L'ADULATORE, di Carlo Goldoni - pagina 9
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SIG.
Vi è un certo Pantalone de' Bisognosi che si opporrebbe, come attuale fabbricatore, ma egli non può impedire che V.
E.
benefichi un altro.
SANC.
Certamente non lo può impedire.
Andate a stendere il decreto, e frattanto fate venire il nuovo fabbricatore.
SIG.
V.
E.
resta qui?
SANC.
Sì, qui v'attendo.
SIG.
Comanda vedere il memoriale?
SANC.
No, a voi mi riporto.
Mi basta la sottoscrizione.
SIG.
Quando l'ho steso, lo porto a sottoscrivere.
SANC.
Sì, e se dormissi, svegliatemi.
SIG.
Vado immediatamente a servirla.
(parte)
SCENA SESTA
DON SANCIO, poi il CONTE ERCOLE
SANC.
Queste cento doppie le donerò a donna Aspasia.
CON.
Signore, appunto desiderava parlarvi.
SANC.
Eccomi ad ascoltarvi.
CON.
L'affare di cui dobbiamo trattare, è di qualche conseguenza.
SANC.
Mi rincresce, se la cosa è difficile, che non vi sia il segretario.
CON.
In questo il segretario non c'entra.
Voi solo avete a decidere.
SANC.
Dite pure, io solo deciderò.
CON.
Sono tre mesi ch'io godo le vostre grazie in Gaeta.
SANC.
Io sono il favorito da voi.
CON.
Sapete quanta stima fo di voi e di tutta la vostra casa.
SANC.
Effetto della vostra bontà.
CON.
Sapete che vi ho supplicato concedermi in consorte la signora donna Isabella, e spero che sarete in grado di mantenermi la parola che mi avete data.
SANC.
Io non soglio mancare alla mia parola.
CON.
Quand'è così, posso sperare di concludere quanto prima le nozze.
SANC.
A mia figlia non ne ho ancora parlato.
S'ella è qui nell'appartamento di sua madre, sentirò il di lei sentimento: poiché non ho altra figlia, e desidero di compiacerla.
CON.
Vi lodo infinitamente, ma spero non sarà ella alle mie nozze contraria.
SANC.
Due parole mi bastano.
Isabella.
(alla porta)
SCENA SETTIMA
DONNA ISABELLA e detti.
ISAB.
Che mi comanda, signor padre?
SANC.
Dimmi, hai tu piacere di farti sposa?
ISAB.
Io di queste cose non m'intendo.
SANC.
Vedi là il signor Conte?
ISAB.
Lo vedo.
SANC.
Lo accetteresti per tuo marito?
ISAB.
Per marito?
SANC.
Sì, per marito.
ISAB.
Vengo subito.
(in atto di partire)
SANC.
Dove vai?
ISAB.
Vengo subito.
(entra in camera)
CON.
E così ha ella detto di no?
SANC.
Ha detto, vengo subito.
Vediamo se torna.
Sentite, amico, mia figlia è una cosa rara al dì d'oggi.
Ella è innocente come una colomba.
CON.
Questo è quello che infinitamente mi piace.
SCENA OTTAVA
DONNA ISABELLA, COLOMBINA e detti.
ISAB.
Signor padre, ecco qui Colombina.
Risponderà ella per me.
SANC.
Hai da maritarti tu, e non Colombina.
COL.
Signore, compatisca la sua semplicità.
Ella non ha coraggio; dica a me ciò che le vuol proporre, e vedrà che risponderà a dovere.
SANC.
Io le propongo il Conte per suo marito.
COL.
Avete sentito? (ad Isabella)
ISAB.
Sì.
COL.
Che cosa dite?
ISAB.
(Ride)
COL.
Lo volete?
ISAB.
Sì.
COL.
Signore, ella è disposta a far il voler di suo padre.
SANC.
Già me l'immagino.
Avete sentito? (al Conte)
CON.
Io son contentissimo.
SANC.
Ora è necessario far venire sua madre.
Non è giusto che si sposi la figlia, senza ch'ella lo sappia.
ISAB.
(Se viene mia madre non ne facciamo altro).
