L'EREDE FORTUNATA, di Carlo Goldoni - pagina 5
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Dimmi un poco: a Rosaura vuoi tu bene?
OTT.
L'amo quanto me stesso.
PANC.
Dunque Rosaura sarà tua moglie.
(parte)
OTT.
Volesse il cielo che ella fosse mia, senza il pericolo di sentir un giorno i suoi rimproveri, senza il rimorso di vederla per me dolente! Ma ciò è impossibile, non posso di ciò lusingarmi.
Rosaura non può esser mia.
E se ella è disposta a sagrificare per me le sue sostanze, devo sagrificare per essa la vita.
Oh cieli! Rosaura dunque ha parlato? Ha svelato ella dunque l'arcano, che proposto avevamo di serbar celato.
Non mi serva però d'esempio.
Ella, come donna, cedé alla forza della passione.
Io sono in debito di sostenere la virile costanza.
(parte)
SCENA QUINTA
Strada con casa di Pancrazio.
TRASTULLO e ARLECCHINO
ARL.
Ho inteso tutto.
TRAST.
Te ne ricorderai bene?
ARL.
Cugnà, no te dubitar; gh'ho bona memoria, e farò tutto pulito.
TRAST.
Via, da bravo, fa il servizio come va fatto.
ARL.
Cugnà, lassa far a mi; ma quando faremio sto matrimonio?
TRAST.
Presto.
ARL.
Stassera?
TRAST.
Via, sì, stassera.
ARL.
Cugnà, varda ben che me fido de ti.
TRAST.
Fidati (che stai fresco).
(da sé)
ARL.
Se no sposo Fiammetta, ti ghe penserà ti.
TRAST.
Ma non mi tormentare.
Fa quel che ti ho detto, e sarai consolato.
ARL.
Cugnà, a revéderse.
TRAST.
Buon giorno.
Ricordati, sai?
ARL.
Sì, me ne recordo.
(in atto di partire)
TRAST.
A mezz'ora di notte?
ARL.
A mezz'ora de notte.
TRAST.
Sì, poco ci manca.
ARL.
Cossa oio da far a mezz'ora?
TRAST.
Oh bella! Introdurre il signor Florindo: che non te ne ricordi?
ARL.
Sì, adesso me l'arecordo...
Dove l'oio da introdur?
TRAST.
Ah, non ti ricordi più di niente? In casa del tuo padrone, e tu hai da procurare...
ARL.
Via adesso so tutto...
Cossa oio da procurar?
TRAST.
Tocco di mammalucco, senza giudizio e senza memoria.
ARL.
Mo caro cugnà, ti me l'ha dito una volta sola.
No sastu che per un albero no casca un colpo?
TRAST.
Vien qua, te lo dirò un'altra volta.
E se tu vuoi sposar la mia sorella, mettiti bene in memoria quel che voglio da te.
ARL.
Eh, co se tratta de sposarme, lassa far a mi; ficcherò ben a memoria come che va.
TRAST.
Stassera lascerai aperta la porta della riva...
ARL.
Qual ela mo la porta della riva?
TRAST.
Ancora non lo sai? Quella del canale.
Per di là, a mezz'ora di notte, entrerà il signor Florindo, e tu...
ARL.
Ho inteso, e mi anderò a avvisar el patron.
(in atto di partire)
TRAST.
No, bestia, fermati; il tuo padrone non ha da saper niente.
ARL.
Eppur me par che ti m'abbi dito qualcossa del patron.
TRAST.
Ho detto che il padrone non l'ha da sapere.
ARL.
Vedit se ho bona memoria? Saver e no saver, gh'è poca differenza.
TRAST.
Oh che matto! Orsù, intendi bene: a mezz'ora di notte hai da introdurre per la porta della riva il signor Florindo, e lo devi condurre nelle camere della signora Rosaura...
ARL.
L'oio da aspettar?
TRAST.
Sicuro.
Bisogna che tu l'aspetti nella strada.
ARL.
Ben, e col vegnirà, ghe farò lume col torzo.
TRAST.
Oh, che asino! Bisogna che tu l'introduca allo scuro.
ARL.
A scuro? Se romperemo el muso.
TRAST.
Adess'adesso lo rompo io a te.
ARL.
Abbi pazienza, cugnà; son un poco duretto, ma farò pulito.
TRAST.
Basta; tu m'hai inteso.
Hai da condurre il signor Florindo allo scuro, in camera della signora Rosaura.
ARL.
Ho capido.
TRAST.
Farai pulito?
ARL.
Cugnà, no te dubitar.
TRAST.
Avverti a non isbagliare.
ARL.
Cugnà, no gh'è dubbio.
TRAST.
Oh bravo! Fatti onore.
ARL.
A revéderse, cugnà.
TRAST.
Addio, Arlecchino.
ARL.
Mo par cossa no me distu cugnà?
TRAST.
Te l'ho già detto tante volte, che questa parola mi ha seccato.
ARL.
Vago via, cugnà.
TRAST.
Schiavo...
ARL.
Cugnà.
TRAST.
Quel che tu vuoi.
ARL.
Caro ti, fame un servizio.
TRAST.
Cosa vuoi?
ARL.
Dime cugnà.
TRAST.
(Mi fa ridere).
(da sé) Ti saluto, cognato.
ARL.
Cugnà, bona sera; adesso son contento.
A revéderse, el me caro cugnà.
(entra in casa)
SCENA SESTA
TRASTULLO, poi il DOTTORE
TRAST.
Costui è il più bel carattere del mondo.
Mia sorella fa male a non volerlo, perché un marito semplice di questa sorta è un bel capitale per una donna di spirito.
DOTT.
Dove sei stato, che è tanto ch'io non ti vedo?
TRAST.
A operare pe' miei padroni.
DOTT.
In che proposito?
TRAST.
Sul proposito che la signora Rosaura ha da esser moglie del signor Florindo, e quell'eredità ha da venire in casa sua.
DOTT.
Ho già preparata la querela del testamento...
TRAST.
Senza tante querele, senza far liti, senza brodi lunghi, il signor Florindo ed io abbiamo trovato il modo di tentare questa faccenda, e siamo sicuri d'una buona riuscita.
DOTT.
Trastullo, tu mi consoli.
TRAST.
Viva pur quieto, e si fidi di noi.
DOTT.
Non occorr'altro.
Attenderò l'esito con impazienza.
TRAST.
Domani saprà qualche cosa.
Signor padrone, le fo umilissima riverenza.
DOTT.
Buon giorno.
(Gran Trastullo!) (da sé)
TRAST.
Non credo che il signor Florindo si perderà di coraggio: io lo metto alle mosse, tocca a lui a correre, se vuol vincere il palio.
(parte)
SCENA SETTIMA
Il DOTTORE, poi PANCRAZIO
DOTT.
Quanto pagherei a veder mortificato quell'animalaccio di Pancrazio!
PANC.
Già si avvicina la notte; è tempo che vada a casa a concludere questo negozio...
(Ma ecco qua il signor avvocato delle cause perse).
(da sé)
DOTT.
(Ecco qui il signor mercante de' fichi secchi).
(da sé)
PANC.
(Oh che caro Dottor senza dottrina!) (da sé)
DOTT.
Servitor suo, signore sposo.
PANC.
Schiavo devotissimo, signor erede.
DOTT.
In grazia, perdoni la confidenza; quando si faranno queste nozze?
PANC.
Oh presto, presto; ma quando si faranno, V.S.
sarà avvisata.
Spero che favorirà di onorarmi di venire a bere un sorbetto.
(con ironia)
DOTT.
Sì signore, riceverò le sue grazie, e V.S.
favorirà venir da me a bere un bicchier di vino, quando anderò al possesso dell'eredità di Petronio.
PANC.
Ho paura che quel vino voglia diventare aceto.
DOTT.
Ed io temo che quel sorbetto non si voglia gelare.
PANC.
Se non avete altro da mangiare, volete digiunare per un pezzo.
DOTT.
Oh bello il signor sposo! Siete vecchio: senectus ipsa est morbus.
PANC.
Io per sposar Rosaura son troppo vecchio; ma voi per disputar meco siete ancor troppo giovane.
DOTT.
Volete una sposa da par vostro? Sposate la morte.
PANC.
Volete un'eredità secondo il vostro merito? Raccomandatevi alle vostre cabale.
DOTT.
Io sono un avvocato che vi farà tremare.
PANC.
Siete un uomo che fa paura? Potete andare in campagna a far paura agli uccelli.
DOTT.
Voi siete una figura da gira arrosto.
PANC.
Signor Dottore, buon dì a vossignoria; ella mi perdoni, ho burlato.
DOTT.
Se lei ha burlato, a me non me ne importa nulla.
(con caricatura)
PANC.
Oh, che Dottore senza giudizio!
DOTT.
Oh, che vecchio ignorante! Domani la discorreremo.
PANC.
Signor sì, domani, e quando ella vuole.
DOTT.
Vi farò vedere chi sono.
PANC.
Tenete.
(gli fa uno sgarbo, in atto di disprezzo)
DOTT.
Rustica progenies nescit habere modum.
(parte)
PANC.
Mi dispiace che non intendo, che gli vorrei rispondere per le rime.
Dottore sguaiato...
Ma si fa notte: voglio andare in casa per ultimare l'affare con il mio figliuolo.
Assolutamente voglio far questo matrimonio, e poi che cosa sarà? Perderemo l'eredità? Il signor dottor Balanzoni trionferà? Mi burlerà? Chi sa! può essere anche di no.
Non son tanto indietro colle scritture; non son tanto miserabile di cervello, che non sappia trovare un ripiego.
