L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 12
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Ogni parola o locuzione ch'io legga negli scrittori, o senta dire, o trovi nel vocabolario, la quale io mi voglia appropriare, la scrivo nel quaderno, e sotto il titolo, a cui si riferisce.
Dopo che cominciai questo lavoro, furon fatte varie pubblicazioni informate allo stesso concetto, ad uso degli studiosi; ma io tirai innanzi egualmente, con la persuasione che nessuna di quelle opere, anche se più ampia e meglio ordinata, m'avrebbe giovato quanto quella che andavo facendo io medesimo; perchè fra il materiale di lingua scelto e raccolto da altri e quello scelto e raccolto da noi, per ciò che riguarda la memoria, corre presso a poco la stessa differenza che tra il ricordare dei versi propri e il ricordare dei versi altrui.
In pochi anni, facendo [101] poco ogni giorno, ho raccolto un materiale ricchissimo.
Questo metodo presenta due grandi vantaggi.
Il primo è che, ricorrendo ogni tanto ciascuna serie di note, per l'affinità che è fra di esse, che l'una tira l'altra come le ciliege, molto facilmente si richiamano alla memoria tutte o in gran parte.
Il secondo è che, per la stessa ragione dell'affinità, riesce singolarmente piacevole il rileggerle.
Ogni volta ch'io ripasso ciascuna di quelle filze di parole e di modi di dire, che si riferiscono tutti a un soggetto unico, mi si ravviva, con l'ammirazione della ricchezza e della varietà della nostra lingua, la volontà e il piacere di studiarla.
Mi par di sentire un linguista maraviglioso che sfoggi tutta la sua dottrina mettendo fuori rapidamente tutto il vocabolario e tutto il frasario che si possono usare a quel dato proposito, o che si diverta a dire in cento modi diversi, con cento gradazioni di significato, con cento sfumature di colore quella data cosa; o una folla di persone che della stessa cosa discorrano tutte insieme, rivoltando l'idea per tutti i versi, accennandone tutti i particolari, studiandosi ciascuna di non servirsi della espressione altrui.
È anche un altro diletto dell'immaginazione vivissimo.
Quando leggo le pagine del movimento, per esempio, io vedo passare con tutte le andature, scarrierare, arrancare, ballettare, sbalzellare, saltabeccare, giravoltolare, capitombolare, volicchiare, sguizzare, frullare, sfarfallare, ecc., ecc., movere in tutti i modi possibili mille forme animate e inanimate, una danza universale, un caos agitato d'immagini, che m'eccita il pensiero come lo spettacolo reale d'un vasto movimento [102] svariatissimo d'esseri viventi e di cose.
Quando entro nella partizione dell'Ira, mi par d'entrare in una bolgia dell'inferno, in mezzo a una moltitudine d'energumeni, dove ciascuno grida una delle parole o delle frasi notate, e in queste vedo le immagini delle facce accese e gli atti violenti che accompagnano le voci, di cui l'una risponde all'altra, come in un'assemblea politica fuor della grazia di Dio.
E le pagine dell'Amore! Non avete idea della dolcezza che mettono nell'animo tutte quelle parole e frasi d'amore ardente, tenero, voluttuoso, disperato, beato, che paiono di tante coppie d'innamorati invisibili, le quali spandano nell'aria, passando di volo, il grido del loro cuore.
E così nel vocabolario dei Suoni, voci, rumori, mi par di passare da una sala di concerti in un'officina, dall'officina sur un campo di battaglia, dal campo di battaglia nell'arca di Noè; e scorrendo le pagine del mangiare e bere ho l'illusione di sedere a una mensa di gastronomi eccitati, che non parlino d'altro che di pappatoria, sfoggiando tutta la loro dottrina terminologica intorno all'oggetto della loro passione; e ripassando la raccolta relativa alla Natura, vedo aurore e tramonti, rapide variazioni di tempo, aspetti diversi della campagna, e passo fiumi, corro mari, salgo montagne, scendo nelle viscere della terra, percorro in poche pagine tutte le latitudini e assisto a cento diversi fenomeni del cielo e della terra.
V'ho data un'idea del mio metodo? Il quale offre ancora altri vantaggi.
Ogni volta che ho da scrivere, rileggo prima le pagine dov'è raccolto un materiale di lingua relativo al mio soggetto, e non solo mi ravvivo nella memoria, in quel modo, in pochi [103] minuti, una quantità di voci e di locuzioni che mi possono giovare; ma quella rapida lettura mi dà una scossa alla fantasia, mi desta nella mente una folla d'immagini, che formano come un preludio sinfonico, che sono per me come una prima ispirazione efficacissima al lavoro che sto per imprendere.
