L'EREDE FORTUNATA, di Carlo Goldoni - pagina 9
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...
(a Ottavio)
OTT.
Sia amore o sia interesse che abbiavi consigliato, disingannatevi, poiché Rosaura non sarà vostra in eterno.
FLOR.
Chi potrà a me contrastarla?
OTT.
Io.
LEL.
Signori miei, torniamo da capo?
FLOR.
Tutta l'arte di vostro padre non basterà a sottrarla...
OTT.
Né i raggiri di vostro zio l'acquisteranno.
FLOR.
E poi non crediate ch'io sia avvilito per una lieve ferita.
OTT.
Né io tarderò lungamente a replicarvi i miei colpi.
LEL.
Signori, siete nelle mie camere...
SCENA DODICESIMA
Il DOTTORE e detti.
DOTT.
Nipote, voi qui? Voi in questa casa?
FLOR.
Sì, signore, sono in casa della mia sposa.
DOTT.
Piano, piano con questa sposa.
OTT.
Lo dice troppo presto.
FLOR.
Lo dico, e così sarà...
LEL.
Signor Dottore, questi due rivali s'ammazzeranno.
DOTT.
Florindo è giovane di giudizio.
LEL.
Sì, ma si è battuto una volta...
DOTT.
Si è battuto?
LEL.
Ed è rimasto ferito.
DOTT.
Come? Da chi? Nipote mio...
FLOR.
Niente, signor zio, la cosa è passata bene.
OTT.
Ma non anderà così sempre.
FLOR.
No certamente.
Anderà peggio per voi.
LEL.
Li sentite? (al Dottore)
DOTT.
E che sì, che si disputa fra voi due il possesso della signora Rosaura?
FLOR.
Per l'appunto, voi lo sapete.
DOTT.
Ma si disputa invano.
LEL.
Amici, siete pazzi a battervi per una donna.
La vita è una sola, e le donne sono in abbondanza.
DOTT.
Florindo mio, vi consiglio a mutar pensiero.
FLOR.
Come?
DOTT.
Che diavolo volete fare di una donna che non vi ama?
FLOR.
Mi consigliereste a lasciarla?
DOTT.
Sì certamente.
FLOR.
E perdere con Rosaura anco la dote?
DOTT.
Vi consiglierei abbracciare un progetto, che abbiamo concertato col signor Pancrazio.
FLOR.
In che consiste?
DOTT.
Rinunziare a tutte le nostre pretensioni, e prendere per noi diecimila ducati in tante belle monete, subito contate a prima vista.
OTT.
Bellissimo è il progetto! Comodo e vantaggioso per tutti noi.
LEL.
Io l'accetterei immediatamente.
FLOR.
Ed io non son sì vile per accettarlo.
DOTT.
Fate a modo mio, accettatelo.
FLOR.
No certamente.
DOTT.
Sentite.
(Fatelo sopra di me.
So quello ch'io dico).
(piano a Florindo)
FLOR.
Non isperate di lusingarmi.
DOTT.
Badate a me.
(La ragione Aretusi e Balanzoni potrebbe fallire).
(piano a Florindo)
FLOR.
Compatite, non è da vostro pari il discorso.
DOTT.
(So quel ch'io dico; la cosa è in pericolo.
Non lasciamo il certo per l'incerto).
(come sopra)
FLOR.
Che novità, che timori?
DOTT.
(Ecco Pancrazio.
Prendete questi fogli, leggeteli piano, e poi risolvete).
(dà a Florindo le tre lettere, il quale si ritira a leggerle piano)
SCENA TREDICESIMA
PANCRAZIO, ROSAURA e detti.
PANC.
Ebbene, signori, siamo accomodati?
OTT.
Il signor Florindo è ostinato.
LEL.
Diecimila ducati gli paiono pochi.
FLOR.
Stimo la signora Rosaura...
(dal suo posto)
DOTT.
Leggete, leggete, e poi parlerete.
(a Florindo)
PANC.
Orsù, se le cose non si accomodano per questo verso, le finiremo in un altro.
Che cosa dice il testamento? Che se la signora Rosaura prenderà me per suo sposo, sia erede del tutto.
Non è così?
DOTT.
È vero, ma sul testamento si poteva discorrere.
OTT.
E la signora Rosaura non è disposta per un tal matrimonio.
PANC.
Caro Ottavio, taci.
