L'AMANTE DI SE MEDESIMO, di Carlo Goldoni - pagina 7
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CON.
Oh, il signor de' Martini parla assai civilmente,
Il solito suo caldo calmò placidamente.
MART.
Ognuno è sottoposto a dei trasporti insani.
Signor, d'un cavaliere mi getto nelle mani;
Lo so quanto si estende la vostra autorità.
COMM.
Le grazie che chiedete, nessun vi negherà.
MART.
Non può perir chi gode la sua protezione.
CON.
(Se farlo mi riuscisse, ci avrei dell'ambizione).
(da sé)
COMM.
Voi siete tal signore, da cui esser pregato
Sarà per il Marchese un onor segnalato.
MART.
E sa, che se una grazia oggi per voi dispensa,
Aver può in casi simili da voi la ricompensa.
CON.
Basta, parlar m'impegno.
L'uno e l'altro sperate.
COMM.
Prima per me, signore.
(piano al Conte)
MART.
Prima per me parlate.
(piano al Conte)
COMM.
(Cerco il mio ben.
Di lui non me n'importa un cavolo).
(da sé, indi parte)
MART.
(Mando per l'interesse la commissaria al diavolo).
(da sé, indi parte)
SCENA TERZA
Il CONTE, poi il signor ALBERTO.
CON.
Quello che a un cavaliere può dar riputazione,
È il poter esser utile, venendo l'occasione.
A un mio nemico istesso, potendo, gioverei,
Per far parlar il mondo bene de' fatti miei.
Pensare in tal maniera chi mi sentisse adesso,
Direbbe il mio sistema amore di me stesso;
Ma quando all'altrui bene un tale amor mi porta,
Quand'utile si rende, la mia passion che importa?
ALB.
Sè domandà, sior Conte, de là in conversazion.
CON.
Donna Bianca dov'è?
ALB.
Sentada in t'un canton.
CON.
Osservaste, che a tavola non mi ha guardato in viso?
ALB.
Ho visto, e m'è arrivada sta cossa all'improvviso.
Da chi vienla, compare?
CON.
Zitto, nessun mi ascolta.
Dubito io d'averlo il torto questa volta.
ALB.
Contèmela, disème; son qua, se gh'è bisogno...
CON.
Oh, non vi dico niente.
ALB.
No? Perché?
CON.
Mi vergogno.
(ridendo, e parte)
SCENA QUARTA
Il signor ALBERTO.
ALB.
El ride, el se la gode, ghe par divertimento
Far desperar le putte.
Che bel temperamento!
Se mi colla morosa savesse d'aver torto,
E la vedesse a pianzer, sarave mezzo morto.
Delle volte ghe penso, e digo tra de mi:
Coss'è quel che diversi fa i omeni cussì?
L'anima xe l'istessa, e pur l'operazion
Dell'anima è diversa per varie inclinazion.
I corpi? No xei tutti formadi d'una pasta?
L'educazion, la scuola? La fa assae, ma no basta.
I organi che forma sta macchina mortal,
Xe quelli che produse diverso el natural.
No digo za che i sforza le operazion del cuor,
Ma i xe i princìpi veri del sdegno e dell'amor.
Lo so che la rason comanda da regina,
E alle passion resiste, dove la forza inclina;
Ma un omo che abbia fervido el sangue in ogni vena,
A superar la collera el sentirà più pena.
E un altro che no sia de fibre ben complesso,
El sarà per natura pacifico in se stesso.
E mi, che gh'ho le viscere che a tenerezza inclina,
Bisogna dir che gh'abbia le fibre de puina.
SCENA QUINTA
MADAMA GRAZIOSA ed il sudetto.
MAD.
Signor, la riverisco.
ALB.
(La tenerezza a monte).
(da sé)
Padrona.
MAD.
Mi sa dire, se ci sia il signor Conte?
ALB.
El giera qua za un poco.
Comàndela che el chiama?
MAD.
Sì signore.
ALB.
Ho da dirghe da parte de una dama?
MAD.
Come comanda lei; dica la commissaria.
ALB.
(Adesso la cognosso.
Una dama ordinaria).
(da sé)
MAD.
La prego, perché ho fretta.
ALB.
Se mai el me domanda,
Vorla che se ghe diga, cossa che la comanda?
MAD.
Vo' dirgli una parola.
ALB.
La compatissa; a caso
La porla confidar? Za la sappia che taso.
MAD.
Voglio parlar con lui, caro signor garbato.
ALB.
In verità in sto ponto me xe vegnù el mio flato.
No posso camminar, co me vien sto dolor.
MAD.
Ma io gli vo parlare.
ALB.
L'aspetta un servitor.
MAD.
Voi non siete di casa?
ALB.
Son ospite anca mi.
MAD.
Ospite!...
Forastiere?
ALB.
Giusto, cussì e cussì.
MAD.
Lo conoscete il Conte?
ALB.
L'è stà qua fin adesso;
E po semo do amici che forma un cuor istesso.
Quel che sa lu, so mi; quel che mi so, lu sa.
La se pol confidar con tutta libertà.
MAD.
Volea dirgli una cosa.
ALB.
Xela mo d'importanza?
MAD.
Sì: gli voleva dire, ch'è un uom senza creanza.
ALB.
Fin qua me dago debito de dirghelo a pontin.
Ma la prego, per grazia, spiegarme sto latin.
