L'AVVOCATO VENZIANO, di Carlo Goldoni - pagina 6
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Ma sentite, se voi mi promettete d'abbandonar questa causa, vi farò un obbligo di duemila e anco di tremila ducati, da pagarveli subito che avrò conseguita la dote di cui si tratta.
ALB.
Né tre mille, né diese mille, né cento mille no xe capaci de farme far un'azion cattiva.
CON.
Dunque siete risoluto di voler trattar questa causa?
ALB.
Resolutissimo.
CON.
Né v'importa di veder ridotta a un'estrema miseria una povera fanciulla innocente?
ALB.
Fiat jus et pereat mundus.
CON.
Non fate conto delle mie premure?
ALB.
Non posso tradir el mio cliente per soddisfarla.
CON.
Le offerte non servono?
ALB.
Niente affatto.
CON.
Orsù, se tutto questo non serve, troverò io la maniera di farvi fare a mio modo.
(bruscamente)
ALB.
Disela dasseno?
CON.
Ditemi, sapete chi sono? (alterato)
ALB.
Non ho l'onor de conosserla, se non per la conversazion de giersera.
CON.
Io sono il conte di Ripafiorita.
ALB.
Me ne rallegro infinitamente.
CON.
Sono uno, che negl'incontri si è saputo cavare de' bei capricci.
ALB.
Lodo el so bel spirito.
CON.
E vi avviso che, se non mi vorrete compiacer colle buone, lo farete colle cattive.
(minaccioso)
ALB.
Come sarave a dir? La se spiega.
CON.
Voglio dire che, se non tralascierete di patrocinar questa causa, se non partirete adesso subito di Rovigo, vi caccierò la spada nei fianchi.
ALB.
La me cazzerà la spada nei fianchi?
CON.
Sì, signore, vi ammazzerò.
ALB.
La me mazzerà? Con chi credela de parlar? Con un martuffo? Con un omo che concepissa timor per le so bulade9? No la me cognosse, patron.
Pensela che a Venezia quei che porta la vesta10 non sappia manizzar la spada?
CON.
Eh! ci vuole altro che belle parole! Se metto mano, vi farò tremare.
ALB.
La se prova, e vederemo chi trema più.
CON.
Ma non mi degno di cacciar mano alla spada, contro di uno che non è capace di starmi a fronte.
Voglio adoperare il bastone.
ALB.
A mi el baston? Cavalier indegno, fora quella spada.
(mette mano)
CON.
Ti pentirai d'avermi provocato.
ALB.
Se morirò, morirò da par mio.
CON.
Che vuol dir da par tuo?
ALB.
Da omo d'onor, da omo de spirito, da vero venezian.
CON.
Pretendi farmi paura con dire che sei veneziano? Non ti stimo, non ti temo, e non ho soggezione di te, né di cento de' pari tuoi.
ALB.
Cussì ti parli? Via, tocco de temerario.
(si battono)
SCENA SECONDA
FLORINDO con spada alla mano, in difesa d'ALBERTO, e detti.
FLOR.
Alto, alto.
(si frappone)
ALB.
Gnente, sior Florindo.
Lasseme terminar.
CON.
(Ah! mi dispiace che sia pubblicato il mio tentativo).
(da sé)
FLOR.
Signor Alberto, questa giornata è destinata per voi a combattere colla voce e non colla spada.
ALB.
Son bon per l'uno e per l'altro.
FLOR.
Si può sapere, signori miei, la cagione delle vostre collere?
CON.
(Se questo colpo m'andò fallito, ne tenterò qualcun altro).
(da sé)
ALB.
(Ho zurà de no parlar con chi che sia dell'indegna proposizion che m'ha fatta el Conte.
No bisogna romper el zuramento).
(da sé)
FLOR.
È qualche grande arcano la vostra alterazione? Non si può sapere? Non si può rappresentare a un comune amico? Ciò mi mette, signor Alberto, in un gran sospetto.
CON.
(Ora mi scopre senz'altro).
(da sé)
ALB.
(Eccolo qua coi so sospetti; bisogna disingannarlo).
(da sé) Sior Florindo, ve dirò mi.
Qua el sior Conte m'ha provocà, m'ha tirà a cimento, e no m'ho podesto tegnir.
FLOR.
Ma con quali termini, con quali ingiurie vi ha provocato?
CON.
Orsù, non ho soggezione di pubblicare io stesso la verità, giacché la debolezza del signor Alberto non sa tacerla.
Io ho detto a lui...
ALB.
Zitto, patron, la me lassa parlar a mi.
Tocca a mi a giustificarme, e no tocca a ella.
Sappiè, sior Florindo, che sto patron ha avudo l'ardir, la temerità, de parlar con poco respetto dei Veneziani.
Mi che per la mia patria sparzerave el mio sangue, me farave cavar el cuor, no posso tollerar una parola, un accento, che tenda a minorar la so gloria.
CON.
Mi maraviglio di voi: io non ho detto...
ALB.
Basta cussì; la sa cossa che l'ha dito.
La sa che ho zurà de no pubblicar quello che la m'ha dito.
La tasa e la se consola che l'ha da far con un galantomo che sa mantegnir la parola, e trattar ben anca coi so propri nemici.
CON.
(Il ripiego non è cattivo).
(da sé)
ALB.
Sior Florindo, vado a casa a serrarme in mezzà, a raccoglierme seriamente e prepararme per la disputa che doverò far.
Se m'avè visto coraggioso colla spada alla man, me vederè intrepido nel tribunal.
I omeni d'onor e de valor i ha da esser preparadi e disposti all'uno e all'altro esercizio, per se stessi, per i so amici, per la so patria, che va preferida a ogni impegno, a ogni interesse e alla vita istessa.
(parte)
SCENA TERZA
FLORINDO ed il CONTE
FLOR.
Aspettate, sono con voi..
CON.
Signor Florindo.
FLOR.
Che mi comandate?
CON.
Una parola, in grazia.
FLOR.
Eccomi, vi prego a non trattenermi.
CON.
Oggi dunque si tratterà questa causa.
FLOR.
Oggi senz'altro.
CON.
Amico, il vostro avvocato vi tradisce.
FLOR.
Come potete voi dirlo? Alberto è un uomo d'onore.
CON.
Sì, è un uomo d'onore; ma l'amore fa precipitare gli uomini più saggi ed onesti.
FLOR.
È innamorato il signor Alberto?
CON.
È innamorato, perduto e pazzo della signora Rosaura.
FLOR.
(Ah, ch'io non mi sono ingannato).
(da sé)
CON.
(Se egli lo crede, non si fiderà che tratti la sua causa).
(da sé)
FLOR.
Ma come ciò voi sapete?
CON.
Ne sono certissimo.
So quel che passa fra loro, e so che la signora Beatrice maneggia questo trattato.
FLOR.
Di qual trattato intendete?
CON.
Di far perdere a voi la causa, per guadagnarsi la grazia della signora Rosaura.
FLOR.
(Ah scellerato!) (da sé)
CON.
Perché credete ch'io abbia messo mano alla spada contro di colui? Vi ha dato ad intendere delle fandonie.
Nacque la contesa perché, avendo io scoperto le sue fattucchierie, l'ho trattato da ribaldo, da traditore.
FLOR.
Ma caro signor Conte, se Rosaura vince la causa, deve sposar voi; come dunque il signor Alberto ha da impegnarsi di farla vincere, acciò sia sposa d'un altro? Se le vuol bene, ha da desiderare tutto il contrario.
CON.
Eh! amico, voi vedete poco lontano.
Intanto gli preme che Rosaura sia ricca, che Rosaura gli sia grata, e poi non gli mancheranno cabale per toglierla a me e farla sua.
FLOR.
Voi mi ponete in un laberinto di confusioni, di agitazioni, di smanie.
Non so quel ch'io debba credere.
CON.
Dubitate forse di mia puntualità?
FLOR.
Non dubito di voi: ma mi pare di fare un gran torto al signor Alberto.
CON.
E voi lasciatelo fare.
Ve ne accorgerete, quando non vi sarà più rimedio.
FLOR.
Possibile ch'ei mi tradisca?
CON.
Ve l'assicuro.
FLOR.
(E me lo confermano il ritratto, la conversazione e le sue parole).
(da sé)
CON.
Che risolvete di fare?
FLOR.
Ci penserò.
CON.
(Con un sì gran sospetto non farà correre la sua causa.
Avrò tempo da maneggiarmi, e l'avvocato se n'anderà).
(da sé, parte)
SCENA QUARTA
FLORINDO solo.
FLOR.
Dunque Alberto m'inganna? Parla con tanta energia dell'onore, vanta con tanto fasto la illibatezza dell'animo, sostenta con tanta forza la sua sincerità, la sua fede, e poi si lascia così facilmente subornare, si dà così vilmente ad una cieca passione in preda? Anima vile, cuor bugiardo, labbro mendace...
Ma che faccio? Condanno a dirittura il mio difensore col fondamento delle asserzioni d'un suo e mio nemico? Non potrebbe egli tessermi quell'inganno che mi figura dal mio avvocato tessuto? Certo che sì, e con molto maggior fondamento posso temere il Conte, più dell'amico Alberto.
Dunque si lasci ogni rio sospetto e si tratti la causa...
Ma, oh dio! E se fosse vero che Alberto fosse colla mia avversaria contro di me congiurato? Ieri lo vidi col ritratto sul tavolino.
Si turbò, si confuse e addusse dei mendicati pretesti.
La sera lo ritrovo alla conversazione fra Rosaura e Beatrice, ed ora il Conte mi fa sospettare e dell'una e dell'altra.
Questi sospetti uniti insieme formano quasi una certa prova della reità dell'animo del mio avvocato.
Che farò? Che risolvo? Sospenderò la causa.
E poi ricominciarla da capo? Orsù, voglio ritrovare l'amico Lelio.
Vo' fargli la confidenza...
Ma no, Lelio difenderà un avvocato da lui propostomi, e chi sa che Lelio non sia d'accordo? Anch'egli è della conversazione.
Non so che dire, non so che pensare, non so che risolvere.
Quattr'ore mancano ancora al mezzo giorno, e più di otto alla trattazione della causa.
Ci penserò seriamente, mi consiglierò con me stesso, e quand'altro non mi rimanga, farò una risoluzione da disperato.
SCENA QUINTA
Camera d'Alberto in casa di Lelio, con tavolino e scritture.
ALBERTO senza spada e senza cappello, passeggiando con un foglio in mano,
in modo di studiar la causa; poi un SERVITORE
ALB.
Se vede chiara l'intenzion d'Anselmo Aretusi.
