L'AVVENTURIERE ONORATO, di Carlo Goldoni - pagina 5
...
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FIL.
Davvero, quasi non so come principiare.
GUGL.
Dite su liberamente.
FIL.
Vedo che siete un uomo pieno di virtù e di merito, ma io...
Oh, quanto me ne dispiace!
GUGL.
Via, senza che diciate altro, v'ho capito, e vi risparmierò la fatica di terminar il discorso.
Volete dirmi essere ormai tempo che vi levi l'incomodo, e che me ne vada di casa vostra; non è egli vero?
FIL.
Non intendo scacciarvi di casa mia...
Ma...
non saprei...
Avrei da servirmi di quelle camere.
GUGL.
Benissimo.
Tanto mi basta.
Vi ringrazio di avermi sofferto con tanta generosità.
Assicuratevi che conosco le mie obbligazioni, che so le mie convenienze, e che sarei andato via prima d'ora, se dalla bontà della vostra signora consorte non fossi stato soavemente violentato a restare.
FIL.
(Hanno ragione, se mormorano di mia moglie).
(da sé)
GUGL.
Domani vi leverò l'incomodo.
Vorrei pregarvi soltanto di questa grazia sola, che mi diceste il motivo, perché mi licenziate così su due piedi.
FIL.
Per ora, compatitemi, non posso dirvi di più.
Dunque anderete domani?
GUGL.
(Dubito ch'egli sia diventato geloso della moglie.
Quelle dieci doppie chi sa che cosa abbiano partorito?) (da sé) Signore, se così vi aggrada, son pronto a partire in questo momento.
FIL.
No, non dico in questo momento.
Ma...
che so io? Se non v'incomodasse andar questa sera...
GUGL.
Non vi è niente di male.
In meno d'un ora, senza che nessuno sappia i fatti nostri, me ne vado in un altro quartiere.
FIL.
Caro amico, me ne dispiace, torno a dirvi, infinitamente, ma credetemi, non posso far a meno di non far così.
Un giorno poi vi dirò ogni cosa.
GUGL.
Ed io per ora non parlo, perché voi siete il padrone di casa vostra, e a chi m'ha fatto del bene, non voglio arrecar dispiaceri.
Ma un giorno verremo in chiaro di tutto.
Signor don Filiberto, vi domando perdono degl'incomodi che vi ho cagionati; vi ringrazio infinitamente, e mi darò l'onore con comodo di riverirvi.
(in atto di partire)
FIL.
Ehi.
Sentite.
Di quelle dieci doppie cosa facciamo?
GUGL.
(Cospetto! le dieci doppie adunque sono provenute da lui).
(da sé) Non so che dire; farò tutto quello che voi volete.
(Se le vorrà indietro, converrà metterle fuori).
(da sé)
FIL.
Gli uomini d'onore non si approfittano dell'altrui denaro.
GUGL.
Se siete voi un galantuomo, tale mi professo di essere ancora io.
FIL.
Le dieci doppie...
(tirando fuori la borsa)
GUGL.
Sì signore, ecco qui le sue dieci doppie.
(mostra la borsa)
FIL.
Come! Sono qui le vostre dieci doppie.
(scuote la borsa)
GUGL.
Le mie? Dico che le vostre sono in questa borsa.
FIL.
Oh bellissima! Non avete voi dato dieci doppie effettive di Spagna a mia moglie, perché comprasse della cioccolata?
GUGL.
Oh! che dite voi? Ella ha dato a me dieci doppie per le mie occorrenze.
FIL.
Come va questa faccenda?
GUGL.
Ecco la signora donna Aurora; ella diluciderà ogni cosa.
SCENA QUINTA
Donna AURORA e detti.
FIL.
Moglie mia, queste dieci doppie a chi vanno?
GUGL.
E queste di chi sono? (ciascheduno mostra la borsa)
AUR.
(Che cosa ho da dire io?) Chi le ha, se le tenga.
FIL.
Io non le voglio in questa maniera.
GUGL.
Nemmeno io certamente.
AUR.
Chi non le vuol, non le merita.
Le prendo io.
(E le restituirò a donna Livia).
(leva la borsa di mano a don Filiberto e a don Guglielmo, e parte)
SCENA SESTA
Don FILIBERTO e GUGLIELMO.
FIL.
Dunque voi non avete dato a mia moglie le dieci doppie?
GUGL.
Vi dico, signore, che ella ha favorito me delle altre dieci.
FIL.
(Come va la cosa dunque? Mia moglie avea venti doppie?) (da sé)
GUGL.
(Questo è un imbroglio.
Sarà meglio ch'io me ne vada).
(da sé) Don Filiberto, vi sono schiavo.
FIL.
Amico, scusate.
GUGL.
Scusate voi l'ardire con cui...
FIL.
Non parliamo altro.
GUGL.
(Ora è il tempo di accettare l'esibizione della vedova; chi sa ch'ella non mi aiuti davvero? Tutto il male non vien per nuocere).
(da sé, e parte)
FIL.
Venti doppie? Venti doppie? Di dove le può aver avute? Io non sono mai stato geloso, ma queste venti doppie mi farebbero far de' lunari.
(parte)
SCENA SETTIMA
Camera in casa di donna Livia.
Donna LIVIA, poi il PAGGIO.
LIV.
Chi pretende violentar il mio cuore, s'inganna.
Io non ho ricchezza maggiore della mia libertà, e mi crederei miserabile nell'abbondanza, se non potessi disporre di me medesima.
Guglielmo sempre più m'incatena, e se assicurar mi potessi de' suoi natali, non esiterei a sposarlo in faccia di tutto il mondo, e a dispetto di tutti quelli che aspirano alle mie nozze.
PAGG.
Signora, è qui il signor maestro.
LIV.
Chi?
PAGG.
Il signor maestro.
Quello che mi ha favorito, con riverenza, de' cavalli.
LlV.
Non lo chiamare mai più con questo nome.
Egli è il signor Guglielmo.
Fa che passi.
PAGG.
(Ancora, quando lo vedo, mi fa tremare).
(da sé, parte)
SCENA OTTAVA
Donna LIVIA, poi GUGLIELMO.
LIV.
Non ha tardato a venirmi a vedere.
Segno che conosce la mia parzialità, e l'aggradisce.
GUGL.
Servitor umilissimo, mia signora.
LIV.
Riverisco il signor Guglielmo: vi ringrazio che siete venuto a vedermi.
Che vuol dire, che ora non mi parete più tanto allegro?
GUGL.
Mah! S'è cangiato il vento, signora.
Il mare parea per me abbonacciato, ma ora è più che mai in burrasca.
LIV.
Che c'è? Qualche novità?
GUGL.
La novità non è picciola.
Il signor don Filiberto con gentilezza mi ha dato il mio congedo, ed io sono un uccellin sulla frasca, senza nido, senza ricovero e senza panìco.
LIV.
Per che causa don Filiberto vi ha licenziato?
GUGL.
Non saprei; male azioni io non ne ho fatte certo.
Si sarà stancato di favorirmi.
LIV.
Ma si licenzia di casa un galantuomo così da un momento all'altro? (La cosa mi mette un poco in pensiero!) (da sé)
GUGL.
In fatti il mio decoro ne tocca in questo fatterello ch'è qui.
Non ha voluto dirmi il perché; credo per altro potermelo immaginare.
LIV.
Sarebbe bene che in ogni modo si venisse in chiaro della verità.
GUGL.
Ho paura, per dirgliela, che quelle dieci doppie che mi ha dato donna Aurora questa mattina...
LIV.
Dieci sole ve ne ha date?
GUGL.
Dieci sole.
Non ha sentito?
LIV.
E vi ha lasciato uscire di casa sua, senza darvene dieci altre?
GUGL.
Anzi ha ripigliate anche quelle che mi aveva donate.
LIV.
Le ha ripigliate? Questa è un'azione indegna.
A questo passo non so più contenermi.
Sappiate che io stamane ho mandate venti doppie a donna Aurora acciò, per via d'amicizia, senza che voi sapeste da chi venissero, fossero a voi donate.
GUGL.
Ora capisco il mistero.
Le venti doppie le ha divise a puntino: metà a me, e metà a suo marito.
Sempre più, signora donna Livia, si accrescono le mie obbligazioni verso di lei; e sempre più mi maraviglio come don Filiberto abbia potuto farmi la mal'azione.
LIV.
L'avranno fatto per profittar delle venti doppie; ma non gliela vo' menar buona.
Mi sentirà donna Aurora...
GUGL.
La supplico, signora; se son degno di sperar qualche grazia, non mi nieghi questa per amor del cielo.
Dissimuliamo, doniamo tutto a donna Aurora e a don Filiberto.
Mi hanno mantenuto per tanto tempo, non è giusto ch'io paghi con un risentimento le obbligazioni che ho seco loro contratto.
LIV.
Siete un uomo di belle viscere.
Ammiro la vostra gratitudine, e me ne compiaccio.
GUGL.
La gratitudine è un debito, che non si cancella nemmeno cogl'insulti di quello che ci ha una volta fatto del bene.
LIV.
(Sempre più con queste belle massime m'innamora).
