L'EREDE FORTUNATA, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Prendete tempo, e intanto il cielo ci aprirà forse qualche strada per migliorare la nostra sorte.
ROS.
Oh Dio! a che mai mi obbligate? Quando mi credeva dovervi stringere al seno, mi veggo in pericolo di dovervi perdere.
Oh dolor, che mi uccide! Oh pena, che mi tormenta! (piange)
SCENA UNDICESIMA
PANCRAZIO e detti.
PANC.
Che c'è, figlio mio, che fai tu qua?
OTT.
Stava consolando la signora Rosaura, che piange amaramente la morte del suo genitore.
PANC.
Ma tu la puoi consolar poco, poiché sei più malinconico di lei.
OTT.
È più facile consolare altrui, che se stesso.
PANC.
(Dimmi, sa ella niente del testamento?) (in disparte)
OTT.
(Sa tutto.
Io l'ho avvisata).
PANC.
(Sa che io ho da esser suo marito?)
OTT.
(Anco questo gliel'ho detto).
PANC.
(Come l'intend'ella?)
OTT.
(Si è mostrata rassegnatissima).
PANC.
(Dic'ella forse ch'io sia troppo vecchio?)
OTT.
(Non l'ho sentita dolersi di ciò).
PANC.
(Sai tu che abbia nessuno amoretto?)
OTT.
(Io non so i fatti suoi.
Signor padre, vi riverisco).
(parte)
PANC.
(Oh poveretto! La luna è veramente nel suo pieno.
Oh, adesso bisogna che studi ogni arte per persuadere questa ragazza a non dire di no).
(da sé)
ROS.
(Oh Dio! in qual cimento mi trovo!) (piange)
PANC.
Figlia mia, basta così: non piangete più.
Il vostro signor padre, buona memoria, una volta o l'altra aveva da morire.
Compatisco il vostro dolore, ma finalmente potete consolarvi che vi ha lasciato tutto, che sarete una donna piuttosto ricca, e che se avete perso un padre che vi voleva bene, avrete un marito che vi adorerà.
ROS.
(Sospira)
PANC.
Che vuol significare questo sospiro? Piangete il padre che avete perduto, o il marito che avete acquistato? Cara la mia ragazza, ditemi la verità, sarete voi contenta di prendermi? Vi degnerete di questo povero vecchio? Sentite, figliuola mia, chi sposa un vecchio, può pentirsi per un capo solo; ma chi sposa un giovine, può pentirsi per cento capi.
ROS.
Signor Pancrazio, per carità, lasciatemi in quiete; nel giorno in cui è morto il mio genitore, non ho animo per sentirmi parlar di nozze.
PANC.
Dite bene, avete ragione; ma non voglio che vi lasciate sorprendere tanto dalla malinconia.
Voglio che stiamo allegramente, e voglio che il nome di sposa vi faccia passare il travaglio di figlia.
Vedrete chi sono, vedrete se saprò contentarvi.
Non crediate che vi voglia far andare all'antica: sebben son vecchio, sono anche di buon gusto.
Vi farò tutto ciò che vorrete.
Sentite, cara, non abbiate timore che voglia tenervi in casa serrata.
Non sono già nemico delle conversazioni...
ROS.
Signore, voi credete di consolarmi, e mi tormentate.
PANC.
Vi son forse odioso? Vi do fastidio? Non mi volete? Parlatemi con libertà.
ROS.
Per ora il mio cordoglio non mi lascia in libertà di spiegare i miei sentimenti.
PANC.
Via, vi lascierò piangere, vi lascierò sfogare la vostra passione.
Tornerò da voi avanti sera, ma ricordatevi che in tutt'oggi avete da darmi qualche buona risposta.
Pensate ai casi vostri, ricordatevi che, sposando me, siete padrona di tutto, e non togliendomi, avete perduto ogni cosa.
Consigliatevi colla vostra prudenza; pensateci bene, e considerate che, chi vi parla, vi ama, vi stima, desidera il vostro bene, vi offerisce assistenza, e vi dona il cuore.
SCENA DODICESIMA
ROSAURA sola.
ROS.
Ah, ch'io non ascolto altri consigli che quelli del mio cuore, acceso dell'amore di Ottavio! Perderò anche la vita, non che la roba, pria di perdere il caro bene.
So ch'egli mi ama, so che la sua virtù lo stimola a rinunziarmi, per timore di non vedermi pregiudicata.
Ma s'inganna, se crede piacermi con questa sua crudel pietà.
Saprò amarlo ad ogni costo, e farò conoscere al mondo che più della mia fortuna amo la fede, la costanza e l'amore.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Strada.
FLORINDO e TRASTULLO
FLOR.
Che ne dici, Trastullo, dell'enorme ingiustizia fattami dal fu Petronio mio zio?
TRAST.
Dico che ha fatto male, perché finalmente ella è figlio di una sua sorella, e non l'aveva da privare dell'eredità.
FLOR.
In quanto all'eredità mi spiace, è vero, ma non è il massimo de' miei dispiaceri.
Quel che mi sta sul cuore, è il dover perder Rosaura.
TRAST.
Ma la signora Rosaura corrisponde all'amore di vossignoria?
FLOR.
Io veramente non ho avuto mai campo di dichiararmi con mia cugina, vivente mio zio, perché egli mi vedea di mal occhio; ma da qualche incontro accaduto fra lei e me, spero non esserle indifferente.
TRAST.
È una cattiva cosa il far all'amore da sé solo, quando uno non è sicuro della corrispondenza.
FLOR.
Quel vecchio di Pancrazio ci ha assassinati: ha sedotto mio zio, e gli ha rapito la figlia e l'eredità; ma il signor Dottore lo metterà in rovina con i rigiri forensi; ed io, quand'altro non riesca, con un colpo gli leverò l'eredità, la sposa e la vita.
