L'AVVOCATO VENZIANO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Sior Lelio lo gh'aveva, l'ho visto, el m'ha piasso, el me l'ha donà, e el servirà per cresser el numero dei mi ritratti.
FLOR.
Amico, parliamoci con libertà.
Anch'io son uomo di mondo, e so benissimo che si danno di quegli assalti da' quali l'uomo più saggio non si sa difendere.
Se il volto della signora Rosaura avesse fatto qualche impressione nel vostro cuore, malgrado ancora della vostra virtù, vi compatirei infinitamente, perché la nostra miserabile umanità per lo più è soggetta a soccombere.
Solo vi pregherei a confidarmelo, a svelarmi colla vostra bella sincerità quest'arcano, e vi prometto da uomo d'onore, che se vi sentite qualche ripugnanza nel difendermi contro Rosaura, vi lascierò nella vostra pienissima libertà, vi dispenserò dall'impegno in cui siete, e se non credessi di offendere la vostra delicatezza, vi esibirei tutto il prezzo delle vostre fatiche, e di più ancora, per animarvi a confidarmi la verità.
ALB.
Sior Florindo, v'ho lassà dir, v'ho lassà sfogar senza interromper, senza defenderme; adesso che avè fenio, brevemente parlerò mi.
Che la nostra umanità sia fragile, no lo nego; che un omo savio e prudente se possa innamorar, ve l'accordo; ma che un omo d'onor se lassa portar via da una cieca passion, col pregiudizio del so decoro, della so estimazion, l'è difficile più de quel che credè; e se in tal materia ghe xe stà e ghe xe dei cattivi esempi, Alberto no xe capace de seguitarli.
El dubitar che vu fe della mia onestà, della mia fede, xe per mi una gravissima offesa; ma no son in grado de resentirmene, perché el mio resentimento in sto caso el poderia autenticar le vostre parole.
Son qua per defender la vostra causa, son qua per trattarla.
La tratterò per l'impegno d'onor, più che per quel vil interesse che malamente e fora de tempo avè avudo ardir d'offerirme.
Vederè con che calor, con che cuor, con che animo sostenirò la vostra difesa.
Conosserè allora chi son, ve pentirè d'averme offeso con un indegno sospetto, e imparerè a pensar meggio dei omeni onesti, dei avvocati onorati.
(parte)
FLOR.
Il signor Alberto si scalda molto, ma ha ragione; un uomo di delicata reputazione non può soffirire un'ombra che lo pregiudichi.
Io mi sono lasciato trasportare un poco troppo dalla passione.
Ma diamine! Gli vedo il ritratto di Rosaura sul tavolino, e non ho da sospettare? Il sospetto è molto ben fondato.
E tutto quel caldo del signor Alberto non potrebbe essere prodotto dal dispiacere di vedersi scoperto? No, non mi voglio inquietare.
Domani si tratterà la causa, e sarà finita.
E se la causa si perde? E se la causa si perde, niuno mi leverà dal capo che l'avvocato non mi abbia tradito, per favorire le bellezze dell'avversaria.
(parte)
SCENA QUARTA
Camera di conversazione in casa di Beatrice, con tavolini da giuoco, sedie, lumi e carte: le quali cose, mal disposte, vengono poste in ordine da Colombina e Arlecchino.
COLOMBINA e ARLECCHINO
COL.
Animo, spicciamoci; s'appressa l'ora della conversazione.
ARL.
A mi no m'importa de l'ora della conversazion, me preme quella della cena.
COL.
Tu non pensi che a mangiare, ed a me tocca quasi sempre far quello che dovresti far tu.
ARL.
Cara Colombina, son omo da poderte refar; se ti ti te sfadighi la mia parte, mi magnerò la toa.
COL.
Orsù, ora non è tempo di barzellette.
Bisogna mettere in ordine questi tavolini e queste sedie, e preparare le carte, perché, come sai, questa sera vi sarà conversazione.
ARL.
Alla conversazion cossa fai delle carte?
COL.
Oh bella! giuocano, e giuocano di grosso.
Sono tutti amici quelli che vengono in questa casa, ma vorrebbero potersi spogliare l'uno con l'altro.
ARL.
La saria bella che i spoiasse la padrona, e che la restasse in camisa.
COL.
Oh, non vi è pericolo; la padrona non perde mai.
O per fortuna, o per convenienza, o per complimento, se vince, tira, se perde, non paga.
ARL.
In sta maniera vorria zogar anca mi.
COL.
Ma questo privilegio è solo per le donne.
Gli uomini perdono a rotta di collo.
Ne ho veduti parecchi in questa casa rovinarsi.
Vengono a conversazione, e vi trovano la malora; vengono allegri, e partono disperati.
ARL.
Ho sentì anca mi qualche volta a bestemmiar...
COL.
Ecco la padrona.
Presto le sedie.
(s'affrettano nell'accomodar quanto occorre)
SCENA QUINTA
BEATRICE e detti.
BEAT.
E quando la finirete? Tanto vi vuole ad accomodare quattro sedie?
ARL.
Colombina no la fenisse mai.
COL.
Se non fossi io! Costui non è buono a nulla.
Questa sedia qui.
(regolando una sedia posta da Arlecchino)
ARL.
Siora no, la va qua.
(la scompone)
COL.
Non va bene.
La voglio qui.
(la rimette dove era)
ARL.
Ti è un'ignorante.
COL.
Sei un asino.
ARL.
Son el diavolo che te porta.
(getta con rabbia la sedia in terra)
COL.
A me quest'affronto? (ne getta una verso Arlecchino)
BEAT.
Siete pazzi?