Non era disposta per me, perché sperava di aver te; ma vedendo che tu non la vuoi, e che ora con un pretesto ed ora con un altro procuri liberartene, ha risoluto di darmi la mano.
Non è vero, cara Rosaura?
ROS.
Verissimo, son vostra, se mi volete.
OTT.
Ah Rosaura, voi di mio padre?
FLOR.
Come?...
(avanzandosi con premura)
DOTT.
Avete sentito? (a Florindo)
LEL.
Uno sproposito ne cagiona sempre degli altri.
FLOR.
Voi sposerete il signor Pancrazio? (a Rosaura)
ROS.
Sì, signore, lo sposerò.
PANC.
Guardate che maraviglie! Ella mi sposerà.
OTT.
Oh Dio! mi sento morire.
Sposatevi pure; andrò da voi lontano, non mi vedrete mai più.
ROS.
(Misero Ottavio! Mi fa pietà).
(da sé)
FLOR.
Signor zio, è questo l'aggiustamento che mi diceste avervi il signor Pancrazio proposto?
DOTT.
Il signor Pancrazio mi manca di parola.
PANC.
Vi manco di parola, perché il vostro signor nipote non si contenta.
DOTT.
Sentite?
FLOR.
Spiegatemi, di grazia, la qualità del progetto.
PANC.
Il progetto era questo.
Che la signora Rosaura sposasse Ottavio mio figlio, che il signor Dottore e il signor Florindo rinunciassero ad ogni pretensione sul testamento, e in premio di questa rinuncia io gli dessi subito belli e lampanti diecimila ducati.
FLOR.
(Che non gli sia palese il contenuto di queste lettere?) (al Dottore)
DOTT.
(Accettate, accettate).
(piano a Florindo)
OTT.
Se la signora Rosaura sposa mio padre, che cosa potete voi pretendere? (a Florindo)
ROS.
Ed io per la quiete comune lo sposerò.
OTT.
Ah! non lo dite, per carità.
LEL.
Sarebbe un matrimonio fatto per disperazione.
DOTT.
(Avete letto le lettere?) (piano a Florindo)
FLOR.
Orsù, non voglio allontanarmi dai consigli del signore zio.
Accetto i diecimila ducati, e son pronto a far la rinunzia.
(a Lelio)
LEL.
Bravissimo: evviva.
PANC.
Caro signor genero, guardate che di là v'è un notaro.
Ditegli che venga.
LEL.
Vi servo subito.
(parte)
OTT.
(Ah, voglia il cielo che ciò s'adempia).
(da sé)
DOTT.
Presto, signor Pancrazio, non perdiamo tempo.
(Prima che si pubblichi il fallimento).
(da sé)
PANC.
Subito, subito.
Orsù, signori, vengano avanti.
SCENA QUATTORDICESIMA
Un NOTARO, TRASTULLO, ARLECCHINO con tre sacchetti di mille zecchini l'uno, ed altri che portano il tavolino con l'occorrente per iscrivere.
OTT.
Rosaura, sarete mia?
ROS.
Una perfida, un'infedele non è degna della vostra mano.
OTT.
Compatitemi, per pietà.
PANC.
Signor notaro, ha ella fatto la scrittura come abbiamo concertato col signor dottor Balanzoni?
NOT.
Sì signore, ho fatto quanto basta.
PANC.
Favorisca di leggerla.
NOT.
Sono tuttavia d'accordo?
PANC.
Sì signore, anche il signor Florindo acconsente.
NOT.
Favoriscano dunque.
Voi altri servirete per testimoni.
Voi come vi chiamate? (a Trastullo)
TRAST.
Trastullo Gamboni, quondam Ficchetto, per servirla.
NOT.
(Scrive il nome di Trastullo) E voi? (ad Arlecchino)
ARL.
Arlecchin Battocchio, ai so comandi.
NOT.
Del quondam?
ARL.
Sior?
NOT.
Figlio del quondam?
ARL.
Mi el sior quondam no lo cognosso.
NOT.
Vostro padre è vivo o morto?
ARL.
Mi no lo so, in verità.
NOT.
Come non lo sapete?
ARL.
Non lo so, perché mio padre non ho mai savudo chi el sia.
NOT.
Siete illegittimo?
ARL.
Sior no, son bergamasco.
NOT.
Costui è un pazzo.
PANC.
