L'AMANTE DI SE MEDESIMO, di Carlo Goldoni - pagina 4
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In fin di quella lettera ha detto, pare a me:
"E condurrà con lei anche il signor lacchè".
CON.
Temerario! Lo so, che voi altri bricconi
Volete essere a parte talor con i padroni.
Se ardirai di por piede mai più su quelle scale,
Affé, di bastonate ti fiaccherò le spalle.
FRU.
Non ci anderò, signore, si fidi pur di me,
Quando non mi chiamasse a torcere il toppè.
(parte)
SCENA QUARTA
Il CONTE solo.
CON.
Ma che diran le dame, se vedon che mi getto
A fare a una pedina la corte a lor dispetto?
Dican quel che san dire; non manco al mio dovere,
Trattando alle ore debite con lor da cavaliere.
Circa all'affetto poi posso con libertà
Disporre, senza offendere la loro nobiltà.
Donna Bianca è sdegnata, è ben troncar l'impegno,
Che un dì potria condurmi a perdere l'ingegno.
Mi è ancor della Marchesa l'inclinazione oscura,
E madama Graziosa è pronta, ed è sicura.
Credo impiegarla bene un po' di servitù.
Io bramo divertirmi, senza cercar di più.
SCENA QUINTA
Il signor ALBERTO e detto.
ALB.
Amigo, son da vu con delle cosse tante.
CON.
Amico, in questo punto mi ho trovato un'amante.
ALB.
Donna Bianca, gramazza, l'abbandoné cussì?
CON.
Che dice donna Bianca?
ALB.
La pianze tutto el dì.
CON.
Ecco, codeste lagrime mi seccano all'estremo.
ALB.
Le dise ben le donne.
Gran omeni che semo!
Se una donna ne manca un attimo, un momento,
Se cria, se dise roba, se fa ressentimento,
El sesso tutto intiero se sente a maledir;
E de nu, poverazze, cossa no porle dir?
CON.
Io non son stato il primo.
Ragione ho sufficiente
Di staccarmi da lei.
ALB.
Ma la lassè per gnente.
CON.
Per niente? Ho da soffrire per sciocca gelosia,
Che mi perda il rispetto?
ALB.
Tolè, la xe pentia.
CON.
Pentita? Non lo credo.
ALB.
Conte, da quel che son
Mi l'ho ridotta infina a domandar perdon.
CON.
Perdono? Ad una dama tanto non si convien.
ALB.
Eh, che no xe mai troppo, quando che se vol ben.
CON.
Chiedere a me perdono?
ALB.
Sì ben, tra de nu tre.
CON.
Ma poi non lo farebbe.
ALB.
No l'al faria? Perché?
Co ve lo digo mi.
CON.
Sarebbe un bel trionfo
Questo per un amante.
ALB.
Deventeressi sgionfo.
CON.
Finor qualunque donna costretta a distaccarsi,
L'ho veduta crepare piuttosto che umiliarsi.
ALB.
E questa la se umilia, questa sa far de più
De tutte le altre donne.
CON.
È una bella virtù.
ALB.
Via, andemola a trovar; no fe che la zavaria.
CON.
Mi ha mandato a chiamar madama commissaria.
ALB.
E vorressi lassar per sto pettegolezzo
Una putta de un cuor, che al mondo no gh'ha prezzo?
CON.
Per dirvi quel ch'io penso, da amico confidente,
Dal cuor di donna Bianca son tocco internamente.
Ma ora s'io venissi a ragionar con lei,
La sentirei a piangere, e mi rattristerei.
Fate così: trovato, dite, che non mi avete;
Ditele che sperate, che alfin mi conoscete,
Che son un che si placa, quando un amico parla,
Cercate a poco a poco la via di consolarla.
Quando sarà calmata, verrò più volentieri.
Vedrem se son costanti frattanto i suoi pensieri.
Non dico ch'io pretenda ch'ella perdon mi chieda,
Ma dite che non pianga, che taccia e che mi creda.
Intanto da madama vo a trattenermi un poco:
Non vado per amore, vadovi sol per gioco.
Vado, perché la visita è da madama attesa.
Se nol sa, donna Bianca non può chiamarsi offesa.
Non fo che a me scemare la noia di quel pianto.
Finché voi la placate, vo a divertirmi intanto.
Quando si può un momento aver di quiete al mondo,
S'ha da lasciar per piangere? Signor no, vi rispondo.
Io sono un galantuomo, farò quanto vi dico;
Ma voglio divertirmi.
A rivederci, amico.
(parte)
SCENA SESTA
Il signor ALBERTO solo.
ALB.
Con tutta l'amicizia, sì per diana de dia,
Che sto caro sior Conte quasi lo mandaria.
Mi che son de buon cuor, che là son arlevà,
Dove se pregia tutti d'aver della pietà,
No me posso dar pase, che el tratta in sta maniera
Una che ghe vol ben, che pianze e se despiera.
Gh'ho proprio el cuor serrà: eh, matto che son mi;
No gh'intro per un bezzo, e afflizerme cussì?
Se tanto me dà tanto, se son appassionà,
Cossa faravio allora, se fusse innamorà?
Creperave, ho paura.
Donca, scomenzo a dir
Che el Conte gh'ha rason d'andarse a devertir.
Ma el gh'ha torto, el gh'ha torto.
Chi vol la libertà,
Se lassa star le putte.
La xe una crudeltà.
Avanti de taccarse, bisogna aver inzegno.
Dopo, chi è galantomo, no ha da lassar l'impegno.
O el Conte ha da resolver de far quel che ghe digo
O in mi, ghe lo protesto, el trova un so nemigo.
I omeni onorati no i pol soffrir ste azion.
Son Venezian, né voggio far torto alla nazion.
(parte)
SCENA SETTIMA
Camera in casa del Commissario.
MADAMA GRAZIOSA ed il CONTE.
MAD.
Favorisca, illustrissimo.
(alla dritta del conte)
CON.
Oh, formiamo i capitoli.
Primo, che fra di noi s'ha da lasciare i titoli.
MAD.
Compatisca, son usa così titoleggiando,
Perché, veda, anche me mi van lustrissimando.
CON.
Bene, tutto va bene, vi venero, vi stimo,
Ma da una banda i titoli per capitolo primo.
MAD.
Come comanda lei: favorisca sedere.
Oh no, da questa parte.
(passa alla sinistra)
CON.
Oibò.
MAD.
So il mio dovere.
CON.
Capitolo secondo: fra noi, vi raccomando
Che vadano per sempre le cerimonie in bando.
MAD.
Illustrissimo sì.
CON.
Via, madama carissima,
Sedete.
MAD.
No, s'accomodi vossignoria illustrissima.
CON.
Oh, va lunga l'istoria.
Se devo venir qui,
Vo' che trattiam del pari.
MAD.
Illustrissimo sì.
CON.
Dunque alla commissaria, per fare i dover miei,
Darò anch'io l'illustrissima.
MAD.
Come comanda lei.
CON.
(Oh, me l'ho da godere!) Che cosa mi comanda
Vossignoria illustrissima?
MAD.
I titoli da banda.
CON.
Madama, è qualche tempo che aspiro a quest'onore,
D'essere vostro amico e vostro servitore.
MAD.
Se andate su nei cembali, signor, non vi rispondo.
Le cerimonie a parte.
Capitolo secondo.
CON.
Così mi piace, e il terzo capitolo sarà,
Che abbiate a comandarmi con tutta libertà.
MAD.
Anch'io, se in qualche cosa potessi favorirla...
CON.
(Povera commissaria! Bisogna compatirla).
(da sé)
MAD.
Starà molto da noi?
CON.