ARL.
Maledettissima.
(getta in terra un'altra sedia)
BEAT.
A chi dico? Temerari, così mi ubbidite? Vi caccerò entrambi di casa.
COL.
Con colui non si può vivere.
(rimette una sedia)
ARL.
Culia l'è insatanassada.
(rimette un'altra sedia)
COL.
Se non fossi io! (vuol rimettere la terza sedia)
ARL.
Lassa star, che tocca a mi.
COL.
Tocca a me.
ARL.
Tocca a mi.
(si sente picchiare)
BEAT.
Picchiano.
COL.
Vado io.
ARL.
Tocca a mi.
COL.
Tocca a me.
(partono tutti due e lasciano la sedia in terra)
BEAT.
Tocca a mi, tocca a me, e la sedia non si è levata.
Gran pazienza vi vuole con costoro.
L'ora s'avanza, e la conversazione questa sera ritarda.
Se non giuoco, sto in pene; gran bel divertimento è il giuocare.
SCENA SESTA
ROSAURA, il DOTTOR BALANZONI e detta.
BEAT.
Ben venuta la signora Rosaura.
ROS.
Ben trovata la signora Beatrice.
BEAT.
Serva divotissima, signor Dottore.
DOTT.
Le faccio umilissima riverenza.
ROS.
Sono venuta a ricevere le vostre grazie.
BEAT.
Mi avete fatto un onor singolare.
Spero avremo una buona conversazione.
Favorite; accomodatevi.
Signor Dottore, s'accomodi.
(Rosaura siede)
DOTT.
Se la mi dà licenza, bisogna ch'io vada per un affare indispensabile.
Ho accompagnata mia nipote, per altro io non posso restare a godere delle sue grazie.
BEAT.
Mi dispiace infinitamente.
Ma quando si è spicciato, torni, non ci privi della sua conversazione.
DOTT.
Tornerò più presto ch'io potrò.
La ringrazio della bontà ch'ella dimostra per un suo buon servitore.
BEAT.
Anzi mio padrone.
Dica, signor Dottore, speriamo bene circa la causa della signora Rosaura?
DOTT.
Spererei che dovesse andar bene.
BEAT.
La di lei virtù può tutto promettere.
DOTT.
Farò certamente tutto quello che io potrò.
BEAT.
E poi l'amore che ella ha per la nipote, maggiormente l'impegnerà a porvi tutto lo studio.
DOTT.
È verissimo, l'amo teneramente.
Ella è figlia d'un mio fratello.
Sono venuto a posta da Bologna, ed ho abbandonato i miei interessi, con tanto pregiudizio del mio studio, per venire ad assistere questa buona ragazza.
BEAT.
Veramente la signora Rosaura lo merita.
DOTT.
Orsù, signora Beatrice, a rivederla e riverirla.
BEAT.
Serva sua.
ROS.
Torni presto, signor zio.
DOTT.
Sì, tornerò presto; vado ad operare per voi; vado a portare al giudice la mia scrittura d'allegazione.
Voglio dare una toccatina sul punto della donazione, per sentire come egli la intende; per poter questa notte trovar dell'altre ragioni, dell'altre dottrine, se non bastassero quelle che ho ritrovate sinora.
Perché sogliamo dire noi altri dottori: Multa collecta probant, quae singulatim non probant.
(parte)
SCENA SETTIMA
BEATRICE, ROSAURA, poi COLOMBINA
BEAT.
Con me poteva risparmiare il latino.
ROS.
Eh! signora Beatrice, mio zio spera molto, ma io spero pochissimo.
BEAT.
Perché?
ROS.
Perché con quanti parlo di questa causa, tutti mi dicono che vi è da temere.
BEAT.
Temere si deve sempre.
Ma si deve anco sperare.
Vostro zio sa quel che dice: è un uomo di garbo.
ROS.
Sì, è vero, mio zio sa qualche cosa, ma non è pratico dello stile di questi paesi.
Egli l'ha con queste sue allegazioni, con queste sue informazioni; ed io so che il giudice non l'ha voluto e non lo vuole ascoltare, ma gli ha fatto dire che le sue ragioni le sentirà in contradditorio, il giorno della trattazione della causa.
BEAT.
Domani farà spiccare la sua virtù.
ROS.
Il signor Florindo si è provveduto d'uno de' migliori avvocati di Venezia, ed è questo quello che mi fa più paura.
BEAT.
Mi vien detto che questo signor avvocato, oltre l'essere eccellente nella sua professione, sia poi un uomo pieno di buone maniere e di una amenissima conversazione.
ROS.
Aggiungete un uomo ben fatto, con una idea che colpisce e con una grazia che incanta.
BEAT.
L'avete veduto?
ROS.
Sì, l'ho veduto.
BEAT.
È un bell'uomo dunque?
ROS.
Di bellezze non me n'intendo; ma se l'avessi a giudicar io, lo preferirei ad ogni altro.
BEAT.
Gli avete mai parlato?
ROS.
Una volta.
Era egli col medico.
Io, che desiderava l'occasione di sentirlo discorrere, mi fermai colla serva a chiedere al medico, s'era tempo di principiare la purga.
Quel graziosissimo veneziano entrò pulitamente nel proposito della purga, e mi ha dette le più belle e frizzanti cose del mondo.
Cara amica confesso il vero, da quel giorno in qua penso più all'avvocato avversario, di quel ch'io pensi alla mia propria causa.
BEAT.
Questa è un'avventura bellissima.
Se si potesse credere che egli avesse della stima per voi, potreste molto compromettervi nel caso in cui siete.
ROS.