(da sé)
CON.
Voi dite bene, ma la signora donna Luigia è tanto nemica di sua figlia, che si opporrà, e non vorrà che si sposi.
(a don Sancio)
ISAB.
Signor padre, è invidiosa.
SANC.
Invidiosa di che?
ISAB.
Vorrebbe esser ella la sposa.
SANC.
Come! Vorrebbe esser ella la sposa?
ISAB.
Ha detto tante volte: Se crepa mio marito, voglio prendere un giovinetto.
SANC.
Povera bambina! Può esser che succeda il contrario.
Orsù, Colombina, va a chiamare donna Luigia, e dille che venga qui, senza spiegarle per qual motivo.
COL.
Vado subito.
ISAB.
Presto, presto.
COL.
(Capperi! l'innocentina va per le furie).
(da sé, parte)
SCENA NONA
DON SANCIO, il CONTE ERCOLE e DONNA ISABELLA
CON.
Signora Isabella, finalmente sarete mia sposa.
ISAB.
Questa sera ho da venire?
CON.
Dove?
ISAB.
A trovarvi.
CON.
Verrò io a ritrovar voi.
SANC.
Che diamine dici? Tu vorresti andare a ritrovar il Conte?
ISAB.
Me l'ha detto il segretario.
SANC.
Che cosa t'ha detto il segretario?
ISAB.
Che questa sera anderò segretamente a parlare al signor Conte.
SANC.
Ma dove?
ISAB.
Verrà a prendermi e mi condurrà; ma che mia madre non lo sappia.
SANC.
Come va la faccenda?
CON.
Vi dirò, signore: vedendo il segretario che donna Luigia maltrattava la figlia, e prevedendo ch'ella si sarebbe opposta alle di lei nozze, mi ha fatta la proposizione di farmi avere furtivamente la signora donna Isabella.
Ma io sono un uomo d'onore, ci ho pensato sopra con serietà, ed ho concepito essere questa un'azione indegna di me, onde più tosto sono venuto io stesso a dirvi l'ultimo mio sentimento.
SANC.
Questo mio segretario mi comincia a render cattivo odore.
SCENA DECIMA
DONNA LUIGIA, COLOMBINA e detti.
LUIG.
Signori miei, che vogliono? Che si fa qui con Isabella?
SANC.
Senza che ve lo dica, m'immagino che appress'a poco ve ne avvedrete.
LUIG.
Si sposa forse al signor Conte?
SANC.
Sì signora, e prima di farlo, vi si usa il dovuto rispetto.
LUIG.
Mi chiedete l'assenso per farlo, e me ne date notizia dopo fatto?
SANC.
Come vi piacerebbe che si facesse?
LUIG.
Isabella è ancor troppo giovane, e non voglio che si mariti per ora.
ISAB.
(Uh povera me!) (da sé)
CON.
Signora donna Luigia, vi supplico d'acquietarvi.
Ormai la cosa è fatta; ci siamo dati la fede, sarà mia sposa, e da qui a pochi giorni partirà meco per Roma.
LUIG.
Io non voglio assolutamente.
SANC.
Ed io voglio; e sono il padrone io.
LUIG.
(Ho una rabbia, che mi sento crepare).
(da sé)
SCENA UNDICESIMA
Il PAGGIO e detti
PAGG.
Eccellenza, il signor Pantalone de' Bisognosi desidera udienza.
SANC.
Venga.
È padrone.
PAGG.
Eccellenza sì.
(Ho buscato mezzo scudo).
(da sé, parte)
SANC.
Che avete, donna Luigia, che parete una furia?
ISAB.
(Ha invidia di me).
(da sé)
SCENA DODICESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
Eccellenza, la perdona se vegno a darghe sto incomodo.
Mi son Pantalon dei Bisognosi, mercante venezian, servitor de Vostra Eccellenza.
SANC.
Vi conosco.
PANT.
Mi ho introdotto in sta città la fabrica dei velludi.
SANC.
So tutto, e so che un certo Tarocchi ne vuole introdurre un'altra.
PANT.
Per questo vegno da Vostra Eccellenza.
SANC.