L'ha fatto la donazion in tempo che no l'avea fioli.
Se l'avesse avudo fioli, nol l'averia fatta; donca, per la sopravenienza del maschio, xe nulla la donazion.
Mo el padre natural l'ha dada co sta fede al padre adottivo, l'è stada pregiudicata nei beni paterni.
Se questo xe l'obietto, el se resolve con somma facilità...
SERV.
Illustrissimo.
ALB.
Coss'è, amigo!
SERV.
L'illustrissima signora Flaminia, mia padrona, supplica vossignoria illustrissima, se volesse compiacersi di passare nella sua camera, che avrebbe da dirgli una cosa di premura.
ALB.
Cossa fala stamattina la vostra padrona?
SERV.
Sta meglio di molto.
Stanotte non ha avuta febbre.
ALB.
Ho gusto da galantomo.
Son a servirla; ma diseme, caro vecchio, gh'è nissun in camera da ella?
SERV.
Illustrissimo sì, vi sono due signore venute a fare una visita alla padrona.
ALB.
Chi ele ste do signore?
SERV.
Una la signora Beatrice, e l'altra la signora Rosaura.
ALB.
(Siora Beatrice e siora Rosaura?) (da sé) Sentì amigo, diseghe alla vostra padrona che la me compatissa, che son drio a studiar la causa, e che no posso vegnir.
SERV.
Dirò quel che ella mi comanda.
ALB.
Sior Lelio, vostro patron, ghe xelo?
SERV.
Illustrissimo no, è fuori di casa.
ALB.
(Tanto pezo).
(da sé) Diseghe che no la posso servir.
SERV.
Illustrissimo sì.
ALB.
Serrè quella porta.
SERV.
Sarà servita.
(parte e chiude la porta)
ALB.
Cossa vol dir sto negozio? Xe otto dì che son qua in sta casa, non ho mai visto ste do signore vegnir a far visita a siora Flaminia, benché la sia stada tutto sto tempo in letto ammalada.
Le vien stamattina dopo la conversazion de giersera, le me fa chiamar, le me vol parlar? Qua ghe xe qualche mistero.
Siora Rosaura s'è accorta che gh'ho per ella qualche inclinazion, e la vien fursi a tentarme colla speranza de trionfar della mia costanza.
Ma la s'inganna, se la crede de orbarme colla so bellezza.
So per altro che in te le battaglie amorose se venze più facilmente fuggendo che combattendo, onde fuggo l'occasion de vederla, per assicurarme della vittoria.
Tornemo a nu.
Se la donazion fusse fatta dei soli beni acquistadi dal donator, se podaria disputar se de quelli el podeva o nol podeva disponer...
SCENA SESTA
BEATRICE di dentro batte alla porta della camera, e detto.
ALB.
Chi è de là?
BEAT.
Favorisce, signor Alberto? (di dentro)
ALB.
Oh maledetto el diavolo! Le xe qua.
BEAT.
Si contenta ch'io la riverisca per un momento? (come sopra)
ALB.
Padrona, son a servirla.
La xe siora Beatrice; quell'altra, come putta, pol esser che no l'ardissa vegnir.
Con questa posso liberamente parlar.
(apre)
SCENA SETTIMA
BEATRICE, ROSAURA e detto; poi il SERVITORE
BEAT.
È molto circospetto il signor Alberto.
ALB.
La perdoni, giera drio a certe carte.
(Xe qua anca st'altra.
Oh poveretto mi!) (da sé)
ROS.
Il signor Alberto averà saputo che ci era io, e per questo averà fatto serrar la porta.
ALB.
Per dirghe la verità, me figurava de veder stamattina in sta casa tutte le persone del mondo, fora de ella.
ROS.
Non crediate già ch'io sia venuta per voi.
Son venuta a vedere la signora Flaminia.
ALB.
De questo ghe ne son certo; e me stupisso come la se sia degnada de vegnir in te la mia camera.
ROS.
Vi son venuta per compiacere la signora Beatrice.
ALB.
In cossa la possio servir? (a Beatrice)
BEAT.
Se vi do incomodo, vado via.
ALB.
La vede, gh'ho i summari per man.
BEAT.
Non l'avete ancora studiata questa gran causa?
ALB.
Questo xe el zorno del gran conflitto.
ROS.
Questo è il giorno in cui il signor Alberto avrà la gloria di vedermi piangere amaramente.
BEAT.
Poverina! sarebbe una crudeltà troppo barbara.
Direi che avete un cuore di tigre.
(ad Alberto)
ALB.
Ele venude per tormentarme?
BEAT.
No, no, andiamo subito.
Vedo l'accoglimento che voi ci fate.
Non ci esibite nemmen da sedere? Non credeva che gli uomini virtuosi fossero nemici del viver civile.
ALB.
No pensava che le se volesse trattegnir.
BEAT.
Ho una cosa da dirvi.
Ve l'ho da dir così in piedi?
ALB.
La servirò, come la comanda.
Chi è de là?
SERV.
Illustrissimo.
ALB.
Tirè avanti una carega.
ROS.
Ed io starò in piedi?
ALB.
(No so dove che gh'abbia la testa).
(da sé) Tireghene do.
(al Servitore)
BEAT.
E voi non volete sedere?
ALB.
Tireghene tre, quattro, sie.
(alterato, al Servitore)
BEAT.
No, no, basta tre.
Siete molto collerico, signor Alberto.
ALB.
La compatissa.
Stamattina son fora de mi.
BEAT.
Sedete là, signora Rosaura; io sederò qui, e il signor Alberto nel mezzo.
ALB.
(Se vien sior Florindo, stago da frizer).
(da sé) Sentì, quel zovene.
(piano al Servitore) (Se vegnisse el sior Florindo, e che ghe fusse qua ste do zentildonne, avanti de farlo passar, avviseme).
BEAT.
(Ehi, ci siamo intesi, quando vi fo cenno, chiamatemi; vi sarà la mancia).
(piano al Servitore)
SERV.
(Sarà servita).
(piano a Beatrice e parte; poi torna)
BEAT.
Via, sedete, signor avvocato.
(lo fa sedere in mezzo)
ROS.
Se vi dà fastidio la mia vicinanza, mi tirerò più in qua.
ALB.
Ma no, la staga pur salda.
(Me vien caldo e freddo tutto in una volta).
(da sé) E cussì, cossa m'ala da comandar? (a Beatrice)
BEAT.
Io non intendo di comandare, ma di pregarvi.
ALB.
In quel che posso, sarò pronto a servirla.
BEAT.
Vi prego per quella povera sventurata.
ALB.
Mo cara ella, cossa ghe posso far?
BEAT.
Tutto potete, se di lei vi movete a pietà.
ALB.
Più che ghe penso, e manco me vedo in stato de poder far gnente per ella.
BEAT.
Dite che siete ostinato nel volerla vedere precipitata.
ROS.
Eh via, signora Beatrice, non gettate invano il tempo e la fatica.
Il signor Alberto ha dell'avversione per me, ed è superfluo sperare aiuto da una persona che mi odia.
ALB.
No, siora Rosaura, no la odio, no gh'ho dell'avversion per ella; ma son in necessità de defender el so avversario.
BEAT.
Perché siete in questa necessità?
ALB.
Perché per mia desgrazia l'ho cognossù avanti de siora Rosaura, e me son impegnà de defenderlo prima d'aver visto le bellezze dell'avversaria.
BEAT.
Dunque se prima aveste veduto la signora Rosaura, avreste difesa lei e non il signor Florindo?
ALB.
Oh! questo po no.
Non è possibile che mi defenda chi no son persuaso che gh'abbia rason.
Se se trattasse del mio più stretto parente, de mi medesimo, parleria schietto; e per tutto l'oro del mondo, e per qualunque passion, no me metterave mai a defender chi gh'ha torto, colla speranza de far valer i sofismi, le macchine e le invenzion.
ROS.
Eh! dite piuttosto che non avreste intrapreso a difendermi per l'antipatia che avreste avuta colla cliente.
ALB.
Se me fusse lecito dirghe tutto, la poderia assicurarse che anzi una violentissima simpatia me trasporta all'ammirazion del so merito, e alla compassion del so stato.
ROS.
Se aveste compassione di me, non procurereste di rovinarmi.
ALB.
Se fusse in mio arbitrio el renderla felice e contenta, lo farave con tutto el cuor.
BEAT.
(Il discorso mi pare bene inoltrato).
(da sé) Eh, ehm! (si spurga; il Servitore intende il cenno ed entra)
SERV.
Signora, la mia padrona la prega di venir da lei per un momento, che le ha da dire una parola di somma premura.
(a Beatrice)
BEAT.
Vengo subito (s'alza, e il Servitore parte)
ROS.
Se partite voi, vengo anch'io.
(a Beatrice)
BEAT.
No, no, amica; trattenetevi qui per un momento, che subito torno.
ROS.
Farò come volete.
BEAT.
Signor Alberto, ora sono da voi.
ALB.
Siora Beatrice, per amor del cielo, l'abbia carità de mi.
No la me metta in necessità o de precipitarme, o de commetter una mala creanza.
BEAT.
Vi lamentate di me, perché vi lascio con una bella ragazza? Un affronto simile dagli uomini della vostra età si prende per una buona fortuna.
(parte)
SCENA OTTAVA
ALBERTO e ROSAURA
ALB.
(Fortuna de marineri, che vol dir tempesta de mar).
(da sé)
ROS.
Signor Alberto, se vi rincresce di restar meco, partirò subito per compiacervi; ma sappiate che io sono incapace di porre a rischio la vostra e la mia virtù.
ALB.
Cussì credo, cussì argomento dalla so modestia, cussì me persuade quell'aria nobile, che spira dolcemente dal so bel viso.
ROS.
Giacché la sorte ci ha fatto restar soli...
ALB.
Sia sorte, o sia artifizio, non implica gnente affatto.
ROS.
Artifizio di chi?
ALB.
De un'amiga de cuor, interessada per i so vantaggi.
ROS.
Se maliziosa credete la mia condotta, partirò per disingannarvi.
(s'alza)
ALB.
No, la resta pur.
M'ho lassà scampar sta parola, per una spezie de vanità de far cognosser che sul libro del mondo ho letto qualche carta anca mi.
ROS.
Io non so che vi dite.
Parlerò, se vi contentate; partirò, se me l'imponete.
ALB.
La parla: un'incognita forza me obbliga d'ascoltarla.
ROS.
Giacché la sorte, dicevo, ci ha fatto restar soli, vorrei pregarvi a non mi negare una grazia.
ALB.