(da sé) Che cosa dunque risolvete di fare?
GUGL.
Non lo so nemmen io.
(sospirando)
LIV.
Caro signor Guglielmo, se la casa mia vi aggrada, ve ne fo padrone.
GUGL.
Signora, la sua esibizione mi consola.
Ma un giusto riguardo mi tiene in dubbio, se io la debba accettare.
LIV.
E qual è questo dubbio?
GUGL.
Ella è sola, io sono un forestiere; con qual titolo onesto vorrebbe ella ch'io stessi in casa?
LIV.
Se vi degnate, avrete la bontà di assistere agli affari della mia casa, e di rispondere per me a qualche lettera di rimarco.
GUGL.
Se mi degno, ella dice? Una signora com'ella è, rende onore e dà fregio a chi ha la sorte di poterla servire.
SCENA NONA
Il PAGGIO e detti.
PAGG.
Signora, è domandata.
LIV.
Chi mi vuole?
PAGG.
Una giovane forestiera ch'io non conosco.
LIV.
Fatti dire chi è.
PAGG.
Non lo vuol dire.
Desidera parlar con lei.
LIV.
Dille che si trattenga, che ora sono da lei.
PAGG.
(Il signor maestro viene spesso a dar le lezioni alla mia padrona).
(da sé, e parte)
LIV.
Chi può esser costei? Or ora la vedrò.
Signor Guglielmo, tenete questa lettera; vi supplico di rispondere immediatamente.
GUGL.
Come comanda ella che io risponda? Mi dica il suo sentimento.
LIV.
Rispondete come vi piace.
Sentite il tenor della lettera, e formate voi quella risposta che le dareste, se foste nel caso mio.
(Nella maniera con cui risponderà a questa lettera da me inventata, rileverò s'egli ha il coraggio di aspirare alle nozze di una persona, che da tanti soggetti nobili vien ricercata).
(da sé, e parte)
SCENA DECIMA
GUGLIELMO solo.
GUGL.
Bella, bella davvero! Vuol ch'io risponda alla lettera e non mi dice la sua intenzione.
A questo modo, ella non mi fa solamente suo segretario, ma mi rende arbitro del suo cuore.
Oh, se ciò fosse vero, felice me! Chi sa? Di questi casi se ne sono dati degli altri.
Ma Eleonora? Eleonora si è scordata di me, ed io non mi ricorderò più di lei.
Sentiamo il tenore di questa lettera, per pensare a quello che dovrò rispondere.
A chi è diretta? A donna Livia.
Chi la scrive? Non c'è nemmeno la sottoscrizione.
Ella conoscerà il carattere; ma io, se non so chi scrive, non saprò nemmeno in quai termini concepir la risposta.
Leggiamo: Cugina amatissima.
Scrive un suo cugino.
A voi è noto quanto interesse io mi prenda in tutto ciò che vi può render contenta, poiché, oltre il titolo della parentela, ho una particolare tenerezza per voi...
Un cugino ha della tenerezza per lei? Alle volte anche i parenti...
Basta, tiriamo innanzi.
Non posso perciò dissimulare aver io inteso con qualche sorpresa, che voi distinguete un giovine forestiere, a segno che, ingelositi di lui tutti quelli che aspirano alle vostre nozze, si teme che lo vogliate altrui preferire nel possesso della vostra mano.
Si teme dunque ch'ella voglia me preferire? I pretendenti suoi hanno di me gelosia? Convien dire ch'ella abbia dato loro motivo di sospettare così.
In fatti ella mi fa arbitro del suo cuore; mi fa rispondere a lettere di questa sorta a piacer mio, dunque siamo a cavallo; donna Livia mi ama, donna Livia è poco meno che mia...
Ma adagio, non andiamo di galoppo.
Sentiamo il resto di questa lettera.
Niuno si può opporre al piacer vostro, ma ricordatevi che perdereste tutta la vostra estimazione, se vi sposaste ad un uomo di vil condizione...
In quanto alla nascita, le farò vedere e toccar con mano, che potrei aspirare alle nozze di una che fosse nobile.
Questo di cui sento parlare, è un incognito che non sa dar conto di sé.
Molti lo credono un impostore.
Evvi chi dice ch'ei possa essere con altra donna legato, onde pensateci, e s'egli non si dà bene a conoscere, allontanatelo dalla vostra casa, e discacciatelo dal vostro cuore.
Ho capito.
A questa lettera ella vuol ch'io risponda, e vuole che la risposta sia a genio mio.
Risponderò, e dal tenore della mia risposta capirà chi scrive; e capirà, chi diede a me questa lettera, che Guglielmo è bensì un uomo che non sa alzare l'ingegno per farsi ricco: ma non è sciocco nemmeno, per lasciarsi fuggir dalle mani le trecce della fortuna.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Altra camera di donna Livia.
Donna LIVIA ed ELEONORA.
LIV.
Qui in questa stanza staremo con maggior libertà.
Qui potete svelarmi ogni arcano, senza timore che nessuno ci ascolti.
ELEON.
Prima ch'io passi a narrarvi la serie delle mie disavventure, permettetemi ch'io vi chieda se sia a vostra notizia, che trovisi qui in Palermo un giovine veneziano, nominato Guglielmo.
LIV.
Sì, egli è in Palermo; lo conosco benissimo.
(Oimè! mi trema il cuore).
(da sé)
ELEON.
Deh, assicuratemi se sia vero ciò che poc'anzi mi venne asserito, cioè s'egli trovisi nella vostra casa.
LIV.
È verissimo, egli è in mia casa.
ELEON.
Ah! signora, sappiate che Guglielmo è il mio sposo.
LIV.
Come! vostro sposo Guglielmo?
ELEON.
In Napoli ei mi diede la fede.
LIV.
Le nozze sono concluse?
ELEON.
Egli partì nel punto in cui si dovevano concludere.
LIV.
Per qual ragione vi abbandonò?
ELEON.
Guglielmo in Napoli avea intrapreso un certo traffico mercantile...
LIV.
(Ha fatto anche il mercante).
(da sé)
ELEON.
Ed era unito in società con un altro.
Lo tradì il suo compagno, gli portò via i capitali, e il pover'uomo fu costretto a partire.
LIV.
Dove andò egli?
ELEON.
A Gaeta.
LIV.
A fare il medico?
ELEON.
È vero; la necessità lo fece prender partito.
LIV.
Tornò in Napoli a rivedervi?
ELEON.
Tornovvi dopo il giro di pochi mesi.
Ma siccome lo insidiavano i creditori, assassinati dal compagno infedele, dovette nuovamente partire, e si è ricoverato in Palermo.
LIV.
Con voi ha tenuto corrispondenza?
ELEON.
Appena ebbi la prima lettera, mi partii tosto da Napoli per rintracciarlo.
I venti contrari mi tennero quattro mesi per viaggio: egli non ha avuto mie lettere, e forse mi crederà un'infedele.
LIV.
(Ah, mie perdute speranze! Ah Guglielmo, tu non mi dicesti di essere con altra donna impegnato!) (da sé)
ELEON.
Deh, movetevi a pietà di me.
Concedetemi ch'io veder possa il mio adorato Guglielmo.
LIV.
Eccolo ch'egli viene alla volta nostra.
(La gelosia mi divora).
(da sé)
ELEON.
Oh cielo! La consolazione mi opprime il cuore.
SCENA DODICESIMA
GUGLIELMO con un foglio in mano, e dette.
GUGL.
Eccomi, signora, colla risposta...
(a donna Livia)
LIV.
Ecco a chi dovete rispondere.
(prende la lettera con disprezzo) Osservate una sposa, che viene in traccia di voi.
GUGL.
(Eleonora!) (da sé, con ammirazione)
ELEON.
Caro Guglielmo, adorato mio sposo, eccomi a voi, dopo il corso di quattro mesi...
GUGL.
Quattro mesi senza nemmeno scrivermi? Siete un'ingrata.
ELEON.
Quattro mesi ho consumato appunto nel viaggio.
Mi partii all'arrivo della vostra lettera; ed ecco registrato in queste fedi il giorno della mia partenza.
GUGL.
(Questo è un colpo grande; ma ci vuole franchezza e disinvoltura).
(da sé) Cara Eleonora, siete arrivata in tempo che il cielo ha provveduto per me, e spero avrà provveduto anche per voi.
Questa buona signora, piena di carità, degnossi appoggiare a me gli affari domestici della sua casa; mi ha ella beneficato con un assegnamento di trenta ducati al mese; onde con questo, sposati che noi saremo, potremo vivere comodamente.
LIV.
Male avete fondate le vostre speranze.
Io non tengo in mia casa persone in matrimonio congiunte, e molto meno sposi, amanti, incogniti, fuggitivi.
Provvedetevi altrove; voi non fate per me.
GUGL.
Come! Ella mi licenzia?
LIV.
Sì, vi licenzio.
ELEON.
Signora, se per causa mia lo private di tanto bene, pronta sono a partire.
LIV.
Non più.
Andatevene immediatamente di casa mia.
(a Guglielmo)
GUGL.
Non so che dire.
Vi vuol pazienza.
