L'AVVENTURIERE ONORATO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Un uomo civile, nato bene e bene allevato, non può soffrire di vedersi lungamente dar da mangiare a ufo, e spezialmente da uno che fa per impegno più di quello che le di lui forze permettono ch'egli faccia.
Sarei partito anche prima d'adesso, ma donna Aurora bada a dire ch'io resti.
Se fossi, per esempio, in casa di quella vedova ricca, non avrei tanti scrupoli a mangiarle un poco le costole; in questo mondo siamo tutti soggetti a disgrazie; e non è vergogna raccomandarsi, quando uno si trova in necessità.
Qualche volta anch'io sono stato bene; ora son miserabile; ma la non ha da ire sempre così.
Ho passato tante burrasche, passerà anche questa.
Vo' stare allegro, vo' divertirmi, non voglio pensare a guai.
Anzi voglio rider di tutto, e fissar in me questa massima, che l'uomo di spirito deve essere superiore a tutti i colpi della fortuna.
(parte)
SCENA NONA
Camera in casa di donna Livia.
Donna LIVIA, poi il di lei PAGGIO.
LIV.
Ecco, quattro partiti di matrimonio mi si offeriscono, ma niuno di questi mi dà nel genio, credendoli tutti appassionati, non già per me, ma per l'acquisto della mia dote.
O goder voglio la libertà vedovile, o se nuovamente ho da legarmi, far lo voglio per compiacermi, e non per sacrificarmi.
Oh, se quel Veneziano che è in casa di donna Aurora, fosse veramente una persona ben nata, come dimostra di essere, quanto volentieri lo sposerei! Ancorché fosse povero, non m'importerebbe; diecimila scudi l'anno di rendita, che mi ha lasciato mio padre, basterebbono anche per lui.
Spero che quanto prima colle lettere di Venezia potrò assicurarmi del vero.
PAGG.
Signora.
LIV.
Che c'è?
PAGG.
È qui la signora donna Aurora.
È smontata, ed ha salito mezze le scale.
LIV.
È sola?
PAGG.
Non signora.
È in compagnia d'un forestiere.
LIV.
Sarà quello che sta in casa con lei.
Non lo conosci?
PAGG.
Oh, se lo conosco! E come! Se ne ricordano le mie mani.
LIV.
Le tue mani? Perché?
PAGG.
In Messina, dove io sono stato, egli faceva il maestro di scuola, e mi ha date tante maledette spalmate.
LIV.
Faceva il maestro di scuola?
PAGG.
Signora sì, e ora che mi ricordo, mi ha anche dato due cavalli.
E sa ella dove? Se non fosse vergogna, glielo direi.
LIV.
(Il maestro di scuola! Non vi è gran nobiltà veramente).
(da sé) Eccoli.
Fa che passino.
(al Paggio)
PAGG.
(Se mi desse ora le spalmate e i cavalli, gli vorrei cavare un occhio).
(da sé, parte)
SCENA DECIMA
Donna LIVIA; poi donna AURORA, GUGLIELMO e i SERVITORI.
LIV.
Eppure all'aspetto pare un uomo assai più civile.
Basta, lo assisterò tant'e tanto, e se non mi sarà lecito di sposarlo, procurerò almeno ch'egli resti impiegato in questa nostra città.
AUR.
Amica, eccomi a darvi incomodo.
LIV.
Voi mi onorate.
GUGL.
Fo umilissima riverenza alla signora donna Livia.
LIV.
Serva, signor Guglielmo, accomodatevi.
La cioccolata.
(siedono: donna Aurora nel mezzo.
Servitori partono) Come ve la passate, Signor Guglielmo? State bene?
GUGL.
Benissimo, per ubbidirla.
LIV.
Mi parete di buon umore questa mattina.
GUGL.
Piuttosto; in grazia della signora donna Aurora.
LIV.
Amica, che cosa avete fatto per lui?
AUR.
Niente.
Io non posso far niente, e non ho merito alcuno.
GUGL.
Perdoni, io sono fatto così.
Quando ricevo una grazia, un benefizio, ho piacere che tutto il mondo lo sappia.
La signora donn'Aurora mi ha voluto dar dieci doppie.
AUR.
Sì, ma io non ne ho il merito.
Né voi sapete da chi vi vengono somministrate.
GUGL.
Io so che le ho ricevute dalle sue mani.
LIV.
Dieci doppie gli avete dato? (a donna Aurora)
AUR.
(Questa cosa m'imbroglia un poco).
(da sé)
LIV.
Perché non dargliene venti? (a donna Aurora)
GUGL.
Oh signora! Sono anche troppe le dieci.
AUR.
Vi dirò, gliene avrei date anche venti, ma siccome egli è un giovane generoso, potrebbe spenderle con troppa facilità, perciò mi riserbo di dargliele un'altra volta.
LIV.
(Donna Aurora vuol far troppo l'economa).
(da sé)
GUGL.
(Io ci scommetterei che questo denaro viene da donna Livia).
(da sé)
LIV.
E bene, signor Guglielmo, come vi piace questa nostra città?
GUGL.
Mi piace assaissimo; ma tanto non mi piace la città, quanto i bei mobili che ci sono.
LIV.
E dove sono questi bei mobili?
GUGL.
I mobili più preziosi di questa città sono in questa camera.
LIV.
Queste tappezzerie non sono sì rare, che possano attrarre le vostre ammirazioni.
GUGL.
Eh signora, c'è altro che tappezzerie! Ciò che adorna questa camera e questa città, sono due begli occhi, una bella bocca, un bel viso, un trattar nobile, una maniera che incanta.