Lo lasci andare e ne prenda un altro.
ARL.
Oh che nodaro ignorante! Nol sa gnanca scriver el me nome? Ghe digo che me chiamo Arlecchin Battocchio, el ghe va a metter quondam illegittimo.
NOT.
Come vi chiamate voi? (ad un Servitore)
SERV.
Titta Maglio, quondam Orazio.
NOT.
(Scrive il nome del Servitore)
ARL.
Cossa vuol dir quondam? (al Servitore)
SERV.
Non lo so neppur io.
ARL.
Mi ghe zogo, che no lo sa gnanca el nodaro.
NOT.
Voi dunque sarete i testimoni di un contratto di rinuncia, che fanno questi signori a favore della signora Rosaura ecc.
Costituiti avanti di me notaro infrascritto, ed alla presenza degli infrascritti testimoni, l'eccellentissimo signor dottor Graziano Balanzoni, Dottor dell'una e dell'altra legge...
DOTT.
Avvocato civile e criminale.
NOT.
Ci s'intende.
DOTT.
Favorisca di mettere i miei titoli.
NOT.
La servo: avvocato civile e criminale (scrivendo) e l'illustrissimo signor Florindo Ardenti, come eredi sostituiti dal testamento del quondam signor Petronio Balanzoni, rogato negli atti miei, ecc.
e considerando che se la signora Rosaura adempie la condizione testamentaria sposando il signor Pancrazio Aretusi, come era disposta e pronta ad eseguire, perdono la speranza di conseguire parte veruna di detta eredità, però convenuti sono di ricevere per una volta solamente ducati diecimila veneziani da lire sei e soldi quattro per ducato, di ragione di detta eredità, lasciando in libertà la signora Rosaura di sposarsi a chi più le parrà e piacerà, per evitare che ella non facesse un matrimonio forzato, stante l'età decrepita del signor Pancrazio...
PANC.
Questo decrepita è un poco troppo, signor notaro, bastava dire avanzata.
NOT.
Stante l'età avanzata del signor Pancrazio, (correggendo) con il presente atto detti signori Balanzoni ed Ardenti rinunziando ad ogni qualunque benefizio che potessero per detta eredità conseguire; onde alla presenza di me notaro e testimoni infrascritti, il signor Pancrazio Aretusi sborsa e paga liberamente in tante monete d'oro di giusto peso alli signori Balanzoni ed Ardenti ducati diecimila...
FLOR.
Dove sono?
PANC.
Eccoli qua in tre sacchetti: due di mille zecchini, uno di ottocento diciotto, che fanno per appunto diecimila ducati.
FLOR.
Bisogna riscontrarli.
DOTT.
Via, via, li riscontreremo a casa.
Li ho veduti io stesso sopra una tavola del signor Pancrazio, prima che fossero nei sacchetti.
(Finiamola, avanti che si pubblichi il fallimento).
(piano a Florindo) Trastullo, prendete quei tre sacchetti.
TRAST.
La servo.
(prende i tre sacchetti dalle mani di Arlecchino)
ARL.
Cugnà, quando femio sto matrimonio?
TRAST.
Ne parleremo poi.
NOT.
Andiamo avanti, che oramai è finito.
E col medesimo atto la signora Rosaura Balanzoni, stante l'assenso e rinunzia suddetta delli signori dottor Balanzoni, suo zio, e signor Florindo Ardenti, suo cugino, prenderà per suo legittimo sposo il signor Ottavio Aretusi qui presente ed accettante...
OTT.
Rosaura, che dite voi?
ROS.
Voi, che dite?
OTT.
Son felice, se l'accordate.
ROS.
Son contenta, se lo eseguite.
PANC.
Oh! via, via, che siete ambedue cotti spolpati.
NOT.
E ciò con assenso e consenso del signor Pancrazio Aretusi...
PANC.
Sì, mi contento; non son decrepito, ma mi contento.
NOT.
Per poi concluder le nozze in tempo opportuno...
OTT.
Quanto dovremo noi differirle?
ROS.
Attenderemo de' nuovi ostacoli?
PANC.
Via, quando è fatta, è fatta: datevi la mano.
OTT.
Che dite, signora Rosaura?
ROS.
Disponete di me.
OTT.
Eccovi la mia destra.
ROS.
Ed eccovi ancor la mia.
OTT.
Cara, adorata Rosaura...
DOTT.