Ma non ho mai creduto però, che ad una persona di garbo, saggia e civile, com'ella è, potesse spiacere un uomo che sa mantenere la fede; un uomo che, per non vedere sagrificato l'onore di una fanciulla, si contenta piuttosto di perdere la sua fortuna, e di passare miseramente i giorni della sua vita.
Signora, me n'anderò; penerò fra gli stenti, ma non mi pentirò mai di un'azione onorata; e mi saranno sempre care le mie miserie, rammentando avermele io medesimo procurate, per non mancare alla mia parola, per non abbandonare una giovane, che ha posto a rischio per me la propria vita e la propria riputazione.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Donna LIVIA ed ELEONORA.
LIV.
(Eppure mi muove ancora a pietà).
(da sé)
ELEON.
Infelice Guglielmo! Oimè! per mia cagione ti sarai tu medesimo precipitato? Ma qualunque sia il tuo destino, teco mi avrai a parte.
Ti seguirò per tutto...
(in atto di partire)
LIV.
Fermatevi.
Tralasciate di piangere e ritiratevi in quella stanza.
ELEON.
No, signora, non lo sperate.
Voglio seguitare il mio sposo.
LIV.
Se amate Guglielmo, se avete premura del di lui bene, non partite di qui per ora.
ELEON.
Oh cielo! Che volete voi far di me?
LIV.
Una donna onorata non può che procurar di giovarvi.
ELEON.
Perché licenziar di casa vostra Guglielmo?
LIV.
Perché in casa mia riunir non voglio due amanti dopo essere stati per quattro mesi disgiunti.
ELEON.
Vi ritornerà egli?
LIV.
Sì, forse vi tornerà.
ELEON.
Abbiate compassione di noi.
LIV.
Ritiratevi, e non dubitate.
ELEON.
Cieli, a voi mi raccomando.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Donna LIVIA sola.
LIV.
Perché scacciarlo da me? Perché privarlo della mia casa? Di che è egli reo? Mi ha forse giurato la di lui fede? Mi ha egli promesso amore? Mi ha assicurato di non essere con altra donna legato? Ah, che soverchiamente la gelosia mi ha acciecato! Infelice Guglielmo, andrai ramingo per mia cagione? No, torna in casa, torna ad occupare quel posto...
Ma che? avrei cuor di soffrirlo vicino, colla rivale dinanzi agli occhi? Potrei vederlo porgere alla cara sposa gli amplessi? No, non fia mai: vada pure da me lontano.
Egli non è degno di me.
A tempo m'illumina il cielo, mi provvede il destino.
Ma giacché ha egli formato la risposta alla lettera da me finta, vedasi con quai sentimenti ha risposto.
Può esser che i sensi di questo foglio servano a maggiormente disingannarmi.
(apre e legge) Signore.
L'interesse che voi prendete per la delicatezza dell'onor mio, non è che una costante prova del vostro amore verso di me; onde trovomi in debito prima di ringraziarvi, e poi di giustificarmi.
Se io ho mirato con occhio di parzialità l'incognito di cui parlate, ciò non è derivato per una cieca passione, ma perché non mi parve degno del mio disprezzo.
Se quelli che hanno qualche pretensione sopra di me, lo guardano con gelosia, conosceranno di meritare assai meno di lui, e non mi curo delle critiche malfondate, riguardando in me stessa l'onestà del mio cuore e de' miei pensieri.
So ancor io preferire il decoro alle mie passioni, e quando amassi un incognito, non caderei nella debolezza di farmi sua, senza prima conoscerlo.
Io non amo il signor Guglielmo: se l'amassi, non mi dichiarerei alla cieca; ma certa sono, che se assicurarmi volessi della sua nascita, non sarebbe egli indegno della mia mano.
Mi direte: chi di ciò vi assicura? Risponderò francamente, che chi per quattro mesi ha dato saggi di onesto e discreto vivere, non fa presumere che abietti sieno i di lui natali.
Oimè! Che lettera è questa? Che lettera piena di misteriose parole! Può egli con maggior delicatezza rispondere? Sostiene il diritto della mia libertà, senza offendere la persona a cui suppone di scrivere.
Parla di sé con modestia, e fa conoscere che è nato bene.
Tratta l'amor mio con tale artifizio, che nell'atto medesimo in cui mi fa dire: Non amo il signor Guglielmo, il resto della lettera prova tutto il contrario.
E un uomo di questa sorta potrò io privarlo della mia grazia? Ma a che impiegare la grazia mia per uno che ad altra donna ha donato il cuore? E non potrei averlo meco, senza pretendere il di lui cuore? No, non è possibile ch'io lo faccia.
O deve esser tutto mio, o non l'ho più da vedere.
Come mai potrebbe egli divenir mio? Amore assottiglia l'ingegno de' veri amanti.
Io non dispero, qualche cosa sarà.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Strada colla casa di donna Livia.
Il CONTE DI BRANO, poi GUGLIELMO che esce di casa di donna Livia.
CO.
BRA.
Donna Livia è una bella donna, è una ricca vedova; e non ci sarà in Palermo chi vaglia a contrastarmi l'acquisto di una sposa piena di merito e di fortuna.
Guglielmo, scacciato per ora da don Filiberto, sarà esiliato dalla città.
GUGL.
(Esce di casa di donna Livia melanconico)
CO.
BRA.
(Come! Colui in casa di donna Livia?) (da sé)
GUGL.
(Ci vuol coraggio; qualche cosa sarà.
Eleonora è venuta in tempo per rovinarmi.
Pazienza.
L'attenderò qui in istrada per ringraziarla).
(da sé)
CO.
BRA.
(Temerario!) (guardando bruscamente Guglielmo, nel mentre che gli passa vicino)
GUGL.
Servitor umilissimo.
(al Conte)
CO.
BRA.
Con qual coraggio siete tornato voi in quella casa?
GUGL.
Un galantuomo può andar per tutto.
CO.
BRA.
Voi non siete un galantuomo.
GUGL.
Non lo sono? Con qual fondamento può dirlo, padron mio?
CO.
BRA.
Se avete avuto l'ardire di passar per medico e non lo siete, vi manifestate per un impostore.
GUGL.
Se non sono medico di attual professione, posso esserlo quando voglio, perché ho cognizione, ho abilità, ho teorica, ho pratica per far tutto quello che fanno gli altri.
CO.
BRA.
Siete un gabbamondo.
GUGL.
Mi maraviglio di voi, sono un uomo d'onore.
CO.
BRA.
E se anderete in quella casa, giuro al cielo, vi farò romper le braccia.
GUGL.
Ora lo capisco.
Sono un impostore, un gabbamondo, perché vo in casa di donna Livia.
Signor Conte, ella parla assai male.
CO.
BRA.
Giuro al cielo, così si dice a un mio pari?
GUGL.
Vi venero, vi rispetto, ma non mi lascio calpestar da nessuno.
CO.
BRA.
Vi calpesterò io co' miei piedi.
(alterato, con agitazione)
GUGL.
La cosa sarà un pochetto difficile.
(Or ora gli vengono i flati ipocondriaci).
(da sé)
CO.
BRA.
Se non temessi avvilir la mia spada, vorrei privarti di vita.
GUGL.
S'ella si proverà d'avvilire la di lei spada nel mio sangue, io cercherò di nobilitar la mia nel suo petto.
CO.
BRA.
Ove sono i miei servitori? (guardando per la scena)
GUGL.
Ha bisogno di nulla? Son qui, la servirò io.
(ironico)
CO.
BRA.
Voglio farti romper le braccia.
GUGL.
Se ne avessi quattro, potrei servirla di due.
(come sopra)
CO.
BRA.
Temerario! ancor mi deridi? Ti bastonerò.
GUGL.
Mi bastonerà? S'ella mi tratterà da villano col bastonarmi, io la tratterò da cavaliere, l'ammazzerò.
CO.
BRA.
(Oimè! Sento che la bile mi affoga; il mio decoro non vuole che con costui mi cimenti.
Mi sento ardere, mi sento crepare).
(da sé, va smaniando per la scena)
GUGL.
Signor Conte, si fermi, si quieti; ella può cascar morto.
CO.
BRA.
Io? cascar morto? Oimè! come?
GUGL.
Sì signore; lo conosco agli occhi, al color della faccia.
Ascolti un medico che ragiona, non un impostore che parla.
La di lei collera è prodotta da un irritamento, che fa la bile nel finimento dell'intestino duodeno e nel principio dell'intestino digiuno, ove bollono i sughi viziosi, onde si stimola eccedentemente il piloro al moto preternaturale e confuso, da che provengono gravissimi sintomi ai precordii.
Nel tempo medesimo passa il sugo bilioso per i canali pancreatici e colidochi, e si stempra e si corrompe la massa del sangue, e fra la convulsione prodotta nella diramazione dei nervi, e fra la corruzione che si forma nel sangue, scorrendo questo con troppa espansione per le vene anguste del cerebro, si produce l'apoplessia, la macchina non resiste, e si rimane sul colpo.
CO.
BRA.
Oimè! Voi mi avete atterrito.
Mi palpita il cuore.
Parmi aver delle convulsioni.
GUGL.
Favorisca il polso.
CO.