Quello che più mi preme, è la vita del mio figlio.
Del rimanente poi ci penseremo.
(entra in casa)
SCENA OTTAVA
Camera di Pancrazio con due porte.
ARLECCHINO, conducendo FLORINDO all'oscuro.
ARL.
La vegna con mi, e no la s'indubita niente.
FLOR.
Ma dove mi guidi?
ARL.
In camera della siora Rosaura.
FLOR.
E dove è questa camera?
ARL.
L'ha da esser qua, ma non trovo la porta.
(cercando la porta)
FLOR.
Ci sarà in camera la signora Rosaura?
ARL.
Sior no, ma mi l'anderò avvisar.
FLOR.
Fa presto...
Veggo un lume, nascondiamoci.
ARL.
Andemo in camera.
(cercandola)
FLOR.
Dove sarà?
ARL.
Non lo so.
FLOR.
È quella? (al lume che vede di lontano, scopre la camera di Rosaura)
ARL.
Sior sì, l'è quella: sta luse me fa servizio.
FLOR.
Mi celo, per non esser sorpreso.
(entra nella camera)
ARL.
E mi vad a avvisar siora Rosaura.
Ho fat polito.
Son un omo de garbo: no merit una Fiammetta, ma diese Fiammette.
(parte)
SCENA NONA
PANCRAZIO ed OTTAVIO col lume.
OTT.
Si può sapere, signor padre, che cosa pretendiate da me? Per amor del cielo, lasciatemi nella mia libertà.
PANC.
Senti, o tu hai da fare a modo mio, o tu sarai causa che mi darò ancor io alla disperazione.
Voglio che tu sposi Rosaura.
OTT.
Ma voi volete precipitar lei, voi e tutta la vostra casa.
PANC.
Che importa a me d'esser ricco, se la mia ricchezza può esser cagione della morte del mio caro figlio? I padri non hanno altro bene in questo mondo che quello delle loro creature.
Tu sei mio sangue, ti voglio consolare anche a dispetto della tua ostinazione.
Aspettami qua.
Vado a prender Rosaura, e su due piedi voglio che tu la sposi.
OTT.
Ma io certamente...
PANC.
Taci.
Se tu non hai premura di te stesso, abbi rispetto pel tuo genitore.
E se non vuoi farlo per amore, fallo per obbedienza.
La virtù d'un figlio consiste principalmente nell'obbedire a suo padre.
Se tu continui ad essere ostinato, la tua virtù diventa viziosa, e invece di obbligarmi ad amarti, ti sarò il maggior nemico che tu possa avere in questo mondo.
OTT.
No, caro padre, non mi atterrite colla minaccia dell'odio vostro: vedete che io non recalcitro ad obbedirvi per poco rispetto dei vostri comandi, ma anzi per vero amore, per vera cognizion di me stesso.
Rosaura forse mi darà la mano; voi siete disposto a cederla per amor mio; ma passerebbe poco tempo, che entrambi vi pentireste d'averlo fatto.
PANC.
Dice il proverbio: per la strada si accomoda la soma; mettiti pure in viaggio così alla meglio con essa, e non dubitare, che arriverai al fine bramato.
(parte)
OTT.
Che bel temperamento è quello di mio padre.
In mezzo alle cose più serie non lascia le lepidezze! Ma ora verrà con Rosaura, ed io che farò? Le darò la mano di sposo? Ecco precipitata lei e tutta la nostra famiglia.
E se ricuso sposarla? Eccomi in procinto di perderla.
Queste due estreme necessità esigono da me qualche altro spazio di tempo a risolvere.
Chi precipita le risoluzioni, tardi si pente.
La notte è ottima consigliera.
Vi penserò, e domani risolverò con maggior fondamento.
Perdoni il genitore se non l'attendo, se non l'obbedisco, e si glori anzi d'aver prodotto al mondo un uomo che sa colla ragione dominar le proprie passioni.
(parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO esce di camera.
FLOR.
Ben opportunamente la sorte mi ha fatto essere in questa casa.
Rosaura è innamorata d'Ottavio? Il vecchio vorrebbe ch'ei la sposasse, ed egli la ricusa, perché non perda l'eredità? A me non comple che l'abbia né il padre, né il figlio.
Se sposa Pancrazio, ella è padrona di tutto; se sposa Ottavio, averò un gran nemico, una fiera lite, un eterno disturbo.
È mio interesse di farla mia, e frattanto è necessario interrompere i loro disegni.
Buon per me che Ottavio non ha obbedito suo padre, e si è ritirato.
Domani cercherò il modo di vedere Rosaura con maggior comodo, fuori di questa casa.
Qui la cosa è troppo pericolosa; ora col benefizio del lume n'anderò...
Ma sento gente.
Oh stelle! Ecco Pancrazio con Rosaura: se torno a nascondermi, mi vedranno attraversare la camera; meglio è ch'io spenga il lume.
(smorza il lume)
SCENA UNDICESIMA
PANCRAZIO con ROSAURA per mano, e detto.
PANC.
Guardate che matto! Mi vede venire, e spegne il lume.
Chi mai direbbe, che un uomo così grande e grosso fosse vergognoso più di un bambino? Ottavio, dove sei? Sei tu qua?
FLOR.
(Mio cuore, vi vuol coraggio.
Alfine la mia spada mi leverà da ogn'impegno).
(da sé)
PANC.
Dove sei, dico? Sei tu andato via?
FLOR.
No, signore, son qui.
(altera la voce)
PANC.
Vien qua, dammi la mano.
FLOR.
Lo farò per obbedirvi.
(come sopra)
ROS.
Solo per obbedire il padre mi darete la mano? Non lo farete per amor mio? Andate, che in tal maniera io non vi voglio.
FLOR.
(Oh questa è bella).
(da sé) Mia cara, io v'amo..
(come sopra)
ROS.
La vostra voce fa conoscere il turbamento del vostro cuore.
Pensate bene, che poi...
PANC.
Eh via, quanti discorsi! Ottavio, dammi la mano.
(prende la mano a Florindo)
FLOR.
Eccola.
(Fortuna, non mi abbandonare).
(da sé)
PANC.
Via, sbrigatevi, prendetevi la mano, e terminiamo questo affare.
(unisce la mano di Rosaura a quella di Florindo)
ROS.
Eccovi la mia destra, e con essa il mio cuore.
PANC.
State forte; non vi movete.
Questa promissione non sarebbe sussistente, se non vi fossero due testimoni.
Chi è di là, vi è nessuno?
FLOR.
(Vorrebbe liberarsi)
PANC.
Eh via, fermati, tu non mi scappi.
Vi è nessuno, dico?
SCENA DODICESIMA
FIAMMETTA col lume, e detti.
FIAMM.
Signore, che comandate?
PANC.
Ohimè, che negozio è questo? Che è questo tradimento? Che cosa fate qua, signor Florindo? (lo lascia)
ROS.
Misera me! Che inganno è mai questo?
FLOR.
(Mette mano) Non vi avanzate, se vi preme la vita.
PANC.
Come siete qua? Perché? Presto, parlate.
FIAMM.
(Un uomo con una donna all'oscuro, e domanda che cosa facevano!) (da sé)
FLOR.
(Ci sono, vi vuole ardire).
(da sé) Signora Rosaura, mia amorosissima cugina, siamo scoperti; non ci possiam più nascondere.
Signore, in me vedete un amante di Rosaura; qui venni, da lei invitato, per istabilire le nostre nozze.
(a Pancrazio)
ROS.
Ohimè, che sento? Mentitore, siete un indegno, siete un mendace.
Non è vero, signor Pancrazio, non gli credete.
FLOR.
Non è maraviglia che Rosaura, per coprire la sua debolezza, m'accusi di mentitore; io da lei tutto voglio soffrire, ma sa ben ella le confidenze che fra noi passano.
PANC.
Ella è una bagattella!
FIAMM.
(A buon intenditor poche parole).
(da sé)
ROS.
Oh cielo! Perché non scagli un fulmine sul capo di quell'indegno impostore? Ah, signor Pancrazio, mi conoscete, non son capace di azioni cotanto indegne.
PANC.
Pare impossibile ancora a me: sarebbe un tradimento troppo terribile.
Fingere di amar mio figlio!...
In casa mia!...
Oh! non la posso credere.
FLOR.
Eppure è così, ve lo giuro, ve lo protesto.
Mi credete voi così pazzo, ch'io fossi venuto di notte in questa casa senza la sua intelligenza? A che fine? Perché? Eh, signor Pancrazio, non istupite che Rosaura vi riesca diversa all'apparenza: questo è il vero carattere delle donne.
ROS.
Anima scellerata!
FLOR.
Tutto soffro dal vostro labbro.
ROS.
Vi odio più della morte.
FLOR.
Mi amaste quanto la vita.
ROS.
Siete un bugiardo.
FLOR.
Vi compatisco.
PANC.
Orsù, signor Florindo, non posso e non voglio credere che la signora Rosaura sia capace di un'azione così indegna.
FLOR.
Dunque sarò io quel mentitore che mi decanta?
SCENA TREDICESIMA
ARLECCHINO e detti.
ARL.
Oh, eccola qua.
FLOR.
(Ecco il servo opportuno).
(da sé)
ARL.
Cerca, cerca, v'ho pur trovà.
(a Rosaura)
PANC.
Che vuoi tu da mia figlia?
FLOR.
Signor Pancrazio, ecco il testimonio che potrà autenticare quello che a me non volete credere.
PANC.
Come! Arlecchino?...
ROS.
Che può dire Arlecchino?
ARL.
