L'AVVENTURIERE ONORATO, di Carlo Goldoni - pagina 9
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LIV.
Venga pure, io non glielo vieto.
TAR.
Non vorrebbe salire, l'aspetta giù.
LIV.
Come! ricusa di salir le mie scale? Gli hai tu detto ch'io gli voleva parlare?
TAR.
Sì signora, dice che verrà poi.
Che ora è aspettato dal Vicerè, e che vorrebbe solamente dire una parola alla signora Eleonora.
LIV.
Se vuol parlare con lei, ditegli che venga qui; altrimenti non le parlerà certamente.
TAR.
Glielo dirò.
(parte)
SCENA DECIMA
Donna LIVIA ed ELEONORA.
ELEON.
(Come mai lo riceverò?) (da sé)
LIV.
Su via, seguite ad essere valorosa.
Ricevetelo da voi sola.
Mi ritirerò, per lasciarvi in libertà di parlare come il cuore vi suggerisce.
Non voglio che la mia presenza vi abbia a dar soggezione.
Non voglio che dir possiate, che siete stata da me violentata.
Eccolo, parlategli come vi aggrada, e nuovamente pensate, che dalle vostre parole può dipendere la sua fortuna.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
ELEONORA, poi GUGLIELMO.
ELEON.
Oimè! Quand'io non lo vedeva, non pareami tanto difficile l'abbandonarlo.
Ora colla sua vista mi si accresce il tormento.
GUGL.
Che vuol dire? Tanto vi fate desiderare?
ELEON.
Eh, signor Guglielmo, non credo poi che mi abbiate tanto desiderata.
GUGL.
Sono tre ore che io vi aspetto.
ELEON.
Ed io sono tre ore che piango.
GUGL.
Che! piangete? Per qual motivo?
ELEON.
Piango per causa vostra.
GUGL.
Per me? Che v'ho io fatto di male?
ELEON.
Non piango per il male che fate a me, piango per quello che io sono in grado di fare a voi.
GUGL.
Oh! perché volete piangere per questo? Invece di farmi del male, e piangere, fatemi del bene, e ridiamo.
ELEON.
Sì, sì, voi riderete, ed io penerò.
GUGL.
Ma che cosa è stato? Vi è qualche novità?
ELEON.
Parvi piccola novità il dovervi lasciare?
GUGL.
Lasciarmi? Perché?
ELEON.
Per non levarvi una gran fortuna.
GUGL.
Qual fortuna?
ELEON.
Quella di sposar una ricca vedova.
GUGL.
Io sposare una ricca vedova?
ELEON.
Sì, donna Livia con diecimila scudi d'entrata.
GUGL.
Oh, per l'appunto! S'ella non ci pensa nemmeno.
ELEON.
Anzi vi desidera; e sarà vostra, se io vi cedo.
GUGL.
E voi che cosa dite?
ELEON.
Dico che morirò, se così volete.
GUGL.
Eh via! Che cos'è questo morire?
ELEON.
Crudele! Avreste cuore d'abbandonarmi? Son qui per voi, esule dalla patria, priva della grazia de' genitori, in grado di dover miseramente perire.
Mi lascierete voi in preda alla disperazione?
GUGL.
No, non sarà mai vero.
Sono un uomo d'onore.
Tutto perisca, ma non si dica giammai, che per mia cagione una fanciulla onesta siasi precipitata.
Sì, vi sposerò; e mi maraviglio che donna Livia abbia cuore di veder una giovane per sua cagione penare, col pericolo di rovinarla.
ELEON.
Ella mi ha offerto seimila scudi.
GUGL.
Seimila scudi?
ELEON.
E giunse perfino a promettermi ch'ella mi avrebbe ritrovato lo sposo.
GUGL.
Lo sposo! Seimila scudi? Voi, che cosa dite?
ELEON.
La sua proposizione m'irrita.
GUGL.
Seimila scudi non sono pochi.
ELEON.
Potrebbe darmeli sposando voi.
GUGL.
Vuol essere un po' difficile.
ELEON.
Caro Guglielmo, non mi volete voi bene?
GUGL.
Sì, ve ne voglio.
Ma diecimila scudi d'entrata!
ELEON.
Ah sì, l'interesse vi accieca.