MAD.
Fatemi voi giustizia, se siete quel che siete.
Io son la commissaria, questo già lo sapete.
ALB.
Eh, lo so.
(inchinandosi)
MAD.
Or sappiate, che gli ho mandato un foglio
Per certa protezione, per via d'un certo imbroglio.
Il lacchè glielo porta di donna Bianca in faccia,
Ed egli, senza leggerlo, va in collera e lo straccia.
Oh, s'ero là presente, gli avrei menato un pugno.
ALB.
(Adesso so el perché l'amiga ha fatto el grugno).
(da sé)
Veramente l'ha fatto un'azion poco bona.
La lassa far a mi; ghe parlerò, patrona.
MAD.
Ma fatemi la grazia almeno di chiamarlo.
ALB.
Mo per cossa?
MAD.
Per niente.
Solo per strapazzarlo.
Per dirgli impertinente, uomo senza rispetto,
Senza riputazione, bugiardo e maledetto.
ALB.
Crédela che el sia muto? El ghe responderia.
MAD.
Cosa potria rispondere, davanti a una par mia?
ALB.
Che in fazza soa el tasesse, sperar se poderave;
Ma mi, se fusse in elo, so che responderave.
MAD.
Cosa direste voi, se foste nel suo caso?
ALB.
Dirò per obbedirla; la senta se ghe piaso.
Diria, se fusse in elo: padrona reverita,
La parla troppo franca, la parla troppo ardita.
Se vede la so nascita dal so parlar istesso,
E se de più no digo, che la ringrazia el sesso.
Se ho strazzà quella lettera, ho avù le mie rason.
Ste cosse le dissimula chi gh'ha reputazion.
Se cerca con politica destruzer el sospetto,
E no se vien in pubblico a perder el concetto.
A matte de sta sorte la corda è necessaria.
Servitor umilissimo, signora commissaria.
(parte)
SCENA SESTA
MADAMA GRAZIOSA sola.
MAD.
Era ben meglio assai parlar non lo facessi.
Non so come, in sentirlo, com'io mi trattenessi.
A una donna mia pari un simile strapazzo?
Con un matton, se passa sotto il balcon, l'ammazzo.
Vo' farlo andar prigione, vo' farlo processare,
Una querela falsa se credo d'inventare.
Ma se dal marchesato siam belli e licenziati,
Si vederanno in fumo tutti i disegni andati.
Senz'arte, senza posto, e poi senza quattrini...
Ah! manderò a chiamare il signor de' Martini.
(parte)
SCENA SETTIMA
Sala.
Il MARCHESE FERDINANDO e DON MAURO, la MARCHESA IPPOLITA sedendo da una parte, DONNA BIANCA più indietro sedendo; il CONTE passeggia, qualche volta a lei accostandosi.
FER.
Vi rinnovo, don Mauro, i miei ringraziamenti.
Scusatemi, vi prego.
MAU.
Non so far complimenti.
FER.
Venir qua d'improvviso qualche affar mi ha obbligato.
Sapete che il Castello è antico e rovinato.
Bastami aver da voi discreta abitazione,
La mensa non intendo di profittar.
MAU.
Padrone.
FER.
Un uom quale voi siete, per onestà pregiato,
Onora il mio paese, onora il marchesato;
Dal sangue il vostro cuore dissimile non è.
MAU.
Conte, fatemi grazia rispondere per me.
CON.
Or men di voi capace sarei per complimenti.
(passeggiando)
BIA.
(Sol capace è l'ingrato di darmi dei tormenti).
(da sé)
CON.
Oggi ho la testa mia di un insensato al paro.
(passeggiando)
IPP.
(Così ne fosse senza, che l'averei più caro).
(da sé)
FER.
Lasciam dunque da parte, caro don Mauro mio,
I complimenti inutili.
Ne son nemico anch'io.
Ditemi, com'è andata quest'anno la ricolta?
Dell'uva in sulle viti speriam ne sia di molta?
MAU.
Dirò...
l'uva quest'anno...
può darsi...
sì signore...
La stagione...
ha piovuto...
è maggiore e minore...
L'altr'anno s'è anche fatto si può sperar...
così...
Con un poco di caldo...
il vin...
non s'incarì.
I contadini dicono ma...
mi capisce...
sono...
Eh, non ci sarà male...
se ne farà del buono...
Oh, un buon bicchier di vino...
un vin da galantuomo!
M'intende? sì signore...
è la vita dell'uomo.
FER.
(Fa un po' di pena invero.
Ma! ognuno ha il suo difetto).
(da sé)
IPP.
(E mi vorresti in moglie, che tu sia benedetto!) (da sé)
MAU.
Permette?...
(al Marchese)
FER.
Che vorreste?
MAU.
Andar, con permissione.
FER.
Potete accomodarvi.
MAU.
(Son pure in soggezione).
(da sé)
Già...
ch'io il dica, o nol dica...
Sì signore, benissimo...
Casa mia è casa sua...
(dopo qualche pausa) Servitore umilissimo.
(s'inchina per andarsene)
FER.
Il buon uomo!
MAU.
Marchesa...
posso aver la fortuna...
(accostandosi a lei)
Della grazia...
di lei...
IPP.
Andate via.
(con qualche disprezzo, senza collera)
MAU.
(Ha la luna).
