L'ASINO, di Niccolo' Machiavelli - pagina 3
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La virtù fa le region tranquille:
e da tranquillità poi ne risolta
l'ozio: e l'ozio arde i paesi e le ville.
Poi, quando una provincia è stata involta
ne' disordini un tempo, tornar suole
virtute ad abitarvi un'altra volta.
Quest'ordine così permette e vuole
chi ci governa, acciò che nulla stia
o possa star mai fermo sotto 'l sole.
Ed è, e sempre fu e sempre fia
che 'l mal succeda al bene, il bene al male,
e l'un sempre cagion dell'altro sia.
Vero è ch'un crede sia cosa mortale
pe' regni, e sia la lor distruzione
l'usura, o qualche peccato carnale;
e della lor grandezza la cagione,
e che alti e potenti gli mantiene,
sian digiuni, limosine, orazione.
Un altro, più discreto e savio, tiene
ch'a ruinargli questo mal non basti,
né basti a conservargli questo bene.
Creder che senza te per te contrasti
Dio, standoti ozioso e ginocchioni,
ha molti regni e molti stati guasti.
E' son ben necessarie l'orazioni:
e matto al tutto è quel ch'al popol vieta
le cerimonie e le sue divozioni;
perché da quelle in ver par che si mieta
unione e buono ordine; e da quello
buona fortuna poi dipende e lieta.
Ma non sia alcun di sì poco cervello,
che creda, se la sua casa ruina
che Dio la salvi senz'altro puntello;
perché e' morrà sotto quella ruina.
Capitolo sesto
Mentre ch'io stava sospeso ed involto
con l'affannata mente in quel pensiero,
aveva il sole il mezzo cerchio volto:
il mezzo, dico, del nostro emispero;
tal che da noi s'allontanava il giorno,
e l'oriente si faceva nero;
quando io conobbi pe 'l sonar d'un corno
e pe 'l ruggir de l'infelice armento,
come la donna mia facea ritorno.
E bench'io fossi in quel pensiero intento
che tutto il giorno a sé mi aveva tratto,
e del mio petto ogni altra cura spento,
com'io sentii la mia donna, di fatto
pensai ch'ogni altra cosa fosse vana
fuor di colei di cui fui servo fatto;
che, giunta dov'io era, tutta umana
il collo mio con un de' bracci avvinse,
con l'altro mi pigliò la man lontana.
Vergogna alquanto il viso mi dipinse,
né potti dire alcuna cosa a quella,
tanta fu la dolcezza che mi vinse.
Pur, dopo alquanto spazio, e io ed ella
insieme ragionammo molte cose,
com'uno amico con l'altro favella.
Ma, riposate sue membra angosciose
e recreate dal cibo usitato,
così parlando la donna propose:
- Già ti promisi d'averti menato
in loco dove comprender potresti
tutta la condizion del nostro stato;
adunque, se ti piace, fa' t'appresti
e vedrai gente con cui per l'adrieto
gran conoscenza e gran pratica avesti -.
Indi levossi, e io le tenni drieto,
com'ella volse, e non senza paura;
pur non sembrava né mesto né lieto.
Fatta era già la notte ombrosa e scura;
ond'ella prese una lanterna in mano,
ch'a suo piacer il lume scuopre e tura.
Giti che fummo, e non molto lontano,
mi parve entrar in un gran dormitoro,
sì come ne' conventi usar veggiàno.
Un landrone era proprio come il loro,
e da ciascun de' lati si vedeva
porte pur fatte di pover lavoro.
Allor la donna ver me si volgeva,
e disse come dentro a quelle porte
il grande armento suo meco giaceva.
E perché variata era la sorte,
eran varie le loro abitazioni,
e ciaschedun si sta col suo consorte.
- Stanno a man destra, al primo uscio i leoni,
cominciò, poi che 'l suo parlar riprese,
- co' denti acuti e con gli adunchi unghioni.
Chiunque ha cor magnanimo e cortese,
da Circe in quella fera si converte;
ma pochi ce ne son del tuo paese.