Voi m'abbandonate, voi mi tradite.
GUGL.
No, non vi abbandono, non vi tradisco.
Eccomi qui, vi sposo, se volete, anche in questo momento; e vi farò vedere che, per mantenere la mia parola, saprò rinunziare a' diecimila scudi d'entrata.
ELEON.
Ed io avrei cuore di privarvi di un sì gran bene?
GUGL.
A questo passo, non so che dire.
Quando dico io di sposarvi, faccio il mio debito.
Se pare a voi di pregiudicarmi, tocca a voi a ritrovare il rimedio.
ELEON.
Sì, vi rimedierò.
GUGL.
Come?
ELEON.
Mi ucciderò, mi darò la morte.
GUGL.
Ecco: queste son pazzie, ragazzate.
Quando parlate di morire, sposiamoci, ed è finita.
ELEON.
Se poi mi sposaste, avreste sempre a rimproverarmi la dote perduta.
GUGL.
Vi dirò: qualche cosa potrebbe darsi che mi scappasse di bocca; meriterò di essere compatito.
ELEON.
Dunque sposate pur donna Livia.
GUGL.
E voi?
ELEON.
Ed a me non pensate.
GUGL.
Badate, Eleonora.
Con seimila scudi e l'assistenza di donna Livia, non vi mancherebbe un miglior partito.
ELEON.
Ah perfido! Vedo che voi mi odiate; vedo che con piacere mi abbandonate.
GUGL.
Vi odio? Vi abbandono? Son qui, datemi la mano.
ELEON.
Che mano?
GUGL.
La mano per isposarvi; e finiamola.
ELEON.
E poi?
GUGL.
E poi, ci penseranno gli astrologi.
ELEON.
E i diecimila scudi d'entrata?
GUGL.
Buon viaggio ai diecimila scudi.
Noi mangeremo colle rendite del matrimonio.
ELEON.
Caro Guglielmo, io vi amo più di quello che voi credete, e non ho cuore di rovinarvi.
GUGL.
Se rovinate me, per conseguenza rovinate anche voi.
ELEON.
Dunque...
GUGL.
Dunque, che cosa?
ELEON.
Addio.
(in atto di partire)
GUGL.
Dove volete andare?
ELEON.
Dove il cielo destinerà.
GUGL.
Oh, questo poi no.
Voglio sapere che intenzione avete.
ELEON.
Crudele!
GUGL.
Eh via!
ELEON.
Sì, siete un barbaro, siete un ingrato.
GUGL.
Ma non è vero...
Ma se son pronto a sposarvi...
ELEON.
Andate a sposare i diecimila scudi d'entrata.
(parte)
SCENA DODICESIMA
GUGLIELMO solo.
GUGL.
Sentite: fermatevi.
Va come il vento.
Il Vicerè mi aspetta, e ho anche soverchiamente tardato.
Dice ch'io vada a sposare diecimila scudi d'entrata? Un tal matrimonio non sarebbe cosa da gettar via.
Lo farei volentieri; ma la povera ragazza mi fa compassione.
Diamine! una ricchezza di questa sorta la porrò in confronto di una fanciulla, per cui non ho nemmeno una gran passione? No, non metto la dote al paragone con Eleonora, la metto in bilancia col di lei onore e col mio; e concludo in me medesimo, che il prezzo dell'onore supera quello dell'oro; che se Eleonora si acquieterà, e salvo sarà il suo decoro, abbraccerò la fortuna, altrimenti non la comprerò mai a prezzo di viltà, d'ingratitudine, di sconoscenza.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Altra camera in casa di donna Livia.
Donna LIVIA e donna AURORA, poi TARGA.
AUR.
No, il signor Guglielmo da me non si è più veduto, e mi maraviglio di lui che sia partito di casa mia, senza da me congedarsi.
LIV.
Se vostro marito lo ha scacciato villanamente, non conveniva ch'egli più oltre si trattenesse.
AUR.
Io non ho parte nella sgarbatezza di mio marito; anzi mi sono con lui risentita, e non gliela perdono mai più.
LIV.
Siete irata dunque con don Filiberto?
AUR.
Sì: ho già fatto prepararmi il letto in un'altra camera.
LIV.