Dopo di quell'incontro, mi ha salutato con un poco più di attenzione, e spero non essergli indifferente.
Ciò non ostante, credetemi, niente spero.
BEAT.
A buon conto, stassera verrà qui alla conversazione.
ROS.
Davvero?
BEAT.
Senz'altro.
ROS.
Oh, meschina me!
BEAT.
Dovreste anzi averne piacere.
ROS.
Mi si gela il sangue solamente a pensarvi.
BEAT.
Più bella occasione di questa non potete avere.
ROS.
Per amor del cielo, non mi fate fare una cattiva figura.
BEAT.
Non sono già una ragazza.
Ho avuto marito e so il viver del mondo.
Sapete che vi ho sempre voluto bene, e desidero vedervi quieta e contenta.
ROS.
Cara amica, quanto vi son tenuta!
COL.
Signora padrona, è qui il signor conte Ottavio che vorrebbe riverirla.
BEAT.
Venga pure, è padrone.
COL.
(Se alla conversazione non viene di meglio, questo signor Conte ne ha pochi da perdere).
(da sé, parte)
ROS.
Quanto m'annoia questo signor Conte!
BEAT.
V'annoia? Non ha egli da essere vostro sposo?
ROS.
Sì, il mio signor zio mi ha fatto questo bel servizio.
Mi ha fatto promettere ad uno, per cui non ho né inclinazione, né amore.
BEAT.
Ma perché l'avete fatto?
ROS.
Per necessità.
Mio zio è l'unica persona ch'io abbia al mondo da potermi fidare; egli mi minacciava di abbandonarmi, se non lo faceva.
BEAT.
E il Conte vi vuol bene?
ROS.
Mi fa qualche finezza, ma non mostra gran passione.
Io credo che egli faccia l'amore ai ventimila ducati della mia eredità.
BEAT.
Dicono che sia nobile, ma di poche fortune.
ROS.
E quel che è peggio, dicono sia un uomo che vive di prepotenza.
BEAT.
Siete ben pazza, se lo prendete.
ROS.
Ma come ho da fare?
BEAT.
Io, io vi insegnerò il modo di liberarvene; ma eccolo.
ROS.
Guardate, se con quella cera brusca non fa paura.
SCENA OTTAVA
Il CONTE OTTAVIO, le suddette, poi COLOMBINA
CON.
Servitore umilissimo di lor signore.
(le donne s'alzano)
BEAT.
Serva, signor Conte.
CON.
Signora Rosaura, ho riverito ancor lei.
ROS.
Ed io lei.
CON.
Non ho sentito che mi favorisca.
ROS.
Questa sera avrà ingrossato l'udito.
CON.
O io ho ingrossato l'udito, o ella ha assottigliata la voce.
ROS.
(Che bella grazietta!) (piano a Beatrice)
BEAT.
(È un umore curioso).
CON.
Come sta, signora Beatrice? Sta bene?
BEAT.
Benissimo, per servirla.
CON.
E ella che ha, che mi pare accigliata? (a Rosaura)
ROS.
Che vuol che io abbia? Penso alla mia causa.
CON.
Per dirla, questa vostra causa credo voglia andar molto male.
BEAT.
Perché, signor Conte? Il signor Dottore, zio della signora Rosaura, spera bene.
CON.
Che cosa sa quell'animale di quel Dottore?
ROS.
Signor Conte, parli con rispetto del mio zio.
CON.
Faccio umilissima riverenza al signor zio; ma vi dico che, se baderete a lui, perderete la causa e resterete una miserabile.
ROS.
Perché dite questo?
CON.
Basta; questa causa la finirò io.
È venuto questo signor veneziano; ha messo tutti in soggezione, fa tremar tutti, vuol vincer tutti, vuol portar via la causa, vuole abbattere gli avversari, vuol conquassare il paese; ma niente, con due delle mie parole m'impegno che domattina se ne torna per le poste a Venezia.
ROS.
E poi?
CON.
E poi la causa sarà finita.
ROS.
Non vi saranno altri difensori del signor Florindo?
CON.
Chi avrà ardire d'intraprendere questa causa, l'avrà da fare con me.
ROS.
Signor Conte, in questi paesi non si usano prepotenze.
CON.
Che cosa sono queste prepotenze? Io non fo prepotenze.
Mi faccio giustizia da me medesimo, per risparmiar le spese de' tribunali.
COL.
Signora, è qui il signor Lelio col signore avvocato veneziano.
BEAT.
Oh! bravissimi.
Ho piacere.
Di' loro che passino.
COL.
(È tutta contenta.
Il veneziano dovrebbe essere un buon pollastro per dargli una pelatina col giuoco).
(da sé, parte)
BEAT.
Caro signor Conte, vi prego, in casa mia non promovete discorsi che abbiano a disturbare la conversazione.
CON.
Sì, signora, sarà servita.
ROS.
(Tremo da capo a piè).
(piano a Beatrice)
BEAT.
(Perché?) (piano a Rosaura)
ROS.
(Non lo so nemmen io).
SCENA NONA
ALBERTO, vestito con abito di gala, LELIO e detti.
S'incontrano, si salutano con reciproche riverenze e qualche parola di rispetto, poi come segue.
ALB.
La perdoni, zentildonna8, l'ardir che me son preso de vegnirghe a dar el presente incomodo, animà dal sior Lelio, che m'ha assicurà della so bontà e della so gentilezza.
BEAT.
Il signor Lelio mi ha fatto un onor singolare, dandomi il vantaggio di conoscere un soggetto di tanto merito.
ALB.
La supplico sospender, riguardo a mi, la troppo favorevole prevenzion, perché, savendo de no meritarla, la me serviria de rossor.