Aggiungete che, raccogliendo e ordinando il materiale della lingua in questa forma, l'atto di riflessione che s'ha da fare sopra una quantità di parole e di frasi dubbie per determinare la divisione in cui si debbono inscrivere, vi fa penetrar più addentro con la mente nel significato di ciascuna; e che la lettura ripetuta di tante serie di modi di senso affine vi assuefà a meditare sulle sfumature dei significati, vi chiarisce il criterio della scelta, vi raffina il senso della lingua.
In fine, quello che io feci e continuo a fare è un dizionario mio, del quale ho una grande padronanza, nel quale ritrovo con grande facilità ogni parola o frase di cui non abbia o tema di non avere esatta memoria; un dizionario in cui godo a tuffar le mani come in un mucchio di monete o di gemme che io mi sia guadagnate o che abbia trovate io stesso a una a una; un tesoro di lingua accumulato con gran cura, che io amo, che mi compiaccio d'arricchire e d'abbellire, come una casa piena di cose belle e utili, perfezionandone a mano a mano l'ordine e l'assetto, con sentimento di proprietario e d'artista.
Ecco come studiai e studio la lingua.
Mi ci volle molta pazienza in principio; poi feci il lavoro con piacere; ora lo continuo con amore.
E non credo che ci sia metodo migliore: per le teste costrutte come la mia, ben inteso.
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Lo mnemonico.
In che modo studiai la lingua? In un modo semplicissimo, per il quale non occorre il calamaio.
È la buon'anima di mio padre, dantista appassionato, che me ne diede l'idea.
Un giorno, dopo avermi letto e commentato il canto dei Serpenti, ch'egli considerava come un miracolo di potenza descrittiva: - Vedi - mi disse - in queste cinquanta terzine, oltre le stupende bellezze d'invenzione e d'armonia, in quanti diversi modi son dette mirabilmente cose difficilissime a dirsi, quale maravigliosa proprietà di vocaboli, e quanta ricchezza di lingua! Chi impara questo canto a memoria si mette in capo più materiale di lingua che non ne potrebbe raccogliere da qualche volume di bella prosa.
- Io imparai quel canto a memoria.
Fu questo il mio primo passo sulla via che tenni poi.
Avendo esperimentato che con quel canto m'ero appropriato una quantità di modi, i quali mi venivano facilmente alle labbra o alla penna anche nel discorrere o nello scrivere di cose che non avevano alcuna relazione con la materia del canto medesimo, pensai: - Non sarebbe un buon modo d'imparar la lingua quello di mandar a mente della poesia, che è facile a imparare e a ritenere? - E d'allora in poi andai cercando e studiando poesie e frammenti di poesie, particolarmente ricche di buona lingua; ma, si noti, di lingua più conforme a quella della prosa che non sia il così detto linguaggio poetico; la quale si trova in special modo nella poesia faceta o satirica, famigliare o popolare che si voglia dire.
Ricordo che la seconda cosa che [105] imparai fu un capitolo del Berni, e la terza i duecento versi sciolti della Gita a Montecatini del Giusti: uno dei componimenti poetici, ch'io mi conosca nella letteratura italiana, più fitti di modi e di costrutti del linguaggio parlato, e più facili a ritenersi, benchè non rimato, per la fluidità insuperabile dello stile.
Con questo criterio scelsi poi tutte le altre poesie.
Esperimentai un particolare vantaggio nell'imparar sonetti; le cui locuzioni, entrando nella mente strette e chiuse in una breve forma compiuta, vi rimangono impresse più distintamente, quasi in disparte, e pronte tutte insieme a ogni richiamo del pensiero; e però imparai centinaia di sonetti di tutti i secoli.
La facilità, che acquistai con quest'esercizio, di mandar versi a mente, non è credibile da chi non n'abbia fatto la prova; nè sarei creduto se dicessi quanti me ne insaccai nella testa.
E non ne perdetti, in molti anni, che un'assai piccola parte, perchè ebbi ed ho ancora la consuetudine di riandare di quando in quando, un poco per volta, e con cert'ordine, la materia acquistata.
Spesso, nei ritagli di tempo, nelle passeggiate solitarie, e di notte, quando non viene il sonno, e dovunque aspetti qualcuno, mi ridico mentalmente dei versi.
Ma quello che me li stampò nella memoria in forma incancellabile è l'uso, a cui sempre m'attenni e m'attengo, quando m'occorrono lacune e incertezze, di non ripararvi mai ricercando il testo; ma di cercare tranquillamente e pazientemente nel mio capo le parole e le frasi che mancano, o che si sono alterate; nel qual lavoro mi move una curiosità d'indovinatore d'enigmi, che me lo rende oltremodo piacevole.
Dopo aver studiato per [106] lungo tempo nient'altro che versi, mi diedi alla prosa, scegliendo nei migliori scrittori quelle pagine diventate celebri per forza d'eloquenza, nelle quali è un ritmo oratorio che rende più facile l'impararle a mente.