(da sé, incamminandosi)
Cosa avete, nipote? State qui...
poveraccia!
Vi duole qualche cosa? (accostandosi a donna Bianca)
BIA.
Eh niente.
(sospirando)
MAU.
(Uh che lunaccia!) (da sé, incamminandosi)
Voi l'avete la luna? (al Conte)
CON.
Pur troppo.
MAU.
Poverino!
Rimedio per la luna...
sì signor...
del buon vino.
(ridendo parte)
SCENA OTTAVA
Il MARCHESE, il CONTE, le due DAME sedute, come sopra.
FER.
Ma che fan queste dame, che paiono assonnate?
Spiacemi, mie signore, d'avervi incomodate.
Non so per qual cagione, colla presenza mia,
Sospendere vogliate la solita allegria.
BIA.
Signor, son così sempre.
FER.
La signora Marchesa
So pur che di buon cuore a ridere l'ho intesa.
Del vostro buon consorte fui buon amico anch'io.
(Ed ora questa vedova farebbe al caso mio).
(da sé)
IPP.
Signor, mi duole il capo.
FER.
Basta, vi passerà.
Favoritemi voi, Conte, per carità.
CON.
Sono a' vostri comandi.
(Or saria l'occasione
Opportuna di fargli la raccomandazione.
Se donna Bianca il sa, ne avrà del dispiacere:
Ma ho data la parola; alfin son cavaliere.
Farò che non mi senta).
Signor, se non sdegnate,
Vo chiedervi un favore.
(tirandolo in disparte)
FER.
Sì, Conte, comandate.
(piano)
CON.
Deggio raccomandarvi due vostri dipendenti.
Che son perseguitati per odio delle genti:
A pro del commissario ho di parlarvi impegno.
(piano)
BIA.
(Mostra curiosità di sapere)
FER.
Voi in favor mi parlate d'un commissario indegno? (forte)
CON.
Dite piano.
(guardando donna Bianca)
BIA.
Ho capito.
(s'alza e parte)
CON.
(Ho cento furie intorno).
(da sé)
IPP.
(Di gelosia la pazza possa crepare un giorno).
(da sé)
FER.
L'altro chi è? De' Martini? (al Conte)
CON.
Sì signor, lo diceste.
FER.
Non vi avreste impegnato, se voi li conosceste.
Uno della giustizia fe' mercatura infame;
L'altro per ingannarmi unì sordide trame.
Non son frivole accuse, che li hanno a me dipinti,
Sono con prove certe colpevoli e convinti.
Venni per discacciarli, e ciò per essi è poco;
Avran la loro pena dovuta in altro loco.
Da cavaliere onesto, signor, quale voi siete,
So ben che dal servirvi in ciò mi scuserete.
In altro comandatemi, di me siete padrone;
Ma indegni son coloro di vostra protezione.
CON.
Scusatemi, signore, vi credo e più non parlo.
(Per chi m'era impegnato così senza pensarlo!
Ah, di rossor mi copre la vergognosa taccia
Di facile, d'incauto, a un cavaliere in faccia).
(da sé)
Signor, non son contento, l'ardir di quei villani
Se tardo, se non tento punir colle mie mani.
A un cavalier mio pari formar simile inganno?
Chi sia il Conte dell'Isola quei perfidi non sanno.
Non è riuscito ancora ad uom di questo mondo,
Far sì ch'io non vedessi d'un'impostura il fondo.
Non son, grazie alla sorte, sì poco illuminato.
Questa volta il confesso, sì, l'amor m'ha acciecato.
(Vo' confessar piuttosto una mia debolezza,
Anzi che mi si creda mancar per stolidezza).
(da sé, parte)
SCENA NONA
La MARCHESA IPPOLITA ed il MARCHESE FERDINANDO.
FER.
Non so da che provenga l'idea di quel furore
Che l'anima a tal segno.
(verso la Marchesa)
IPP.
Vel dirò io, signore.
(si alza)
Egli è di sé medesimo sì poco innamorato,
Che freme, allor che dubita venir rimproverato.
Ma l'ambizion l'inganna; poiché, per far la scusa
D'una leggiera colpa, d'altra maggior si accusa.
FER.
Spiacemi un tal incontro.
Egli è smanioso, il veggio.
IPP.
Lasciate ch'egli frema, che merita di peggio.
FER.
Marchesa, chi d'un uomo parla con ciglio irato,
Fa credere che l'ami, o almen d'averlo amato.
IPP.
Guardimi il ciel, che amassi tal che fede non ha.
FER.
Non l'amaste, e vi è nota di lui l'infedeltà?
IPP.
Lo so ch'è un incostante, che nell'amar si stanca,
Perché di ciò le prove vedute ho in donna Bianca.
FER.
Si amano questi due?
IPP.
Si amavano dapprima,
Ma il Conte di una donna non merita la stima.
FER.
Marchesa, voi ed io facciamo a nostra gloria,
Unendoli di nuovo, un'opra meritoria.
IPP.
Che prendasi tal cura da me non isperate.
FER.
E questa renitenza vuol dir che voi l'amate.
IPP.
Ah, mi fareste dire dei spropositi tanti.
FER.
Son l'impazienze ancora fra i segni degli amanti.
IPP.
Marchese, tai discorsi vi prego di lasciarli.
FER.
Si tratta di piacervi? Di ciò più non si parli.