Ben son le piagge tue fatte deserte
e prive d'ogni gloriosa fronda,
che le facea men sassose e meno erte.
S'alcun di troppa furia e rabbia abbonda,
tenendo vita rozza e violenta,
tra gli orsi sta ne la stanza seconda;
e ne la terza, se ben mi rammenta,
voraci lupi e affamati stanno,
tal che cibo nessun non gli contenta.
Lor domicilio nel quarto loco hanno
buffoli e buoi; e se con quella fiera
si truova alcun de' tuoi, àbbisi il danno.
Chi si diletta di far buona ciera
e dorme quando e' veglia intorno al fuoco,
si sta fra' becchi nella quinta schiera.
Io non ti vuo' discorrere ogni loco:
perché a voler parlar di tutti quanti,
sarebbe il parlar lungo e 'l tempo poco.
Bàstiti questo: che dietro e davanti
ci son cervi, pantere e leopardi,
e maggior bestie assai che leofanti.
Ma fa ch'un poco al dirimpetto guardi
quell'ampia porta ch'a l'incontro è posta,
ne la quale entrerem, benché sia tardi.
-
E prima ch'io facessi altra risposta,
tutta si mosse, e disse: - Sempre mai
si debbe far piacer quando e' non costa.
Ma perché, poi che dentro tu sarai,
possa conoscer del loco ogni effetto
e me' considerar ciò che vedrai,
intender debbi che, sotto ogni tetto
di queste stanze, sta d'una ragione
d'animai bruti, come già t'ho detto.
Sol questa non mantien tal condizione,
e, come avvien nel Mallevato vostro
che vi va ad abitar ogni prigione,
così colà in quel loco ch'io ti mostro,
può ir ciascuna fiera a diportarsi,
che per le celle stan di questo chiostro;
tal che, veggendo quella, potrà farsi,
senza riveder l'altre ad una ad una,
dove sarebbon troppi passi sparsi.
E anche in quella parte si raguna
fiere che son di maggior conoscenza,
di maggior grado e di maggior fortuna.
E se ti parran bestie in apparenza,
ben ne conoscerai qualcuna in parte
a' modi, a' gesti, a gli occhi, a la presenza.
Mentre parlava, noi venimmo in parte
dove la porta tutta ne appariva,
con le sue circostanze a parte a parte.
Una figura, che pareva viva,
era di marmo scolpita davante
sopra 'l grande arco che l'uscio copriva:
e come Annibal sopra un elefante,
parea che trionfasse; e la sua vesta
era d'uom grave, famoso e prestante.
D'alloro una ghirlanda aveva in testa;
la faccia aveva assai gioconda e lieta;
d'intorno, gente che li facean festa.
- Colui è il grande abate di Gaeta,
disse la donna, come saper dei,
che fu già coronato per poeta.
Suo simulacro da' superni Dei,
come tu vedi, in quel loco fu messo,
con gli altri che gli sono intorno a' piei,
perché ciascun che gli venisse appresso,
senz'altro intender, giudicar potesse
quai sian le genti là serrate in esso.
Ma facciam sì omai, ch'io non perdesse
cotanto tempo a risguardar costui,
che l'ora del tornar sopragiungesse.
Vienne, adunque, con meco; e se mai fui
cortese, ti parrò a questa volta,
nel dimostrarti questi luoghi bui,
se tanta grazia non m'è dal ciel tolta.
Capitolo settimo
Noi eravam col piè già 'n su la soglia
di quella porta, e di passar là drento
m'avea fatto venir la donna voglia;
e di quel mio voler restai contento,
perché la porta subito s'aperse,
e dimostronne il serrato convento.
E perché me' quel potesse vederse,
il lume ch'ella avea sotto la vesta
chiuso, ne l'entrar là tutto scoperse.
A la qual luce sì lucida e presta,
com'egli avvien nel veder cosa nuova,
più che duemila bestie alzar la testa.