Mi digo...
FLOR.
Dimmi un poco, chi mi ha introdotto in questa casa?
ARL.
Mi, per la porta della riva, a scuro.
PANC.
Tu, tocco di briccone...
ARL.
Zitto, che vussioria non l'ha da saver.
PANC.
Io non l'ho da sapere?
ARL.
Sior no, no l'ha da saver altri che siora Rosaura.
ROS.
Io?...
FLOR.
Sentite? La signora Rosaura era intesa della mia venuta.
ROS.
Non è vero.
FLOR.
Tu, Arlecchino, chi andavi ora cercando.
ARL.
Siora Rosaura, per dirghe che l'amigo l'era in camera a scuro, che l'aspettava.
PANC.
Come?
ROS.
Io non so nulla...
FLOR.
Non lo sapeva la signora Rosaura ch'io era qui? (ad Arlecchino)
ARL.
Non lo sapeva.
FLOR.
Come non lo sapeva? Lo sapeva.
(alterato)
ARL.
Lo sapeva.
FLOR.
Sentite? (a Pancrazio) Non son venuto io qui per ordine della signora Rosaura? (ad Arlecchino)
ARL.
Signor sì.
ROS.
Mentisci, temerario.
PANC.
Chi ti ha dato quest'ordine? (ad Arlecchino)
ARL.
Andè via, che no gh'avì da intrar e no l'avì da saver.
(a Pancrazio)
FLOR.
Non doveva io parlare allo scuro colla signora Rosaura? (ad Arlecchino)
ARL.
Sior sì, ma no gh'ha da esser el patron.
PANC.
Chi ti ha detto che non vi ho da essere?
ARL.
Me l'ha dito...
FLOR.
Orsù, signor Pancrazio, la cosa è ormai troppo chiara, e mi fate ingiuria cercando testimonianze maggiori della verità.
PANC.
Costui è un pappagallo; non si sa quel che dica.
ARL.
Me maravei, son un omo che parla come i omeni; so quel che digo, e quel che digo vu no l'avì da capir.
Cercava siora Rosaura, perché l'era aspettada a scuro; i s'ha trovà coll'amigo, bon pro ghe fazza, ma vu no gh'avè da esser.
Fiammetta, t'aspetto in cusina.
FIAMM.
A che fare?
ARL.
To fradello mor de voia de deventar me cugnà, e tutti i me amici no i vede l'ora che me marida.
(parte)
FIAMM.
Aspetteranno un pezzo.
SCENA QUATTORDICESIMA
PANCRAZIO, ROSAURA, FLORINDO e FIAMMETTA
ROS.
Ah, signor Pancrazio, fermatelo, fate che egli si spieghi.
PANC.
Che cosa ha egli da spiegare, se non sa neppure quel che si dica?
FLOR.
(La semplicità di costui mi ha giovato infinitamente).
(da sé)
PANC.
Orsù, domani la discorreremo meglio.
Signor Florindo, contentatevi di andar fuori di questa casa.
Finalmente, quand'anche fosse vero che Rosaura vi avesse fatto venire, questa è casa mia, ed io sono l'offeso.
Per adesso non dico altro; andate, che ci riparleremo.
FLOR.
Fin qua avete ragione.
E se volete soddisfazione, son pronto a darvela.
PANC.
Signor no, la ringrazio infinitamente.
FLOR.
Partirò, giacché voi, che siete il padrone di questa casa, me l'ordinate.
Rosaura, voi siete causa di un tal disordine.
Signore, ella mi ha data la fede, deve esser mia.
ROS.
Traditore! Non lo sperate giammai.
PANC.
Domani la discorreremo.
FLOR.
(Chi non sa fingere, non isperi di migliorar condizione).
(parte)
FIAMM.
(Eppure, eppure io giocherei che quel signorino volesse infinocchiar quel buon vecchio).
(da sé)
ROS.
Ah, signor Pancrazio, non mi fate sì gran torto di credere in me...
PANC.
Tacete, signora.
Pur troppo ho ragione di dubitare.
Non vi condanno assolutamente, ma sono un pezzo avanti per credervi complice d'un tal tradimento.
ROS.
Mi meraviglio, io non son capace...
PANC.
Tacete, vi dico.
Siete donna, e tanto basta.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
ROSAURA e FIAMMETTA
ROS.
Oh me infelice! Mi può far peggio la sorte? Farmi credere infedele, farmi comparire poco onesta?
FIAMM.
Ma, signora Rosaura, parliamoci fra di noi con vera confidenza e femminile libertà.
Come va questa faccenda? Il signor Florindo è roba vostra sì o no?
ROS.
Ti giuro, Fiammetta, sull'onor mio, e per quanto vi è di più sacro in cielo, che io non ne so nulla, che l'odio e l'aborrisco, e che egli è un temerario impostore.
FIAMM.
Oh maladetto! E con tanta franchezza sostiene una tal falsità? E poi dice che noi altre donne siamo avvezze a fingere? E il signor Pancrazio, anch'egli si diletta di dire: siete donne, e tanto basta? Venga la rabbia a questi omenacci impertinenti, che ci vogliono far passare per doppie e per bugiarde, quando essi sono il ritratto della bugia e della falsità.
Le donne, che hanno giudizio, fanno bene a non dir loro la verità, poiché, se si ha da soffrire delle mortificazioni, è meglio soffrirle per qualche cosa.
ROS.
Ma quell'indegno, quel briccone d'Arlecchino, poteva dir peggio?
FIAMM.
Oh! in quanto a colui, parla sempre a sproposito.
Mio fratello mi vorrebbe precipitare.
Il mio merito non esige un uomo di così vil condizione.
Basta, non è ancor mio marito.
Ma voi, signora mia, non ve la lasciate passare così facilmente, vi va della vostra riputazione.
Fatelo disdire quell'impertinente.
ROS.
E come dovrò io fare? Aiutami, per pietà.
FIAMM.
Aspettate, vedo il signor Lelio, lo chiamerò.
ROS.
No, per amor del cielo, che sua consorte è troppo gelosa.
FIAMM.
Se è pazza, suo danno.
Il signor Lelio vi può giovare.
In casi simili non conviene trascurar cosa alcuna.
Eh, signor Lelio, favorisca.
SCENA SEDICESIMA
LELIO e dette.
LEL.
Che bramate, amenissima giovine? Ma qui la signora Rosaura? Oh degnissima coppia!
FIAMM.
Signore, la signora Rosaura ha gran bisogno di voi.
LEL.
Volesse il cielo che la mia insufficienza valesse a prestar servizio al merito singolarissimo di una sì degna donzella.
FIAMM.
Ma questa volta, signore, bisogna dar mano ai superlativi davvero, e fare una superlativa vendetta.
LEL.
Contro di chi?
FIAMM.
Contro il signor Florindo.
LEL.
Che vi ha egli fatto? (a Rosaura)
ROS.
Ardì macchiar l'onor mio.
LEL.
Laverà la macchia col suo sangue.
ROS.
Tanto spero dall'aiuto del cielo.
LEL.
Dite ancora dal valor del mio braccio.
FIAMM.
Egli ardì far credere che la povera signora Rosaura lo avesse invitato ad illeciti divertimenti.
LEL.
Temerario!
ROS.
S'introdusse di nottetempo in questa casa.
LEL.
Indegno!
FIAMM.
E in faccia sua sostenne le sue menzogne.
LEL.
Sfacciato!
FIAMM.
Fatelo disdire.
LEL.
Svelerà le indegne sue frodi.
ROS.
Restituitemi il mio decoro.
LEL.
Tornerà al suo lucente fulgore.
FIAMM.
Siete un cavaliere generosissimo.
LEL.
Sono ammirator del bel sesso.
ROS.
A voi mi raccomando.
LEL.
Son tutto vostro.
FIAMM.
Tutto della signora Rosaura, e niente per me?
LEL.
Data la debita proporzione, distinto il merito e la condizione, son buono amico di tutte due.
SCENA DICIASSETTESIMA
BEATRICE e detti.
BEAT.
E per me, signor Lelio, non vi resta nulla?
LEL.
Il cuore, che è tutto vostro.
ROS.
(Ecco la gelosa).
(da sé)
FIAMM.
(Ecco la pazza).
(da sé)
BEAT.
No, no, seguite pure.
Io non voglio disturbare i vostri interessi.
ROS.
Signora, voi anzi potete contribuire alla mia quiete.
BEAT.
Certo, potrei consolarvi col soffrire e tacere.
FIAMM.
Non impedite un'eroica azione del vostro signor consorte.
BEAT.
Bell'eroismo! Cicisbeare sugli occhi della propria moglie!
LEL.
Signora Beatrice, siete in errore.
BEAT.
Toglietevi dagli occhi miei.
Lasciatemi stare.
Uomo senza giudizio e senza riputazione.
LEL.
Orsù, ho capito.
Aspettatemi, che ora sono da voi.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
ROSAURA, BEATRICE e FIAMMETTA
BEAT.
Che pretende di fare? Giuro al cielo, se mi perderà il rispetto, l'avrà da far meco.
E voi, signora Rosaura, fareste meglio a badare a' fatti vostri, e lasciar stare mio marito; e tu, impertinente, vattene tosto di questa casa.
(a Fiammetta)
FIAMM.
Oh certo, che mi fate un gran dispiacere a licenziarmi dal vostro servizio.
Le donne della mia qualità sono ricercate, pregate, e non pregano.
(parte)
ROS.
Ma possibile, signora Beatrice, che vi lasciate così acciecare dalla gelosia, senza riflettere all'offesa che fate alle persone d'onore, senza considerare al vostro decoro, e senza prima assicurarvi del fondamento? Io sono una figlia onorata.
