L'AVVOCATO VENZIANO, di Carlo Goldoni - pagina 4
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ROS.
Perché dite questo?
CON.
Basta; questa causa la finirò io.
È venuto questo signor veneziano; ha messo tutti in soggezione, fa tremar tutti, vuol vincer tutti, vuol portar via la causa, vuole abbattere gli avversari, vuol conquassare il paese; ma niente, con due delle mie parole m'impegno che domattina se ne torna per le poste a Venezia.
ROS.
E poi?
CON.
E poi la causa sarà finita.
ROS.
Non vi saranno altri difensori del signor Florindo?
CON.
Chi avrà ardire d'intraprendere questa causa, l'avrà da fare con me.
ROS.
Signor Conte, in questi paesi non si usano prepotenze.
CON.
Che cosa sono queste prepotenze? Io non fo prepotenze.
Mi faccio giustizia da me medesimo, per risparmiar le spese de' tribunali.
COL.
Signora, è qui il signor Lelio col signore avvocato veneziano.
BEAT.
Oh! bravissimi.
Ho piacere.
Di' loro che passino.
COL.
(È tutta contenta.
Il veneziano dovrebbe essere un buon pollastro per dargli una pelatina col giuoco).
(da sé, parte)
BEAT.
Caro signor Conte, vi prego, in casa mia non promovete discorsi che abbiano a disturbare la conversazione.
CON.
Sì, signora, sarà servita.
ROS.
(Tremo da capo a piè).
(piano a Beatrice)
BEAT.
(Perché?) (piano a Rosaura)
ROS.
(Non lo so nemmen io).
SCENA NONA
ALBERTO, vestito con abito di gala, LELIO e detti.
S'incontrano, si salutano con reciproche riverenze e qualche parola di rispetto, poi come segue.
ALB.
La perdoni, zentildonna8, l'ardir che me son preso de vegnirghe a dar el presente incomodo, animà dal sior Lelio, che m'ha assicurà della so bontà e della so gentilezza.
BEAT.
Il signor Lelio mi ha fatto un onor singolare, dandomi il vantaggio di conoscere un soggetto di tanto merito.
ALB.
La supplico sospender, riguardo a mi, la troppo favorevole prevenzion, perché, savendo de no meritarla, la me serviria de rossor.
BEAT.
La di lei modestia non fa che accrescere il pregio della di lei virtù.
ALB.
Taserò, no perché me lusinga de meritar le sue lodi, ma per assicurarla del mio rispetto.
BEAT.
La prego di accomodarsi.
ALB.
Per amor del cielo, signori, le supplico; no le stia in disagio per mi.
(Tutti siedono.
Alberto vicino a Beatrice, Lelio vicino ad Alberto; dall'altra parte Rosaura, e presso Rosaura il Conte)
LEL.
(Che ne dite? È una bella conversazione?) (piano ad Alberto)
ALB.
(Amigo, me l'avè fatta.
Se credeva che ghe fusse siora Rosaura, no ghe vegniva) (piano a Lelio)
LEL.
(Miratela con quell'indifferenza con cui la mirereste davanti al giudice).
ALB.
(Altro xe el tribunal, altro xe la conversazion).
BEAT.
(Amica, che avete che mi parete sorpresa?) (a Rosaura)
ROS.
(Pagherei una libbra di sangue a non esser qui).
CON.
Signora Rosaura, qualche volta favorisca ancor me.
Io non son qui per far numero.
ROS.
Che mi comanda, signor Conte? Vuol che gli canti una canzonetta?
CON.
(Impertinente! Quando sarai mia moglie, le sconterai tutte).
(da sé)
ALB.
(Chi elo quel signor?) (a Lelio)
LEL.
(È il conte Ottavio, quello che deve esser sposo della signora Rosaura).
(ad Alberto)
ALB.
(Caro amigo, non me dovevi mai menar qua).
LEL.
(Se mi parlavate chiaro, non vi conduceva).
BEAT.
Signor Lelio, come sta la signora Flaminia vostra sorella?
LEL.
Sta un poco meglio.
Il sangue le ha fatto bene.
BEAT.
Domattina voglio venire a vederla.
LEL.
Le farete una finezza particolare.
BEAT.
(Volete venire ancora voi?) (piano a Rosaura)
ROS.
(Dove abita il signor Alberto?) (piano a Beatrice)
BEAT.
(Sì).
ROS.
(Oh dio! non so).
BEAT.
Signor avvocato.
ALB.
La comandi.
BEAT.
Conosce questa signora?
ALB.
Me par de averla vista e reverida qualche volta, ma non ho l'onor de conosserla precisamente.
BEAT.
Questa è la signora Rosaura Balanzoni, di lei avversaria.
ALB.
(S'alza) Cara zentildonna, me rincresce infinitamente trovarme in necessità de doverghe esser avversario; ma la se consola, che avendome avversario mi, el xe un capo d'avvantaggio per ella, perché la mia insufficienza darà mazor risalto al merito delle so rason.
ROS.
La ringrazio infinitamente per sì gentile espressione, ma il mio scarso merito e la mia causa disavvantaggiosa non meritavano un difensore sì degno.
(Non so quel ch'io mi dica).
(da sé)
ALB.
(La m'ha coppà).
(a Lelio, e siede)
BEAT.
Domani dunque si tratterà questa causa?
ALB.
La corre per doman.
BEAT.
Sarebbe una temerità il chiedergli come l'intenda.
ALB.
Se no l'intendesse a favor del mio cliente, certo che no m'esponerave a trattarla.
BEAT.
Dunque la signora Rosaura sta male.
ALB.
La signora Rosaura no pol star mal.
BEAT.
Se perde l'eredità di Anselmo Aretusi, che le rimane?
ALB.
Ghe resta un capital de merito, che no xe soggetto né a dispute, né a giudizi.
ROS.
Il signor avvocato mi burla.
(con tenerezza)
ALB.
Non son cussì temerario.
ROS.
(Beatrice, non posso più).
BEAT.
(Pazienza, pazienza, che anderà bene).
CON.
(Questa cara Rosaura mi pare che guardi con troppa attenzione il signor veneziano.
La finirò io).
(da sé) Signor avvocato.
ALB.
Patron mio reverito.
CON.
Una parola in grazia.
(lo chiama a sé)
ALB.
(De che paese xelo quel sior?) (a Lelio)
LEL.
(Credo sia romagnolo).
(ad Alberto)
ALB.
(El gh'ha del polledrin della Marca).
CON.
Favorisce?
ALB.
Son da ella.
(Mel voggio goder sto sior romagnolo).
(s'alza e gli va vicino)
ROS.
(Che manieracce ha il Conte!) (da sé)
ALB.
(Cossa comandela, mio patron?)
CON.
(A che ora vi levate la mattina?)
ALB.
(Segondo: ma per el più a terza son sempre in piè).
CON.
(Domattina, subito che siete alzato venite al caffè, che vi ho da parlare.
Ma venite solo, e con segretezza).
ALB.
(Veramente domattina gh'ho un pochetto d'affar.
No la poderia mo ella favorir a casa?)
CON.
(No, non posso.
L'affare è geloso.
Venite che vi tornerà conto).
ALB.
(Se l'è per qualche causa, la sappia che vago via e no me posso impegnar).
CON.
(Non è causa; è un affare che deve premere più a voi che a me).
ALB.
(Basta, vederò de vegnir).
CON.