TRAST.
Mi perdoni, questi rimedi son troppo violenti; potrebbero precipitare non solo il signor Pancrazio, ma nell'istesso tempo vossignoria ancora.
Finalmente il povero galantuomo ha procurato il suo interesse...
FLOR.
Come? Tu difendi Pancrazio? Ancora hai della passione per questo tuo antico padrone? Se così è, vattene dal mio servizio.
TRAST.
Io non ho veruna passione per il signor Pancrazio, parlo per vossignoria, che non vorrei vederla precipitare, e senza frutto.
Che cosa le gioverebbe il far di tutto per conseguire la signora Rosaura, quando poi ella non acconsentisse ad esser sua consorte?
FLOR.
Perché ha da ricusarmi? Ho io difetti tali che meritino una repulsa?
TRAST.
Non dico questo, ma ella sa che cosa sono le donne capricciose e bizzarre.
Vedendo che per averla vossignoria usa delle violenze, si potrebbe ostinare, e dire non lo voglio.
FLOR.
Dunque che mi consigli di fare?
TRAST.
Io direi che ella procurasse di parlare con la signora Rosaura, assicurarsi del suo affetto, e poi penseremo al rimanente.
FLOR.
Non mi dispiace; se le parlo, son sicuro di persuaderla.
Le porrò in vista il ridicoloso matrimonio che ella è per fare con quel vecchio di Pancrazio; le proporrò un più felice imeneo, e spero tirarla dal mio partito.
TRAST.
Così va bene.
Questo si chiama operare con giudizio.
FLOR.
Ora pensar conviene al modo di poterle parlare.
TRAST.
Bisognerà aspettare qualche congiuntura.
FLOR.
Non vi è tempo da perdere.
Se non le parlo stanotte, è inutile che più ci pensi.
TRAST.
Stanotte? Come vuole ella fare?
FLOR.
Tu sei pratico della casa, tu sei amico d'Arlecchino.
Fiammetta è tua sorella: o in un modo, o nell'altro, mi puoi introdurre.
TRAST.
Ma non vorrei che nascesse per causa mia...
FLOR.
Ho inteso; tu sei un uomo finto; tu tieni da Pancrazio.
Tu m'inganni.
Ma io non avrò bisogno di te.
Opererò diversamente.
Ucciderò quel vecchio, e mi libererò da un rivale.
TRAST.
No, non lo faccia, per amor del cielo.
FLOR.
O fammi parlar con Rosaura, o io farò delle pazze risoluzioni.
TRAST.
Via, la voglio contentare.
Arlecchino ha da essere mio cognato.
Spero che mi farà questo servizio.
Vedo aprir la porta.
Si ritiri, e lasci operare a me.
FLOR.
Opera a dovere, se ti preme la tua e la mia vita.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
TRASTULLO, poi ARLECCHINO
TRAST.
Ho piacere d'aver riparato al pericolo del signor Pancrazio.
Egli è stato il mio padrone, e mi ha fatto de' benefizi, e non me ne posso dimenticare.
Son obbligato a servir chi mi paga, ma sino a un certo segno; bisogna procurar di contentarlo, contribuire alle sue soddisfazioni, ma dentro i limiti, senza precipizi e senza arrischiare la vita di nessuno.
Così deve fare un servitore fedele, un uomo onorato, e così...
Ma viene Arlecchino fuori di casa; la sorte lo manda a proposito, mi prevalerò di lui.
ARL.
Cossa diavolo fa sta femmena, che non la vien?
TRAST.
Cognato, ti saluto.
ARL.
Co ti me dis cugnà, ti me consoli, ma gh'ho paura...
TRAST.
Niente, te l'ho promesso; mia sorella sarà tua moglie.
Vieni con me, che ti ho da parlare.
ARL.
Caro cugnà, no posso vegnir.
TRAST.
Perché non puoi tu venire?
ARL.
Perché aspetto Fiammetta to sorella, che l'è fora de cà, e me preme de vederla e ghe vôi parlar.
TRAST.
Le parlerai un'altra volta, andiamo.
ARL.
M'è vegnù in mente una cossa; se no ghe la digo subito, me la scordo.
TRAST.
Cos'è questa gran cosa?
ARL.
L'è che vôi dirghe quando la se destriga de torme per marì.
TRAST.
Eh, glielo dirai un'altra volta.
ARL.
Bisogna che ghel diga adesso.
TRAST.
Ma perché adesso?
ARL.
Perché me sento inasinido per el matrimonio.
TRAST.
Via, andiamo, le parlerò io.
ARL.
Mo sior no; vôi far mi.
TRAST.
Vieni, che ti ho da parlare.
ARL.
Làsseme concluder con to sorella, e po ti me parlerà.
TRAST.
Ti prometto che in questo giorno mia sorella sarà tua moglie.
ARL.
Varda come che ti te impegni!
TRAST.
Te lo prometto.
ARL.
Varda che ti ghe penserà ti.
TRAST.
Son galantuomo: quando prometto, non manco.
Ma ancora tu hai da fare una cosa per me.
ARL.
Marideme e farò tutto quel che ti vol.
TRAST.
Andiamo; qua in pubblico non ti voglio parlare.
ARL.
Son con ti, ma...
Arrecordete...
Non posso più.
SCENA QUINDICESIMA
FIAMMETTA in zendale, e detti.
ARL.
Cugnà, non vegno altro.
TRAST.
Perché?
ARL.
La calamita me tira de qua.
(accennando Fiammetta)
TRAST.
Andiamo; le parlerò.
ARL.
Parleghe, e po vegnirò.
TRAST.
(È meglio che la finisca).
