farlo, e me ne date notizia dopo fatto?
SANC.
Come vi piacerebbe che si facesse?
LUIG.
Isabella è ancor troppo giovane, e non voglio che si mariti per ora.
ISAB.
(Uh povera me!) (da sé)
CON.
Signora donna Luigia, vi supplico d'acquietarvi.
Ormai la cosa è fatta; ci siamo dati la fede, sarà mia sposa, e da qui a pochi giorni partirà meco per Roma.
LUIG.
Io non voglio assolutamente.
SANC.
Ed io voglio; e sono il padrone io.
LUIG.
(Ho una rabbia, che mi sento crepare).
(da sé)
SCENA UNDICESIMA
Il PAGGIO e detti
PAGG.
Eccellenza, il signor Pantalone de' Bisognosi desidera udienza.
SANC.
Venga.
È padrone.
PAGG.
Eccellenza sì.
(Ho buscato mezzo scudo).
(da sé, parte)
SANC.
Che avete, donna Luigia, che parete una furia?
ISAB.
(Ha invidia di me).
(da sé)
SCENA DODICESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
Eccellenza, la perdona se vegno a darghe sto incomodo.
Mi son Pantalon dei Bisognosi, mercante venezian, servitor de Vostra Eccellenza.
SANC.
Vi conosco.
PANT.
Mi ho introdotto in sta città la fabrica dei velludi.
SANC.
So tutto, e so che un certo Tarocchi ne vuole introdurre un'altra.
PANT.
Per questo vegno da Vostra Eccellenza.
SANC.
Voi non lo potete impedire.
PANT.
El sior segretario m'ha assicurà, che V.
E.
me farà la grazia.
SANC.
Il segretario mi ha parlato in favor del Tarocchi.
PANT.
Nol gh'ha dà el mio memorial?
SANC.
Non l'ho veduto.
PANT.
E la pezza de velludo l'ala vista?
SANC.
No certamente.
PANT.
Ho mandà al sior segretario una pezza de velludo, che lu istesso m'ha domandà, per farla veder a Vostra Eccellenza.
SANC.
Io vi replico, che non l'ho veduta.
PANT.
Donca el sior segretario cussì el m'inganna? Cussì el me tradisce? El me cava dalle man una pezza de velludo, el me promette de farme aver la grazia, e po l'opera a favor del mio avversario! V.
E.
xe un cavalier giusto; spero che no la me abbandonerà.
Son qua ai so piè a domandarghe giustizia.
Mi son quello che ha beneficà sto paese coll'introduzion dei velludi e me par d'aver el merito d'esser preferio.
Vorla che in Gaeta ghe sia un'altra fabrica per impiegar la povera zente? Son qua mi, la farò mi, me basta che la me conceda el privilegio, vita che vivo, che nissun possa far laorar altri che mi.
Circa alla pezza de velludo, se el sior segretario me l'ha magnada, bon pro ghe fazza; pol esser che el se arecorda de mi sull'ora della digestion.
SANC.
Signor Pantalone, non so che dire; senza il segretario non posso risolvere.
CON.
Signore, con vostra buona grazia, mi pare che questo galantuomo abbia ragione, e che il vostro segretario sia un bel birbone.
(a don Sancio)
SANC.
A poco a poco, vado scoprendo quello che non credeva.
Signor Pantalone, ne parleremo.
PANT.
Me reccomando alla so bontà, alla so giustizia.
CON.
Ditemi, signor Pantalone, avete delle belle stoffe?
PANT.
Ghe ne ho de superbe.
LUIG.
Se avete delle belle stoffe, mandatele a me, che le voglio vedere.
PANT.
M'immagino che le servirà per la sposa, per quel che se sente a dir.
LUIG.
Signor no, hanno da servire per me.
ISAB.
(Oh che invidia!) (da sé)
PANT.
Per la novizza gh'ho una bella galanteria.
CON.
Lasciate vedere.
LUIG.
Sì, sì, vediamola.
PANT.
La varda.
Un zoggieletto de diamanti e rubini, che averà valesto più de cento zecchini.
I me l'ha dà in pegno per trenta, e adesso i lo vol vender.
CON.
Quanto ne vogliono?
PANT.
Manco de cinquanta zecchini no i lo pol dar.
CON.
Che dite, signora Isabella, vi piace?
ISAB.
E come mi piace!
LUIG.
Lasciatelo vedere a me.
PANT.
Cossa disela? Porlo esser meggio ligà? Quei diamanti tutti uguali con quella bell'acqua; el fa una fegura spaventosa.
LUIG.
Aspettate, che ora vengo.
Avvertite, non lo date via senza di me.