Sono una sventurata amante d'Ottavio.
Florindo mi perseguita, m'insidia, mi calunnia, mi vuole precipitare.
Chiamo in soccorso il signor Lelio vostro consorte; egli per pietà, per cavalleria, mi promette assistenza, e voi lo rimproverate, e voi così mi mortificate? E di lui e di me così ingiustamente ardite di sospettare? Pensateci meglio; vergognatevi di voi medesima; mutate costume, se non volete vivere da insana, e morire da disperata.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
BEATRICE, poi LELIO
BEAT.
Questa volta dubito di essermi veramente ingannata.
Finalmente non ho veduto cosa di conseguenza.
Ma quel mio marito non ha niente di giudizio...
Però, per dir vero, lo tormento un po' troppo...
Non vorrei tirarlo a cimento...
Se mi perde l'amore e mi abbandona?...
È capace di farlo...
Orsù, bisogna raddolcirlo un poco, andargli colle buone, e vedere di far la pace.
Eccolo che ritorna.
LEL.
Signora consorte gentilissima, abbiamo tutti due a mutar vita.
Io vivrò da eremita, e voi vivrete da ritirata.
Le vostre gioje e i vostri abiti più non hanno a servire a niente.
Queste sono le chiavi dello scrigno e della guardaroba; ecco ch'io le ripongo in tasca, e non isperate di vederle mai più.
BEAT.
Come! I miei abiti? Le mie gioje?
LEL.
Voi siete gelosa di me; io sono geloso di voi.
Voi temete ch'io mi renda colla cortesia troppo amabile; io temo che voi coll'abbellirvi siate troppo vezzosa.
BEAT.
(Questo è un colpo mortale!) (da sé) Ma io se mi mostro di voi gelosa, lo fo perché vi voglio bene.
LEL.
Ed io, perché vi amo teneramente, penso a custodirvi con tal cautela.
BEAT.
Ah, voi volete vendicarvi di me.
LEL.
Vendicarmi di voi? Pensate! Ho troppo rispetto pel vostro merito.
BEAT.
Sapete che vi amo colla maggior tenerezza.
LEL.
Effetto della vostra singolar bontà.
BEAT.
Vi ho preso con tanto amore.
LEL.
Beato me, per un sì pregevole acquisto.
BEAT.
Di che vi potete dolere?
LEL.
Di nulla.
Siete adorabile.
BEAT.
Conosco che parlate col fiele sulle labbra.
LEL.
Anzi son per voi tutto zucchero.
BEAT.
Voi mi farete dare nelle disperazioni.
LEL.
E voi mi farete morire.
BEAT.
Siete troppo crudele.
LEL.
Anzi sono di voi pietosissimo.
BEAT.
Dunque datemi almeno un'occhiata amorosa.
LEL.
Ecco, vi miro colla maggior tenerezza del cuore.
(con caricatura)
BEAT.
Voi mi schernite.
LEL.
V'ingannate.
BEAT.
Datemi la mano.
LEL.
Ecco la destra, e con la destra il cuore.
BEAT.
Datemi...
LEL.
Che cosa, idolo mio? Comandate.
BEAT.
Vorrei...
LEL.
Disponete, arbitrate di me.
BEAT.
Le chiavi delle mie gioje.
LEL.
Quando avrete giudizio, ve le darò.
(parte)
BEAT.
Poter di bacco! Mi burla, mi deride, e ho da soffrirlo? Mah! Ha trovato un segreto troppo potente per umiliarmi.
Senz'abiti e senza gioje? Piuttosto senza pane, che senza simili adornamenti.
Dunque che farò? È meglio umiliarsi in privato, per comparire in pubblico.
Farò due carezze al marito, per andar vestita alla moda, e soffrirò anche qualche domestico dispiacere, per far figura nelle conversazioni.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Strada con casa di Pancrazio.
FIAMMETTA di casa, poi TRASTULLO
FIAMM.
Oh poverina me! Che sussurro, che strepito è mai in questa casa! La signora Rosaura si vuole ammazzare, il signor Pancrazio si vuole impiccare, la gelosa sbuffa, l'affettato smania; vi è il diavolo in questa casa, non si può più vivere, non si può più durare.
Di tutto ciò è causa quel poco di buono di mio fratello; egli ha sedotto lo sciocco di Arlecchino; egli ha fatto introdurre il signor Florindo, egli ha precipitato questa famiglia.
Ma eccolo per l'appunto.
TRAST.
Oh sorella...
FIAMM.
Bella cosa veramente avete fatta, signor fratello! Sarete contento; i vostri padroni vi daranno la mancia.
TRAST.
Perché? Che c'è stato?
FIAMM.
Che c'è stato, eh? La casa Aretusi è in rovina per causa vostra.
Voi avete introdotto di nottetempo il signor Florindo.
Fu sorpreso dal signor Pancrazio, ed egli ebbe la temerità di dire che la signora Rosaura, di lui invaghita, l'aveva colà invitato ad illeciti amplessi.
Fortuna che il signor Ottavio ancora non l'ha saputo; ma se arriva a saperlo, poveri noi!
TRAST.
Come! Il signor Florindo ha avuto l'ardire di fare un'azione così cattiva? Questi non sono stati i nostri patti.
L'ho introdotto in casa per bene, e non per male; per far meglio, e non per far peggio.
Ho procurato che egli parli colla signora Rosaura per disingannarsi, se ella non gli corrisponde; acciò, riconoscendo dalla medesima la sua disgrazia, lasciasse di aspirare alla morte o alla rovina del signor Pancrazio.
Alla famiglia Aretusi io voglio bene; sono stato allevato da bambino dal signor Pancrazio, e me ne andai di casa sua per un capriccio di niente, e non ostante mi ha sempre fatto del bene: adesso conosco l'errore che ho fatto, benché senza malizia; me ne pento con tutto il cuore, e spero che il cielo mi darà il contento di rimediare agli errori della mia ignoranza collo studio della mia sagacità.
(parte)
SCENA SECONDA
FIAMMETTA, poi ARLECCHINO che esce di casa.
FIAMM.
Volesse il cielo ch'ei dicesse la verità.
Bel servizio far vorrebbe a me ancora questo gentilissimo mio fratello! Vorrebbe darmi un grazioso marito! Sciocco, ignorante, buono da nulla...
ARL.
Fiammetta, dov'è el sior Ottavio?
FIAMM.
Che cosa vuoi dal signor Ottavio?
ARL.
Una cossa de gran premura.
Bisogna che lo trova, per raccontarghe tutto quel che è successo tra siora Rosaura, sior Florindo e el patron vecchio.
FIAMM.
Oh sì, che faresti una bella cosa! Il signor Ottavio non lo sa, e tu glielo vorresti far sapere?
ARL.
Sigura che bisogna che ghe lo fazza saver.
Tutta stanotte non ho mai dormido, pensando che ho fat mal a no ghel dir ieri sera.
FIAMM.
Per qual ragione?
ARL.
Perché el m'ha dito che ghe conta tutto.
FIAMM.
Ma questo non glielo hai da dire.
ARL.
Cara muier in erba, compatissime, ma bisogna che ghel diga.
Son un omo de parola; quando prometto, mantegno.
FIAMM.
In queste cose non si mantiene la parola.
Non vedi qual disordine nascerebbe, s'egli lo risapesse?
ARL.
Nassa quel che sa nasser, el l'ha da saver.
FIAMM.
Si irriterà contro il signor Florindo, e forse forse lo sfiderà alla spada.
ARL.
So danno.
FIAMM.
Prenderà collera colla signora Rosaura.
ARL.
So danno.
FIAMM.
Farà disperare suo padre.
ARL.
So danno.
FIAMM.
E vuoi che lo sappia?
ARL.
El l'ha da saver.
FIAMM.
Bene; giacché vedo che sei un mulo ostinato, va al tuo diavolo, che non voglio più vederti, né sentirti parlare.
ARL.
Come! Ti me descazzi?
FIAMM.
Un uomo indiscreto della tua sorte non merita l'amor mio.
ARL.
Son qua, vita mia, farò tutto quel che ti vol ti.
FIAMM.
Non voglio che tu dica nulla al signor Ottavio della povera signora Rosaura, perché ci va della sua riputazione.
ARL.
Ma come oio da far a no lo dir?
FIAMM.
Non si parla.
ARL.
Patirò.
FIAMM.
Orsù, alle corte: io ti comando che non lo dica.
(Con costui bisogna far così).
(da sé)
ARL.
Ti comandi?
FIAMM.
Comando.
ARL.
Bisognerà obbedir.
FIAMM.
E se parli, meschino te.
ARL.
Cossa me farastu?
FIAMM.
Ti scaccerò come un birbante, e mi mariterò subito con un altro.
ARL.
No parlo più per cent'anni.
FIAMM.
Bravo.
Così mi piaci.
ARL.
Ma quando concluderemo el negozio?
FIAMM.
Ne parleremo.
Fatti vedere obbediente ai miei ordini, e poi parleremo.
ARL.
No vôi che ti dighi, parleremo.
Vôi che ti dighi, faremo.
FIAMM.
Oh! ecco il padrone.
ARL.
Cospetto de bacco! No ti vuol che ghe diga niente?
FIAMM.
Provati!
ARL.
Pazienza! No parlerò.
SCENA TERZA
OTTAVIO di casa e detti.
OTT.
(Da che mai procede la nuova confusion di Rosaura? Non la capisco.
Mi guarda appena, e sfugge quasi il mirarmi.