AUR.
Oh via, signor Guglielmo, non principiate a burlare, qui non ci sono le belle cose che dite.
LIV.
(Sto a veder ch'ella creda, ch'egli intenda parlar di lei).
(da sé) Per altro in questa città ci stareste voi volentieri? (a Guglielmo)
GUGL.
Sì, signora, ci starei volentieri.
LIV.
Sarebbe bene, se voleste rimanere in Palermo, che aveste un impiego.
AUR.
Dite, amica, che impiego credereste voi adattato per il Signor Guglielmo?
LlV.
Col tempo potrebbe aver qualche cosa di buono; frattanto, per non istare in ozio, per aver una ragione presso il pubblico di trattenersi, potrebbe fare il maestro di scuola.
GUGL.
(Oh diamine, che cosa sento!) (da sé)
AUR.
Il maestro di scuola!
LIV.
Signor Guglielmo, non l'avete voi esercitato in Messina? Il mio paggio è stato alla vostra scuola.
GUGL.
Le dirò: è vero, non lo posso negare.
A Messina ho dovuto insegnar l'abbicì.
Sappiano, signore mie, che partito da Napoli con un bastimento per venire a Palermo, una burrasca mi ha fatto rompere vicino al Faro.
Ho perso la roba ed ho salvato la vita.
Sono andato a Messina senza denari, malconcio dal mare e dalla fortuna, sconosciuto da tutti, senza sapere come mi far per vivere.
Sono stato accolto con carità da un maestro di scuola, ed io, per ricompensa del pane che egli mi dava, lo sollevava dalla fatica maggiore, e per tre mesi continui ho insegnato a leggere e scrivere a ragazzi: professione che non pregiudica in verun conto né alla nascita, né al decoro di un uomo onesto e civile.
AUR.
Sentite? Il signor Guglielmo è una persona civile.
Ha fatto il maestro per accidente.
(a donna Livia)
LIV.
Come poi avete fatto a partir di Messina?
GUGL.
Coll'aiuto di un mio paesano.
Noi altri Veneziani per tutto il mondo ci amiamo come fratelli, e ci aiutiamo, potendo.
Mi ha egli assistito, mi sono imbarcato, e son giunto in Palermo.
AUR.
Quei due Napolitani amici di mio marito, che vi hanno a lui raccomandato, dove li avete voi conosciuti?
GUGL.
Per accidente, nella tartana che qui mi trasportò da Messina.
Presero a volermi bene, e mi fecero il maggior regalo del mondo, collocandomi in una casa che mi ha colmato di benefizi.
AUR.
Il signor Guglielmo si fa adorare da tutti.
LIV.
Sì, è vero; ha maniere veramente gentili.
GUGL.
Le prego, non mi facciano arrossire.
SCENA UNDICESIMA
FERMO cameriere e detti, poi il CONTE DI BRANO.
FER.
Signora, è il signor conte di Brano.
(a donna Livia)
LIV.
Venga, è padrone.
FER.
Quel signore mi par di conoscerlo.
(osservando bene Guglielmo; e parte)
AUR.
Se avete visite, vi leveremo l'incomodo.
(a donna Livia)
LIV.
No, trattenetevi.
Questi è uno de' miei pretendenti; ma non gli abbado.
È un ipocondriaco collerico, non so che fare di lui.
AUR.
(Quanta superbia per essere un po' ricca!) (da sé)
CO.
BRA.
Servo di donna Livia.
(tutti s'alzano)
LIV.
Serva, signor Conte.
Accomodatevi.
Sedete.
(tutti siedono)
CO.
BRA.
Voi siete in buona conversazione.
(a donna Livia)
LIV.
Quel signor forestiere è venuto con donna Aurora a favorirmi.
GUGL.
Servitor suo umilissimo.
(al Conte che lo guarda)
CO.
BRA.
Padron mio riveritissimo...
Mi pare, se non m'inganno, avervi veduto qualche altra volta.
GUGL.
Non è niente più facile.
CO.
BRA.
Non avete nome Guglielmo?
GUGL.
Per obbedirla.
CO.
BRA.
Voi dunque siete il signor dottor Guglielmo, che esercitava in Gaeta la medicina?
LIV.
(Un medico?) (da sé)
AUR.
(Un dottore?) (da sé)
LIV.
(Se è medico, può esser nobile).
(da sé)
GUGL.
Sì, signore, è verissimo, a Gaeta ho esercitato la medicina, ma non son medico di professione.
Mio padre era medico, ho imparato qualche cosa da lui, qualche cosa ho imparato a forza di leggere e di sentir a discorrere.
Ho girato il mondo, ed ho acquistato delle cognizioni particolari.
Partito da Napoli, per causa di una disgrazia accadutami, mi sono ritirato a Gaeta, e non sapendo come altrimenti poter campare, mi sono introdotto in una spezieria, mi sono inteso collo speziale, son passato per medico, ho ricettato, ho curato, ho guarito, ho ammazzato, ho fatto anch'io quello che fanno gli altri.
Insomma campai benissimo, e qualche cosa ho potuto anche avanzarmi.
Finalmente, per curiosità di sapere che cosa era successo di una certa ragazza, son ritornato a Napoli ed ho abbandonato la medicina, la quale per quattro mesi continui m'aveva fatto passare in Gaeta per l'eccellentissimo signor Guglielmo.
AUR.
Bravissimo: lodo il vostro spirito.
LIV.
Signor dottore, io patisco qualche incomodo, mi prevarrò della vostra virtù.
GUGL.