PANT.
No la dubita gnente.
L'aspetto.
LUIG.
(Subito colei se n'è invogliata).
(da sé, parte)
CON.
Signor Pantalone, non si potrebbe avere con quaranta zecchini?
PANT.
No ghe xe caso.
Ghe zuro da omo d'onor, che a farlo far l'ha costà più de cento.
SANC.
Veramente è assai bello.
Conte, non ve lo lasciate fuggire.
CON.
Quand'è così, per cinquanta zecchini lo prendo io.
LUIG.
Signor no.
Per cinquanta zecchini lo prendo io.
(donna Luigia ritorna con una borsa)
SANC.
Io non voglio spendere questi denari.
LUIG.
Se non li volete spender voi, li spenderò io.
Eccovi cinquanta zecchini.
PANT.
E mi ghe dago el zoggielo.
ISAB.
(Pazienza!) (da sé, piange)
CON.
Che avete, cara, che avete?
ISAB.
Niente.
(piange)
CON.
Via, mio tesoro, ve ne comprerò uno più bello.
LUIG.
Che è questo mio tesoro? Che domestichezze sono codeste?
CON.
È mia sposa.
LUIG.
Ancora non è tale.
In faccia mia mi avete a portar rispetto.
SCENA TREDICESIMA
Il PAGGIO e detti.
PAGG.
Eccellenza, sono qui i gabellieri ed il bargello, che domandano udienza.
SANC.
Sono annoiato.
Il segretario non c'è; che tornino.
PAGG.
La cosa è di gran premura.
Vi è con essi donna Elvira.
SANC.
Qualche supplica per suo marito.
Se vi fosse il segretario...
Via, che passino.
PAGG.
(Altri due scudi).
(da sé, parte)
CON.
Signore, guardatevi dal segretario, ch'è un uomo finto.
SANC.
Ah, temo pur troppo che diciate la verità.
I servitori esclamano, perché ha loro trattenuti i salari.
Si è appropriata una pezza di velluto, che dovea venire nelle mie mani.
Ha ingannato il povero Pantalone de' Bisognosi; ha tentato di sedurmi la mia propria figliuola.
Comincio a crederlo un impostore, un ribaldo.
CON.
Guardatevi, signore, ch'egli può essere la vostra rovina.
Voi presso la Corte sarete responsabile delle sue ingiustizie.
SANC.
Sì, è verissimo.
Cercherò per tempo di ripararmi.
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA ELVIRA, quattro GABELLIERI e detti.
ELV.
Signore, eccomi a' vostri piedi.
Il povero mio marito pena in carcere ingiustamente.
A pretesto di processarlo si tien ristretto tra' ferri, e il suo processo in due parole si forma.
Egli è imputato di contrabbandi; ma chi l'accusa? V'è alcun gabelliere, che lo quereli? Eccoli qui.
Interrogateli.
Niuno è inteso di questo fatto; niuno può lagnarsi di don Filiberto; tutti sanno la sua onoratezza.
Vi è nessun che oltre i pizzi fatti venir per mio uso, possa imputargli una minima contravvenzione? Chi lo ha mai denunziato? Chi mai lo ha trovato mancante nel rispetto al Sovrano, e nel dar i diritti alla Curia? Sapete qual è il delitto di don Filiberto? Qual è l'accusatore che lo querela? Il suo delitto è una moglie onorata, il suo accusatore è un ministro adulatore, lascivo.
Don Sigismondo è di me invaghito.
Cercò allontanar mio marito coll'apparente titolo di buon amico.
Non gli riuscì; diede mano alla calunnia, alla crudeltà.
Spera di avermi, o colla forza, o colle lusinghe; ma il traditore s'inganna.
Mio marito è innocente: ecco testimoni della sua innocenza quelli che, se reo egli fosse, esser dovrebbero i suoi avversari.
O rilasciatelo dalle carceri, se credete giusto di farlo, o io stessa anderò alla Corte, mi farò intendere, domanderò al Sovrano quella ragione, quella giustizia, che mi viene negata da un suo ministro, accecato da un perfido adulatore.
SANC.
Conte mio, in che imbarazzo mi trovo!
CON.
Questo vostro segretario vi ha circondato con una serie d'iniquità.
SANC.
Voi altri, che siete i direttori delle gabelle, che cosa dite?
GAB.
Il nostro decoro vuole che informiamo la Corte non avere noi parte alcuna in questo fatto, e che rispetto a noi, la carcerazione di don Filiberto è una manifesta impostura.
Io poi, che so tutta l'istoria di don Sigismondo con donna Elvira, farò sapere la verità.
SANC.