E studiai e so a menadito parecchie delle più belle parlate dei personaggi del Decamerone, decine di pagine del Machiavelli, quasi intera l'apologia di Lorenzino dei Medici, lettere del Caro, frammenti di dialoghi di Galileo, discorsi del Carducci, molti dei passi migliori dei Promessi sposi.
Il maggior vantaggio di questo studio è che con le parole e le frasi mi restano nella mente la struttura dei periodi, la musica dello stile, l'andamento del pensiero, proprio di ciascuno scrittore.
E in che modo vi restano! Non lo può immaginare chi non ha fatto un'egual prova.
A rischio di farla ridere alle mie spalle, le dico che tutta quella prosa, quando la ridico a me stesso, o alla muta o di viva voce, non mi par più roba d'altri, ma mia; che mi par veramente che tutti quei pensieri siano usciti in quella data forma dal fondo del mio cervello; ed è così fatta l'illusione, che quando in luogo d'una parola o d'una frase del testo me ne scappa un'altra, sento l'errore subito e scatto, quasi offeso, come un musicista che senta una stonatura in una melodia propria sonata da un altro.
Da questo segue che nel parlare e nello scrivere non m'accorgo punto delle locuzioni che adopero, prese dalle pagine che so a memoria; poichè mi son tutte così profondamente fitte nel capo, così intimamente compenetrate coi pensieri abituali, che non le posso più discernere da quell'altro materiale linguistico che abbiamo tutti nella mente fin dall'infanzia, senza [107] saper nè quando nè come vi sia penetrato.
La ho persuasa della bontà del mio metodo? Io ne son persuaso per modo dall'esperienza, che a quanti giovani mi chiedon consiglio, do questo consiglio: - Studiate a mente.
Una pagina di prosa o di poesia, bella e ricca di lingua, che vi stampiate nella memoria, che vi appropriate, che vi assimiliate in maniera da parervi che sia pensiero, arte, musica vostra, vi gioverà più di cento letture, più d'un monte di note, più d'un mese impiegato a scartabellar dizionarî.
Studiate anche una cosa sola ogni mese e vedrete qual vantaggio ne avrete dopo un anno.
Cominciate con la poesia, passate poi alla prosa.
Oltre all'imparare il materiale della lingua, scoprirete a poco a poco le più segrete virtù musicali degli stili, le finezze più squisite dell'arte dello scrivere, senza sforzo, per il solo effetto della ripetizione.
Vi formerete una biblioteca mentale in cui troverete un piacere e un conforto grandissimo in mille congiunture della vita, ogni giorno, ogni momento; un'Antologia che avrete sempre aperta dinanzi agli occhi, dovunque siate, come una visione permanente dello spirito; una raccolta inestimabile di bellezze di lingua, non solitarie e fredde, ma contessute e armonizzate dall'arte dei grandi maestri, animate dal pensiero, scaldate dall'ispirazione: forma e sostanza, splendore e sapienza ad un tempo.
Io pensavo da principio che l'amore di questa maniera di studio mi sarebbe scemato con gli anni; ma non scemò: si fece più vivo.
Ogni passo di scrittore ch'io so a memoria è per me come un amico e un maestro di lingua che m'accompagna da per tutto, sempre pronto a rallegrarmi e a insegnarmi qualche cosa.
Oggi ancora, quando leggo una poesia [108] o uno squarcio di prosa magistrale, dico a me stesso: - Facciamoci un nuovo amico, - e me lo faccio, con una facilità maravigliosa oramai.
Ella, per bontà sua, dice che sono uno scrittore.
Ebbene, sono diventato uno scrittore in questo modo.
E può scrollar le spalle chi vuole: io continuo.
Il miscellaneo.
Un metodo, io? Ma le pare che un arruffone par mio possa avere un metodo? Io non sono che un dilettante, che studia la lingua per ispasso, in una maniera affatto irragionevole.
Ho un così detto Gran libro della lingua, nel quale esperimento tutti i metodi; ma seguo di preferenza quello che tengono inconsciamente i bambini nell'imparare a parlare: un curiosissimo libro, in cui si rispecchia il disordine matto della mia mente, il perpetuo trescone che ballano le idee nel mio capo.
Lo vuol vedere? È una maraviglia di scapigliatura intellettuale.
Mentre lei lo sfoglierà, io le darò le spiegazioni occorrenti, e può darsi che si diverta.
Dicendo questo, tirò giù da uno scaffale un grosso registro, che pareva il Libro maestro di una Casa di commercio, e me lo mise aperto sul tavolo.
- Veda - mi disse - le prime pagine.
Io vi cominciai a notare parole e frasi prese dagli scrittori, man mano che li andavo leggendo, senz'ordine di tempo nè di materie.
Vede che si salta dal Boccaccio al Giusti, da Gino Capponi al Guicciardini, dal Cellini al Leopardi.