E così! È finita? Abbiamo altro che fare? Possiamo andarcene? (Non vedo l'ora di portare a casa il denaro).
(da sé)
NOT.
Tutto è compito, se lor signori accordano quanto ho scritto, e lo confermano col giuramento, toccando in mano mia le scritture.
(presenta a tutti le scritture; e giurano, toccando le medesime) Sono liberati dall'incomodo.
PANC.
Signor notaro, ella metta l'instrumento nel protocollo, me ne faccia la copia, e sarà soddisfatto.
NOT.
Domani sarò a riverirla.
Servo di lor signori.
ARL.
Servo suo, sior nodaro quondam.
NOT.
Quondam che?
ARL.
Quondam magnone.
(parte)
NOT.
E tu quondam asino.
(parte)
FLOR.
Noi ce ne possiamo andare.
DOTT.
(Datemi quelle tre lettere).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Eccole).
(le dà al Dottore)
DOTT.
(Voglio un po' divertirmi).
(da sé) Andiamo a casa, nipote, con i denari.
Trastullo li porterà.
FLOR.
Signori, vi sono schiavo.
I diecimila ducati son nostri.
Auguro agli sposi buona fortuna, ed al signor Pancrazio costanza e sofferenza nelle disgrazie.
(parte)
TRAST.
(Poveretto! Non sa niente.
Non sa che questa volta la vipera si è rivoltata al ciarlatano).
(da sé, parte coi danari)
PANC.
Signor Dottore, se ella mi vuol favorire di bere quel sorbetto, che secondo la sua opinione non si sarebbe mai gelato, è venuto il tempo.
Siamo di nozze.
DOTT.
Caro signor Pancrazio, ho paura che le nozze vogliano esser magre.
PANC.
Anzi ella vedrà, se saprò farmi onore.
DOTT.
Ditemi, come vanno i vostri negozi?
PANC.
Benissimo, per grazia del cielo.
DOTT.
Come vanno gli affari di Parigi?
OTT.
Come entrate voi, signore, nei nostri affari?
DOTT.
Per zelo, per premura del vostro bene.
(Poverino! non sa nulla).
(da sé)
PANC.
Osservi una lettera avuta questa mattina dai miei corrispondenti Cornelli e Duellon.
Confessano aver di mio nelle lor mani trentamila franchi a mia disposizione.
(mostra la lettera al Dottore)
DOTT.
(Questa lettera è tutta all'opposto dell'altra).
(da sé) E da Livorno, che nuove avete?
PANC.
Osservi; sono arrivate in porto sane e salve le mie due navi provenienti da Lisbona, cariche per conto mio.
(gli mostra l'altra lettera)
DOTT.
(Oh diavolo!) E a Milano come va?
PANC.
Ecco una lettera di Milano.
Monsù Ribes, mio ministro...
DOTT.
È fuggito.
PANC.
Signor no, viene a Venezia per fare il bilancio, e mi porterà almeno diecimila scudi.
DOTT.
(Io non lo so capire).
(da sé) Eppure per la piazza si discorreva diversamente.
PANC.
Chi vi ha dette tali fandonie?
DOTT.
Me la ha dette Trastullo.
SCENA QUINDICESIMA
TRASTULLO e detti.
TRAST.
Son qua, signori.
I danari sono a casa, ed il signor Florindo li conta.
DOTT.
Dimmi un poco, Trastullo, che cosa si diceva stamattina, in piazza, del signor Pancrazio?
TRAST.
Che egli è un ricco mercante, che tutti i suoi negozi vanno bene, e che quanto prima sarà in grado di cambiare stato.
DOTT.
Tu non mi hai detto così, due ore sono.
TRAST.
Egli è vero, non ho detto così.
Mi levo la maschera e parlo liberamente, senza paura e senza rossore.
Quelle tre lettere, che hanno fatto credere a vossignoria il fallimento del signor Pancrazio, le ho inventate io, e con questo mezzo ho procurato che nasca un aggiustamento utile e onesto per una parte e per l'altra.
Il signor Florindo, prevalendosi di un mio consiglio, si è introdotto di nottetempo in casa della signora Rosaura, ma si è poi avanzato a levarle la riputazione.
Io, che aveva rimorso di essere stato la cagione innocente di questo gran male, vi ho trovato rimedio, conoscendo che il timore di perder tutto, poteva indurre il zio ed il nipote a contentarsi di poco.