(Del vederò non mi contento.
Mi avete da dar parola di venire).
ALB.
(Ghe dago parola, e vegnirò).
CON.
(Non occorr'altro).
ALB.
(L'è el più bel matto del mondo.
Se posso, domattina vôi devertirme una mezz'oretta).
(da sé, e torna al suo posto)
BEAT.
Signor Alberto, si diletta di giuocare?
ALB.
Qualche volta, co gh'ho tempo.
Però per divertimento, no mai per vizio.
BEAT.
Se si vuole divertire, ci farà grazia.
ALB.
Per obbedirla farò tutto quello che la comanda.
Ma sa sior Lelio che a do ore bisogna che me retira.
ROS.
Il signor Alberto ha da ritirarsi per pensare contro di me.
ALB.
La me mortifica con rason, ma ghe protesto che sempre no penso contro de ella.
ROS.
Può darsi; ma in mio favore no certamente.
ALB.
A che zogo comandele che le serva? (dopo aver guardato Rosaura pateticamente)
ROS.
(Sentite come muta discorso a tempo?) (piano a Beatrice)
CON.
Signora Rosaura, col suo bello spirito proponga ella il giuoco che s'ha da fare.
ROS.
Anzi ella, che è tanto gentile nelle conversazioni.
CON.
(Fraschetta! se non fossero ventimila scudi, non la guarderei).
(da sé)
LEL.
(Quei due sposi non si possono vedere).
(piano ad Alberto)
ALB.
(A lu par che la ghe inzenda, e per mi la saria tanto zuccaro).
(da sé)
BEAT.
Siamo in cinque, a che giuoco possiamo giuocare?
CON.
Se giuochiamo a tresette, colla signora Rosaura non ci voglio stare.
BEAT.
Perché?
CON.
Perché non sa tenere le carte in mano.
ROS.
Obbligata alle sue finezze.
CON.
Io parlo schietto.
Facciamo così: io e la signora Beatrice.
ALB.
(Prima io).
(da sé)
CON.
L'avvocato con Lelio.
ALB.
(El parla con un imperio, che el par Kulikan).
(da sé)
BEAT.
E la signora Rosaura non ha da giuocare?
CON.
Se non ne sa.
ROS.
Sentite, io non so giuocare, ma voi sapete poco il trattare.
(al Conte)
CON.
Verrò a scuola da lei.
ALB.
La lassa che la zoga, che mi, se la se contenta, l'assisterò.
ROS.
Voi non dovete assistere la vostra avversaria.
ALB.
Mo no la me mortifica più.
L'abbia un poco de compassion.
ROS.
Non posso aver compassione per voi, se voi non l'avete per me.
ALB.
(Sia maladetto quando son vegnù qua!) (da sé, smanioso)
LEL.
(L'amico è agitato.
Mi dispiace esserne io la cagione).
(da sé)
BEAT.
Orsù, per giuocare tutti, giuochiamo alla bassetta.
Il signor Alberto ci favorirà di fare un piccolo banco.
ALB.
Volentiera; la servirò come la comanda.
BEAT.
Chi è di là? (vengono servitori) Tirate avanti quel tavolino ed accostate le sedie.
(i servitori eseguiscono) Portate due mazzi di carte buone ed un mazzo delle vecchie.
Sediamo.
Qua il signor Alberto.
Qua la signora Rosaura e qua io.
Là il signor Lelio.
CON.
E qua io? (vicino a Rosaura)
BEAT.
Là, se vuole.
CON.
Perderò senz'altro.
BEAT.
Perché?
CON.
Perché, quando giuoco, le donne vicine mi fanno cattivo augurio.
ROS.
E voi andate dall'altra parte: chi vi tiene?
CON.
Oh! voglio stare presso la mia carissima signora sposa.
(con ironia)
ROS.
(Mi fa venire il vomito).
(da sé)
CON.
(Non la posso vedere).
(da sé)
ALB.
Eccole servide d'un poco de monede.
Le se devertissa.
CON.
Che banco è quello? Credete di giuocar colla serva?
ALB.
Quaranta o cinquanta lire de banco, per un piccolo divertimento, me par che non sia inconveniente.
CON.
Se non vi è oro, non metto.
ALB.
Ben, per servirla, metterò dell'oro.
(cava una borsa e pone dell'oro in banco)
BEAT.
Eh! non vogliamo...
CON.
Lasci fare.
Oh! questa è bella.
Vogliamo giuocare come vogliamo noi.
BEAT.
(È pieno di buone maniere questo signor Conte).
(da sé)
ALB.
Questi xe trenta zecchini: ghe basteli?
CON.
Fate buono sulla parola?
ALB.
La venza questi, e ghe penseremo.
(Son in te l'impegno, bisogna starghe).
(da sé)
LEL.
(Mi dispiace averlo condotto qui).
(da sé)
ALB.
Ho taggià, le metta.
BEAT.
Asso, un filippo; metta, metta, signor Lelio.
LEL.
Due, a tre lire.
CON.
Fante, a un zecchino.
BEAT.
Via, Rosaura, mettete ancor voi.
ROS.
No, perderei certamente.
BEAT.
Perché dite che perdereste?
ROS.
Perché il signor avvocato è venuto a Rovigo per farmi perdere.
ALB.
Pazienza! La me tormenta, che la gh'ha rason.
ROS.
Io vi tormento da scherzo e voi mi tormentate da vero.
CON.
Animo, si giuoca o non si giuoca?
ALB.
Son qua subito.
Asso, do e fante.
(taglia) Fante ha vadagnà, ecco un zecchin.
Do ha vadagnà, ecco tre lire.
Asso vadagna, ecco un felippo.
CON.
Mescolate le carte.
ALB.
Come la comanda.
(mescola le carte)
CON.
Lasciate vedere, le voglio mescolare anch'io.
ALB.
Patron, la se comoda.
(Bisogna ch'el sia avvezzo a zogar con dei farabutti).
(a Beatrice)
BEAT.
(È un conte che conta poco).
(ad Alberto)
ALB.
(Elo conte, contin o contadin?)
CON.
Tenete.
Fante, a due zecchini.
(dà le carte ad Alberto)
BEAT.
Asso, a due filippi.
LEL.
Due, a cinque lire.
ALB.
E ella no la mette? (a Rosaura)
ROS.
Io non giuoco con chi sa perdere e vincere quando vuole.
BEAT.
Eh via, mettete.
ROS.
Quattro, a due lire.
ALB.
No la cresce la posta?
ROS.
Non posso giuocar di più.
ALB.
Perché?
ROS.
Perché domani in grazia vostra sarò miserabile.
CON.
Oh, che giuocare arrabbiato! Non la finisce mai.
(Alberto taglia)
ALB.
Subito.
Fante ha perso.
Con so bona grazia.
(tira i due zecchini)
CON.
Maledetta mano; non dà una seconda.
ALB.
El gh'ha rason.
Xe quattro o cinque ore che zoghemo.
(con ironia)
CON.
Va fante.
ALB.
No va altro, no va altro.
Do, tiro.
(tira le cinque lire di Lelio)
BEAT.
Questa volta tirate tutto.
ALB.
Magari che tirasse tutto! (guardando Rosaura)
ROS.
Che cosa guadagnereste di buono?
ALB.
Vadagnerave el ponto, e chi lo mette.
ROS.
Il punto val poco, e chi lo mette val meno.
ALB.