Noti qui, fra gli estratti di due trecentisti, uno studio sulla [109] terminologia del vestiario femminile, che feci sulla traduzione d'un romanzo francese, fatta da Ferdinando Martini; e più oltre, accanto a una pagina d'aggettivi prediletti da Dante, una serie di locuzioni relative al vino, pescate nel ditirambo del Redi.
Questo le può dare un'idea del metodo.
E ora veda lei, più innanzi, se ci si raccapezza.
Nelle pagine seguenti, in fatti, trovai il più strano disordine che si possa immaginare.
Elenchi di proverbi toscani; infilzate di vocaboli e di frasi ingiuriose; una pagina intitolata: - Vari modi di dar dell'asino al prossimo; in un'altra pagina, sotto un grosso titolo: - Alla gogna - registrati tutti i più marchiani francesismi e idiotismi d'uso corrente nei giornali e nella conversazione, e ad alcuni di quelli scritto accanto: - Guardati! -; quelli appunto, mi spiegò l'amico, che solevano più spesso scappare anche a lui nello scrivere e nel parlare.
Alternati con questi, altri elenchi di frasi e di parole, abbracciati da grandi graffe, lungo le quali era scritto: - Ti fanno paura? - e disse ch'erano modi efficaci ch'egli non usava mai, e che aveva messi in mostra in quella forma per rammentare a sè stesso d'usarli.
Poi una serie di dizionarietti speciali: di giochi fanciulleschi, di difetti fisici, di motti scherzosi, di colori, di piante, di strumenti di lavoro, illustrati di figurine schizzate con la penna, per chiarire il significato e facilitare la memoria delle parole.
C'eran disegnati un violino e una finestra, con su scritti i nomi di tutte le loro parti, e una figura umana in caricatura, che aveva scritto sopra il capo: pera, sul naso: nappa, sul mento: bietta, su ventre: buzzo, sulle mani: mestole, sulle gambe: seste, [110] sulle scarpe: - ciotole.
Lessi una Pagina delle busse, nella quale erano notate tutte le forme di percossa possibili, dal rovescione al biscottino, con tutti i verbi con cui si può designare l'azione: accoccare, appiccicare, appioppare, allungare, ammenare, appoggiare, assestare, azzeccare, ammollare, affibbiare, barbare, distendere, consegnare, fiancare, misurare, piantare, rifilare, rivogare, somministrare, tirare: un tesoro di gentilezze.
Di tanto in tanto, in grandi caratteri: - Esercizi ginnastici - e sotto, un dialogo strambo, nel quale due persone, collegando a dispetto dei santi le idee più disparate, si palleggiano tutte le locuzioni registrate nelle dieci o venti pagine precedenti; o aneddoti o descrizioni bizzarre, in cui tutte quelle locuzioni sono pigiate a forza, o periodi a chiocciola, dove una stessa idea è espressa parecchie volte di seguito in forma diversa.
Alcuni di questi esercizi, intitolati Scrigni poetici, erano sonetti e versi sciolti, nei quali l'amico aveva incastrato una quantità di modi, per ricordarli meglio, in grazia del ritmo.
Fra due di queste poesiole c'era un discorso d'un pedante marcio, tutto tessuto di quei vocaboli e di quelle frasi antiquate, che nessuno usa più parlando, ma che qualcuno s'ostina ancora a scrivere, sfidando eroicamente il ridicolo; altrove il discorso d'un lezioso; più là il soliloquio d'uno sgrammaticante, con le sgrammaticature più frequenti nella conversazione della gente per bene.
Mi cadde sottocchio, fra l'altro, una pagina di Spazzature, dov'era raccolto un buon numero di quelle frasi fatte, calìe letterarie, o fiori secchi di rettorica, che ricorrono di continuo nei discorsi e nei brindisi, e che son diventati odiosi [111] a tutti oramai, anche a quelli che li usano, quando li sentono usare dagli altri.
Ma sopra ogni cosa attirò la mia attenzione e mi parve strana una grande quantità di parole e di frasi segnate a capo e a piè di pagina, sui margini, tra riga e riga, a traverso lo scritto, un po' da per tutto, alcune in istampatello, altre inquadrate in quattro tratti di penna, o scritte con matita rossa, verde o turchina, o sormontate da un Nota bene, o fiancheggiate da un punto esclamativo, o da un crocione, o da una bandierina disegnata: parole e frasi, che l'amico mi disse d'aver appuntate così a caso, dove prima gli veniva, man mano che le intoppava nei libri, e contrassegnate in quella maniera, perchè attirassero il suo sguardo e gli si rinfrescassero nella memoria quando egli sfogliava il librone per cercarvi o per notarvi altre cose.
Tutto il librone n'era tempestato, e anche molte di queste note illustrate da piccoli schizzi di figure umane, di mobili, d'utensili, d'oggetti d'ogni genere; e v'eran qua e là delle pagine bianche, preparate per altre note, coi titoli già scritti.