No la perda el tempo a domandarme de tralassar la difesa de sior Florindo, perché tutto xe buttà via.
ROS.
No, non è questo ch'io voglio chiedervi.
Ma una semplice verità che a voi costa poco, e per me può valere moltissimo.
ALB.
Co no se tratta de offender la delicatezza dell'onor mio, la parla con libertà, e la se comprometta de tutta la mia sincerità.
ROS.
Vorrei che aveste la bontà di dirmi, se le frequenti volte che voi passaste sotto le mie finestre, sia stato mero accidente, oppure desiderio di rivedermi; se gl'inchini che di volta in volta voi mi facevate, erano puri atti di civilià, oppure effetti di qualche piccola inclinazione; se le finezze e le dichiarazioni fattemi ieri sera, sono stati unicamente effetti di mera galanteria, oppure espressioni ed effetti di un cuor parziale, di un cuore che abbia per me concepita qualche cortese stima; qualche generosa passione.
Insomma, se io sono presso di voi una indifferente persona, o se posso lusingarmi di aver meritato, se non il vostro amore, almeno la vostra pietà.
ALB.
Siora Rosaura, me son impegnà de responder sinceramente, onde non posso nasconderghe la mia inclinazion.
Pur troppo dal primo dì che l'ho vista, me son sentio a ferir el cuor.
E quando passava sotto le so finestre, e quando cercava l'occasion de vederla, giera un infermo che andava cercando qualche ristoro al so mal.
Ma oh dio! la scarsezza del balsamo, in confronto della profondità della piaga, no fava che mazormente irritarla e me accresceva el tormento, nell'atto de procacciarme el remedio.
Giersera, oh dio! giersera in che smanie, in che angustie me son trovà! Quei so rimproveri i giera tanti acuti stili, che me trapassava el cuor.
Quelle occhiade, miste de sdegno e de tenerezza, le me strenzeva el petto a segno de no poder respirar.
Vederme in grado de dover comparir nemigo in pubblico de una che adoro in privato, l'è una specie de novo tormento, mai più provà dai omeni, mai più inventà dai demòni, mai più figurà dalla crudeltà dei tiranni.
ROS.
Dunque mi amate?
ALB.
Colla maggior tenerezza del cuor.
ROS.
Questo mi basta.
Faccia ora di me la sorte il peggio che far ne può; soffrirò tutto senza lagnarmi, se certa sono del vostro amore.
ALB.
Sì, cara siora Rosaura, ma la sicurezza del mio amor no pol gnente contribuir al desiderio dei so vantaggi.
La vede, son nella dura costituzion de dover far quanto posso per renderla miserabile; e me pianze el cuor e se me giazza el sangue, co penso ch'el debito della mia onestà vol che butta da banda tutte le belle speranze della mia passion.
ROS.
Vi compatisco più di quello che figurar vi possiate; e benché abbia mostrato d'avere a sdegno la vostra eroica costanza, l'ho internamente approvata; e tanto più vi trovo degno dell'amor mio, quanto più vi vedo impegnato a preferir l'onore all'amore.
Se foste condisceso ad abbandonare il cliente per compiacermi, avrei goduto di mia fortuna, ma non avrei avuta stima pel vostro merito; e amando l'effetto del tradimento, avrei temuto il traditore medesimo.
ALB.
Bei sentimenti, degni de un animo bello come xe el soo! Quanto più m'innamora sta bella virtù de quel bel viso e de quei bei occhi! Siora Rosaura, per amor del cielo, no la tormenta più el mio povero cuor.
ROS.
M'intimate voi la partenza?
ALB.
Ghe raccomando la mia reputazion.
Sto nostro colloquio pien d'eroismo, pien de virtù, sa el cielo come el vegnirà interpretà da chi no sente la frase estraordinaria delle nostre parole.
ROS.
Una sola cosa vi dico, e parto immediatamente.
ALB.
L'ascolto con impazienza.
ROS.
Vi amo e vi amerò fin ch'io viva.
ALB.
E la me vorrà amar, dopo che per causa mia la sarà infelice?
ROS.
Vi amerò appunto per questo, perché resa mi avrà infelice la vostra virtù.
ALB.
Un amor de sta sorte merita una maggior ricompensa.
ROS.
Son nata misera, e morirò sventurata.
ALB.
Vorria consolarla, ma no so come far.
ROS.
(Destino perverso, sorte crudele!) (piange)
ALB.
(La tenerezza me opprime el cuor).
(da sé)
SCENA NONA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Eccomi a voi.
ALB.
(Manco mal; l'è vegnuda a tempo).
(da sé)
BEAT.
Che vuol dire che vi veggo tutti due turbati e sospesi? Rosaura, pare che abbiate le lacrime agli occhi.
ROS.
Cara amica, partiamo.
BEAT.
Già me n'accorgo.
Questo signor avvocato, indurito come un marmo, è inflessibile alle vostre preghiere, alle vostre lacrime.
Vuol trattar la causa, non è egli vero? Vuol difendere il signor Florindo e precipitare la povera signora Rosaura? Ma che? Nemmeno mi rispondete? È questa tutta la vostra civiltà? Che ne dite, Rosaura, è un bell'uomo il signor Alberto? Ma nemmen voi parlate? Cos'è questa novità? Siete due statue? Io non vi capisco.
Volete che ve la dica? mi parete due pazzi, e per non impazzire con voi, vi do il buon giorno, e me ne vado per i fatti miei.
(parte)
SCENA DECIMA
ROSAURA ed ALBERTO
ROS.
Signor Alberto, abbiate compassione di me.
ALB.
La sa in che impegno che son.
ROS.
Non dico che abbiate compassione della mia roba, ma che abbiate compassione di me.
ALB.
Come? In che maniera?
ROS.
Vogliatemi bene.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
ALBERTO, poi FLORINDO ed il SERVITORE
ALB.
Oimè! non posso più.
Oh dio! el mio cuor! Oimè! non posso più respirar.
(si getta a sedere)
SERV.
Aspetti che lo avvisi, e poi entrerà.
(a Florindo, trattenendolo)
FLOR.
Voglio passare.
(sulla porta)
SERV.
Ma questa poi...
FLOR.
Va al diavolo.
(entra a forza; Alberto s'alza)
ALB.
Servo, sior Florindo.
(El l'ha vista, el l'ha incontrada!) (da sé)
FLOR.
Patron mio riverito.
(Posso veder di più? Rosaura nella sua camera a patteggiare il prezzo del tradimento?) (da sé)
ALB.
Coss'è, sior Florindo, cossa vuol dir? Ghe fa spezie aver visto siora Rosaura in te la mia camera? La sappia...
FLOR.
Alle corte, signor Alberto, mi favorisca le mie scritture.
ALB.
Quale scritture?
FLOR.
Tutto quello che ella ha di mio.
I processi, i contratti, le copie, le scritture, i sommari; mi favorisca ogni cosa.
ALB.
M'immagino che la burla.
FLOR.
Ah sì, non mi ricordava.
Prima di ritirare le mie scritture, ho da pagare il mio debito.
Favorisca di dirmi quanto le ho da dare per tutto quello che si è compiaciuta fare per me.
ALB.
Me maraveggio, sior Florindo; mi no pattuisso mercede sulle mie fadighe.
Quando averò trattà la causa, la farà tutto quello che la vorrà.
FLOR.
No, no, non v'è bisogno che vossignoria s'incomodi.
La causa non si disputa più.
ALB.
No? Perché?
FLOR.
Mi voglio accomodare, non voglio arrischiare il certo per l'incerto; si contenti di darmi le mie carte.
ALB.
Sior Florindo, no la tratta né con un sordo, né con un orbo.
Capisso benissimo da che dipende sta novità.
L'aver visto vegnir fora dalla mia camera la so avversaria, accredita quel sospetto che l'aveva concepido contro de mi; ma se el fusse stà presente ai nostri discorsi, l'averia avù motivo de consolarse, vedendo a che grado arriva la mia onestà e la mia fede.
FLOR.
Son persuaso di tutto, ma voglio le mie carte indietro, ma la causa non si tratterà più.
ALB.
Le carte indrio? La causa no se tratterà più? A un omo della mia sorte se ghe fa sto boccon de affronto?
FLOR.
Di me non vi potete dolere; vi ho avvisato per tempo; non solo non vi siete corretto, ma avete fatto peggio: vostro danno.
ALB.
Ah! pur troppo nasse a sto mondo de quei casi, de quei accidenti, dai quali l'omo no se pol defender, e l'animo più illibato, più giusto, comparisse in figura de reo.
Tal son mi, ve lo zuro, ve lo protesto.
Varie apparenze se unisse a farme creder colpevole, ma son innocente, ma son onesto, ma son Alberto, son un omo civil, che no degenera dalla so condizion.
FLOR.
Potrete voi negarmi d'aver della passione e dell'amore per la signora Rosaura?
ALB.
No, stimo tanto la verità, che no la posso negar.
Amo siora Rosaura, come mi medesimo; l'amo con tutto el cuor.
Ma che per questo? Me crederessi capace de tradir el cliente, per favorir una donna che me vol ben? No, sior Florindo, morirò più tosto che commetter una simile iniquità.
FLOR.
Io vi ripeterò a questo passo quello che un'altra volta vi ho detto.
Se le volete bene, vi compatisco.
Ma non conviene che vi arrischiate parlare contro una persona che amate.
ALB.
Se el mio amor verso sta creatura fusse nato avanti che me fusse impegnà con vu, per tutto l'oro del mondo non averave accettà sta causa contra de ella.
Ma l'è nato in un tempo, che za giera impegnà, in un tempo che no me posso sottrar dall'impegno, senza macchia della mia reputazion.
FLOR.
Ma se io ve ne assolvo, non vi basta? Se son pronto pagarvi tutte le vostre mercedi, non siete contento?
ALB.
No me basta, no son contento.
I bezzi no li stimo, d'una causa no fazzo conto, me preme el mio decoro, la mia fama, la mia estimazion.
Cossa diria Venezia de mi, se là tornasse senza aver trattà quella causa, per la qual tutti sa che son vegnudo a Rovigo? La verità se sa presto, e per quanto la vostra onestà procurasse celarla, le male lengue se faria gloria de pubblicarla.
Se diria per le piazze, per le botteghe, per i mezzai11, per i tribunali: Alberto xe vegnù a Venezia senza trattar la so causa.
Perché? Perché el s'ha innamorà della bella avversaria; e el so cliente, diffidando della so onoratezza, della so pontualità, el gh'ha levà le carte, el l'ha cazzà via.