BEAT.
La di lei modestia non fa che accrescere il pregio della di lei virtù.
ALB.
Taserò, no perché me lusinga de meritar le sue lodi, ma per assicurarla del mio rispetto.
BEAT.
La prego di accomodarsi.
ALB.
Per amor del cielo, signori, le supplico; no le stia in disagio per mi.
(Tutti siedono.
Alberto vicino a Beatrice, Lelio vicino ad Alberto; dall'altra parte Rosaura, e presso Rosaura il Conte)
LEL.
(Che ne dite? È una bella conversazione?) (piano ad Alberto)
ALB.
(Amigo, me l'avè fatta.
Se credeva che ghe fusse siora Rosaura, no ghe vegniva) (piano a Lelio)
LEL.
(Miratela con quell'indifferenza con cui la mirereste davanti al giudice).
ALB.
(Altro xe el tribunal, altro xe la conversazion).
BEAT.
(Amica, che avete che mi parete sorpresa?) (a Rosaura)
ROS.
(Pagherei una libbra di sangue a non esser qui).
CON.
Signora Rosaura, qualche volta favorisca ancor me.
Io non son qui per far numero.
ROS.
Che mi comanda, signor Conte? Vuol che gli canti una canzonetta?
CON.
(Impertinente! Quando sarai mia moglie, le sconterai tutte).
(da sé)
ALB.
(Chi elo quel signor?) (a Lelio)
LEL.
(È il conte Ottavio, quello che deve esser sposo della signora Rosaura).
(ad Alberto)
ALB.
(Caro amigo, non me dovevi mai menar qua).
LEL.
(Se mi parlavate chiaro, non vi conduceva).
BEAT.
Signor Lelio, come sta la signora Flaminia vostra sorella?
LEL.
Sta un poco meglio.
Il sangue le ha fatto bene.
BEAT.
Domattina voglio venire a vederla.
LEL.
Le farete una finezza particolare.
BEAT.
(Volete venire ancora voi?) (piano a Rosaura)
ROS.
(Dove abita il signor Alberto?) (piano a Beatrice)
BEAT.
(Sì).
ROS.
(Oh dio! non so).
BEAT.
Signor avvocato.
ALB.
La comandi.
BEAT.
Conosce questa signora?
ALB.
Me par de averla vista e reverida qualche volta, ma non ho l'onor de conosserla precisamente.
BEAT.
Questa è la signora Rosaura Balanzoni, di lei avversaria.
ALB.
(S'alza) Cara zentildonna, me rincresce infinitamente trovarme in necessità de doverghe esser avversario; ma la se consola, che avendome avversario mi, el xe un capo d'avvantaggio per ella, perché la mia insufficienza darà mazor risalto al merito delle so rason.
ROS.
La ringrazio infinitamente per sì gentile espressione, ma il mio scarso merito e la mia causa disavvantaggiosa non meritavano un difensore sì degno.
(Non so quel ch'io mi dica).
(da sé)
ALB.
(La m'ha coppà).
(a Lelio, e siede)
BEAT.
Domani dunque si tratterà questa causa?
ALB.
La corre per doman.
BEAT.
Sarebbe una temerità il chiedergli come l'intenda.
ALB.
Se no l'intendesse a favor del mio cliente, certo che no m'esponerave a trattarla.
BEAT.
Dunque la signora Rosaura sta male.
ALB.
La signora Rosaura no pol star mal.
BEAT.
Se perde l'eredità di Anselmo Aretusi, che le rimane?
ALB.
Ghe resta un capital de merito, che no xe soggetto né a dispute, né a giudizi.
ROS.
Il signor avvocato mi burla.
(con tenerezza)
ALB.
Non son cussì temerario.
ROS.
(Beatrice, non posso più).
BEAT.
(Pazienza, pazienza, che anderà bene).
CON.
(Questa cara Rosaura mi pare che guardi con troppa attenzione il signor veneziano.
La finirò io).
(da sé) Signor avvocato.
ALB.
Patron mio reverito.
CON.
Una parola in grazia.
(lo chiama a sé)
ALB.
(De che paese xelo quel sior?) (a Lelio)
LEL.
(Credo sia romagnolo).
(ad Alberto)
ALB.
(El gh'ha del polledrin della Marca).
CON.
Favorisce?
ALB.
Son da ella.
(Mel voggio goder sto sior romagnolo).
(s'alza e gli va vicino)
ROS.
(Che manieracce ha il Conte!) (da sé)
ALB.
(Cossa comandela, mio patron?)
CON.
(A che ora vi levate la mattina?)
ALB.
(Segondo: ma per el più a terza son sempre in piè).
CON.
(Domattina, subito che siete alzato venite al caffè, che vi ho da parlare.
Ma venite solo, e con segretezza).
ALB.
(Veramente domattina gh'ho un pochetto d'affar.
No la poderia mo ella favorir a casa?)
CON.
(No, non posso.
L'affare è geloso.
Venite che vi tornerà conto).
ALB.
(Se l'è per qualche causa, la sappia che vago via e no me posso impegnar).
CON.
(Non è causa; è un affare che deve premere più a voi che a me).
ALB.
(Basta, vederò de vegnir).
CON.
(Del vederò non mi contento.
Mi avete da dar parola di venire).
ALB.
(Ghe dago parola, e vegnirò).
CON.
(Non occorr'altro).
ALB.
(L'è el più bel matto del mondo.
Se posso, domattina vôi devertirme una mezz'oretta).
(da sé, e torna al suo posto)
BEAT.
Signor Alberto, si diletta di giuocare?