Trovai in ultimo un elenco di quei modi dialettali, che si sogliono scansare con gran cura, benchè appartengano pure alla lingua, e siano correttissimi, e nella pagina accanto una raccolta di frasi di complimento antiche e moderne, alla quale faceva riscontro un piccolo dizionario di moccoli smorzati, di quelle esclamazioni vigorose di maraviglia o di dispetto, che la gente ben educata sostituisce ai sacrati autentici, quando è in una compagnia a cui si devono dei riguardi.
Arrivato a questo punto, benchè mi destasse un senso d'ammirazione l'amor della lingua vivissimo che si [112] manifestava in quella strana rigatteria filologica, non potei trattenere una risata.
Ma il bottegaio non se n'ebbe per male; tutt'altro.
- Bene! - mi disse.
- Mi fa piacere di vederla ridere.
È il commento che desideravo e aspettavo, perchè giustifica la mia mancanza di metodo, ed è un modo di riconoscere che si può far dello studio della lingua uno spasso amenissimo, come io faccio appunto.
Studiando la lingua io scrivo versi, recito la commedia, lavoro di mosaico, faccio ginnastica con la penna, rivedo le bucce agli altri e a me stesso, rido, tesoreggio, disegno, fantastico, e serbo una libertà di spirito che esclude ogni fatica e ogni noia.
Non è un metodo; ma un modo che credo convenientissimo a tutte le teste disordinate e svolazzatoie com'è quella che porto sulle spalle.
Veda, io non darei questo libraccio per un peso eguale di biglietti da cento.
E se lo stampassi, credo che farebbe furore.
Certo sarebbe il trattato linguistico più originale che si sia pubblicato mai, e forse non il più inutile.
Dopo la mia morte, chi sa! O lo lascerò alla Biblioteca Vittorio Emanuele, di Roma.
Il vocabolarista.
Per imparar la lingua io leggo assiduamente, oltre gli scrittori, il Vocabolario.
Non lo leggo soltanto perchè è il solo libro che, se non tutta, contiene quasi tutta la lingua; ma anche perchè mi diletta l'immaginazione, senza turbarmi l'animo, non movendo in alcun modo le passioni; dalle quali rifugge la mia indole tranquilla.
Dico di più: che per me non c'è altro libro che diletti altrettanto, per poco che l'immaginazione [113] del lettore si presti a vivificar la lettura.
Per me le parole sono creature umane, e le colonne, strade, dove passa una folla maravigliosa.
In questa folla incontro conoscenti e sconosciuti; indifferenti che lascio passare, figure curiose con cui mi soffermo, vecchi amici che mi son famigliari fin dai primi anni, persone con le quali ebbi relazione un tempo, e che dimenticai in seguito, e che riconosco con piacere, e altre che cercai un pezzo nel regno dei libri, senza trovarle, e a cui faccio festa, come si fa a un amico inaspettato, che ci venga a cavar da un impiccio.
Vedo nelle parole immagini di scienziati, di poeti, di pedanti, di villani, di beceri, di patrizi, d'operai, facce benigne e sinistre, e buffe, e tragiche, e figure di ragazze snelle e gentili, di donnine semplici o affettate, e di vecchie venerabili, sei volte secolari, che parlarono col Boccaccio e con Dante, e serbano la fresca vivacità della giovinezza.
E ciascuna mi desta un pensiero, e alla più parte mi scappa detto qualche cosa, passando.
- Ti saluto, simpatia! - Mi rallegro con lei, finalmente assunta all'onore del Vocabolario.
- Passa via, svergognata.
- O lei, che mille volte m'è entrata e mille volte sfuggita dalla mente, quando si risolverà a rimanervi? - Te non ti ci voglio, chè non t'ho mai potuta patire.
- Si fermi lei, e mi dica bene una volta quello che vuol dire, chè non l'ho mai saputo per l'appunto.
- Le parole seguite da derivati e diminutivi mi danno l'immagine di padri o di madri con un codazzo di figliuoli e di nipoti grandi e piccoli; quelle cadute fuor d'uso, di superstiti d'altre età, che si trascinino, e non si ritrovino in mezzo alla folla giovanile [114] che passa, o d'ombre di trapassati, ricordate nel dizionario da una lapide; quelle di significati diversi, di faccendieri che facciano ogni arte; le nuove, d'origine straniera, di viaggiatori arrivati di fresco, con la valigia alla mano.
E incontro greci e romani antichi, e italiani d'ogni secolo, e visi e vestiari di tutte le regioni d'Italia.
Tutti i mestieri, tutte le scienze, usi e costumi di ogni classe sociale e d'ogni popolo, tutti gli stati dell'animo, tutte le forme e tutti gli strumenti dell'operosità umana, tutti gli aspetti della natura e tutte le epoche della storia mi passano dinnanzi nel Vocabolario.
