L'AVVENTURIERE ONORATO, di Carlo Goldoni - pagina 2
...
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Ritirati.
BER.
Mi ritiro.
AUR.
Dimmi, hai fatto quel che occorre in cucina, hai preparato il bisognevole per il desinare?
BER.
Niente affatto, signora.
AUR.
Come niente? Perché?
BER.
Per una piccola difficoltà.
AUR.
Come sarebbe a dire?
BER.
Perché il padrone questa mattina non ha quattrini da darmi.
AUR.
Come! Mio marito non ha denari?
BER.
Questa è un infermità, signora mia, che la patisce spesso.
E poi lo sa ella meglio di me.
AUR.
Mi dispiace per quel forestiere che abbiamo in casa; non vorrei che avessimo a restare in vergogna.
BER.
Per questa mattina io ci vedo poco rimedio.
AUR.
Tieni questo scudo.
Compra qualche cosa, e fa presto.
BER.
Oh sì, signora, subito.
(Le preme farsi onore col signor Guglielmo.
Per suo marito questo scudo non lo avrebbe messo fuori).
(da sé, parte)
SCENA SECONDA
Donna AURORA sola.
AUR.
Gran disgrazia è la mia, aver sempre da ritrovarmi fra le miserie! Un cittadino che non ha impiego e non ha grandi entrate, passa magramente i suoi giorni.
Mi dispiace per il signor Guglielmo, che abbiamo in casa.
Io lo vedo assai volentieri, e non vorrei che se ne andasse.
Ma vediamo chi è che mi scrive questo viglietto.
(lo apre) Ah sì, è donna Livia.
Questa è una femmina fortunata; nacque mercantessa, ed è prossima ad esser dama.
È giovine, è ricca, e quel che più stimo, è vedova e gode tutta la sua libertà.
(legge) Amica carissima.
Le gentili maniere del signor Guglielmo dimostrano esser egli un uomo civile ed onesto...
Ah, ah, la vedovella è rimasta colta dal forestiere! Viene in casa mia col pretesto di veder me, e lo fa per il signor Guglielmo.
Egli barzellettando narrò ieri sera con buonissima grazia le sue indigenze, ed io mi prendo la libertà di mandar venti doppie...
Mandar denari ad una persona che è in casa mia? È un affronto gravissimo ch'ella mi fa: di mandar venti doppie a voi...
A me? acciò con buona maniera le facciate tenere a lui.
Non è necessario ch'egli sappia che il denaro esca dalle mie mani; onde manderò fra poco un mio servitore colle venti doppie, il quale a voi le consegnerà, e le darete al signor Guglielmo quando vi parrà.
Quand'è così, la cosa non va tanto male.
Quest'è un affronto che si può tollerare.
Mi pare ancora impossibile, ch'ella mi mandi questo denaro.
Sarebbe una femmina troppo generosa.
Ecco mio marito.
SCENA TERZA
Don FILIBERTO e detta.
FIL.
Signora donna Aurora, questo forestiere quando se ne va di casa nostra?
AUR.
Non dubitate.
Ha detto che fra otto o dieci giorni ci leverà l'incomodo.
FIL.
Sono quattro mesi che va dicendo così.
L'abbiamo ricevuto in casa per otto giorni, e sono quattro mesi.
AUR.
Abbiate un poco di convenienza.
Se abbiamo fatto il più, facciamo anche il meno.
FIL.
Ma in qual linguaggio ve l'ho da dire? M'intendete ch'io non so più come fare? Che non ho denari? Che non voglio fare altri debiti per causa sua?
AUR.
Per oggi ho dato io uno scudo da spendere.
FIL.
E domani come faremo?
AUR.
Domani qualche cosa sarà.
(Se venissero le venti doppie di donna Livia).
(da sé)
FIL.
Se non foste stata voi, l'avrei licenziato subito.
AUR.
Avreste fatto una bella finezza a que' due cavalieri napolitani, che ve l'hanno raccomandato.
FIL.
Quelli sono andati via, e nessuno mi dà quattrini per provvedere la tavola d'ogni giorno.
SCENA QUARTA
BERTO e detti.
BER.
Signora, è domandata.
AUR.
Vengo subito.
(Fosse almeno il servitore di donna Livia!) (da sé, parte)
FIL.