Voi non lo potete impedire.
PANT.
El sior segretario m'ha assicurà, che V.
E.
me farà la grazia.
SANC.
Il segretario mi ha parlato in favor del Tarocchi.
PANT.
Nol gh'ha dà el mio memorial?
SANC.
Non l'ho veduto.
PANT.
E la pezza de velludo l'ala vista?
SANC.
No certamente.
PANT.
Ho mandà al sior segretario una pezza de velludo, che lu istesso m'ha domandà, per farla veder a Vostra Eccellenza.
SANC.
Io vi replico, che non l'ho veduta.
PANT.
Donca el sior segretario cussì el m'inganna? Cussì el me tradisce? El me cava dalle man una pezza de velludo, el me promette de farme aver la grazia, e po l'opera a favor del mio avversario! V.
E.
xe un cavalier giusto; spero che no la me abbandonerà.
Son qua ai so piè a domandarghe giustizia.
Mi son quello che ha beneficà sto paese coll'introduzion dei velludi e me par d'aver el merito d'esser preferio.
Vorla che in Gaeta ghe sia un'altra fabrica per impiegar la povera zente? Son qua mi, la farò mi, me basta che la me conceda el privilegio, vita che vivo, che nissun possa far laorar altri che mi.
Circa alla pezza de velludo, se el sior segretario me l'ha magnada, bon pro ghe fazza; pol esser che el se arecorda de mi sull'ora della digestion.
SANC.
Signor Pantalone, non so che dire; senza il segretario non posso risolvere.
CON.
Signore, con vostra buona grazia, mi pare che questo galantuomo abbia ragione, e che il vostro segretario sia un bel birbone.
(a don Sancio)
SANC.
A poco a poco, vado scoprendo quello che non credeva.
Signor Pantalone, ne parleremo.
PANT.
Me reccomando alla so bontà, alla so giustizia.
CON.
Ditemi, signor Pantalone, avete delle belle stoffe?
PANT.
Ghe ne ho de superbe.
LUIG.
Se avete delle belle stoffe, mandatele a me, che le voglio vedere.
PANT.
M'immagino che le servirà per la sposa, per quel che se sente a dir.
LUIG.
Signor no, hanno da servire per me.
ISAB.
(Oh che invidia!) (da sé)
PANT.
Per la novizza gh'ho una bella galanteria.
CON.
Lasciate vedere.
LUIG.
Sì, sì, vediamola.
PANT.
La varda.
Un zoggieletto de diamanti e rubini, che averà valesto più de cento zecchini.
I me l'ha dà in pegno per trenta, e adesso i lo vol vender.
CON.
Quanto ne vogliono?
PANT.
Manco de cinquanta zecchini no i lo pol dar.
CON.
Che dite, signora Isabella, vi piace?
ISAB.
E come mi piace!
LUIG.
Lasciatelo vedere a me.
PANT.
Cossa disela? Porlo esser meggio ligà? Quei diamanti tutti uguali con quella bell'acqua; el fa una fegura spaventosa.
LUIG.
Aspettate, che ora vengo.
Avvertite, non lo date via senza di me.
PANT.
No la dubita gnente.
L'aspetto.
LUIG.
(Subito colei se n'è invogliata).
(da sé, parte)
CON.
Signor Pantalone, non si potrebbe avere con quaranta zecchini?
PANT.
No ghe xe caso.
Ghe zuro da omo d'onor, che a farlo far l'ha costà più de cento.
SANC.
Veramente è assai bello.
Conte, non ve lo lasciate fuggire.
CON.
Quand'è così, per cinquanta zecchini lo prendo io.
LUIG.
Signor no.
Per cinquanta zecchini lo prendo io.
(donna Luigia ritorna con una borsa)
SANC.
Io non voglio spendere questi denari.
LUIG.
Se non li volete spender voi, li spenderò io.
Eccovi cinquanta zecchini.
PANT.
E mi ghe dago el zoggielo.
ISAB.
(Pazienza!) (da sé, piange)
CON.
Che avete, cara, che avete?
ISAB.
Niente.
(piange)
CON.