Or guarda ben, se di veder ti giova,
disse la donna, il copioso drappello
che 'n questo loco insieme si ritruova.
Né ti paia fatica a veder quello,
ché non son tutti terrestri animali;
ben c'è tra tante bestie qualche uccello.
Io levai gli occhi, e vidi tanti e tali
animai bruti, ch'io non crederei
poter mai dir quanti fossero e quali;
e perché a dirlo tedioso sarei,
narrerò di qualcun, la cui presenza
diede più maraviglia a gli occhi miei.
Vidi un gatto per troppa pazienza
perder la preda, e restarne scornato,
benché prudente e di buona semenza.
Poi vidi un drago tutto travagliato
voltarsi, senza aver mai posa alcuna,
ora sul destro ora su l'altro lato.
Vidi una volpe, maligna e 'mportuna,
che non truova ancor rete che la pigli;
e un can còrso abbaiar a la luna.
Vidi un leon che s'aveva gli artigli
e' denti ancor da se medesmo tratti,
pe' suoi non buoni e non saggi consigli.
Poco più là, certi animai disfatti
qual coda non avea, qual non orecchi,
vidi musando starsi quatti quatti.
Io ve ne scorsi e conobbi parecchi;
e, se ben mi ricordo in maggior parte,
era un mescuglio fra conigli e becchi.
Appresso questi, un po' così da parte,
vidi un altro animal, non come quelli,
ma da natura fatto con più arte.
Aveva rari e delicati e' velli;
parea superbo in vista e animoso,
tal che mi venne voglia di piacelli.
Non dimostrava suo cuor generoso,
Gli ugnoni avendo incatenato e i denti;
però si stava sfuggiasco e sdegnoso.
Una................................
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Vidi...............................
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Poi vidi una giraffa, che chinava
il collo a ciascheduno; e da l'un canto
aveva un orso stanco che russava.
Vidi un pavon col suo leggiadro ammanto
girsi pavoneggiando, e non temeva
se 'l mondo andasse in volta tutto quanto.
Uno animal che non si conosceva,
sì variato avea la pelle e 'l dosso,
e 'n su la groppa una cornacchia aveva.
Una bestiaccia vidi di pel rosso,
ch'era un bue senza corna; e dal discosto
m'ingannò, che mi parve un caval grosso.
Poi vidi uno asin tanto mal disposto,
che non potea portar, non ch'altro il basto;
e parea proprio un citriuol d'agosto.
Vidi un segugio, ch'avea il veder guasto:
e Circe n'arìa fatto capitale,
se non foss'ito, com'un orbo, al tasto.
Vidi uno soricciuol, ch'avea per male
d'esser sì piccoletto, e bezzicando
andava or questo, or quell'altro animale.
Poi vidi un bracco, ch'andava fiutando
a questo il ceffo a quell'altro la spalla,
come s'andasse del padron cercando.
Il tempo è lungo, e la memoria falla;
tanto ch'io non vi posso ben narrare
quel ch'io vidi in un dì per questa stalla.
Un buffol, che mi fe' raccapricciare
col suo guardare e 'l suo mugliar sì forte,
d'aver veduto i' mi vo' ricordare.
Un cervio vidi, che temeva forte,
or qua or là variando il cammino,
tanto avea paura de la morte.
Vidi sopra una trave un armellino,
che non vuol ch'altri il guardi, non che 'l tocchi,
ed era a una allodola vicino.
In molte buche più di cento allocchi
vidi, e una oca bianca come neve
e una scimia che facea lo 'mbocchi.
Vidi tanti animai, che saria greve
e lungo a raccontar lor condizioni,
come fu il tempo a riguardarli breve.
Quanti mi parver già Fabi e Catoni,
che, poi che quivi di lor esser seppi,
mi riusciron pecore e montoni!
Quanti ne pascon questi duri greppi,
che seggono alto ne' più alti scanni!
Quanti nasi aquilin riescon gheppi!