Chi è che domanda mia moglie?
BER.
Un servitore.
(in atto di partire)
FIL.
Servitore di chi? Voglio saperlo.
BER.
Oh signor padrone, che novità è questa?
FIL.
Novità di che?
BER.
Ella non ha mai usato voler sapere le ambasciate e le visite della padrona.
FIL.
Da qui innanzi le vorrò sapere.
BER.
Ho paura che sia tardi...
Basta...
È il servitore di donna Livia.
(parte)
FIL.
Anche quella donna mette su mia moglie, e mi fa far delle spese.
SCENA QUINTA
Don FILIBERTO e donna AURORA che torna.
FIL.
Ebbene, chi era che vi domandava?
AUR.
Il signor Guglielmo.
FIL.
Subito una bugia.
Non era il servitore di donna Livia?
AUR.
Se lo sapete, perché me lo domandate? Sì, era il servitore di donna Livia, ma mi voleva anche il signor Guglielmo.
FIL.
Se questo signore non se ne va colle buone, lo faremo andare colle cattive.
AUR.
Mi maraviglio che parliate così.
Il signor Guglielmo è un galantuomo, è un uomo onorato e civile, e non va trattato sì male.
FIL.
Sarà come dite voi, ma io spendo, e non ne posso più.
AUR.
Guardate s'egli è un uomo veramente garbato.
Ora mi ha chiamato alla porta della sua camera; mi ha fatto un complimento di scusa.
FIL.
E poi si è licenziato.
AUR.
E poi mi ha pregato ricevere dieci doppie per comprare della cioccolata.
FIL.
Dieci doppie? Dove sono?
AUR.
Eccole in questa borsa.
FIL.
Ma questo non è un affronto ch'egli ci fa?
AUR.
Che affronto? Di questi affronti bisognerebbe riceverne parecchi, e poi si può trattare con maggiore delicatezza? Ce li dà per la cioccolata.
FIL.
Donde pensate voi che possa egli aver avuto questo denaro?
AUR.
L'avrà avuto dal suo paese.
FIL.
Crediamo ch'egli sia una persona nobile?
AUR.
Egli non ha mai voluto dire né il suo vero cognome, né la sua condizione.
Ma per quello che ho sentito dire ai due Napolitani che ce lo hanno raccomandato, è persona molto civile.
FIL.
Bisognerà dunque comprare un poco di cioccolata, e farla subito.
AUR.
Questa mattina andiamo a berla da donna Livia.
L'ambasciata me l'ha mandata per questo.
FIL.
Al signor Guglielmo io non dico nulla delle dieci doppie.
AUR.
No certamente, egli non ha nemmen da sapere che voi le abbiate avute.
FIL.
Sì, sì, ringraziatelo voi; a me non avete detto niente.
Vediamo di uscirne con onore, se mai si può.
Non vorrei però che con queste dieci doppie pretendesse egli di star qui dieci anni.
AUR.
Eccolo.
FIL.
Vado via.
Subito ch'ei ci lascia, ci converrà andar a stare un anno in villa, per rimediare alle nostre piaghe.
(parte)
SCENA SESTA
Donna AURORA, poi GUGLIELMO.
AUR.
A tempo giunte sono le venti doppie.
Se donna Livia mi lascia in libertà di disporne, posso impiegarne dieci per acquietar mio marito, e ciò facendo, tornano anch'esse in profitto di quello a cui erano destinate.
GUGL.
Servitore divoto della signora donna Aurora.
AUR.
Serva, signor Guglielmo; che vuol dire che mi parete confuso?
GUGL.
Per dirle la verità, batto un poco la luna.
AUR.
Che cosa avete che vi disturba?
GUGL.
Non vedo lettere di casa mia; passano i giorni e i mesi, e sono stanco di essere sfortunato.
AUR.
Via, abbiate pazienza.
Seguite a tollerar di buon animo le vostre disavventure.
La sorte s'ha da cambiare, e ha poi da farvi quella giustizia che meritate.
GUGL.
Ma non sono più in caso di differire.
Conviene ch'io faccia qualche risoluzione.
AUR.
Siete annoiato di stare in questa casa?
GUGL.
Un uomo onorato, quale io professo di essere, deve poi arrossire di aver dato un incomodo così lungo ad una casa che lo ha favorito con tanta bontà.