Bell'onor, bella gloria che me saria acquistà a vegnir a Rovigo! Sior Florindo, no sarà mai vero che parta da sto paese senza trattar sta causa, che me sta tanto sul cuor.
FLOR.
Basta, per oggi non si tratterà più; per l'avvenire ci penseremo.
ALB.
Come! No la se tratterà più? No xela deputada per ancuo dopo disnar?
FLOR.
Io sono andato dal signor giudice a levar l'ordine, e l'ho pregato di far notificare la sospensione all'avvocato avversario.
ALB.
L'alo mandada a notificar?
FLOR.
Non vi era il messo, ma prima del mezzogiorno sarà notificata.
ALB.
Ah! sior Florindo, za che gh'è tempo, remediemo a sto gran desordene, impedimo sta sospension, lassemo correr la trattazion della causa.
Per un sospetto, per un pontiglio, per un'idea insussistente e vana no se precipitemo tutti do in t'una volta, no femo rider i nostri nemici.
FLOR.
Tant'è, ho risoluto così.
I miei non sono sospetti vani, ma ho in mano la sicurezza che mi volete tradire.
ALB.
Oimè! Cossa sentio? Oh! che stoccada al mio cuor! Se in altra occasion me vegnisse fatta un'offesa de sta natura, farave tornar la parola in gola a chi avesse avudo la temerità de pronunziarla; ma in sta contingenza, in sto stato nel qual me trovo, bisogna che ve prega, che ve supplica a dirme con qual fondamento me podè creder un traditor.
FLOR.
Tutte le apparenze vi dimostrano tale, ma poi il signor Conte istesso mi assicura che avete patteggiato con la signora Rosaura di precipitar la mia causa, per acquistarvi la di lei grazia.
ALB.
Ah infame! ah scellerato! Se un zuramento no me impedisse parlar, ve faria inorridir, rappresentandove con che massime, con che progetti quell'anema negra ha tentà de sedurme.
E vu vorrè, sior Florindo, creder a lu che ve xe nemigo, più tosto che a mi, che son el vostro avvocato?
FLOR.
Per non far torto a nessuno, sospenderò di creder tutto, ma la causa non si tratterà.
ALB.
Se no se tratta sta causa, son rovinà.
FLOR.
Ma io vi parlo schietto.
Non voglio arrischiarmi di perderla, con questi dubbi che ho nella mente.
ALB.
No ve dubitè, no la perderemo.
Sta volta la causa xe tanto chiara, che ve prometto pienissima la vittoria.
FLOR.
E se si perde?
ALB.
Se la se perde per causa mia, me esibisso mi pagar tutte le spese del primo giudizio e dell'appellazion.
Son pronto a farve un obbligo, e vegnì qua, che ve lo fazzo subito, se volè.
Se dell'obbligo no ve fidè, ve darò in pegno tutto quello che gh'ho.
Le spese della causa no se pol estender a tanto, ma n'importa, ve darò anche la camisa, ve darò el cuor, purché se salva el mio decoro, la mia reputazion.
Caro sior Florindo, omo onesto, omo da ben, abbiè compassion de mi.
Son qua a pregarve che me lassè trattar sta causa, che me lassè resarcir quella macchia che l'accidente, ma più la malizia d'un impostor, ha impressa sull'onorata mia fronte.
L'unico patrimonio dell'omo onesto xe l'onor; l'onor xe el capital più considerabile dell'avvocato.
Più se stima un omo onesto, che un omo dotto.
No me levè sto bel tesoro, custodìo con tanto zelo nell'anima; andè dal giudice, retrattè la sospension, lassè che corra la causa, fideve de mi, credeme a mi, che più tosto moriria mille volte che sporcar con azion indegne la mia nascita, el mio decoro.
Ve prego, ve supplico, ve sconzuro.
SCENA DODICESIMA
LELIO e detti.
FLOR.
(Ah! sì, mi sento portato a credergli.
Sarebbe troppo scellerato, se mi tradisse).
(da sé)
LEL.
Amico, che avete che mi parete assai mesto? Che è ciò che tanto vi preme, che abbiate a chiedere con tanta forza? con sì gran calore?
ALB.
Ve dirò; giera qua che me parecchiava alla disputa.
Me figurava de esser davanti al giudice, e infervorà nella conclusion della renga, domandava giustizia alla rason, alla verità.
LEL.
Questo è troppo, perdonatemi.
Bisogna guardarsi da certe caricature.
ALB.
Bravo, disè ben, lo so anca mi.
Ma a logo e tempo bisogna valerse dei mezzi termini.
E sta volta la mia disputa giera d'un certo tenor, che bisognava terminarla cussì.
FLOR.
Signor Alberto, la vostra disputa non mi dispiace.
Vado a confermare al giudice la trattazione per oggi.
ALB.
Sia ringrazià el cielo.
No vedo l'ora de far conosser al mondo chi son.
LEL.
Tutti sanno che siete un bravo oratore.
ALB.
Eh! amigo, spero far cognosser una cossa che preme più.
LEL.
Io non v'intendo.
FLOR.
L'intendo io, e tanto basta.
Dopo pranzo sarò da voi.
ALB.
Songio siguro?
FLOR.
Sicurissimo.
ALB.
Sieu benedetto.
Tolè, che ve lo dago de cuor.
(gli dà un bacio)
FLOR.
(Se il Conte mi ha ingannato, me ne renderà conto).
(parte)
SCENA TREDICESIMA
ALBERTO e LELIO
LEL.
Amico, ora che siamo soli, mi voglio sgravare di un peso che ho sullo stomaco.
Per Rovigo si è sparsa la voce che voi siate innamorato della signora Rosaura, e ciò mi dispiace infinitamente, mentre, se ciò fosse, io ne sarei la cagione, per avervi condotto in conversazione con lei.
ALB.
Veramente savè che mi v'ho pregà de lassarme a casa, e vu a forza m'avè volesto obbligar de vegnir con vu.
Ve aveva confidà avanti, che me piaseva siora Rosaura, ma siccome non aveva parlà longamente con ella, e non aveva scoverto el so cuor, giera in un stato da poderla trattar con indifferenza.
Ve confesso la verità; la conversazion de giersera, el colloquio de stamattina, m'ha fenio intieramente d'innamorar.
LEL.
Dunque, come anderà la causa?
ALB.
Benissimo, se piase al cielo.
LEL.
La tratterete con tutto l'impegno a favor del vostro cliente?
ALB.
La saria bella! Son qua per quello.
LEL.
E parlerete contro la vostra bella?
ALB.
Senza una immaginabile difficoltà.
LEL.
Ma si può far questa cosa? Si può agire contro una persona che si ama?
ALB.
Se pol benissimo.
LEL.
Come? Caro amico, spiegatemi il modo con cui ciò si può fare, perché io non ne son persuaso.
ALB.
Ve lo spiegherò in do maniere: moralmente e fisicamente.
Moralmente, rispetto a mi, considerando el mio dover, no me lasso regolar dall'affetto, ma dalla prudenza; e trovandome in un impegno dal qual nome posso sottrar senza smacco e senza pericolo della mia reputazion, fazzo che la virtù trionfa del senso inferior.
Fisicamente ve digo che xe diverse le passion de l'omo, che operando una, l'altra cede, che piena la fantasia d'una forte impression verso un oggetto, no ghe resta logo per rifletter sora d'un altro.
Altro xe operar per accidente, altro xe operar per mistier.
Se mi no fusse avvocato, no saveria e no poderia parlar contra una persona che amo; ma facendolo per profession, parlo per uso e per costume, e monto in renga per far el mio debito, senza rifletter alle mie passion.
LEL.
Bellissimo è il vostro sistema; non so però se venga comunemente abbracciato.
ALB.
Tutti i omeni d'onor se regola in sta maniera.
Quando vedè un avvocato in renga, disè pur francamente: quell'orator xe tanto trasformà nella persona del so cliente, che l'è incapace d'una minima distrazion.
LEL.
Ammirerò con sentimento di giubilo questa vostra magnanima azione.
ALB.
No gh'averò gnente de merito a far el mio dover.
LEL.
Mi dispiace per altro infinitamente aver dato motivo al vostro cuore di qualche pena.
Credetemi, l'ho fatto innocentemente, e ve ne chiedo scusa di cuore.
ALB.
Se in tutte le operazion se vedesse le conseguenze, l'omo no falleria cussì spesso.
LEL.
Non mi mortificate d'avvantaggio.
Ne provo una pena non ordinaria.
ALB.
Mah! l'è cussì.
Chi non conversa è salvadego.
Chi conversa, precipita.
Felice el mondo, se se usasse per tutto delle oneste e savie conversazion, composte de zente dotta, prudente e de sesso egual.
Queste xe quelle che rende profitto ai omeni, decoro alle città, bon esempio alla zoventù.
Da queste vien fora quei grand'omeni, pieni de bone massime e de dottrina, nati a posta per el pubblico e privato ben.
El studio no profitta tanto, quanto l'uso delle oneste e dotte conversazion.
Studiando se impara con fadiga e con pena, conversando se impara con facilità e con piaser, perché unendose quel utile dulci, tanto commendà da Orazio, l'omo se istruisce nell'atto medesimo che el se diverte.
Ma le massime de bona educazion le m'ha trasportà a segno, che più no me recordava della mia causa.
Cussì quando tratterò la mia causa, sarò trasportà intieramente in quella; e dopo, sollevà dalla grand'azion, che requirit totum hominem, pol esser che me lassa allettar dall'amor, che xe la più forte, la più violenta passion della nostra miserabile umanità.
(parte)
LEL.
Il signor Alberto ha fatto più profitto sovra il mio spirito con queste quattro parole, che non avrebbero fatto dieci maestri uniti assieme.
Più volentieri si ode un amico, di un precettore; e più facilmente s'insinuano le correzioni amorose, di quello facciano le strepitose.
Questo è quello che si guadagna a praticar degli uomini dotti; sempre s'impara qualche cosa di buono.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Camera della conversazione in casa di Beatrice, con tavolini e candelieri: il tutto in confuso,
rimasto così dopo la conversazione della sera innanzi.
COLOMBINA ed ARLECCHINO
COL.
Ecco qui, siamo sempre alle medesime.
Da ieri sera in qua non hai fatto nulla.
Le sedie, i tavolini, i candelieri, le carte, tutto in confuso.
ARL.
A ti, che te piase la pulizia, perché no t'è vegnù in testa d'accomodar, de nettar, de destrigar e de no vegnirme a seccar?
COL.
Pezzo d'animalaccio! Ho da far tutto io?
ARL.
Mi la mia parte la fazzo in cusina.
COL.
