L'AMANTE DI SE MEDESIMO, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Allor sdegno mi prende; ragion chiamo in aiuto;
Se vo per questa strada, dico a me, son perduto;
Risolvo sul momento lasciarla in abbandono.
Ho dormito benissimo, e libero già sono.
ALB.
Troppo rigor, sior Conte.
Se sa pur che xe fia
Del più sincero amor l'amara gelosia.
CON.
Se della gelosia padre indiscreto è amore,
In grazia della figlia ho in odio il genitore:
Se vuol ch'io lo ricovri ancor entro al mio petto,
Sia padre della gioia, sia padre del diletto;
Ma unito alla spiacente sua incomoda famiglia,
Lo mando dal mio seno lontano mille miglia.
ALB.
Voleu che ve la diga? Vedo, cognosso adesso,
Che vu, caro sior Conte, sè amante de vu stesso.
Ve parlo da fradelo.
CON.
Io da fratel rispondo:
Evvi dell'amor proprio più bell'amor al mondo?
ALB.
Donca tutto l'amor provien dall'interesse.
CON.
Vi è dubbio? Senza speme chi è quel che amor volesse?
ALB.
Ghe ne conosso tanti innamorai, gramazzi,
Senza mai sperar gnente.
CON.
Questo è l'amor dei pazzi.
ALB.
E l'amor d'amicizia saralo interessà?
CON.
Senza qualche interesse questo amor non si dà.
ALB.
Me par che andemo avanti.
Quando la xe cussì,
Col ben che me volè, cossa spereu da mi?
CON.
Oh, spero molto, amico.
ALB.
Dasseno?
CON.
In un periglio
Vale la vita istessa d'un amico il consiglio.
E appunto stamattina desio di consigliarmi
Sopra un certo proposito: con voi vo' confidarmi.
ALB.
Son qua pronto a servirve in quel che mai podesse,
Ma da bon Venezian, de cuor, senza interesse.
CON.
Lo so che i Veneziani son gente di buon core;
Ma so che non son stolidi in materia d'amore.
ALB.
Certo che no i xe gnocchi, co i tratta una morosa.
Ma da un amigo...
CON.
Sempre si spera qualche cosa.
Bramo un consiglio solo, ed eccovi il perché
La cioccolata a bevere vi supplicai con me.
ALB.
Xe un'ora che parlemo, e no la vien avanti?
CON.
Intanto che si aspetta, ragioneremo innanti.
Sappiate, amico caro, come già vi accennai,
Che colle passioncelle mi divertisco assai.
Mi piace, mi diverte questa villeggiatura,
Ma senza un amoretto per me è una seccatura.
Sono però dubbioso fra tre diversi oggetti,
A qual debba di loro rivolgere gli affetti:
Vi è la marchesa Ippolita, ma parmi un poco altera;
Vi è donna Bianca, e seco mi disgustai iersera;
Vi è madama Graziosa, moglie del commissario.
ALB.
Pian, tra questa e quell'altre ghe passa un bel divario.
Le prime xe do dame, questa xe una pedina,
Che in grazia della carica vol far la signorina.
CON.
Codeste differenze non sono essenziali:
Le donne, se son belle, per me son tutte eguali.
Non voglio maritarmi, le tratto onestamente,
Ed oltre l'amicizia, da lor non vo' niente.
Se trovo dello spirito, dell'attenzion per me,
Sono, sia chi si voglia, contento come un re.
Ora ch'io son per scegliere, qual mi consigliereste,
Se foste nel mio caso, a scegliere di queste?
ALB.
Mi ve conseggierave a preferir la dama.
CON.
Ma quale delle due?
ALB.
Quella che più ve ama.
CON.
Bravissimo.
M'avete parlato in eccellenza:
Ad una delle due darò la preferenza.
A madama Graziosa fei fare un'imbasciata;
Ma so che non mi vuole: e con altri è impegnata.
Ed io, se trovo ostacoli, prestissimo mi stancano;
Di già delle occasioni al mondo non ne mancano.
Ecco la cioccolata.
SCENA SECONDA
FRUGNOLO lacchè, colla cioccolata, e detti.
ALB.
Via, sior lacchè, xe ora.
FRU.
Signor Alberto, appunto lo cerca la signora.
ALB.
Chi? donna Bianca?
FRU.
Certo.
CON.
Che sì, ch'ella parlarvi
Desidera di me.