ALB.
Qualche volta, co gh'ho tempo.
Però per divertimento, no mai per vizio.
BEAT.
Se si vuole divertire, ci farà grazia.
ALB.
Per obbedirla farò tutto quello che la comanda.
Ma sa sior Lelio che a do ore bisogna che me retira.
ROS.
Il signor Alberto ha da ritirarsi per pensare contro di me.
ALB.
La me mortifica con rason, ma ghe protesto che sempre no penso contro de ella.
ROS.
Può darsi; ma in mio favore no certamente.
ALB.
A che zogo comandele che le serva? (dopo aver guardato Rosaura pateticamente)
ROS.
(Sentite come muta discorso a tempo?) (piano a Beatrice)
CON.
Signora Rosaura, col suo bello spirito proponga ella il giuoco che s'ha da fare.
ROS.
Anzi ella, che è tanto gentile nelle conversazioni.
CON.
(Fraschetta! se non fossero ventimila scudi, non la guarderei).
(da sé)
LEL.
(Quei due sposi non si possono vedere).
(piano ad Alberto)
ALB.
(A lu par che la ghe inzenda, e per mi la saria tanto zuccaro).
(da sé)
BEAT.
Siamo in cinque, a che giuoco possiamo giuocare?
CON.
Se giuochiamo a tresette, colla signora Rosaura non ci voglio stare.
BEAT.
Perché?
CON.
Perché non sa tenere le carte in mano.
ROS.
Obbligata alle sue finezze.
CON.
Io parlo schietto.
Facciamo così: io e la signora Beatrice.
ALB.
(Prima io).
(da sé)
CON.
L'avvocato con Lelio.
ALB.
(El parla con un imperio, che el par Kulikan).
(da sé)
BEAT.
E la signora Rosaura non ha da giuocare?
CON.
Se non ne sa.
ROS.
Sentite, io non so giuocare, ma voi sapete poco il trattare.
(al Conte)
CON.
Verrò a scuola da lei.
ALB.
La lassa che la zoga, che mi, se la se contenta, l'assisterò.
ROS.
Voi non dovete assistere la vostra avversaria.
ALB.
Mo no la me mortifica più.
L'abbia un poco de compassion.
ROS.
Non posso aver compassione per voi, se voi non l'avete per me.
ALB.
(Sia maladetto quando son vegnù qua!) (da sé, smanioso)
LEL.
(L'amico è agitato.
Mi dispiace esserne io la cagione).
(da sé)
BEAT.
Orsù, per giuocare tutti, giuochiamo alla bassetta.
Il signor Alberto ci favorirà di fare un piccolo banco.
ALB.
Volentiera; la servirò come la comanda.
BEAT.
Chi è di là? (vengono servitori) Tirate avanti quel tavolino ed accostate le sedie.
(i servitori eseguiscono) Portate due mazzi di carte buone ed un mazzo delle vecchie.
Sediamo.
Qua il signor Alberto.
Qua la signora Rosaura e qua io.
Là il signor Lelio.
CON.
E qua io? (vicino a Rosaura)
BEAT.
Là, se vuole.
CON.
Perderò senz'altro.
BEAT.
Perché?
CON.
Perché, quando giuoco, le donne vicine mi fanno cattivo augurio.
ROS.
E voi andate dall'altra parte: chi vi tiene?
CON.
Oh! voglio stare presso la mia carissima signora sposa.
(con ironia)
ROS.
(Mi fa venire il vomito).
(da sé)
CON.
(Non la posso vedere).
(da sé)
ALB.
Eccole servide d'un poco de monede.
Le se devertissa.
CON.
Che banco è quello? Credete di giuocar colla serva?
ALB.
Quaranta o cinquanta lire de banco, per un piccolo divertimento, me par che non sia inconveniente.
CON.
Se non vi è oro, non metto.
ALB.
Ben, per servirla, metterò dell'oro.
(cava una borsa e pone dell'oro in banco)
BEAT.
Eh! non vogliamo...
CON.
Lasci fare.
Oh! questa è bella.
Vogliamo giuocare come vogliamo noi.
BEAT.
(È pieno di buone maniere questo signor Conte).
(da sé)
ALB.
Questi xe trenta zecchini: ghe basteli?
CON.
Fate buono sulla parola?
ALB.
La venza questi, e ghe penseremo.
(Son in te l'impegno, bisogna starghe).
(da sé)
LEL.
(Mi dispiace averlo condotto qui).
(da sé)
ALB.
Ho taggià, le metta.
BEAT.
Asso, un filippo; metta, metta, signor Lelio.
LEL.
Due, a tre lire.
CON.
Fante, a un zecchino.
BEAT.
Via, Rosaura, mettete ancor voi.
ROS.
No, perderei certamente.
BEAT.
Perché dite che perdereste?
ROS.
Perché il signor avvocato è venuto a Rovigo per farmi perdere.
ALB.
Pazienza! La me tormenta, che la gh'ha rason.
ROS.
Io vi tormento da scherzo e voi mi tormentate da vero.
CON.
Animo, si giuoca o non si giuoca?
ALB.
Son qua subito.
Asso, do e fante.
(taglia) Fante ha vadagnà, ecco un zecchin.
Do ha vadagnà, ecco tre lire.
Asso vadagna, ecco un felippo.
CON.
Mescolate le carte.
ALB.
Come la comanda.
(mescola le carte)
CON.
Lasciate vedere, le voglio mescolare anch'io.
ALB.
Patron, la se comoda.
(Bisogna ch'el sia avvezzo a zogar con dei farabutti).
(a Beatrice)
BEAT.