Via dunque, prendi quei candelieri, e valli a ripulire.
ARL.
Ben, mi netterò i candelieri, e ti ti farà el resto.
COL.
Io raccoglierò le carte.
(s'accostano tutti due al tavolino)
ARL.
Olà! (alza un candeliere, e vi trova sotto li due zecchini, lasciati da Alberto)
COL.
Che cosa c'è? (se ne accorge)
ARL.
Niente.
(li vuol nascondere)
COL.
Hai trovati dei denari: sono a metà.
ARL.
Chi trova, trova; questa l'è roba mia.
COL.
Due zecchini? Uno per uno.
ARL.
De questi no ti ghe ne magni.
L'è roba mia.
COL.
Non è vero.
Le mance e queste cose si spartono fra la servitù.
ARL.
Mi no so de tanto spartir.
Chi trova, trova.
COL.
Lo dirò alla padrona.
ARL.
Dillo a chi ti vol.
Sti do zecchini i è mii.
COL.
Non è vero.
Toccano metà per uno.
La vedremo.
ARL.
Sì.
La vederemo.
COL.
Voglio il mio zecchino, se credessi di fare una lite.
ARL.
No te lo dago, se credesse de farme impiccar.
SCENA QUINDICESIMA
Il DOTTORE BALANZONI e detti.
DOTT.
Chi è qui? Vi è mia nipote?
COL.
Signor no; è uscita di casa colla mia padrona.
Non sono ancora ritornate.
DOTT.
L'ora s'avanza.
Abbiamo da pranzare; dopo desinare corre la causa, e questa signora non si vede.
COL.
Mi dai il mio zecchino? (ad Arlecchino)
ARL.
Signora no.
COL.
Sei un ladro.
ARL.
Son un galantomo.
Sel te vegnisse, te lo daria.
COL.
Mi tocca assolutamente.
Aspetta.
Signor Dottor, ella che è avvocato, favorisca decidere una contesa che verte fra di noi.
ARL.
La favorissa dir la so opinion, ma senza paga.
DOTT.
Dite pure; m'immagino che sarà cosa di gran rilievo! Frattanto verrà Rosaura.
COL.
Sappia, signor Dottore...
ARL.
Lasseme parlar a mi.
La sappia, sior avvocato, che sti do zecchini i è mii...
COL.
Non è vero, toccano metà per uno.
ARL.
Non è vero niente.
DOTT.
Parlate uno alla volta, se volete che io v'intenda.
COL.
Arlecchino ha ritrovati due zecchini sotto un candeliere.
Sono stati lasciati da un tagliatore, per mancia della servitù; dunque sono metà per uno.
ARL.
Non è vero.
Chi trova, trova.
COL.
Noi facciamo tutte le cose della casa assieme, e anche l'utile deve essere a metà.
ARL.
Non è vero che femo le cosse assieme, perché mi dormo nel mio letto, e Colombina nel suo.
COL.
Dica, signor Dottore, chi ha ragione?
ARL.
Quei zecchini no eli mii?
DOTT.
Via, da buoni amici, da buoni compagni: uno per uno.
COL.
Senti? (ad Arlecchino)
ARL.
No ghe stago.
COL.
L'ha detto un dottore.
ARL.
L'è un ignorante.
DOTT.
Temerario!
SCENA SEDICESIMA
Il CONTE OTTAVIO e detti.
CON.
Che cosa c'è? Si grida?
DOTT.
Quel temerario mi ha perduto il rispetto.
COL.
Briccone! Non lo conosci?
ARL.
El dis che sti do zecchini, che ho trovà sotto el candelier, li ho da spartir con Colombina.
CON.
Lascia vedere quei due zecchini.
ARL.
Eccoli qua, li ho trovadi mi.
COL.
Sono metà per uno.
CON.
Questi sono li due zecchini che avevo io ieri sera; sono miei, e voi altri andate al diavolo.
ARL.
Come!...
COL.
L'ho caro; né tu, né io.
DOTT.
Ecco terminata la lite.
ARL.
Sior Conte, i mi do zecchini.
CON.
Se parli, ti bastono.
ARL.
Maledetta Colombina! per causa toa; ma ti me la pagherà.
(parte)
COL.
Sì, ho piacere che non li abbia colui.
Signor Conte, m'immagino che li avrà presi per darli a me.
CON.
Eh, non mi seccate.
COL.
(Spiantataccio! Fanno così costoro.
Vanno alle conversazioni per iscroccare, e giuocano per negozio).
(da sé, parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Il CONTE OTTAVIO e il DOTTORE
DOTT.
(Questo signor Conte è di buon stomaco).
(da sé)
CON.
Dov'è la signora Rosaura?
DOTT.
Non lo so.
È fuori con la signora Beatrice, e sono qui ancor io che l'aspetto.
CON.
Ebbene, corre oggi la causa?
DOTT.
Sì, signore, senz'altro.
CON.
Avevo inteso dire che era rimasta sospesa.
DOTT.
Lo stesso avevo sentito anch'io; ma poi il notaro due ore sono, mandommi ad avvertire che la causa corre.
CON.
(Dunque Florindo non ha abbadato alle mie parole).
(da sé) Che cosa sperate voi di questa causa?
DOTT.
Io spero bene, ma l'esito è sempre incerto; volevo parlar col giudice, ed egli privatamente non ha voluto ascoltarmi.
CON.
Credete voi che prema questa causa alla signora Rosaura?
DOTT.
Certamente le deve premere.
Si tratta di tutto.
CON.
Eh! so io che cosa le preme.
DOTT.
Che cosa?
CON.
Ci burla tutti.
DOTT.
Come?
SCENA DICIOTTESIMA
BEATRICE, ROSAURA e detti.
BEAT.
Riverisco lor signori.
CON.
Schiavo suo.
DOTT.
Ben tornata, la mia signora nipote.
Mi pare che sia tempo di andare a casa.
ROS.
Caro signor zio, fatemi il piacere, per oggi lasciatemi a pranzo colla signora Beatrice.
DOTT.
Signora no, certamente.
Oggi si tratta la causa, e voi avete a venire con me al tribunale.
ROS.
Io? Che ho da fare al tribunale? Compatitemi, non ci voglio venire.
CON.
Eh sì, andate, che le vostre bellezze faranno più del vostro avvocato.
DOTT.
Io non ispero nessuno avvantaggio dalla presenza di mia nipote, ma questo è lo stile di questo foro.
I clienti, quando possono, devono personalmente intervenire.
ROS.
Con qual fronte volete che io sostenga in pubblico la presenza del giudice e gli occhi de' circostanti? Io non sono avvezza.
CON.
Poverina! Temete la presenza del giudice, gli sguardi de' circostanti? Vi consoleranno gli occhi dell'avvocato avversario.
ROS.
(Sfacciato!) (da sé)
DOTT.
Come? Vi è qualche novità?
CON.
Oh sì, signore, la vostra cliente, la vostra nipote congiura contro di voi, contro di me e contro di se medesima.
DOTT.
Ma perché?
CON.
Perché è innamorata del veneziano.
DOTT.
È egli vero? (a Rosaura)
CON.
Non la vedete? Col suo silenzio approva le mie parole.
Io vi consiglio, signor Dottore, d'andare avanti al giudice, rappresentar questo fatto di cui ne sarò io testimonio, e sospendere la trattazion della causa.
(O per una via, o per l'altra, voglio veder se mi riesce di coglier tempo).
(da sé)
DOTT.
Dirò, signor Conte, se vado dal giudice con questa ciarla, ho timore di farmi ridicolo.
Sia pur la cliente innamorata, se vuole, del suo avversario, le ragioni le ho da dire io, la causa la maneggio io, onde, con sua buona grazia, la causa ha da andare innanzi.
CON.
Siete un uomo poco prudente.
Andate, trattatela, perdetela; ma vi protesto, che se Rosaura rimane spogliata, se non ha i ventimila ducati, straccio il contratto, annullo l'impegno, e non è degna di essere mia consorte.
(parte)
ROS.
(Ora principio a desiderare di perder la causa e di rimaner miserabile).
(da sé)
BEAT.
Povera signora Rosaura, la volete sagrificare.
Il Conte non la può vedere.
(al Dottore)
DOTT.
Quanti matrimoni si son fatti senza amore e senza inclinazione; eppure col tempo si sono accomodati.
Non è una bella cosa il diventare contessa?
ROS.
La pace del cuore val più de' titoli e delle ricchezze.
Se vinco la causa, se sposo il Conte, vedrete, signore zio, il miserabile frutto delle mie fortune.
Stare con un marito che s'odia? Vedersi tutto dì d'intorno un oggetto che si aborrisce? Averlo da obbedire, da amare, da accarezzare? È una pena che non v'ha la simile nell'inferno.
Povere donne! Se alcuna mi sentisse, di quelle che dico io, piangerebbero meco per compassione, e consiglierebbero i padri, i congiunti delle povere figlie, a non disporre tirannicamente di loro, a non sagrificare il cuore di una fanciulla all'idolo dell'ambizione o dell'interesse.
(parte)
DOTT.
Quando si tratta di disputare l'articolo della libertà, le donne ne san più dei dottori; ma non ci sarà nessun giudice che dia loro ragione, non essendo giusto di preferire una vana passione al decoro e all'utile delle famiglie.
(parte)
BEAT.
Chi sente lei, ha ragione, chi sente lui, non ha torto.
È vero che tutte le sentenze in questo proposito uscirebbero contro di noi.
Ma perché? Perché i giudici sono uomini; che se potessero giudicare le donne, oh! si sentirebbero dei bei giudizi a favore del nostro sesso.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera del giudice, con tre tavolini e varie sedie.
ALBERTO in abito nero.
Un Sollecitatore con delle scritture.
Un Servitore col ferraiuolo dell'Avvocato sul braccio, che resta indietro.
FLORINDO e LELIO
FLOR.
Questi nostri avversari ancor non si vedono.
ALB.
Xe ancora a bonora.
La varda, vinti ore adesso.
LEL.
Mi dispiace che non abbiate voluto desinare.
ALB.
Co parlo dopo pranzo, no magno mai.
FLOR.
Ecco gli avversari.
ALB.
Mettemose al nostro logo.
(ognuno prende il suo posto) Sior Lelio, comodeve dove che volè.
LEL.
Sto qui ad ammirare la vostra virtù.
(si pone in disparte)
SCENA SECONDA
Il DOTTOR BALANZONI con delle scritture.
ROSAURA col velo su gli occhi,
vestita modestamente, un Sollecitatore e detti.
(Si salutano tutti fra di loro.