BRA.
Eccolo.
(Guglielmo gli tasta il polso)
GUGL.
È sintomatico e convulsivo: ma niente; non tema di nulla, son qua io per lei.
È necessario temprar questo fermento acre e maligno, conviene rallentare il moto agli umori con delle bibite acidule, e corroborare il ventricolo con qualche elixir appropriato.
Vada subito alla spezieria, si faccia far delle bibite di qualche cosa di teiforme, si faccia dare una confezione, o un antidoto, o un elettuario.
Anzi si faccia dare una presa di elettuario del Fracastoro, che è il più attivo e il più pronto per regolare gli umori tumultuanti e scorretti.
CO.
BRA.
Addio; vi ringrazio, vado subito.
Le gambe mi tremano.
Mi manca il respiro.
Chi sa se arriverò a tempo alla spezieria, prima di cadere.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
GUGLIELMO, poi il MARCHESE D'OSIMO.
GUGL.
Questa volta ne sono uscito con una tirata da medico.
Con un ipocondriaco ci vuol poco.
Gli ho cacciato in corpo tale spavento, che per del tempo s'asterrà di montar in collera.
Ma che fa Eleonora, che non esce di questa casa? Già me l'immagino: curiosità donnesca.
Donna Livia le avrà fatto centomila interrogazioni.
Ed io che cosa farò? Dove andrò a ricovrarmi? Come potrò io reggere, ora che di più ho una femmina al fianco? Una bella finezza mi ha fatto Eleonora! Basta, son un uomo d'onore, e benché in oggi non abbia per Eleonora quella passione ch'io aveva per essa un giorno, sono in debito di sposarla, per riparo della di lei riputazione.
MAR.
(Che fa costui intorno alla casa di donna Livia?) (da sé)
GUGL.
(Oh mi aspetto dal signor Marchese un altro complimento, simile a quello del signor Conte).
(da sé)
MAR.
Che fate qui voi?
GUGL.
Io cammino per la mia strada.
MAR.
Queste strade le passeggerete per poco.
GUGL.
Perché, signore?
MAR.
Nella nostra città noi non vogliamo parabolani.
GUGL.
Perché mi dà questo grazioso titolo?
MAR.
Perché, se foste un uomo dotto, avreste seguitato la professione vostra dell'avvocato, ma siccome l'avrete esercitata con impostura, senza alcun fondamento, sarete stato scoperto e cacciato via.
GUGL.
Ella s'inganna, signore.
Qui son venuto per mia elezione.
Gli uomini della mia sorta non si discacciano.
Ella mi conosce poco, signor Marchese.
MAR.
Il bravo signor avvocato! Quanti ne avete assassinati nel vostro studio?
GUGL.
Io non ho assassinato nessuno, signore; anzi più del sapere, mi sono sempre piccato della sincerità.
E se ella, quando aveva la sua causa, fosse venuta a farsi assister da me, in luogo di perderla, l'avrebbe vinta.
MAR.
L'avrei guadagnata? Sapete voi qual fosse la mia causa?
GUGL.
Sì signore, ne sono informato.
MAR.
E dite che voi me l'avreste fatta vincere?
GUGL.
Lo dico, e m'impegno di sostenerlo.
Mi dà ella la permissione che le dica ora, benché fuor di tempo, la mia opinione?
MAR.
Sì, dite.
(Sentiamo che cosa sa dire costui).
(da sé)
GUGL.
Nella di lei causa si trattava di ricuperare un'annua rendita di seimila scudi.
La domanda era giusta, e se il di lei difensore non errava nell'ordine, la causa l'avrebbe vinta.
Trovasi ne' libri antichi della di lei casa che i marchesi di Tivoli pagavano a quei d'Osimo seimila scudi l'anno, per più livelli fondati sui beni del debitore.
Scorsero sessanta o settant'anni, senza che un tal canone si pagasse.
Ella ha mosso la lite, ma si è principiata male.
Hanno intentato un giudizio in petitorio, senza poter identificare gli effetti.
Conveniva far prima la causa del possessorio, e regolarsi così: ecco l'ordine che tener si doveva, ecco la domanda che andava in caso tal concepita.
Per tanti anni la casa di Tivoli pagò alla casa d'Osimo seimila scudi l'anno di canone; sono sessant'anni che non si pagano, petitur condemnari pars adversaria ad solvendum.
Che cosa avrebbono gli avversari risposto? non teneri? Avremmo detto loro redde rationem.
E colla ragione dell'uti possidetis sarebbesi convertito a loro debito il peso di provare la soluzione.
Ma quando con un Salviano si domandano i fondi, spetta all'attore identificarli, e trattandosi di antichi titoli, trovandosi della confusione nei passaggi, nelle divisioni, nei contratti, si perdono le cause, non per mancanza delle ragioni, ma per difetto dell'ordine e della condotta.
E se quest'ignorante ch'ella si compiace di trattar male, avesse avuto l'onor di servirla, scommetterei la testa ch'ella vinceva la causa, andava al possesso delli seimila scudi di rendita, gli pagavano i canoni arretrati di sessant'anni, e poi col tempo si potevano scorporare gli effetti, verificare i titoli, giustificar le ragioni e impossessarsi di una tenuta di beni.
Essendo pur troppo vero, dipendere per lo più dalla buona condotta del difensore la fortuna o la rovina della causa, del cliente e della famiglia.
MAR.
Signor avvocato, avreste voi difficoltà di venire a casa mia, e discorrerla alcun poco con li miei difensori?
GUGL.
Io parlo con chicchessia.
Parlo con fondamento, e sono a servirla, se mi comanda.
MAR.
Bene; oggi vi aspetto.
Domandate il palazzo del marchese d'Osimo.
GUGL.
Verrò senz'altro a ricevere i suoi comandi.
MAR.
Compatite, se avessi detto...
Io non l'ho fatto per ingiuriarvi.
GUGL.
Ella è mio padrone, signor Marchese.
MAR.
(Costui parla bene.
Mi persuade, e può darsi che colla sua direzione si possa repristinare la causa).
(da sé, e parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
GUGLIELMO solo.
GUGL.
Anche questa l'ho accomodata, e può essere che di un nemico mi sia fatto un protettore.
Sta bene saper di tutto.
Vengono di quelle occasioni che tutto serve, e dice il proverbio a questo proposito: impara l'arte, e mettila da parte.
Costui che viene, è il servitore di don Filiberto...
Briccone! Mi ha sempre veduto malvolentieri.
L'ho sofferto sinora per rispetto de' suoi padroni, voglio sfuggire adesso l'occasione di bastonarlo.
Mi ritirerò dietro di questa casa, sino che vedo uscire Eleonora.
(si ritira)
SCENA DICIOTTESIMA
BERTO con una borsa, poi il PAGGIO di donna Livia che esce di casa.
BER.
Oh bellissima! In casa si muor di fame, la mia padrona ha queste venti doppie, e invece di servirsene, le manda a donna Livia.
Mi pare una pazzia questa.
Supponiamo che gliele abbia da rendere.
Si potrebbe ciò fare un po' per volta, ma mangiare almeno.
PAGG.
Questa mia padrona è curiosa.
Manda via il signor maestro, e poi lo fa ricercare, e vuole che torni.
BER.
Addio, giovanotto.
PAGG.
Berto, buon giorno.
BER.
È ella in casa la vostra padrona?
PAGG.
Sì, è in casa.
Sono due ore che non fa altro che ciarlare con una forestiera.
BER.
Bisognerebbe che io le parlassi.
PAGG.
Che cosa volete da lei?
BER.
Se sapeste! Ho proprio la saetta.
PAGG.
Con chi l'avete voi?
BER.
La mia padrona manda alla vostra queste venti doppie; e scommetto che domani non vi è da far bollire la pentola.
PAGG.
Può essere che la mia padrona gliele abbia prestate.
BER.
E per questo, c'era bisogno di rendergliele tutte in una volta? Io so che il padrone è rifinito, e io sono tre mesi che non tiro il salario.
PAGG.
Certo che la mia padrona non ne ha bisogno.
Affè di mio, ha monetacce che spaventano.
BER.
Quasi quasi mi verrebbe voglia di far una di quelle cose che non ho mai fatto.
PAGG.
Eh! se l'è qualche cosa ch'io vi possa aiutare, facciamola.
BER.
Queste doppie...
propriamente mi dice il cuore: donna Livia non ne ha bisogno.
PAGG.
No, non ne ha bisogno.
BER.
Lasciar di dargliele dunque.
PAGG.
A me non preme.
BER.
Paggino, facciamo una cosa? Dividiamole metà per uno.
PAGG.
Per me ci sto.
BER.
Alò; ma zitto, veh.
PAGG.
Oh! non parlo io.
BER.
E poi?...
PAGG.
Fate voi.
BER.
Eh! con dieci doppie in tasca, chi mi piglia è bravo.
Andiamo.
Dieci per uno.
(vuol aprire la borsa)
SCENA DICIANNOVESIMA
GUGLIELMO e detti.
GUGL.
Che fate voi, birboni? (leva la borsa di mano a Berto) Così si rubano i quattrini?
PAGG.
Io non so nulla.