In ciò solo mi resta, io parlovi sincero,
Un po' di vanità d'aver dato nel vero.
IPP.
È lunga.
FER.
Ho già finito.
Passiamo ad altro articolo.
Sapete voi, che sono le vedove in pericolo?
IPP.
Perché?
FER.
Perché, sentite.
Favorite, sediamo.
IPP.
Questa mi par curiosa.
(sedendo)
FER.
Fra di noi discorriamo.
Già non abbiam che fare.
Fino a doman non voglio
Degli interessi miei esaminar l'imbroglio.
Sentite, io vi diceva, cara Marchesa mia,
La vedova o sta sola, o vive in compagnia.
Se vuol star sola in casa, se vive ritirata,
A viver miserabile per sempre è condannata.
Se vuol godere il mondo con tutti i piacer suoi...
(Marchesa, non credeste...
io non parlo per voi),
Allora dalla gente si critica, si parla,
E la riputazione si stenta a riacquistarla.
Di voi non vi è chi possa ardir di pensar male;
Ho solo delle vedove parlato in generale.
IPP.
Caro signor Marchese, non vi credea sì destro,
Che foste qua venuto per farmi da maestro.
Le vedove mie pari son vedove onorate.
FER.
Io parlo in generale, e voi vi riscaldate.
IPP.
Eh, che la frase vostra, caro signor, l'ho intesa;
So che coll'altre vedove io pur sono compresa.
FER.
Non so che dir: dall'altre io almen vi ho separata;
Ma se sapete d'essere coll'altre incorporata,
Quel che di tante io dico, parlando qui tra noi,
Temete che dal mondo non dicasi di voi.
IPP.
Siete venuto apposta per farmi delirare?
FER.
A tutti gli ammalati son le pillole amare.
IPP.
Sono stanca di udirvi.
FER.
Ma no, non vi sdegnate,
Perché, cara Marchesa; non vi rimaritate?
IPP.
Ho da rendere a voi conto de' fatti miei?
FER.
Vi offendo, se contenta vedervi io bramerei?
IPP.
Il partito dov'è? Voi mi movete a sdegno.
FER.
Sia ringraziato il cielo.
Arriveremo al segno.
I partiti non mancano a chi ha qual voi, signora,
Fresca età, vago volto, e ricca dote ancora.
IPP.
Don Mauro si offerisce.
FER.
Egli non è per voi.
IPP.
Anche il Conte, per dirla, aveva i grilli suoi.
FER.
Ma un giovane incostante voi non lo prendereste.
IPP.
Signore, in tal proposito, che mi consigliereste?
FER.
Confessatemi il vero, e vi consiglierò.
L'amaste?
IPP.
Sì, una volta.
FER.
L'amate più?
IPP.
Non so.
FER.
Di voi dir non ardisco sia indegno il cavaliero,
Ma non ha degli impegni con donna Bianca?
IPP.
È vero.
FER.
Per onestà, per legge, vano è dunque il pensarvi.
Ditemi apertamente: volete maritarvi?
IPP.
Perché no? Se la sorte mi offrisse un buon partito...
FER.
Marchesa, state zitta, vi troverò marito.
IPP.
L'avereste già in mente?
FER.
Chi sa?
IPP.
Chi è?
FER.
Indovinatelo.
IPP.
Non saprei indovinarlo.
FER.
Quand'è così aspettatelo.
IPP.
Posso saper il nome?
FER.
Bella domanda è questa!
IPP.
Il nome dello sposo non è domanda onesta?
FER.
Parvi di già d'averlo.
IPP.
Io son così, signore.
Quieta non posso vivere, quand'ho una cosa in core.
Se l'indovino, il dite?
FER.
Nei libri del destino
Voi non avete letto.
IPP.
Che sì, che l'indovino?
FER.
Non è tanto difficile.
IPP.
Qualche cosa capisco.
Serva, signore sposo.
(s'inchina, e parte)
FER.
Sposa...
vi riverisco.
(s'inchina, e parte)
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
Camera.
Il CONTE ed il signor ALBERTO.
ALB.
Amigo, v'ho da dar una nova bellissima.
CON.
Anch'io ne ho qualcheduna.
ALB.
Ma la mia xe freschissima.
Gh'è la marchesa Ippolita, che proprio la se impizza.
CON.
Arde per me di sdegno?
ALB.
Oibò; la xe novizza.
CON.
Sposa di chi?
ALB.
M'impegno, no indiviné in t'un mese.
La sarà quanto prima muggier de sior Marchese.
CON.
Del marchese Fernando?
ALB.
De lu; negozio fatto.
CON.
Vi sarà stato in prima fra lor qualche contratto.
ALB.
Cussì digo anca mi, qua no ghe xe risposta.
CON.
E il marchese Fernando sarà venuto apposta,
Col pretesto del feudo e dei ministri suoi.
Ecco, signor Alberto, quel che san far gli eroi.
Egli pur per amore, oppur per interesse,
Mostrò le istesse brame, le debolezze istesse.
Ora più non mi dica, che sconsigliato io fui,
Ch'alfin son di qualch'anno più giovane di lui.
Ancor mi stan sul core quei rimproveri amari;
Seco farò lo stesso; voglio che siam del pari.
ALB.
Ma quel boccon de dota intanto el porta via.
CON.
Eh, la marchesa Ippolita, se volevo, era mia.
