L'AVVOCATO VENZIANO, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Le man e la vita, tutto deve esser in moto e in azion7; perché vestendose l'avvocato non solo della rason, ma della passion del cliente, tutto el se abbandona ai movimenti della natura, e la veemenza colla qual el parla, serve per maggiormente imprimer nell'animo de chi l'ascolta, e per mostrar coll'intrepidezza, col spirito e col vigor la sicurezza dell'animo preparà alla vittoria.
LEL.
Non so come il Dottor Balanzoni, vostro avversario, intenderà questa maniera di disputare.
Egli è bolognese, e voi veneziano; a Bologna si scrive, e non si parla.
ALB.
Benissimo, lu el scriverà, e mi parlerò.
Lu xe primo, e mi son segondo.
Che el vegna colla so scrittura d'allegazion, studiada, revista e corretta quanto che el vol, mi ghe responderò all'improvviso.
Maniera particolar de nualtri avvocati veneti, che imita el stil e el costume dei antichi oratori romani.
LEL.
Veramente è una cosa maravigliosa e sorprendente sentir gli uomini parlare all'improvviso in una maniera sì forte e sì elegante, che meglio fare non si potrebbe scrivendo.
E quelle lepidezze frammischiate con tanta grazia nelle cose più serie, senza punto pregiudicare alla gravità della disputa, non incantano, non innamorano?
ALB.
Quando le xe nicchiade con artifizio, dite con naturalezza, senza offender la modestia o la carità, le xe tollerabili.
LEL.
Certo è una cosa di cui tutti i forestieri ne parlano con ammirazione e con maraviglia.
ALB.
Ma, caro amigo, troppo tempo m'avè fatto perder inutilmente.
Ve prego, lasseme studiar.
LEL.
Via, studiate, e poi anderemo dalla signora Beatrice.
Poco manca alla sera.
ALB.
Sta siora Beatrice la ve sta molto sul cuore.
LEL.
È una donna tutta spirito.
ALB.
No la staria ben con vu.
LEL.
Perché?
ALB.
Perché so che vu sè un omo tutto carne.
LEL.
Bene, il di lei spirito correggeria la mia carne.
ALB.
Se el spirito moderasse la carne, felice el mondo: el mal xe che la carne fa far a so modo el spirito.
LEL.
Voi siete diventato molto morale.
Da quando in qua vi siete dato allo spirito?
ALB.
Dopo che la carne m'ha fatto mal.
LEL.
Quando è così, vi compatisco.
Vi lascio nella vostra libertà.
Anderò a vedere come sta Flaminia mia sorella.
ALB.
Reverila da parte mia.
Diseghe che ghe auguro bona salute.
LEL.
Lo farò senz'altro.
A rivederci stassera.
(parte)
SCENA SECONDA
ALBERTO solo.
ALB.
Animo, a tavolin; fenimo de far el summario delle rason.
Mo gran bel ritratto! Mo el gran bel visetto! No ho mai visto un viso omogeneo al mio cuor, come questo.
No vorave che sto ritratto me devertisse dalla mia applicazion.
Via, via, mettemolo qua in sta scatola, e no lo vardemo più.
(pone il ritratto nella tabacchiera che sta sul tavolino) Co sarà fenia la causa, poderò divertirme col ritratto, e anca fursi coll'original.
La sarave bella che fusse vegnù a Rovigo a vadagnar una causa, e a perder el cuor! Eh! che no voggio abbadar a ste ragazzade.
Animo, animo, demoghe drento, e lavoremo.
La donazion xe fatta in tempo de mancanza de fioli...
(scrivendo)
SCENA TERZA
Un SERVITORE ed il suddetto, poi FLORINDO
SERV.
Illustrissimo.
ALB.
Cossa gh'è?
SERV.
Il signor Florindo Aretusi.
ALB.
Patron.
SERV.
(Prego il cielo che guadagni questa causa, che anch'io avrò la mancia.
Noi altri servitori degli avvocati facciamo più conto delle mance, che del salario).
(da sé, parte)
ALB.
L'ha fatto ben a vegnir.
Daremo l'ultima pennelada al desegno della nostra causa.
FLOR.
Servo, signor Alberto.