E vorrete per questo...
AUR.
Orsù, ditemi: avete ricevuto le venti doppie?
LIV.
Sì, le ho avute.
Ma se io le ho donate al signor Guglielmo, perché voi rimandarle?
AUR.
Perché il signor Guglielmo non le ha volute.
LIV.
Eh donna Aurora, ci sono degl'imbroglietti.
TAR.
Con permissione.
(a donna Aurora) (Il signor Guglielmo parte in questo momento).
(piano a donna Livia, e parte)
LIV.
Aspettatemi, che ora vengo.
(a donna Aurora, e parte subito)
SCENA QUATTORDICESIMA
Donna AURORA, poi ELEONORA.
AUR.
Credevami trovar Guglielmo, e non l'ho veduto.
Perfido! Se ti trovo, ti vo' rimproverar come meriti.
È questa la gratitudine che tu hai per una che ti ha fatto del bene?
ELEON.
Signora, dov'è donna Livia? Poc'anzi non era qui?
AUR.
Sì, è partita ora, ed a momenti ritorna.
ELEON.
(Ho già risoluto.
Parlerò a donna Livia, le farò la rinunzia del cuor di Guglielmo.
Ahi! che mi sento morire).
(da sé)
AUR.
Che avete, signora? Pare che vi rammarichiate di qualche cosa.
ELEON.
Le mie disavventure non sono poche.
AUR.
Chi siete voi? È lecito che io lo sappia?
ELEON.
Il mio nome è Eleonora.
AUR.
Di qual patria?
ELEON.
Napoletana.
AUR.
(Eleonora? Di Napoli?) (da sé) Ditemi: sareste voi forse l'amante di un tal Guglielmo?
ELEON.
Sì, non lo nego.
E questo Guglielmo come è da voi conosciuto?
AUR.
Quattro mesi alloggiò egli nella mia casa.
Finalmente con poco garbo si è da me allontanato, credo per cagione di quella vedova, che sarà forse il motivo della vostra disperazione.
ELEON.
Siete voi da marito?
AUR.
Anzi l'ho il marito.
Non mi lagno della vedova per gelosia; spiacemi solo ch'ella colle sue lusinghe abbia guastato il cuore al miglior uomo del mondo.
ELEON.
Ah, pur troppo me lo ha avvelenato! Io dovrò perderlo per sua cagione.
AUR.
E voi lo cederete così vilmente, senza scuotervi, senza domandare giustizia?
ELEON.
Non ho cuore per vederlo perdere una dote doviziosa.
AUR.
Eh, semplice che siete! Chi vi ha insegnato ad amare in tal guisa? Rinunziare l'amante per fare la sua fortuna? Pensateci un poco meglio.
Non vi lasciate sedurre, non vi lasciate ingannare.
La vostra pace val più di tutto l'oro del mondo; e se per arricchire il signor Guglielmo, vi esponete al pericolo di morire, non siate cotanto sciocca di farlo.
Non sagrificate all'altrui fortuna il vostro cuore e la vostra vita.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
ELEONORA, poi donna LIVIA.
ELEON.
Chi è costei che mi parla? Una voce del cielo o un demonio dell'inferno?
LIV.
(Partì donna Aurora? Non ci fosse venuta mai: per sua cagione non ho potuto veder Guglielmo).
(da sé) Eleonora, che fate qui? Avete voi risoluto?
ELEON.
Sì signora, ho risoluto.
Guglielmo è il mio sposo: non voglio sagrificare per voi il mio cuore e la mia vita.
(parte)
LIV.
Che sento? Parla così risoluta? Ah! temo che donna Aurora l'abbia sedotta.
Però non mi voglio perdere, e non vo' lasciare alcun tentativo per vincerla, per persuaderla.
Non risparmierò danaro, fatica e lagrime per l'acquisto dell'adorato Guglielmo.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Camera nel palazzo del Vicerè.
Il VICERÈ e GUGLIELMO.
VIC.
Io sono talmente persuaso del vostro progetto, che domani lo spedisco a Napoli a Sua Maestà, ove son certo che sarà posto in uso, e voi avrete un premio, che vi darà uno stato mediocre per tutto il tempo di vostra vita.
GUGL.