Chi lo mette, val un tesoro.
ROS.
Se fosse vero, non le sareste nemico.
ALB.
Oh, me xe cascà le carte.
Ho perso, bisogna che paga.
Ecco do felippi e do lire.
(si lascia cader le carte di mano, e paga le due donne)
BEAT.
Siete un tagliatore adorabile.
ROS.
Questa sera tagliate in mio favore, e domani taglierete contro di me.
ALB.
S'ala gnancora sfogà?
ROS.
Stassera mi sfogo io, e domani vi sfogherete voi.
ALB.
(Debotto non posso più resister).
(da sé, smanioso)
CON.
E così, che facciamo? Ho da perdere il mio denaro con questo bel gusto?
ALB.
Se no la vol zogar, nissun la sforza.
CON.
Voglio giuocare.
Animo, presto.
Fante, a un zecchino.
ALB.
Vorla missiar?
CON.
Se volessi mescolare, mescolerei; tagliate.
ALB.
Ella xe tutto furia, e mi tutto flemma.
Via, zentildonne, che le metta.
BEAT.
Che cosa abbiamo da mettere?
ALB.
Che le metta al banco.
BEAT.
L'oro mi fa paura.
ALB.
Tirerò via l'oro.
Lasso sto zecchin per el sior Conte.
BEAT.
Asso al banco.
(Alberto taglia)
ALB.
Fante: ho venzo mi.
Sto zecchin farà compagnia a st'altro.
Mettemoli qua, sotto sto candelier.
(pone li due zecchini sotto al candeliere) Asso ha vadagnà, son sbancà, no se zoga più.
(Beatrice tira il banco)
CON.
I miei due zecchini?
ALB.
Me despiase, ma mi no taggio altro.
CON.
Bell'azione!
BEAT.
Via, via, signor Conte, un poco di convenienza.
CON.
(Si scalda, perché va bene per lei).
(da sé)
LEL.
(È un giovane generoso e civile).
(da sé)
ALB.
Cossa disela, siora Rosaura? Siora Beatrice m'ha sbancà.
ROS.
E voi domani sbancherete me.
ALB.
(No la me lassa star un momento).
(da sé)
SCENA DECIMA
FLORINDO e detti.
FLOR.
Servitor umilissimo a lor signori.
(tutti lo salutano) (Il signor Alberto vicino a Rosaura? Cresce il mio sospetto).
(da sé)
BEAT.
Molto tardi, signor Florindo!
FLOR.
Mah, chi ha degli interessi, non può prendersi molto divertimento.
BEAT.
Il signor Alberto ci ha favorito.
FLOR.
Il signor Alberto può farlo, perché non ci pensa come ci penso io.
ALB.
Signor Florindo, ella in pubblico pretende mortificarme, e mi in pubblico bisogna che me defenda.
La dise che mi no penso ai so interessi, come la pensa ella; e mi ghe digo che ghe penso assae più de ella, perché un'ora che mi ghe pensa, val più del so pensar d'una settimana.
Ghe ne xe molti de sti clienti, che pretende che l'avvocato non abbia da pensar altro che alla so causa.
I crede che l'intelletto dell'omo sia limità a segno che nol possa pensar che a una cossa sola.
E siccome la so passion no fa che tegnirli oppressi e vincoladi tra la speranza e el timor, i vorria che l'avvocato no fasse mai altro che consolarli.
Nualtri che avemo una moltitudine de affari sul tavolin, bisogna che a tutti distribuimo el nostro tempo e el nostro intelletto; e se qualche volta no respiressimo con un poco de sollievo e de devertimento, la nostra profession deventerave un supplizio, e la nostra applicazion sarave una malattia.
Basta che quando s'applica a quella tal cossa, se ghe applica de cuor, con tutto el spirito, con tutto l'omo; e che nella gran zornada, quando se tratta della decision della causa, se fazza cognosser al cliente, al giudice e al mondo tutto, che messe su una balanza le fadighe da una banda, e la mercede dall'altra, pesa più de tutto l'oro e de tutto l'arzento i onorati sudori de un avvocato.
BEAT.
Evviva il signor Alberto.
LEL.
Amico, state cogli occhi chiusi.
Avete un uomo, che per la virtù, per la eloquenza e per l'onoratezza si è reso venerabile, ed è la delizia del veneto foro.
CON.
(Sentite come parla il vostro avvocato avversario? Ma io lo farò mutar frase).
(piano a Rosaura)
ROS.
(M'innamora e mi fa tremare).
FLOR.
Io non pretendo volervi a tutte l'ore e per me solo applicato; ma, signor Alberto, intendiamoci senza parlare.
ALB.
Non ho sta abilità de capir chi no parla.
FLOR.
Con grazia di questi signori, vi dirò una parola.
ALB.
Con permission.
(La diga).
(si alza dal suo posto, e va vicino a Florindo)
FLOR.
(Prima vi trovo col ritratto, ed ora coll'originale; che volete che io possa pensare di voi?)
ALB.
(L'ha da pensar che son un omo onorato).
FLOR.
(Tutto va bene.
Ma io non posso soffrire di vedervi vicino alla mia avversaria).
ALB.
(Co l'è cussì, voggio contentarla.
Andemo via).
FLOR.
(Qui non ci dovevate venire).
ALB.
(Da omo d'onor, che no saveva che la ghe dovesse esser).
FLOR.
(Quando l'avete veduta, dovevate partire).
ALB.
(Oh! questo po no.
Non son capace né de increanze, né de affettazion.
Se mostrasse aver suggizion del cliente avversario, me dechiarirave per un omo de poco spirito.
E po nualtri avvocati no semo nemici dei nostri avversari.
Se disputa la rason della causa, e no el merito della persona; e tanti e tanti i magna, i beve e i sta in bonissima conversazion con quelle istesse persone, contra le quali con tutto el spirito i se dispone a parlar.
La verità xe una sola.
Con questa d'avanti i occhi, no se pol fallar.
El vostro sospetto deriva da debolezza de fantasia; la mia franchezza dipende dalla robustezza dell'animo indifferente alle tentazion, e saldo e forte nei onorati impegni della mia profession).
Zentildonne riverite, do ore le xe poco lontane.
Ho adempio al mio debito, le prego de despensarme.
(scostandosi da Florindo)
BEAT.
Prenda pure il suo comodo.
Non voglio esser causa che si rammarichi il signor Florindo.
ALB.
La supplico scusar l'incomodo.
Ghe rendo infinite grazie d'averme degnà della so esquisita conversazion.
E se mai la me credesse capace de poderla obbedir, la prego onorarme dei so comandi.
(a Beatrice)
BEAT.
Ella è pieno di gentilezza e di cortesia.
ALB.
Signora, ghe son umilissimo servitor.
(a Rosaura)
ROS.
(Non voglio né rispondergli, né mirarlo).
(da sé)
ALB.
Signora, l'ho reverida.
(a Rosaura)
ROS.
(Crudele!) (da sé)
ALB.
Gnanca? Pazienza! (Che pena che me tocca a provar! Ma gnente; penar, tormentarse, morir, ma che no s'intacca l'onor).
(da sé, parte)
FLOR.
Signora Beatrice, padroni tutti, gli son servitore.
(Eppure non mi posso levar dal capo che il signor Alberto ama Rosaura.
Le donne hanno avviliti i primi eroi della terra; non sarebbe maraviglia che una donna vincesse il cuore d'Alberto).