(da sé) Sorella, vi riverisco.
FIAMM.
Buon giorno, fratello.
ARL.
(Via, da bravo, aspetto la risposta).
(piano a Trastullo)
TRAST.
(Quando facciamo questo matrimonio con Arlecchino?) (piano a Fiammetta)
FIAMM.
(Mai).
TRAST.
(Come?...)
ARL.
(Cossa ala dito?) (piano a Trastullo)
TRAST.
(Che non la vede l'ora).
(piano ad Arlecchino) (Gli avete pure promesso).
(piano a Fiammetta)
FIAMM.
(Non lo posso vedere).
(piano a Trastullo)
ARL.
(Me vorla ben?) (piano a Trastullo)
TRAST.
(Vi adora).
(piano ad Arlecchino) (Dunque non lo volete sposare?) (piano a Fiammetta)
FIAMM.
(No assolutamente).
(piano a Trastullo)
TRAST.
(Son vostro fratello, e dovete obbedirmi).
(piano a Fiammetta)
FIAMM.
(Caro signor fratello, non vi stimo un corno).
(piano a Trastullo)
ARL.
(Cossa disela?) (piano a Trastullo)
TRAST.
(Discorriamo della dote).
(piano ad Arlecchino)
ARL.
Via, concludemo.
TRAST.
Animo, sbrighiamoci.
FIAMM.
M'avete inteso?
TRAST.
Avete stabilito così?
FIAMM.
Così senz'altro.
ARL.
Via, quand l'ha stabilido cussì, sarà cussì.
TRAST.
Sarai contento? (ad Arlecchino)
ARL.
Contentissimo.
TRAST.
E voi? (a Fiammetta)
FIAMM.
Arcicontenta.
TRAST.
Me ne rallegro.
ARL.
Me ne consolo.
FIAMM.
La riverisco.
(entra in casa)
ARL.
Cugnà, andemo; te son obbligado.
Va là, che ti è un omo de garbo.
(parte)
TRAST.
Adesso che sei maritato, tu stai bene.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Camera di Rosaura.
ROSAURA a sedere.
ROS.
Ah, che per me non vi è più rimedio.
Il giorno si va avanzando, ed io deggio determinarmi ad un qualche partito.
Ottavio è risoluto d'abbandonarmi, e sia la sua o incostanza, o virtù, persiste nel ricusar le mie nozze.
Se mi sposo a Pancrazio, perdo per sempre la speranza di conseguirlo; se mi dichiaro di volerlo, rimango miserabile, e Ottavio non vorrà precipitare la sua casa.
Dunque, che deggio fare? Ah padre incauto e crudele! Mi lasciasti ricca, con una condizione che mi rende la più miserabile della terra.
Ohimè, il dolore, l'affanno...
la disperazione...
mi sento morire..
(sviene, e quasi precipita dalla sedia)
SCENA DICIASSETTESIMA
LELIO e detta.
LEL.
Saldi, signora Rosaura.
(la trattiene che non cada)
ROS.
Ohimè!
LEL.
Rimettetevi; che cos'è stato?
ROS.
Signor Lelio, lasciatemi, per pietà.
SCENA DICIOTTESIMA
BEATRICE che osserva, e detti.
LEL.
Tolga il cielo che io vi lasci in braccio alla disperazione.
ROS.
Almeno non palesate a veruno questa mia debolezza.
LEL.
Non temete, sarò segreto.
ROS.
Mi tradirete.
LEL.
Ve lo giuro sull'onor mio.
BEAT.
Non temete, signora Rosaura.
Il signor Lelio vi sarà fedele, io pure ve ne assicuro.
ROS.
(Mancava quest'importuna, per accrescere la mia confusione!) (da sé)
LEL.
(Eccomi in un altro imbarazzo!) (da sé)
BEAT.
Non vi smarrite.
Non abbiate soggezione di me.
Impiegherò, se volete, anco i miei uffizi presso del signor Lelio a vostro favore.
(con ironia)
ROS.
(Quanto mi annoia con questo sciocco discorso).
(da sé) Signora, male mi conoscete; potrei disingannarvi, ma non mi curo di farlo.
L'onor mio non ha bisogno di altre giustificazioni.
Vi dirò solo che, chi mal opra, mal pensa.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
BEATRICE e LELIO
BEAT.
Sentite l'impertinente? Ma con voi, signor consorte carissimo, siamo sempre alle medesime.
LEL.
Questa volta, credetemi, v'ingannate.
BEAT.
Oh, sempre m'inganno, a sentir voi.
Grazie al cielo, non son cieca, ho veduto io stessa; non son sorda, ho sentito colle mie proprie orecchie.
LEL.
Che avete visto? Che avete inteso?
BEAT.
Abbracciamenti e parole amorose.
LEL.
Vi torno a dire che v'ingannate.
BEAT.
Saprò trovarvi rimedio.
LEL.
Vi giuro, signora Beatrice...
BEAT.
Non più giuramenti.
Avete giurato abbastanza.
LEL.
Rosaura è giovane troppo onesta.
BEAT.
Le vostre bellezze l'hanno incantata.
LEL.
Non le ho mai parlato d'amore.
BEAT.
Siete un bugiardo.
LEL.
Son sincero.
BEAT.
Il diavolo che vi porti.
LEL.
Partirò, per non perdervi il rispetto.
BEAT.
Andate alla malora.
LEL.
Fastidiosissima donna! Il ciel me l'ha data per mio tormento.
(parte)
SCENA VENTESIMA
BEATRICE, poi PANCRAZIO
BEAT.
In questa casa non si sta bene.
Non posso comandare, non posso impedire che vi sieno dell'altre donne.
Le serve non le posso scegliere a modo mio.
Mio marito è una bestia, non si può contenere.