Può essere ch'io abbia un medicamento a proposito per il suo male.
AUR.
Siete in casa mia, signore, avete prima da operar per me.
De' mali ne patisco anch'io.
GUGL.
Non dubitino; le risanerò tutte e due.
CO.
BRA.
Dite: perché avete lasciato di coltivare la medicina? Siete forse poco ben persuaso in favore di una tal professione?
GUGL.
Anzi la venero e la rispetto.
CO.
BRA.
Eppure ci sarebbe molto che dire...
GUGL.
Signor Conte, mi perdoni, non dica male de' medici.
Perché se si dice male de' cattivi, se ne offendono ancora i buoni.
SCENA DODICESIMA
FERMO, cameriere di donna Livia, e detti.
FER.
Signora, il signor marchese d'Osimo.
(a donna Livia)
CO.
BRA.
(Ecco un mio rivale).
(da sé)
LIV.
È padrone.
(Anche costui mi secca).
(da sé)
GUGL.
(Or ora viene qualche principe, qualche duca).
(da sé)
FER.
Signore, servitor suo.
(a Guglielmo, mettendo una seggiola vicino a lui)
GUGL.
Vi saluto.
FER.
Ella non mi conosce più?
GUGL.
Mi pare, ma non mi sovviene.
FER.
Non si ricorda a Roma, che abbiamo servito insieme?
LIV.
(Che sento!) (da sé)
AUR.
(Come?) (da sé)
GUGL.
Servito? Dove? In qual maniera?
FER.
Sì signore, io era cameriere, ed ella era segretario.
GUGL.
Da servire a servire vi è della differenza.
LIV.
Andate a rispondere all'imbasciata del signor Marchese.
(a Fermo)
FER.
(Vuol fare il cavaliere, e anch'egli mangiava il pane degli altri).
(da sé, e parte)
AUR.
Colui deve sbagliare; non vi conoscerà.
GUGL.
Non signora, non ha sbagliato, dice la verità.
A Roma ho servito da segretario.
Partii dalla patria per i disordini della gioventù.
Andai a Roma per mio diporto; finché ho avuto denari, me la sono goduta; terminati questi, ho principiato a far de' lunari.
Non sapeva più come andar innanzi.
Trovai un cavaliere che, conoscendomi, ebbe compassione di me, e l'ho servito da segretario.
La carica per altro di segretario, con un cavaliere di rango e di autorità, non toglie, anzi accresce l'onore ed il merito a un giovine nato bene, che voglia esercitarsi per avanzare le sue fortune.
LIV.
S'io fossi una signora di rango, esibirei al signor Guglielmo la mia piccola segretarìa.
GUGL.
Mi sarebbe di gloria l'onor di poterla servire.
SCENA TREDICESIMA
Il MARCHESE D'OSIMO e detti.
MAR.
Oh! signora donna Livia, siete ottimamente accompagnata.
(tutti si salutano vicendevolmente)
LIV.
Io ho piacere di non restar sola.
MAR.
Avete delle liti?
LIV.
Perché?
MAR.
Vedo che avete qui l'avvocato.
LIV.
E chi è questo avvocato?
MAR.
Eccolo qui: il signor Guglielmo.
Io l'ho conosciuto in Toscana, ed egli forse non si ricorda di me.
GUGL.
Mi ricordo benissimo di aver avuto l'onor di vederla.
So ch'ella aveva una causa di conseguenza, e so anche che l'ha perduta.
AUR.
(Anche l'avvocato?) (da sé)
LIV.
Avete fatto l'avvocato in Toscana?
GUGL.
È verissimo.
Ho fatto anche l'avvocato.
Stanco della soggezione che deve un segretario soffrire, ho cambiato paese ed ho cambiato ancora la professione.
Ho esercitato la professione legale, e posso dir con fortuna; in poco tempo avea acquistato credito, aderenze e quattrini; e se io tirava innanzi per quella strada, oggi forse sarei in uno stato da non invidiare nessuno.
LIV.
Ma perché abbandonare?...
AUR.
Perché ha voluto venir a stare in Palermo.
Caro avvocato, volete far la vostra professione da noi?
LIV.
Io ho delle liti e ho delle parentele parecchie; non dubitate, non vi lascierò mancar cause.
CO.
BRA.
(Donna Livia si scalda molto per quel forestiere.
Sta a vedere che è di lui innamorata).
(da sé)
MAR.
(Non vorrei che il signor avvocato facesse giù donna Livia.
La sua dote non ha da essere sagrificata).
(da sé)
SCENA QUATTORDICESIMA
TARGA, altro cameriere di donna Livia, e detti.
TAR.
Signora, il signor conte Portici.
(a donna Livia)
LIV.
Venga pure.
Mettete una seggiola.
(a Targa)
GUGL.
(Or ora viene tutta Palermo).
(da sé)
TAR.
Servitor umilissimo.
(a Guglielmo, mettendo la seggiola)
GUGL.
Addio, galantuomo.
LIV.
Che! lo conoscete anche voi? (a Targa)
TAR.
Sì signora, l'ho conosciuto in una città dello Stato Veneto, dove era cancelliere del Criminale.
(parte)
AUR.
(È bellissima).
(da sé)
LIV.
Quanti mestieri avete fatti? (a Guglielmo)
GUGL.
Che vuol ch'io le dica? Ho fatto anche da cancellier criminale; e per dirle la verità, questo, fra tanti mestieri che ho fatto, è stato, secondo me, il più bello, il più dilettevole, il più omogeneo alla mia inclinazione.