Che dice l'Eccellenza Vostra? Non è facile? Non è sicuro?
VIC.
È regolato assai bene, non può fallire.
GUGL.
Potrà nessuno dolersi?
VIC.
No certamente; anzi tutti loderanno l'autore.
GUGL.
Converrà poi ritrovare una persona onesta, capace di presiedere alla nuova incombenza.
VIC.
Si troverà.
GUGL.
Eccellenza, vorrei supplicarla di una grazia.
VIC.
Dite pure.
GUGL.
Giacché io ho avuto la sorte di proporre una cosa che l'Eccellenza Vostra crede utile per la città e per il regno, desidererei ch'ella si degnasse di eleggere, fra quei ministri che vi saranno impiegati, una persona che infinitamente mi preme.
VIC.
Quando sia abile, lo farò volentieri.
GUGL.
Sarà abilissimo.
Questo è don Filiberto.
VIC.
Bene, don Filiberto avrà la carica, e riconoscerà da voi quell'utile che al novello impiego sarà assegnato.
GUGL.
Rendo le più umili grazie all'Eccellenza Vostra.
SCENA DICIASSETTESIMA
CONTE PORTICI, introdotto da un Servitore del Vicerè, e detti.
CO.
PORT.
Signore, io comparisco in faccia dell'Eccellenza Vostra un calunniatore, poiché colui avrà avuto l'arte di farsi credere qualche cosa di buono.
Non è maraviglia che un poeta, e un poeta teatrale, avvezzo a macchinar sulle scene, abbia l'abilità di guadagnarsi l'animo di chi l'ascolta.
Io son nell'impegno, e ci va del mio decoro medesimo, se non fo constare quanto ho allegato intorno alle di lui imposture.
Glielo dico in faccia, e non ho soggezione.
Se a me l'Eccellenza Vostra non crede, ecco chi più di me lo conosce: venite, signor Conte, venite, signor Marchese.
Questi due cavalieri vi parleranno di lui.
(al Vicerè)
SCENA DICIOTTESIMA
Il MARCHESE D'OSIMO, il CONTE DI BRANO e detti.
GUGL.
Eccellenza, io sto cheto per rispetto di lei.
VIC.
Conte, voi vi riscaldate soverchiamente: e voi conte di Brano, che avete a dirmi contro di questo giovane?
CO.
BRA.
Dico, Eccellenza, che da lui riconosco la vita.
Sopraffatto da una eccessiva collera, fui da esso avvisato che mi sovrastava la morte.
Mi suggerì il rimedio, corsi alla spezieria e fui costretto a cadere.
Presi il rimedio da lui suggeritomi, e sono quasi rimesso.
Egli in Gaeta ha fatto il medico: l'ho creduto un impostore; ma ora dico esser uomo di garbo, il quale, oltre le altre virtù, ha quella di esser un perfetto fisonomista.
CO.
PORT.
Un accidente non lo può autenticare per un uomo di vaglia.
CO.
BRA.
E non abbiamo prova in contrario per crederlo un impostore.
GUGL.
(Eppure è la verità.
La paura l'ha fatto quasi crepare).
(da sé)
VIC.
E voi, signor Marchese, che dite di questo forestiere?
MAR.
Sono disgustato con lui; l'ho pregato di venire in casa mia, e non è venuto.
GUGL.
Il luogo dove ella mi trova, mi giustifica bastantemente.
MAR.
Sappiate, signor Guglielmo, (con permissione di Sua Eccellenza) che ho comunicato la vostra idea ad altri avvocati, e tutti l'applaudiscono; e condannano, come voi faceste, la direzione tenuta da' miei difensori.
Anzi penso di domandare la revisione, e voi sarete il principal direttore.
GUGL.
Grazie dell'onore ch'ella si degna di farmi.
VIC.
Signor Conte, che dite voi? (al conte Portici)
CO.
PORT.
Dico ch'egli ha incantato tutti.
Ecco don Filiberto; chieda a lui l'Eccellenza Vostra perché l'ha discacciato di casa sua.
SCENA DICIANNOVESIMA
Don FILIBERTO e detti.
FIL.