Per aver la mia pace, è necessario ch'io me ne vada.
Ecco mio padre, giunge appunto opportuno.
Signor padre, con vostra buona grazia, io me ne voglio andare di casa vostra.
PANC.
Perché, figliuola mia, mi volete voi abbandonare? Vi manca il vostro bisogno? Non siete ben trattata? Di che cosa vi lamentate?
BEAT.
Di voi non mi lamento, ma di quel pazzo di mio marito.
PANC.
Che cosa vi ha egli fatto?
BEAT.
Fa l'innamorato con tutte, ed anco con la signora Rosaura.
PANC.
La signora Rosaura è una ragazza di giudizio, e non vi è pericolo che ella gli dia retta.
BEAT.
Non vi è pericolo, eh? Oh quanto l'apparenza inganna! Ho veduto ed ho sentito io stessa.
Basta, non voglio dir nulla, ma credetemi che Rosaura non ha quel giudizio che vi supponete.
PANC.
Come? Che cosa dite? Voi mi fate restare incantato! Rosaura con vostro marito...
BEAT.
Signor sì, con mio marito fa la fraschetta.
Io non sono di quelle che mettono male nelle famiglie.
Non mi piace mormorare; per altro vi direi quanti abbracciamenti ha ella dati...
Quasi, quasi l'ho detta non volendo.
Trovateci rimedio, che sarà meglio per tutti.
(parte)
SCENA VENTUNESIMA
PANCRAZIO solo.
PANC.
Il ciel ne guardi che fosse una di quelle che parlano.
Che cosa mai avrebbe potuto dir di vantaggio? Rosaura è innamorata del mio genero? Spera corrispondenza, benché egli sia ammogliato? Adesso intendo perché con tanta freddezza ella parla meco, e perché ha difficoltà di accettarmi per suo marito.
Bisogna che ella sia acciecata affatto per colui.
Non sarebbe la prima ragazza che avesse dato in una debolezza di questa sorta.
Ma io ci rimedierò.
Beatrice dice bene.
Lelio fuor di casa.
Ma stimo quella cara signora Rosaura! Credeva che piangesse pel morto, ed ella sospirava pel vivo.
Non so che dire.
Non si sa più a chi credere.
Il mondo è pieno di bugie, pieno d'inganni.
Mah! Ho io a creder tutto? Signor no.
Bisogna venire in chiaro della verità.
L'uomo che ha giudizio, non precipita nelle risoluzioni.
Vi pensa, si soddisfa e poi risolve.
Così farò ancor io.
Penserò, osserverò e, a tempo e luogo, con prudenza e con maturità risolverò.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di Rosaura.
ROSAURA sola.
ROS.
Va crescendo il mio affanno, e m'avvicino alla morte.
Ma che! dovrò morire senza almeno parlare? Perché non svelo a Pancrazio il mio cuore? Perché non gli confido l'amor mio per Ottavio suo figlio? Può darsi ch'ei, come uomo vecchio e saggio, trovi rimedio al mio male, e gli riesca di salvar me, suo figlio e l'interesse comune.
Ma Ottavio mi ha imposto di non parlare.
Pancrazio, sapendo i nostri amori, concepirà dell'odio per tutti due; e trovando in suo figlio un rivale, lo priverà della sua grazia, e forse forse della sua eredità.
No, no, si taccia; e non si aggiunga a tanti altri miei mali il rossore d'aver pregiudicato al mio bene.
SCENA SECONDA
PANCRAZIO e detta.
PANC.
(Giacché è qui sola, voglio vedere di scoprire se sia vero che ella sia incapricciata di quel pazzo di Lelio).
(da sé)
ROS.
(Ahimè! Questo vecchio mi porta la fatal nuova della mia morte).
(da sé)
PANC.
Signora Rosaura, il tempo passa, e il Dottore, vostro zio, e Florindo, vostro cugino, fanno il diavolo contro di voi.
Bisogna risolvere, bisogna che parliate chiaramente.
Io non voglio liti, non voglio questa sorta di disgrazie in casa mia.
Dunque spiegatemi il vostro pensiero, e ditemi se mi volete per vostro marito.
ROS.
Ah, signor Pancrazio, voi ponete in un gran cimento il mio cuore.
PANC.
Orsù, basta così.
Se il rispetto che avete per me, vi trattiene di dirmi apertamente che non mi volete, il vostro sospirare ed il vostro parlare interrotto mi fanno bastantemente conoscere la vostra volontà.
Per forza non vi voglio.
Né son così pazzo di pormi una serpe in seno.
Vi lascio nella vostra libertà.
Soddisfate il vostro genio, che avete ragione.
Ma domattina apparecchiatevi di andar fuori della mia casa.
ROS.
Oh Dio! voi mi avete trafitto il seno.
Perché uscir devo di casa vostra? Perché mi discacciate sì crudelmente da voi?
PANC.
Perché non voglio litigare con i vostri parenti.
ROS.
Non siete voi il mio tutore?
PANC.
Figliuola mia, non vi voglio far la guardia: o marito, o niente.
ROS.
(Sempre più si peggiora il mio stato).
(da sé)
PANC.
Potete mettere insieme la vostra roba.
Io anderò ad avvisare il Dottore, che venga a prendervi.
ROS.
Non sarà mai vero ch'io parta viva di casa vostra.
PANC.
O che in casa mia v'è forse qualche segreta calamita, che tira il vostro cuore?
ROS.
Per amor del cielo, non mi date maggior tormento.
PANC.
Via, via, ho capito.
So tutto, e adesso intendo perché vi piace la casa e non vi piace il padrone.
ROS.
Signore, voi vi potete ingannare.
PANC.
Non m'inganno; son uomo avanzato in età, e so il viver del mondo.