Un mestier civilissimo, che si esercita con nobiltà, con autorità; che porge l'occasione di trattar frequentemente con persone nobili; che dà campo di poter far del bene, delle carità, dei piaceri onesti; che è utile quanto basta, e tiene la persona discretamente e virtuosamente impiegata.
LIV.
Sappiate, signor Guglielmo, che nella mia eredità vi è una giurisdizione comprata da mio padre, in cui vi posso far cancelliere.
AUR.
Se mio marito andrà fuori per governatore, non lascierà voi per un altro.
SCENA QUINDICESIMA
Il CONTE PORTICI e detti.
CO.
PORT.
Riverisco lor signori.
(tutti salutano) Oh poeta mio, vi sono schiavo.
(a Guglielmo) Siete qui per fare alcuna delle vostre opere?
GUGL.
Padrone mio riverito.
AUR.
(Un'altra novità).
(da sé)
LIV.
Anche poeta? (verso Guglielmo)
CO.
PORT.
Io l'ho conosciuto in Napoli.
Ho inteso delle sue poetiche composizioni, ed ho veduto in parecchi teatri delle sue fatiche.
AUR.
Oh, questa è una bella professione!
LIV.
Questo è un mestier dilettevole!
GUGL.
Il comporre per i teatri lo chiamano bella professione, mestier dilettevole? Se sapessero tutto, non l'intenderebbono già così.
Di quanti esercizi ho fatto, questo è stato il più laborioso, il più difficile, il più tormentoso.
Oh, l'è pure la dura cosa faticare, sudare, struggersi ad un tavolino, per far una teatrale composizione, e poi vederla gettar a terra, sentirla criticare, lacerare, e in premio del sudore e della fatica, aver de' rimproveri e de' dispiaceri!
AUR.
Ma credo poi sia un piacer grande, quando si sentono le proprie fatiche applaudite dall'universale.
GUGL.
Prima le dirò che poche volte l'universal si contenta, e poi quand'anche siasi più volte di uno scrittor compiaciuto, una cosa sola che sia, o che sembri esser cattiva, fa perdere il merito a tutte le cose che furono applaudite.
E se la lode si dà a mezza voce, il biasimo si precipita sonoramente e con baldanza.
LIV.
È meglio che facciate l'avvocato.
Io vi procurerò degli amici, e questi cavalieri vi assisteranno.
AUR.
E poi mio marito non vi lascierà mancar cause.
MAR.
La nostra città è ben provveduta; non c'è bisogno che un forestiere venga ad accrescere il numero degli avvocati.
(Costui si va acquistando il cuore di donna Livia).
(da sé)
LlV.
Signor Marchese, se voi non volete prestargli la vostra protezione, non importa; tant'e tanto il signor Guglielmo avrà da vivere nella nostra città.
MAR.
Sì, avrà da vivere.
Basta che una vedova ricca lo voglia mantenere.
LIV.
Una vedova ricca può disporre del suo, senza essere soggetta alla censure di chi non deve imbarazzarsi ne' fatti suoi.
MAR.
Per non imbarazzarmi ne' fatti vostri, vi leverò il disturbo.
Spero che il signor avvocato avrà cervello e prima di prendere alcun impegno, s'informerà chi è il marchese d'Osimo.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Donna LIVIA, donna AURORA, GUGLIELMO, il CONTE DI BRANO, il CONTE PORTICI.
GUGL.
Ho capito, signore mie, si principia male.
AUR.
Eh, non abbiate paura, mio marito vi difenderà.
GUGL.
L'avvocato non lo fo sicuramente.
Non vorrei che il signor Marchese...
LIV.
Bene, farete il medico.
CO.
BRA.
Che? Abbiamo noi necessità di medici? Chi volete si fidi di un ciarlatano?
GUGL.
Mi onora troppo questo cavaliere.
(con ironia)
LIV.
Signor Conte, voi parlate male di una persona che io ammetto alla mia conversazione.
CO.
BRA.
(Costui l'ha innamorata senz'altro).
(da sé) Sì, ecco le persone che si proteggono dalle belle donne.
Un incognito, un avventuriere, un impostore.
Servitevi come vi aggrada; ma il signor medico dispongasi a mutar aria.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Donna LIVIA, donna AURORA, GUGLIELMO ed il CONTE PORTICI.
GUGL.
Per quel ch'io sento andiamo sempre di bene in meglio.
AUR.
Non abbiate paura, mio marito vi difenderà.
GUGL.
Né anche il medico non lo fo certo; non voglio, come forestiere, che mi prendano per un ciarlatano.
LIV.
Non avete detto, che più vi va a genio la professione del cancelliere?
GUGL.
È verissimo.
LIV.
Io vi procurerò una delle migliori cancellerie, se la mia non sarà lucrosa tanto che basti.
AUR.
Mio marito, mio marito ve la troverà.
CO.
PORT.
Oh, la sarebbe bella che un forestiere venisse a mangiar il pane, che è riserbato per i paesani.
Io mi protesto, che cancellerie il signor Guglielmo non ne avrà.
GUGL.
Obbligatissimo alle di lei grazie.
(al conte Portici)
CO.
PORT.
(A poco a poco donna Livia lo fa padrone del di lei cuore e delle di lei ricchezze).
(da sé)
LIV.
Signor Conte, voi non disponete delle cariche di questo regno.
CO.
PORT.
Eh via, signora, se vi preme il bel Veneziano, mantenetelo del vostro, e se volete beneficarlo, sposatelo, che buon pro vi faccia.
GUGL.
(Questo sarebbe il più bell'impiego del mondo).
(da sé)
LIV.
Nelle mie operazioni non prendo da voi consiglio.