Al mondo barba d'uomo non ci sarebbe stato
Che me l'avesse tolta, s'io ci avessi aspirato,
Né il marchese Fernando, né cento altri suoi pari;
Ma io? eh, che non vado in traccia di denari,
Non me n'importa, no, non me n'importa un fico;
Son della pace mia, son del mio genio amico.
Ma vo' al signor Marchese la nuova sia recata,
Ch'ei sposa la Marchesa, perch'io non l'ho curata.
ALB.
Che bisogno ghe xe de far pettegolezzi?
CON.
So che questi signori sono a sprezzare avvezzi;
Credono di esser soli in merito, in grandezza,
E sian lor tributari l'amore e la bellezza.
Però franco vi parlo: se avessi a esser marito,
Val più della Marchesa donna Bianca in un dito.
ALB.
Fin qua gh'avè rason: ricchezza, nobiltà,
Spirito...
cosse belle.
Ma stimo la bontà.
Dove voleu trovar, caro el mio caro amigo,
Una putta più bona? Sentì quel che ve digo,
E d'un che ve vol ben, da amigo e servitor,
Pesè ben ste parole, e lighevele al cuor.
Vu sè un che se stesso conosce, e se carezza.
Lassè che ve lo diga, ve amè con tenerezza;
Ma da sto amor medesimo avè da tor conseggio,
Per far, per procurar, quel che per vu xe meggio.
Finché vivè cussì da maridar, saltando
Come de palo in frasca, in ogni mar pescando,
Per furbo, per accorto che siè, vegnirà el zorno,
Che amor ve cazzerà qualche malanno intorno.
E ghe n'avè l'esempio de quel che mi ve digo:
Quel della commissaria xelo stà un bell'intrigo!
Sè solo, sè in ti anni; chi tardi tol muggier,
Consolazion dai fioi xe difficile aver.
Donca da ste premesse cavae dalla mia testa,
V'avè da maridar, la conseguenza è questa.
CON.
Dite bene; ma quando facessi un passo tale,
Lo farei per accrescere l'amor che in me prevale,
Per aver la mia pace, l'unico ben ch'io chieggio.
ALB.
Tolè, sè fortunà; podeu cercar de meggio?
Donna Bianca è una putta dolce, bella, amorosa,
Sincera, de buon cuor.
CON.
Ma è un po' troppo gelosa.
ALB.
El mal xe remediabile, caro amigo e paron.
Voleu che no la dubita? No ghe ne dè occasion.
CON.
Può dubitar per nulla.
ALB.
Mettè le man al petto.
Gh'aveu dà fin adesso motivi de sospetto?
CON.
Per dire il ver, ho avuto poca attenzione in questo.
ALB.
Bravo: cussì se parla.
Sè un cavalier onesto.
La verità par bon in ogni tempo e logo.
Donca xe compatibile de donna Bianca un sfogo.
CON.
Lo sarà, ma m'incomoda.
ALB.
Oh, questa la xe vaga!
Voler la botta piena, e la serva imbriaga.
Fe da omo una volta; pensè, che sta damina
El ciel per vu l'ha fatta, el ciel ve la destina.
CON.
Ora è sdegnata meco, né so come acchetarla.
ALB.
Eh, che con do parole fe presto a comodarla.
CON.
E poi, quando credessi la fosse al caso mio...
Converrebbe di questo discorrere allo zio.
ALB.
Vedeu? Per st'altra parte togo l'impegno mi;
E son squasi seguro, che el ne dirà de sì.
CON.
Per qual ragion dovrebbe rispondere di no?
Don Mauro sa chi sono.
Sa l'entrate ch'io ho.
Sa le mie parentele; e un uom che non è cieco,
Ha da desiderarlo d'imparentarsi meco.
ALB.
Tutto quel che avè dito, xe pura verità;
E so che sti riflessi no i fe per vanità.
Co l'amigo se pol parlar con confidenza.
Ah? che parla a don Mauro, Conte, me deu licenza?
CON.
Pensiamoci un po' meglio.
ALB.
Per mi gh'ho ben pensà.
Questo xe el vostro caso...
Don Mauro eccolo qua.
CON.
Andiamo.
ALB.
No, parlémoghe.
CON.
Ma voi mi tormentate.
ALB.
Parlerò mi per vu.
CON.
Bene, da voi parlate.
ALB.
Ma vardè ben, compare, no me mettè in intrigo.
CON.
Son cavalier d'onore.
(incamminandosi, poi parte)
ALB.
E mi ve son amigo.
SCENA SECONDA
Il signor ALBERTO e DON MAURO.
MAU.
Oh signor Veneziano...
ALB.
Patron, v'ho da parlar.
Disème, vostra nezza la voleu maridar?
MAU.
Nezza? Chi è questa nezza?
ALB.
Vôi dir vostra nipote.
Parlo col mio linguaggio.
MAU.
Nezza vuol dir nipote?
Oh, quanto che mi piace il parlar veneziano!
ALB.
Anca mi, co bisogna, so favellar toscano.
Ma el stil del mio paese el me par bello e bon;
El piase, el se capisse da tutte le nazion.
E benché abbia viazà, mai m'ho volesto usar
Della mia cara patria la lengua a bastardar.
MAU.
Perché poi...
sì signore...
può dirsi...
allo sproposito.
ALB.