Ed è il mio maggior diletto appunto questo passaggio continuo dall'una all'altra idea disparatissima, questo procedere a salti, a volate subitanee da cose materiali a cose ideali, da un polo all'altro del mondo intellettuale, questa fuga vertiginosa di luoghi, d'oggetti, di genti, d'orizzonti, di secoli, nella quale il mio pensiero balena più fitto, la mia fantasia batte più rapidamente l'ali che nell'impeto d'un'inspirazione creatrice.
E quanti ricordi mi destano le parole! Moltissime, sonandomi nella mente, risvegliano e fanno uscire dai recessi della memoria volti, nomi, casi, momenti della vita, che da più o meno tempo vi stavano rimpiattati e ignorati.
Una parola antiquata o poetica mi rammenta una persona che spesso la diceva, facendone pompa fra gli amici, i quali ne sorridevano, toccandosi a vicenda col gomito; un'altra mi fa riudir l'accento d'un lontano o d'un morto, che la pronunziava in certo modo suo proprio; questa mi richiama alla mente un linguista che le mosse guerra e uno che la difese, e le dispute che vi fecero intorno, e le impertinenze che si [115] scambiarono pel fatto suo; quella mi ricorda un verso celebre o un motto storico o una scena di commedia o un angolo di salotto dove la intesi dire storpiata o a sproposito.
E a certi nomi di malattie mi si levan davanti le immagini di amici perduti; rivedo certe tavole di banchettanti a leggere certi vocaboli gastronomici; in certe parole onomatopeiche infantili risento la voce dei miei figliuoli bambini; e molte mi fanno balenare alla mente le sembianze degli scrittori che le predilessero: la fronte grave del Machiavelli, gli occhi ardenti del Foscolo, il viso pallido del Leopardi.
Ho detto in che modo mi diverto: mi domanderete in che modo imparo.
Vi dico come.
M'arresto ogni momento a pensare.
Ecco, per esempio, un vocabolo, che soglio usare in un significato che non è propriamente il suo: bisogna che me ne fissi nella mente, una volta per sempre, il significato vero.
Eccone un altro del quale abuso: vi segno accanto: liberarsene, e segnerò poi quelli che troverò, che vi si possano sostituire.
Segno una parola d'uso comune, che non uso mai, benchè sia spesso necessaria: perchè non l'uso? quale altra adopero invece? che differenza passa fra l'una e l'altra? Trovo parole efficacissime e generalmente usate che in nessun modo mi si vogliono appiccicare alla memoria, come se ci fosse nella loro forma e nel loro suono qualche cosa di ripugnante all'occhio della mia mente e al mio senso dell'armonia: e faccio un atto vivo della volontà per istamparmele nel cervello.
Ad ogni vocabolo segnato come fuor di corso, o d'uso non comune, cerco quello che vi si è sostituito o che s'usa più comunemente in sua [116] vece; mi provo a definire il significato di certe parole prima di leggere la definizione stampata, e raffronto con questa la mia; m'esercito a cercare esempi di scrittori o dell'uso parlato corrente da aggiungere a quelli che il Vocabolario registra; e via discorrendo.
Vedete come e quanto si può studiare sul Vocabolario! E non dico delle nuove parole che imparo, che ignoravo affatto; delle nozioni elementari d'ogni scienza, che acquisto o rettifico e chiarisco nella mia mente; dei proverbi, delle sentenze, dei consigli pratici, utili alla vita, delle infinite immagini, sussidio all'arte dello scrivere, che raccolgo passando.
Sin dalla prima lettura segnai con lunghi tratti di penna sui margini tutte le serie di parole che non giova rileggere, e così procedo ora senza perder tempo.
E di questa lettura non mi stanco mai.
Sebbene io abbia letto il Vocabolario tante volte che certe pagine, certe colonne mi son rimaste nella memoria come armadi aperti, in cui vedo ogni parola al suo posto, quasi nell'ordine alfabetico col quale v'è collocata, mi dà sempre un nuovo diletto ogni lettura; qualche cosa da imparare trovo sempre, sempre nuovi passaggi e contrasti inaspettati e strani fra vocaboli che si toccano, nuovi richiami di ricordi, nuove sorgenti di comicità, nuovi segreti e virtù e maraviglie del verbo umano.
E v'entro con un senso sempre più vivo di reverenza pensando di quale enorme lavoro di generazioni è il prodotto quell'enorme materiale di lingua, che lunga e varia e venturosa vita ogni parola ha vissuta, e per che mirabili vicende passeranno ancora la maggior parte nei secoli, e che tesoro immenso di pensiero fu accumulato e si spargerà [117] ancora per il mondo per mezzo di quelle parole.
Il Vocabolario! Ma è il grande Museo, il tempio nazionale, la montagna sacra, sul cui vertice risplende il genio della razza.