AUR.
Eh, che il signor Guglielmo non ha bisogno di pane.
LIV.
In ogni forma resterete in Palermo, e per far conoscere il vostro spirito, il vostro talento, darete al nostro teatro alcuna delle vostre composizioni.
CO.
PORT.
Sì, veramente ci farà un bel regalo.
Verrà colle sue opere a rovinare anche il nostro teatro.
Io parlerò altamente contro di lui; e se a voi, signora, piacciono le di lui opere, fatelo operare in casa.
(Non sarà vero che un forestiere mi contrasti il cuore di donna Livia).
(da sé, parte)
SCENA DICIOTTESIMA
Donna LIVIA, donna AURORA e GUGLIELMO.
GUGL.
Mi vogliono cacciar via di legge.
LIV.
Orsù, a dispetto di tutto il mondo, voi resterete in Palermo.
Se vi contentate, la mia casa è a vostra disposizione.
AUR.
Oh perdonatemi, donna Livia, egli è in casa mia; non abbandonerà mio marito.
Signor Guglielmo, andiamo; leviamo l'incomodo a donna Livia.
(s'alza)
GUGL.
Sono a servirla.
(Io mi trovo nel più curioso imbarazzo del mondo).
(da sé, alzandosi)
LIV.
Disponete della mia casa.
Ricordatevi che ho della stima di voi; che potete fare la vostra fortuna; e non vi lasciate sedurre.
AUR.
Venite o non venite? (a Guglielmo, in atto di partire)
GUGL.
Vengo.
(Sono imbrogliato davvero).
(da sé) All'onore di riverirla.
(a donna Livia) (Non so che risolvere...
Basta, mi regolerò).
(da sé)
AUR.
Serva, donna Livia.
LIV.
Servitevi della mia carrozza, se vostro marito non ve ne avesse mandata un'altra.
AUR.
Andiamo, andiamo.
(con dispetto a Guglielmo, e parte)
GUGL.
(Si prende spasso.
Questo è il solito; il ricco burla il povero).
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
Donna LIVIA sola.
LIV.
Il signor Guglielmo è un giovine che merita tutto il bene e tutto l'amore.
Sempre più mi piace.
Sempre più ho concepito stima di lui.
Sì, lo voglio io assistere a dispetto di chi non vuole.
Non curo il Marchese, non abbado al conte d'Osimo, rido del conte Portici, e donna Aurora mi fa compassione.
Assisterò questo giovine a dispetto di tutto il mondo, poiché da tutto quello che si raccoglie della sua vita sinora, egli è un uomo civile, egli è un Avventuriere onorato.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera in casa di don Filiberto.
Don FILIBERTO, poi BERTO con una lettera.
FIL.
Mia moglie non fa che tormentarmi a causa di questo forestiere; non è mai contenta del trattamento ch'io gli fo.
Non farebbe tanto, se fosse un nostro parente.
Basta: conosco donna Aurora; so ch'è una moglie onorata; lo so, lo credo, e non mi voglio inquietare.
BER.
Signore, una lettera.
FIL.
Chi la manda?
BER.
Favorisca d'aprirla, e lo saprà subito.
FIL.
Bravo il signor dottore!
BER.
(La mia dottrina non la scambierei colla sua).
(da sé, e parte)
FIL.
(Apre la lettera e osserva la sottoscrizione) Il Conte di Brano.
Oh! che mi comanda il signor Conte? Amico, voi avete in casa un impostore, che ebbe l'ardire di passar per medico, tuttoché confessi egli medesimo di non esser tale, sagrificando al vile interesse la vita degli uomini.
Io l'ho conosciuto in Gaeta, da dove sarà fuggito per la scoperta della sua impostura.
La vostra casa onorata non dee prestar asilo a simil sorta di gente, onde vi consiglio scacciarlo, e se volesse resistere, assicuratevi della mia assistenza.
Oh, che cosa sento! Dica ora mia moglie ciò che sa dire, da qui a quattro giorni al più, voglio per assoluto ch'ei se ne vada.
Piuttosto gli renderò il suo denaro.
SCENA SECONDA
Il CONTE PORTICI e detto.
CO.
PORT.
Amico, si può venire?
FIL.
Oh! signor conte Portici, mi fate onore.
Che cosa avete da comandarmi?
CO.
PORT.
Non avete voi in casa un forestiere, che ha nome Guglielmo?
FIL.
È verissimo.
CO.
PORT.
Io vi parlo da amico; non vi consiglio tenerlo più lungamente con voi.
Non si sa chi egli sia.
Fa da poeta, ma credo che per causa di certa satira, sia stato scacciato dal paese dov'era prima; e se i suoi nemici lo trovano in casa vostra, avrete de' guai.
FIL.
Signore, vi ringrazio con tutto il cuore.
Mi prevarrò dell'avviso che voi mi date.
CO.
PORT.
Ognuno poi anche si stupisce di voi, che tenghiate in casa un giovine sconosciuto.
Vi parlo da amico, si mormora assai di vostra moglie, e la vostra riputazione è in pericolo.
FIL.
Dite davvero?
CO.
PORT.
Il zelo di buon amico mi ha spinto ad avvertirvi di ciò.
Non crediate già ch'io sia sì temerario di credere che donna Aurora sia una donna di poca prudenza, ma il mondo è tristo; facilmente si critica, e voi vi renderete ridicolo.
FIL.
Caro signor Conte, quanto vi son tenuto!
CO.
PORT.
Prevaletevi dell'avviso.
Schiavo, a rivederci.
FIL.