Rosaura non guarda Alberto, né Alberto Rosaura.
Il Dottore dà ad essa la mano, e la fa sedere sulla banca.
Poi siede col suo Sollecitatore al fianco.
Poi viene il GIUDICE in toga, il NOTARO, il COMANDADOR, ed il LETTORE.
Tutti s'alzano.
(Il Giudice va a sedere nel mezzo.
Il Notaro da una parte.
Il Comandador in piedi dietro al Giudice.
Il Lettore in piedi, presso il tavolino del Giudice, dalla parte del Dottor Balanzoni.)
GIUD.
(Suona il campanello)
DOTT.
(S'alza) Siamo, qui, illustrissimo signore, per definire la causa Balanzoni e Aretusi.
Vossignoria illustrissima non ha voluto leggere la mia scrittura di allegazione, comandi dunque: che cosa ho da fare?
GIUD.
Non ho voluto leggere la vostra scrittura d'allegazione in questa causa, perché io, secondo il nostro stile, non ricevo informazioni private.
Le vostre ragioni le avete a dire in contradditorio.
DOTT.
Le mie ragioni sono tutte registrate in questa scrittura; se vossignoria illustrissima la vuol leggere...
GIUD.
Non basta che io la legga; l'ha da sentire il vostro avversario.
Se volete, vi è qui il lettore che la leggerà.
DOTT.
Se si contenta, la leggerò io.
GIUD.
Fate quel che vi aggrada.
(Il Lettore va dall'altra parte e si pone a sedere indietro.
Il Dottore siede, e legge la scrittura d'allegazione.
Alberto colla sua penna da lapis va facendo le sue annotazioni.
Rosaura con gli occhi bassi mai guarda Alberto, né egli mai Rosaura)
DOTT.
(Legge)
RHODIGIENSIS DONATIONIS
PRO DOMINA ROSAURA BALANZONI
CONTRA DOMINUM FLORINDUM ARETUSI
Illustrissimo Signore
Se è vero, come è verissimo in jure, che unusquisque rei suae sit moderator et arbiter, onde ognuno delle sue facoltà possa a suo talento disporre, vero sarà e incontrastabile che il fu signor Anselmo Aretusi, padre del signor Florindo, avversario in causa, avrà potuto beneficare colla sua donazione la povera ed infelice Rosaura Balanzoni, che col mezzo della mia insufficienza chiede al tribunale di vossignoria illustrissima della donazione medesima la plenaria confermazione, previa la confermazione della sentenza a legge, giustamente a nostro favore pronunciata.
Nell'anno 1724, il fu signor Anselmo Aretusi pregò il fu Pellegrino Balanzoni, padre di questa infelice, che a lui la concedesse per figlia adottiva, giacché dopo dieci anni non aveva avuta prole alcuna dal suo matrimonio.
Pellegrino Balanzoni aveva tre figlie, e per condiscendere alle istanze d'Anselmo, si privò di questa, per contentare l'amico; onde eccola passata dalla podestà del padre legittimo e naturale a quella del padre adottivo: Quia per adoptionem acquiritur patria potestas.
Per prezzo, o sia remunerazione, d'avergli il padre naturale ceduta la propria figlia, e in tal maniera consolato il di lui dolore per la privazione di prole, fece una donazione alla figlia adottiva di tutti i suoi beni liberi, ascendenti alla somma di ventimila ducati, riserbandosi di testare mille ducati per la validità della donazione.
Se morto fosse il padre adottivo senza figliuoli del suo matrimonio nati, non vi sarebbe chi contendesse alla donataria i beni liberi del donatore, ma essendo nato due anni dopo il signor Florindo avversario, egli impugna la donazione, la pretende nulla e di niun valore, e ne domanda revocazione, o sia taglio.
Ecco l'articolo legale: se si sostenga la donazione a favore della donataria, non ostante la sopravvenienza del figlio maschio del donatore.
A prima vista pare che io abbia a temere la decisione alla mia cliente contraria, fondandosi gli avversari sul testo: Per supervenientiam liberorum revocatur donatio.
Lege: Si unquam, Codice de revocandis donationibus.
Ma esaminando minutamente il contratto della donazione, le circostanze e le conseguenze, spero di ottenere dalla sapienza del giudice favorevole la sentenza.
Varie ragioni, tutte fortissime e convincenti, m'inducono ad assicurarmi della vittoria.
Prima di tutto è osservabile che quando seguì la donazione di cui si tratta, erano passati dodici anni di matrimonio del donatore, senza aver mai avuti figliuoli, onde si potea persuader ragionevolmente di non più conseguirne.
Con questa fede il padre suo naturale si è privato della sua tenera figlia, e senza la previa donazione non gliel'avrebbe concessa.
Ma, più forte, per causa di questa donazione il padre naturale ha collocate le altre due figlie decentemente, né di questa ha fatto menzione.
Ha loro distribuite le sue sostanze, ed affidatosi che la terza fosse provveduta coi beni del donatore, è morto senza lasciare alcun benché minimo provvedimento, onde, se Rosaura perde la causa, resta miserabile affatto, destituta di ogni soccorso, senza dote, senza casa e senza alimenti.
All'incontro il signor Florindo avversario, se perde, come perderà senz'altro, i ventimila ducati, gli resta la dote materna, consistente in ducati cinquemila, gli restano i fideicommissi ascendentali che ammontano a più di trentamila ducati, come si giustifica nel processo, che avrà vossignoria illustrissima bastantemente osservato.
Tutte le ragioni dette finora, cavate dalle viscere della causa e dalle verità de' fatti provati, potrebbero bastare per indur l'animo del sapientissimo giudice a pronunciare il favorevole decreto; ma siccome noi altri jurisconsulti erubescimus sine lege loqui, e gridano le leggi: quidquid dicitur, probari debet, mi dispongo a provare colle autorità quanto finora ho allegato.
La donazione si sostiene, perché: Donatio perfecta revocari non potest.
Clarius in paragrapho donatio, quaestione prima, numero tertio.
Né osta l'obbietto: per supervenientiam liberorum revocatur donatio.
Perché ciò s'intende quando la donazione è fatta all'estraneo, non quando è fatta al figliuolo.
Lege: Si totas, Codice de inofficiosis donationibus.
Sed sic est, che la presente donazione è stata fatta alla figlia adottiva; quae per adoptionem aequiparatur filio legitimo et naturali, ergo la donazione non è revocabile.
Ma per ultimo mi sono riserbato il più forte argomento per abbatter tutte le ragioni dell'avversario.
La donazione di cui si tratta, benché abbia aspetto di donazione inter vivos, ella però, riguardo all'effetto di essa, verificabile tantum post mortem donatoris, è più tosto una donazione causa mortis, ut habetur ex hoc titulo de donationibus causa mortis.
La donazione causa mortis habet vim testamenti.
Lege secunda in verbo legatum, Digestis, de dote praelegata.
Ergo se non si sostenesse come donazione, si sosterrebbe in vigore di testamento.
È vero che mens hominis est ambulatoria usque ad ultimam vitae exitum: ma appunto per questo, perché morendo il donatore non ha revocata la donazione, ha inteso che quella sia l'ultima sua volontà, la quale si deve attendere ed osservare.
Concludo adunque che la donazione non è revocabile, che la donataria merita tutta la compassione, e che unita questa alla giustizia nell'animo di vossignoria illustrissima, mi fa, come diceva a principio, esser sicuro della vittoria.
(fa una reverenza al Giudice)
ALB.
(S'alza, dà alcune carte al Lettore, che s'alza e s'accosta al tribunale)
(Rosaura alza gli occhi, e vedendo Alberto in atto di parlare, fa un atto di disperazione e si asciuga gli occhi col fazzoletto)
(Alberto la vede, incontrandosi a caso cogli occhi nel di lei volto.
Fa anch'egli un atto d'ammirazione.
Poi mostra di raccogliersi, e principia la disputa)
ALB.
Gran apparato de dottrine, gran eleganza de termini ha messo in campo el mio reverito avversario; ma, se me permetta de dir, gran disputa confusa, gran fiacchi argomenti, o per dir meggio, sofismi.
Responderò col mio veneto stil, segondo la pratica del nostro foro, che val a dir col nostro nativo idioma, che equival nella forza dei termini e dell'espression ai più colti e ai più puliti del mondo.
Responderò colla lezze alla man, colla lezze del nostro Statuto, che equival a tutto el codice e a tutti i digesti de Giustinian, perché fondà sul jus de natura, dal qual son derivade tutte le leggi del mondo.
No lasserò de responder alle dottrine dell'avversario, perché me sia ignoti quei testi o quei autori legali, dai quali dottamente el le ha prese, perché anca nualtri, e prima de conseguir la laurea dottoral, e dopo ancora, versemo sul jus comun, per esser anca de quello intieramente informadi, e per sentir le varie opinion dei dottori sulle massime della giurisprudenza.
Ma lasserò da parte quel che sia testo imperial, perché avemo el nostro veneto testo, abbondante, chiaro e istruttivo, e in mancanza de quello, in qualche caso, tra i casi infiniti che son possibili al mondo, dal Statuto o non previsti o non decisi, la rason natural xe la base fondamental sulla qual riposa in quiete l'animo del sapientissimo giudice; avemo i casi seguidi, i casi giudicadi, le leggi particolari dei magistrati, l'equità, la ponderazion delle circostanze, tutte cosse che val infinitamente più de tutte le dottrine dei autori legali.
Queste per el più le serve per intorbidar la materia, per stiracchiar la rason e per angustiar l'animo del giudice, el qual, non avendo più arbitrio de giudicar, el se liga e el se soggetta alle opinion dei dottori, che xe stadi omeni come lu, e che pol aver deciso cussì per qualche privata passion.
Perdoni el giudice se troppo lungamente ho desertà dalla causa, credendo necessario giustificarme a fronte d'un avversario seguace del jus comun, e giustissima cossa credendo dar qualche risalto al nostro Veneto Foro, el qual xe respettà da tutto el resto del mondo, avendo avudo più volte la preferenza d'ogni altro foro d'Europa, per decider cause tra principi e tra sovrani.
Son qua, son alla causa e incontro de fronte la disputa dell'avversario.
Sta bella disputa, fatta da mio compare Balanzoni con tutto el so comodo, senza scaldarse el sangue e senza sfadigar la memoria, la stimo infinitamente; ma, per dir la verità, quel che più stimo e considero in sta disputa, o sia allegazion dell'avversario, xe l'artificio col qual l'ha cercà de confonder la causa, de oscurar el ponto, acciò che no l'intenda né el giudice, né l'avvocato.