BER.
Come c'entrate voi, signore scrocco? Datemi i miei quattrini.
GUGL.
Briccone! Questa borsa l'avrà chi doveva averla, e tu sarai castigato.
PAGG.
Fatevela rendere.
(piano a Berto)
BER.
Giuro a bacco, vo' la mia borsa.
GUGL.
Va via di qua, birbonaccio.
BER.
Vi spaccherò la testa in due pezzi.
GUGL.
Ti romperò le braccia io.
SCENA VENTESIMA
Il BARGELLO coi Birri, e detti.
BARG.
Che rumore è questo?
BER.
Signor bargello, colui mi ha rubato una borsa con venti doppie.
BARG.
Come! (verso Guglielmo)
GUGL.
Son un galantuomo, colui volea trafugare questa borsa.
BER.
Sì, io la voleva rubare! La borsa è nelle sue mani, ed io la voleva rubare! L'ha rubata a me il ladraccio.
BARG.
Favorisca, andiamo.
(vuole arrestar Guglielmo)
GUGL.
Fermatevi, signor bargello, e prima di far un affronto ad un povero forestiere, pensateci bene.
Volete voi che qui su due piedi vi faccia toccar con mano chi è il ladro, e chi è il padrone di questa borsa? Osservate.
Signor Berto garbatissimo, ella dice che è sua questa borsa?
BER.
Lo dico certo, se è mia.
GUGL.
Se è cosa sua, saprà che monete ci son dentro.
BER.
Sicuro che lo so.
Sono venti doppie.
GUGL.
Ma in che monete son esse?
BER.
Che ne so io? Sono venti doppie.
GUGL.
Chi ve l'ha date queste venti doppie?
BER.
È roba mia, e tanto serve.
GUGL.
Vedete che si confonde? (al Bargello) Se è roba vostra, saprete dire che monete sono.
BER.
Io non ho memoria...
GUGL.
O bene; se non sa egli dire che monete siano, tenete, signor bargello, riscontrate se io so dirlo.
(dà la borsa al Bargello)
BER.
Vi dico, corpo del diavolone...
BARG.
Fermatevi, signor gradasso.
(a Berto)
GUGL.
Là dentro vi deve essere una doppia da quattro, tre doppie da due, e dieci doppie di Spagna.
BARG.
Per l'appunto; è verissimo.
(riscontrandole)
GUGL.
Che vi pare?...
(al Bargello)
BARG.
Dico che voi avete ragione, che la borsa è vostra e costui lo meneremo prigione.
(fermano Berto)
PAGG.
Salva, salva.
(fugge)
BER.
È un'ingiustizia questa...
BARG.
Briccone.
Vai, vai, la galera ti aspetta.
BER.
La galera? Se non ho sentito nemmen l'odore.
(i Birri lo conducono via legato)
BARG.
Scusate.
(a Guglielmo)
GUGL.
Mi maraviglio.
Anzi devo ringraziarvi.
BARG.
Certo che...
per dirla...
a me non toccava far da giudice.
Bisognava andar su tutti insieme.
Ma so che siete un galantuomo; non so se mi capite.
GUGL.
Che vorreste voi dire?
BARG.
La mia cattura non la vorrei perdere.
GUGL.
Vi pagherete sulla pelle di quel briccone.
BARG.
Eh via.
Una di quelle doppie la potete spendere.
GUGL.
Non vi darei un quattrino.
BARG.
No, eh?
GUGL.
No certo.
BARG.
Ben bene, mi capiterai tra l'ugne.
GUGL.
Gli uomini onorati non hanno timore de' pari vostri.
BARG.
Oh, se ci capiterai.
E per questo non occorre trattar bene con isperanza di dire...
signor sì...
è galantuomo.
Tirar giù, corde, manette.
Da qui innanzi voglio far così, da uomo d'onore.
(parte)
SCENA VENTUNESIMA
GUGLIELMO, poi TARGA, cameriere di donna Livia, di casa della medesima.
GUGL.
È andata meglio ch'io non credeva.
Questo vuol dire aver pratica del Criminale.
In tutte le cose vi vuole spirito, disinvoltura.
Ho più piacere d'averla passata netta senza dar nulla al bargello, che se avessi guadagnato per me questa borsa.
Ma io non la deggio tenere.
Donna Aurora la rimanda onoratamente a donna Livia, ed io non voglio differire un momento a dar questa giustificazione ad una donna d'onore.
Picchierò all'uscio di casa, e se mi si presenterà alcuno, di cui mi possa fidare, gliela farò tenere.
(picchia all'uscio)
TAR.
Che comanda, signore?
GUGL.
Recate queste venti doppie alla vostra padrona.
Ditele che donna Aurora le manda, e che Guglielmo le porta.
Ditele che le manda una donna d'onore, e che le porta un giovine sfortunato.
TAR.
Sarà servita.
GUGL.
Glielo direte voi bene?
TAR.
La non ci pensi.
Dirò bene.
(Poverino! l'intendo, ma se si può far servizio, perché non s'ha da fare?) (da sé, entra in casa)
SCENA VENTIDUESIMA
GUGLIELMO, poi un MESSO del Vicerè.
GUGL.
Questi è il suo camerier più fidato...
MES.
Signore, è ella il signor Guglielmo veneziano?
GUGL.
Certo: io per l'appunto.
MES.
Venga subito dal Vicerè.
GUGL.
Eccomi.
Sapete voi che cosa voglia da me?
MES.
Io non lo so.
Venga meco.
Ho ordine di condurla subito.
GUGL.
Vengo subito.
(Ho capito.
Qui vi avrebbe a essere qualche imbrogliuccio).
(da sé) Andiamo pure, io non ho paura di niente.
Posso essere calunniato, ma mi fido nella mia innocenza.
In tutte le mie avventure ho salvato sempre il carattere dell'uomo onesto, e siccome nessuno può rimproverarmi una bricconata, son certo altresì che in mezzo alle disgrazie troverò un giorno la mia fortuna; e se altra fortuna io non avessi, oltre quella di vivere e di morire onorato, questo è un bene che supera tutti i beni, e che dolcissime fa riescire tutte le amarezze dell'avverso destino.
(parte col Messo)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa di donna Livia.
Donna LIVIA ed ELEONORA.
LIV.
Dunque mi assicurate che il signor Guglielmo sia una persona ben nata?
ELEON.
Sì, signora, ve lo dico con fondamento e ve lo posso provare.
LIV.
Come potete voi provarlo?
ELEON.
In Napoli aveva egli tutti quegli attestati che potevano giustificare l'esser suo, la sua nascita, le sue parentele e lo stato vero della sua famiglia.
A me nella di lui partenza sono restate tutte le robe sue.
Fra queste vi sono i di lui fogli, de' quali sono io depositaria, e li ho meco portati per renderli a lui, che forse sarà in grado di adoperarli, per darsi a conoscere in un paese ove non sarà ben conosciuto.
LIV.
Voi colla vostra venuta avete fatto nello stesso tempo un gran bene e un gran male al vostro Guglielmo.
ELEON.
Del bene che gli posso aver fatto, ho ragione di consolarmi; siccome rattristarmi io deggio, per il male che mi supponete avergli io cagionato.
LIV.
Sì, un gran bene sarà per lui l'essere in Palermo riconosciuto: ma un rimarcabile pregiudizio gli reca l'essere con voi impegnato.
ELEON.
Perché, signora, dite voi questo?
LIV.
Perché, se libero egli fosse, sperar potrebbe le nozze di una femmina, la quale non gli porterebbe in dote niente meno di diecimila scudi d'entrata.
ELEON.
Oh cieli! Guglielmo è in grado di conseguire un tal bene?
LIV.
Sì, ve lo assicuro.
Quand'egli provi la civiltà dei natali, può disporre di una sì ricca dote.
ELEON.
Ed io sarò quella che gli formerà ostacolo ad una sì estraordinaria fortuna?
LIV.
Sino ch'egli è impegnato con voi, non può dispor di se stesso.
ELEON.
Oimè! Come viver potrei senza il mio adorato Guglielmo?
LIV.
Ditemi, gentilissima Eleonora, ha egli con voi altro debito, oltre quello della fede promessa?
ELEON.
No certamente.
Sono un'onesta fanciulla.
E se caduta sono nella debolezza di venir io stessa a rintracciarlo in Palermo, venni scortata da un antico fedel servitore, e trasportata da un eccesso d'amore.
LIV.
Voi non vorrete perdere il frutto delle vostre attenzioni.
ELEON.
Perderlo non dovrei certamente.
LIV.
Quand'è così, sposate Guglielmo, e sarete due miserabili.
ELEON.
Povero mio cuore! Egli si trova fieramente angustiato.
SCENA SECONDA
TARGA cameriere, e dette.
TAR.
Signora, queste venti doppie le manda la signora donna Aurora, ed il signor Guglielmo le ha portate sino alla porta.
LIV.
Che ha egli detto nel dare a voi questa borsa?
TAR.
Mi ha ordinato di dirle espressamente, che le invia una donna d'onore e le porta un giovine sfortunato.
LIV.
Perché non viene egli stesso a recarmele di sua mano?