Sappiate regolarvi.
ALB.
Che ordeni me deu, se la me intra in questo?
CON.
Dirò: s'ella si cangia, son cavaliere onesto;
Non voglio d'una dama sprezzare il pentimento.
ALB.
Tornereu?
CON.
Perché no?
ALB.
Ma per divertimento.
CON.
Non so; potrebbe darsi; sentiam quel che dirà.
ALB.
(Che el fazza pur el franco.
Oh, se el ghe cascherà!)
CON.
Che hai, caro Frugnolo, che sei oltre l'usato
Stamane melanconico?
FRU.
Signor, son disperato.
Ieri sera nel correre ho rotto i miei scarpini;
E non ho, poveraccio, né scarpe, né quattrini.
ALB.
Oh che baron!
CON.
Don Mauro non ti dà il tuo salario?
FRU.
Me lo dà, ma si contano i giorni sul lunario.
CON.
Che vuol dir? Non capisco.
FRU.
Vuol dir ch'egli è cortese,
Ma non mi dà un quattrino, se non finisce il mese.
ALB.
Sentìu che raccoletta?
CON.
Ma la villeggiatura
Non frutta degl'incerti?
FRU.
Eh sì, qualche freddura.
CON.
Per esempio, quei paoli ch'io ti donai sovente,
Sono pel tuo gran merito una cosa da niente.
FRU.
Vossignoria illustrissima m'ha sempre fatto grazia.
ALB.
E i mi mezzi ducati, coss'èi, sior malagrazia?
FRU.
I ducati che spesso mi diè vossignoria,
Il leon colle ali me li ha portati via.
ALB.
Eh galiotto!
FRU.
Davvero ci penso e mi confondo.
Son sempre senza un soldo, e non ho un vizio al mondo.
ALB.
Ma vardè che desgrazia!
CON.
Vien qui; narraci un poco.
Come impieghi le ore?
FRU.
Eh, mi diverto al gioco.
CON.
Bravo! non sai, meschino, dove il denar sen va?
ALB.
Se nol gh'ha un vizio al mondo, povero desgrazià!
FRU.
Questo non è gran cosa.
Non troverà un lacchè,
Che sia, gliel'assicuro, men discolo di me.
Non son di quei che vadano sì spesso all'osteria.
CON.
Ma ci vai qualche volta.
FRU.
Così per compagnia.
ALB.
E nol gh'ha un vizio al mondo.
Tiolè, sior virtuoso.
(rimette la chicchera sul tondino)
FRU.
E non mi dona niente? So pur ch'è generoso.
ALB.
Sì caro, un'altra volta.
Vado a sentir la dama.
(al Conte)
CON.
Poi venitemi tosto a dir quel ch'ella brama.
ALB.
Se de vu la me parla?
CON.
Sappiate regolarvi.
ALB.
Possio prometter gnente?
CON.
Sì, ma senza impegnarvi.
ALB.
Amigo benedetto, tolè sto mio conseggio:
Se ve volè taccar, tacchève al vostro meggio.
Le donne maridae le s'ha da lassar star;
Co le vedue no digo, ma ghe xe da pensar.
Per mi se anca la fusse un tantinin più brutta,
Piuttosto che una vedua, me piaseria una putta.
Ma voleu far l'amor? Felo come se deve.
O sia vedua, o sia putta, sposèla, e destrigheve.
(parte)
SCENA TERZA
Il CONTE e FRUGNOLO.
CON.
(Gran cosa! tutto il mondo vorrebbe maritarmi
Ci penserò ben bene innanzi di legarmi).
(da sé)
FRU.
(Non la finisce mai di ber la cioccolata?)
CON.
(Perché non può trattarsi la donna maritata?
Servirla onestamente? Oh madama non è
Nata una gentildonna; che cosa importa a me?)
Tieni.
(rimette la chicchera sul tondino)
FRU.
Con sua licenza.
(vuol partire)
CON.
Vien qui, non aver fretta.
Voglio discorrer teco.
FRU.
Il padrone mi aspetta.
CON.
Via, tieni un testoncello, e non andar sì presto.
FRU.
Ecco, metto giù il tondo, e fin che vuole, io resto.
CON.
Dimmi: È ver che don Mauro ha della inclinazione
Per la marchesa Ippolita?
FRU.
Lo fa per compassione
La poverina è vedova, ed ha, se non m'inganno,
Di rendita sicura seimila scudi all'anno.