(da sè, parte)
LEL.
Signore mie, se mi permettono, non voglio lasciare l'amico.
BEAT.
Servitevi con libertà.
Riverite la signora Flaminia.
LEL.
Son servo a tutti.
(Florindo ha delle gelosie rispetto al signor Alberto; ed io ne fui la cagione.
Eppure è vero, in tutte le cose, prima di farle, bisogna consigliarsi colla prudenza, per prevedere le conseguenze.
(da sé, parte)
CON.
La conversazione è finita.
Servitor suo.
BEAT.
Va via, signor Conte?
CON.
Che cosa ho da fare qui?
BEAT.
Vi è la sposa.
CON.
La mia signora sposa, quanto meno mi vede, più mi vuol bene; non è egli vero? (a Rosaura)
ROS.
Io non contraddico mai.
CON.
(Già ha da finire i suoi giorni sopra d'una montagna!) Schiavo suo.
(parte)
BEAT.
Andiamo nella mia camera, che aspetteremo vostro zio.
ROS.
Cara amica, sono in un mare di confusioni.
BEAT.
Il signor Alberto pare di voi innamorato.
ROS.
Ma se domani mi parla contro, ho perduta la causa.
BEAT.
Voglio che domattina andiamo a ritrovare la signora Flaminia, e se ci riesce di parlare al signore Alberto, può essere che si volti a vostro favore.
ROS.
Io l'ho per impossibile.
BEAT.
Eh! amore fa fare delle belle cose.
ROS.
Sì, ma io non son quella che lo possa innamorare a tal segno.
BEAT.
Via, via, non dite così; avete due occhi che incantano; s'io fossi un uomo, v'assicuro che mi fareste precipitare.
(parte)
ROS.
L'amica scherza, ed io ho il cuore afflitto.
Domani si decide dell'esser mio; ma pure questa non è la maggiore delle mie passioni.
Due oggetti, uno d'amore, l'altro di sdegno, combattono a vicenda il mio cuore.
Amo Alberto, odio il Conte.
Ma, oh dio! Dovrò perdere quello che adoro, dovrò sposare quello che aborrisco? Miserabile condizion della donna! Nacqui per penare, vivo per piangere, e morirò per non poter più resistere.
Alberto, oh! caro Alberto.
Sei pur vago, sei pur grazioso! Mi piaci ancorché nemico, ti amo, benché tu mi voglia miserabile, e ti amerei, se tu mi volessi ancor morta.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Giorno.
Strada.
Il CONTE, poi ALBERTO vestito più ordinariamente.
CON.
Questo signor avvocato non favorisce.
Se non viene, me la pagherà.
È un quarto d'ora che io aspetto.
Oramai do nelle impazienze.
Ma eccolo.
Cammina anco di buon passo.
L'amico mi conosce.
Ha soggezione di me.
ALB.
Servitor obbligato; l'oggio fatta aspettar?
CON.
Un poco.
ALB.
La compatissa.
Ho cercà liberarme da sior Florindo, che in ogni forma el voleva vegnir con mi.
La m'ha dito che vegna solo, e solo son vegnù.
CON.
Avete fatto bene.
Voglio parlarvi segretamente.
ALB.
Vorla che andemo al caffè, dove che la m'ha dito giersera?
CON.
No, al caffè vi è sempre qualcheduno.
Qui in questa strada remota siamo più sicuri di restar soli.
ALB.
Dove che la vol.
(Che el me volesse far una qualche bulada? Da muso a muso no gh'ho paura).
(da sé)
CON.
Sentite...
Ma prima mi avete a promettere di non parlare con chi si sia di quello che ora sono per dirvi.
ALB.
La segretezza e la fede xe do circostanze necessarissime ai avvocati, e nualtri se lasseressimo sacrificar, più tosto che svelar un arcano con pregiudizio de chi ne l'ha confidà.
CON.
Ciò non mi basta, giurate di non parlare.
ALB.
I omeni onesti non ha bisogno de zuramenti.
CON.
Gli uomini onesti non ricusano di giurare, quando non hanno intenzion di tradire.
ALB.
Via, per contentarla: zuro de non parlar.
CON.
Datemi la mano.
ALB.
Eccola.
CON.
Oh bravo! Ora brevemente vi spiccio.
Credo che voi saprete essere io legato con promessa di matrimonio colla signora Rosaura.
ALB.
Lo so benissimo.
CON.
Dunque comprenderete da ciò, che la di lei causa diventa mia propria, venendomi assegnato in dote il valor della donazione fattale dal di lei padre adottivo, consistente in ventimila ducati.
ALB.
È verissimo; la causa l'interessa infinitamente.
CON.
Io non voglio esaminare se la signora Rosaura abbia torto, o abbia ragione; se la donazione si sostenga, o non si sostenga; perché queste sono cose imbrogliate e fastidiose, troppo contrarie al mio temperamento: ma bramerei che voi mi faceste un piacere.
ALB.
La diga pur su.
Se se poderà farlo, lo farò volentiera.
CON.
Compatitemi se vi do del voi.
Con gli amici parlo con libertà.
ALB.
Me maravegio; non abbado a ste piccole cosse.
CON.
Vorrei che, a mio riguardo, abbandonaste la difesa di questa causa.
ALB.
Ma cara ella, come voria che fazza? Xe impossibile.
La causa xe istruida da mi.
Mi ghe ne son in possesso.
Ancuo la s'ha da trattar.
El principal ha speso i so bezzi, tutto el mondo aspetta sta disputa, mi no so veder el modo de poderme esentar.
CON.
Il modo si trova, quanto si vuole.
Vi suggerirò io qualche mezzo termine.
Potete dire al vostro cliente che avete letta stamane una carta non più vista, che vi fa temere dell'esito; che avete scoperte alcune ragioni dell'avversario, le quali meritano maggior tempo e maggior riflesso; che la causa ha mutato aspetto, e vi è un qualche mancamento nell'ordine, che conviene regolarlo, che vi vuol tempo.
Intanto si sospende la trattazione; tramonta l'appuntamento.
Voi andate a Venezia.
Il cliente si stanca, viene a patti, ed io fo fare l'aggiustamento a mio modo.
ALB.
Bellissimi mezzi termini, espedienti suttili e spiritosi, ma no per i avvocati onorati.
Lezer carte da novo, scovrir obietti, trovar desordini el zorno che s'ha d'andar in renga, le xe cosse prodotte o da una gran ignoranza, o da una gran malizia, indegne de chi xe arlevadi nel foro.
CON.
Facciamo così: fingetevi ammalato.
Dite che non potete trattar la causa; troveremo un medico che accorderà che avete la febbre, e dirà che, per guarire, è necessaria l'aria nativa.
Anderete a Venezia con reputazione, ed io vi sarò obbligato.
ALB.
Xe inutile che la me tenta per sto verso, perché se fusse vero che fusse ammalà, quando la malattia no fusse grave e avesse libera la lengua da poder parlar, me faria condur al tribunal, per trattar la mia causa.
CON.
Orsù, vi compatisco; tante fatiche che avete fatte, non devono andare senza mercede.
Se vincete la causa, il signor Florindo vi farà un regalo, al più, al più, di cinquanta zecchini; ed io, se ve n'andate, ve ne do cento.
ALB.
Caro sior Conte...
CON.
E non crediate già ch'io vi voglia promettere per non mantenere.