(È un conte che conta poco).
(ad Alberto)
ALB.
(Elo conte, contin o contadin?)
CON.
Tenete.
Fante, a due zecchini.
(dà le carte ad Alberto)
BEAT.
Asso, a due filippi.
LEL.
Due, a cinque lire.
ALB.
E ella no la mette? (a Rosaura)
ROS.
Io non giuoco con chi sa perdere e vincere quando vuole.
BEAT.
Eh via, mettete.
ROS.
Quattro, a due lire.
ALB.
No la cresce la posta?
ROS.
Non posso giuocar di più.
ALB.
Perché?
ROS.
Perché domani in grazia vostra sarò miserabile.
CON.
Oh, che giuocare arrabbiato! Non la finisce mai.
(Alberto taglia)
ALB.
Subito.
Fante ha perso.
Con so bona grazia.
(tira i due zecchini)
CON.
Maledetta mano; non dà una seconda.
ALB.
El gh'ha rason.
Xe quattro o cinque ore che zoghemo.
(con ironia)
CON.
Va fante.
ALB.
No va altro, no va altro.
Do, tiro.
(tira le cinque lire di Lelio)
BEAT.
Questa volta tirate tutto.
ALB.
Magari che tirasse tutto! (guardando Rosaura)
ROS.
Che cosa guadagnereste di buono?
ALB.
Vadagnerave el ponto, e chi lo mette.
ROS.
Il punto val poco, e chi lo mette val meno.
ALB.
Chi lo mette, val un tesoro.
ROS.
Se fosse vero, non le sareste nemico.
ALB.
Oh, me xe cascà le carte.
Ho perso, bisogna che paga.
Ecco do felippi e do lire.
(si lascia cader le carte di mano, e paga le due donne)
BEAT.
Siete un tagliatore adorabile.
ROS.
Questa sera tagliate in mio favore, e domani taglierete contro di me.
ALB.
S'ala gnancora sfogà?
ROS.
Stassera mi sfogo io, e domani vi sfogherete voi.
ALB.
(Debotto non posso più resister).
(da sé, smanioso)
CON.
E così, che facciamo? Ho da perdere il mio denaro con questo bel gusto?
ALB.
Se no la vol zogar, nissun la sforza.
CON.
Voglio giuocare.
Animo, presto.
Fante, a un zecchino.
ALB.
Vorla missiar?
CON.
Se volessi mescolare, mescolerei; tagliate.
ALB.
Ella xe tutto furia, e mi tutto flemma.
Via, zentildonne, che le metta.
BEAT.
Che cosa abbiamo da mettere?
ALB.
Che le metta al banco.
BEAT.
L'oro mi fa paura.
ALB.
Tirerò via l'oro.
Lasso sto zecchin per el sior Conte.
BEAT.
Asso al banco.
(Alberto taglia)
ALB.
Fante: ho venzo mi.
Sto zecchin farà compagnia a st'altro.
Mettemoli qua, sotto sto candelier.
(pone li due zecchini sotto al candeliere) Asso ha vadagnà, son sbancà, no se zoga più.
(Beatrice tira il banco)
CON.
I miei due zecchini?
ALB.
Me despiase, ma mi no taggio altro.
CON.
Bell'azione!
BEAT.
Via, via, signor Conte, un poco di convenienza.
CON.
(Si scalda, perché va bene per lei).
(da sé)
LEL.
(È un giovane generoso e civile).
(da sé)
ALB.
Cossa disela, siora Rosaura? Siora Beatrice m'ha sbancà.
ROS.
E voi domani sbancherete me.
ALB.
(No la me lassa star un momento).
(da sé)
SCENA DECIMA
FLORINDO e detti.
FLOR.
Servitor umilissimo a lor signori.
(tutti lo salutano) (Il signor Alberto vicino a Rosaura? Cresce il mio sospetto).
(da sé)
BEAT.
Molto tardi, signor Florindo!
FLOR.
Mah, chi ha degli interessi, non può prendersi molto divertimento.
BEAT.
Il signor Alberto ci ha favorito.
FLOR.
Il signor Alberto può farlo, perché non ci pensa come ci penso io.
ALB.
Signor Florindo, ella in pubblico pretende mortificarme, e mi in pubblico bisogna che me defenda.
La dise che mi no penso ai so interessi, come la pensa ella; e mi ghe digo che ghe penso assae più de ella, perché un'ora che mi ghe pensa, val più del so pensar d'una settimana.
Ghe ne xe molti de sti clienti, che pretende che l'avvocato non abbia da pensar altro che alla so causa.
I crede che l'intelletto dell'omo sia limità a segno che nol possa pensar che a una cossa sola.
E siccome la so passion no fa che tegnirli oppressi e vincoladi tra la speranza e el timor, i vorria che l'avvocato no fasse mai altro che consolarli.
Nualtri che avemo una moltitudine de affari sul tavolin, bisogna che a tutti distribuimo el nostro tempo e el nostro intelletto; e se qualche volta no respiressimo con un poco de sollievo e de devertimento, la nostra profession deventerave un supplizio, e la nostra applicazion sarave una malattia.
Basta che quando s'applica a quella tal cossa, se ghe applica de cuor, con tutto el spirito, con tutto l'omo; e che nella gran zornada, quando se tratta della decision della causa, se fazza cognosser al cliente, al giudice e al mondo tutto, che messe su una balanza le fadighe da una banda, e la mercede dall'altra, pesa più de tutto l'oro e de tutto l'arzento i onorati sudori de un avvocato.
BEAT.
Evviva il signor Alberto.
LEL.
Amico, state cogli occhi chiusi.