ALB.
Servitor obbligatissimo.
La se comoda.
FLOR.
Eccomi a darle incomodo.
(siede)
ALB.
Anzi l'aspettava con ansietà.
La favorissa; la vegna arente de mi.
Incontreremo la fattura.
FLOR.
Come vi aggrada.
Avete saputo che il giudice non può domattina ascoltar la causa?
ALB.
Stamattina sul tardi son stà a Palazzo, e avemo accordà col giudice e coll'avversario de trattarla dopo disnar.
Questa xe la fattura; la favorissa de compagnarme coll'occhio, e suggerirme se avesse lassà qualcossa de essenzial nella narrativa dei fatti, nell'ordine dei tempi o nella citazion delle carte.
El nobile signor Anselmo Aretusi, padre del nobile signor Florindo, s'ha maridà colla nobile signora Ortensia Rinzoni, nell'anno 1714.
Fede de matrimonio, proc.
A, a carte 1.
Con dote de ducati cinquemille.
Contratto nuzial con ricevuta, a carte 2.
Nell'anno 1724, el signor Anselmo Aretusi, non avendo figliuoli dopo dieci anni di matrimonio, ha preso per sua figlia adottiva, detta volgarmente fia d'anema, la signora Rosaura, figlia del signor Pellegrino Balanzoni mercante bolognese, negoziante in Rovigo.
Attestato che giustifica, a carte 3.
Nel 1726 el detto signor Anselmo fa donazion de tutto el suo alla detta signora Rosaura.
Contratto de donazion, a carte 4.
Nel 1728 dal detto signor Anselmo Aretusi e signora Ortensia Jugali nasce il nobile signor Florindo, loro figlio legittimo e naturale.
Fede della nascita, a carte 7.
Nel 1744 passa da questa all'altra vita la signora Ortensia, moglie del signor Anselmo, e col suo testamento lassa erede della sua dote il signor Florindo suo figlio.
Testamento in atti ecc., a carte 8.
Nel 1748, ai 24 d'Avril, mor senza testamento el nobile signor Anselmo Aretusi.
Fede della morte, a carte 12.
Addì 8 Maggio susseguente, la signora Rosaura Balanzoni fa sentenziar a legge la donazion del fu Anselmo Aretusi, per l'effetto d'andar al possesso de tutti i beni liberi de rason del medesimo.
Domanda avversaria, carte 13.
Il nobile signor Florindo Aretusi, come figlio legittimo e naturale del suddetto signor Anselmo, si pone all'interdetto, domandando taggio della donazion.
Domanda nostra, a carte 14.
Produzion avversaria d'un testamento del fu Agapito Aretusi, che istituisce un fideicommisso ascendente a favor della linea Aretusi, verificà in oggi nella persona del signor Florindo, a carte 15.
FLOR.
Signor Alberto, io non capisco perché la parte avversaria abbia prodotto questo testamento, che sta a favor mio.
Se un mio ascendente ha fatto un fideicommisso a mio favore, molto meno l'avversaria può pretendere nell'eredità di mio padre.
ALB.
Mo ghe dirò mi, per cossa che i l'ha prodotto.
Loro i domanda i beni liberi; e una rason de domandarli xe fondada sulla miseria della fiola adottiva, oltre el fondamento della donazion.
I dise: nu domandemo i beni liberi; per el fio legittimo e natural ghe resta i fideicommissi, ghe resta la dote materna.
Se lu perde, nol se reduse a pessima condizion; se perde la donna, la resta senza gnente a sto mondo.
FLOR.
Che dite voi sopra di questo obbietto?
ALB.
Questo xe un obietto previsto, arguido dalle carte avversarie: se i me lo farà in causa, ghe responderò per le rime.
A ella intanto ghe digo, che sotto sto cielo la pietà pol moltissimo, ma quando no se tratta del pregiudizio del terzo.
Dai tribunali se profonde le grazie, ma la giustizia va sempre avanti della compassion.
E quel difensor che se fida della disputa patetica e commiserante, nol pol sperar gnente, se no l'è assistido dalla rason.
FLOR.
E circa il merito della donazione, che ne dite?
ALB.
Quel che sempre gh'ho dito.