Questi sono cento zecchini, e sono per voi, solo che tralasciate di sostenere questa causa.
ALB.
Sior Conte caro, bisogna che la creda che nualtri avvocati no vedemo mai bezzi, che no sappiemo cossa che sia cento zecchini.
Ma bisogna che la sappia che nu, a Venezia, cento zecchini i ne fa tanta specie, quanto pol far cento lire in ti so paesi.
Nu no femo capital dell'oro, ma del concetto.
CON.
Cento zecchini al merito vostro e alla qualità del favore che vi domando, saranno pochi, ma io non posso fare di più; e vi assicuro che questi mi costano qualche sforzo.
Ma sentite, se voi mi promettete d'abbandonar questa causa, vi farò un obbligo di duemila e anco di tremila ducati, da pagarveli subito che avrò conseguita la dote di cui si tratta.
ALB.
Né tre mille, né diese mille, né cento mille no xe capaci de farme far un'azion cattiva.
CON.
Dunque siete risoluto di voler trattar questa causa?
ALB.
Resolutissimo.
CON.
Né v'importa di veder ridotta a un'estrema miseria una povera fanciulla innocente?
ALB.
Fiat jus et pereat mundus.
CON.
Non fate conto delle mie premure?
ALB.
Non posso tradir el mio cliente per soddisfarla.
CON.
Le offerte non servono?
ALB.
Niente affatto.
CON.
Orsù, se tutto questo non serve, troverò io la maniera di farvi fare a mio modo.
(bruscamente)
ALB.
Disela dasseno?
CON.
Ditemi, sapete chi sono? (alterato)
ALB.
Non ho l'onor de conosserla, se non per la conversazion de giersera.
CON.
Io sono il conte di Ripafiorita.
ALB.
Me ne rallegro infinitamente.
CON.
Sono uno, che negl'incontri si è saputo cavare de' bei capricci.
ALB.
Lodo el so bel spirito.
CON.
E vi avviso che, se non mi vorrete compiacer colle buone, lo farete colle cattive.
(minaccioso)
ALB.
Come sarave a dir? La se spiega.
CON.
Voglio dire che, se non tralascierete di patrocinar questa causa, se non partirete adesso subito di Rovigo, vi caccierò la spada nei fianchi.
ALB.
La me cazzerà la spada nei fianchi?
CON.
Sì, signore, vi ammazzerò.
ALB.
La me mazzerà? Con chi credela de parlar? Con un martuffo? Con un omo che concepissa timor per le so bulade9? No la me cognosse, patron.
Pensela che a Venezia quei che porta la vesta10 non sappia manizzar la spada?
CON.
Eh! ci vuole altro che belle parole! Se metto mano, vi farò tremare.
ALB.
La se prova, e vederemo chi trema più.
CON.
Ma non mi degno di cacciar mano alla spada, contro di uno che non è capace di starmi a fronte.
Voglio adoperare il bastone.
ALB.
A mi el baston? Cavalier indegno, fora quella spada.
(mette mano)
CON.
Ti pentirai d'avermi provocato.
ALB.
Se morirò, morirò da par mio.
CON.
Che vuol dir da par tuo?
ALB.
Da omo d'onor, da omo de spirito, da vero venezian.
CON.
Pretendi farmi paura con dire che sei veneziano? Non ti stimo, non ti temo, e non ho soggezione di te, né di cento de' pari tuoi.
ALB.
Cussì ti parli? Via, tocco de temerario.
(si battono)
SCENA SECONDA
FLORINDO con spada alla mano, in difesa d'ALBERTO, e detti.
FLOR.
Alto, alto.
(si frappone)
ALB.
Gnente, sior Florindo.
Lasseme terminar.
CON.
(Ah! mi dispiace che sia pubblicato il mio tentativo).
(da sé)
FLOR.
Signor Alberto, questa giornata è destinata per voi a combattere colla voce e non colla spada.
ALB.
Son bon per l'uno e per l'altro.
FLOR.
Si può sapere, signori miei, la cagione delle vostre collere?
CON.
(Se questo colpo m'andò fallito, ne tenterò qualcun altro).
(da sé)
ALB.
(Ho zurà de no parlar con chi che sia dell'indegna proposizion che m'ha fatta el Conte.
No bisogna romper el zuramento).
(da sé)
FLOR.
È qualche grande arcano la vostra alterazione? Non si può sapere? Non si può rappresentare a un comune amico? Ciò mi mette, signor Alberto, in un gran sospetto.
CON.
(Ora mi scopre senz'altro).
(da sé)
ALB.
(Eccolo qua coi so sospetti; bisogna disingannarlo).
(da sé) Sior Florindo, ve dirò mi.
Qua el sior Conte m'ha provocà, m'ha tirà a cimento, e no m'ho podesto tegnir.
FLOR.
Ma con quali termini, con quali ingiurie vi ha provocato?
CON.
Orsù, non ho soggezione di pubblicare io stesso la verità, giacché la debolezza del signor Alberto non sa tacerla.
Io ho detto a lui...
ALB.
Zitto, patron, la me lassa parlar a mi.
Tocca a mi a giustificarme, e no tocca a ella.
Sappiè, sior Florindo, che sto patron ha avudo l'ardir, la temerità, de parlar con poco respetto dei Veneziani.
Mi che per la mia patria sparzerave el mio sangue, me farave cavar el cuor, no posso tollerar una parola, un accento, che tenda a minorar la so gloria.
CON.
Mi maraviglio di voi: io non ho detto...
ALB.
Basta cussì; la sa cossa che l'ha dito.
La sa che ho zurà de no pubblicar quello che la m'ha dito.
La tasa e la se consola che l'ha da far con un galantomo che sa mantegnir la parola, e trattar ben anca coi so propri nemici.
CON.
(Il ripiego non è cattivo).
(da sé)
ALB.
Sior Florindo, vado a casa a serrarme in mezzà, a raccoglierme seriamente e prepararme per la disputa che doverò far.
Se m'avè visto coraggioso colla spada alla man, me vederè intrepido nel tribunal.
I omeni d'onor e de valor i ha da esser preparadi e disposti all'uno e all'altro esercizio, per se stessi, per i so amici, per la so patria, che va preferida a ogni impegno, a ogni interesse e alla vita istessa.
(parte)
SCENA TERZA
FLORINDO ed il CONTE
FLOR.
Aspettate, sono con voi..
CON.
Signor Florindo.
FLOR.
Che mi comandate?
CON.
Una parola, in grazia.
FLOR.
Eccomi, vi prego a non trattenermi.
CON.
Oggi dunque si tratterà questa causa.
FLOR.
Oggi senz'altro.
CON.
Amico, il vostro avvocato vi tradisce.
FLOR.
Come potete voi dirlo? Alberto è un uomo d'onore.
CON.
Sì, è un uomo d'onore; ma l'amore fa precipitare gli uomini più saggi ed onesti.
FLOR.
È innamorato il signor Alberto?
CON.
È innamorato, perduto e pazzo della signora Rosaura.
FLOR.
(Ah, ch'io non mi sono ingannato).
(da sé)
CON.
(Se egli lo crede, non si fiderà che tratti la sua causa).
(da sé)
FLOR.
Ma come ciò voi sapete?
CON.
Ne sono certissimo.
So quel che passa fra loro, e so che la signora Beatrice maneggia questo trattato.
FLOR.
Di qual trattato intendete?
CON.