Ma l'avvocato l'ha inteso, e el giudice l'intenderà.
(il Dottore si va scuotendo)
Coss'è, compare? Menè la testa? M'impegno che in sta causa no ghe n'avè un fil de sutto12.
A mi.
Coss'ela sta gran causa? Qual elo sto gran ponto de rason13? Xelo un ponto novo? Un ponto che no sia mai stà deciso? El xe un ponto del qual a Venezia un prencipiante se vergogneria de parlarghene in Accademia14.
La senta e la me giudica su sta verità, dipendente da un'unica carta che el mio reverito sior Balanzoni non ha avudo coraggio de lezer, e che mi a so tempo ghe lezerò.
El sior Anselmo Aretusi, padre del mio cliente, dies'anni l'è stà maridà senz'aver prole; el chiamava desgrazia quel che tanti e tanti chiamarave fortuna, e el desiderava dei fioli per aver dei travaggi.
L'ha trovà un amigo che gh'aveva una desgrazia più grande della soa, perché el gh'aveva tre fie15, che ghe dava da sospirar.
El ghe n'ha domandà una per fia de anema16, e lu ghe l'ha dada volentierissimo, e el ghe l'averave dae tutte tre, se l'avesse podesto.
Anselmo tol in casa sta piccola bambina, dell'età de tre anni, el s'innamora in quei vezzi innocenti che xe propri de quell'età, e do anni dopo el se determina a farghe una donazion general de tutti i so beni.
Ma la senta con che prudenza, con che cautela e con che preambolo salutar l'omo savio e prudente ha fatto sta donazion; e qua la me permetta che, prima de trattar el ponto, prima de considerar i obietti dell'avversario, ghe leza quella carta che xe la base fondamental della causa, quella donazion che ha omesso, forsi non sine quare, de lezer el mio avversario, e che la mia ingenuità xe in impegno de farghe prima de tutto considerar.
Animo, sior lettor; chiaro, adasio e pulito: contratto de donazion a carte 4.
LETT.
Addì 24 Novembre 1725, Rovigo.
(legge caricato nel naso)
ALB.
(Fa un atto d'ammirazione sentendolo difettoso) Bravo, sior sgnanfo17, tirè de longo.
LETT.
Considerando il nobile signor Anselmo Aretusi che in dieci anni di matrimonio non ha avuto figliuoli...
ALB.
Considerando che in dieci anni di matrimonio non ha avuto figliuoli.
Via mo, da bravo.
LETT.
E temendo morire...
ALB.
E temendo morire...
LETT.
Senza sapere a chi lasciare le sue facoltà...
ALB.
E temendo morire senza sapere a chi lasciare le sue facoltà.
Anemo, compare sgnanfo.
LETT.
Avendo preso per figlia d'anima...
ALB.
Per figlia d'anima...
La fia d'anema vol portar via l'eredità a quello che xe fio del corpo? Bella da galantomo.
Avanti.
LETT.
La signora...
(non sa rilevare la parola che segue)
ALB.
Via, avanti.
LETT.
La signora...
ALB.
La signora...
(lo carica) Tireu avanti, o lezio mi?
LETT.
La signora...
Rocaura Balanzoni.
ALB.
Cossa diavolo diseu? O quei vostri occhiali fa scuro, o vu no savè lezer, compare.
Lassè veder a mi.
Compagneme coll'occhio, se digo ben.
(prende esso i fogli) Avendo presa per figlia d'anima la signora Rosaura Balanzoni, a quella ha fatto e fa donazione di tutti i suoi beni, liberi presenti e futuri, mobili e stabili.
Tegnì saldo, basta cussì.
(rende i fogli al Lettore)
El donator porlo spiegar più chiaramente la so intenzion? Ghe rincresce non aver fioi, el dubita de morir senza eredi, per questo el dona i so beni alla fia d'anema; ma se el gh'aveva fioi, nol donava, ma se el gh'averà fioi, sarà revocada la donazion.
Mo! nol l'ha revocada.
Se nol l'ha revocada lu, l'ha revocada la lezze.
Cossa dise la lezze? Che se el padre donando pregiudica alla ragion dei fioi, no tegna la donazion.
Sta donazion pregiudichela alla rason del fio del donator? Una bagattella! la lo despoggia affatto de tutti i beni paterni.
Mo! dise l'avvocato avversario, el gh'ha la dote materna, el gh'ha i fideicommessi ascendentali, el xe aliunde provvisto.
Questi no xe beni paterni; questi nol li riconosce dal padre, ma dalla madre e dai antenati.
I beni paterni xe i beni liberi, nei quali i fioli i gh'ha el gius della legittima, e el padre senza giusta causa no li pol eseredar.
Ma come sto bon padre voleva eseredar un so fio, se el se rammaricava non avendo fioi e se el desiderava un erede? A fronte de una legge cussì chiara, cussì giusta, cussì onesta, cussì natural, no so cossa che se possa dir in contrario.
Eppur xe stà dito.
El dotto avvocato avversario ha dito.
Ma cossa alo dito? Tutte cosse fora del ponto.
El vede persa la nave, el se butta in mar, el se tacca ora a un albero, ora al timon, ma un per de onde lo rebalta, lo butta a fondi.
Esaminemo brevemente i obietti e risolvemoli, no per la necessità della causa ma per el debito dell'avvocato.
Prima de tutto el dise: la donazion se sostien, perché no la xe revocabile.
Questo è l'istesso che dir: mi son qua, perché no son là.
Ma perché songio qua? Perché non ela revocabile? Sentimo ste belle rason.
Compatime, compare Balanzoni, ma sta volta l'amor del sangue v'ha fatto orbar.
La xe vostra nezza18, ve compatisso.
El dise: quando el donator ha fatto sta donazion, giera dodes'anni ch'el giera maridà, fin allora no l'aveva abù fioi, onde el se podeva persuader de non averghene più.
Vardè se questa xe una rason da dir a un giudice de sta sorte.
Quanti anni gh'aveva la siora Ortensia Aretusi, quando Anselmo so mario ha fatto sta donazion? Vardè, sior lettor caro, a carte otto, tergo.
LETT.
(Guarda a carte otto, e legge) Fede della morte della signora Ortensia Aretusi...
ALB.
No, no, otto tergo.
LETT.
Fede della morte...
ALB.
Tergo, tergo.
LETT.
(Lo guarda, e ride con modestia)
ALB.
Ah! no savè cossa che vuol dir tergo? E sì a muso lo doveressi saver.
Vardè da drio, alle carte otto.
(Oh che bravo lettor!) (da sé)
LETT.
Fede come nell'anno 1725...
ALB.
Che xe l'anno della donazion.
LETT.
La signora Ortensia, moglie del signor Anselmo Aretusi, aveva...
ALB.
Aveva...
LETT.
Anni...
ALB.
Anni...
LETT.
Trentadue...
ALB.
Trentadue...
LETT.
Ed era in quel tempo...
ALB.
Basta cussì, che me fe vegnir mal.
La gh'aveva 32 anni, e so mario desperava de aver più fioi? No l'aveva miga serrà bottega, per dir che no ghe giera più capital.
Oh! che caro sior dottor Balanzoni! Sentì più bella: con sta fede, el padre della signora avversaria ha concesso so fia all'Aretusi, altrimenti nol ghe l'averave dada.
Perché no s'alo fatto far una piezaria dalla siora Ortensia de far divorzio da so mario? Ma bisogna che sta piezaria19 o ella, o qualchedun altro, ghe l'abbia fatta, perché su sta fede l'ha collocà le altre do fie, a quelle el gh'ha dà tutto, e questa nol l'ha considerada per gnente.
L'è morto senza gnente, e ella no la gh'ha gnente.
Da sto fatto l'avversario desume una rason, che s'abbia da laudar20 la donazion, perché una povera putta no abbia da restar affatto despoggia.
Xe ben che la sia vestida, ma se per vestirla ella s'ha da spoggiar un altro, più tosto che la resta nua, che la troverà qualchedun che la vestirà.
La resta senza casa e senza alimenti? Mo no gh'ala el sior zio, che xe fradello del padre, e che xe obbligà in caso de bisogno a soccorrer i so nevodi? Dopo che l'avvocato avversario ha dito ste belle cosse, el s'ha impegnà de provarle tutte, perché i giurisconsulti della so sorte se vergogna parlar senza i testi alla man.
Ma el s'ha ridotto a provarghene una sola, e saria stà meggio per lu che nol l'avesse provada, perché, la so prova, prova contra de lu medesimo.
El dise: non osta l'obietto della sopravenienza dei fioi, perché questa opera quando la donazion xe fatta all'estraneo, no quando l'è fatta a qualch'altro fiol.
La fia adottiva se paragona al fiol legittimo e natural, ergo la donazion no xe revocabile.
Falso argomento, falsissima conseguenza.
El fio adottivo se considera come legittimo e natural, quando manca el legittimo e natural.
Co i xe in confronto, el fio per elezion cede al fio per natura, ma de più, se se trattasse de do fioi legittimi e naturali, e el padre avesse donà a uno per privar l'altro, no tegnirave la donazion.
Più ancora, se el padre avesse donà a un unico fio legittimo e natural, e dopo ghe nascesse uno o più fioi, sarave revocada la donazion; donca molto più la va revocada nel caso nostro, nel qual se tratta de escluder un fio a fronte d'una straniera.
Ecco i gran obietti, ecco le terribili prove.
Tutte cosse che no val niente, cosse indegne della gravità del giudice che ne ascolta; e mi, che son l'infimo de tutti i avvocati, arrossisso squasi a parlarghene lungamente: che però vegno all'ultimo obietto, salvà per ultimo dall'avversario, perché credudo el più forte, ma che, in quanto a mi, lo metto a mazzo coi altri.
El dise: fermeve, che se la donazion me scantina21, come donazion, ve farò un barattin22, e de donazion ve la farò deventar testamento.
E qua el me fa la distinzion legal della donazion, inter vivos e causa mortis; e perché la donataria no podeva conseguir l'effetto della donazion, se non dopo la morte del donator, el dise: la xe una donazion causa mortis; la donazion causa mortis habet vim testamenti, onde non avendo fatto el donator altro testamento, questa se deve considerar per el so testamento.
Fin adesso el mio riverito avversario; adesso mo a mi, e per vegnir alle curte, con un dilemma ve sbrigo.
Voleu che la sia donazion, o voleu che el sia testamento? Se l'è donazion l'è invalida, se l'è testamento nol tien.
Forti a sto argomento, dai filosofi chiamà cornuto, e vardevene ben, che el ve investe da tutte le bande.