Sì, spero di fermarmi.
MAD.
Mi farà sempre grazia, se verrà a incomodarmi.
CON.
Ma voi vi confondete in vani complimenti.
I capitoli nostri saranno inconcludenti.
MAD.
Siccome sono avvezza legger continuamente,
Imparo i buoni termini, e me li tengo a mente.
CON.
Che leggete di bello?
MAD.
Non mi ricordo più.
Leggo...
come si chiama? Ah sì, il Fior di virtù.
CON.
Non avete commedie scritte sul stil moderno?
MAD.
Oh, che son tanto belle! le ho lette quest'inverno.
Ma non erano mie: se le potessi avere!
CON.
Le farò venir io.
MAD.
Mi farà ben piacere.
CON.
Sì, scriverò in Venezia.
MAD.
Scrive a Venezia? Aspetti.
Faccia venire ancora un poco di fioretti.
CON.
Ben volontieri.
MAD.
E...
senta.
Potria coll'occasione
Ordinar dell'argento per una guarnizione:
Dieci o dodici braccia.
Me lo farà mandare?
CON.
(Eh, per la prima visita mi posso contentare).
(da sé)
Dirò, l'argento, i libri, i fiori, tutto insieme
Farà troppo volume.
MAD.
Dei libri non mi preme.
CON.
Sentite, mia signora, voglio parlarvi schietto,
Per darvi un certo segno d'amore e di rispetto.
Son cavalier, son tale che il suo dover lo sa;
Che comandiate, ho detto, con tutta libertà.
Ma son uom capriccioso.
Godo infinitamente
Che giungano le cose così improvvisamente.
Vedrò quel che vi piace, con animo di farlo,
Senza che vi prendiate fastidio a domandarlo.
MAD.
Oh, non son io di quelle che usano domandare.
Il cielo me ne guardi.
Non saprei come fare.
Quello che mi bisogna, me lo fa mio marito;
Saran due settimane, che mi comprò un vestito.
Manca la guarnizione; vedrà ch'è necessaria;
Ma non domando niente, non son sì temeraria.
CON.
(A far i complimenti non ha molto imparato,
Ma per tirar dei colpi pare un libro stampato).
(da sé)
MAD.
Lo vuol veder quest'abito?
CON.
Lo vederemo poi.
Or, madama carissima, mi basta veder voi.
MAD.
Vede poco di buono.
CON.
Eh, vedo un occhio scaltro.
Vedo, o di veder parmi (credo non ci sia altro).
MAD.
Come sta di amorose, signor Contino mio?
CON.
Non son ventiquattr'ore, che libero son io.
MAD.
Caspita, il ferro è caldo!
CON.
Un ferro indebolito
Da voi più facilmente può essere colpito.
MAD.
Se potessi rispondere!
CON.
Dite, son preparato.
MAD.
Direi che dall'amore il ferro è logorato.
CON.
Cospetto, questa frase è affatto romanzesca.
MAD.
Che crede, mio signore? Anch'io son Petrarchesca.
CON.
Sapete far sonetti?
MAD.
Oh sì, signore, in letto.
CON.
(Costei ha dello spirito.
Ci ho gusto, ci ho diletto).
Il signor de' Martini vien da voi?
MAD.
No, signore.
Sarà, che non ci viene...
CON.
Quanto sarà?
MAD.
Sei ore.
CON.
Madama, vi ho capito.
Non siete sempliciotta.
E se il mio ferro è caldo, il vostro ferro scotta.
MAD.
Non lo voglio più certo quel prosontuoso ardito.
CON.
Che cosa vi ha egli fatto?
MAD.
Ecco qui mio marito.
SCENA OTTAVA
Il COMMISSARIO e detti.
CON.
Oh signor commissario, di grazia, si contenti (s'alza)
Gli faccia i miei divoti sinceri complimenti:
A lei che tanto stimo, permetta che offerisca
Servitù senza fine, e ch'io lo riverisca.
COMM.
Signor, troppo mi onora, venendo in queste soglie
favorir la casa, a favorir mia moglie.
S'accomodi, la prego, la prego, signor mio.
CON.
Ella vuol star in piedi? (il Conte vuol prendere la sedia)
COMM.
Sederò un poco anch'io.
(il Commissario la prende da sé, e siedono)
Cosa abbiamo di nuovo delle cose del mondo?
CON.
Io colle novità davver non mi confondo.
La novità che stimo, in questo dì felice,
È l'amicizia vostra.
MAD.
Oh signor, cosa dice?
Nostro onor che si degni venire in questi quarti.
COMM.
Da brava, commissaria, fate voi le mie parti.
CON.
Gentil moglie e marito.
Dite, signor, vi prego,
È molto che godete l'onor di quest'impiego?
COMM.
Il triennio è vicino a terminar ben presto.
E non so dir poi dopo, se resto o se non resto.
Si aspetta il feudatario da noi, oggi o domani:
Vorrei mi confermasse; ciò sta nelle sue mani.
Ma ho dei nemici molti: con arte e con malizia
Hanno disseminato ch'io vendo la giustizia.
Ciò non è ver, credetelo.
Non sono interessato;
Ma siamo malveduti da tutto il marchesato.
Mia moglie, ch'è la donna più amabile del mondo
L'invidiano, l'invidiano quei di Castel Rotondo.
Dicono i maldicenti quel che lor viene in bocca;
Ed è la mia rovina, se andarmene mi tocca.
Oggi o doman si aspetta il nostro feudatario.
Signor, non vorrei essere ardito e temerario:
Altri che voi non puote far che il signor Marchese
Voglia un altro triennio tenermi nel paese.
Vi prego, signor Conte, di questa grazia, e poi...
Signora commissaria, pregatelo anche voi.
(da sé)
CON.
(Oh, son bene impicciato!) (da sé)
MAD.
Non ho merito alcuno...
CON.
Voi meritate molto.
COMM.
Signor Conte, io son uno (si alza)
Che non può lungamente parlare, e star seduto.
Mi raccomando, e basta.
Vi abbraccio e vi saluto.
(parte)
SCENA NONA
MADAMA GRAZIOSA ed il CONTE.
CON.
(Son venuto in buon'ora).
(da sé)
MAD.
E ben, sperar potrò
Che parliate al Marchese?
CON.
Signora, io parlerò.
MAD.
Si vederà da questo, se siete un vero amico.
CON.
(Ho da cercar fastidi, io che ne son nemico?
Basta, ci sono).
(da sé)
MAD.
A dirla, poco lei mi consola.
CON.
Son cavalier, madama, vi do la mia parola.
Parlerò col Marchese con forza e con impegno
Sol della grazia vostra per rendermi più degno.
Faccio però lo sforzo maggior di vita mia:
Son uno che mi piace la quiete e l'allegria.
MAD.
Oh caro signor Conte, non dubiti niente;
Staremo, in avvenire, staremo allegramente.
Da me non averete altri fastidi al mondo.
CON.
Io penso a viver quieto, a vivere giocondo.
SCENA DECIMA
Il signor DE' MARTINI finanziere, e detti.
MART.
Si può venir? (di dentro)
CON.
Chi è questi?
MAD.
Costui più non lo voglio.
È il signor de' Martini.
CON.
(Oh, questo è un bell'imbroglio!)
MART.
Servo di lor signori.
CON.
Servitore obbligato.
MART.
Favorite: don Mauro, signor, non vi ha parlato?
CON.
Di che dovea parlarmi?
MART.
D'un certo non so che.
Che v'interessa voi, questa signora, e me.
MAD.
Oh signor de' Martini, vi dico apertamente,
Che qui non mi venite a far l'impertinente.
Finor, se vi ho sofferto, sapete come fu.