Di far perdere a voi la causa, per guadagnarsi la grazia della signora Rosaura.
FLOR.
(Ah scellerato!) (da sé)
CON.
Perché credete ch'io abbia messo mano alla spada contro di colui? Vi ha dato ad intendere delle fandonie.
Nacque la contesa perché, avendo io scoperto le sue fattucchierie, l'ho trattato da ribaldo, da traditore.
FLOR.
Ma caro signor Conte, se Rosaura vince la causa, deve sposar voi; come dunque il signor Alberto ha da impegnarsi di farla vincere, acciò sia sposa d'un altro? Se le vuol bene, ha da desiderare tutto il contrario.
CON.
Eh! amico, voi vedete poco lontano.
Intanto gli preme che Rosaura sia ricca, che Rosaura gli sia grata, e poi non gli mancheranno cabale per toglierla a me e farla sua.
FLOR.
Voi mi ponete in un laberinto di confusioni, di agitazioni, di smanie.
Non so quel ch'io debba credere.
CON.
Dubitate forse di mia puntualità?
FLOR.
Non dubito di voi: ma mi pare di fare un gran torto al signor Alberto.
CON.
E voi lasciatelo fare.
Ve ne accorgerete, quando non vi sarà più rimedio.
FLOR.
Possibile ch'ei mi tradisca?
CON.
Ve l'assicuro.
FLOR.
(E me lo confermano il ritratto, la conversazione e le sue parole).
(da sé)
CON.
Che risolvete di fare?
FLOR.
Ci penserò.
CON.
(Con un sì gran sospetto non farà correre la sua causa.
Avrò tempo da maneggiarmi, e l'avvocato se n'anderà).
(da sé, parte)
SCENA QUARTA
FLORINDO solo.
FLOR.
Dunque Alberto m'inganna? Parla con tanta energia dell'onore, vanta con tanto fasto la illibatezza dell'animo, sostenta con tanta forza la sua sincerità, la sua fede, e poi si lascia così facilmente subornare, si dà così vilmente ad una cieca passione in preda? Anima vile, cuor bugiardo, labbro mendace...
Ma che faccio? Condanno a dirittura il mio difensore col fondamento delle asserzioni d'un suo e mio nemico? Non potrebbe egli tessermi quell'inganno che mi figura dal mio avvocato tessuto? Certo che sì, e con molto maggior fondamento posso temere il Conte, più dell'amico Alberto.
Dunque si lasci ogni rio sospetto e si tratti la causa...
Ma, oh dio! E se fosse vero che Alberto fosse colla mia avversaria contro di me congiurato? Ieri lo vidi col ritratto sul tavolino.
Si turbò, si confuse e addusse dei mendicati pretesti.
La sera lo ritrovo alla conversazione fra Rosaura e Beatrice, ed ora il Conte mi fa sospettare e dell'una e dell'altra.
Questi sospetti uniti insieme formano quasi una certa prova della reità dell'animo del mio avvocato.
Che farò? Che risolvo? Sospenderò la causa.
E poi ricominciarla da capo? Orsù, voglio ritrovare l'amico Lelio.
Vo' fargli la confidenza...
Ma no, Lelio difenderà un avvocato da lui propostomi, e chi sa che Lelio non sia d'accordo? Anch'egli è della conversazione.
Non so che dire, non so che pensare, non so che risolvere.
Quattr'ore mancano ancora al mezzo giorno, e più di otto alla trattazione della causa.
Ci penserò seriamente, mi consiglierò con me stesso, e quand'altro non mi rimanga, farò una risoluzione da disperato.
SCENA QUINTA
Camera d'Alberto in casa di Lelio, con tavolino e scritture.
ALBERTO senza spada e senza cappello, passeggiando con un foglio in mano,
in modo di studiar la causa; poi un SERVITORE
ALB.
Se vede chiara l'intenzion d'Anselmo Aretusi.
L'ha fatto la donazion in tempo che no l'avea fioli.
Se l'avesse avudo fioli, nol l'averia fatta; donca, per la sopravenienza del maschio, xe nulla la donazion.
Mo el padre natural l'ha dada co sta fede al padre adottivo, l'è stada pregiudicata nei beni paterni.
Se questo xe l'obietto, el se resolve con somma facilità...
SERV.
Illustrissimo.
ALB.
Coss'è, amigo!
SERV.
L'illustrissima signora Flaminia, mia padrona, supplica vossignoria illustrissima, se volesse compiacersi di passare nella sua camera, che avrebbe da dirgli una cosa di premura.
ALB.
Cossa fala stamattina la vostra padrona?
SERV.
Sta meglio di molto.
Stanotte non ha avuta febbre.
ALB.
Ho gusto da galantomo.
Son a servirla; ma diseme, caro vecchio, gh'è nissun in camera da ella?
SERV.
Illustrissimo sì, vi sono due signore venute a fare una visita alla padrona.
ALB.
Chi ele ste do signore?
SERV.
Una la signora Beatrice, e l'altra la signora Rosaura.
ALB.
(Siora Beatrice e siora Rosaura?) (da sé) Sentì amigo, diseghe alla vostra padrona che la me compatissa, che son drio a studiar la causa, e che no posso vegnir.
SERV.
Dirò quel che ella mi comanda.
ALB.
Sior Lelio, vostro patron, ghe xelo?
SERV.
Illustrissimo no, è fuori di casa.
ALB.
(Tanto pezo).
(da sé) Diseghe che no la posso servir.
SERV.
Illustrissimo sì.
ALB.
Serrè quella porta.
SERV.
Sarà servita.
(parte e chiude la porta)
ALB.
Cossa vol dir sto negozio? Xe otto dì che son qua in sta casa, non ho mai visto ste do signore vegnir a far visita a siora Flaminia, benché la sia stada tutto sto tempo in letto ammalada.
Le vien stamattina dopo la conversazion de giersera, le me fa chiamar, le me vol parlar? Qua ghe xe qualche mistero.
Siora Rosaura s'è accorta che gh'ho per ella qualche inclinazion, e la vien fursi a tentarme colla speranza de trionfar della mia costanza.
Ma la s'inganna, se la crede de orbarme colla so bellezza.
So per altro che in te le battaglie amorose se venze più facilmente fuggendo che combattendo, onde fuggo l'occasion de vederla, per assicurarme della vittoria.
Tornemo a nu.
Se la donazion fusse fatta dei soli beni acquistadi dal donator, se podaria disputar se de quelli el podeva o nol podeva disponer...
SCENA SESTA
BEATRICE di dentro batte alla porta della camera, e detto.
ALB.
Chi è de là?
BEAT.
Favorisce, signor Alberto? (di dentro)
ALB.
Oh maledetto el diavolo! Le xe qua.
BEAT.
Si contenta ch'io la riverisca per un momento? (come sopra)
ALB.
Padrona, son a servirla.
La xe siora Beatrice; quell'altra, come putta, pol esser che no l'ardissa vegnir.
Con questa posso liberamente parlar.
(apre)
SCENA SETTIMA
BEATRICE, ROSAURA e detto; poi il SERVITORE
BEAT.
È molto circospetto il signor Alberto.
ALB.
La perdoni, giera drio a certe carte.
(Xe qua anca st'altra.
Oh poveretto mi!) (da sé)
ROS.
Il signor Alberto averà saputo che ci era io, e per questo averà fatto serrar la porta.
ALB.
Per dirghe la verità, me figurava de veder stamattina in sta casa tutte le persone del mondo, fora de ella.