Mio padre ancora parmi agitato oltre il solito.
Il non averli io iersera aspettati, non merita tanto sdegno; alfine mi sono giustificato).
(da sé) Voi altri, che fate qui? (a Fiammetta ed Arlecchino)
FIAMM.
Io vado per un affare della padrona.
ARL.
E mi andava cercando de vussioria.
OTT.
Che vuoi da me?
FIAMM.
(Fa cenno ad Arlecchino che taccia)
ARL.
Gnente...
(mostrando aver soggezione di Fiammetta)
OTT.
Parla, di', che cosa vuoi?
ARL.
Aveva da dirghe un non so che...
ma no ghe digo altro.
FIAMM.
(Oh che bestia!) (da sé)
OTT.
Voglio che tu mi dica ciò che dir mi dovevi; altrimenti ti bastonerò.
FIAMM.
(Fa cenno ad Arlecchino che taccia)
OTT.
(Se n'accorge) Come! Tu gli fai cenno che taccia? (a Fiammetta)
FIAMM.
Io no, signore.
OTT.
Presto, parla.
(alzando il bastone)
ARL.
Dirò...
la sappia...
FIAMM.
(Fa i soliti cenni)
OTT.
Fraschetta, me ne son accorto.
(a Fiammetta) Parla.
(ad Arlecchino)
ARL.
La sappia, sior, che el sior Florindo...
FIAMM.
O via, che gran cosa! Il signor Florindo vorrebbe per moglie la signora Rosaura.
OTT.
Non altro? (ad Arlecchino)
ARL.
Gh'è qualcoss'altro.
OTT.
Dimmelo tosto.
FIAMM.
Che tu sia maladetto! (minacciando Arlecchino di soppiatto)
OTT.
O narrami tutto, o ti rompo l'ossa di bastonate.
(ad Arlecchino)
ARL.
A ste maniere obbliganti chi pol resister, resista.
Sior Florindo e siora Rosaura i era in camera a scuro...
FIAMM.
Non è vero niente.
OTT.
Taci.
(a Fiammetta) E che facevano? (ad Arlecchino)
ARL.
Dimandèghelo a vostro padre, che l'è insatanassado.
OTT.
Ah sì, me ne sono accorto.
Mio padre smania, e Rosaura arrossisce.
FIAMM.
Non gli credete...
OTT.
Taci, bugiarda.
ARL.
E mi son stà quello che l'ha introdotto a scuro.
OTT.
Tu, disgraziato?
ARL.
Ma mi no so gnente.
FIAMM.
È uno sciocco, non sa cosa che si dica.
(ad Ottavio)
ARL.
Se i ho visti mi in camera tutti tre.
FIAMM.
E per questo?
OTT.
Che cosa faceva Florindo in casa? (a Fiammetta)
FIAMM.
Era venuto per discorrere col padrone.
ARL.
Non è vero gnente; anzi el padron non l'aveva da saver.
OTT.
Ah, che pur troppo dalla sciocchezza di costui, e dall'artifizio con cui vorresti palliarmi la verità, rilevo quanto basta per assicurarmi della mia sventura.
(a Fiammetta) Rosaura è un'infedele, e quelle renitenze che ella dimostrava per me, non procedevano da virtù, ma dal cuor prevenuto.
Misero Ottavio, donna infida! Non me l'avrei creduto giammai!
FIAMM.
Mi creda, signor padrone...
OTT.
Taci, donna indegna, e da me aspetta il premio dovuto alle tue imposture.
FIAMM.
Ma senta...
OTT.
No, non ti ascolto.
Mi sentirà Rosaura, mi sentirà quell'infida.
(entra in casa)
ARL.
E cussì oio fatto ben, o oio fatto mal?
FIAMM.
Va al diavolo, bestia, asino, talpa, tronco, macigno, nato per disgrazia ed allevato per la galera.
(entra in casa)
ARL.
Tutta sta roba a conto de dota.
Voio andar a trovar mio cugnà, e finché la cossa è calda, voio che concludemo sto matrimonio.
(parte)
SCENA QUARTA
Camera in casa di Pancrazio.
OTTAVIO e ROSAURA
OTT.
Lasciatemi, ingrata.
ROS.
Deh fermatevi, siete in errore.
OTT.
Più non ascolto le vostre false lusinghe.
ROS.
Sono innocente.
OTT.
Perfida, è questa la ricompensa con cui premiate la finezza dell'amor mio? V'amo quanto l'anima mia, vi desidero più della vita, eppure vi cedo a mio padre per non levarvi la vostra fortuna...
ROS.
Ma io...
OTT.
Tacete.
E voi, ingrata, tradite me ed il mio genitore, vi date in braccio ad un nostro nemico, l'introducete di notte nelle vostre stanze.
ROS.
Non è vero...
OTT.
Tacete, dico.
Il servo, non volendo, mi ha svelato ciò che mi si voleva tener nascosto.
Fiammetta, quanto più voleva coprire, tanto più spiegava la reità vostra.
ROS.
Eppur con tutto questo sono innocente.
OTT.
Qual prova avete voi della vostra innocenza, a fronte di tante accuse, di tanti testimoni uniformi?
ROS.
Posso la mia innocenza autenticar col mio sangue.
OTT.
Questa espression da romanzo non accredita punto la vostra fede.
Parto, per non più rimirarvi.
ROS.
Ah Ottavio, per pietà, non mi abbandonate.
(lo prende per il lembo dell'abito)
OTT.
Lasciatemi.
ROS.
Non lo sperate.
OTT.
Perfida! (si libera con violenza, e vuol fuggire da lei)
ROS.
Dove, Ottavio?
OTT.
A principiare le mie vendette col sangue dell'indegno Florindo.
(parte)
SCENA QUINTA
ROSAURA, poi LELIO
ROS.
Oh me infelice! Il pericolo della vita d'Ottavio è maggiore d'ogni mia disgrazia.
LEL.
Che ha mio cognato, che getta fuoco dagli occhi?
ROS.
Signor Lelio, avete voi fatto nulla per me? Avete fatto pentir Florindo dell'indegna impostura?
LEL.
Gli manderò il cartello della disfida.
Oggi dovrà battersi meco.
ROS.
Accorrete in soccorso d'Ottavio, che con Florindo vuol cimentarsi.
LEL.
Siete voi innamorata del signor Ottavio?
ROS.
Sì, il nostro amore è ormai a tutti palese.
LEL.
Mi rallegro dell'onore che avrò di una sì gentile cognata.
ROS.
Signor Lelio, non ci perdiamo in cose inutili.
Vi raccomando la vita d'Ottavio.
(Amore, tu che lavorasti un sì bel nodo fra due sventurati, ma fidi amanti, tu lo difendi da' maggiori insulti dell'ingrata fortuna).
(da sé, parte)
SCENA SESTA
LELIO, poi BEATRICE
LEL.
È un bel capitale avere una sì graziosa cognata; ella merita le mie attenzioni.
Tutto farò per lei.
Mi batterò per essa, occorrendo.
Al primo incontro, Florindo...
saprà chi sono.
BEAT.
(Ecco quell'ostinato, che non mi vuol dare le mie gioje).
(da sé)
LEL.
Oh, signora consorte, che fate qui? Questa volta siete venuta un poco tardi.
BEAT.
Perché tardi?
LEL.
Perché, se venivate prima, mi avreste veduto complimentare colla signora Rosaura.
BEAT.
(Mi va tentando, ma conviene aver prudenza).
(da sé) E bene, se io avessi qui trovata la signora Rosaura, avrei anch'io unite alle vostre le mie urbanità.
LEL.
Se io avessi con essa parlato con tenerezza?
BEAT.
Né ella sarebbe capace d'ascoltarvi, né voi di parlarle con tai sentimenti.
LEL.
Ma io non son uno che fa il cascamorto con tutte?
BEAT.
Siete un uomo prudente, un onesto marito.
LEL.
(Costei vorrebbe le gioje).
(da sé)
BEAT.
Se ho detto qualche cosa, è stato l'amor che mi ha fatto parlare; per altro ho di voi tutta la stima e il rispetto.
LEL.
Eh, io non merito la vostra stima, né il vostro rispetto.
BEAT.
Via, non mi mortificate più.
LEL.
Mortificarvi? Il cielo me ne liberi.
BEAT.
Dite, marito mio, mi fareste un piacere?
LEL.
Volentieri; comandate.
BEAT.
Oggi avrei da fare una visita ad una dama; mi dareste le chiavi delle mie gioje?
LEL.
Ditemi in tutta confidenza: avete fatto giudizio?
BEAT.
Sì, davvero.
LEL.
Siete più gelosa?
BEAT.
No, non dubitate.
LEL.
Lo sarete più per l'avvenire?
BEAT.
No certamente.
LEL.
Se mi vedrete parlare con qualche donna, mi tormenterete?
BEAT.
Non vi è pericolo.
LEL.
Sospetterete di me?
BEAT.
Nemmeno.
LEL.
Bene; quando è così, vado dalla signora Rosaura.
(finge partire)
BEAT.
Andate pure con libertà.
LEL.
Ma no, è meglio ch'io vada a divertirmi con Fiammetta.
(come sopra)
BEAT.
Fate quel che v'aggrada.
LEL.
Mah! colle donne di casa non ci ho gusto; vi è una certa forestiera poco lontano, anderò a trattenermi con essa.
BEAT.
Divertitevi a vostro piacere; basta che qualche volta vi ricordiate di me.
LEL.
Ma lo dite veramente di cuore?
BEAT.
Lo dico sinceramente.
LEL.
Come avete fatto a far sì gran mutazione?