La sarà taggiada senz'altro.
FLOR.
Dunque voi sostenete che un uomo non possa donare il suo?
ALB.
Mi, la me perdona, no sostegno sta bestialità.
L'omo pol donar, ma per donar a un terzo, nol pol privar i so fioi.
FLOR.
Quando ha donato, non aveva figliuoli.
ALB.
Giusto per questo, colla sopravenienza dei fioli, se rende nulla la donazion.
FLOR.
Dunque sempre più vi confermate nella sicurezza che abbiamo ragione.
ALB.
In quanto a mi, digo che della rason ghe ne avanza.
FLOR.
Sentite: se guadagno la causa, ne avrò piacere, perché si tratta di ventimila ducati in circa; ma poi sarò anche contento per vedere umiliata quella superba di Rosaura, che pretendeva diventare contessa.
ALB.
Poveretta! Ella no la ghe n'ha colpa.
FLOR.
E quel bravo avvocato bolognese suo zio, che è venuto apposta da Bologna per trattar questa causa, si farà onore.
ALB.
La senta.
Tutti i avvocati i venze delle cause e i ghe ne perde; e ogni volta che se tratta una causa, uno ha da perder e l'altro ha da venzer; e pur tanto sarà dotto e onesto quel che venze, come quel che perde.
Co se tratta de ponti de rason, ghe xe da discorrer per una parte e per l'altra.
Delle volte se scovre e se rileva de quelle cosse che no s'ha capio, che no s'ha previsto.
Bisogna star lontani dalle cause de manifesta ingiustizia, dai fatti falsi, dalle calunnie, dalle invenzion; da resto, co gh'ha logo l'opinion, chi studia, se sfadiga e s'inzegna, no gh'ha altro debito, e nissun xe responsabile della vittoria.
FLOR.
Eppure gli avversari cantano già il trionfo.
Quella impertinente di Rosaura mi ha detto ieri sera un non so che di voi, che mi ha acceso di collera.
ALB.
De mi? Cossa gh'ala dito, cara ella?
FLOR.
Non ve lo voglio dire.
ALB.
Eh via, la me lo diga; za mi ghe prometto recever tutto con indifferenza.
FLOR.
Sentite che bella maniera di parlare.
Signor Florindo, mi disse, avete fatto venire un avvocato da Venezia per trattare la vostra causa.
L'avete scelto molto bello; era meglio che lo sceglieste bravo.
Impertinente! Vedrai chi è il signor Alberto Casaboni!
ALB.
L'ha dito che l'ha scielto un avvocato bello? (con bocca ridente)
FLOR.
Sì, e non bravo.
Non vi conosce ancora colei.
ALB.
Certo che, se la me cognossesse, no l'averave dito sta bestialità che son bello.
FLOR.
L'avete mai veduta Rosaura?
ALB.
L'ho vista al balcon.
FLOR.
Dicono che sia bella.
A me non piace per niente.
Voi che ne die?
ALB.
Lassemo andar ste freddure, e tendemo a quel che importa.
La me lassa fenir sto sumarietto delle rason, e po son con ella.
(si mette a scrivere)
FLOR.
Fate pure.
Mi date licenza che prenda una presa del vostro tabacco?
ALB.
La se serva.
(scrivendo, senza guardar Florindo)
FLOR.
(Prende la scatola ov'è il ritratto di Rosaura, l'apre, lo vede, e s'alza) (Come, che vedo! Il signor Alberto ha il ritratto di Rosaura? Sarebbe mai di essa invaghito? Poco fa, quando la trattai da superba, mostrò di compassionarla; gli domandai se l'aveva veduta, non mi ha detto d'avere il suo ritratto.
Gli ho chiesto se gli par bella, ed egli ha mutato discorso.
Ciò mi mette in gran sospetto; non vorrei ch'egli mi tradisse.
No, un uomo onorato non è capace di tradire; ma chi m'assicura che il signor Alberto sia tale? Non lo conosco che per relazione dell'amico Lelio.
Oimè, in qual confusione mi trovo! Domani s'ha da trattar la causa; se la lascio correre, son pieno di sospetti; se la sospendo, mi carico di spese, di dispiaceri, d'incomodi.