Ve lo ridico in faccia, non ci venite più.
MART.
Oh cospetto!...
MAD.
Portate rispetto al commissario.
Tocca a voi, signor Conte, punir quel temerario.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Il CONTE ed il signor DE' MARTINI.
MART.
Voglio soddisfazione.
CON.
(Orsù, questa non è
Casa, per quel ch'io vedo, da frequentar da me).
(da sé)
MART.
Farmi un affronto simile? A me codesta azione?
CON.
Quietatevi, signore.
MART.
Voglio soddisfazione.
CON.
Ehi, signor de' Martini, zitto, che siamo in due;
Ognuno in questo caso può far le parti sue.
Ma io coi pari vostri, se von soddisfazione,
Zitto, signor Martini, adopero il bastone.
MART.
Vossignoria illustrissima non sa quel che m'han fatto.
CON.
Per me vi parlo schietto, non vo' diventar matto;
Non vo' scaldarmi il sangue; di core ve lo dico,
Se posso compiacervi, vi sarò buon amico.
Soffrite un giorno solo lontan da questo tetto,
E poi la casa libera lasciarvi io vi prometto.
MART.
Perché un giorno lontano?
CON.
Candidamente io parlo;
Son corso in un impegno, e voglio consumarlo.
A momenti s'aspetta che venga il feudatario
Promesso ho di parlare a pro del commissario.
Puol esser che una volta qui di venir m'accada,
E finché ci son io, vossignoria sen vada.
Dopo, vi torno a dire, tornate francamente;
Ve lo prometto e giuro, non m'importa niente.
MART.
Ritornerò domani.
CON.
Bene, ma intanto andate.
MART.
Aspetto il commissario.
CON.
No, qui non l'aspettate.
MART.
Servitor umilissimo.
CON.
Amico, vi son schiavo
MART.
Non son uom di paura, ma ho del rispetto.
(parte)
CON.
Bravo.
Dice bene il proverbio, lo provo in questo giorno:
Alfine s'infarina, chi del mulin va intorno.
Dai oggi, dai domani, cambia, ricambia amori,
Alfin si trovan quelli che costano sudori:
Impegni con signori, impegni con amanti,
Pericolo alla vita, pericolo ai contanti.
Per me, che son nemico di affanni e di tormenti,
Sta volta ho ritrovato buon pan per i miei denti.
Mi consolo per altro, che durerà per poco:
Grand'acqua non ci vuole per spegnere il mio foco.
Basta che trovi ostacolo alla mia pace vera,
Mi accendo la mattina, son libero la sera.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
La MARCHESA IPPOLITA, poi DON MAURO.
IPP.
Eppur si danno al mondo dei colpi stravaganti.
Nascono delle cose non prevedute innanti.
Chi mai creduto avria, che avesse ad arrivare
Quel diavolo del Conte a farmi sospirare?
Eppure a mio dispetto, da poco tempo in qua,
Provar questa mi tocca graziosa novità.
Ho detto cento volte, ch'io non sarei sì pazza
Amar un che superbo le femmine strapazza.
Conosco, so benissimo ch'è un spirito volante,
Un cuore che non fissa, un animo incostante.
Eppur, ch'il crederebbe? eppure, a mio dispetto,
Mi ha fatto innamorare, che tu sia maladetto.
Ma che sperar poss'io da questo amor novello?
Vedermi, se mi spiego, piantata in sul più bello.
Ho una ragazza a fronte, ch'è prima in pretensione,
Ho il dubbio d'esser posta dal Conte in derisione;
E poi ho questa bella testaccia mamalucca, (vedendo venire don Mauro)
Che a forza di finezze mi stucca e mi ristucca.
MAU.
Posso? (in distanza)
IPP.
Non è padrone?
MAU.
Permette la signora? (avanzandosi un poco)
IPP.
A far tre passi e mezzo ci metterete un'ora?
MAU.
Allor quando mi accosto...
a quel vezzoso ciglio,
Io tremo, sì signora...
qual timido coniglio.
IPP.
Ma don Mauro carissimo, voi lo sapete pure,
Che sono inimicissima di tai caricature.
MAU.
Eh Marchesa, Marchesa! Se dir quello che bramo...
Potessi apertamente...
Volete che sediamo?
IPP.
Tutto quel che vi piace.
MAU.
Vezzosa compiacenza! (caricato va per le sedie)
IPP.
(Con questo seccatore ho una gran sofferenza!)
MAU.
Eccone una.
IPP.
Bravo.
Via, siate svelto e lesto.
MAU.
Ecco qui.
Sì signora...
Ah, non ho fatto presto?
IPP.
Bravissimo.
MAU.
Per voi, se fossi in alto, in alto...
Sollecito saprei precipitar d'un salto.
Ah! che vi par?
IPP.
Così.
Dir presto la parola.
MAU.
Sì, mi farò prestissimo sotto la vostra scuola.
Oh! venendo al proposito...
sì signor...
son venuto...
E però...
vorrei dire...
e non è che un tributo...
Perché...
sono avanzato...
ma sono...
di buon core...
Come vedete alfine...
e posso...
sì signore...
Non so se mi capite.
IPP.
Poco.
MAU.
Mi spiegherò.
Non ho mai...
preso...
moglie.
E parenti non ho...
La nipote...
ma presto...
sì signore...
anderà...
Io...
sì signore...
alfine ho delle facoltà.
I cinquanta non sono...
e il medico mi ha detto...
Sì signore...
mi ha detto...
e non ho certo aspetto...
Vi son di quei che sono, sì signore, in età;
Ma io...
grazia del cielo...
ch'è poi la sanità.
Eh, non si parla...
Basta...
concludo...
Se volete...
Per esempio...
potrebbesi...
Sì signora...
intendete?
IPP.
Signor, per vostra regola, vi dico e vi avvertisco,
Che più che mi parlate, io meno vi capisco.
MAU.
Toh! toh! sarà possibile? Questo mi riesce amaro.
Sono un poco confuso...
ma...
parlerò più chiaro.
IPP.
(Già so che mi vuol dire lo sciocco innamorato).
MAU.
Principiamo da capo.
(Sono un poco imbrogliato).
Oggi saran tre anni...
IPP.
Ma via, don Mauro caro,
Quel che volete dirmi, ditelo presto e chiaro.
MAU.
(Sta un poco guardandola senza parlare, poi dice)
Questo termine caro...
che voi mi avete detto,
Lo dite, sì signora...
per burla, o per affetto?
IPP.
Non ardirei burlare un uomo come voi.
MAU.
Eh! (sospira, e si accosta un poco più colla sedia)
IPP.
Che avete, don Mauro?
MAU.
Orsù, venghiamo a noi.
IPP.
Via, presto.
MAU.
Son tre anni
IPP.
Che cosa?
MAU.
Che vi adora...
IPP.
Ma chi?
MAU.
Quel che vi ama...
IPP.
Siete voi?
MAU.
Sì, signora.
(vergognandosi)
IPP.
Vi dirò...
MAU.
Ma di grazia, due parolette sole.
IPP.
Perché andar per le lunghe?
MAU.
Mi spiccio in due parole.
Vorrei...
IPP.
Cosa?
MAU.
Vorrei...
IPP.
Essere mio marito?
MAU.
Sia ringraziato il cielo...
che mi avete capito.
IPP.
Avete altro da dirmi?
MAU.
Eh, ci sarebbe ancora...
IPP.
Volete ch'io risponda?
MAU.
Se vi par...
sì signora.
IPP.
Voi mi onorate troppo, signor don Mauro amabile,
Credendomi una donna che sia desiderabile.
Avete, lo confesso, un merito perfetto;
Siete di bella età, siete di bell'aspetto.