Vi son servo, signor Conte.
CO.
PORT.
(Costui non resterà lungo tempo in Palermo).
(da sé, e parte)
SCENA TERZA
Don FILIBERTO, poi BERTO con un altro viglietto.
FIL.
Si mormora di me? Si mormora di mia moglie? Domani lo licenzio senz'altro.
BER.
Signore, ecco un altro viglietto.
(Ora almeno a un bisogno non ci mancheranno fogli).
(da sé)
FIL.
Il signor Guglielmo è in casa?
BER.
C'è la padrona, ci avrebbe da essere egli pure.
FIL.
Che c'entra la padrona con lui? (alterato)
BER.
Che so io? Parlo a aria, signore.
FIL.
Di' al signor Guglielmo, che favorisca di venir qui.
BER.
Subito.
(Se c'entra o se non c'entra, lo saprà la padrona).
(da sé, parte)
SCENA QUARTA
Don FILIBERTO solo, poi GUGLIELMO.
FIL.
Chi è che scrive? Se ci fosse colui, direbbe: favorisca di aprire, che lo saprà.
Non ha tutto il torto però, vediamo: il Marchese d'Osimo.
Che dice il signor Marchese mio padrone? Guardatevi dal forestiere che avete in casa.
Non sapendosi chi egli sia, è reso sospetto al Governo, e voi siete in vista, prestando asilo ad una persona che può essere macchiata di reità.
Rimediate per tempo al pericolo che vi sovrasta, e gradite l'avviso di chi vi ama.
Non occorr'altro.
Eccolo, lo licenzio in questo momento.
GUGL.
Che mi comanda il signor don Filiberto?
FIL.
Signor Guglielmo carissimo, vi ho da dire una cosa che mi dispiace infinitamente.
GUGL.
Dite pure senza riguardi.
Cogli amici non ci vogliono certe riserve.
FIL.
Davvero, quasi non so come principiare.
GUGL.
Dite su liberamente.
FIL.
Vedo che siete un uomo pieno di virtù e di merito, ma io...
Oh, quanto me ne dispiace!
GUGL.
Via, senza che diciate altro, v'ho capito, e vi risparmierò la fatica di terminar il discorso.
Volete dirmi essere ormai tempo che vi levi l'incomodo, e che me ne vada di casa vostra; non è egli vero?
FIL.
Non intendo scacciarvi di casa mia...
Ma...
non saprei...
Avrei da servirmi di quelle camere.
GUGL.
Benissimo.
Tanto mi basta.
Vi ringrazio di avermi sofferto con tanta generosità.
Assicuratevi che conosco le mie obbligazioni, che so le mie convenienze, e che sarei andato via prima d'ora, se dalla bontà della vostra signora consorte non fossi stato soavemente violentato a restare.
FIL.
(Hanno ragione, se mormorano di mia moglie).
(da sé)
GUGL.
Domani vi leverò l'incomodo.
Vorrei pregarvi soltanto di questa grazia sola, che mi diceste il motivo, perché mi licenziate così su due piedi.
FIL.
Per ora, compatitemi, non posso dirvi di più.
Dunque anderete domani?
GUGL.
(Dubito ch'egli sia diventato geloso della moglie.
Quelle dieci doppie chi sa che cosa abbiano partorito?) (da sé) Signore, se così vi aggrada, son pronto a partire in questo momento.
FIL.
No, non dico in questo momento.
Ma...
che so io? Se non v'incomodasse andar questa sera...
GUGL.
Non vi è niente di male.
In meno d'un ora, senza che nessuno sappia i fatti nostri, me ne vado in un altro quartiere.
FIL.
Caro amico, me ne dispiace, torno a dirvi, infinitamente, ma credetemi, non posso far a meno di non far così.
Un giorno poi vi dirò ogni cosa.
GUGL.
Ed io per ora non parlo, perché voi siete il padrone di casa vostra, e a chi m'ha fatto del bene, non voglio arrecar dispiaceri.
Ma un giorno verremo in chiaro di tutto.
Signor don Filiberto, vi domando perdono degl'incomodi che vi ho cagionati; vi ringrazio infinitamente, e mi darò l'onore con comodo di riverirvi.
(in atto di partire)
FIL.
Ehi.
Sentite.
Di quelle dieci doppie cosa facciamo?
GUGL.
(Cospetto! le dieci doppie adunque sono provenute da lui).
(da sé) Non so che dire; farò tutto quello che voi volete.
(Se le vorrà indietro, converrà metterle fuori).
(da sé)
FIL.
Gli uomini d'onore non si approfittano dell'altrui denaro.
GUGL.
Se siete voi un galantuomo, tale mi professo di essere ancora io.
FIL.
Le dieci doppie...
(tirando fuori la borsa)
GUGL.
Sì signore, ecco qui le sue dieci doppie.
(mostra la borsa)
FIL.
Come! Sono qui le vostre dieci doppie.
(scuote la borsa)
GUGL.
Le mie? Dico che le vostre sono in questa borsa.
FIL.
Oh bellissima! Non avete voi dato dieci doppie effettive di Spagna a mia moglie, perché comprasse della cioccolata?
GUGL.
Oh! che dite voi? Ella ha dato a me dieci doppie per le mie occorrenze.
FIL.
Come va questa faccenda?
GUGL.
Ecco la signora donna Aurora; ella diluciderà ogni cosa.
SCENA QUINTA
Donna AURORA e detti.
FIL.
Moglie mia, queste dieci doppie a chi vanno?
GUGL.
E queste di chi sono? (ciascheduno mostra la borsa)
AUR.