Via, mio tesoro, ve ne comprerò uno più bello.
LUIG.
Che è questo mio tesoro? Che domestichezze sono codeste?
CON.
È mia sposa.
LUIG.
Ancora non è tale.
In faccia mia mi avete a portar rispetto.
SCENA TREDICESIMA
Il PAGGIO e detti.
PAGG.
Eccellenza, sono qui i gabellieri ed il bargello, che domandano udienza.
SANC.
Sono annoiato.
Il segretario non c'è; che tornino.
PAGG.
La cosa è di gran premura.
Vi è con essi donna Elvira.
SANC.
Qualche supplica per suo marito.
Se vi fosse il segretario...
Via, che passino.
PAGG.
(Altri due scudi).
(da sé, parte)
CON.
Signore, guardatevi dal segretario, ch'è un uomo finto.
SANC.
Ah, temo pur troppo che diciate la verità.
I servitori esclamano, perché ha loro trattenuti i salari.
Si è appropriata una pezza di velluto, che dovea venire nelle mie mani.
Ha ingannato il povero Pantalone de' Bisognosi; ha tentato di sedurmi la mia propria figliuola.
Comincio a crederlo un impostore, un ribaldo.
CON.
Guardatevi, signore, ch'egli può essere la vostra rovina.
Voi presso la Corte sarete responsabile delle sue ingiustizie.
SANC.
Sì, è verissimo.
Cercherò per tempo di ripararmi.
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA ELVIRA, quattro GABELLIERI e detti.
ELV.
Signore, eccomi a' vostri piedi.
Il povero mio marito pena in carcere ingiustamente.
A pretesto di processarlo si tien ristretto tra' ferri, e il suo processo in due parole si forma.
Egli è imputato di contrabbandi; ma chi l'accusa? V'è alcun gabelliere, che lo quereli? Eccoli qui.
Interrogateli.
Niuno è inteso di questo fatto; niuno può lagnarsi di don Filiberto; tutti sanno la sua onoratezza.
Vi è nessun che oltre i pizzi fatti venir per mio uso, possa imputargli una minima contravvenzione? Chi lo ha mai denunziato? Chi mai lo ha trovato mancante nel rispetto al Sovrano, e nel dar i diritti alla Curia? Sapete qual è il delitto di don Filiberto? Qual è l'accusatore che lo querela? Il suo delitto è una moglie onorata, il suo accusatore è un ministro adulatore, lascivo.
Don Sigismondo è di me invaghito.
Cercò allontanar mio marito coll'apparente titolo di buon amico.
Non gli riuscì; diede mano alla calunnia, alla crudeltà.
Spera di avermi, o colla forza, o colle lusinghe; ma il traditore s'inganna.
Mio marito è innocente: ecco testimoni della sua innocenza quelli che, se reo egli fosse, esser dovrebbero i suoi avversari.
O rilasciatelo dalle carceri, se credete giusto di farlo, o io stessa anderò alla Corte, mi farò intendere, domanderò al Sovrano quella ragione, quella giustizia, che mi viene negata da un suo ministro, accecato da un perfido adulatore.
SANC.
Conte mio, in che imbarazzo mi trovo!
CON.
Questo vostro segretario vi ha circondato con una serie d'iniquità.
SANC.
Voi altri, che siete i direttori delle gabelle, che cosa dite?
GAB.
Il nostro decoro vuole che informiamo la Corte non avere noi parte alcuna in questo fatto, e che rispetto a noi, la carcerazione di don Filiberto è una manifesta impostura.
Io poi, che so tutta l'istoria di don Sigismondo con donna Elvira, farò sapere la verità.
SANC.
Questa macchina si può rovesciare addosso di me.
CON.
Assolutamente, vi può far perder il credito.
Sapete quante volte per un cattivo ministro si sono precipitati degli onestissimi iusdicenti.
SANC.
Dite bene.
Conosco anch'io che don Sigismondo è stato un mio traditore.
Che mai mi consigliereste di fare?
CON.
Vi consiglierei far scarcerare subito don Filiberto, e mettere in ferri don Sigismondo.
SANC.
Ehi, chiamatemi il bargello.