E bench'io fossi involto in mille affanni,
pur parlare a qualcuno arei voluto,
se vi fossero stati i torcimanni;
ma la mia donna, ch'ebbe conosciuto
questa mia voglia e questo mio appetito,
disse: - Non dubitar, ch'e' fia adempiuto.
Guarda un po' là dov'io ti mostro a dito,
senz'esserti più oltre mosso un passo
pur lungo il muro, come tu se' ito.
-
Allora io vidi entro in un luogo basso,
com'io ebbi ver lui dritto le ciglia,
tra 'l fango involto un porcellotto grasso.
Non dirò già chi costui si somiglia;
bàstivi ch'e' saria trecento e piue
libbre, se si pesasse a la caviglia.
E la mia guida disse: - Andiam là giue
presso a quel porco, se tu se' pur vago
d'udir le voglie e le parole sue.
Che se trar lo volessi di quel lago,
facendol tornar uom, e' non vorrebbe;
come pesce che fosse in fiume o in lago.
E perché questo non si crederebbe,
acciò che far ne possa piena fede,
domandera'lo se quindi uscirebbe.
Appresso mosse la mia donna il piede;
e per non separarmi da lei punto,
la presi per la man ch'ella mi diede;
tanto ch'io fui presso a quel porco giunto.
Capitolo ottavo
Alzò quel porco al giunger nostro il grifo,
tutto vergato di meta e di loto,
tal che mi venne nel guardarlo a schifo.
E perch'io fui già gran tempo suo noto,
ver me si mosse mostrandomi i denti,
stando col resto fermo e senza moto.
Ond'io li dissi, pur con grati accenti:
- Dio ti dia miglior sorte, se ti pare;
Dio ti mantenga, se tu ti contenti.
Se meco ti piacesse ragionare,
mi sarà grato; e perché sappia certo,
pur che tu voglia, ti puoi sodisfare.
E per parlarti libero e aperto,
tel dico con licenza di costei,
che mostro m'ha questo sentier deserto.
Cotanta grazia m'han fatto li Dei,
che non gli è parso il salvarmi fatica
e trarmi degli affanni ove tu sei.
Vuole ancor da sua parte ch'io ti dica
che ti libererà da tanto male,
se tornar vuoi ne la tua forma antica.
-
Levossi allora in piè dritto il cignale,
udendo quello; e fe' questa risposta,
tutto turbato, il fangoso animale:
- Non so d'onde tu venga, o di qual costa;
ma se per altro tu non se' venuto
che per trarmi di qui, vanne a tua posta.
Viver con voi io non voglio, e rifiuto;
e veggo ben che tu se' in quello errore,
che me più tempo ancor ebbe tenuto.
Tanto v'inganna il proprio vostro amore,
che altro ben non credete che sia
fuor de l'umana essenza e del valore;
ma se rivolgi a me la fantasia,
pria che tu parta da la mia presenza,
farò che 'n tale error mai più non stia.
Io mi vo' cominciar da la prudenza,
eccellente virtù, per la qual fanno
gli uomin maggiore la loro eccellenza.
Questa san meglio usar color che sanno,
senz'altra disciplina, per sé stesso
seguir lor bene ed evitar lor danno.
Senz'alcun dubbio, io affermo e confesso
esser superior la parte nostra;
e ancor tu nol negherai appresso.
Qual è quel precettor che ci dimostra
l'erba qual sia, o benigna o cattiva?
Non studio alcun, non l'ignoranza vostra.
Noi cangiam region di riva in riva,
e lasciare uno albergo non ci duole,
pur che contento e felice si viva.
L'un fugge il ghiaccio e l'altro fugge il sole,
seguendo il tempo a viver nostro amico,
come natura che ne insegna, vuole.
Voi, infelici assai più ch'io non dico,
gite cercando quel paese e questo,
non per aere trovar freddo od aprico,
ma perché l'appetito disonesto
de l'aver non vi tien l'animo fermo
nel viver parco, civile e modesto;
e spesso in aere putrefatto e infermo,
lasciando l'aere buon, vi trasferite;
non che facciate al viver vostro schermo.