Io non so che risolvere).
(da sé)
ALB.
Ho fenio tutto.
(s'alza)
FLOR.
Gran buon tabacco avete, signor Alberto!
ALB.
De qualo ala tolto? El rapè lo gh'ho in scarsella.
FLOR.
Ho preso di questo, il quale, invece di darmi piacere, mi ha offeso gli occhi non poco.
ALB.
El sarà de quel suttilo, de quel che fa pianzer.
FLOR.
Sì questo è un tabacco che può far piangere, e mi maraviglio che voi lo tenghiate sul tavolino.
ALB.
Lo tengo per divertirme dall'applicazion, el me serve per scaricar.
FLOR.
Badate che non vi carichi troppo.
ALB.
Gnente affatto, la lassa veder...
(Oimè, cossa vedio? El ritratto de siora Rosaura?) (da sé)
FLOR.
Signor Alberto, questo è il ritratto della mia avversaria!
ALB.
Sior sì, el xe el ritratto de siora Rosaura.
FLOR.
Chi custodisce il ritratto, mostra d'amare l'originale.
ALB.
La me perdona, la dise mal.
Mi me diletto de miniature; se la vegnirà a Venezia, la vederà in casa mia una piccola galleria de ritratti: tutti de zente che no cognosso, de donne che no so chi le sia.
E questo l'anderà coi altri alla medesima condizion.
FLOR.
Vi pare questo un ritratto da galleria?
ALB.
El g'ha el so merito; l'è ben desegnà.
La carnagion no pol esser più natural.
El panneggiamento xe molto vivo.
La varda quelle pieghe.
La varda come ben atteggiada quella testa e quella man.
In quei quattro tocchi de chiaroscuro, che forma una spezie d'architettura in piccolo, se ghe vede el maestro.
El xe un bel ritratto.
Sior Lelio lo gh'aveva, l'ho visto, el m'ha piasso, el me l'ha donà, e el servirà per cresser el numero dei mi ritratti.
FLOR.
Amico, parliamoci con libertà.
Anch'io son uomo di mondo, e so benissimo che si danno di quegli assalti da' quali l'uomo più saggio non si sa difendere.
Se il volto della signora Rosaura avesse fatto qualche impressione nel vostro cuore, malgrado ancora della vostra virtù, vi compatirei infinitamente, perché la nostra miserabile umanità per lo più è soggetta a soccombere.
Solo vi pregherei a confidarmelo, a svelarmi colla vostra bella sincerità quest'arcano, e vi prometto da uomo d'onore, che se vi sentite qualche ripugnanza nel difendermi contro Rosaura, vi lascierò nella vostra pienissima libertà, vi dispenserò dall'impegno in cui siete, e se non credessi di offendere la vostra delicatezza, vi esibirei tutto il prezzo delle vostre fatiche, e di più ancora, per animarvi a confidarmi la verità.
ALB.
Sior Florindo, v'ho lassà dir, v'ho lassà sfogar senza interromper, senza defenderme; adesso che avè fenio, brevemente parlerò mi.
Che la nostra umanità sia fragile, no lo nego; che un omo savio e prudente se possa innamorar, ve l'accordo; ma che un omo d'onor se lassa portar via da una cieca passion, col pregiudizio del so decoro, della so estimazion, l'è difficile più de quel che credè; e se in tal materia ghe xe stà e ghe xe dei cattivi esempi, Alberto no xe capace de seguitarli.
El dubitar che vu fe della mia onestà, della mia fede, xe per mi una gravissima offesa; ma no son in grado de resentirmene, perché el mio resentimento in sto caso el poderia autenticar le vostre parole.
Son qua per defender la vostra causa, son qua per trattarla.
La tratterò per l'impegno d'onor, più che per quel vil interesse che malamente e fora de tempo avè avudo ardir d'offerirme.
Vederè con che calor, con che cuor, con che animo sostenirò la vostra difesa.
Conosserè allora chi son, ve pentirè d'averme offeso con un indegno sospetto, e imparerè a pensar meggio dei omeni onesti, dei avvocati onorati.
(parte)
FLOR.
Il signor Alberto si scalda molto, ma ha ragione; un uomo di delicata reputazione non può soffirire un'ombra che lo pregiudichi.