AUR.
Queste sono inutili cerimonie.
Servitevi, che ne siete il padrone; e quanto più state in casa nostra, tanto più ci moltiplicate il piacere.
GUGL.
Conosco di non meritar tante grazie.
Nel caso in cui sono, la loro pietà è per me una provvidenza del cielo.
Ma non posso tirar innanzi così; conviene per assoluto ch'io me ne vada.
AUR.
Perché mai, signor Guglielmo? Perché?
GUGL.
Signora, io sono un uomo schietto e sincero, e non mi vergogno parlar delle mie miserie.
Oltre la casa, oltre il vitto, si sa quante cose sono necessarie ad un galantuomo; non dico altro; veda ella se mi conviene partire.
AUR.
(Il discorso non può essere più opportuno).
(da sé) No, signor Guglielmo, voi non avete da partire per questo.
In tutta confidenza, eccovi dieci doppie, servitevene nelle vostre occorrenze.
GUGL.
Dieci doppie?...
La mi perdoni; non sono in grado di riceverle.
AUR.
Per qual ragione le ricusate?
GUGL.
Domanderò a lei, se mi dà licenza, per qual ragione me le vuol dare.
AUR.
Perché ne avete bisogno.
GUGL.
Ne ho bisogno, è vero, ma non per questo...
AUR.
Oh via, tenetele e non parlate.
GUGL.
Ma, la supplico.
Da chi viene l'offerta? Da lei o dal signor don Filiberto?
AUR.
Ricevetele dalle mie mani, e non cercate più oltre.
GUGL.
E s'io le ricevessi, a chi ne sarei debitore?
AUR.
A nessuno.
GUGL.
Non permetterò certamente...
AUR.
Orsù, la vostra insistenza nel ricusarle è un'ingiuria che voi mi fate.
GUGL.
Non so che dire...
Per non mostrare di essere ingrato, le prenderò.
(Ne ho di bisogno, ma pure le accetto con del rimorso).
(da sé)
AUR.
(Povero giovine! Può essere più modesto? Può essere più discreto?) (da sé)
GUGL.
Non so che dire.
Sono confuso da tante grazie...
AUR.
Non ne parliamo più.
Ditemi, signor Guglielmo, siete dunque afflitto perché non avete lettere?
GUGL.
Da che sono a Palermo, non ho avuta nuova di casa mia.
AUR.
E della vostra signora Eleonora avete avuto notizia alcuna?
GUGL.
Nemmeno di lei.
AUR.
Questo sarà il motivo della vostra malinconia, perché non avete avuto nuove della vostra cara.
GUGL.
Le dirò: la signora Eleonora l'ho amata, come le ho raccontato più volte, ma se devo dire la verità, l'ho amata più per gratitudine che per inclinazione.
Per impegno le ho promesso sposarla, e per lei mi sono quasi precipitato.
Sono quattro mesi ch'ella non mi scrive.
S'ella si è scordata di me, procurerò io pure di scordarmi di lei.
AUR.
Lo sa che siete in Palermo?
GUGL.
Lo sa, perché gliel'ho scritto.
AUR.
Non lo sapete? Lontan dagli occhi, lontan dal cuore, ne avrà ritrovato un altro.
GUGL.
Quasi avrei piacere che fosse così.
Conosco che io facea malissimo a sposarla.
Ma quando uno è innamorato, non pensa all'avvenire; e dopo fatto, lo sproposito si conosce.
SCENA SETTIMA
BERTO e detti.
BER.
La signora donna Livia ha mandato la carrozza, e dice che se ne servano per andar da lei, e che non beve la cioccolata senza di loro.
AUR.
Bene, bene.
Di' al cocchiere che aspetti.
BER.
Sì signora.
(Eccoli qui, sempre insieme, e il padrone non dice nulla).
(da sé, parte)
AUR.
Che dite della vedovella che or ora andremo a ritrovare? Vi piace?
GUGL.
Per dir il vero, ella non mi dispiace.
AUR.
Pare giovinetta, ma non lo è poi tanto; nessuno sa quant'anni ell'abbia, meglio di me.
GUGL.
Lo credo benissimo.
AUR.
Qui da noi passa per una bellezza; eppure non vi sono questi miracoli.
GUGL.