BEAT.
Caro marito, mi sono illuminata.
LEL.
Lode al cielo, tenete: questa è la chiave delle vostre gioje, e questo è un anello di più che vi dono; ma avvertite, mai più gelosia.
BEAT.
No certo.
LEL.
Mai più sospetti.
BEAT.
No sicuro.
LEL.
Mai più seccature.
BEAT.
No assolutamente.
LEL.
(Imparino i mariti, come si fa a castigar le mogli.
Il bastone è cosa da gente villana, e le rende anzi più ostinate che mai; ma il toccarle nell'ambizione è una medicina che opera a tempo, e guarisce infallibilmente).
(parte)
BEAT.
Se ogni volta che mi pacifico con mio marito, mi donasse egli un anello, vorrei farlo andare in collera almeno una volta il giorno.
(parte)
SCENA SETTIMA
Strada con casa di Pancrazio.
FLORINDO, poi OTTAVIO
FLOR.
Grand'azzardo è stato il mio! Mi pento quasi della temeraria insistenza...
OTT.
Ponete mano alla spada.
(col ferro in mano)
FLOR.
Che pretendete?
OTT.
Punire la vostra temerità.
FLOR.
Non vi riuscirà sì facilmente.
(mette mano e si battono) Ohimè, son ferito.
OTT.
Il vostro sangue pagherà l'offesa che alla mia casa faceste.
FLOR.
(S'appoggia ad un sedile presso la casa di Pancrazio)
SCENA OTTAVA
LELIO e detti.
LEL.
Trattenete i colpi; a me appartiene il duello.
(ad Ottavio)
OTT.
Siete venuto tardi.
Egli è ferito per le mie mani.
(entra in casa)
LEL.
(Spiacemi aver io perduta la gloria di sì bel colpo.
Mia moglie mi ha di soverchio trattenuto colle sue femminili sciocchezze).
(da sé)
FLOR.
Amico, abbiate pietà di me.
LEL.
Siete mortalmente ferito?...
FLOR.
Non lo so.
Il colpo l'ebbi in un fianco.
Vado spargendo il sangue.
Soccorretemi, per cortesia.
LEL.
È cosa da cavaliero soccorrere chi chiede aiuto.
Se non isdegnate l'offerta, vi farò mettere nel mio letto; così abbrevierete il cammino.
FLOR.
Accetto volentieri le vostre grazie.
(So ch'io vado nelle mani de' miei nemici, ma la ferita non mi permette l'andare altrove).
(da sé, entra in casa di Pancrazio)
LEL.
Non è senza mistero, ch'io l'introduca nella nostra casa.
Potrà più facilmente disdirsi dell'ingiurie proferite contro Rosaura.
(entra in casa)
SCENA NONA
Il DOTTORE, poi TRASTULLO
DOTT.
Io non dormo la notte, pensando al testamento di mio fratello.
Son anni che si aspetta questa sua eredità.
Non già che io gli augurassi la morte; ma era poco sano, doveva morire, e Rosaura doveva essere l'erede.
Rosaura doveva sposar mio nipote, ed io dovevo essere il tutore, il curatore e l'amministratore della pupilla e dell'eredità.
Poh! avrei fatto il buon negozio! Pancrazio mi ha rovinato.
Ma per bacco baccone, non ha d'andar così la faccenda.
Se il disegno di Trastullo non avrà buon effetto, troverò io il bandolo per venire a capo di tutto.
TRAST.
(Ecco il signor Dottore...
Adesso è il tempo di piantar la carota).
(da sé)
DOTT.
Io che ho saputo inventar tante cose per aiuto degli altri, non saprò farlo per me? Oh, se lo saprò fare!
TRAST.
Signor padrone, appunto io andava cercando di vossignoria.
DOTT.
Buone nuove?
TRAST.
Cattive.
DOTT.
Già me l'immaginavo.
Farò io, farò io.
TRAST.
Prima di fare, bisogna pensarvi.
DOTT.
Eh, chiacchiere! Mio nipote ha parlato colla signora Rosaura?
TRAST.
Le ha parlato.
DOTT.
Dice non volerlo?
TRAST.
Circa a questo, è un pasticcio che va poco bene; ma v'è di peggio.
DOTT.
Che cosa v'è?
TRAST.
La ragione Aretusi e Balanzoni è sul momento di dover fallire.
DOTT.
Oh, diavolo! Come lo sai?
TRAST.
Conosc'ella il signor Pandolfo Ragusi?
DOTT.
Lo conosco, è un mercante di credito.
TRAST.
Il suo complimentario è un mio grand'amico e padrone da tant'anni, che ci siamo conosciuti da bambini.
Egli mi ha confidato con segretezza, che da più lettere viene avvisato il suo principale del fallimento di questa ragione.
Onde è andato in questo momento a trovare un donzello, per far bollare e sequestrare al signor Pancrazio per un credito di diecimila ducati.
DOTT.
Povero me! Questa è la mia rovina! Ma mi pare impossibile come mai una ragione così forte può essere precipitata da un momento all'altro! Trastullo, non sarà vero.
TRAST.
Senta, ho dubitato ancor io: questo fatto mi dispiacerebbe infinitamente, non già a riguardo del signor Pancrazio, ma di vossignoria...
Sa che cosa ho fatto? Sono andato alla posta, ho domandato se vi erano lettere dirette alla ragione Aretusi e Balanzoni; ve n'erano tre; i ministri della posta mi conoscono, e sanno che sono servitore de' parenti; sanno ancora che sono un galantuomo, onde mi hanno dato le lettere, e le ho qui meco.
DOTT.
Che cosa pensi di fare di quelle lettere?
TRAST.
Mi era quasi venuta la tentazione di aprirle e di leggerle, per venire in chiaro della verità.
Ma ho poi pensato che a me non conviene; che però le porto al signor Pancrazio, e da lui sentiremo...
DOTT.
Ma Pancrazio potrebbe occultarle; lasciale vedere a me.
TRAST.
Vuol ella forse aprirle?
DOTT.
Sì, può essere che si scopra ogni cosa.
TRAST.
Non vorrei poi...
DOTT.
Che temi? Leggiamole, e poi gliele daremo.
TRAST.
Se ne avvederà, che saranno state aperte.
DOTT.
Proviamo se si possono aprire con cautela.
TRAST.
Non saprei; vossignoria è il mio padrone: quel che ho fatto, l'ho fatto unicamente per vossignoria; queste son tre lettere, faccia quel che vuole.
(gli dà tre lettere)
DOTT.
Trastullo, vedo che hai dell'amor per me; ti sono obbligato.
Osserva con che facilità ho aperta la prima! (apre una lettera)
TRAST.
(Lo credo ancor io, è sigillata apposta).
(da sé)
DOTT.
Leggiamo: Signori Aretusi e Balanzoni Compagni, Venezia ecc.
Parigi 4 Agosto 1749.
Vi do avviso, come la ragione Pistolle e Sandou ha mancato, e fatto da' deputati del fallimento il bilancio, si trova non esservi per li creditori un 5 per 100.
Voi altri siete in perdita per tal mancanza di 30.000 franchi, e perciò gli altri vostri creditori hanno fermato nelle mani de' vostri corrispondenti tutti gli effetti di vostra ragione.
Ciò vi serva di avviso, e vi B.L.M.
Cornelli e Duellon.
TRAST.
Che dic'ella?
DOTT.
Trentamila franchi? È una bagattella! Sentiamo quest'altra.
(apre e legge) Signori Aretusi e Balanzoni Compagni, Venezia ecc.
Livorno 6 Settembre 1749.
Ieri furono vedute alla vista di questo porto le vostre due navi provenienti da Lisbona, cariche per conto vostro.
Erano già per entrare, ma combattute da un fiero libeccio, sono andate a picco alla punta del molo.
In questa piazza si parla che una tal perdita possa produrre il fallimento, onde tutti s'allarmano contro di voi.
Che vi serva di regola, e vi B.L.M.
Claudio Fanali.
DOTT.
La cosa va peggiorando di molto.
TRAST.
Se le dico, è un fallimento terribile.
DOTT.
Schiavo, signora eredità.
Sentiamo l'ultima.
(apre e legge) Signori Aretusi e Balanzoni Compagni, Venezia ecc.
Milano 8 Settembre 1749.
Monsieur Ribes, ministro di questo vostro Banco, è fuggito ed ha portato via tutto il vostro capitale; perciò in questa città alla vostra firma per ora sarà sospeso il credito, e i vostri creditori vi trarranno immediatamente le lettere di cambio per saldare i loro conti; non manco di rendervi avvisato, e vi B.L.M.
Pompeio Scalogna.
DOTT.
Pancrazio è rovinato.
TRAST.
Poveretto! Anderà a chieder l'elemosina.
DOTT.
Come, diavolo, si sono combinate tante disgrazie in una volta?
TRAST.
E adesso i creditori di Venezia salteranno su, e gli porteranno via il resto.
DOTT.
E Rosaura resterà miserabile.
TRAST.
Se il signor Florindo la sposa, vuole star fresco.
DOTT.
Oh, mio nipote non la sposerà.
TRAST.
Già lo faceva più per la dote, che per l'amore.
DOTT.
Si sa; mio nipote non è sì pazzo.
Dove sarà egli? Vorrei trovarlo; vorrei avvisarlo; non vorrei che s'impegnasse.
TRAST.
Di queste lettere, per amor del cielo, non dica niente.
DOTT.
Non dubitare, le terrò celate.
TRAST.
Bisogna che le sigilliamo, e che le diamo al signor Pancrazio.
DOTT.