(don Mauro si accosta un poco più colla sedia)
Per beni di fortuna siete un ricco signore,
E avete alla fortuna un animo maggiore.
Cento donne vorriano aver per loro sposo
Un uom così ben fatto, un uom sì generoso.
(don Mauro s'accosta)
Ma in quanto a me, signore, vi svelo i pensier miei;
Parlo libera e schietta, io non vi piglierei.
(don Mauro si ritira un poco)
Voi siete un uom flemmatico, io son donna furiosa.
Voi siete un uom pacifico, io son troppo stizzosa.
(vuol ritirarsi don Mauro)
È ver che si suol dire, che il troppo unito al poco
Può moderar sovente gli estremi a poco a poco;
E voi col vostro gelo scemando in me il bollore,
Scioglierebbe il mio caldo il gel del vostro cuore.
(don Mauro s'accosta)
Ma tutti due faremmo una fatica estrema,
Ed al pensarvi solo, sento che il cuor mi trema.
Onde, signor don Mauro, parlo liberamente,
Meglio per voi, per me, sarà non ne far niente.
(don Mauro si scosta)
Siete voi persuaso di mia sincerità? (don Mauro si va strofinando in faccia)
MAU.
Non troppo.
IPP.
Riflettete.
MAU.
Non mi persuaderà.
IPP.
Sareste voi contento d'una consorte altiera?
MAU.
Perché no?
IPP.
D'una donna, per esempio, ciarliera?
Che a una parola vostra ne rispondesse sei?
Che spesso andasse in collera?
MAU.
Io non le baderei.
IPP.
Una che far volesse in casa da padrona,
Disporre a suo talento?
MAU.
Quando non mi bastona...
IPP.
E voi non gridereste, sentendo ad ogni articolo
Oppor contraddizioni?
MAU.
Gridar? non vi è pericolo.
IPP.
Ma io, quando mi prende la bile, vado giù;
E quando non rispondono, vo in collera di più.
MAU.
Questo qui è il più difficile; gridare è il mio tormento.
Potrei, per darvi gusto, gridar per complimento.
IPP.
(Un uom miglior di questo trovar io non potrei).
MAU.
Io son un, sì signore...
che bado a' fatti miei.
Mi piace il vostro volto...
per voi ho dell'affetto;
Non crederei voleste gridare anche nel letto.
IPP.
Perché no? può arrivarmi là ancor qualche impazienza.
MAU.
Eh, dovrei, sì signore, soffrirlo con pazienza.
IPP.
(Questi, per dir il vero, è un uomo estraordinario).
(da sé)
SCENA SECONDA
Il SERVITORE e detti.
SER.
Signore, in questo punto è giunto il feudatario.
MAU.
Il marchese Fernando? Che farne io non saprei.
SER.
E ho inteso dir, che venga ad alloggiar da lei.
MAU.
Da me?
SER.
Perché il palazzo, dicono, è rovinato.
MAU.
Oh signor feudatario, gli son bene obbligato.
(con caricatura)
IPP.
Signor, vi fa un onore.
Non convien disprezzarlo.
MAU.
Quest'onor, sì signore, poteva risparmiarlo.
Sto qui con libertà; son uno che mi piace
Gli amici confidenti godermeli con pace.
E poi, cara Marchesa, ho altro in capo, affé.
Sono un poco confuso, e sapete perché.
IPP.
State allegro, don Mauro, che non si può sapere,
Fino che siamo vivi, quel che ci può accadere.
MAU.
Ah furbetta, furbetta! Va dal mastro di casa;
Digli che faccia lui...
che accomodi la casa.
Che la tavola...
basta...
avvisato non fui.
Digli che, sì signore...
digli che faccia lui...
Eh...
di' alla governante...
che mettermi vorrei...
Che tiri fuori un abito...
digli che faccia lei.
SER.
E circa alla credenza vuol qualcosa di più?
MAU.
Credenza? sì signore...
direi...
basta, fa tu.
SER.
(Parte)
IPP.
Fa tu? Deve il padrone vedere i fatti suoi.
Se fossi vostra moglie...
MAU.
E ben, fareste voi.
IPP.
(Oh che marito amabile!)
MAU.
Ehi, mi par di sentire.
IPP.
Arrivano le sedie, andatevi a vestire.
MAU.
Andrò...
basta, vorrei...
Sì signor, risolvete.
Via, penar non mi fate...
Già so che m'intendete.
(parte)
SCENA TERZA
La MARCHESA IPPOLITA.
MAR.
Non vi è meglio di lui, se si fa fare apposta,
Ma io con tutto questo non sentomi disposta.
Lo so, lo so chi è il Conte; pur di buon occhio il veggio.
Disse pur ben, chi disse che ci attacchiamo al peggio.
Ma l'occhio che lo guarda, è un occhio traditore,
E terrò bene in guardia contro gli sguardi il core;
Ché si fa presto a dire un sì senza consiglio,
Che forma eternamente di femmina il periglio.
Vuol divertirsi il Conte? Ben, mi diverto anch'io.
L'amor suo è passeggero? tal sia con esso il mio.
Vien l'amica: non so, se sia pacificata.
Voglio spiar qua intorno, girando inosservata.
(parte)
SCENA QUARTA
DONNA BIANCA ed il signor ALBERTO
ALB.
Mo cara donna Bianca, ghe l'ho pur dito avanti,
El Conte no vol smorfie, el Conte no vol pianti.
La me dise, Signor, non piango, vel prometto;
E po ghe vedo sempre ai occhi el fazzoletto.
BIA.
Se foste nel mio caso! Basta, mi sforzerò.
Ma il Conte non si vede? Dove sarà?
ALB.
Nol so.
(El sarà a far el matto, sto sior senza giudizio).
BIA.
Eh, questo suo ritardo è un bruttissimo indizio.
Voi con belle parole badate a speranzarmi,
Ma il cuor mi fa temere, né il cuor suol ingannarmi.
ALB.
Mo za, vualtre donne gh'avè sta fantasia,
Che el cuor ve diga tutto: oh che malinconia!
Voleu che mi ve spiega cossa che xe sto cuor,
Che dise e che desdise, segondo el vostro umor?
In ogni dubbio evento se sente per natura
Un poco de speranza, un poco de paura.
Co vien la bona nova d'una felicità,
Se dise per usanza, el cuor l'ha indovinà.
Co vien la nova trista, oimè, mortificada,
Se dise, ah che el mio cuor me l'ha pronosticada.
Onde succeda pur quello che el ciel destina,
El cuor l'ha sempre dito, e sempre el l'indovina.
BIA.
Un segno è il non vederlo, che meco ha dello sdegno.
ALB.
Quando ch'el vegnirà, sarà finio sto sdegno.
BIA.
Vedrete, che in tutt'oggi il Conte non verrà.
ALB.
Via, cossa vederoggio? La toga; eccolo qua.
(osservando fra le scene)
BIA.
Oimè! nel rivederlo...
(si pone il fazzoletto agli occhi)
ALB.
Oh, la me fa un despetto!
Vorla zogar...
debotto ghe sbrego el fazzoletto...
BIA.
Non piangerò, vel giuro, vo' soddisfarlo in questo:
Non abbia di sdegnarsi sì debole pretesto.
Farò quanto potrò, per vincere un ingrato.
ALB.
(Poverazza! Se vede, che la gh'ha el cuor ben fato).
SCENA QUINTA
Il CONTE e detti.
CON.
(Non trovo poi di meglio di donna Bianca).
ALB.
Oh, oh!
Ben vegnudo, sior Conte.
CON.
Eccomi, chi mi vuò?
BIA.
Né anche un saluto a me?