ROS.
Non crediate già ch'io sia venuta per voi.
Son venuta a vedere la signora Flaminia.
ALB.
De questo ghe ne son certo; e me stupisso come la se sia degnada de vegnir in te la mia camera.
ROS.
Vi son venuta per compiacere la signora Beatrice.
ALB.
In cossa la possio servir? (a Beatrice)
BEAT.
Se vi do incomodo, vado via.
ALB.
La vede, gh'ho i summari per man.
BEAT.
Non l'avete ancora studiata questa gran causa?
ALB.
Questo xe el zorno del gran conflitto.
ROS.
Questo è il giorno in cui il signor Alberto avrà la gloria di vedermi piangere amaramente.
BEAT.
Poverina! sarebbe una crudeltà troppo barbara.
Direi che avete un cuore di tigre.
(ad Alberto)
ALB.
Ele venude per tormentarme?
BEAT.
No, no, andiamo subito.
Vedo l'accoglimento che voi ci fate.
Non ci esibite nemmen da sedere? Non credeva che gli uomini virtuosi fossero nemici del viver civile.
ALB.
No pensava che le se volesse trattegnir.
BEAT.
Ho una cosa da dirvi.
Ve l'ho da dir così in piedi?
ALB.
La servirò, come la comanda.
Chi è de là?
SERV.
Illustrissimo.
ALB.
Tirè avanti una carega.
ROS.
Ed io starò in piedi?
ALB.
(No so dove che gh'abbia la testa).
(da sé) Tireghene do.
(al Servitore)
BEAT.
E voi non volete sedere?
ALB.
Tireghene tre, quattro, sie.
(alterato, al Servitore)
BEAT.
No, no, basta tre.
Siete molto collerico, signor Alberto.
ALB.
La compatissa.
Stamattina son fora de mi.
BEAT.
Sedete là, signora Rosaura; io sederò qui, e il signor Alberto nel mezzo.
ALB.
(Se vien sior Florindo, stago da frizer).
(da sé) Sentì, quel zovene.
(piano al Servitore) (Se vegnisse el sior Florindo, e che ghe fusse qua ste do zentildonne, avanti de farlo passar, avviseme).
BEAT.
(Ehi, ci siamo intesi, quando vi fo cenno, chiamatemi; vi sarà la mancia).
(piano al Servitore)
SERV.
(Sarà servita).
(piano a Beatrice e parte; poi torna)
BEAT.
Via, sedete, signor avvocato.
(lo fa sedere in mezzo)
ROS.
Se vi dà fastidio la mia vicinanza, mi tirerò più in qua.
ALB.
Ma no, la staga pur salda.
(Me vien caldo e freddo tutto in una volta).
(da sé) E cussì, cossa m'ala da comandar? (a Beatrice)
BEAT.
Io non intendo di comandare, ma di pregarvi.
ALB.
In quel che posso, sarò pronto a servirla.
BEAT.
Vi prego per quella povera sventurata.
ALB.
Mo cara ella, cossa ghe posso far?
BEAT.
Tutto potete, se di lei vi movete a pietà.
ALB.
Più che ghe penso, e manco me vedo in stato de poder far gnente per ella.
BEAT.
Dite che siete ostinato nel volerla vedere precipitata.
ROS.
Eh via, signora Beatrice, non gettate invano il tempo e la fatica.
Il signor Alberto ha dell'avversione per me, ed è superfluo sperare aiuto da una persona che mi odia.
ALB.
No, siora Rosaura, no la odio, no gh'ho dell'avversion per ella; ma son in necessità de defender el so avversario.
BEAT.
Perché siete in questa necessità?
ALB.
Perché per mia desgrazia l'ho cognossù avanti de siora Rosaura, e me son impegnà de defenderlo prima d'aver visto le bellezze dell'avversaria.
BEAT.
Dunque se prima aveste veduto la signora Rosaura, avreste difesa lei e non il signor Florindo?
ALB.
Oh! questo po no.
Non è possibile che mi defenda chi no son persuaso che gh'abbia rason.
Se se trattasse del mio più stretto parente, de mi medesimo, parleria schietto; e per tutto l'oro del mondo, e per qualunque passion, no me metterave mai a defender chi gh'ha torto, colla speranza de far valer i sofismi, le macchine e le invenzion.
ROS.
Eh! dite piuttosto che non avreste intrapreso a difendermi per l'antipatia che avreste avuta colla cliente.
ALB.
Se me fusse lecito dirghe tutto, la poderia assicurarse che anzi una violentissima simpatia me trasporta all'ammirazion del so merito, e alla compassion del so stato.
ROS.
Se aveste compassione di me, non procurereste di rovinarmi.
ALB.
Se fusse in mio arbitrio el renderla felice e contenta, lo farave con tutto el cuor.
BEAT.
(Il discorso mi pare bene inoltrato).
(da sé) Eh, ehm! (si spurga; il Servitore intende il cenno ed entra)
SERV.
Signora, la mia padrona la prega di venir da lei per un momento, che le ha da dire una parola di somma premura.
(a Beatrice)
BEAT.
Vengo subito (s'alza, e il Servitore parte)
ROS.
Se partite voi, vengo anch'io.
(a Beatrice)
BEAT.
No, no, amica; trattenetevi qui per un momento, che subito torno.
ROS.
Farò come volete.
BEAT.
Signor Alberto, ora sono da voi.
ALB.
Siora Beatrice, per amor del cielo, l'abbia carità de mi.
No la me metta in necessità o de precipitarme, o de commetter una mala creanza.
BEAT.
Vi lamentate di me, perché vi lascio con una bella ragazza? Un affronto simile dagli uomini della vostra età si prende per una buona fortuna.
(parte)
SCENA OTTAVA
ALBERTO e ROSAURA
ALB.
(Fortuna de marineri, che vol dir tempesta de mar).
(da sé)
ROS.
Signor Alberto, se vi rincresce di restar meco, partirò subito per compiacervi; ma sappiate che io sono incapace di porre a rischio la vostra e la mia virtù.
ALB.
Cussì credo, cussì argomento dalla so modestia, cussì me persuade quell'aria nobile, che spira dolcemente dal so bel viso.
ROS.
Giacché la sorte ci ha fatto restar soli...
ALB.
Sia sorte, o sia artifizio, non implica gnente affatto.
ROS.
Artifizio di chi?
ALB.
De un'amiga de cuor, interessada per i so vantaggi.
ROS.
Se maliziosa credete la mia condotta, partirò per disingannarvi.
(s'alza)
ALB.
No, la resta pur.
M'ho lassà scampar sta parola, per una spezie de vanità de far cognosser che sul libro del mondo ho letto qualche carta anca mi.
ROS.
Io non so che vi dite.
Parlerò, se vi contentate; partirò, se me l'imponete.
ALB.
La parla: un'incognita forza me obbliga d'ascoltarla.
ROS.
Giacché la sorte, dicevo, ci ha fatto restar soli, vorrei pregarvi a non mi negare una grazia.
ALB.
No la perda el tempo a domandarme de tralassar la difesa de sior Florindo, perché tutto xe buttà via.
ROS.
No, non è questo ch'io voglio chiedervi.
Ma una semplice verità che a voi costa poco, e per me può valere moltissimo.
ALB.
Co no se tratta de offender la delicatezza dell'onor mio, la parla con libertà, e la se comprometta de tutta la mia sincerità.