Sì, gliele daremo a suo tempo.
Prima vo' vedere se mi riesce un colpetto, che ora mi passa per la mente.
TRAST.
Qualche bella cosa degna del suo spirito.
DOTT.
Andiamo dal signor Pancrazio.
TRAST.
Guardi che non le faccia qualche mala grazia.
DOTT.
Fa una cosa.
Tu sei da lui ben veduto.
Vallo a ritrovare.
Senti prima se ha traspirato niente.
Poi digli che mi hai persuaso a fare con lui un aggiustamento, e se lo vedi disposto a trattare con me, viemmi a chiamare dalla finestra, che sarò dal libraio.
Fammi cenno, e vengo subito.
TRAST.
Sarà servita.
Farò tutto pulitamente.
DOTT.
Caro Trastullo, se la cosa riesce secondo la mia intenzione, ti darò una ricompensa che non l'aspetti.
TRAST.
Sarà per sua grazia, non per mio merito.
DOTT.
Via, non perder tempo.
TRAST.
Vado subito.
(La cosa va bene, che non può andar meglio).
(da sé, entra in casa di Pancrazio)
DOTT.
Trastullo è un grand'uomo.
Mi ha fatto un servizio veramente segnalato.
Se m'imbarcava in una lite, stava fresco.
Queste lettere mi hanno illuminato, e Trastullo ne ha il merito.
Ora, giacché Pancrazio ha da perdere tutto, vo' veder se mi riesce di prevenire in qualche parte i suoi creditori.
(parte)
SCENA DECIMA
Camera in casa di Pancrazio.
FLORINDO e LELIO
FLOR.
Vi ringrazio, signor Lelio, del buon ufficio che praticato mi avete.
La ferita è assai leggiera.
Posso andarmene liberamente.
LEL.
Se siete un uomo d'onore, prima di partire di questa casa dovete rendere la riputazione alla signora Rosaura.
FLOR.
Sì, lo farò.
Per un atto di giustizia verso quell'onorata figlia, e per un atto di gratitudine alla vostra bontà.
LEL.
E rinunzierete alle pretensioni che avete sopra di lei?
FLOR.
Oh, questo poi no.
Rosaura deve esser mia.
LEL.
Ditemi, che cosa vi stimola? Che cosa vi spinge? Rosaura, o la sua dote?
FLOR.
Rosaura merita essere amata; e la sua dote non è cosa da disprezzarsi.
LEL.
Circa a questo, io sono indifferente.
Il mio impegno restringesi solamente a fare che risarciate il suo onore.
SCENA UNDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Qui Florindo?...
LEL.
Venite, signor cognato, e dalla voce istessa del signor Florindo rileverete non essere vero, quanto si è della signora Rosaura creduto.
OTT.
Voi non foste nelle sue camere la scorsa notte? (a Florindo)
FLOR.
Vi fui.
OTT.
Dunque...
FLOR.
Vi fui, ma senza sua colpa.
OTT.
Perché introdurvi?
FLOR.
Per comodo di favellare con esso lei.
OTT.
Con qual lusinga?
FLOR.
Con quell'istessa che voi nutrite nel cuore.
OTT.
Commetteste un'indegna azione.
FLOR.
Se non siete soddisfatto, sono in grado d'attendervi ad un secondo cimento.
LEL.
Oh, via, basta così.
Non si parli più del passato.
Il sangue sparso dal signor Florindo basta a risarcire l'offesa.
OTT.
Rosaura dunque non ha avuto parte nell'introdurvi? (a Florindo)
FLOR.
No, vi dissi, e ve lo ripeto.
OTT.
(Oh me infelice! Ed io l'insultai, la caricai di rimproveri e di minaccie!) (da sé)
FLOR.
Mi troverete degno di scusa, allorché vogliate riflettere che amore suggerisce talvolta de' passi falsi...
(a Ottavio)
OTT.
Sia amore o sia interesse che abbiavi consigliato, disingannatevi, poiché Rosaura non sarà vostra in eterno.
FLOR.
Chi potrà a me contrastarla?
OTT.
Io.
LEL.
Signori miei, torniamo da capo?
FLOR.
Tutta l'arte di vostro padre non basterà a sottrarla...
OTT.
Né i raggiri di vostro zio l'acquisteranno.
FLOR.
E poi non crediate ch'io sia avvilito per una lieve ferita.
OTT.
Né io tarderò lungamente a replicarvi i miei colpi.
LEL.
Signori, siete nelle mie camere...
SCENA DODICESIMA
Il DOTTORE e detti.
DOTT.
Nipote, voi qui? Voi in questa casa?
FLOR.
Sì, signore, sono in casa della mia sposa.
DOTT.
Piano, piano con questa sposa.
OTT.
Lo dice troppo presto.
FLOR.
Lo dico, e così sarà...
LEL.
Signor Dottore, questi due rivali s'ammazzeranno.
DOTT.
Florindo è giovane di giudizio.
LEL.
Sì, ma si è battuto una volta...
DOTT.
Si è battuto?
LEL.
Ed è rimasto ferito.
DOTT.
Come? Da chi? Nipote mio...
FLOR.
Niente, signor zio, la cosa è passata bene.
OTT.
Ma non anderà così sempre.
FLOR.
No certamente.
Anderà peggio per voi.
LEL.
Li sentite? (al Dottore)
DOTT.
E che sì, che si disputa fra voi due il possesso della signora Rosaura?
FLOR.
Per l'appunto, voi lo sapete.
DOTT.
Ma si disputa invano.
LEL.
Amici, siete pazzi a battervi per una donna.
La vita è una sola, e le donne sono in abbondanza.
DOTT.
Florindo mio, vi consiglio a mutar pensiero.
FLOR.
Come?
DOTT.
Che diavolo volete fare di una donna che non vi ama?
FLOR.
Mi consigliereste a lasciarla?
DOTT.
Sì certamente.
FLOR.
E perdere con Rosaura anco la dote?
DOTT.
Vi consiglierei abbracciare un progetto, che abbiamo concertato col signor Pancrazio.
FLOR.
In che consiste?
DOTT.
Rinunziare a tutte le nostre pretensioni, e prendere per noi diecimila ducati in tante belle monete, subito contate a prima vista.
OTT.
Bellissimo è il progetto! Comodo e vantaggioso per tutti noi.
LEL.
Io l'accetterei immediatamente.
FLOR.
Ed io non son sì vile per accettarlo.
DOTT.
Fate a modo mio, accettatelo.
FLOR.
No certamente.
DOTT.
Sentite.
(Fatelo sopra di me.
So quello ch'io dico).
(piano a Florindo)
FLOR.
Non isperate di lusingarmi.
DOTT.
Badate a me.
(La ragione Aretusi e Balanzoni potrebbe fallire).
(piano a Florindo)
FLOR.
Compatite, non è da vostro pari il discorso.
DOTT.
(So quel ch'io dico; la cosa è in pericolo.
Non lasciamo il certo per l'incerto).
(come sopra)
FLOR.
Che novità, che timori?
DOTT.
(Ecco Pancrazio.
Prendete questi fogli, leggeteli piano, e poi risolvete).
(dà a Florindo le tre lettere, il quale si ritira a leggerle piano)
SCENA TREDICESIMA
PANCRAZIO, ROSAURA e detti.
PANC.
Ebbene, signori, siamo accomodati?
OTT.
Il signor Florindo è ostinato.
LEL.
Diecimila ducati gli paiono pochi.
FLOR.
Stimo la signora Rosaura...
(dal suo posto)
DOTT.
Leggete, leggete, e poi parlerete.
(a Florindo)
PANC.
Orsù, se le cose non si accomodano per questo verso, le finiremo in un altro.
Che cosa dice il testamento? Che se la signora Rosaura prenderà me per suo sposo, sia erede del tutto.
Non è così?
DOTT.
È vero, ma sul testamento si poteva discorrere.
OTT.
E la signora Rosaura non è disposta per un tal matrimonio.
PANC.
Caro Ottavio, taci.
Non era disposta per me, perché sperava di aver te; ma vedendo che tu non la vuoi, e che ora con un pretesto ed ora con un altro procuri liberartene, ha risoluto di darmi la mano.
Non è vero, cara Rosaura?
ROS.
Verissimo, son vostra, se mi volete.
OTT.
Ah Rosaura, voi di mio padre?
FLOR.
Come?...
(avanzandosi con premura)
DOTT.
Avete sentito? (a Florindo)
LEL.
Uno sproposito ne cagiona sempre degli altri.
FLOR.
Voi sposerete il signor Pancrazio? (a Rosaura)
ROS.
Sì, signore, lo sposerò.
PANC.
Guardate che maraviglie! Ella mi sposerà.
OTT.
Oh Dio! mi sento morire.
Sposatevi pure; andrò da voi lontano, non mi vedrete mai più.
ROS.
(Misero Ottavio! Mi fa pietà).
(da sé)
FLOR.
Signor zio, è questo l'aggiustamento che mi diceste avervi il signor Pancrazio proposto?
DOTT.
Il signor Pancrazio mi manca di parola.
PANC.
Vi manco di parola, perché il vostro signor nipote non si contenta.
DOTT.
Sentite?
FLOR.
Spiegatemi, di grazia, la qualità del progetto.
PANC.
Il progetto era questo.
Che la signora Rosaura sposasse Ottavio mio figlio, che il signor Dottore e il signor Florindo rinunciassero ad ogni pretensione sul testamento, e in premio di questa rinuncia io gli dessi subito belli e lampanti diecimila ducati.
FLOR.
(Che non gli sia palese il contenuto di queste lettere?) (al Dottore)
DOTT.