SCENA ULTIMA
Il BARGELLO e detti.
BARG.
Eccomi qui ai comandi di V.
E.
SANC.
Scarcerate subito don Filiberto, ed assicuratevi di don Sigismondo.
BARG.
Sarà ubbidita.
Perdoni, Eccellenza, se sapesse quante ingiustizie ha fatte fare don Sigismondo!
SANC.
Davvero?
BARG.
Io stesso che, per mia disgrazia, vivo delle disgrazie degli altri, mi sentiva inorridire.
(parte)
SANC.
Se ha fatto inorridire un birro, convien dire che abbia fatte delle grandi ribalderie.
ELV.
Signore, il cielo vi rimeriti della vostra pietà.
SANC.
È giusto.
Vo' che sappia la Corte, ch'io faccio giustizia.
ELV.
Saprà tutto il mondo, che un ministro infedele vi ha ingannato.
Volo ad abbracciare il povero mio consorte.
Sarà egli a' vostri piedi.
Io vi ringrazio intanto; prego il cielo vi benedica, e lo prego di cuore che voi difenda, e tutti gli eguali vostri, dai perfidi adulatori, i quali colle loro menzogne rovinano spesse volte gli uomini più illibati e più saggi.
(parte coi gabellieri)
SANC.
Confesso la verità.
Mi vergogno d'avermi lasciato acciecare da un adulatore sfacciato.
Conosco la mia debolezza; temo i pericoli dell'avvenire, e risolvo di voler rinunziare il governo.
Manderò a Napoli don Sigismondo, legato e processato, com'egli merita, e sarà dalla Regia Corte punito, a misura de' suoi misfatti.
CON.
La risoluzione è in tutto degna di voi.
SANC.
Voi, Conte, nell'agitazioni nelle quali mi trovo, datemi almeno la consolazione di veder sposa mia figlia.
Porgetele immediatamente la mano.
CON.
Eccomi pronto, s'ella vi acconsente.
ISAB.
Non vorrei che andasse in collera la signora madre.
LUIG.
Sposati pure, già che il cielo così destina.
(Conte ingrato, stolido, sconoscente!) (da sé)
CON.
Porgetemi la cara mano.
(ad Isabella)
ISAB.
Eccola.
(gli dà la mano)
CON.
Ora sono contento.
ISAB.
(Io giubilo dall'allegrezza).
SANC.
Dov'è Brighella? Dove sono i poveri servitori? Trovateli, li voglio pagare, li voglio rimettere.
LUIG.
Or toccherà a voi a pensare a provvedermi i due cavalli per il tiro a sei.
(a don Sancio)
SANC.
Perché?
LUIG.
Perché ho dato sessanta doppie al segretario, ed egli me le ha mangiate.
SANC.
Donde aveste le sessanta doppie?
LUIG.
Dal cassiere della Comunità.
SANC.
Oh me meschino! Sono assassinato da tutti.
PANT.
Eccellenza, son qua, se la comanda, ecco le cento doppie.
SANC.
Signor Pantalone, tenete il vostro denaro, io non voglio altri impegni.
Voglio rinunziare il governo, onde riserbatevi ad informare il mio successore; e voi, signora donna Aspasia, signora imitatrice del mio buon segretario...
ASP.
Basta così.
Intendo quel che dir mi volete.
Il fine del segretario m'illumina.
Io correggerò i miei difetti, pensate voi a correggere i vostri.
(parte)
PANT.
Donca no la vol...
SANC.
È finita.
Non ne voglio saper altro.
Confesso che non ho abilità per distinguere i buoni ministri dagli adulatori, onde è meglio che mi ritiri, e lasci fare a chi sa.
Fissiamo sugli accidenti veduti, e concludiamo che il peggiore scellerato del mondo è il perfido Adulatore.
Fine della Commedia.
(1) Da fanciulli.
(2) Parla col dialetto bolognese.
(3) Moneta che vale mezzo baiocco.
(4) Eh, giuro alle dita delle mie mani: dialetto genovese.
(5) Veleno.
(6) Moneta picciola genovese.
(7) Non abbiate timore.
(8) Morire.
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