TAR.
Non saprei, signora...
LIV.
Andate; cercatelo, e ditegli che si lasci da me vedere.
TAR.
Sarà servita.
(parte)
LIV.
Ah, signora Eleonora! Guglielmo merita una gran fortuna; il cielo gliela offerisce, e voi gliela strappate di pugno.
ELEON.
Voi mi trafiggete, voi mi uccidete.
Ditemi, che far potrei, per non essere la cagione della sua rovina? Potrei sagrificar l'amor mio; potrei perdere il cuore; potrei donargli la vita; ma come riparare all'onore? Come rimediare ai disordini della mia fuga? Che sarebbe di me, sventurata ch'io sono?
LIV.
Venite meco, e se amate veramente Guglielmo preparatevi a far due cose per lui.
La prima a giustificar l'esser suo, cogli attestati che sono in vostro potere; la seconda, e questa sarà per voi la più dura, far un sagrifizio del vostro cuore alla di lui fortuna.
ELEON.
Aggiungetene un'altra: morire per sua cagione.
LIV.
Se non avete valor per resistere, non lo fate.
ELEON.
Voi non mi proponete una cosa da risolversi su due piedi.
LIV.
Andiamo; pensateci, e ne parleremo.
ELEON.
Sì, andiamo, e se il destino vuol la mia morte, si muoia.
(parte)
LIV.
Eh, che il dolor non uccide.
Troverò il modo io coll'oro e coll'argento di acquietare Eleonora, di obbligare Guglielmo, e di consolare l'innamorato mio cuore.
(parte)
SCENA TERZA
Camera nel palazzo del Vicerè.
Il VICERÈ ed il CONTE PORTICI.
CO.
PORT.
Signore, a voi che siete il nostro degnissimo Vicerè, che vale a dire quella persona che rappresenta il nostro Sovrano, non parlerei senza fondamento.
Non sono io solamente che abbia de' ragionevoli sospetti contro il forestiere di cui parliamo.
Tutti oramai in Palermo lo guardano di mal occhio; tutti lo trattano con riserva, e quasi tutti lo credono un impostore.
VIC.
L'ho mandato a chiamare; poco può tardar a venire.
Scoprirò l'esser suo; s'egli sarà persona sospetta, lo farò partire immediatamente; e se di qualche colpa sarà macchiato, lo tratterò come merita.
CO.
PORT.
Io credo che egli stia in Palermo facendo la caccia alla dote di donna Livia.
VIC.
Non è da desiderarsi che un forestiere venga a levare una ricca dote di qui, per trasportarla altrove.
CO.
PORT.
Quattro mesi ha mangiato alle spalle del povero don Filiberto.
VIC.
Ha trovato un uomo di buon cuore.
Un povero cittadino, che qualche volta si dà aria di cavaliere.
CO.
PORT.
E quel ch'è più rimarcabile, donna Aurora è incantata dall'arte di quel ciarlone.
VIC.
Conte, basta così, state certo che, se sarà giusto, lo farò partire.
SCENA QUARTA
Il MESSO e detti.
MES.
Eccellenza, è qui il forestiere che mi ha comandato di ricercare.
VIC.
Conte, ritiratevi; lasciatemi solo con lui.
CO.
PORT.
Farò come comandate.
(Il Vicerè è risoluto, lo esilierà certamente, ed io avrò nel cuore di donna Livia un rivale di meno).
(da sé, e parte)
VIC.
Passi il forestiere.
(al Messo che parte)
SCENA QUINTA
Il VICERÈ, poi GUGLIELMO.
VIC.
È debito di chi governa tener la città purgata da gente oziosa, da vagabondi e impostori.
Eccolo.
All'aria non sembra uomo di cattivo carattere; ma sovente l'aspetto inganna.
Noi non abbiamo da giudicar dalla faccia, ma da' costumi.
(siede)
GUGL.
Mi umilio all'Eccellenza Vostra.
VIC.
Chi siete voi?
GUGL.
Guglielmo Aretusi, Eccellenza.
VIC.
Di qual patria?
GUGL.
Veneziano, per ubbidirla.
VIC.
Qual è la vostra condizione?
GUGL.
Nato io sono di genitori onesti e civili.
Trasse mio padre l'origine di Lombardia, e trasportata la famiglia in Venezia, si è sempre conservato lo stesso grado, vivendo in parte delle scarse rendite nostre, e in parte col lucro degli onorati impieghi.
Non mancarono i miei genitori medesimi di farmi applicare a quegli studi che convenivano alla mia condizione ed ho anche provato ne' primi anni miei il favore della fortuna.
Un amore imprudente, un contratto di nozze che poteva essere la mia rovina totale, mi ha fatto aprire gli occhi e mi ha determinato ad una violenta risoluzione.
Abbandonai la patria, troncato ho il corso delle mie speranze; cambiai cielo, e fui per qualche tempo lo scherzo della fortuna, la quale ora alzandomi a qualche grado di felicità, ora cacciandomi al fondo della miseria, ha sempre però in me rispettato la civiltà della nascita e l'onestà de' costumi, e ad onta di tutte le mie disgrazie, non ho il rimorso d'aver commessa una mal'azione.
VIC.
(La maniera sua di parlare non mi dispiace).
(da sé) Che fate voi in questa città?
GUGL.
Glielo dirò, Eccellenza, proseguendo a narrarle qualche parte delle mie vicende.
Dopo vari accidenti, messo insieme qualche poco di soldo, passai a Napoli.
Colà un certo Agapito Astolfi mi tirò seco in società mercantile, e si piantò un negozio colla ragione in mio nome.
Parea che le cose camminassero prosperamente, quando il compagno mio, il quale teneva presso di sé la cassa, fatta una segreta vendita de' capitali migliori, levato il soldo, fuggì di Napoli e mi lasciò miserabile, e quel ch'è peggio, esposto col nome e colla persona ai creditori della ragione.
Questo è il motivo per cui mi sono refugiato in Palermo, celando il casato, per non essere così presto riconosciuto.
Il traditore è inseguito; attendo la nuova del di lui arresto, e disperando di poter nulla ricuperare, dovrò determinarmi a qualche nuova risoluzione.
VIC.
(Il suo ragionamento sembra assai naturale).
(da sé) Conoscete voi donna Livia?
GUGL.
La conosco, Eccellenza sì.
VIC.
Avete seco alcuna amicizia?
GUGL.
Ella non mi vede di mal occhio.
VIC.
Anzi sento dire ch'ella abbia dell'inclinazione per voi.
GUGL.
Volesse il cielo, che ciò fosse la verità.
VIC.
Che? Ardireste voi di sposarla?
GUGL.
Eccellenza, mi perdoni, il mio costume è di dire la verità.
Se le mie circostanze mi permettessero di sposare una donna ricca, non sarei sì stolto di ricusarla.
La mia nascita non mi fa arrossire, e circa le ricchezze, queste le considero un accidente della fortuna.
Siccome la sorte ha beneficato donna Livia col mezzo di un'eredità, potrebbe beneficar me ancora col mezzo di un matrimonio.
VIC.
Per quel ch'io sento, voi avete delle forti speranze rispetto a un tal matrimonio.
GUGL.
Anzi non ispero nulla, signore.
Sono impegnato con una giovane napoletana.
Questa è venuta a ritrovarmi in Palermo; e quantunque sia ella povera, vuole la mia puntualità ch'io la sposi.
VIC.
Sposereste la povera, e lasciereste la ricca?
GUGL.
Così pensa e così opera chi più delle ricchezze stima il carattere dell'uomo onesto.
Non credo che donna Livia conti nulla sopra di me; ma s'ella in mio favore si dichiarasse, sarebbe tant'e tanto lo stesso.
VIC.
(Egli ha sentimenti di vero onore).
(da sé) Quanto tempo è che siete in Palermo?
GUGL.
Saranno ormai quattro mesi.
VIC.
Ed io finora non l'ho saputo?
GUGL.
Chiedo umilmente perdono.
Lo avrebbe saputo prima, se qui si praticasse un certo metodo che ho io nel capo; una certa regola nuova, rispetto agli alloggi de' forestieri ed alle abitazioni de' paesani.
VIC.
E qual è questo metodo?
GUGL.
È qualche tempo che mi occupa la mente un progetto rispetto agli alloggi, tanto fissi che accidentali.
Questo mio progetto tende a tre cose: all'utile pubblico; al comodo privato; al buon ordine della città.
Se l'Eccellenza Vostra ha la bontà di udirmi, vedrà la novità del pensiere e la facilità dell'esecuzione.
VIC.
Esponete, ed assicuratevi della mia protezione.
GUGL.
Perdoni, Eccellenza; questo non mi par luogo per trattare e concludere un affare di questa sorta.
Sarebbe necessario essere a tavolino...
e poi l'Eccellenza Vostra, cavaliere pieno di carità e di clemenza, spero che, prima d'obbligarmi a parlare, vorrà assicurarmi che il mio progetto, trovato che sia profittevole, non anderà senza premio.
VIC.
Di ciò potete esser sicuro.
Andiamo a discorrerne nel mio gabinetto.
(s'alza da sedere)
GUGL.