(Accettate, accettate).
(piano a Florindo)
OTT.
Se la signora Rosaura sposa mio padre, che cosa potete voi pretendere? (a Florindo)
ROS.
Ed io per la quiete comune lo sposerò.
OTT.
Ah! non lo dite, per carità.
LEL.
Sarebbe un matrimonio fatto per disperazione.
DOTT.
(Avete letto le lettere?) (piano a Florindo)
FLOR.
Orsù, non voglio allontanarmi dai consigli del signore zio.
Accetto i diecimila ducati, e son pronto a far la rinunzia.
(a Lelio)
LEL.
Bravissimo: evviva.
PANC.
Caro signor genero, guardate che di là v'è un notaro.
Ditegli che venga.
LEL.
Vi servo subito.
(parte)
OTT.
(Ah, voglia il cielo che ciò s'adempia).
(da sé)
DOTT.
Presto, signor Pancrazio, non perdiamo tempo.
(Prima che si pubblichi il fallimento).
(da sé)
PANC.
Subito, subito.
Orsù, signori, vengano avanti.
SCENA QUATTORDICESIMA
Un NOTARO, TRASTULLO, ARLECCHINO con tre sacchetti di mille zecchini l'uno, ed altri che portano il tavolino con l'occorrente per iscrivere.
OTT.
Rosaura, sarete mia?
ROS.
Una perfida, un'infedele non è degna della vostra mano.
OTT.
Compatitemi, per pietà.
PANC.
Signor notaro, ha ella fatto la scrittura come abbiamo concertato col signor dottor Balanzoni?
NOT.
Sì signore, ho fatto quanto basta.
PANC.
Favorisca di leggerla.
NOT.
Sono tuttavia d'accordo?
PANC.
Sì signore, anche il signor Florindo acconsente.
NOT.
Favoriscano dunque.
Voi altri servirete per testimoni.
Voi come vi chiamate? (a Trastullo)
TRAST.
Trastullo Gamboni, quondam Ficchetto, per servirla.
NOT.
(Scrive il nome di Trastullo) E voi? (ad Arlecchino)
ARL.
Arlecchin Battocchio, ai so comandi.
NOT.
Del quondam?
ARL.
Sior?
NOT.
Figlio del quondam?
ARL.
Mi el sior quondam no lo cognosso.
NOT.
Vostro padre è vivo o morto?
ARL.
Mi no lo so, in verità.
NOT.
Come non lo sapete?
ARL.
Non lo so, perché mio padre non ho mai savudo chi el sia.
NOT.
Siete illegittimo?
ARL.
Sior no, son bergamasco.
NOT.
Costui è un pazzo.
PANC.
Lo lasci andare e ne prenda un altro.
ARL.
Oh che nodaro ignorante! Nol sa gnanca scriver el me nome? Ghe digo che me chiamo Arlecchin Battocchio, el ghe va a metter quondam illegittimo.
NOT.
Come vi chiamate voi? (ad un Servitore)
SERV.
Titta Maglio, quondam Orazio.
NOT.
(Scrive il nome del Servitore)
ARL.
Cossa vuol dir quondam? (al Servitore)
SERV.
Non lo so neppur io.
ARL.
Mi ghe zogo, che no lo sa gnanca el nodaro.
NOT.
Voi dunque sarete i testimoni di un contratto di rinuncia, che fanno questi signori a favore della signora Rosaura ecc.
Costituiti avanti di me notaro infrascritto, ed alla presenza degli infrascritti testimoni, l'eccellentissimo signor dottor Graziano Balanzoni, Dottor dell'una e dell'altra legge...
DOTT.
Avvocato civile e criminale.
NOT.
Ci s'intende.
DOTT.
Favorisca di mettere i miei titoli.
NOT.
La servo: avvocato civile e criminale (scrivendo) e l'illustrissimo signor Florindo Ardenti, come eredi sostituiti dal testamento del quondam signor Petronio Balanzoni, rogato negli atti miei, ecc.
e considerando che se la signora Rosaura adempie la condizione testamentaria sposando il signor Pancrazio Aretusi, come era disposta e pronta ad eseguire, perdono la speranza di conseguire parte veruna di detta eredità, però convenuti sono di ricevere per una volta solamente ducati diecimila veneziani da lire sei e soldi quattro per ducato, di ragione di detta eredità, lasciando in libertà la signora Rosaura di sposarsi a chi più le parrà e piacerà, per evitare che ella non facesse un matrimonio forzato, stante l'età decrepita del signor Pancrazio...
PANC.
Questo decrepita è un poco troppo, signor notaro, bastava dire avanzata.
NOT.
Stante l'età avanzata del signor Pancrazio, (correggendo) con il presente atto detti signori Balanzoni ed Ardenti rinunziando ad ogni qualunque benefizio che potessero per detta eredità conseguire; onde alla presenza di me notaro e testimoni infrascritti, il signor Pancrazio Aretusi sborsa e paga liberamente in tante monete d'oro di giusto peso alli signori Balanzoni ed Ardenti ducati diecimila...
FLOR.
Dove sono?
PANC.
Eccoli qua in tre sacchetti: due di mille zecchini, uno di ottocento diciotto, che fanno per appunto diecimila ducati.
FLOR.
Bisogna riscontrarli.
DOTT.
Via, via, li riscontreremo a casa.
Li ho veduti io stesso sopra una tavola del signor Pancrazio, prima che fossero nei sacchetti.
(Finiamola, avanti che si pubblichi il fallimento).
(piano a Florindo) Trastullo, prendete quei tre sacchetti.
TRAST.
La servo.
(prende i tre sacchetti dalle mani di Arlecchino)
ARL.
Cugnà, quando femio sto matrimonio?
TRAST.
Ne parleremo poi.
NOT.
Andiamo avanti, che oramai è finito.
E col medesimo atto la signora Rosaura Balanzoni, stante l'assenso e rinunzia suddetta delli signori dottor Balanzoni, suo zio, e signor Florindo Ardenti, suo cugino, prenderà per suo legittimo sposo il signor Ottavio Aretusi qui presente ed accettante...
OTT.
Rosaura, che dite voi?
ROS.
Voi, che dite?
OTT.
Son felice, se l'accordate.
ROS.
Son contenta, se lo eseguite.
PANC.
Oh! via, via, che siete ambedue cotti spolpati.
NOT.
E ciò con assenso e consenso del signor Pancrazio Aretusi...
PANC.
Sì, mi contento; non son decrepito, ma mi contento.
NOT.
Per poi concluder le nozze in tempo opportuno...
OTT.
Quanto dovremo noi differirle?
ROS.
Attenderemo de' nuovi ostacoli?
PANC.
Via, quando è fatta, è fatta: datevi la mano.
OTT.
Che dite, signora Rosaura?
ROS.
Disponete di me.
OTT.
Eccovi la mia destra.
ROS.
Ed eccovi ancor la mia.
OTT.
Cara, adorata Rosaura...
DOTT.
E così! È finita? Abbiamo altro che fare? Possiamo andarcene? (Non vedo l'ora di portare a casa il denaro).
(da sé)
NOT.
Tutto è compito, se lor signori accordano quanto ho scritto, e lo confermano col giuramento, toccando in mano mia le scritture.
(presenta a tutti le scritture; e giurano, toccando le medesime) Sono liberati dall'incomodo.
PANC.
Signor notaro, ella metta l'instrumento nel protocollo, me ne faccia la copia, e sarà soddisfatto.
NOT.
Domani sarò a riverirla.
Servo di lor signori.
ARL.
Servo suo, sior nodaro quondam.
NOT.
Quondam che?
ARL.
Quondam magnone.
(parte)
NOT.
E tu quondam asino.
(parte)
FLOR.
Noi ce ne possiamo andare.
DOTT.
(Datemi quelle tre lettere).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Eccole).
(le dà al Dottore)
DOTT.
(Voglio un po' divertirmi).
(da sé) Andiamo a casa, nipote, con i denari.
Trastullo li porterà.
FLOR.
Signori, vi sono schiavo.
I diecimila ducati son nostri.
Auguro agli sposi buona fortuna, ed al signor Pancrazio costanza e sofferenza nelle disgrazie.
(parte)
TRAST.
(Poveretto! Non sa niente.
Non sa che questa volta la vipera si è rivoltata al ciarlatano).
(da sé, parte coi danari)
PANC.
Signor Dottore, se ella mi vuol favorire di bere quel sorbetto, che secondo la sua opinione non si sarebbe mai gelato, è venuto il tempo.
Siamo di nozze.
DOTT.
Caro signor Pancrazio, ho paura che le nozze vogliano esser magre.
PANC.
Anzi ella vedrà, se saprò farmi onore.
DOTT.
Ditemi, come vanno i vostri negozi?
PANC.
Benissimo, per grazia del cielo.
DOTT.
Come vanno gli affari di Parigi?
OTT.
Come entrate voi, signore, nei nostri affari?
DOTT.
Per zelo, per premura del vostro bene.
(Poverino! non sa nulla).
(da sé)
PANC.
Osservi una lettera avuta questa mattina dai miei corrispondenti Cornelli e Duellon.
Confessano aver di mio nelle lor mani trentamila franchi a mia disposizione.
(mostra la lettera al Dottore)
DOTT.
(Questa lettera è tutta all'opposto dell'altra).
(da sé) E da Livorno, che nuove avete?
PANC.
Osservi; sono arrivate in porto sane e salve le mie due navi provenienti da Lisbona, cariche per conto mio.
(gli mostra l'altra lettera)
DOTT.
(Oh di
...
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