È imbrogliata, meschina, con tante facoltà;
E farle il mio padrone vorria la carità.
Ma per quel ch'io capisco dagli andamenti sui,
La signora Marchesa fatta non è per lui.
Il lor temperamento non si assomiglia un pelo:
Ella ha il foco negli occhi, ei nelle membra il gelo.
Quando li vedo uniti, parmi vedere al paro
Con il mese d'Agosto il mese di Gennaro.
Egli cammina adagio, nel dir non ha mai fretta;
Ella cammina e parla, che par una saetta.
Sfogarsi la Marchesa, gridar può quanto vuole,
Innanzi ch'egli arrivi a dir quattro parole.
CON.
Oh, se foss'io, vorrei farle arricciar il naso.
FRU.
Eppure, signor Conte, sarebbe il di lei caso.
CON.
Per me? Frugnolo caro tu sei male avvertito.
Voglio godere il mondo.
Per or non mi marito.
FRU.
No, davvero? Perdoni il mio parlar da strambo;
Eppur s'intese dire, che si sperava un ambo
Fra lei e donna Bianca, nipote del padrone.
CON.
È ver, ma si è mandata a monte l'estrazione.
Al lotto delle donne la sorte spesso varia,
Quando che non si pigliano i numeri per aria.
Conosci tu la moglie del commissario?
FRU.
Certo.
Che giovine di garbo, che giovine di merto!
Quando così per grazia mi misero prigione,
Mi facea la mattina portar la colazione.
E quanto ben mi ha fatto, signore, e quante notti
Andar mi fece in camera a farle i papigliotti!
Mi aveano processato; ella il marito istesso
Obbligò a lacerare le carte del processo.
E posso dir che, in grazia di sua protezione,
Mi fecero innocente uscir dalla prigione.
CON.
Cosa avevi tu fatto?
FRU.
Cose di gioventù.
Portavo lo stiletto, ma non lo porto più.
CON.
A madama Graziosa mandai certa proposta,
Finora attesi in vano il messo e la risposta.
A te darebbe l'animo? So che un grand'uom tu sei.
FRU.
Non ho difficoltà.
Per me la servirei;
Però al commissariato andar non mi è permesso,
Perché pagar mi resta le spese del processo.
È ver che i suoi diritti donommi il commissario;
Ma quel che a lui si aspetta, pretende l'attuario.
Potrei con uno scudo sperar di liberarmi,
Ma se non ho lo scudo, non posso assicurarmi.
CON.
Galantuom, v'ho capito.
Eccovi bello e nuovo
Uno scudo di peso.
FRU.
Subito andar mi provo.
CON.
Portati bene, e bada condurti con destrezza.
FRU.
Aprir con queste chiavi m'impegno una fortezza.
(accenna uno scudo)
Se torno colle nuove d'uom valoroso e scaltro,
Meriterem lo scudo?
CON.
Te ne prometto un altro.
FRU.
(Vada due scudi al sette.
Va paroli sul tre.
Sette a levar sull'asso.
Sedici scudi a me).
(da sé, come se giocasse)
(Va tutto alla corona.
Tutto? non son sì tondo).
CON.
Ecco, tu pensi al gioco.
FRU.
Oh, non ho un vizio al mondo.
(parte)
SCENA QUARTA
Il CONTE solo.
CON.
Viva l'uom senza vizi.
Basta, chi più, chi meno,
Ne ha la sua parte in mente, ne ha la sua parte in seno.
Io posso dir per altro: non ne son senza affatto,
Ma non ne ho di quelli che fan diventar matto.
Gioco talor, ma il gioco non giunse ad impegnarmi:
Studio sovente ancora, ma senza riscaldarmi.
Gli esercizi violenti mi piacciono per poco.
L'aria variar procuro in questo o in altro loco.
Amo, finché mi piace.
Sto saldo, finché giova.
Non pongo mai per questo la mia salute in prova.
In somma quel mi piace, ch'esser miglior mi addita
Lo studio e la ragione al ben della mia vita.
Senza pescar affanni vo' vivere giocondo.
Quando son io perito, tutto perito è il mondo.
(parte)
SCENA QUINTA
Giardino
DONNA BIANCA e il signor ALBERTO.
ALB.
Con mi la se confida senza riguardo alcun,
Con tutta segretezza; qua no ghe xe nissun.