S'ella mi permette, vado a prendere un foglio in cui le farò vedere in un colpo d'occhio tutta la macchina disegnata e compita.
VIC.
Andate, che io vi attendo.
GUGL.
A momenti sono a servirla.
M'inchino all'Eccellenza Vostra.
(Il foglio in meno di un quarto d'ora lo fo.
Vedrò intanto Eleonora.
Ella mi sta a cuore niente meno della mia fortuna).
(da sé, parte)
SCENA SESTA
Il VICERÈ, poi il CONTE PORTICI.
VIC.
Ha dello spirito, ha del talento, e le sue massime esser non possono migliori.
Per quel ch'io scorgo, viene perseguitato più per invidia che per giustizia.
Il Conte è un amante di donna Livia, non lo credo sincero.
CO.
PORT.
Permette, Eccellenza? (accostandosi con rispetto)
VIC.
Oh! Conte, credo che a voi questa città avrà una grande obbligazione.
CO.
PORT.
Per qual ragione, signore?
VIC.
Voi mi avete scoperto esservi quel forestiere...
CO.
PORT.
È poi la cosa come diceva io? È un impostore? Un gabbamondo?
VIC.
Egli è uno, il quale darà una memoria che tende all'utile pubblico, al comodo privato e al buon ordine della città.
Si andrà fra poco a sviluppare il progetto, per il quale avrà il signor Guglielmo il premio che gli si conviene, e voi sarete ringraziato, per aver promosso la sua fortuna ed un pubblico benefizio.
(parte)
SCENA SETTIMA
Il CONTE PORTICI solo.
CO.
PORT.
Il Vicerè si burla de' fatti miei.
Quell'ardito parabolano alzato avrà l'ingegno per insinuarsi nell'animo suo, ed ei, credendogli, mi deride.
Sarò io menzognero creduto? L'onor mio vuole che mi giustifichi, e ch'io sostenga e provi quanto di colui ho proposto.
Troverò il marchese d'Osimo, troverò il conte di Brano; essi che conoscono Guglielmo assai più di me, verranno meco dal Vicerè, e sosterranno essere colui un impostore, un briccone.
(parte)
SCENA OTTAVA
Camera in casa di donna Livia.
Donna LIVIA ed ELEONORA.
LIV.
Bravissima.
Siete un'eroina.
Voi rinunziate all'amor di Guglielmo, ed io vi lascio in libertà di disporre di seimila scudi.
ELEON.
Che volete ch'io faccia di tal danaro?
LIV.
Servirà per la vostra dote; e perché non temiate di non ritrovare lo sposo, io stessa mi esibisco di procurarvelo.
ELEON.
Eh, signora, chi ha bene amato un oggetto, non può assicurarsi di amarne un altro.
LIV.
Non vi propongo un amante, vi propongo un marito.
ELEON.
Un matrimonio senza amore sarebbe lo stesso che voler vivere sempre penando.
SCENA NONA
TARGA cameriere, e dette.
TAR.
Il signor Guglielmo avrebbe premura di parlare colla signora Eleonora.
LIV.
Venga pure, io non glielo vieto.
TAR.
Non vorrebbe salire, l'aspetta giù.
LIV.
Come! ricusa di salir le mie scale? Gli hai tu detto ch'io gli voleva parlare?
TAR.
Sì signora, dice che verrà poi.
Che ora è aspettato dal Vicerè, e che vorrebbe solamente dire una parola alla signora Eleonora.
LIV.
Se vuol parlare con lei, ditegli che venga qui; altrimenti non le parlerà certamente.
TAR.
Glielo dirò.
(parte)
SCENA DECIMA
Donna LIVIA ed ELEONORA.
ELEON.
(Come mai lo riceverò?) (da sé)
LIV.
Su via, seguite ad essere valorosa.
Ricevetelo da voi sola.
Mi ritirerò, per lasciarvi in libertà di parlare come il cuore vi suggerisce.
Non voglio che la mia presenza vi abbia a dar soggezione.
Non voglio che dir possiate, che siete stata da me violentata.
Eccolo, parlategli come vi aggrada, e nuovamente pensate, che dalle vostre parole può dipendere la sua fortuna.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
ELEONORA, poi GUGLIELMO.
ELEON.
Oimè! Quand'io non lo vedeva, non pareami tanto difficile l'abbandonarlo.
Ora colla sua vista mi si accresce il tormento.
GUGL.
Che vuol dire? Tanto vi fate desiderare?
ELEON.
Eh, signor Guglielmo, non credo poi che mi abbiate tanto desiderata.
GUGL.
Sono tre ore che io vi aspetto.
ELEON.
Ed io sono tre ore che piango.
GUGL.
Che! piangete? Per qual motivo?
ELEON.
Piango per causa vostra.
GUGL.
Per me? Che v'ho io fatto di male?
ELEON.
Non piango per il male che fate a me, piango per quello che io sono in grado di fare a voi.
GUGL.
Oh! perché volete piangere per questo? Invece di farmi del male, e piangere, fatemi del bene, e ridiamo.
ELEON.
Sì, sì, voi riderete, ed io penerò.
GUGL.
Ma che cosa è stato? Vi è qualche novità?
ELEON.
Parvi piccola novità il dovervi lasciare?
GUGL.
Lasciarmi? Perché?
ELEON.
Per non levarvi una gran fortuna.
GUGL.
Qual fortuna?
ELEON.
Quella di sposar una ricca vedova.
GUGL.
Io sposare una ricca vedova?
ELEON.
Sì, donna Livia con diecimila scudi d'entrata.
GUGL.
Oh, per l'appunto! S'ella non ci pensa nemmeno.
ELEON.
Anzi vi desidera; e sarà vostra, se io vi cedo.
GUGL.
E voi che cosa dite?
ELEON.
Dico che morirò, se così volete.
GUGL.
Eh via! Che cos'è questo morire?
ELEON.
Crudele! Avreste cuore d'abbandonarmi? Son qui per voi, esule dalla patria, priva della grazia de' genitori, in grado di dover miseramente perire.
Mi lascierete voi in preda alla disperazione?
GUGL.
No, non sarà mai vero.
Sono un uomo d'onore.
Tutto perisca, ma non si dica giammai, che per mia cagione una fanciulla onesta siasi precipitata.
Sì, vi sposerò; e mi maraviglio che donna Livia abbia cuore di veder una giovane per sua cagione penare, col pericolo di rovinarla.
ELEON.
Ella mi ha offerto seimila scudi.
GUGL.
Seimila scudi?
ELEON.
E giunse perfino a promettermi ch'ella mi avrebbe ritrovato lo sposo.
GUGL.
Lo sposo! Seimila scudi? Voi, che cosa dite?
ELEON.
La sua proposizione m'irrita.
GUGL.
Seimila scudi non sono pochi.
ELEON.
Potrebbe darmeli sposando voi.
GUGL.
Vuol essere un po' difficile.
ELEON.
Caro Guglielmo, non mi volete voi bene?
GUGL.
Sì, ve ne voglio.
Ma diecimila scudi d'entrata!
ELEON.
Ah sì, l'interesse vi accieca.
Voi m'abbandonate, voi mi tradite.
GUGL.
No, non vi abbandono, non vi tradisco.
Eccomi qui, vi sposo, se volete, anche in questo momento; e vi farò vedere che, per mantenere la mia parola, saprò rinunziare a' diecimila scudi d'entrata.
ELEON.
Ed io avrei cuore di privarvi di un sì gran bene?
GUGL.
A questo passo, non so che dire.
Quando dico io di sposarvi, faccio il mio debito.
Se pare a voi di pregiudicarmi, tocca a voi a ritrovare il rimedio.
ELEON.
Sì, vi rimedierò.
GUGL.
Come?
ELEON.
Mi ucciderò, mi darò la morte.
GUGL.
Ecco: queste son pazzie, ragazzate.
Quando parlate di morire, sposiamoci, ed è finita.
ELEON.
Se poi mi sposaste, avreste sempre a rimproverarmi la dote perduta.
GUGL.
Vi dirò: qualche cosa potrebbe darsi che mi scappasse di bocca; meriterò di essere compatito.
ELEON.
Dunque sposate pur donna Livia.
GUGL.
E voi?
ELEON.
Ed a me non pensate.
GUGL.
Badate, Eleonora.
Con seimila scudi e l'assistenza di donna Livia, non vi mancherebbe un miglior partito.
ELEON.
Ah perfido! Vedo che voi mi odiate; vedo che con piacere mi abbandonate.
GUGL.
Vi odio? Vi abbandono? Son qui, datemi la mano.
ELEON.
Che mano?
GUGL.
La mano per isposarvi; e finiamola.
ELEON.
E poi?
GUGL.
E poi, ci penseranno gli astrologi.
ELEON.
E i diecimila scudi d'entrata?
GUGL.
Buon viaggio ai diecimila scudi.
Noi mangeremo colle rendite del matrimonio.
ELEON.
Caro Guglielmo, io vi amo più di quello che voi credete, e non ho cuore di rovinarvi.
GUGL.
Se rovinate me, per conseguenza rovinate anche voi.
ELEON.
Dunque...
GUGL.