Lassemo andar ste cosse, e tornemo a proposito.
La voleu maridar sta putta?
MAU.
Perché no?
ALB.
Cossa ghe deu de dota?
MAU.
Di dote...
vi dirò...
Averà...
sì signore...
sua madre ha avuto in dote...
Suo padre le ha lasciato...
alfine è mia nipote...
Averà...
per esempio...
in tutto...
sì signore...
Quindici...
venti...
in circa...
e forse anche maggiore.
ALB.
Quindese o venti cossa?
MAU.
Scudi romani.
ALB.
Sior?
Venti scudi? burlemio, o se femio l'amor?
MAU.
Eh, migliara m'intendo.
ALB.
Oh, adesso v'ho capio.
Arriveressi ai trenta, se 'l fusse un bon partio?
MAU.
Perché no?
ALB.
Quel partio, che ve offerisso mi,
El xe el Conte dell'Isola.
Ve piase?
MAU.
Oh, signor sì.
Ci avevo...
sì signore...
quasi, quasi pensato.
ALB.
El xe, per dir el vero, un cavalier garbato:
Nobile, generoso, ricco, pien de virtù.
Seu contento?
MAU.
Sì, ho detto...
Io non ci penso più.
ALB.
Se pol far el contratto?
MAU.
Oh, sì signor fra noi.
ALB.
Chi gh'el dirà alla putta?
MAU.
Se volete...
anche voi...
Io dirò...
se bisogna...
parlando...
sì signore...
ALB.
Se me dè permission...
MAU.
Toh, toh! mi fate onore.
ALB.
Vago a dirghelo al Conte.
MAU.
Ci ho tutto il genio mio.
Ehi...
dopo...
sì signore...
Eh! mi marito anch'io.
ALB.
Bravo! gran noviziadi gh'avemo in sto paese.
Don Mauro, donna Bianca, el Conte, la Marchesa.
Evviva el matrimonio! Staremo allegramente.
(parte)
SCENA TERZA
DON MAURO, poi la MARCHESA IPPOLITA.
MAU.
Che san della Marchesa?...
io non dissi niente.
L'averà detto lei...
Oh, eccola che viene.
Da questo...
sì signore...
vedo che mi vuol bene.
IPP.
(Le mie risoluzioni non so se gli sien note).
(da sé)
MAU.
Marchesa, lo sapete? Marito la nipote.
IPP.
Col Conte?
MAU.
Sì signora.
IPP.
(Un po' meno imprudente,
Potea pur esser mio, ancor l'ho nella mente).
(da sé)
MAU.
E voi...
quando volete...
risolvere una volta...
Sì signore...
di farlo?
IPP.
Alfin mi son risolta.
MAU.
Ehi! me l'han detto.
Brava...
(ridente)
IPP.
Siete contento?
MAU.
Sì.
Pativo...
sì signore...
a vedervi così.
IPP.
Ecco dunque abbracciato il vostro buon consiglio.
MAU.
Non passa neanche un anno...
che voi avete un figlio.
Ehi! chi è di là?
SCENA QUARTA
FRUGNOLO lacchè, e detti.
FRU.
Comandi.
MAU.
Al signor commissario
Dirai, che favorisca venir coll'attuario...
Per far certi contratti...
FRU.
Sappia vossignoria,
Che il signor commissario è già scappato via.
MAU.
Toh! perché?
FRU.
Disperando d'esser rimesso in grazia,
Si vedea sulle spalle qualche peggior disgrazia.
Prese quel che ha potuto, gli argenti ed i quattrini,
Ed è fuggito via col signor de' Martini.
Ma essendo il commissario uom puntuale e degno
Lasciò per i suoi debiti la commissaria in pegno.
IPP.
Non perirà, meschina, avrà il suo protettore.
Il Contino dell'Isola è un uomo di buon cuore.
MAU.
Eh...
che venga il notaro...
gli detterò l'estesa.
S'han da far...
sì signore...
ah? non è ver, Marchesa?
IPP.
Per me ci ho qualche dubbio, ma si vedrà fra poco.
MAU.
Dubbi! dubbi! che dubbi? Oh, oh, guardate un poco.
Che si chiami il notaro; sì signor, venga presto.
(a Frugnolo; e Frugnolo parte)
Oh che dubbi! che dubbi! dubbi, Marchesa? io resto.
Eh, non avrete dubbi...
Vado, Marchesa, e torno
Ho da far cento cose...
e tutte in questo giorno.
La la...
come si chiama? La...
la nipote anch'ella...
Non voglio perder tempo...
(Oh, che tu sei pur bella).
(da sé, e parte)
SCENA QUINTA
La MARCHESA sola.
IPP.
È molto, che s'accomodi così placidamente.
Convien dir che di donne non gl'importi niente.
Credea con questa nuova dargli un disgusto amaro;
Ma quando a lui non preme, in verità l'ho caro.
Ma! mi vo immaginando le nozze assai vicine,
E ancor di questa cosa non è sicuro il fine.
Quando si vide mai, che un simile contratto
Fosse con due parole subito detto e fatto?
Io credo che il Marchese sia venuto per questo,
Per altro era impossibile concludere sì presto.
Ma come si è introdotto? Che cavalier garbato!
Si può parlar di peggio di quel che mi ha parlato?
Parmi ancora impossibile, col mio temperamento,
Di aver sofferto il filo del suo ragionamento.