Taserò, se la vol; parlerò, se bisogna.
Ma via co sto fiffar(1), che la xe una vergogna.
BIA.
Ma quando che ci penso, signor Alberto caro,
Quel che inghiottir io devo, è un boccon troppo amaro
ALB.
Via, se tol delle volte delle pillole amare,
Ma le fa ben al stomego, le quieta el mal de mare.
BIA.
Il Conte...
(s'arresta piangendo)
ALB.
La finissa de dir; cossa xe stà?
BIA.
È senza discrezione, è senza carità.
ALB.
Chi ama, delle volte per troppo amar zavaria:
Xe mal tutte le mosche chiappar, che va per aria.
Vualtre putte un stomego gh'avè assae delicato.
El mondo, cara fia, savè come el xe fato.
BIA.
Se avete in cuor pietade, se siete un uom bennato,
Abbiate compassione del misero mio stato.
Questa è la prima volta che amor provai nel petto;
Il Conte mi ha obbligato amarlo a mio dispetto.
Quali attenzion, qual arte non usò il traditore,
Per mettermi, infelice! una catena al cuore?
Pel corso di due mesi, sei, sette volte il giorno,
O nello sterzo, o a piedi, venia nel mio contorno.
Andassi da' congiunti, o in altro luogo usato,
Me lo vedea mai sempre dietro le spalle, o allato.
In casa s'introdusse, e colla sua maniera
Guadagnò di mio zio la confidenza intiera.
Non eravi la sera dubbio che altrove andasse,
Godea di starmi appresso, parea che mi adorasse.
Diceami tai parole, tali mi dava occhiate...
Quali donzelle accorte, ah, non sarian cascate?
Che non fe', che non disse cogli artifizi suoi
Per essere condotto a villeggiar con noi?
Sui primi giorni ei stava quasi le notti intere
Sotto le mie finestre, con gioia e con piacere.
Vien la marchesa Ippolita; con lei passeggia e parla,
E della vedovanza principia a consolarla.
Scherza con lei di cose che figlia non intende;
Conosce che mi spiace, conosce che mi offende,
E seguita la tresca l'ardito in faccia mia?
A simili disprezzi chi può star saldo stia.
Sola passeggio, e taccio; egli mi segue allora,
Col riso sulle labbra protesta che mi adora.
Eh, non è questo il modo di millantare affetto.
Si deve ad una dama più amore, e più rispetto.
Per me l'ho conosciuto, di lui più non mi fido;
E so che il di lui cuore della menzogna è il nido.
Mi costerà la vita, lo so per mia sventura,
Ma voglio dal mio cuore staccarmelo a drittura.
(piange)
Piangerò qualche giorno pur troppo per suo vanto,
Ma finirà, sì certo, ma finirà anche il pianto.
ALB.
(Mo cospetto del diavolo, che son fatto cussì;
Me vien, co vedo a pianzer, le lagreme anca a mi).
(si asciuga gli occhi)
Donna Bianca carissima, ve parlerò sincero;
E po vardème i occhi, vederè se xe vero.
Digo anca mi che el Conte...
BIA.
Zitto, che vien mio zio.
ALB.
Gh'ho voggia che parlemo.
BIA.
Sì, che n'ho voglia anch'io.
SCENA SESTA
DON MAURO e detti.
ALB.
Velo qua, l'è capace de andar drio delle ore,
E ogni quattro parole el dirà: Sì, signore.
MAU.
Oh campagna, campagna...
che tu sia benedetta...
Ogni giorno si vede qualche novella erbetta...
Qua spunta un fior...
là un frutto...
qua, sì signor, l'ortica...
Oh campagna, campagna...
che il ciel ti benedica.
ALB.
Sior don Mauro, patron.
MAU.
Oh schiavo...
amico mio.
Nipote...
vi saluto.
BIA.
Serva sua, signor zio.
MAU.
Pensava...
meditava...
sì signor, fra di me,
Che...
non vi è della villa...
più bel piacer non vi è.
Mi figuro i villani, che levan di buon'ora.
Oh, sarà il bel piacere...
levarsi coll'aurora.
ALB.
No l'al gh'ha mai sto gusto?
MAU.
Io no, perché mi piace...
Star a goder in letto, sì signor, la mia pace.
ALB.
Ma per star con più comodo, ghe mancaria una sposa.
MAU.
Dieci anni, sì signore, pensato ho a questa cosa.
BIA.