Noi l'aere sol, voi povertà fuggite,
cercando con pericoli ricchezza,
che v'ha del ben oprar le vie impedite.
E se parlar vogliam de la fortezza,
quanto la parte nostra sia prestante
si vede, come 'l sol per sua chiarezza.
Un toro, un fer leone, un leofante
e 'nfiniti di noi nel mondo sono
a cui non può l'uom comparir davante.
E se de l'alma ragionare è buono,
vedrai di cori invitti e generosi
e forti esserci fatto maggior dono.
Tra noi son fatti e gesti valorosi
senza sperar trionfo o altra gloria,
come già quei Roman che fur famosi.
Vedesi ne' leon gran vanagloria
de l'opra generosa, e de la trista
volerne al tutto spegner la memoria.
Alcuna fera ancor tra noi s'è vista,
che, per fuggir del carcer le catene,
e gloria e libertà morendo acquista;
e tal valor nel suo petto ritiene
ch'avendo perso la sua libertate,
di viver serva il suo cor non sostiene.
E se a la temperanza risguardate,
ancora e' vi parrà ch'a questo gioco
abbiam le parti vostre superate.
In Vener noi spendiamo e breve e poco
tempo; ma voi, senza alcuna misura,
seguite quella in ogni tempo e loco.
La nostra specie altro cibar non cura
che 'l prodotto dal ciel sanz'arte, e voi
volete quel che non può far natura.
Né vi contenta un sol cibo, qual noi,
ma, per me' sodisfar le 'ngorde voglie,
gite per quelli infin ne' regni Eoi.
Non basta quel che 'n terra si ricoglie,
ché voi entrate a l'Oceano in seno,
per potervi saziar de le sue spoglie.
Il mio parlar mai non verrebbe meno,
s'io volessi mostrar come infelici
voi siete più ch'ogni animal terreno.
Noi a natura siam maggiori amici;
e par che in noi più sua virtù dispensi,
facendo voi d'ogni suo ben mendici.
Se vuoi questo veder, pon mano a' sensi,
e sarai facilmente persuaso
di quel che forse pe 'l contrario pensi.
L'aquila l'occhio, il can l'orecchio e 'l naso,
e 'l gusto ancor possiam miglior mostrarvi,
se 'l tatto a voi più proprio s'è rimaso;
il qual v'è dato non per onorarvi,
ma sol perché di Vener l'appetito
dovesse maggior briga e noia darvi.
Ogni animal tra noi nasce vestito:
che 'l difende dal freddo tempo e crudo,
sotto ogni cielo e per qualunque lito.
Sol nasce l'uom d'ogni difesa ignudo,
e non ha cuoio, spine o piume o vello,
setole o scaglie, che li faccian scudo.
Dal pianto il viver suo comincia quello,
con tuon di voce dolorosa e roca;
tal ch'egli è miserabile a vedello.
Da poi, crescendo la sua vita è poca,
senz'alcun dubbio, al paragon di quella
che vive un cervo, una cornacchia, un'oca.
Le man vi diè natura e la favella,
e con quelle anco ambizion, vi dette,
e avarizia che quel ben cancella.
A quante infermità vi sottomette
natura, prima, e poi fortuna! Quanto
ben senz'alcun effetto vi promette!
Vostr'è l'ambizion lussuria e 'l pianto,
e l'avarizia che genera scabbia
nel viver vostro che stimate tanto.
Nessun altro animal si trova ch'abbia
più fragil vita, e di viver più voglia,
più confuso timore o maggior rabbia.
Non dà l'un porco a l'altro porco doglia,
l'un cervo a l'altro; solamente l'uomo
l'altr'uom ammazza, crocifigge e spoglia.
Pens'or come tu vuoi ch'io ritorni uomo,
sendo di tutte le miserie privo,
ch'io sopportava mentre che fui uomo.
E s'alcuno infra gli uomini ti par divo,
felice e lieto, non gli creder molto,
ché 'n questo fango più felice vivo,
dove senza pensier mi bagno e vòlto.
-
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