E si tratta di freddo e vuoto pedante chi lo studia! Ma io istituirei delle cattedre per leggerlo e per commentarlo; ma....
Suona l'ora.
Faccio punto.
È l'ora della mia lettura quotidiana.
Salute.
[118]
IL MODO MIGLIORE.
Ora, dei cinque modi, che abbiamo visti, di studiare la lingua, tu domanderai quale sia il meglio.
Il meglio, a mio parere, è il sesto.
Voglio dire un metodo, il quale raccolga quanto v'è di buono in quei cinque.
Leggere attentamente i buoni scrittori, segnando sul libro, se si può, per ritrovarle poi facilmente, le voci e le locuzioni che ci riescon nuove e che ci vogliamo appropriare, cercando di fissarcene nella mente, senza l'aiuto della penna, il maggior numero possibile, con quanto occorre del testo a chiarirne bene il significato e a farne sentire tutto il valore; mandar a memoria poesie e squarci di prosa, nei quali al pregio del pensiero o del sentimento e alla bellezza dello stile sia congiunta una particolar ricchezza di lingua; notare il meglio del materiale che si ricava dalle letture, dividendolo e raggruppandolo intorno a certi soggetti, perchè riesca più facile ritenerlo e ritrovarlo; esercitarsi, scrivendo, a maneggiare il materiale [119] raccolto con abbozzi di componimenti, di periodi, anche di semplici frasi, che siano come i bozzetti che buttan giù i pittori per acquistare la padronanza della tavolozza; e leggere ad un tempo, rileggere, studiare il vocabolario.
Quest'ultimo studio ti raccomando in particolar modo, perchè è quello che più difficilmente s'inducono a fare i giovinetti.
Ma occorre intendersi bene.
Una trentina d'anni fa, con uno scritto diretto particolarmente ai giovani, io raccomandai la lettura del vocabolario.
Nel corso di questi trent'anni parecchi mi scrissero, e altri mi dissero presso a poco quello che segue: - Abbiamo seguìto il suo consiglio, o meglio, ci siamo provati a seguirlo; ma non c'è riuscito di tirare innanzi: la lettura del vocabolario ci addormentava; ci vuole una pazienza di Benedettini per reggerci; abbiamo smesso.
Ecco.
Rispondo prima di tutto che senza pazienza non si riesce a imparar la lingua in nessuna maniera, e che la pazienza di studiare il vocabolario l'ebbero scrittori di grande ingegno, come il Manzoni che postillò la Crusca per modo da non lasciarne vedere i margini, Teofilo Gautier, che teneva il vocabolario sul tavolino da notte, Gabriele d'Annunzio, che legge persino dei vocabolari tecnici, dalla prima all'ultima parola.
Rispondo in secondo luogo che quella è una lettura che non va fatta a modo dell'altre.
Se tu ti metti a leggere il vocabolario come un romanzo o una storia, con l'idea di correrlo tutto d'un fiato, per finirlo il più presto possibile, e liberarti dalla fatica, non solo ti farai nella mente una grande confusione, senza [120] cavarne alcun frutto; ma non reggerai a leggerne una decima parte, si capisce, chè t'ammazzerà la noia prima d'arrivarci.
È una lettura che si deve fare a poco per volta, a pezzi e bocconi, con l'animo tranquillo, quando ci si ha disposto lo spirito, e non di corsa, ma a rilento, accompagnandola passo per passo, come ti disse il Vocabolarista, con un lavoro di memoria, di ragionamento e d'immaginazione.
Bisogna, insomma, mettersi alla lettura e procedervi per modo, che quello studio finisca a poco a poco con non più richiedere uno sforzo di volontà, e diventi una consuetudine, cessi d'essere una fatica, e si muti in un piacere.
Dirai: - È presto detto.
Hai ragione: è presto detto.
Ebbene, farò qualche cosa di più.
Ti propongo di fare una prova insieme.
Pigliamo, per esempio, il Novo dizionario italiano del Petrocchi: una lettera qualunque, la lettera P, e leggiamola tutta.
M'ingegnerò di farti vedere come si deve leggere il vocabolario, o, per dir meglio, ti farò vedere come io lo leggo, in che maniera mi ci diverto e c'imparo, che è la maniera in cui mi pare che anche tu ti ci possa divertire, imparando; e nel far questo, userò con te la più grande sincerità, come con un compagno di scuola: ti confesserò le mie ignoranze, i miei stupori e i miei dubbi, che ti gioveranno forse, se te ne ricorderai, nelle tue letture avvenire.
Sarà una prova un po' lunghetta, benchè io proceda alla lesta, omettendo le parole più comuni, e anche molte che non son tali, e un gran numero di vocaboli tecnici e storici; ma ci occorrerà spesso di ricrearci divagando e scherzando.