Compatisco la vostra disgrazia.
Pur troppo sento del rimorso di essere stato io la cagione di questo disordine.
L'occasione vi ha fatto prevaricare.
La gioventù non istà bene insieme.
Voi siete di buon cuore.
Colui è un matto.
Non mi maraviglio se siete cascata.
ROS.
Ah, signor Pancrazio, voi avete rilevato un segreto, sinora da me tenuto, e con tutta la gelosia custodito.
Compatite la mia debolezza.
Amore ha superata la mia ragione.
Non posso dissimulare una passione così violenta e crudele.
PANC.
Ma, figliuola cara, bisogna regolarsi colla prudenza.
Finché v'è tempo, bisogna rimediarvi.
Dice il proverbio: la lontananza ogni gran piaga sana.
O andate via voi, o per farvi servizio, lo manderò via di casa.
ROS.
Oh Dio! E non vi sono pel mio male che rimedi aspri e crudeli? Non potreste voi trovar un espediente opportuno per farci vivere uniti?
PANC.
Che diamine dite voi? Siete matta? Volete che io trovi l'espediente di farvi star unita con un uomo ammogliato?
ROS.
Come? Ha moglie?
PANC.
Mi par di sì.
ROS.
Dov'è questa sua moglie? (Traditore! Infedele! Così mi tratta? Così mi deride?) (da sé)
PANC.
(L'amore le ha fatto dar la volta al cervello).
(da sé)
ROS.
Ora intendo perché mi consigliava a sposar voi quell'indegno.
PANC.
Vi consigliava a sposarmi, eh?
ROS.
E con tutta l'efficacia del di lui spirito.
PANC.
Davvero! Oh guardate che finezza mi voleva fare!
ROS.
Ah, signor Pancrazio, non mi credeva mai trovare un carnefice nel vostro sangue.
PANC.
Colui non è già del mio sangue.
ROS.
Come! Non è vostro figlio?
PANC.
Oh appunto! Egli è mio genero, non mio figlio.
ROS.
Ottavio non è vostro figlio?
PANC.
Ottavio, certo che è mio figlio.
ROS.
Perché dite dunque che è vostro genero?
PANC.
(Ah poveretta, ella gira).
(da sé) Dico che Lelio è mio genero.
ROS.
Come c'entra il signor Lelio in questo discorso?
PANC.
Oh bella! Non siete voi innamorata di lui?
ROS.
Io? Il ciel me ne liberi.
Lelio ha per moglie Beatrice.
PANC.
Dunque di chi abbiamo parlato finora?
ROS.
Voi parlaste di Lelio?
PANC.
Sibbene, di quel pazzo; e voi di chi intendeste?
ROS.
(Oh Dio! m'ingannai).
(da sé) Intesi dire...
(Ah che il rossore mi opprime!) (da sé) Signore, non mi abbadate.
La passione mi toglie il senno.
PANC.
Eh via, spiegatevi meglio.
Parlatemi con libertà se mai foste innamorata...
ROS.
Non posso più.
Lasciatemi respirare.
(O cielo, che mai ha fatto quest'incauto mio labbro!) (da sé, parte)
SCENA TERZA
PANCRAZIO solo.
PANC.
Sentite, venite qua.
Sì! La fugge come il vento.
Adesso ho capito.
Adesso ho scoperto il tutto.
Ella è innamorata d'Ottavio, e Ottavio le ha dato la parola di sposarla.
Ed a me non dice niente? Ed a me non lo confida? Ah poveretto! Tutto effetto del suo buon cuore e del rispetto che ha per me.
Egli la persuade a sposarmi, e forse egli stesso si tormenta per mia cagione.
Adesso comprendo il motivo della malinconia che l'agita.
Egli è confuso tra l'amor di Rosaura ed il timore di disgustarmi.
Ed io averò cuore di tormentare un figlio che mi vuol tanto bene? Egli sa vincere la sua passione, ed io non saprò superar l'interesse? Or bene, vada tutto, ma si salvi un figlio che ha la virtù di amare la quiete del padre più delle proprie soddisfazioni.
Eccolo appunto che viene.
Cielo, ti ringrazio che ho scoperto la verità.
Gli cederò la sposa, gli rinunzierò la casa, gli darò anche il mio cuore.
SCENA QUARTA
OTTAVIO e detto.
OTT.
(Mio padre in camera di Rosaura?) (da sé)
PANC.
Ottavio, non voglio più vederti confuso, non voglio rimirarti malinconico.
È tempo di allegria, e voglio che passi i tuoi giorni allegramente.
OTT.
Che bella occasione ci dà motivo di giubilo?
PANC.
Nozze, figliuol mio, nozze.
Bisogna lasciar da banda l'inquietudine, e dar gloria all'amore.
OTT.
Io godo internamente de' vostri contenti, e se non mostro il giubilo nel mio volto, è un effetto della mia naturale tristezza.
Il cielo feliciti queste vostre nozze.
PANC.
Ma non son già io lo sposo.
OTT.
Dunque molto meno avrò motivo di rallegrarmi.
PANC.
Anzi ti dovrai molto più consolare.
OTT.
Ma perché?
PANC.
Perché lo sposo sarai tu.
OTT.
Io! Perdonatemi, non sono in caso di prender moglie.
PANC.
Quando saprai chi è la sposa, non dirai così.
OTT.
Chi mai mi avete destinato?
PANC.
Indovinala.
OTT.
Non me lo saprei immaginare.
PANC.
Una che ti vuol bene.
OTT.
Non è così facile il ritrovarla.
PANC.
E che ancor tu le porti un grande affetto.
OTT.
È quasi impossibile.
PANC.
Senti, Ottavio: tuo padre ti stima, ti ama, e fa conto di te assai più di quello che pensi.