ALB.
Una finezza gnanca?
CON.
Son servitor divoto.
Come sta donna Bianca?
BIA.
Bene, sien grazie al cielo.
E starò meglio ancora,
Se sono in grazia vostra.
ALB.
Sentìu? (al Conte)
CON.
Oh mia signora!
ALB.
Oh signora, signora! Cossa andeu signorando?
No me fe stomeghezzi; molèghe, o che ve mando.
CON.
Donna Bianca sa bene, per lei se ho dell'affetto.
BIA.
Trattenermi non posso.
(mette il fazzoletto agli occhi)
ALB.
Mo zo quel fazzoletto.
(piano a donna Bianca)
CON.
Ma le sarà anche noto il mio temperamento,
Che il sospettare a torto suol fare il mio tormento;
E credere non posso, che vantisi d'amarmi
Chi senza fondamento congiura a tormentarmi.
Io son di un cuor sì tenero, che i pianti, che i sospiri
Mi toccano le fibre, mi portano ai deliri;
E per non comparire ridicolo ed insano,
Fo sforzi di natura, mi struggo e mi allontano.
ALB.
Séntela? (a donna Bianca)
BIA.
Non credeavi, signor, sì bilioso.
ALB.
Da cosa vien sta bile? Da un cuor che xe amoroso.
(a donna Bianca)
No xe vero? (al Conte)
CON.
Sì certo; ho un cuor di una tal pasta...
Sono sì delicato...
non sta a me dirlo...
basta.
ALB.
Qua no ghe xe bisogno de barattar parole.
Vu disèghene cento, ghe ne voi dir do sole.
Ghe voleu ben, sior Conte?
CON.
Altri che lei non amo.
ALB.
Ghe voleu ben, patrona?
BIA.
Altri che lui non bramo.
ALB.
Donca non occorr'altro.
Son un amigo onesto.
Mi ho fatto el mio dover: tocca a vualtri el resto.
SCENA SESTA
Il CONTE e DONNA BIANCA.
CON.
Avete ancor scacciato dal sen quel rio timore,
Che mi tormenta l'anima?
BIA.
Parlate con amore.
Voi siete di cuor tenero io non l'ho men flessibile;
E poi son donna alfine, di voi più compatibile.
Se tanto non vi amassi, sarei men tormentosa.
Amor mi fa stucchevole, amor mi fa sdegnosa.
Veder sugli occhi miei...
ma via, non vo' annoiarvi.
Che non farei meschina, affin di soddisfarvi?
Voi siete il primier uomo, onde ad amare ho appreso:
Voi mi avete nell'anima il primo foco acceso.
E se da voi pretende la ricompensa il cuore,
Sdegno non è che il chiede; ve lo domanda amore.
(piange)
Ah, signor, perdonate, se il lagrimar vi spiace.
CON.
No, cara, un pianto tenero è un lagrimar che tace.
(restano un poco ammutoliti)
SCENA SETTIMA
La MARCHESA IPPOLITA e detti.
IPP.
L'amor, per quel ch'io vedo, li fa dormir nel foco;
La carità m'insegna, che li risvegli un poco.
(da sé, in distanza)
CON.
(Non so che dir; non trovo ragion per iscusarmi).
(da sé)
IPP.
Vi son serva, signori; è permesso avanzarmi?
BIA.
Il luogo è tanto pubblico, che può venir chi vuole.
IPP.
Ma perché, quando io vengo, sospender le parole?
Avete soggezione di me? Mi fate torto.
Vi farò da piloto per affrettarvi al porto.
Che non farei, amica, per non vedervi in duolo?
E per il signor Conte, ch'è tanto buon figliuolo?
CON.
Eh! la marchesa Ippolita sempre è bizzarra almeno.
BIA.
Già non si può nascondere, quel che si chiude in seno.
Ognun sa che ci amiamo; e la Marchesa anch'essa
Tinta non sarà meno da questa pece istessa.
IPP.
Come? credete voi, che ami il Contino anch'io?
BIA.
Oh, non è ciò che intendo di dir col labbro mio.
Non vi è altri nel mondo? Ma chi scusar si suole
Fa veder che si sente toccar dove gli duole.
IPP.
Se davver mi dolesse, pianger farei pur tanto!
BIA.
Eh! chi sa che per voi qualcun non abbia pianto?
CON.
Signore mie...
IPP.
Codesto sarebbe troppo onore
Per me, che non ho merito.
BIA.
Un bell'onor!
CON.
Signore.
Possibil che non possano darsi due donne unite;
Senza che si promova motivo d'una lite?
IPP.
Caro Conte garbato!
BIA.
Io sono in casa mia.
Non vo a insultar nessuno.
IPP.
Signora, anderò via.
Se qua sono venuta, quasi a dispetto mio
Mi fe' quel seccatore venir di vostro zio.
A me, grazie alla sorte, da villeggiar non manca,
Senza un tale rimprovero soffrir da donna Bianca.
E se mi cal d'amanti, ce n'è penuria al mondo?
Se perduto ho un marito, non troverò il secondo?
È il Conte un amorino? È un principe d'altezza?
È l'idolo de' cori, l'idea della bellezza?
È tal che non lo stimo, e glielo dico in faccia.
Tenetelo, godetelo; per me, buon pro vi faccia.
BIA.
Rispondervi non lice a una fanciulla onesta.
IPP.
Oh oh, se non avete altra ragion che questa!
CON.
Se vi siete sfogata, posso sperare adesso,
Che mi sarà, madama, rispondervi concesso.
Son un che non mi stima la signora Marchesa.
Quello che dir s'intenda, non l'ho per anche intesa.
IPP.
Non occor che mi spieghi.
CON.
Son un che non mi stima.
Quando così si parla ci si riflette in prima.
Saprà che la mia casa non cede in nobiltà
A quelle che sostengono l'onor della città.
Non son prence d'altezza, ma il feudo ch'io possedo
Ha tale indipendenza, che a un principe non cedo.
Non sono un amorino, né l'idolo de' cuori,
Ma non penai gran cosa a mendicar favori.
E per mia gloria somma, so che di me s'è accesa,
Fra tante e tante dame, la signora Marchesa.
IPP.
Io? Mentite.
CON.
Una donna, sia semplice, sia ardita,
A un uom impunemente può dare una mentita.
Rispondervi saprei; ma taccio, e non m'impegno.
Con femmine mi scaldo per altro che per sdegno.
IPP.
Se fossi a testa a testa, io vi risponderei.
Deggio tacer per ora.
Scaldatevi con lei.
(adirata accennando donna Bianca; e parte)
SCENA OTTAVA
DONNA BIANCA ed il CONTE.
BIA.
Certo mi duol nell'anima, caro Contino amato,
Che voi per colpa mia vi siate inquietato.
CON.
Non m'inquietai per questo.
Distinguere conviene
L'ingiuria di parole dal labbro donde viene.
Una donna adirata può dir quel che le pare;
Il sangue per sì poco non vogliomi guastare.
BIA.
Per lei non vi adirate, che tanto disse e tanto;
Ed io vi movo a sdegno perfino col mio pianto?
CON.
Questa è la differenza, questo è d'amor il segno.
Con donna che non amo, di dentro non mi sdegno.
E se di voi mi accende un gesto, una parola,
Provien perché v'adoro teneramente e sola.
BIA.
Quando è così, perdono a tutte le vostr'ire.
CON.
(In balsamo il veleno è ben di convertire).
(da sé)
SCENA NONA
FRUGNOLO lachè, e detti.
FRU.
Signor.
CON.
Che cosa vuoi?
FRU.
È giunto il feudatario.
CON.
Lo so.
FRU.