E per me, signor zio, ci penserete poi?
MAU.
Eh...
altri dieci anni ci penserò per voi.
ALB.
Sarà da qua dies'anni un pochetin tardetto.
BIA.
Per me, signor, so pure che avete dell'affetto.
MAU.
Qua spunta la violetta, là spunta il gelsomino.
BIA.
(Andiamo a ritirarci in fondo del giardino).
(piano al signor Alberto)
ALB.
Con so bona licenza.
Andemo...
MAU.
Sì signore.
BIA.
Io muoio, se non posso sfogar il mio dolore.
Andiam, signor Alberto, andiam per carità.
(parte)
ALB.
(Oh ste putte, ste putte, le me fa un gran peccà).
(parte)
SCENA SETTIMA
DON MAURO, poi il signor DE' MARTINI
MAU.
Si vede la campagna...
fruttifera per tutto.
Io solo son un albero, sì signor, senza frutto.
Se la marchesa Ippolita...
volesse favorire,
Vorrei far qualche cosa...
innanzi di morire.
MART.
Signor, vi riverisco.
(parla sollecito ed altero)
MAU.
Padron.
(colla solita flemma, alzando la mano al cappello)
MART.
Son qui venuto
Per dirvi qualche cosa di un fatto che ho saputo.
MAU.
Son qui...
dove che po...
MART.
Certo signor Contino,
Che avete in casa vostra, egli è un bell'umorino.
Tenta le donne oneste con arte temeraria,
Tentò con imbasciate madama commissaria.
Ella è una savia femmina, che merita rispetto.
MAU.
Sì signor...
MART.
Non riceve nessuno nel suo tetto.
E il dico, e lo sostengo, e sono un uom d'onore,
E mi farò conoscere chi sono.
MAU.
Sì signore.
MART.
E dalla commissaria, se manderà il lacchè,
Cospetto! il signor Conte l'avrà da far con me.
Basta.
M'avete inteso.
Non sono un cavaliere,
Ma son chi sono alfine, e ho il modo, ed ho il potere.
Mi fu Castel Rotondo in affitto concesso,
E sono più padrone del feudatario istesso.
Poiché se vuol danari, dipendere ha da me;
E quando così parlo, parlo col mio perché.
Capite?
MAU.
Sì signore...
MART.
E posso a voglia mia
Ciascun, quando mi piace, dal feudo mandar via.
MAU.
Non credo, sì signore...
MART.
Perché, perché bel bello
Può darsi che mi riesca comprare anche il Castello.
E non sarebbe mica un caso estraordinario,
Che un agente si alzasse, cadendo il feudatario.
Parlo con voi, che siete buon galantuomo, amico;
E fate capitale di quel che ora vi dico.
Vi vedo volentieri, per bene vi avvertisco.
Faccio poche parole.
Signor, vi riverisco.
(parte)
MAU.
Questi è un uom, sì signore, che per me è fatto apposta.
Mi parla, e non ho briga di dargli la risposta.
Vuole ch'io dica al Conte?...
Oibò, non me ne intrico.
Io sono, sì signore...
della quiete amico.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Sala
La MARCHESA IPPOLITA.
IPP.
Non so che cosa m'abbia.
Non so che cosa sia.
Mi par questa mattina d'aver melanconia.
Son vedova, son ricca, chi sta meglio di me?
Eppur, per istar bene, mi manca un non so che.
Oh, siamo le gran pazze noi altre sciagurate!
Ci pare una gran cosa quell'esser maritate.
Alfine una fanciulla più di così non sa,
Sagrifica alla cieca la propria libertà.
Ma io, che ci son stata tre anni per disgrazia,
D'una catena simile dovrei esserne sazia.
Eppure mi circondano certi pensieri strani,
Eppure a maritarmi ritornerei domani.
La libertà è preziosa, so che del cielo è un dono,
Ma ha il matrimonio ancora la sua parte di buono.
SCENA SECONDA
Il CONTE e la suddetta.
CON.
Oh signora Marchesa, voi sola in questo loco?
IPP.
Conte, son malinconica; divertitemi un poco.
CON.
Che ci vorrebbe mai per farvi divertire.
Per rallegrar gli spiriti?
IPP.
Non so, nol saprei dire.
CON.
Eh, so ben io, signora, per voi che vi vorria.
IPP.
Voi mi verrete al solito a dir qualche pazzia.