Oh! non si può dire ch'ella non abbia il suo merito.
AUR.
Sapete che cosa ha di buono? È ricca.
GUGL.
Non è poco.
Quando una donna è ricca, pare bella se anche non è, e tutti le corron dietro.
AUR.
Signor Guglielmo, sareste anche voi uno di quelli che le correrebbero dietro per la ricchezza?
GUGL.
Io non sono nel caso, signora mia: perché per isposarla no certo, essendo con un'altra impegnato, per mangiarle qualche cosa nemmeno, perché in queste cose sono delicatissimo.
AUR.
Non vi consiglierei che vi attaccaste con donna Livia.
Ella è pretesa dai primi soggetti di questa città: dal marchese d'Osimo, dal conte di Brano, e che so io.
Avreste degli impegni non pochi.
GUGL.
Conti e marchesi? Che figura vorrebbe ella che facesse fra questi gran signori un povero disgraziato?
AUR.
Per altro, circa alla condizione, ci potreste stare anche voi.
GUGL.
Per grazia del cielo, son nato anch'io galantuomo.
AUR.
Ma siete proprio di Venezia?
GUGL.
Sì, signora, e me ne glorio; e spero che le mie disgrazie non mi renderanno mai indegno di nominar la mia patria.
AUR.
Orsù, io vado a dare alcuni ordini.
Allestitevi per uscire, che andremo insieme da donna Livia.
Via, state allegro; non pensate a disgrazie; siete in casa di buoni amici; non vi mancherà nulla; e se avete bisogno, disponete e comandate con libertà.
(parte)
SCENA OTTAVA
GUGLIELMO solo.
GUGL.
Io non la capisco.
Don Filiberto è un povero signore, di buon cuore sì, ma di poche fortune; e sua moglie, dieci doppie non sono niente: se vi occorre, parlate, disponete.
O donna Aurora ha delle rendite che non si sanno, o vuol mandar in rovina il povero suo marito.
Io però non l'ho da permettere.
Non ho cuore da tirar innanzi così; ogni giorno, quando mi metto a tavola, mi vengono i rossori sul viso.
Un uomo civile, nato bene e bene allevato, non può soffrire di vedersi lungamente dar da mangiare a ufo, e spezialmente da uno che fa per impegno più di quello che le di lui forze permettono ch'egli faccia.
Sarei partito anche prima d'adesso, ma donna Aurora bada a dire ch'io resti.
Se fossi, per esempio, in casa di quella vedova ricca, non avrei tanti scrupoli a mangiarle un poco le costole; in questo mondo siamo tutti soggetti a disgrazie; e non è vergogna raccomandarsi, quando uno si trova in necessità.
Qualche volta anch'io sono stato bene; ora son miserabile; ma la non ha da ire sempre così.
Ho passato tante burrasche, passerà anche questa.
Vo' stare allegro, vo' divertirmi, non voglio pensare a guai.
Anzi voglio rider di tutto, e fissar in me questa massima, che l'uomo di spirito deve essere superiore a tutti i colpi della fortuna.
(parte)
SCENA NONA
Camera in casa di donna Livia.
Donna LIVIA, poi il di lei PAGGIO.
LIV.
Ecco, quattro partiti di matrimonio mi si offeriscono, ma niuno di questi mi dà nel genio, credendoli tutti appassionati, non già per me, ma per l'acquisto della mia dote.
O goder voglio la libertà vedovile, o se nuovamente ho da legarmi, far lo voglio per compiacermi, e non per sacrificarmi.
Oh, se quel Veneziano che è in casa di donna Aurora, fosse veramente una persona ben nata, come dimostra di essere, quanto volentieri lo sposerei! Ancorché fosse povero, non m'importerebbe; diecimila scudi l'anno di rendita, che mi ha lasciato mio padre, basterebbono anche per lui.
Spero che quanto prima colle lettere di Venezia potrò assicurarmi del vero.
PAGG.
Signora.
LIV.
Che c'è?
PAGG.
È qui la signora donna Aurora.
È smontata, ed ha salito mezze le scale.
LIV.
È sola?
PAGG.
Non signora.
È in compagnia d'un forestiere.
LIV.
Sarà quello che sta in casa con lei.
Non lo conosci?
PAGG.
Oh, se lo conosco! E come! Se ne ricordano le mie mani.