Io mi sono lasciato trasportare un poco troppo dalla passione.
Ma diamine! Gli vedo il ritratto di Rosaura sul tavolino, e non ho da sospettare? Il sospetto è molto ben fondato.
E tutto quel caldo del signor Alberto non potrebbe essere prodotto dal dispiacere di vedersi scoperto? No, non mi voglio inquietare.
Domani si tratterà la causa, e sarà finita.
E se la causa si perde? E se la causa si perde, niuno mi leverà dal capo che l'avvocato non mi abbia tradito, per favorire le bellezze dell'avversaria.
(parte)
SCENA QUARTA
Camera di conversazione in casa di Beatrice, con tavolini da giuoco, sedie, lumi e carte: le quali cose, mal disposte, vengono poste in ordine da Colombina e Arlecchino.
COLOMBINA e ARLECCHINO
COL.
Animo, spicciamoci; s'appressa l'ora della conversazione.
ARL.
A mi no m'importa de l'ora della conversazion, me preme quella della cena.
COL.
Tu non pensi che a mangiare, ed a me tocca quasi sempre far quello che dovresti far tu.
ARL.
Cara Colombina, son omo da poderte refar; se ti ti te sfadighi la mia parte, mi magnerò la toa.
COL.
Orsù, ora non è tempo di barzellette.
Bisogna mettere in ordine questi tavolini e queste sedie, e preparare le carte, perché, come sai, questa sera vi sarà conversazione.
ARL.
Alla conversazion cossa fai delle carte?
COL.
Oh bella! giuocano, e giuocano di grosso.
Sono tutti amici quelli che vengono in questa casa, ma vorrebbero potersi spogliare l'uno con l'altro.
ARL.
La saria bella che i spoiasse la padrona, e che la restasse in camisa.
COL.
Oh, non vi è pericolo; la padrona non perde mai.
O per fortuna, o per convenienza, o per complimento, se vince, tira, se perde, non paga.
ARL.
In sta maniera vorria zogar anca mi.
COL.
Ma questo privilegio è solo per le donne.
Gli uomini perdono a rotta di collo.
Ne ho veduti parecchi in questa casa rovinarsi.
Vengono a conversazione, e vi trovano la malora; vengono allegri, e partono disperati.
ARL.
Ho sentì anca mi qualche volta a bestemmiar...
COL.
Ecco la padrona.
Presto le sedie.
(s'affrettano nell'accomodar quanto occorre)
SCENA QUINTA
BEATRICE e detti.
BEAT.
E quando la finirete? Tanto vi vuole ad accomodare quattro sedie?
ARL.
Colombina no la fenisse mai.
COL.
Se non fossi io! Costui non è buono a nulla.
Questa sedia qui.
(regolando una sedia posta da Arlecchino)
ARL.
Siora no, la va qua.
(la scompone)
COL.
Non va bene.
La voglio qui.
(la rimette dove era)
ARL.
Ti è un'ignorante.
COL.
Sei un asino.
ARL.
Son el diavolo che te porta.
(getta con rabbia la sedia in terra)
COL.
A me quest'affronto? (ne getta una verso Arlecchino)
BEAT.
Siete pazzi?
ARL.
Maledettissima.
(getta in terra un'altra sedia)
BEAT.
A chi dico? Temerari, così mi ubbidite? Vi caccerò entrambi di casa.
COL.
Con colui non si può vivere.
(rimette una sedia)
ARL.
Culia l'è insatanassada.
(rimette un'altra sedia)
COL.
Se non fossi io! (vuol rimettere la terza sedia)
ARL.
Lassa star, che tocca a mi.
COL.
Tocca a me.
ARL.
Tocca a mi.
(si sente picchiare)
BEAT.
Picchiano.
COL.
Vado io.
ARL.
Tocca a mi.
COL.
Tocca a me.
(partono tutti due e lasciano la sedia in terra)
BEAT.
Tocca a mi, tocca a me, e la sedia non si è levata.
Gran pazienza vi vuole con costoro.
L'ora s'avanza, e la conversazione questa sera ritarda.
Se non giuoco, sto in pene; gran bel divertimento è il giuocare.