Avete un uomo, che per la virtù, per la eloquenza e per l'onoratezza si è reso venerabile, ed è la delizia del veneto foro.
CON.
(Sentite come parla il vostro avvocato avversario? Ma io lo farò mutar frase).
(piano a Rosaura)
ROS.
(M'innamora e mi fa tremare).
FLOR.
Io non pretendo volervi a tutte l'ore e per me solo applicato; ma, signor Alberto, intendiamoci senza parlare.
ALB.
Non ho sta abilità de capir chi no parla.
FLOR.
Con grazia di questi signori, vi dirò una parola.
ALB.
Con permission.
(La diga).
(si alza dal suo posto, e va vicino a Florindo)
FLOR.
(Prima vi trovo col ritratto, ed ora coll'originale; che volete che io possa pensare di voi?)
ALB.
(L'ha da pensar che son un omo onorato).
FLOR.
(Tutto va bene.
Ma io non posso soffrire di vedervi vicino alla mia avversaria).
ALB.
(Co l'è cussì, voggio contentarla.
Andemo via).
FLOR.
(Qui non ci dovevate venire).
ALB.
(Da omo d'onor, che no saveva che la ghe dovesse esser).
FLOR.
(Quando l'avete veduta, dovevate partire).
ALB.
(Oh! questo po no.
Non son capace né de increanze, né de affettazion.
Se mostrasse aver suggizion del cliente avversario, me dechiarirave per un omo de poco spirito.
E po nualtri avvocati no semo nemici dei nostri avversari.
Se disputa la rason della causa, e no el merito della persona; e tanti e tanti i magna, i beve e i sta in bonissima conversazion con quelle istesse persone, contra le quali con tutto el spirito i se dispone a parlar.
La verità xe una sola.
Con questa d'avanti i occhi, no se pol fallar.
El vostro sospetto deriva da debolezza de fantasia; la mia franchezza dipende dalla robustezza dell'animo indifferente alle tentazion, e saldo e forte nei onorati impegni della mia profession).
Zentildonne riverite, do ore le xe poco lontane.
Ho adempio al mio debito, le prego de despensarme.
(scostandosi da Florindo)
BEAT.
Prenda pure il suo comodo.
Non voglio esser causa che si rammarichi il signor Florindo.
ALB.
La supplico scusar l'incomodo.
Ghe rendo infinite grazie d'averme degnà della so esquisita conversazion.
E se mai la me credesse capace de poderla obbedir, la prego onorarme dei so comandi.
(a Beatrice)
BEAT.
Ella è pieno di gentilezza e di cortesia.
ALB.
Signora, ghe son umilissimo servitor.
(a Rosaura)
ROS.
(Non voglio né rispondergli, né mirarlo).
(da sé)
ALB.
Signora, l'ho reverida.
(a Rosaura)
ROS.
(Crudele!) (da sé)
ALB.
Gnanca? Pazienza! (Che pena che me tocca a provar! Ma gnente; penar, tormentarse, morir, ma che no s'intacca l'onor).
(da sé, parte)
FLOR.
Signora Beatrice, padroni tutti, gli son servitore.
(Eppure non mi posso levar dal capo che il signor Alberto ama Rosaura.
Le donne hanno avviliti i primi eroi della terra; non sarebbe maraviglia che una donna vincesse il cuore d'Alberto).
(da sè, parte)
LEL.
Signore mie, se mi permettono, non voglio lasciare l'amico.
BEAT.
Servitevi con libertà.
Riverite la signora Flaminia.
LEL.
Son servo a tutti.
(Florindo ha delle gelosie rispetto al signor Alberto; ed io ne fui la cagione.
Eppure è vero, in tutte le cose, prima di farle, bisogna consigliarsi colla prudenza, per prevedere le conseguenze.
(da sé, parte)
CON.
La conversazione è finita.
Servitor suo.
BEAT.
Va via, signor Conte?
CON.
Che cosa ho da fare qui?
BEAT.
Vi è la sposa.
CON.
La mia signora sposa, quanto meno mi vede, più mi vuol bene; non è egli vero? (a Rosaura)
ROS.
Io non contraddico mai.
CON.
(Già ha da finire i suoi giorni sopra d'una montagna!) Schiavo suo.
(parte)
BEAT.
Andiamo nella mia camera, che aspetteremo vostro zio.
ROS.
Cara amica, sono in un mare di confusioni.
BEAT.
Il signor Alberto pare di voi innamorato.
ROS.
Ma se domani mi parla contro, ho perduta la causa.
BEAT.
Voglio che domattina andiamo a ritrovare la signora Flaminia, e se ci riesce di parlare al signore Alberto, può essere che si volti a vostro favore.
ROS.
Io l'ho per impossibile.
BEAT.
Eh! amore fa fare delle belle cose.
ROS.
Sì, ma io non son quella che lo possa innamorare a tal segno.
BEAT.
Via, via, non dite così; avete due occhi che incantano; s'io fossi un uomo, v'assicuro che mi fareste precipitare.
(parte)
ROS.
L'amica scherza, ed io ho il cuore afflitto.
Domani si decide dell'esser mio; ma pure questa non è la maggiore delle mie passioni.
Due oggetti, uno d'amore, l'altro di sdegno, combattono a vicenda il mio cuore.
Amo Alberto, odio il Conte.
Ma, oh dio! Dovrò perdere quello che adoro, dovrò sposare quello che aborrisco? Miserabile condizion della donna! Nacqui per penare, vivo per piangere, e morirò per non poter più resistere.
Alberto, oh! caro Alberto.