E poi, se donna Bianca vi sente a dir così,
Le vederete il grugno alzar per tutto il dì.
CON.
Donna Bianca è una dama ch'io rispettare intendo,
Ma soggezion di lei per questo io non mi prendo.
IPP.
Ma quando di una donna l'amor si vuol pretendere,
Signor Contino amabile, da lei si ha da dipendere.
CON.
Dipendere, l'accordo, in cosa concludente,
Non in cose da nulla.
IPP.
Dipender ciecamente.
CON.
Io non penso così, signora.
IPP.
Poverino!
Se aveste a far con me, caro il mio bel Contino,
Star per amore, o a forza, alla passion dovreste.
CON.
Non ci starei, signora.
IPP.
Oh oh, se ci stareste!
CON.
Voi avete un gran merito, lo vedo, lo confesso;
Ma qual faccio coll'altre, con voi farei lo stesso.
IPP.
Ed io dopo tre giorni, Contin, vi manderei.
CON.
Ed io dopo tre giorni, Marchesa, me n'andrei.
IPP.
Eh, quando si vuol bene, non si può dir così.
CON.
A dirlo, fin adesso amor non m'impedì.
IPP.
Dunque mai non amaste.
CON.
Anzi non stetti un giorno
Senza sentir d'amore qualche passione intorno.
IPP.
Ma che vuol dir, che tante passion cambiate avete?
CON.
Vuol dir, che son le donne un po' troppo indiscrete.
IPP.
Che pretendete voi?
CON.
Dirò la verità:
Un po' di soggezione, e un po' di libertà.
IPP.
Non mi dispiace, a dirla; mi par la cosa onesta.
CON.
Che spiaccia, o che dispiaccia, la mia ragione è questa.
Dico così, che amore non ci ha da recar duolo.
Pria che con altri piangere, vo' rider da me solo.
IPP.
È una massima buona.
CON.
Pretendono le belle,
Che s'abbia tutto il giorno a sospirar per elle;
Che si stia come statue.
Non vedon col pensiero,
Che gli amanti si stancano?
IPP.
Non dite male.
È vero.
Avete certe regole da farne capitale.
Fra noi, a quel ch'io vedo, non si starebbe male.
CON.
Si starebbe malissimo.
IPP.
Perché?
CON.
Per la ragione
Ch'io non son uom sì facile da star alla passione.
IPP.
Oh, mi credete poi sì strana? v'ingannate.
CON.
Io sento quel che dite; non so poi quel che siate.
IPP.
Son una che agli incontri accomodar si sa.
CON.
Questa non è, per dirla, cattiva qualità.
Però da voi sentito ho cento volte e cento,
A dir che questi amori non sono che un tormento,
Che niuno in questo mondo legar non vi potria...
IPP.
Quante cose si dicono così per bizzarria!
CON.
È vero, e può anche darsi che sia un bizzarro umore,
Volante, passeggero, il dir ben dell'amore.
IPP.
Il bene, il mal d'amore anch'io distinguo e vedo.
Voi mi piacete assai.
CON.
Oh, adesso non vi credo.
IPP.
Perché?
CON.
Quando le donne principiano a lodarmi
Ho subito sospetto che vogliano ingannarmi.
IPP.
Dunque s'ha da sprezzarvi, per rendervi contento?
CON.
Le donne che mi sprezzano le pianto sul momento
IPP.
Siete un bell'umorino.
CON.
Son così di natura.
IPP.
Che sì, che vi fo piangere?
CON.
Non mi fate paura.
IPP.
Gli è, che, per dir il vero, perdere non vorrei
Per voi la miglior traccia delli disegni miei,
CON.
Volete maritarvi?
IPP.
Oh signor Cavaliere,
Ella, con sua licenza, non è mio consigliere.
CON.
Altro ci vuol, signora, che li consigli miei,
Per reggere una donna bizzarra come lei.
IPP.
Parmi, signor Contino, troppo eccedente il gioco.
CON.
Ma non mi avete detto, che vi diverta un poco?
IPP.
Signor, io vi consiglio andar da donna Bianca.
CON.
Vi andrei, ma a dir il vero, troppo voler mi stanca.
IPP.
So pur, che senza amori vivere non potete.
CON.
Ne posso degli amori trovar quanti volete.
IPP.
Il merito del Conte ne trova da per tutto.
CON.
Un merto troppo sterile non può sperar buon frutto.