(Che cosa ho da dire io?) Chi le ha, se le tenga.
FIL.
Io non le voglio in questa maniera.
GUGL.
Nemmeno io certamente.
AUR.
Chi non le vuol, non le merita.
Le prendo io.
(E le restituirò a donna Livia).
(leva la borsa di mano a don Filiberto e a don Guglielmo, e parte)
SCENA SESTA
Don FILIBERTO e GUGLIELMO.
FIL.
Dunque voi non avete dato a mia moglie le dieci doppie?
GUGL.
Vi dico, signore, che ella ha favorito me delle altre dieci.
FIL.
(Come va la cosa dunque? Mia moglie avea venti doppie?) (da sé)
GUGL.
(Questo è un imbroglio.
Sarà meglio ch'io me ne vada).
(da sé) Don Filiberto, vi sono schiavo.
FIL.
Amico, scusate.
GUGL.
Scusate voi l'ardire con cui...
FIL.
Non parliamo altro.
GUGL.
(Ora è il tempo di accettare l'esibizione della vedova; chi sa ch'ella non mi aiuti davvero? Tutto il male non vien per nuocere).
(da sé, e parte)
FIL.
Venti doppie? Venti doppie? Di dove le può aver avute? Io non sono mai stato geloso, ma queste venti doppie mi farebbero far de' lunari.
(parte)
SCENA SETTIMA
Camera in casa di donna Livia.
Donna LIVIA, poi il PAGGIO.
LIV.
Chi pretende violentar il mio cuore, s'inganna.
Io non ho ricchezza maggiore della mia libertà, e mi crederei miserabile nell'abbondanza, se non potessi disporre di me medesima.
Guglielmo sempre più m'incatena, e se assicurar mi potessi de' suoi natali, non esiterei a sposarlo in faccia di tutto il mondo, e a dispetto di tutti quelli che aspirano alle mie nozze.
PAGG.
Signora, è qui il signor maestro.
LIV.
Chi?
PAGG.
Il signor maestro.
Quello che mi ha favorito, con riverenza, de' cavalli.
LlV.
Non lo chiamare mai più con questo nome.
Egli è il signor Guglielmo.
Fa che passi.
PAGG.
(Ancora, quando lo vedo, mi fa tremare).
(da sé, parte)
SCENA OTTAVA
Donna LIVIA, poi GUGLIELMO.
LIV.
Non ha tardato a venirmi a vedere.
Segno che conosce la mia parzialità, e l'aggradisce.
GUGL.
Servitor umilissimo, mia signora.
LIV.
Riverisco il signor Guglielmo: vi ringrazio che siete venuto a vedermi.
Che vuol dire, che ora non mi parete più tanto allegro?
GUGL.
Mah! S'è cangiato il vento, signora.
Il mare parea per me abbonacciato, ma ora è più che mai in burrasca.
LIV.
Che c'è? Qualche novità?
GUGL.
La novità non è picciola.
Il signor don Filiberto con gentilezza mi ha dato il mio congedo, ed io sono un uccellin sulla frasca, senza nido, senza ricovero e senza panìco.
LIV.
Per che causa don Filiberto vi ha licenziato?
GUGL.
Non saprei; male azioni io non ne ho fatte certo.
Si sarà stancato di favorirmi.
LIV.
Ma si licenzia di casa un galantuomo così da un momento all'altro? (La cosa mi mette un poco in pensiero!) (da sé)
GUGL.
In fatti il mio decoro ne tocca in questo fatterello ch'è qui.
Non ha voluto dirmi il perché; credo per altro potermelo immaginare.
LIV.
Sarebbe bene che in ogni modo si venisse in chiaro della verità.
GUGL.
Ho paura, per dirgliela, che quelle dieci doppie che mi ha dato donna Aurora questa mattina...
LIV.
Dieci sole ve ne ha date?
GUGL.
Dieci sole.
Non ha sentito?
LIV.
E vi ha lasciato uscire di casa sua, senza darvene dieci altre?
GUGL.
Anzi ha ripigliate anche quelle che mi aveva donate.
LIV.
Le ha ripigliate? Questa è un'azione indegna.
A questo passo non so più contenermi.
Sappiate che io stamane ho mandate venti doppie a donna Aurora acciò, per via d'amicizia, senza che voi sapeste da chi venissero, fossero a voi donate.
GUGL.
Ora capisco il mistero.
Le venti doppie le ha divise a puntino: metà a me, e metà a suo marito.
Sempre più, signora donna Livia, si accrescono le mie obbligazioni verso di lei; e sempre più mi maraviglio come don Filiberto abbia potuto farmi la mal'azione.
LIV.
L'avranno fatto per profittar delle venti doppie; ma non gliela vo' menar buona.
Mi sentirà donna Aurora...
GUGL.
La supplico, signora; se son degno di sperar qualche grazia, non mi nieghi questa per amor del cielo.
Dissimuliamo, doniamo tutto a donna Aurora e a don Filiberto.
Mi hanno mantenuto per tanto tempo, non è giusto ch'io paghi con un risentimento le obbligazioni che ho seco loro contratto.
LIV.
Siete un uomo di belle viscere.
Ammiro la vostra gratitudine, e me ne compiaccio.
GUGL.
La gratitudine è un debito, che non si cancella nemmeno cogl'insulti di quello che ci ha una volta fatto del bene.
LIV.
(Sempre più con queste belle massime m'innamora).
(da sé) Che cosa dunque risolvete di fare?
GUGL.
Non lo so nemmen io.
(sospirando)
LIV.
Caro signor Guglielmo, se la casa mia vi aggrada, ve ne fo padrone.