LIV.
Le tue mani? Perché?
PAGG.
In Messina, dove io sono stato, egli faceva il maestro di scuola, e mi ha date tante maledette spalmate.
LIV.
Faceva il maestro di scuola?
PAGG.
Signora sì, e ora che mi ricordo, mi ha anche dato due cavalli.
E sa ella dove? Se non fosse vergogna, glielo direi.
LIV.
(Il maestro di scuola! Non vi è gran nobiltà veramente).
(da sé) Eccoli.
Fa che passino.
(al Paggio)
PAGG.
(Se mi desse ora le spalmate e i cavalli, gli vorrei cavare un occhio).
(da sé, parte)
SCENA DECIMA
Donna LIVIA; poi donna AURORA, GUGLIELMO e i SERVITORI.
LIV.
Eppure all'aspetto pare un uomo assai più civile.
Basta, lo assisterò tant'e tanto, e se non mi sarà lecito di sposarlo, procurerò almeno ch'egli resti impiegato in questa nostra città.
AUR.
Amica, eccomi a darvi incomodo.
LIV.
Voi mi onorate.
GUGL.
Fo umilissima riverenza alla signora donna Livia.
LIV.
Serva, signor Guglielmo, accomodatevi.
La cioccolata.
(siedono: donna Aurora nel mezzo.
Servitori partono) Come ve la passate, Signor Guglielmo? State bene?
GUGL.
Benissimo, per ubbidirla.
LIV.
Mi parete di buon umore questa mattina.
GUGL.
Piuttosto; in grazia della signora donna Aurora.
LIV.
Amica, che cosa avete fatto per lui?
AUR.
Niente.
Io non posso far niente, e non ho merito alcuno.
GUGL.
Perdoni, io sono fatto così.
Quando ricevo una grazia, un benefizio, ho piacere che tutto il mondo lo sappia.
La signora donn'Aurora mi ha voluto dar dieci doppie.
AUR.
Sì, ma io non ne ho il merito.
Né voi sapete da chi vi vengono somministrate.
GUGL.
Io so che le ho ricevute dalle sue mani.
LIV.
Dieci doppie gli avete dato? (a donna Aurora)
AUR.
(Questa cosa m'imbroglia un poco).
(da sé)
LIV.
Perché non dargliene venti? (a donna Aurora)
GUGL.
Oh signora! Sono anche troppe le dieci.
AUR.
Vi dirò, gliene avrei date anche venti, ma siccome egli è un giovane generoso, potrebbe spenderle con troppa facilità, perciò mi riserbo di dargliele un'altra volta.
LIV.
(Donna Aurora vuol far troppo l'economa).
(da sé)
GUGL.
(Io ci scommetterei che questo denaro viene da donna Livia).
(da sé)
LIV.
E bene, signor Guglielmo, come vi piace questa nostra città?
GUGL.
Mi piace assaissimo; ma tanto non mi piace la città, quanto i bei mobili che ci sono.
LIV.
E dove sono questi bei mobili?
GUGL.
I mobili più preziosi di questa città sono in questa camera.
LIV.
Queste tappezzerie non sono sì rare, che possano attrarre le vostre ammirazioni.
GUGL.
Eh signora, c'è altro che tappezzerie! Ciò che adorna questa camera e questa città, sono due begli occhi, una bella bocca, un bel viso, un trattar nobile, una maniera che incanta.
AUR.
Oh via, signor Guglielmo, non principiate a burlare, qui non ci sono le belle cose che dite.
LIV.
(Sto a veder ch'ella creda, ch'egli intenda parlar di lei).
(da sé) Per altro in questa città ci stareste voi volentieri? (a Guglielmo)
GUGL.
Sì, signora, ci starei volentieri.
LIV.
Sarebbe bene, se voleste rimanere in Palermo, che aveste un impiego.
AUR.
Dite, amica, che impiego credereste voi adattato per il Signor Guglielmo?
LlV.
Col tempo potrebbe aver qualche cosa di buono; frattanto, per non istare in ozio, per aver una ragione presso il pubblico di trattenersi, potrebbe fare il maestro di scuola.
GUGL.
(Oh diamine, che cosa sento!) (da sé)
AUR.
Il maestro di scuola!
LIV.