SCENA SESTA
ROSAURA, il DOTTOR BALANZONI e detta.
BEAT.
Ben venuta la signora Rosaura.
ROS.
Ben trovata la signora Beatrice.
BEAT.
Serva divotissima, signor Dottore.
DOTT.
Le faccio umilissima riverenza.
ROS.
Sono venuta a ricevere le vostre grazie.
BEAT.
Mi avete fatto un onor singolare.
Spero avremo una buona conversazione.
Favorite; accomodatevi.
Signor Dottore, s'accomodi.
(Rosaura siede)
DOTT.
Se la mi dà licenza, bisogna ch'io vada per un affare indispensabile.
Ho accompagnata mia nipote, per altro io non posso restare a godere delle sue grazie.
BEAT.
Mi dispiace infinitamente.
Ma quando si è spicciato, torni, non ci privi della sua conversazione.
DOTT.
Tornerò più presto ch'io potrò.
La ringrazio della bontà ch'ella dimostra per un suo buon servitore.
BEAT.
Anzi mio padrone.
Dica, signor Dottore, speriamo bene circa la causa della signora Rosaura?
DOTT.
Spererei che dovesse andar bene.
BEAT.
La di lei virtù può tutto promettere.
DOTT.
Farò certamente tutto quello che io potrò.
BEAT.
E poi l'amore che ella ha per la nipote, maggiormente l'impegnerà a porvi tutto lo studio.
DOTT.
È verissimo, l'amo teneramente.
Ella è figlia d'un mio fratello.
Sono venuto a posta da Bologna, ed ho abbandonato i miei interessi, con tanto pregiudizio del mio studio, per venire ad assistere questa buona ragazza.
BEAT.
Veramente la signora Rosaura lo merita.
DOTT.
Orsù, signora Beatrice, a rivederla e riverirla.
BEAT.
Serva sua.
ROS.
Torni presto, signor zio.
DOTT.
Sì, tornerò presto; vado ad operare per voi; vado a portare al giudice la mia scrittura d'allegazione.
Voglio dare una toccatina sul punto della donazione, per sentire come egli la intende; per poter questa notte trovar dell'altre ragioni, dell'altre dottrine, se non bastassero quelle che ho ritrovate sinora.
Perché sogliamo dire noi altri dottori: Multa collecta probant, quae singulatim non probant.
(parte)
SCENA SETTIMA
BEATRICE, ROSAURA, poi COLOMBINA
BEAT.
Con me poteva risparmiare il latino.
ROS.
Eh! signora Beatrice, mio zio spera molto, ma io spero pochissimo.
BEAT.
Perché?
ROS.
Perché con quanti parlo di questa causa, tutti mi dicono che vi è da temere.
BEAT.
Temere si deve sempre.
Ma si deve anco sperare.
Vostro zio sa quel che dice: è un uomo di garbo.
ROS.
Sì, è vero, mio zio sa qualche cosa, ma non è pratico dello stile di questi paesi.
Egli l'ha con queste sue allegazioni, con queste sue informazioni; ed io so che il giudice non l'ha voluto e non lo vuole ascoltare, ma gli ha fatto dire che le sue ragioni le sentirà in contradditorio, il giorno della trattazione della causa.
BEAT.
Domani farà spiccare la sua virtù.
ROS.
Il signor Florindo si è provveduto d'uno de' migliori avvocati di Venezia, ed è questo quello che mi fa più paura.
BEAT.
Mi vien detto che questo signor avvocato, oltre l'essere eccellente nella sua professione, sia poi un uomo pieno di buone maniere e di una amenissima conversazione.
ROS.
Aggiungete un uomo ben fatto, con una idea che colpisce e con una grazia che incanta.
BEAT.
L'avete veduto?
ROS.
Sì, l'ho veduto.
BEAT.
È un bell'uomo dunque?
ROS.
Di bellezze non me n'intendo; ma se l'avessi a giudicar io, lo preferirei ad ogni altro.
BEAT.
Gli avete mai parlato?
ROS.
Una volta.
Era egli col medico.
Io, che desiderava l'occasione di sentirlo discorrere, mi fermai colla serva a chiedere al medico, s'era tempo di principiare la purga.