Dovrei ben io lamentarmi del mio figlio, che sì poco affidandosi del mio affetto, non mi confida i segreti del suo cuore; ma condono il tutto all'azione eroica che avevi disposto di fare.
Ottavio, figliuol mio, consolati: Rosaura sarà tua sposa.
OTT.
(Che colpo inaspettato è mai questo!) (da sé) Come! La signora Rosaura mia moglie? Ed ella acconsente?
PANC.
Non vede l'ora.
OTT.
E voi la rinunziate?
PANC.
Che cosa non farei io per te? Rinunzierei anche la vita.
OTT.
E la sua eredità?
PANC.
A lei non le importa.
Ed io, quando si tratta di contentarti, non ci penso.
Val più la tua vita che cento eredità.
Rosaura stima più le tue nozze, che qualsivoglia ricchezza.
OTT.
Che voi cediate una bella sposa e una ricca dote, è un eccesso d'amor paterno; che ella ricusi uno stato comodo, una eredità doviziosa, è un eccesso d'amor fedele; ma se io accettassi offerte sì generose commetterei un eccesso d'ingratitudine.
Conosco il mio dovere, non vaglio io a ricompensare le vostre perdite.
Rosaura secondi il suo destino, voi abbracciate la vostra sorte; e in quanto a me, lasciatemi la bella gloria d'aver saputo vincere la mia passione.
PANC.
No, Ottavio, son risoluto.
Rosaura sarà tua moglie.
OTT.
E voi potete dirlo? Voi che sapete meglio d'ogni altro quali sieno le condizioni impostele da suo padre?
PANC.
Dimmi un poco: a Rosaura vuoi tu bene?
OTT.
L'amo quanto me stesso.
PANC.
Dunque Rosaura sarà tua moglie.
(parte)
OTT.
Volesse il cielo che ella fosse mia, senza il pericolo di sentir un giorno i suoi rimproveri, senza il rimorso di vederla per me dolente! Ma ciò è impossibile, non posso di ciò lusingarmi.
Rosaura non può esser mia.
E se ella è disposta a sagrificare per me le sue sostanze, devo sagrificare per essa la vita.
Oh cieli! Rosaura dunque ha parlato? Ha svelato ella dunque l'arcano, che proposto avevamo di serbar celato.
Non mi serva però d'esempio.
Ella, come donna, cedé alla forza della passione.
Io sono in debito di sostenere la virile costanza.
(parte)
SCENA QUINTA
Strada con casa di Pancrazio.
TRASTULLO e ARLECCHINO
ARL.
Ho inteso tutto.
TRAST.
Te ne ricorderai bene?
ARL.
Cugnà, no te dubitar; gh'ho bona memoria, e farò tutto pulito.
TRAST.
Via, da bravo, fa il servizio come va fatto.
ARL.
Cugnà, lassa far a mi; ma quando faremio sto matrimonio?
TRAST.
Presto.
ARL.
Stassera?
TRAST.
Via, sì, stassera.
ARL.
Cugnà, varda ben che me fido de ti.
TRAST.
Fidati (che stai fresco).
(da sé)
ARL.
Se no sposo Fiammetta, ti ghe penserà ti.
TRAST.
Ma non mi tormentare.
Fa quel che ti ho detto, e sarai consolato.
ARL.
Cugnà, a revéderse.
TRAST.
Buon giorno.
Ricordati, sai?
ARL.
Sì, me ne recordo.
(in atto di partire)
TRAST.
A mezz'ora di notte?
ARL.
A mezz'ora de notte.
TRAST.
Sì, poco ci manca.
ARL.
Cossa oio da far a mezz'ora?
TRAST.
Oh bella! Introdurre il signor Florindo: che non te ne ricordi?
ARL.
Sì, adesso me l'arecordo...
Dove l'oio da introdur?
TRAST.
Ah, non ti ricordi più di niente? In casa del tuo padrone, e tu hai da procurare...
ARL.
Via adesso so tutto...
Cossa oio da procurar?
TRAST.
Tocco di mammalucco, senza giudizio e senza memoria.
ARL.
Mo caro cugnà, ti me l'ha dito una volta sola.
No sastu che per un albero no casca un colpo?
TRAST.
Vien qua, te lo dirò un'altra volta.
E se tu vuoi sposar la mia sorella, mettiti bene in memoria quel che voglio da te.
ARL.
Eh, co se tratta de sposarme, lassa far a mi; ficcherò ben a memoria come che va.
TRAST.
Stassera lascerai aperta la porta della riva...
ARL.
Qual ela mo la porta della riva?
TRAST.
Ancora non lo sai? Quella del canale.
Per di là, a mezz'ora di notte, entrerà il signor Florindo, e tu...
ARL.
Ho inteso, e mi anderò a avvisar el patron.
(in atto di partire)
TRAST.
No, bestia, fermati; il tuo padrone non ha da saper niente.
ARL.
Eppur me par che ti m'abbi dito qualcossa del patron.
TRAST.
Ho detto che il padrone non l'ha da sapere.
ARL.
Vedit se ho bona memoria? Saver e no saver, gh'è poca differenza.
TRAST.
Oh che matto! Orsù, intendi bene: a mezz'ora di notte hai da introdurre per la porta della riva il signor Florindo, e lo devi condurre nelle camere della signora Rosaura...
ARL.
L'oio da aspettar?
TRAST.
Sicuro.
Bisogna che tu l'aspetti nella strada.
ARL.
Ben, e col vegnirà, ghe farò lume col torzo.
TRAST.
Oh, che asino! Bisogna che tu l'introduca allo scuro.
ARL.
A scuro? Se romperemo el muso.
TRAST.
Adess'adesso lo rompo io a te.