Dice la moglie del signor commissario...
CON.
Va via.
BIA.
Che cosa dice? Madama che comanda?
CON.
Vattene.
FRU.
Al signor Conte di cuor si raccomanda.
CON.
Non vuoi andar?
FRU.
Signore
CON.
Altro sentir non voglio.
FRU.
Basta; le sue preghiere vi manda in questo foglio.
(mostra una lettera)
CON.
Recalo a chi tel diede.
BIA.
Eh, diamogli un'occhiata.
(vuol prender la lettera)
CON.
Eh maladetto il foglio, il messo e l'imbasciata.
(straccia la lettera, e la getta in faccia a Frugnolo)
BIA.
Or che vi vedo acceso d'insolito furore,
Signor, quel che vi accende, ditemi, è sdegno o amore?
CON.
Vorrebbe ch'io parlassi al marchese Fernando.
BIA.
Sarà, me lo figuro, di madama un comando.
CON.
È il marito, che chiede d'essere confermato.
BIA.
Ma vi averà, m'immagino, madama supplicato.
CON.
Di queste seccature non curo, e non ne voglio.
BIA.
Avete fatto male a lacerar quel foglio.
CON.
Non l'avrei lacerato, se stima io ne facessi.
BIA.
Potreste averlo fatto, perch'io nol leggessi.
CON.
Ecco un sospetto nuovo.
BIA.
E senza fondamento.
(ironica)
CON.
Eccoci qui da capo col solito tormento.
BIA.
Povera me! (piange)
CON.
Piangete?
BIA.
Almen, se mi tradite,
Lo sfogo delle lagrime, crudel! non m'impedite.
Non vi è tiranno al mondo, legge non vi è sì dura,
Che vietare ardisca gli effetti di natura.
So che non dovrei piangere, so che sfuggir dovrei
Un barbaro, che gode tradir gli affetti miei;
Ma sia l'inutil sdegno, sia debolezza o amore,
Le lagrime non posso racchiudere nel cuore.
Tutto quel che far posso, in segno di rispetto,
Si è togliervi dagli occhi un odioso oggetto.
Perché dal pianto mio non siate tormentato,
Andrò da voi lontana ad isfogarmi, ingrato! (parte)
SCENA DECIMA
Il CONTE solo.
CON.
Venga l'intrepidezza a confortarmi adesso.
Povera donna Bianca! Ho rossor di me stesso.
Che cerchi, che procuri il mio piacer, sta bene,
Ma non coll'altrui pianto, ma non coll'altrui pene.
Il titolo di barbaro, il titolo d'ingrato,
Esaminiam noi stessi, cuor mio, l'hai meritato?
Di quante donne al mondo, di quante donne amai,
Di questa la più tenera, lo so che non trovai.
Merita ben che ad essa sagrifichi l'amore...
Ah, dovrò finalmente sagrificarle il cuore?
Il cuor che sì geloso serbai per me finora,
Cedere ad una donna? No, non lo cedo ancora.
Dubbio mi resta in seno, che il pianto, che i sospiri
Sien arti, sien lusinghe, sian sogni, sian deliri.
E se ciò fosse, e un giorno tardi a pentir m'avessi?
Maledirei le fiamme, abborrirei gli amplessi;
Morirei disperato.
Pace, mia cara pace,
Deh non lasciarmi ancora per un desio fallace!
Se d'una sposa al fianco pace goder si spera,
Andiam la destra a porgere al laccio innanzi sera.
Ma se la donna un giorno può fare il mio tormento,
Pria di penar vivendo, voglio morir contento.
(parte)
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
Giardino in casa di don Mauro.
Il signor COMMISSARIO, il signor DE' MARTINI finanziere.
MART.
Signore, una parola.
Vorrei saper perché
Madama vostra moglie tratta sì mal con me.
COMM.
Domandatelo a lei.
MART.
Che serve il domandarlo,
Se perdemi il rispetto allora ch'io le parlo?
COMM.
Madama non è donna di mala inclinazione.
Quando così vi tratta, avrà la sua ragione.
MART.
Non credo, per il tempo ch'io venni in casa vostra,
Che dolervi possiate dell'amicizia nostra.
Madama è onesta moglie, voi siete un onest'uomo,
Io sono un buon amico, io sono un galantuomo;
Ma temo che mi sieno fatti gl'insulti e l'onte,
Dacché si è in casa vostra intruso il signor Conte.
COMM.
Non dico che per lui voi siate il malveduto,
Ma dirvi la ragione deggio, perché è venuto.
MART.
Lo so, lo so il pretesto.
Per esser confermato
Nel posto dal Marchese, a cui foste accusato.
Buono per tali uffizi me voi non giudicate?
Sapete ch'io riscuoto di lui tutte le entrate.
Sapete che del feudo ho in man tutto il maneggio.
COMM.
Amico, tutto questo lo so; ma so di peggio,
E per ben vi avvertisco.
Sentito ho a mormorare,
Che vogliavi il Marchese dal feudo licenziare.
MART.
Perché?
COMM.
Perché voi pure siete da gente trista
In faccia del padrone messo in pessima vista.
MART.
Che ponno dir?
COMM.
Si dice...
compatitemi, amico,
Non credo che sia vero; ma quel che sento, io dico.
Si dice che il contratto, che feste col Marchese,
Gli ruba almeno almeno un terzo del paese,
E che per tal ragione sia nullo l'istrumento.
MART.
Gli si potrebbe fare un qualche accrescimento.
So di non esser reo, potrei giustificarmi:
Ma cosa più espedita saria l'accomodarmi.
COMM.
Trovate un qualche mezzo.
MART.
Di chi potrei servirmi?
Se il Conte vostro amico volesse favorirmi...
COMM.
Oh, io non gliene parlo, e poco non sarà,
Se appresso del Marchese per me s'impiegherà.
MART.
Se madama volesse...
COMM.
Ha da pensar per lei.
MART.
Cento doppie di Spagna sagrificar vorrei.
COMM.
Sol perché gli parlasse?
MART.
Oh no, non son sì matto;
Cento doppie darei, sì, ma a negozio fatto.
COMM.
Si può veder.
MART.
Mi pare...
(osservando fra le scene)
COMM.
Il Conte è quel che viene.
MART.
So che è un buon cavaliere, che inclina a far del bene.
Perché gli parli, il caso mi guida in queste soglie.
COMM.
No, sospendete, amico; gli parlerà mia moglie.
MART.
(Al suono delle doppie facile lo trovai).
(da sé)
COMM.
(Cento doppie di Spagna non le ho vedute mai).
(da sé)
SCENA SECONDA
Il CONTE e detti.
CON.
(Il commissario è qui, so che vorrà seccarmi.
Diedi la mia parola.
Difficile è il sottrarmi).
(da sé)
COMM.
Servo del signor Conte.
MART.
Servitore divoto.
COMM.
È giunto il feudatario, credo vi sarà noto.
CON.
Sì, signor, l'ho veduto.
Si è desinato insieme.
COMM.
Tanto meglio.
Sapete, signor, quel che mi preme.
Anzi al rispetto mio, che protettor vi chiama,
I complimenti ancora unisco di madama.
CON.
Ringraziate madama; ditele che perdoni,
Se non verrò da lei, perché ho le mie ragioni.
COMM.
Siete padron di casa, quando venir vogliate.
MART.
Oggi, domani e sempre, quando vi piaccia, andate.
CON.
Se andar io vi volessi, non prenderei consigli.
(al signor de' Martini)
COMM.
Signor Conte amatissimo, vicino è il mio periglio.
MART.
Anche di me, signore, che sono uomo onorato,
So che il signor Marchese è male impressionato;
E per repristinarmi nel cuore del padrone
Ardisco d'implorare la vostra protezione.