ROS.
Vorrei che aveste la bontà di dirmi, se le frequenti volte che voi passaste sotto le mie finestre, sia stato mero accidente, oppure desiderio di rivedermi; se gl'inchini che di volta in volta voi mi facevate, erano puri atti di civilià, oppure effetti di qualche piccola inclinazione; se le finezze e le dichiarazioni fattemi ieri sera, sono stati unicamente effetti di mera galanteria, oppure espressioni ed effetti di un cuor parziale, di un cuore che abbia per me concepita qualche cortese stima; qualche generosa passione.
Insomma, se io sono presso di voi una indifferente persona, o se posso lusingarmi di aver meritato, se non il vostro amore, almeno la vostra pietà.
ALB.
Siora Rosaura, me son impegnà de responder sinceramente, onde non posso nasconderghe la mia inclinazion.
Pur troppo dal primo dì che l'ho vista, me son sentio a ferir el cuor.
E quando passava sotto le so finestre, e quando cercava l'occasion de vederla, giera un infermo che andava cercando qualche ristoro al so mal.
Ma oh dio! la scarsezza del balsamo, in confronto della profondità della piaga, no fava che mazormente irritarla e me accresceva el tormento, nell'atto de procacciarme el remedio.
Giersera, oh dio! giersera in che smanie, in che angustie me son trovà! Quei so rimproveri i giera tanti acuti stili, che me trapassava el cuor.
Quelle occhiade, miste de sdegno e de tenerezza, le me strenzeva el petto a segno de no poder respirar.
Vederme in grado de dover comparir nemigo in pubblico de una che adoro in privato, l'è una specie de novo tormento, mai più provà dai omeni, mai più inventà dai demòni, mai più figurà dalla crudeltà dei tiranni.
ROS.
Dunque mi amate?
ALB.
Colla maggior tenerezza del cuor.
ROS.
Questo mi basta.
Faccia ora di me la sorte il peggio che far ne può; soffrirò tutto senza lagnarmi, se certa sono del vostro amore.
ALB.
Sì, cara siora Rosaura, ma la sicurezza del mio amor no pol gnente contribuir al desiderio dei so vantaggi.
La vede, son nella dura costituzion de dover far quanto posso per renderla miserabile; e me pianze el cuor e se me giazza el sangue, co penso ch'el debito della mia onestà vol che butta da banda tutte le belle speranze della mia passion.
ROS.
Vi compatisco più di quello che figurar vi possiate; e benché abbia mostrato d'avere a sdegno la vostra eroica costanza, l'ho internamente approvata; e tanto più vi trovo degno dell'amor mio, quanto più vi vedo impegnato a preferir l'onore all'amore.
Se foste condisceso ad abbandonare il cliente per compiacermi, avrei goduto di mia fortuna, ma non avrei avuta stima pel vostro merito; e amando l'effetto del tradimento, avrei temuto il traditore medesimo.
ALB.
Bei sentimenti, degni de un animo bello come xe el soo! Quanto più m'innamora sta bella virtù de quel bel viso e de quei bei occhi! Siora Rosaura, per amor del cielo, no la tormenta più el mio povero cuor.
ROS.
M'intimate voi la partenza?
ALB.
Ghe raccomando la mia reputazion.
Sto nostro colloquio pien d'eroismo, pien de virtù, sa el cielo come el vegnirà interpretà da chi no sente la frase estraordinaria delle nostre parole.
ROS.
Una sola cosa vi dico, e parto immediatamente.
ALB.
L'ascolto con impazienza.
ROS.
Vi amo e vi amerò fin ch'io viva.
ALB.
E la me vorrà amar, dopo che per causa mia la sarà infelice?
ROS.
Vi amerò appunto per questo, perché resa mi avrà infelice la vostra virtù.
ALB.
Un amor de sta sorte merita una maggior ricompensa.
ROS.
Son nata misera, e morirò sventurata.
ALB.
Vorria consolarla, ma no so come far.
ROS.
(Destino perverso, sorte crudele!) (piange)
ALB.
(La tenerezza me opprime el cuor).
(da sé)
SCENA NONA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Eccomi a voi.
ALB.
(Manco mal; l'è vegnuda a tempo).
(da sé)
BEAT.
Che vuol dire che vi veggo tutti due turbati e sospesi? Rosaura, pare che abbiate le lacrime agli occhi.
ROS.
Cara amica, partiamo.
BEAT.
Già me n'accorgo.
Questo signor avvocato, indurito come un marmo, è inflessibile alle vostre preghiere, alle vostre lacrime.
Vuol trattar la causa, non è egli vero? Vuol difendere il signor Florindo e precipitare la povera signora Rosaura? Ma che? Nemmeno mi rispondete? È questa tutta la vostra civiltà? Che ne dite, Rosaura, è un bell'uomo il signor Alberto? Ma nemmen voi parlate? Cos'è questa novità? Siete due statue? Io non vi capisco.
Volete che ve la dica? mi parete due pazzi, e per non impazzire con voi, vi do il buon giorno, e me ne vado per i fatti miei.
(parte)
SCENA DECIMA
ROSAURA ed ALBERTO
ROS.
Signor Alberto, abbiate compassione di me.
ALB.
La sa in che impegno che son.
ROS.
Non dico che abbiate compassione della mia roba, ma che abbiate compassione di me.
ALB.
Come? In che maniera?
ROS.
Vogliatemi bene.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
ALBERTO, poi FLORINDO ed il SERVITORE
ALB.
Oimè! non posso più.
Oh dio! el mio cuor! Oimè! non posso più respirar.
(si getta a sedere)
SERV.
Aspetti che lo avvisi, e poi entrerà.
(a Florindo, trattenendolo)
FLOR.
Voglio passare.
(sulla porta)
SERV.
Ma questa poi...
FLOR.
Va al diavolo.
(entra a forza; Alberto s'alza)
ALB.
Servo, sior Florindo.
(El l'ha vista, el l'ha incontrada!) (da sé)
FLOR.
Patron mio riverito.
(Posso veder di più? Rosaura nella sua camera a patteggiare il prezzo del tradimento?) (da sé)
ALB.
Coss'è, sior Florindo, cossa vuol dir? Ghe fa spezie aver visto siora Rosaura in te la mia camera? La sappia...
FLOR.
Alle corte, signor Alberto, mi favorisca le mie scritture.
ALB.
Quale scritture?
FLOR.
Tutto quello che ella ha di mio.
I processi, i contratti, le copie, le scritture, i sommari; mi favorisca ogni cosa.
ALB.
M'immagino che la burla.
FLOR.
Ah sì, non mi ricordava.
Prima di ritirare le mie scritture, ho da pagare il mio debito.
Favorisca di dirmi quanto le ho da dare per tutto quello che si è compiaciuta fare per me.
ALB.
Me maraveggio, sior Florindo; mi no pattuisso mercede sulle mie fadighe.
Quando averò trattà la causa, la farà tutto quello che la vorrà.
FLOR.
No, no, non v'è bisogno che vossignoria s'incomodi.
La causa non si disputa più.
ALB.
No? Perché?
FLOR.
Mi voglio accomodare, non voglio arrischiare il certo per l'incerto; si contenti di darmi le mie carte.
ALB.
Sior Florindo, no la tratta né con un sordo, né con un orbo.
Capisso benissimo da che dipende sta novità.
L'aver visto vegnir fora dall
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