Eccellenza, se io ho tenuto in casa per quattro mesi quel forestiere, l'ho fatto non conoscendolo; ma s'egli è in disgrazia vostra, se ha qualche malanno addosso, io non ne so nulla; e subito che da questi signori mi è stato dato qualche motivo, non ho tardato un momento a licenziarlo di casa.
VIC.
Ho inteso.
E in ricompensa d'averlo voi licenziato il signor Guglielmo vi ha ottenuto la grazia di essere voi preferito in un impiego novello.
FIL.
A me? (al Vicerè)
VIC.
Sì, a voi.
FIL.
A me? (a Guglielmo)
GUGL.
Sì signore, a voi, per gratitudine di avermi per quattro mesi tenuto in casa.
FIL.
Oh! siete un gran galantuomo! Signore, quando si principia la carica? (al Vicerè)
VIC.
Vi è tempo.
Ha da ritornare il rescritto di Sua Maestà.
Ne sarete avvisato.
Che dice il signor conte Portici?
CO.
PORT.
Dico che il signor Guglielmo è un uomo di merito, e che per coronare la sua fortuna non manca altro se non che donna Livia lo sposi.
(con ironia)
GUGL.
(Oh, dicesse la verità! Ma sarà difficile.
L'impegno con Eleonora mi fa disperare affatto questa fortuna).
(da sé)
SCENA VENTESIMA
Il MESSO del Vicerè, poi donna LIVIA e detti.
MES.
Eccellenza, è qui la signora donna Livia, che desidera udienza.
(al Vicerè)
VIC.
Venga, che viene a tempo.
(il Messo parte)
GUGL.
Pare proprio uno di quegli accidenti ad uso di commedia, in cui si fanno venir le persone quando abbisognano.
LIV.
Eccellenza, vi supplico di perdono, se vengo ad incomodarvi.
Io sono una vedova, che vale a dire una donna libera, che può dispor di se stessa.
La fortuna mi ha beneficato con una eredità doviziosa; e questa mia ricca dote eccita in molti la cupidigia, più che l'amore.
Ci sono di quelli che pretendono avermi o coll'autorità, o colla soverchieria: e qui davanti all'Eccellenza Vostra vedo tre rivali, tre amanti, non di me, ma della mia eredità.
Chi mi ha questa lasciata, non mi vincola a verun partito, posso io soddisfarmi; intendo di farlo, e imploro la vostra autorità per poterlo fare.
Amo il signor Guglielmo e lo desidero per consorte.
Vi scuotete? Fremete? Egli lo merita, perché civilmente è nato; egli lo merita, perché onestamente sa vivere.
La sua nascita si prova con questi fogli; la di lui onestà è ormai a tutti palese.
Onde s'ei non mi sdegna, se il Vicerè non contrasta, se posso dispor di me stessa, qui alla presenza di chi comanda e di chi invano d'impedirlo procura, a lui offerisco la mano, il cuore e tutto quel bene che mi concede la mia fortuna.
(li tre pretendenti si vedono fremere)
VIC.
Io non intendo di oppormi.
Siete arbitra di voi stessa.
Che dite, signor Guglielmo?
GUGL.
Dirò ch'io rimango sorpreso, come una signora di tanto merito si compiaccia di onorarmi a tal segno.
Conosco ch'io non son degno di una sì gran fortuna, e infatti accettarla non posso a causa dell'impegno mio colla giovane Napoletana.
Questa non ha voluto mettermi in libertà, ed io non deggio tradirla; se Eleonora non me l'accorda, non vi sarà pericolo ch'io sposi mai altra donna, e lascerò qualsisia gran sorte, per evitare uno sfregio, un rimorso, un motivo di essere giustamente censurato.
SCENA VENTUNESIMA
ELEONORA e detti.
ELEON.
No, signor Guglielmo, non vi tradite per me.
Sposatevi a donna Livia, accettate quel bene che vi offerisce il destino, e siate certo che io non vi sarò di ostacolo per conseguirlo.
Dopo un lungo combattimento fra l'amor mio e la mia virtù, mi suggerì la ragione, che chi ama davvero, evitar dee la rovina della persona amata.
Donna Livia qui mi ha seco condotta, essa mi ha facilitato il modo di mandar ad effetto la mia opportuna risoluzione.
Ecco in questo foglio una cartella de' luoghi di monte del valor di seimila scudi, ed eccone mille in questa borsa.