Eppur ci sono stata; e a forza d'insultarmi,
Bel bello mi ha condotto dove volea guidarmi.
Alfine è un gran partito.
Non vi è eccezione alcuna,
Per me sposarmi a lui non è poca fortuna.
Basta che non m'inganni anch'egli, il malandrino:
Vi è poco da fidarsi del sesso mascolino.
Noi siam le capricciose, parlar chi sente gli uomini;
Specchiatevi nel Conte, signori galantuomini;
Oh, quanti ce ne sono, in cento e cento bande,
Amanti come lui del lor merito grande! (con caricatura, e parte)
SCENA SESTA
Sala con tavolino e sedie.
DONNA BIANCA , poi il CONTE.
BIA.
Che vuol da me l'ingrato, che mi circonda e tace?
È meglio che mi lasci, e che sen rieda in pace.
S'accosta, e poi tremante al guardo mio s'asconde:
Segno è che la coscienza lo morde e lo confonde.
Ma se pentito ei fosse dei tradimenti sui?
Sarei, s'io resistessi, più barbara di lui.
Ah, fui seco altre volte la prima a umiliarmi,
E dalla mia viltade apprese a disprezzarmi.
Non vo' guardarlo in faccia, pianger vo' a suo dispetto;
Chi non ha convenienza, non merita rispetto.
CON.
(Chi mai mi avesse detto, che avessi a sentir pene?
Ma! convien molto spendere, per comperare un bene).
(da sé)
Donna Bianca.
(Non sente, o non sentir s'infinge.
M'accosterò.
Buon segno; di bel rossor si tinge).
Via, donna Bianca amabile, via, serenate il ciglio,
Delle mie colpe andate il pentimento è figlio.
Se recovi un trionfo nel domandar perdono,
Per voi le colpe istesse più orribili non sono.
Finor nel mar d'amore fui un corsaro audace,
Che depredando andava gioie, diletti e pace;
Ma se ogni bene unito in quel bel cuore attendo,
D'altro desio mi spoglio, e da voi sol l'attendo.
BIA.
Conte, voi vi scordaste, nel mendicar piaceri,
Che d'un bel cuor più degni son sempre i più sinceri.
L'arte non ho di fingere per allettar gli amanti,
Ma veritade ho in petto saldissima e costante.
Più di me colte e vaghe cento ne avrete, e cento;
Poche nel seno adorne di quell'ardor ch'io sento;
Puro, discreto ardore, pronto a soffrir per voi
Tutti d'amore i pesi, tutti i tormenti suoi.
Ecco l'unico peso, ch'io sofferir non vanto;
Veder l'amante ingrato, e non sfogare in pianto.
(piange)
CON.
Lagrime portentose, che han la virtù possente
D'avvilirmi, di rendermi angustiato, dolente.
Eccomi a voi già reso; ecco per voi la gloria
D'aver coll'amor vostro sopra del mio vittoria.
Ma no, nell'adorarvi amo ancor più me stesso,
S'emmi ogni ben possibile nel vostro amor concesso
Vi adorerò costante: sarete mia, son vostro;
Ecco negli occhi il pianto; ecco, che il cuor vi mostro.
BIA.
Deh per pietà, signore, deh per pietà, cessate.
Nel favellar sì tenero, ah che morir mi fate.
(siede)
CON.
(Ah, non provai nel mondo gioia più grande ancora.
Son pur belle le lagrime d'un ciglio che innamora!)
Consolatemi, o cara, cessi quel dolor mio,
Finché per me l'amico sposa vi chiede al zio.
BIA.
Come, signor? Mi chiede? (alzandosi un poco)
CON.
Per me, Bianca vezzosa,
A chi di voi dispone, ora vi chiede in sposa.
BIA.
Oimè! (torna a sedere)
CON.
Non è più tempo, che trafiggete il seno.
BIA.
Deh in libertà lasciatemi di respirare almeno.
CON.
Sì, respirate, o cara; meno di voi nel petto
Non sentomi confuso fra il dolore e l'affetto.
(si accosta)
Ah, mi pento, mi pento di quegli indegni ardori,
Che ad infestar mi vennero da mille e mille cuori.
Vorrei poter vantarmi d'aver nudrito in cuore
Un solo amore al mondo, ma di tutti il maggiore.
(siede)
Quanto mai c'inganniamo!
SCENA SETTIMA
Il signor ALBERTO e detti.
ALB.
(Veli qua tutti do.
Xeli in collera, o in pase? Adesso el saverò).
(da sé)
Patroni reveriti.
CON.
Che nuove, amico mio?
ALB.
Le nove xe bonissime.
Xe contento el sior zio.
CON.
Oh Alberto adoratissimo! (s'alza per abbracciarlo)
BIA.
Oh amico senza pari! (s'alza e s'avvicina ad Alberto)
ALB.
Oe, la pase xe fatta!
CON.
Tali amici son rari.
ALB.
Oe, ventimile scudi.
(al Conte)
CON.
Bastami tal consorte.
ALB.
Eh, anca questo, compare, è un articolo forte.
CON.
Vadasi da don Mauro.
ALB.
L'ha da vegnir qua elo.
El xe tutto contento.
El par giusto un puttelo;
E anca della Marchesa el mostra un gusto matto.
BIA.
È poi ver che si sposi?