CON.
Oh, il signor de' Martini parla assai civilmente,
Il solito suo caldo calmò placidamente.
MART.
Ognuno è sottoposto a dei trasporti insani.
Signor, d'un cavaliere mi getto nelle mani;
Lo so quanto si estende la vostra autorità.
COMM.
Le grazie che chiedete, nessun vi negherà.
MART.
Non può perir chi gode la sua protezione.
CON.
(Se farlo mi riuscisse, ci avrei dell'ambizione).
(da sé)
COMM.
Voi siete tal signore, da cui esser pregato
Sarà per il Marchese un onor segnalato.
MART.
E sa, che se una grazia oggi per voi dispensa,
Aver può in casi simili da voi la ricompensa.
CON.
Basta, parlar m'impegno.
L'uno e l'altro sperate.
COMM.
Prima per me, signore.
(piano al Conte)
MART.
Prima per me parlate.
(piano al Conte)
COMM.
(Cerco il mio ben.
Di lui non me n'importa un cavolo).
(da sé, indi parte)
MART.
(Mando per l'interesse la commissaria al diavolo).
(da sé, indi parte)
SCENA TERZA
Il CONTE, poi il signor ALBERTO.
CON.
Quello che a un cavaliere può dar riputazione,
È il poter esser utile, venendo l'occasione.
A un mio nemico istesso, potendo, gioverei,
Per far parlar il mondo bene de' fatti miei.
Pensare in tal maniera chi mi sentisse adesso,
Direbbe il mio sistema amore di me stesso;
Ma quando all'altrui bene un tale amor mi porta,
Quand'utile si rende, la mia passion che importa?
ALB.
Sè domandà, sior Conte, de là in conversazion.
CON.
Donna Bianca dov'è?
ALB.
Sentada in t'un canton.
CON.
Osservaste, che a tavola non mi ha guardato in viso?
ALB.
Ho visto, e m'è arrivada sta cossa all'improvviso.
Da chi vienla, compare?
CON.
Zitto, nessun mi ascolta.
Dubito io d'averlo il torto questa volta.
ALB.
Contèmela, disème; son qua, se gh'è bisogno...
CON.
Oh, non vi dico niente.
ALB.
No? Perché?
CON.
Mi vergogno.
(ridendo, e parte)
SCENA QUARTA
Il signor ALBERTO.
ALB.
El ride, el se la gode, ghe par divertimento
Far desperar le putte.
Che bel temperamento!
Se mi colla morosa savesse d'aver torto,
E la vedesse a pianzer, sarave mezzo morto.
Delle volte ghe penso, e digo tra de mi:
Coss'è quel che diversi fa i omeni cussì?
L'anima xe l'istessa, e pur l'operazion
Dell'anima è diversa per varie inclinazion.
I corpi? No xei tutti formadi d'una pasta?
L'educazion, la scuola? La fa assae, ma no basta.
I organi che forma sta macchina mortal,
Xe quelli che produse diverso el natural.
No digo za che i sforza le operazion del cuor,
Ma i xe i princìpi veri del sdegno e dell'amor.
Lo so che la rason comanda da regina,
E alle passion resiste, dove la forza inclina;
Ma un omo che abbia fervido el sangue in ogni vena,
A superar la collera el sentirà più pena.
E un altro che no sia de fibre ben complesso,
El sarà per natura pacifico in se stesso.
E mi, che gh'ho le viscere che a tenerezza inclina,
Bisogna dir che gh'abbia le fibre de puina.
SCENA QUINTA
MADAMA GRAZIOSA ed il sudetto.
MAD.
Signor, la riverisco.
ALB.
(La tenerezza a monte).
(da sé)
Padrona.
MAD.
Mi sa dire, se ci sia il signor Conte?
ALB.
El giera qua za un poco.
Comàndela che el chiama?
MAD.
Sì signore.
ALB.
Ho da dirghe da parte de una dama?
MAD.
Come comanda lei; dica la commissaria.
ALB.
(Adesso la cognosso.
Una dama ordinaria).
(da sé)
MAD.
La prego, perché ho fretta.
ALB.
Se mai el me domanda,
Vorla che se ghe diga, cossa che la comanda?
MAD.
Vo' dirgli una parola.
ALB.
La compatissa; a caso
La porla confidar? Za la sappia che taso.
MAD.
Voglio parlar con lui, caro signor garbato.
ALB.
In verità in sto ponto me xe vegnù el mio flato.
No posso camminar, co me vien sto dolor.
MAD.
Ma io gli vo parlare.
ALB.
L'aspetta un servitor.
MAD.
Voi non siete di casa?
ALB.
Son ospite anca mi.
MAD.
Ospite!...
Forastiere?
ALB.
Giusto, cussì e cussì.
MAD.
Lo conoscete il Conte?
ALB.
L'è stà qua fin adesso;
E po semo do amici che forma un cuor istesso.
Quel che sa lu, so mi; quel che mi so, lu sa.
La se pol confidar con tutta libertà.
MAD.
Volea dirgli una cosa.
ALB.
Xela mo d'importanza?
MAD.
Sì: gli voleva dire, ch'è un uom senza creanza.
ALB.
Fin qua me dago debito de dirghelo a pontin.
Ma la prego, per grazia, spiegarme sto latin.
MAD.
Fatemi voi giustizia, se siete quel che siete.
Io son la commissaria, questo già lo sapete.
ALB.
Eh, lo so.
(inchinandosi)
MAD.
Or sappiate, che gli ho mandato un foglio
Per certa protezione, per via d'un certo imbroglio.
Il lacchè glielo porta di donna Bianca in faccia,
Ed egli, senza leggerlo, va in collera e lo straccia.
Oh, s'ero là presente, gli avrei menato un pugno.
ALB.
(Adesso so el perché l'amiga ha fatto el grugno).
(da sé)
Veramente l'ha fatto un'azion poco bona.
La lassa far a mi; ghe parlerò, patrona.
MAD.
Ma fatemi la grazia almeno di chiamarlo.
ALB.
Mo per cossa?
MAD.
Per niente.
Solo per strapazzarlo.
Per dirgli impertinente, uomo senza rispetto,
Senza riputazione, bugiardo e maledetto.
ALB.
Crédela che el sia muto? El ghe responderia.
MAD.
Cosa potria rispondere, davanti a una par mia?
ALB.
Che in fazza soa el tasesse, sperar se poderave;
Ma mi, se fusse in elo, so che responderave.
MAD.
Cosa direste voi, se foste nel suo caso?
ALB.
Dirò per obbedirla; la senta se ghe piaso.
Diria, se fusse in elo: padrona reverita,
La parla troppo franca, la parla troppo ardita.
Se vede la so nascita dal so parlar istesso,
E se de più no digo, che la ringrazia el sesso.
Se ho strazzà quella lettera, ho avù le mie rason.
Ste cosse le dissimula chi gh'ha reputazion.
Se cerca con politica destruzer el sospetto,
E no se vien in pubblico a perder el concetto.
A matte de sta sorte la corda è necessaria.
Servitor umilissimo, signora commissaria.
(parte)
SCENA SESTA
MADAMA GRAZIOSA sola.
MAD.
Era ben meglio assai parlar non lo facessi.
Non so come, in sentirlo, com'io mi trattenessi.
A una donna mia pari un simile strapazzo?
Con un matton, se passa sotto il balcon, l'ammazzo.
Vo' farlo andar prigione, vo' farlo processare,
Una querela falsa se credo d'inventare.
Ma se dal marchesato siam belli e licenziati,
Si vederanno in fumo tutti i disegni andati.