Dunque, che cosa?
ELEON.
Addio.
(in atto di partire)
GUGL.
Dove volete andare?
ELEON.
Dove il cielo destinerà.
GUGL.
Oh, questo poi no.
Voglio sapere che intenzione avete.
ELEON.
Crudele!
GUGL.
Eh via!
ELEON.
Sì, siete un barbaro, siete un ingrato.
GUGL.
Ma non è vero...
Ma se son pronto a sposarvi...
ELEON.
Andate a sposare i diecimila scudi d'entrata.
(parte)
SCENA DODICESIMA
GUGLIELMO solo.
GUGL.
Sentite: fermatevi.
Va come il vento.
Il Vicerè mi aspetta, e ho anche soverchiamente tardato.
Dice ch'io vada a sposare diecimila scudi d'entrata? Un tal matrimonio non sarebbe cosa da gettar via.
Lo farei volentieri; ma la povera ragazza mi fa compassione.
Diamine! una ricchezza di questa sorta la porrò in confronto di una fanciulla, per cui non ho nemmeno una gran passione? No, non metto la dote al paragone con Eleonora, la metto in bilancia col di lei onore e col mio; e concludo in me medesimo, che il prezzo dell'onore supera quello dell'oro; che se Eleonora si acquieterà, e salvo sarà il suo decoro, abbraccerò la fortuna, altrimenti non la comprerò mai a prezzo di viltà, d'ingratitudine, di sconoscenza.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Altra camera in casa di donna Livia.
Donna LIVIA e donna AURORA, poi TARGA.
AUR.
No, il signor Guglielmo da me non si è più veduto, e mi maraviglio di lui che sia partito di casa mia, senza da me congedarsi.
LIV.
Se vostro marito lo ha scacciato villanamente, non conveniva ch'egli più oltre si trattenesse.
AUR.
Io non ho parte nella sgarbatezza di mio marito; anzi mi sono con lui risentita, e non gliela perdono mai più.
LIV.
Siete irata dunque con don Filiberto?
AUR.
Sì: ho già fatto prepararmi il letto in un'altra camera.
LIV.
E vorrete per questo...
AUR.
Orsù, ditemi: avete ricevuto le venti doppie?
LIV.
Sì, le ho avute.
Ma se io le ho donate al signor Guglielmo, perché voi rimandarle?
AUR.
Perché il signor Guglielmo non le ha volute.
LIV.
Eh donna Aurora, ci sono degl'imbroglietti.
TAR.
Con permissione.
(a donna Aurora) (Il signor Guglielmo parte in questo momento).
(piano a donna Livia, e parte)
LIV.
Aspettatemi, che ora vengo.
(a donna Aurora, e parte subito)
SCENA QUATTORDICESIMA
Donna AURORA, poi ELEONORA.
AUR.
Credevami trovar Guglielmo, e non l'ho veduto.
Perfido! Se ti trovo, ti vo' rimproverar come meriti.
È questa la gratitudine che tu hai per una che ti ha fatto del bene?
ELEON.
Signora, dov'è donna Livia? Poc'anzi non era qui?
AUR.
Sì, è partita ora, ed a momenti ritorna.
ELEON.
(Ho già risoluto.
Parlerò a donna Livia, le farò la rinunzia del cuor di Guglielmo.
Ahi! che mi sento morire).
(da sé)
AUR.
Che avete, signora? Pare che vi rammarichiate di qualche cosa.
ELEON.
Le mie disavventure non sono poche.
AUR.
Chi siete voi? È lecito che io lo sappia?
ELEON.
Il mio nome è Eleonora.
AUR.
Di qual patria?
ELEON.
Napoletana.
AUR.
(Eleonora? Di Napoli?) (da sé) Ditemi: sareste voi forse l'amante di un tal Guglielmo?
ELEON.
Sì, non lo nego.
E questo Guglielmo come è da voi conosciuto?
AUR.
Quattro mesi alloggiò egli nella mia casa.
Finalmente con poco garbo si è da me allontanato, credo per cagione di quella vedova, che sarà forse il motivo della vostra disperazione.
ELEON.
Siete voi da marito?
AUR.
Anzi l'ho il marito.
Non mi lagno della vedova per gelosia; spiacemi solo ch'ella colle sue lusinghe abbia guastato il cuore al miglior uomo del mondo.
ELEON.
Ah, pur troppo me lo ha avvelenato! Io dovrò perderlo per sua cagione.
AUR.
E voi lo cederete così vilmente, senza scuotervi, senza domandare giustizia?
ELEON.
Non ho cuore per vederlo perdere una dote doviziosa.
AUR.
Eh, semplice che siete! Chi vi ha insegnato ad amare in tal guisa? Rinunziare l'amante per fare la sua fortuna? Pensateci un poco meglio.
Non vi lasciate sedurre, non vi lasciate ingannare.
La vostra pace val più di tutto l'oro del mondo; e se per arricchire il signor Guglielmo, vi esponete al pericolo di morire, non siate cotanto sciocca di farlo.
Non sagrificate all'altrui fortuna il vostro cuore e la vostra vita.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
ELEONORA, poi donna LIVIA.
ELEON.
Chi è costei che mi parla? Una voce del cielo o un demonio dell'inferno?
LIV.
(Partì donna Aurora? Non ci fosse venuta mai: per sua cagione non ho potuto veder Guglielmo).
(da sé) Eleonora, che fate qui? Avete voi risoluto?
ELEON.
Sì signora, ho risoluto.
Guglielmo è il mio sposo: non voglio sagrificare per voi il mio cuore e la mia vita.
(parte)
LIV.
Che sento? Parla così risoluta? Ah! temo che donna Aurora l'abbia sedotta.
Però non mi voglio perdere, e non vo' lasciare alcun tentativo per vincerla, per persuaderla.
Non risparmierò danaro, fatica e lagrime per l'acquisto dell'adorato Guglielmo.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Camera nel palazzo del Vicerè.
Il VICERÈ e GUGLIELMO.
VIC.
Io sono talmente persuaso del vostro progetto, che domani lo spedisco a Napoli a Sua Maestà, ove son certo che sarà posto in uso, e voi avrete un premio, che vi darà uno stato mediocre per tutto il tempo di vostra vita.
GUGL.
Che dice l'Eccellenza Vostra? Non è facile? Non è sicuro?
VIC.
È regolato assai bene, non può fallire.
GUGL.
Potrà nessuno dolersi?
VIC.
No certamente; anzi tutti loderanno l'autore.
GUGL.
Converrà poi ritrovare una persona onesta, capace di presiedere alla nuova incombenza.
VIC.
Si troverà.
GUGL.
Eccellenza, vorrei supplicarla di una grazia.
VIC.
Dite pure.
GUGL.
Giacché io ho avuto la sorte di proporre una cosa che l'Eccellenza Vostra crede utile per la città e per il regno, desidererei ch'ella si degnasse di eleggere, fra quei ministri che vi saranno impiegati, una persona che infinitamente mi preme.
VIC.
Quando sia abile, lo farò volentieri.
GUGL.
Sarà abilissimo.
Questo è don Filiberto.
VIC.
Bene, don Filiberto avrà la carica, e riconoscerà da voi quell'utile che al novello impiego sarà assegnato.
GUGL.
Rendo le più umili grazie all'Eccellenza Vostra.
SCENA DICIASSETTESIMA
CONTE PORTICI, introdotto da un Servitore del Vicerè, e detti.
CO.
PORT.
Signore, io comparisco in faccia dell'Eccellenza Vostra un calunniatore, poiché colui avrà avuto l'arte di farsi credere qualche cosa di buono.
Non è maraviglia che un poeta, e un poeta teatrale, avvezzo a macchinar sulle scene, abbia l'abilità di guadagnarsi l'animo di chi l'ascolta.
Io son nell'impegno, e ci va del mio decoro medesimo, se non fo constare quanto ho allegato intorno alle di lui imposture.
Glielo dico in faccia, e non ho soggezione.
Se a me l'Eccellenza Vostra non crede, ecco chi più di me lo conosce: venite, signor Conte, venite, signor Marchese.
Questi due cavalieri vi parleranno di lui.
(al Vicerè)
SCENA DICIOTTESIMA
Il MARCHESE D'OSIMO, il CONTE DI BRANO e detti.
GUGL.
Eccellenza, io sto cheto per rispetto di lei.
VIC.
Conte, voi vi riscaldate soverchiamente: e voi conte di Brano, che avete a dirmi contro di questo giovane?
CO.
BRA.
Dico, Eccellenza, che da lui riconosco la vita.
Sopraffatto da una eccessiva collera, fui da esso avvisato che mi sovrastava la morte.
Mi suggerì il rimedio, corsi alla spezieria e fui costretto a cadere.
Presi il rimedio da lui suggeritomi, e sono quasi rimesso.
Egli in Gaeta ha fatto il medico: l'ho creduto un impostore; ma ora dico esser uomo di garbo, il quale, oltre le altre virtù, ha quella di esser un perfetto fisonomista.
CO.
PORT.
Un accidente non lo può autenticare per un uomo di vaglia.
CO.
BRA.
E non abbiamo prova in contrario per crederlo u
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