IPP.
Certo, che mai non fruttano, o fruttano assai meno,
Le piante che non durano tre giorni in un terreno.
CON.
Ma se un terren trovassi, che fosse confacente,
Vorrei le mie radici fissarvi eternamente.
IPP.
Dunque si può sperare vedervi maritato.
CON.
Io non giurai per anche serbare il celibato.
IPP.
Fatelo.
CON.
È un po' difficile.
IPP.
Non ci pensate su.
CON.
Eh, quando è fatta, è fatta, e non si disfà più.
Voi che legata foste, ed or libera state,
Perché, s'è cosa buona, non vi rimaritate?
IPP.
Perché laccio a proposito peno trovare anch'io.
CON.
Ditemi, in confidenza.
Sarebbe buono il mio?
IPP.
Voi scherzate, signore.
CON.
E a voi preme davvero.
IPP.
Mi prema, o non mi prema, non deggio a voi svelarlo.
Ma il modo, se ne ho voglia, non mancami di farlo.
Son libera, son giovane, non ho bellezza alcuna,
Ma ho dote, che può fare d'un uomo la fortuna.
Non cercherò un marito nel ceto degli eroi;
Mi basta non trovarlo sprezzante come voi.
(parte)
SCENA TERZA
Il CONTE, poi FRUGNOLO.
CON.
Questo per dir il vero, se tal voglia ne avesse,
Sarebbe un matrimonio per far il mio interesse.
Ma pria di maritarmi tutto pensar conviene:
Il matrimonio è un laccio.
La libertà è un gran bene.
Son solo, e la famiglia vuol ch'io lo faccia, il so;
Ma la catena al piede più tardi che si può.
Mi piace la Marchesa brillante nei pensieri,
Farei l'amore un poco con essa volentieri,
E benché mostri altera sprezzarmi apertamente,
Mi par, se non m'inganno, piacergli internamente.
Oh, non durerà molto, perch'è una donna scaltra.
Eh ben, son sempre a tempo di ritrovarne un'altra.
FRU.
Eccomi qui, signore.
CON.
Che c'è? Vi è dell'imbroglio?
FRU.
Madama commissaria gli manda questo foglio.
CON.
Sentiam che cosa dice.
FRU.
Se potesse graziarmi,
Avrei necessità di presto liberarmi.
CON.
Che cosa vuoi?
FRU.
Mi pare, signor...
così all'intorno...
Che m'abbia un altro scudo promesso al mio ritorno.
CON.
È ver, la mia promessa defraudare non voglio;
Ma lascia pria ch'io legga quel che contiene il foglio.
Vuoi tu, s'ella mi sprezza, ch'io ti regali ancora?
FRU.
So io quel che di voi mi ha detto la signora.
CON.
Narrami qualche cosa.
FRU.
Dal foglio sentirete.
Non le par d'esser degna.
CON.
Dici davver?
FRU.
Leggete
CON.
Ha un gran brutto carattere.
FRU.
Ha scritto in fretta in fretta.
Potrebbe, verbigrazia, darmi lo scudo?
CON.
Aspetta.
Signor Conte Illustrissimo.
Intendo a discrezione.
Sono serva obbligata; lei sono mio padrone.
Le dico come quando, disse il Signor Lacchè
Vuol esser favorito Vossignoria da me.
Perché Vossignoria vuol esser favorito,
Ho detto la cagione di questo a mio marito.
E perché mio marito, ch'è il Signor Commissario,
In casa più non vuole l'Agente temerario.
Perché lui come quando vidde il signor Lacchè
Del Lustrissimo Conte ha strappazzato a me.
E io gli ho detto Asino, signor Conte Illustrissimo
E lui è andato in questo subito via prestissimo.
E come quando vuole, le faccio questo invito,
E il Signor Commissario ancora mio marito.
E scrivo questo foglio, e il Signor Conte mando,
E alla sua buona grazia son serva come e quando
Se vuol aver l'onore di venire da me;
E condurrà con lui anche il Signor Lacchè.
Che lettera, che lettera da mettere in cornice:
Se tratto questa donna, ho da essere felice!
Io che sol divertirmi cerco qualche momento,
Dove mai trovar posso miglior divertimento?
Prendi, che te lo meriti.
(gli dà uno scudo) Da madama Graziosa
Anderò quanto prima.
FRU.
Signore, un'altra cosa.
In fin di quella le
...
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