DOTT.
Questo è un tradimento.
PANC.
Non è niente.
Poiché, se ella sposava me, non vi toccava un soldo.
Godetevi i diecimila ducati in pace, e non ne parliamo più.
ROS.
Piuttosto che sposare il signor Florindo, mi sarei sagrificata col signor Pancrazio.
PANC.
Sagrificata, perché son decrepito?
ROS.
Perdonatemi; perché amava il vostro figliuolo.
OTT.
Prima che vostro nipote avesse la signora Rosaura, egli o io perduta avremmo la vita.
(al Dottore)
TRAST.
Non vede, signor padrone, quanto è stato meglio l'averla accomodata così? Quanto gli faranno più pro quei diecimila ducati...
(al Dottore)
DOTT.
Non sono miei, sono di mio nipote.
PANC.
Ne avrete ancor voi la vostra parte.
DOTT.
Signor Pancrazio, siate ancor voi discreto.
Godetevi la pingue eredità, ma...
Non so se mi capite.
TRAST.
Via, signor Pancrazio, sia generoso col signor Dottore; è galantuomo.
PANC.
Aspettate, in questa borsa vi è il resto di tremila zecchini; son cento ottanta, e non so che: cento pel signor Dottore e ottanta per Trastullo.
Siete contenti? (dà la borsa al Dottore)
DOTT.
Ottanta per Trastullo son troppi.
TRAST.
Fate voi, io mi rimetto.
(al Dottore)
DOTT.
Ci aggiusteremo, basta che non lo sappia Florindo.
SCENA ULTIMA
LELIO, BEATRICE, FIAMMETTA, ARLECCHINO e detti.
LEL.
Evviva gli sposi.
BEAT.
Mi rallegro con la signora cognata.
ROS.
Rallegratevi veramente meco, se voi mi amate; poiché la più felice, la più lieta femmina non vi è di me in questo mondo.
FIAMM.
Anch'io me ne consolo, signora padrona.
ARL.
E mi niente affatto.
ROS.
Niente! Perché?
ARL.
Perché le vostre consolazion no le remedia le me desgrazie.
Vu sì contenta col matrimonio, e mi son desperà, perché Fiammetta no me vol.
ROS.
Perché, poverino, non lo vuoi? Non vedi che è tanto buono?
PANC.
Sposalo, sciocca, che starai bene.
TRAST.
Sorella, fa questo matrimonio, che ti chiamerai contenta.
OTT.
Via, ti darò io trecento scudi di dote.
FIAMM.
A quest'ultima ragione mi persuado.
Arlecchino, sarò tua moglie.
ARL.
Sto sarò l'è un pezzo che el me va seccando.
FIAMM.
Vuoi adesso?
ARL.
Adesso.
FIAMM.
I trecento scudi.
(ad Ottavio)
OTT.
Te li do subito.
FIAMM.
Ecco la mano.
ARL.
Evviva, o cara; adesso sì son contento.
LEL.
Non vedi che ti sposa per i trecento scudi? (ad Arlecchino)
ARL.
Cossa m'importa a mi? Ella goderà i trecento scudi e mi gh'averò la muggier.
PANC.
Andiamo dunque a disporre le cose, per celebrare con maggior allegrezza gli sposalizi.
DOTT.
Signor Pancrazio, signori tutti, vi riverisco.
Quel ch'è stato, è stato.
Vi prego almeno per la mia riputazione non dirlo a nessuno, perché mi farebbero le fischiate.
(parte)
TRAST.
Gli vado dietro per aver la mia parte.
PANC.
Trastullo, siete padrone di casa mia.
Vi son tanto obbligato.
TRAST.
Ho fatto il mio dovere.
E vi sono umilissimo servitore.
(parte)
PANC.
Ottavio, sei tu contento?
OTT.
La consolazione mi opprime il cuore.
PANC.
E voi, figlia mia? (a Rosaura)
ROS.
Io non merito certamente il gran bene che oggi dal cielo, da voi e dalla fortuna ricevo.
Sono unita al mio caro sposo, sono al possesso della mia eredità, sono in casa di persone che amo, e venero, e stimo; onde chi sa i miei casi, chi ravvisa il mio stato, dirà con ragione ch'io sono l'erede da principio per vero dire angustiata ed afflitta, ma poi per favor del cielo felice e contenta.
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