ARL.
Abbi pazienza, cugnà; son un poco duretto, ma farò pulito.
TRAST.
Basta; tu m'hai inteso.
Hai da condurre il signor Florindo allo scuro, in camera della signora Rosaura.
ARL.
Ho capido.
TRAST.
Farai pulito?
ARL.
Cugnà, no te dubitar.
TRAST.
Avverti a non isbagliare.
ARL.
Cugnà, no gh'è dubbio.
TRAST.
Oh bravo! Fatti onore.
ARL.
A revéderse, cugnà.
TRAST.
Addio, Arlecchino.
ARL.
Mo par cossa no me distu cugnà?
TRAST.
Te l'ho già detto tante volte, che questa parola mi ha seccato.
ARL.
Vago via, cugnà.
TRAST.
Schiavo...
ARL.
Cugnà.
TRAST.
Quel che tu vuoi.
ARL.
Caro ti, fame un servizio.
TRAST.
Cosa vuoi?
ARL.
Dime cugnà.
TRAST.
(Mi fa ridere).
(da sé) Ti saluto, cognato.
ARL.
Cugnà, bona sera; adesso son contento.
A revéderse, el me caro cugnà.
(entra in casa)
SCENA SESTA
TRASTULLO, poi il DOTTORE
TRAST.
Costui è il più bel carattere del mondo.
Mia sorella fa male a non volerlo, perché un marito semplice di questa sorta è un bel capitale per una donna di spirito.
DOTT.
Dove sei stato, che è tanto ch'io non ti vedo?
TRAST.
A operare pe' miei padroni.
DOTT.
In che proposito?
TRAST.
Sul proposito che la signora Rosaura ha da esser moglie del signor Florindo, e quell'eredità ha da venire in casa sua.
DOTT.
Ho già preparata la querela del testamento...
TRAST.
Senza tante querele, senza far liti, senza brodi lunghi, il signor Florindo ed io abbiamo trovato il modo di tentare questa faccenda, e siamo sicuri d'una buona riuscita.
DOTT.
Trastullo, tu mi consoli.
TRAST.
Viva pur quieto, e si fidi di noi.
DOTT.
Non occorr'altro.
Attenderò l'esito con impazienza.
TRAST.
Domani saprà qualche cosa.
Signor padrone, le fo umilissima riverenza.
DOTT.
Buon giorno.
(Gran Trastullo!) (da sé)
TRAST.
Non credo che il signor Florindo si perderà di coraggio: io lo metto alle mosse, tocca a lui a correre, se vuol vincere il palio.
(parte)
SCENA SETTIMA
Il DOTTORE, poi PANCRAZIO
DOTT.
Quanto pagherei a veder mortificato quell'animalaccio di Pancrazio!
PANC.
Già si avvicina la notte; è tempo che vada a casa a concludere questo negozio...
(Ma ecco qua il signor avvocato delle cause perse).
(da sé)
DOTT.
(Ecco qui il signor mercante de' fichi secchi).
(da sé)
PANC.
(Oh che caro Dottor senza dottrina!) (da sé)
DOTT.
Servitor suo, signore sposo.
PANC.
Schiavo devotissimo, signor erede.
DOTT.
In grazia, perdoni la confidenza; quando si faranno queste nozze?
PANC.
Oh presto, presto; ma quando si faranno, V.S.
sarà avvisata.
Spero che favorirà di onorarmi di venire a bere un sorbetto.
(con ironia)
DOTT.
Sì signore, riceverò le sue grazie, e V.S.
favorirà venir da me a bere un bicchier di vino, quando anderò al possesso dell'eredità di Petronio.
PANC.
Ho paura che quel vino voglia diventare aceto.
DOTT.
Ed io temo che quel sorbetto non si voglia gelare.
PANC.
Se non avete altro da mangiare, volete digiunare per un pezzo.
DOTT.
Oh bello il signor sposo! Siete vecchio: senectus ipsa est morbus.
PANC.
Io per sposar Rosaura son troppo vecchio; ma voi per disputar meco siete ancor troppo giovane.
DOTT.
Volete una sposa da par vostro? Sposate la morte.
PANC.
Volete un'eredità secondo il vostro merito? Raccomandatevi alle vostre cabale.
DOTT.
Io sono un avvocato che vi farà tremare.
PANC.
Siete un uomo che fa paura? Potete andare in campagna a far paura agli uccelli.
DOTT.
Voi siete una figura da gira arrosto.
PANC.
Signor Dottore, buon dì a vossignoria; ella mi perdoni, ho burlato.
DOTT.
Se lei ha burlato, a me non me ne importa nulla.
(con caricatura)
PANC.
Oh, che Dottore senza giudizio!
DOTT.
Oh, che vecchio ignorante! Domani la discorreremo.
PANC.
Signor sì, domani, e quando ella vuole.
DOTT.
Vi farò vedere chi sono.
PANC.
Tenete.
(gli fa uno sgarbo, in atto di disprezzo)
DOTT.
Rustica progenies nescit habere modum.
(parte)
PANC.
Mi dispiace che non intendo, che gli vorrei rispondere per le rime.
Dottore sguaiato...
Ma si fa notte: voglio andare in casa per ultimare l'affare con il mio figliuolo.
Assolutamente voglio far questo matrimonio, e poi che cosa sarà? Perderemo l'eredità? Il signor dottor Balanzoni trionferà? Mi burlerà? Chi sa! può essere anche di no.
Non son tanto indietro colle scritture; non son tanto miserabile di cervello, che non sappia trovare un ripiego.
Quello che più mi preme, è la vita del mio figlio.
Del rimanente poi ci penseremo.
(entra in casa)
SCENA OTTAVA
Camera di Pancrazio con due porte.