GUGL.
Signora, la sua esibizione mi consola.
Ma un giusto riguardo mi tiene in dubbio, se io la debba accettare.
LIV.
E qual è questo dubbio?
GUGL.
Ella è sola, io sono un forestiere; con qual titolo onesto vorrebbe ella ch'io stessi in casa?
LIV.
Se vi degnate, avrete la bontà di assistere agli affari della mia casa, e di rispondere per me a qualche lettera di rimarco.
GUGL.
Se mi degno, ella dice? Una signora com'ella è, rende onore e dà fregio a chi ha la sorte di poterla servire.
SCENA NONA
Il PAGGIO e detti.
PAGG.
Signora, è domandata.
LIV.
Chi mi vuole?
PAGG.
Una giovane forestiera ch'io non conosco.
LIV.
Fatti dire chi è.
PAGG.
Non lo vuol dire.
Desidera parlar con lei.
LIV.
Dille che si trattenga, che ora sono da lei.
PAGG.
(Il signor maestro viene spesso a dar le lezioni alla mia padrona).
(da sé, e parte)
LIV.
Chi può esser costei? Or ora la vedrò.
Signor Guglielmo, tenete questa lettera; vi supplico di rispondere immediatamente.
GUGL.
Come comanda ella che io risponda? Mi dica il suo sentimento.
LIV.
Rispondete come vi piace.
Sentite il tenor della lettera, e formate voi quella risposta che le dareste, se foste nel caso mio.
(Nella maniera con cui risponderà a questa lettera da me inventata, rileverò s'egli ha il coraggio di aspirare alle nozze di una persona, che da tanti soggetti nobili vien ricercata).
(da sé, e parte)
SCENA DECIMA
GUGLIELMO solo.
GUGL.
Bella, bella davvero! Vuol ch'io risponda alla lettera e non mi dice la sua intenzione.
A questo modo, ella non mi fa solamente suo segretario, ma mi rende arbitro del suo cuore.
Oh, se ciò fosse vero, felice me! Chi sa? Di questi casi se ne sono dati degli altri.
Ma Eleonora? Eleonora si è scordata di me, ed io non mi ricorderò più di lei.
Sentiamo il tenore di questa lettera, per pensare a quello che dovrò rispondere.
A chi è diretta? A donna Livia.
Chi la scrive? Non c'è nemmeno la sottoscrizione.
Ella conoscerà il carattere; ma io, se non so chi scrive, non saprò nemmeno in quai termini concepir la risposta.
Leggiamo: Cugina amatissima.
Scrive un suo cugino.
A voi è noto quanto interesse io mi prenda in tutto ciò che vi può render contenta, poiché, oltre il titolo della parentela, ho una particolare tenerezza per voi...
Un cugino ha della tenerezza per lei? Alle volte anche i parenti...
Basta, tiriamo innanzi.
Non posso perciò dissimulare aver io inteso con qualche sorpresa, che voi distinguete un giovine forestiere, a segno che, ingelositi di lui tutti quelli che aspirano alle vostre nozze, si teme che lo vogliate altrui preferire nel possesso della vostra mano.
Si teme dunque ch'ella voglia me preferire? I pretendenti suoi hanno di me gelosia? Convien dire ch'ella abbia dato loro motivo di sospettare così.
In fatti ella mi fa arbitro del suo cuore; mi fa rispondere a lettere di questa sorta a piacer mio, dunque siamo a cavallo; donna Livia mi ama, donna Livia è poco meno che mia...
Ma adagio, non andiamo di galoppo.
Sentiamo il resto di questa lettera.
Niuno si può opporre al piacer vostro, ma ricordatevi che perdereste tutta la vostra estimazione, se vi sposaste ad un uomo di vil condizione...
In quanto alla nascita, le farò vedere e toccar con mano, che potrei aspirare alle nozze di una che fosse nobile.
Questo di cui sento parlare, è un incognito che non sa dar conto di sé.
Molti lo credono un impostore.
Evvi chi dice ch'ei possa essere con altra donna legato, onde pensateci, e s'egli non si dà bene a conoscere, allontanatelo dalla vostra casa, e discacciatelo dal vostro cuore.
Ho capito.
A questa lettera ella vuol ch'io risponda, e vuole che la risposta sia a genio mio.
Risponderò, e dal tenore della mia risposta capirà chi scrive; e capirà, chi diede a me questa lettera, che Guglielmo è bensì un uomo che non sa alzare l'ingegno per farsi ricco: ma non è sciocco nemmeno, per lasciarsi fuggir dalle mani le trecce della fortuna.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Altra camera di donna Livia.
Donna LIVIA ed ELEONORA.
LIV.
Qui in questa stanza staremo con maggior libertà.
Qui potete svelarmi ogni arcano, senza timore che nessuno ci ascolti.
ELEON.
Prima ch'io passi a narrarvi la serie delle mie disavventure, permettetemi ch'io vi chieda se sia a vostra notizia, che trovisi qui in Palermo un giovine veneziano, nominato Guglielmo.
LIV.
Sì, egli è in Palermo; lo conosco benissimo.
(Oimè! mi trema il cuore).
(da sé)
ELEON.
Deh, assicuratemi se sia vero ciò che poc'anzi mi venne asserito, cioè s'egli trovisi nella vostra casa.
LIV.
È verissimo, egli è in mia casa.
ELEON.
Ah! signora, sappiate che Guglielmo è il mio sposo.
LIV.
Come! vostro sposo Guglielmo?
ELEON.
In Napoli ei mi diede la
...
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