Questa macchina si può rovesciare addosso di me.
CON.
Assolutamente, vi può far perder il credito.
Sapete quante volte per un cattivo ministro si sono precipitati degli onestissimi iusdicenti.
SANC.
Dite bene.
Conosco anch'io che don Sigismondo è stato un mio traditore.
Che mai mi consigliereste di fare?
CON.
Vi consiglierei far scarcerare subito don Filiberto, e mettere in ferri don Sigismondo.
SANC.
Ehi, chiamatemi il bargello.
SCENA ULTIMA
Il BARGELLO e detti.
BARG.
Eccomi qui ai comandi di V.
E.
SANC.
Scarcerate subito don Filiberto, ed assicuratevi di don Sigismondo.
BARG.
Sarà ubbidita.
Perdoni, Eccellenza, se sapesse quante ingiustizie ha fatte fare don Sigismondo!
SANC.
Davvero?
BARG.
Io stesso che, per mia disgrazia, vivo delle disgrazie degli altri, mi sentiva inorridire.
(parte)
SANC.
Se ha fatto inorridire un birro, convien dire che abbia fatte delle grandi ribalderie.
ELV.
Signore, il cielo vi rimeriti della vostra pietà.
SANC.
È giusto.
Vo' che sappia la Corte, ch'io faccio giustizia.
ELV.
Saprà tutto il mondo, che un ministro infedele vi ha ingannato.
Volo ad abbracciare il povero mio consorte.
Sarà egli a' vostri piedi.
Io vi ringrazio intanto; prego il cielo vi benedica, e lo prego di cuore che voi difenda, e tutti gli eguali vostri, dai perfidi adulatori, i quali colle loro menzogne rovinano spesse volte gli uomini più illibati e più saggi.
(parte coi gabellieri)
SANC.
Confesso la verità.
Mi vergogno d'avermi lasciato acciecare da un adulatore sfacciato.
Conosco la mia debolezza; temo i pericoli dell'avvenire, e risolvo di voler rinunziare il governo.
Manderò a Napoli don Sigismondo, legato e processato, com'egli merita, e sarà dalla Regia Corte punito, a misura de' suoi misfatti.
CON.
La risoluzione è in tutto degna di voi.
SANC.
Voi, Conte, nell'agitazioni nelle quali mi trovo, datemi almeno la consolazione di veder sposa mia figlia.
Porgetele immediatamente la mano.
CON.
Eccomi pronto, s'ella vi acconsente.
ISAB.
Non vorrei che andasse in collera la signora madre.
LUIG.
Sposati pure, già che il cielo così destina.
(Conte ingrato, stolido, sconoscente!) (da sé)
CON.
Porgetemi la cara mano.
(ad Isabella)
ISAB.
Eccola.
(gli dà la mano)
CON.
Ora sono contento.
ISAB.
(Io giubilo dall'allegrezza).
SANC.
Dov'è Brighella? Dove sono i poveri servitori? Trovateli, li voglio pagare, li voglio rimettere.
LUIG.
Or toccherà a voi a pensare a provvedermi i due cavalli per il tiro a sei.
(a don Sancio)
SANC.
Perché?
LUIG.
Perché ho dato sessanta doppie al segretario, ed egli me le ha mangiate.
SANC.
Donde aveste le sessanta doppie?
LUIG.
Dal cassiere della Comunità.
SANC.
Oh me meschino! Sono assassinato da tutti.
PANT.
Eccellenza, son qua, se la comanda, ecco le cento doppie.
SANC.
Signor Pantalone, tenete il vostro denaro, io non voglio altri impegni.
Voglio rinunziare il governo, onde riserbatevi ad informare il mio successore; e voi, signora donna Aspasia, signora imitatrice del mio buon segretario...
ASP.
Basta così.
Intendo quel che dir mi volete.
Il fine del segretario m'illumina.
Io correggerò i miei difetti, pensate voi a correggere i vostri.
(parte)
PANT.
Donca no la vol...
SANC.
È finita.
Non ne voglio saper altro.
Confesso che non ho abilità per distinguere i buoni ministri dagli adulatori, onde è meglio che mi ritiri, e lasci fare a chi sa.
Fissiamo sugli accidenti veduti, e concludiamo che il peggiore scellerato del mondo è il perfido Adulatore.
Fine della Commedia.
(1) Da fanciulli.
(2) Parla col dialetto bolognese.
(3) Moneta che vale mezzo baiocco.
(4) Eh, giuro alle dita delle mie mani: dialetto genovese.
(5) Veleno.
(6) Moneta picciola genovese.
(7) Non abbiate timore.
(8) Morire.
...
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