Signor Guglielmo, non l'avete voi esercitato in Messina? Il mio paggio è stato alla vostra scuola.
GUGL.
Le dirò: è vero, non lo posso negare.
A Messina ho dovuto insegnar l'abbicì.
Sappiano, signore mie, che partito da Napoli con un bastimento per venire a Palermo, una burrasca mi ha fatto rompere vicino al Faro.
Ho perso la roba ed ho salvato la vita.
Sono andato a Messina senza denari, malconcio dal mare e dalla fortuna, sconosciuto da tutti, senza sapere come mi far per vivere.
Sono stato accolto con carità da un maestro di scuola, ed io, per ricompensa del pane che egli mi dava, lo sollevava dalla fatica maggiore, e per tre mesi continui ho insegnato a leggere e scrivere a ragazzi: professione che non pregiudica in verun conto né alla nascita, né al decoro di un uomo onesto e civile.
AUR.
Sentite? Il signor Guglielmo è una persona civile.
Ha fatto il maestro per accidente.
(a donna Livia)
LIV.
Come poi avete fatto a partir di Messina?
GUGL.
Coll'aiuto di un mio paesano.
Noi altri Veneziani per tutto il mondo ci amiamo come fratelli, e ci aiutiamo, potendo.
Mi ha egli assistito, mi sono imbarcato, e son giunto in Palermo.
AUR.
Quei due Napolitani amici di mio marito, che vi hanno a lui raccomandato, dove li avete voi conosciuti?
GUGL.
Per accidente, nella tartana che qui mi trasportò da Messina.
Presero a volermi bene, e mi fecero il maggior regalo del mondo, collocandomi in una casa che mi ha colmato di benefizi.
AUR.
Il signor Guglielmo si fa adorare da tutti.
LIV.
Sì, è vero; ha maniere veramente gentili.
GUGL.
Le prego, non mi facciano arrossire.
SCENA UNDICESIMA
FERMO cameriere e detti, poi il CONTE DI BRANO.
FER.
Signora, è il signor conte di Brano.
(a donna Livia)
LIV.
Venga, è padrone.
FER.
Quel signore mi par di conoscerlo.
(osservando bene Guglielmo; e parte)
AUR.
Se avete visite, vi leveremo l'incomodo.
(a donna Livia)
LIV.
No, trattenetevi.
Questi è uno de' miei pretendenti; ma non gli abbado.
È un ipocondriaco collerico, non so che fare di lui.
AUR.
(Quanta superbia per essere un po' ricca!) (da sé)
CO.
BRA.
Servo di donna Livia.
(tutti s'alzano)
LIV.
Serva, signor Conte.
Accomodatevi.
Sedete.
(tutti siedono)
CO.
BRA.
Voi siete in buona conversazione.
(a donna Livia)
LIV.
Quel signor forestiere è venuto con donna Aurora a favorirmi.
GUGL.
Servitor suo umilissimo.
(al Conte che lo guarda)
CO.
BRA.
Padron mio riveritissimo...
Mi pare, se non m'inganno, avervi veduto qualche altra volta.
GUGL.
Non è niente più facile.
CO.
BRA.
Non avete nome Guglielmo?
GUGL.
Per obbedirla.
CO.
BRA.
Voi dunque siete il signor dottor Guglielmo, che esercitava in Gaeta la medicina?
LIV.
(Un medico?) (da sé)
AUR.
(Un dottore?) (da sé)
LIV.
(Se è medico, può esser nobile).
(da sé)
GUGL.
Sì, signore, è verissimo, a Gaeta ho esercitato la medicina, ma non son medico di professione.
Mio padre era medico, ho imparato qualche cosa da lui, qualche cosa ho imparato a forza di leggere e di sentir a discorrere.
Ho girato il mondo, ed ho acquistato delle cognizioni particolari.
Partito da Napoli, per causa di una disgrazia accadutami, mi sono ritirato a Gaeta, e non sapendo come altrimenti poter campare, mi sono introdotto in una spezieria, mi sono inteso collo speziale, son passato per medico, ho ricettato, ho curato, ho guarito, ho ammazzato, ho fatto anch'io quello che fanno gli altri.
Insomma campai benissimo, e qualche cosa ho potuto anche avanzarmi.