Senz'arte, senza posto, e poi senza quattrini...
Ah! manderò a chiamare il signor de' Martini.
(parte)
SCENA SETTIMA
Sala.
Il MARCHESE FERDINANDO e DON MAURO, la MARCHESA IPPOLITA sedendo da una parte, DONNA BIANCA più indietro sedendo; il CONTE passeggia, qualche volta a lei accostandosi.
FER.
Vi rinnovo, don Mauro, i miei ringraziamenti.
Scusatemi, vi prego.
MAU.
Non so far complimenti.
FER.
Venir qua d'improvviso qualche affar mi ha obbligato.
Sapete che il Castello è antico e rovinato.
Bastami aver da voi discreta abitazione,
La mensa non intendo di profittar.
MAU.
Padrone.
FER.
Un uom quale voi siete, per onestà pregiato,
Onora il mio paese, onora il marchesato;
Dal sangue il vostro cuore dissimile non è.
MAU.
Conte, fatemi grazia rispondere per me.
CON.
Or men di voi capace sarei per complimenti.
(passeggiando)
BIA.
(Sol capace è l'ingrato di darmi dei tormenti).
(da sé)
CON.
Oggi ho la testa mia di un insensato al paro.
(passeggiando)
IPP.
(Così ne fosse senza, che l'averei più caro).
(da sé)
FER.
Lasciam dunque da parte, caro don Mauro mio,
I complimenti inutili.
Ne son nemico anch'io.
Ditemi, com'è andata quest'anno la ricolta?
Dell'uva in sulle viti speriam ne sia di molta?
MAU.
Dirò...
l'uva quest'anno...
può darsi...
sì signore...
La stagione...
ha piovuto...
è maggiore e minore...
L'altr'anno s'è anche fatto si può sperar...
così...
Con un poco di caldo...
il vin...
non s'incarì.
I contadini dicono ma...
mi capisce...
sono...
Eh, non ci sarà male...
se ne farà del buono...
Oh, un buon bicchier di vino...
un vin da galantuomo!
M'intende? sì signore...
è la vita dell'uomo.
FER.
(Fa un po' di pena invero.
Ma! ognuno ha il suo difetto).
(da sé)
IPP.
(E mi vorresti in moglie, che tu sia benedetto!) (da sé)
MAU.
Permette?...
(al Marchese)
FER.
Che vorreste?
MAU.
Andar, con permissione.
FER.
Potete accomodarvi.
MAU.
(Son pure in soggezione).
(da sé)
Già...
ch'io il dica, o nol dica...
Sì signore, benissimo...
Casa mia è casa sua...
(dopo qualche pausa) Servitore umilissimo.
(s'inchina per andarsene)
FER.
Il buon uomo!
MAU.
Marchesa...
posso aver la fortuna...
(accostandosi a lei)
Della grazia...
di lei...
IPP.
Andate via.
(con qualche disprezzo, senza collera)
MAU.
(Ha la luna).
(da sé, incamminandosi)
Cosa avete, nipote? State qui...
poveraccia!
Vi duole qualche cosa? (accostandosi a donna Bianca)
BIA.
Eh niente.
(sospirando)
MAU.
(Uh che lunaccia!) (da sé, incamminandosi)
Voi l'avete la luna? (al Conte)
CON.
Pur troppo.
MAU.
Poverino!
Rimedio per la luna...
sì signor...
del buon vino.
(ridendo parte)
SCENA OTTAVA
Il MARCHESE, il CONTE, le due DAME sedute, come sopra.
FER.
Ma che fan queste dame, che paiono assonnate?
Spiacemi, mie signore, d'avervi incomodate.
Non so per qual cagione, colla presenza mia,
Sospendere vogliate la solita allegria.
BIA.
Signor, son così sempre.
FER.
La signora Marchesa
So pur che di buon cuore a ridere l'ho intesa.
Del vostro buon consorte fui buon amico anch'io.
(Ed ora questa vedova farebbe al caso mio).
(da sé)
IPP.
Signor, mi duole il capo.
FER.
Basta, vi passerà.
Favoritemi voi, Conte, per carità.
CON.
Sono a' vostri comandi.
(Or saria l'occasione
Opportuna di fargli la raccomandazione.
Se donna Bianca il sa, ne avrà del dispiacere:
Ma ho data la parola; alfin son cavaliere.
Farò che non mi senta).
Signor, se non sdegnate,
Vo chiedervi un favore.
(tirandolo in disparte)
FER.
Sì, Conte, comandate.
(piano)
CON.
Deggio raccomandarvi due vostri dipendenti.
Che son perseguitati per odio delle genti:
A pro del commissario ho di parlarvi impegno.
(piano)
BIA.
(Mostra curiosità di sapere)
FER.
Voi in favor mi parlate d'un commissario indegno? (forte)
CON.
Dite piano.
(guardando donna Bianca)
BIA.
Ho capito.
(s'alza e parte)
CON.
(Ho cento furie intorno).
(da sé)
IPP.
(Di gelosia la pazza possa crepare un giorno).
(da sé)
FER.
L'altro chi è? De' Martini? (al Conte)
CON.
Sì signor, lo diceste.
FER.
Non vi avreste impegnato, se voi li conosceste.
Uno della giustizia fe' mercatura infame;
L'altro per ingannarmi unì sordide trame.
Non son frivole accuse, che li hanno a me dipinti,
Sono con prove certe colpevoli e convinti.
Venni per discacciarli, e ciò per essi è poco;
Avran la loro pena dovuta in altro loco.
Da cavaliere onesto, signor, quale voi siete,
So ben che dal servirvi in ciò mi scuserete.
In altro comandatemi, di me siete padrone;
Ma indegni son coloro di vostra protezione.
CON.
Scusatemi, signore, vi credo e più non parlo.
(Per chi m'era impegnato così senza pensarlo!
Ah, di rossor mi copre la vergognosa taccia
Di facile, d'incauto, a un cavaliere in faccia).
(da sé)
Signor, non son contento, l'ardir di quei villani
Se tardo, se non tento punir colle mie mani.
A un cavalier mio pari formar simile inganno?
Chi sia il Conte dell'Isola quei perfidi non sanno.
Non è riuscito ancora ad uom di questo mondo,
Far sì ch'io non vedessi d'un'impostura il fondo.
Non son, grazie alla sorte, sì poco illuminato.
Questa volta il confesso, sì, l'amor m'ha acciecato.
(Vo' confessar piuttosto una mia debolezza,
Anzi che mi si creda mancar per stolidezza).
(da sé, parte)
SCENA NONA
La MARCHESA IPPOLITA ed il MARCHESE FERDINANDO.
FER.
Non so da che provenga l'idea di quel furore
Che l'anima a tal segno.
(verso la Marchesa)
IPP.
Vel dirò io, signore.
(si alza)
Egli è di sé medesimo sì poco innamorato,
Che freme, allor che dubita venir rimproverato.
Ma l'ambizion l'inganna; poiché, per far la scusa
D'una leggiera colpa, d'altra maggior si accusa.
FER.
Spiacemi un tal incontro.
Egli è smanioso, il veggio.
IPP.
Lasciate ch'egli frema, che merita di peggio.
FER.
Marchesa, chi d'un uomo parla con ciglio irato,
Fa credere che l'ami, o almen d'averlo amato.
IPP.
Guardimi il ciel, che amassi tal che fede non ha.
FER.
Non l'amaste, e vi è nota di lui l'infedeltà?
IPP.
Lo so ch'è un incostante, che nell'amar si stanca,
Perché di ciò le prove vedute ho in donna Bianca.
FER.
Si amano questi due?
IPP.
Si amavano dapprima,
Ma
...
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