Sei pur vago, sei pur grazioso! Mi piaci ancorché nemico, ti amo, benché tu mi voglia miserabile, e ti amerei, se tu mi volessi ancor morta.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Giorno.
Strada.
Il CONTE, poi ALBERTO vestito più ordinariamente.
CON.
Questo signor avvocato non favorisce.
Se non viene, me la pagherà.
È un quarto d'ora che io aspetto.
Oramai do nelle impazienze.
Ma eccolo.
Cammina anco di buon passo.
L'amico mi conosce.
Ha soggezione di me.
ALB.
Servitor obbligato; l'oggio fatta aspettar?
CON.
Un poco.
ALB.
La compatissa.
Ho cercà liberarme da sior Florindo, che in ogni forma el voleva vegnir con mi.
La m'ha dito che vegna solo, e solo son vegnù.
CON.
Avete fatto bene.
Voglio parlarvi segretamente.
ALB.
Vorla che andemo al caffè, dove che la m'ha dito giersera?
CON.
No, al caffè vi è sempre qualcheduno.
Qui in questa strada remota siamo più sicuri di restar soli.
ALB.
Dove che la vol.
(Che el me volesse far una qualche bulada? Da muso a muso no gh'ho paura).
(da sé)
CON.
Sentite...
Ma prima mi avete a promettere di non parlare con chi si sia di quello che ora sono per dirvi.
ALB.
La segretezza e la fede xe do circostanze necessarissime ai avvocati, e nualtri se lasseressimo sacrificar, più tosto che svelar un arcano con pregiudizio de chi ne l'ha confidà.
CON.
Ciò non mi basta, giurate di non parlare.
ALB.
I omeni onesti non ha bisogno de zuramenti.
CON.
Gli uomini onesti non ricusano di giurare, quando non hanno intenzion di tradire.
ALB.
Via, per contentarla: zuro de non parlar.
CON.
Datemi la mano.
ALB.
Eccola.
CON.
Oh bravo! Ora brevemente vi spiccio.
Credo che voi saprete essere io legato con promessa di matrimonio colla signora Rosaura.
ALB.
Lo so benissimo.
CON.
Dunque comprenderete da ciò, che la di lei causa diventa mia propria, venendomi assegnato in dote il valor della donazione fattale dal di lei padre adottivo, consistente in ventimila ducati.
ALB.
È verissimo; la causa l'interessa infinitamente.
CON.
Io non voglio esaminare se la signora Rosaura abbia torto, o abbia ragione; se la donazione si sostenga, o non si sostenga; perché queste sono cose imbrogliate e fastidiose, troppo contrarie al mio temperamento: ma bramerei che voi mi faceste un piacere.
ALB.
La diga pur su.
Se se poderà farlo, lo farò volentiera.
CON.
Compatitemi se vi do del voi.
Con gli amici parlo con libertà.
ALB.
Me maravegio; non abbado a ste piccole cosse.
CON.
Vorrei che, a mio riguardo, abbandonaste la difesa di questa causa.
ALB.
Ma cara ella, come voria che fazza? Xe impossibile.
La causa xe istruida da mi.
Mi ghe ne son in possesso.
Ancuo la s'ha da trattar.
El principal ha speso i so bezzi, tutto el mondo aspetta sta disputa, mi no so veder el modo de poderme esentar.
CON.
Il modo si trova, quanto si vuole.
Vi suggerirò io qualche mezzo termine.
Potete dire al vostro cliente che avete letta stamane una carta non più vista, che vi fa temere dell'esito; che avete scoperte alcune ragioni dell'avversario, le quali meritano maggior tempo e maggior riflesso; che la causa ha mutato aspetto, e vi è un qualche mancamento nell'ordine, che conviene regolarlo, che vi vuol tempo.
Intanto si sospende la trattazione; tramonta l'appuntamento.
Voi andate a Venezia.
Il cliente si stanca, viene a patti, ed io fo fare l'aggiustamento a mio modo.
ALB.
Bellissimi mezzi termini, espedienti suttili e spiritosi, ma no per i avvocati onorati.
Lezer carte da novo, scovrir obietti, trovar desordini el zorno che s'ha d'andar in renga, le xe cosse prodotte o da una gran ignoranza, o da una gran malizia, indegne de chi xe arlevadi nel foro.
CON.
Facciamo così: fingetevi ammalato.
Dite che non potete trattar la causa; troveremo un medico che accorderà che avete la febbre, e dirà che, per guarire, è necessaria l'aria nativa.
Anderete a Venezia con reputazione, ed io vi sarò obbligato.
ALB.
Xe inutile che la me tenta per sto verso, perché se fusse vero che fusse ammalà, quando la malattia no fusse grave e avesse libera la lengua da poder parlar, me faria condur al tribunal, per trattar la mia causa.
CON.
Orsù, vi compatisco; tante fatiche che avete fatte, non devono andare senza mercede.
Se vincete la causa, il signor Florindo vi farà un regalo, al più, al più, di cinquanta zecchini; ed io, se ve n'andate, ve ne do cento.
ALB.
Caro sior Conte...
CON.
E non crediate già ch'io vi voglia promettere per non mantenere.
Questi sono cento zecchini, e sono per voi, solo che tralasciate di sostenere questa causa.
ALB.
Sior Conte caro, bisogna che la creda che nualtri avvocati no vedemo mai bezzi, che no sappiemo cossa che sia cento zecchini.
Ma bisogna che la sappia che nu, a Venezia, cento zecchini i ne fa tanta specie, quanto pol far cento lire in ti so paesi.
Nu no femo capital dell'oro, ma del concetto.
CON.
Cento zecchini al merito vostro e alla qu
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