ARLECCHINO, conducendo FLORINDO all'oscuro.
ARL.
La vegna con mi, e no la s'indubita niente.
FLOR.
Ma dove mi guidi?
ARL.
In camera della siora Rosaura.
FLOR.
E dove è questa camera?
ARL.
L'ha da esser qua, ma non trovo la porta.
(cercando la porta)
FLOR.
Ci sarà in camera la signora Rosaura?
ARL.
Sior no, ma mi l'anderò avvisar.
FLOR.
Fa presto...
Veggo un lume, nascondiamoci.
ARL.
Andemo in camera.
(cercandola)
FLOR.
Dove sarà?
ARL.
Non lo so.
FLOR.
È quella? (al lume che vede di lontano, scopre la camera di Rosaura)
ARL.
Sior sì, l'è quella: sta luse me fa servizio.
FLOR.
Mi celo, per non esser sorpreso.
(entra nella camera)
ARL.
E mi vad a avvisar siora Rosaura.
Ho fat polito.
Son un omo de garbo: no merit una Fiammetta, ma diese Fiammette.
(parte)
SCENA NONA
PANCRAZIO ed OTTAVIO col lume.
OTT.
Si può sapere, signor padre, che cosa pretendiate da me? Per amor del cielo, lasciatemi nella mia libertà.
PANC.
Senti, o tu hai da fare a modo mio, o tu sarai causa che mi darò ancor io alla disperazione.
Voglio che tu sposi Rosaura.
OTT.
Ma voi volete precipitar lei, voi e tutta la vostra casa.
PANC.
Che importa a me d'esser ricco, se la mia ricchezza può esser cagione della morte del mio caro figlio? I padri non hanno altro bene in questo mondo che quello delle loro creature.
Tu sei mio sangue, ti voglio consolare anche a dispetto della tua ostinazione.
Aspettami qua.
Vado a prender Rosaura, e su due piedi voglio che tu la sposi.
OTT.
Ma io certamente...
PANC.
Taci.
Se tu non hai premura di te stesso, abbi rispetto pel tuo genitore.
E se non vuoi farlo per amore, fallo per obbedienza.
La virtù d'un figlio consiste principalmente nell'obbedire a suo padre.
Se tu continui ad essere ostinato, la tua virtù diventa viziosa, e invece di obbligarmi ad amarti, ti sarò il maggior nemico che tu possa avere in questo mondo.
OTT.
No, caro padre, non mi atterrite colla minaccia dell'odio vostro: vedete che io non recalcitro ad obbedirvi per poco rispetto dei vostri comandi, ma anzi per vero amore, per vera cognizion di me stesso.
Rosaura forse mi darà la mano; voi siete disposto a cederla per amor mio; ma passerebbe poco tempo, che entrambi vi pentireste d'averlo fatto.
PANC.
Dice il proverbio: per la strada si accomoda la soma; mettiti pure in viaggio così alla meglio con essa, e non dubitare, che arriverai al fine bramato.
(parte)
OTT.
Che bel temperamento è quello di mio padre.
In mezzo alle cose più serie non lascia le lepidezze! Ma ora verrà con Rosaura, ed io che farò? Le darò la mano di sposo? Ecco precipitata lei e tutta la nostra famiglia.
E se ricuso sposarla? Eccomi in procinto di perderla.
Queste due estreme necessità esigono da me qualche altro spazio di tempo a risolvere.
Chi precipita le risoluzioni, tardi si pente.
La notte è ottima consigliera.
Vi penserò, e domani risolverò con maggior fondamento.
Perdoni il genitore se non l'attendo, se non l'obbedisco, e si glori anzi d'aver prodotto al mondo un uomo che sa colla ragione dominar le proprie passioni.
(parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO esce di camera.
FLOR.
Ben opportunamente la sorte mi ha fatto essere in questa casa.
Rosaura è innamorata d'Ottavio? Il vecchio vorrebbe ch'ei la sposasse, ed egli la ricusa, perché non perda l'eredità? A me non comple che l'abbia né il padre, né il figlio.
Se sposa Pancrazio, ella è padrona di tutto; se sposa Ottavio, averò un gran nemico, una fiera lite, un eterno disturbo.
È mio interesse di farla mia, e frattanto è necessario interrompere i loro disegni.
Buon per me che Ottavio non ha obbedito suo padre, e si è ritirato.
Domani cercherò il modo di vedere Rosaura con maggior comodo, fuori di questa casa.
Qui la cosa è troppo pericolosa; ora col benefizio del lume n'anderò...
Ma sento gente.
Oh stelle! Ecco Pancrazio con Rosaura: se torno a nascondermi, mi vedranno attraversare la camera; meglio è ch'io spenga il lume.
(smorza il lume)
SCENA UNDICESIMA
PANCRAZIO con ROSAURA per mano, e detto.
PANC.
Guardate che matto! Mi vede venire, e spegne il lume.
Chi mai direbbe, che un uomo così grande e grosso fosse vergognoso più di un bambino? Ottavio, dove sei? Sei tu qua?
FLOR.
(Mio cuore, vi vuol coraggio.
Alfine la mia spada mi leverà da ogn'impegno).
(da sé)
PANC.
Dove sei, dico? Sei tu andato via?
FLOR.
No, signore, son qui.
(altera la voce)
PANC.
Vien qua, dammi la mano.
FLOR.
Lo farò per obbedirvi.
(come sopra)
ROS.
Solo per obbedire il padre mi darete la mano? Non lo farete per amor mio? Andate, che in tal maniera io non vi voglio.
FLOR.
(Oh questa è bella).
(da sé) Mia cara, io v'amo..
(come sopra)
ROS.
La vostra voce fa conoscere il turbamento del vostro cuore.
Pensate ben
...
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