Quel graziosissimo veneziano entrò pulitamente nel proposito della purga, e mi ha dette le più belle e frizzanti cose del mondo.
Cara amica confesso il vero, da quel giorno in qua penso più all'avvocato avversario, di quel ch'io pensi alla mia propria causa.
BEAT.
Questa è un'avventura bellissima.
Se si potesse credere che egli avesse della stima per voi, potreste molto compromettervi nel caso in cui siete.
ROS.
Dopo di quell'incontro, mi ha salutato con un poco più di attenzione, e spero non essergli indifferente.
Ciò non ostante, credetemi, niente spero.
BEAT.
A buon conto, stassera verrà qui alla conversazione.
ROS.
Davvero?
BEAT.
Senz'altro.
ROS.
Oh, meschina me!
BEAT.
Dovreste anzi averne piacere.
ROS.
Mi si gela il sangue solamente a pensarvi.
BEAT.
Più bella occasione di questa non potete avere.
ROS.
Per amor del cielo, non mi fate fare una cattiva figura.
BEAT.
Non sono già una ragazza.
Ho avuto marito e so il viver del mondo.
Sapete che vi ho sempre voluto bene, e desidero vedervi quieta e contenta.
ROS.
Cara amica, quanto vi son tenuta!
COL.
Signora padrona, è qui il signor conte Ottavio che vorrebbe riverirla.
BEAT.
Venga pure, è padrone.
COL.
(Se alla conversazione non viene di meglio, questo signor Conte ne ha pochi da perdere).
(da sé, parte)
ROS.
Quanto m'annoia questo signor Conte!
BEAT.
V'annoia? Non ha egli da essere vostro sposo?
ROS.
Sì, il mio signor zio mi ha fatto questo bel servizio.
Mi ha fatto promettere ad uno, per cui non ho né inclinazione, né amore.
BEAT.
Ma perché l'avete fatto?
ROS.
Per necessità.
Mio zio è l'unica persona ch'io abbia al mondo da potermi fidare; egli mi minacciava di abbandonarmi, se non lo faceva.
BEAT.
E il Conte vi vuol bene?
ROS.
Mi fa qualche finezza, ma non mostra gran passione.
Io credo che egli faccia l'amore ai ventimila ducati della mia eredità.
BEAT.
Dicono che sia nobile, ma di poche fortune.
ROS.
E quel che è peggio, dicono sia un uomo che vive di prepotenza.
BEAT.
Siete ben pazza, se lo prendete.
ROS.
Ma come ho da fare?
BEAT.
Io, io vi insegnerò il modo di liberarvene; ma eccolo.
ROS.
Guardate, se con quella cera brusca non fa paura.
SCENA OTTAVA
Il CONTE OTTAVIO, le suddette, poi COLOMBINA
CON.
Servitore umilissimo di lor signore.
(le donne s'alzano)
BEAT.
Serva, signor Conte.
CON.
Signora Rosaura, ho riverito ancor lei.
ROS.
Ed io lei.
CON.
Non ho sentito che mi favorisca.
ROS.
Questa sera avrà ingrossato l'udito.
CON.
O io ho ingrossato l'udito, o ella ha assottigliata la voce.
ROS.
(Che bella grazietta!) (piano a Beatrice)
BEAT.
(È un umore curioso).
CON.
Come sta, signora Beatrice? Sta bene?
BEAT.
Benissimo, per servirla.
CON.
E ella che ha, che mi pare accigliata? (a Rosaura)
ROS.
Che vuol che io abbia? Penso alla mia causa.
CON.
Per dirla, questa vostra causa credo voglia andar molto male.
BEAT.
Perché, signor Conte? Il signor Dottore, zio della signora Rosaura, spera bene.
CON.
Che cosa sa quell'animale di quel Dottore?
ROS.
Signor Conte, parli con rispetto del mio zio.
CON.
Faccio umilissima riverenza al signor zio; ma vi dico che, se baderete a lui, perderete la causa e resterete una miserabile.
ROS.
Perché dite questo?
CON.
Basta; questa causa la finirò io.
È venuto questo signor veneziano; ha messo tutti in soggezione, fa tremar tutti, vuol vincer tutti, vuol
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