Finalmente, per curiosità di sapere che cosa era successo di una certa ragazza, son ritornato a Napoli ed ho abbandonato la medicina, la quale per quattro mesi continui m'aveva fatto passare in Gaeta per l'eccellentissimo signor Guglielmo.
AUR.
Bravissimo: lodo il vostro spirito.
LIV.
Signor dottore, io patisco qualche incomodo, mi prevarrò della vostra virtù.
GUGL.
Può essere ch'io abbia un medicamento a proposito per il suo male.
AUR.
Siete in casa mia, signore, avete prima da operar per me.
De' mali ne patisco anch'io.
GUGL.
Non dubitino; le risanerò tutte e due.
CO.
BRA.
Dite: perché avete lasciato di coltivare la medicina? Siete forse poco ben persuaso in favore di una tal professione?
GUGL.
Anzi la venero e la rispetto.
CO.
BRA.
Eppure ci sarebbe molto che dire...
GUGL.
Signor Conte, mi perdoni, non dica male de' medici.
Perché se si dice male de' cattivi, se ne offendono ancora i buoni.
SCENA DODICESIMA
FERMO, cameriere di donna Livia, e detti.
FER.
Signora, il signor marchese d'Osimo.
(a donna Livia)
CO.
BRA.
(Ecco un mio rivale).
(da sé)
LIV.
È padrone.
(Anche costui mi secca).
(da sé)
GUGL.
(Or ora viene qualche principe, qualche duca).
(da sé)
FER.
Signore, servitor suo.
(a Guglielmo, mettendo una seggiola vicino a lui)
GUGL.
Vi saluto.
FER.
Ella non mi conosce più?
GUGL.
Mi pare, ma non mi sovviene.
FER.
Non si ricorda a Roma, che abbiamo servito insieme?
LIV.
(Che sento!) (da sé)
AUR.
(Come?) (da sé)
GUGL.
Servito? Dove? In qual maniera?
FER.
Sì signore, io era cameriere, ed ella era segretario.
GUGL.
Da servire a servire vi è della differenza.
LIV.
Andate a rispondere all'imbasciata del signor Marchese.
(a Fermo)
FER.
(Vuol fare il cavaliere, e anch'egli mangiava il pane degli altri).
(da sé, e parte)
AUR.
Colui deve sbagliare; non vi conoscerà.
GUGL.
Non signora, non ha sbagliato, dice la verità.
A Roma ho servito da segretario.
Partii dalla patria per i disordini della gioventù.
Andai a Roma per mio diporto; finché ho avuto denari, me la sono goduta; terminati questi, ho principiato a far de' lunari.
Non sapeva più come andar innanzi.
Trovai un cavaliere che, conoscendomi, ebbe compassione di me, e l'ho servito da segretario.
La carica per altro di segretario, con un cavaliere di rango e di autorità, non toglie, anzi accresce l'onore ed il merito a un giovine nato bene, che voglia esercitarsi per avanzare le sue fortune.
LIV.
S'io fossi una signora di rango, esibirei al signor Guglielmo la mia piccola segretarìa.
GUGL.
Mi sarebbe di gloria l'onor di poterla servire.
SCENA TREDICESIMA
Il MARCHESE D'OSIMO e detti.
MAR.
Oh! signora donna Livia, siete ottimamente accompagnata.
(tutti si salutano vicendevolmente)
LIV.
Io ho piacere di non restar sola.
MAR.
Avete delle liti?
LIV.
Perché?
MAR.
Vedo che avete qui l'avvocato.
LIV.
E chi è questo avvocato?
MAR.
Eccolo qui: il signor Guglielmo.
Io l'ho conosciuto in Toscana, ed egli forse non si ricorda di me.
GUGL.
Mi ricordo benissimo di aver avuto l'onor di vederla.
So ch'ella aveva una causa di conseguenza, e so anche che l'ha perduta.
AUR.
(Anche l'avvocato?) (da sé)
LIV.
Avete fatto l'avvocato in Toscana?
GUGL.
È verissimo.
Ho fatto anche l'avvocato.
Stanco della soggezione che deve un segretario soffrire, ho cambiato paese ed ho cambiato ancora la professione.
Ho esercitato la professione legale, e posso dir con fortuna; in poco tempo avea acquistato credito, aderenze e quattrini; e se io tirava
...
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