Con questi, e colla scorta di due buoni amici di donna Livia, vado in questo momento a chiudermi in un ritiro, e non mi vedrete mai più.
(parte)
SCENA VENTIDUESIMA
Il VICERÈ, donna LIVIA, GUGLIELMO, il MARCHESE DI OSIMO, il CONTE DI BRANO, il CONTE PORTICI e don FILIBERTO
GUGL.
Fermatevi, per un momento...
(dietro ad Eleonora)
VIC.
Lasciate ch'ella sen vada.
Non impedite un'opera sì generosa.
(a Guglielmo)
GUGL.
Non so che dire.
Se ne ha voglia, non conviene poi frastornarla.
LIV.
Sì, lasciate ch'ella vada a godere uno stato, che certamente non le potea promettere la miserabile sua condizione; nell'accettar la mia mano, qui alla presenza del nostro benignissimo Vicerè, prendete il possesso di me, del mio cuore e di quanto possiedo.
CO.
PORT.
Signore, disse pure l'Eccellenza Vostra che non conveniva che un forestiere trasportasse dalla nostra città in un'altra una ricca dote.
VIC.
Sì, è vero, lo dissi e lo ridico.
Ciò non conviene e per questa ragione il signor don Guglielmo resterà in Palermo, aggregandolo alla cittadinanza, e pensionandolo per il merito di un suo progetto.
FIL.
Veramente l'ho sempre detto, che il signor don Guglielmo era un uomo garbato.
CO.
PORT.
Sì, garbatissimo in tutto e spezialmente nell'incantar le donne.
Ecco qui vostra moglie, tirata anch'essa dalla di lui garbatezza.
SCENA ULTIMA
Donna AURORA e detti.
AUR.
Signore, come parlate voi? (al conte Portici) Non son qui venuta per il signor Guglielmo, ma per impetrare da Sua Eccellenza la scarcerazione di Berto mio servitore.
FIL.
Conte, voi mi offendete.
(al conte Portici)
VIC.
Orsù, vi ho sofferto abbastanza.
Andate, moderate la lingua, se non volete morire entro il maschio di una fortezza.
(al conte Portici)
CO.
PORT.
Signore...
compatite la mia passione.
Mi lusingava poter conquistare la dote di donna Livia, e vedendola da un forestiere occupata, non mi potei contenere.
Vi chiedo scusa, mi rimetto al voler del cielo, e vi assicuro che non ne parlo mai più.
MAR.
Il signor Guglielmo la merita, e solo a lui avrei cedute le mie pretensioni.
CO.
BRA.
Anch'io aspirava alle nozze di donna Livia, ma perché conosco essere il signor Guglielmo degno di averla, m'acquieto e non parlo più.
AUR.
Dunque il signor Guglielmo sposerà donna Livia?
LIV.
Sì, malgrado le triste insinuazioni che fatte avete nell'animo di Eleonora.
AUR.
Vi sposi pure, ch'egli n'è degno.
Ho fatto stima di lui, ho compatite le sue disgrazie, e la mia stima e la mia compassione non ha mai passato il segno dell'onestà.
Sono una donna onorata, e tanto basta per assicurarvi non avere avuto per lui che una semplice inclinazione.
FIL.
Ehi, il signor Guglielmo mi ha procurato una carica decorosa e lucrosa.
(a donna Aurora)
AUR.
Che animo generoso! Mi vengono le lagrime per tenerezza.
Non ho cuor di vederlo.
(si ritira)
VIC.
Orsù, andiamo.
Poiché io desidero che si concluda il vostro nuzial contratto, e prima di uscire da questo palazzo, si ha da stabilir legalmente.
GUGL.
Son confuso da tante grazie.
Resto attonito per cotanta bontà.
Ringrazio il cielo che mi ha assistito, ringrazio donna Livia che mi benefica; ringrazio altresì quella povera giovane, che è andata a chiudersi per mia cagione.
Molte e grandi sono le vicende che ho passate in questo mondo.
Fatto ho la vita dell'avventuriere, ma al fine sono assistito dal cielo e favorito dalla fortuna, perché fui sempre un Avventuriere onorato.
Fine della Commedia.
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