ALB.
S'ha da far el contratto.
No manca che el nodaro, daresto gh'è el bisogno.
BIA.
E per me?
ALB.
Se gh'intende.
BIA.
Ah, che mi par un sogno!
SCENA OTTAVA
DON MAURO, la MARCHESA IPPOLITA, il MARCHESE FERDINANDO, un NOTARO ed i suddetti.
MAU.
Sposi, sposi, siam qui.
Gli sposi, che ora vengono...
Salutan, sì signore...
quei che qui si trattengono.
Ah, sono anch'io brillante! Amor fa...
sì signore.
Animo, due contratti stenda il signor...
dottore.
CON.
Don Mauro, che col nome di zio chiamar m'è dato.
All'amor che mi muove, sempre il mio cuor fia grato.
Con giubbilo in isposa accetto la nipote.
MAU.
E ventimila scudi...
sì signor, per la dote.
BIA.
Foste sempre, signore, padre per me amoroso
E vi amerò qual figlia congiunta ad uno sposo.
Sposo che riconosco dal vostro amabil cuore.
MAU.
E ventimila scudi di dote...
sì signore.
In faccia del notaro...
in faccia ai testimoni,
Si faccian...
sì signore...
i nostri matrimoni.
Via, scrivete.
(al Notaro, il quale si mette a scrivere ad un tavolino indietro)
FER.
Don Mauro, forse sarà creduto,
Che ad arte in casa vostra sia per amor venuto.
Ma non è ver, signore, lo giuro e lo protesto,
Né dee, né può mentire un cavaliere onesto.
Venni sol per punire due tristi scellerati;
Fuggir, ma saran presi, condotti e castigati.
Trovai qui la Marchesa, che in patria ho conosciuta,
Mesta, di duol ripiena, senza parlar seduta.
Pietà destommi in seno l'afflitta vedovella,
In età fresca ancora, nobile, ricca e bella.
Formo un discorso a caso, il dialogo s'avanza,
S'inoltran le parole, mi tenta una speranza.
Alfin, che più volete? S'accorda in sul momento.
Ella di ciò mi onora.
Io son di ciò contento.
MAU.
E poi dicon ch'io parlo confuso...
sì signore.
Se ho inteso che dir voglia, mi venga il mal di core.
Presto, signor notaro, signor dottore, presto.
NOT.
Ho steso l'occorrente.
In casa farò il resto.
Dian pur, quando comandano, la mano in mia presenza.
MAU.
Marchesa...
sì signore...
a voi la preferenza.
IPP.
Per compimento accetto la grazia generosa:
Questi è lo sposo mio.
(dà la mano al Marchese)
FER.
E questa è la mia sposa.
(dà la mano al Marchese)
MAU.
Toh...
toh...
che cosa è questa?...
Scherzate, sì signore?
Non siete...
voi...
mia sposa? (alla Marchesa)
IPP.
Vostra? siete in errore.
Finora si è parlato di me con il Marchese.
MAU.
E il signor Veneziano...
che disse?...
di che intese?
ALB.
Anca mi ho sempre inteso de quei che s'ha sposà.
MAU.
E voi? (al Conte)
CON.
Anch'io di loro.
MAU.
Oh bella in verità!
FER.
Signor, resto sorpreso.
MAU.
Anch'io son stupefatto.
IPP.
Ma voi vedete bene, che quel ch'è fatto, è fatto.
MAU.
Dieci anni ci ho pensato...
credea giunta quell'ora.
Pazienza, sì signore, non sarà tempo ancora.
BIA.
Signor, porgo la mano? (a don Mauro)
MAU.
Oh, io non son più io.
CON.
È questa la mia sposa.
(con risoluzione)
BIA.
Questi è lo sposo mio.
CON.
A voi tocca, signore, di stendere il contratto.
NOT.
So quel che far conviene.
MAU.
Eh, quel ch'è fatto...
è fatto.
SCENA NONA
MADAMA GRAZIOSA e detti.
MAD.
Ecco, signor Marchese, a domandar pietà
Una povera sposa, che sposo più non ha.
MAU.
Madama, siete vedova? (con un poco d'allegria)
MAD.
Ah no, ma si è sottratto
Colla fuga il marito.
MAU.
Ah! quel ch'è fatto, è fatto.
FER.
Avrò pietà di voi.
(a Madama)
MAD.
So che avete un bel core.
(al Marchese)
IPP.
Eh, che non vi è bisogno.
Il Conte è il protettore.
CON.
Marchesa, il vostro labbro tende a rimproverarmi;
Non tocca a voi, signora, ma vo' giustificarmi.
Sappia madama, e sappialo chiunque mi vede e sente,
Che oggi cambiar intendo il cuor perfettamente.
E chi a calcar mi guida la via men perigliosa,
È un amico fedele, è un'amabile sposa.
Fui di me stesso amante, esserlo posso ancora,
Basta cambiare i mezzi, che seguitai finora.
Prevalga in me l'onore, sia l'onestà il mio nume;
M'accenda e m'innamori d'un docile costume.
Odio m'ispiri in seno ogni vulgare eccesso;
Posso amar la virtude anche in amar me stesso.
Basta per accertarmi, che quel ch'io dico è vero,
Di chi mi ascolta il plauso veridico e sincero.
Fine della Commedia
NOTE:
(1) Piangere.
...
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