Se l'è donazion, l'è invalida, perché per la sopravenienza dei fioi se revoca la donazion.
Se l'è testamento, nol tien, perché quel testamento che no considera i fioi, che li priva dell'eredità e della legittima, i xe testamenti ipso jure nulli; e i xe nulli per le nostre venete leggi, e i xe nulli per tutte le leggi del jus comun.
Onde donazion invalida, testamento no tien, questa xe una tenacca, da dove no se se cava, senza perder el matador.
Ma el matador l'avè perso, e mi la causa l'ho vadagnada, perché so con chi parlo; l'ho vadagnada, perché so de che parlo.
Parlo con un giudice che intende e che sa; parlo d'una materia più chiara della luse del sol.
Da un'unica carta dipende la disputa, la controversia, el giudizio.
Sta carta xe invalida, la va taggiada23, el giudice la taggierà: perché la donazion no sussiste, né come donazion, né come testamento; perché un fiol legittimo e natural non ha da esser privà dell'eredità paterna a fronte de una straniera; perché in sto caso, dove se tratta della verità e della giustizia, non ha d'aver logo la compassion; perché se l'avversaria resterà miserabile, sarà colpa del padre de natura, no del padre d'amor, dal qual senza debito e con danno del fiol che defendo, l'è stada mantenuda e custodida per tanti anni; e in ancuo24, quel che ha fatto Anselmo Aretusi per carità, lo pol far, e lo farà, l'avvocato Balanzoni per obbligo e per dover; e sarà effetto della giustizia taggiar la donazion, previa la revocazion della tal qual sentenza a legge avversaria, in tutto e per tutto a tenor della nostra domanda, compatindo l'insufficienza dell'avvocato che malamente ha parlà.
(s'inchina e va dietro al tribunale, dove vi è il Servitore che gli mette il ferraiuolo ed il cappello; e col fazzoletto coprendosi la bocca, parte col Servitore.)
GIUD.
(Suona il campanello.
Tutti si alzano, fuorché esso Giudice ed il Notaro)
COM.
Signori, tutti vadano fuori.
(Tutti, facendo riverenza al Giudice, s'incamminano.
Il Dottore dà mano a Rosaura, che si asciuga gli occhi)
DOTT.
Non piangete, che vi è ancora speranza.
(a Rosaura)
ROS.
Speranze vane! Sono precipitata.
(parte col Dottore e col Sollecitatore)
LEL.
Che ne dite? Si è portato bene? (a Florindo)
FLOR.
Non potea dir di più.
(parte con Lelio)
GIUD.
(Detta sottovoce la sentenza al Notaro, il quale scrive; intanto si tirano in disparte il Lettore ed il Comandador a discorrere assieme)
COM.
Come va, signor Agapito? Fate il lettore e non sapete leggere?
LETT.
Vi dirò: quella povera ragazza mi faceva tanta pietà, che mi cascavano le lagrime e non ci vedeva.
COM.
Io avrei più gusto che la vincesse il signor Florindo.
LETT.
Perché?
COM.
Perché da lui potrei sperare una mancia migliore.
LETT.
Ma che dite di quel bravo avvocato veneziano? Grand'uomo di garbo! E sì, quando lo dico io!...
COM.
Certo è bravissimo.
Ma a Venezia ne ho sentiti tanti e tanti più bravi di lui.
LETT.
Sì eh? Oh, se posso, voglio andare a fare il lettore a Venezia.
COM.
Se non sapete che cosa voglia dir tergo.
LETT.
E voi volete mettere la lingua dove non vi tocca.
GIUD.
(Suona il campanello)
COM.
(Va alla porta) Dentro le parti.
SCENA TERZA
Il DOTTORE col suo Sollecitatore.
FLORINDO, LELIO ed il Sollecitatore di Alberto, e detti.
Vengono ognuno dalla sua parte, e s'inchinano al GIUDICE
NOT.
(Si alza e legge la sentenza) L'illustrissimo signore...
DOTT.
La supplico.
La non istia a incomodarsi a leggere il preambolo: la favorisca di farci sentire l'anima della sentenza.
NOT.
Omissis etc.
Consideratis, considerandis, etc.
Decretò e sentenziò, e decretando e sentenziando tagliò, revocò e dichiarò nulla la donazione fatta dal fu Domino Anselmo Aretusi a favore di Domina Rosaura Balanzoni, annullando la sentenza a legge pronunziata a favore della medesima, in tutto e per tutto a tenore della domanda di interdetto di D.
Florindo Aretusi, condannando D.
Rosaura perdente nelle spese ecc.
ecc.
sic.
etc.
ordinando etc.
relassando etc.
FLOR.
L'abbiamo vinta.
(a Lelio)
LEL.
Mi rallegro con voi.
DOTT.
Condannarmi poi nelle spese...
GIUD.
Se non vi piace, appellatevi.
(s'alza, e parte)
DOTT.
Obbligatissimo alle sue grazie.
Intanto che mi beva questo siroppo.
Andiamo pure.
Io non ne vo' saper altro.
(parte col Sollecitatore)
FLOR.
Signor notaro, farà grazia di farmi subito cavare la copia della sentenza.
NOT.
Sarà servita.
FLOR.
Favorisca.
(gli vuol dare del denaro)
NOT.
Mi maraviglio.
(lo ricusa in maniera di volerlo)
FLOR.
Eh via! (glielo mette in mano)
NOT.
Come comanda.
(lo prende, e parte guardandolo)
COM.
Illustrissimo, mi rallegro con lei.
Sono il comandador, per servirla.
(a Florindo)
LETT.
Ed io il lettore ai suoi comandi.
(a Florindo)
FLOR.
Sì, buona gente, v'ho capito.
Tenete, bevete l'acquavite per amor mio.
(dà la mancia a tutti due)
LETT.
Obbligatissimo a vossignoria illustrissima.
COM.
Viva mille anni vossignoria illustrissima.
FLOR.
Andiamo a ritrovare il signor Alberto.
(a Lelio)
LEL.
Amico, si è meritata una buona paga.
FLOR.
Trenta zecchini vi pare saranno abbastanza?
LEL.
L'azione eroica che ha fatto, ne merita cento; voi m'intendete senza che io parli.
FLOR.
È vero, gli voglio dare ora subito cinquanta zecchini, e poi a suo tempo vedrà chi sono.
LEL.
Non mi credeva che un uomo fosse capace di tanta virtù.
(parte)
FLOR.
Se trovo quell'indegno del Conte, lo vo' trattar come merita.
(parte)
COM.
Quanto vi ha dato?
LETT.
Un ducato.
(lo mostra)
COM.
Ed a me mezzo? Maladetto! A me mezzo ducato, che son quell'uomo che sono, e un ducato a colui, che non sa nemmeno che cosa sia tergo.
(parte)
LETT.
Grand'asinaccio! Si vuol metter con me! Si vuol mettere con un lettore? Sono stato io, che gli ho fatto guadagnar la causa.
Ho una maniera di leggere così bella, che il giudice capisce subito il merito della ragione.
(parte)
SCENA QUARTA
Camera di Beatrice.
BEATRICE e COLOMBINA
BEAT.
Credetemi Colombina, che io sono impaziente per intendere l'esito di questa causa; amo la signora Rosaura, e mi dispiacerebbe infinitamente vederla afflitta.
Ho mandato Arlecchino, perché senta chi ha vinto o chi ha perso, e me ne porti subito la relazione.
COL.
Avete veramente mandato un soggetto di garbo.
Intenderà male, e riporterà peggio.
BEAT.
Eccolo.
SCENA QUINTA
ARLECCHINO e dette.
ARL.
Son qua; allegramente.
BEAT.
Chi ha vinto?
ARL.
Non lo so.
BEAT.
Se non lo sai, perché dici allegramente?
ARL.
Perché a Palazzo ho sentito a dir che i ha vinto la causa.
BEAT.
Ma chi l'ha vinta?
ARL.
Se ghe digo che no lo so.
COL.
Non l'ho detto io che è uno sciocco?
BEAT.
Asinaccio! Ti mando per sapere chi ha vinto; ritorni, e non lo sai?
ARL.
Savì chi credo che abbia vinto? I avvocati.
COL.
Avrà vinto uno dei due avvocati.
ARL.
Sior no: i avrà vinto tutti do, perché i sarà stadi pagadi tutti do.
COL.
Sei un buffone.
BEAT.
Ed io non posso sapere come sia la cosa.
(si sente picchiare) È stato picchiato.
Colombina, va a vedere.
COL.
Vado subito.
Se la signora Rosaura ha vinto, mi darà la mancia.
ARL.
La spartiremo metà per un.
COL.
Sì, come hai spartiti li due zecchini.
(parte)
BEAT.
Che cosa dice di due zecchini?
ARL.
Ghe dirò mi.
La sappia che i do zecchini...
siccome el candelier del sior conte Ottavio; anzi, per la sentenza del signor Dottor Balanzoni, i ho trovadi mi; e Colombina, per amor delle faccende de casa...
Ma no, la sappia che mi son omo onorato, che el candelier l'era sul tavolin, e così...
BEAT.
Va al diavolo, sciocco.
ARL.
Servitor umilissimo.
(parte)
SCENA SESTA
BEATRICE, poi ALBERTO, poi COLOMBINA
BEAT.
Costui non sa mai quel che diavol si dica.
Ma ecco il signor Alberto.
ALB.
Ghe domando scusa, se me son preso l'ardir d'incomodarla.
BEAT.
E bene, come è andata la causa?
ALB.
La causa l'ho guadagnada, ma ho perso el cuor.
BEAT.
E la povera signora Rosaura ha persa la lite?
ALB.
E la povera signora Rosaura ha perso la lite.
(sospira)
BEAT.
Sì, fate come il coccodrillo, che uccide e poi piange.
ALB.
Se la vedesse qua dentro, no la dirave cussì.
Son qua da ella, za che la gh'ha tanto amor per siora Rosaura e tanta bontà per mi, son qua a pregarla con tutte le vissere, con tutto el cuor, a rappresentarghe el mio rincrescimento, assicurarla del mio dolor.
BEAT.
Io non ho difficoltà di farlo, ma quest'ufficio sarebbe grato alla signora Rosaura, se lo faceste da voi.
ALB.
La vede ben, a mi no me xe lecito de andarla a trovar a casa.
No ghe son mai stà; per nissun titolo me posso tor una tal libertà.
BEAT.
Trattenetevi qui.
Può essere che ella venga a sfogar meco le sue passioni.
ALB.
El ciel volesse che la vegnisse! Chi sa? Se la gh'ha per mi quell'istessa bontà ch
...
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