All'opera, [121] dunque.
Apro il secondo volume, alla lettera P.
Incominciamo.
Ma no.
Tu avrai bisogno di respirare.
Svaghiamoci prima insieme con qualche personaggio ameno: con un nemico del vocabolario, questa volta, per non uscir d'argomento.
[122]
IL FALSO MONETARIO.
Falso monetario della lingua, s'intende.
Era un pittore ligure, digiuno di lettere, ma pieno d'ingegno, che parlava il più bizzarro italiano ch'io abbia mai inteso dagli scali di Levante alle Colonie del rio de La Plata: tutte parole storpiate, mutate di desinenza e di genere, o usate in tutt'altro significato da quello loro proprio.
Il suo magazzino linguistico era come una tesoreria di monete false, adulterate o calanti, ch'egli dava via a casaccio e in tutta buona fede.
Questo derivava principalmente dal fatto strano (ma nella gente incolta non raro), che ogni parola insolita ch'egli leggesse o sentisse si confondeva nella sua mente con un'altra parola usuale di suono affine, o acquistava stabilmente nel suo concetto il primo significato che, per certe analogie misteriose con altri vocaboli, gli pareva dovesse avere.
E siccome, avendo immaginazione viva e spirito arguto, aveva bisogno, per esprimersi, d'un gran numero di parole, e se ne appropriava di continuo, così gli fiorivano sulla bocca gli spropositi con una [123] fecondità maravigliosa.
Per lui, ad esempio, donna in ghingheri e donna in gangheri, inciprignita o incipriata erano la stessa cosa, e faceva tutt'uno d'immerso e sommerso, evento e avvento, immane e immune, stame e strame, eminente e imminente.
Parlava nel modo che può parlare un orecchiante della lingua, che ode a frullo e legge a vànvera, com'egli infatti udiva e leggeva.
Usava sgattaiolare per imitar la voce del gatto, sobbillare per fare il solletico, cincischiato per azzimato.
Diceva a un amico che s'era fatto rader la barba: - Come sei tutto cincischiato questa mattina! - e quello subito si tastava il viso, credendo che il suo Sfregia lo avesse lavorato d'intaglio.
Ricordo sfruconare, che per lui era verbo omnibus.
-.
Questa mattina mi sono sfruconato a colazione mezzo pollo.
- Mi sfruconai l'abito contro il muro.
- Lo colsero sul fatto e lo sfruconarono ben bene.
- Ho pagato dieci lire questo straccio di cappello: m'hanno sfruconato.
- Ad altre parole faceva far cento servizi.
Per esempio ad ambiente.
Quando il cielo era sereno: - Che bell'ambiente questa sera! - Che cos'hai? Oggi non ti trovo nel tuo ambiente.
- Per gli amici era uno spasso.
N'aveva ogni giorno una nuova, o parecchie.
Fra le più belle, che non riuscimmo mai a fargli smettere, c'era voce stentorea per voce stentata e aureola per arietta.
- Tirava un'aureola deliziosa! - Un giorno, ritornando da Cavoretto, ci disse che aveva trovato il paese tutto infestato.
- Da qual malanno? - domandammo.
- Ma che malanno! - Voleva dire: il paese in festa.
Ma il più comico era la sicurezza con cui le diceva, senza un sospetto al mondo dei [124] suoi reati filologici, il colpo ardito con cui piantava lo sproposito, come una bandiera vittoriosa.
Le nostre risate non lo sconcertavano minimamente.
Alle osservazioni critiche scrollava le spalle.
- Oh che pedanti! - diceva.
- Digrignare, digrugnare, ammaccare, ammiccare, ruzzolare e razzolare, su per giù è lo stesso.
So bene che parlo un po' così, all'insaputa.
Ma mi capite sì o no? E tanto basta.
- Di certi suoi qui pro quo si capiva l'origine: era l'analogia fonetica fra due parole: da sfracellare cavava sfracelo; gemicare credeva che volesse dire: gemere sommesso.
Ma come diamine poteva dire "una scaramuccia di bicchieri sopra una tavola" per dire una quantità di bicchieri in disordine, e si attuffarono per vennero alle mani? E anche per quei nomi delle citazioni storiche proverbiali, che si sogliono dir giusti anche da chi non ha cognizione alcuna del fatto, faceva lo stesso lavoro.
- La spada d'Empedocle.
- L'anello di Gigi.
- L'orecchio di Dionisia.
- Una che è una non l'infilava, e aveva una grande smania di citare.
Per gli amici che conoscevano il suo ingegno, il suo modo vivo e colorito di raccontare e di descrivere e la vera eloquenza con cui parlava qualche volta dell'arte sua, quella profluvie di svarioni era una singolarità piacevole, non derivante che da un'imperfezione del suo organo uditorio e della sua facoltà mnemonica; ma chi non lo conosceva, la prima volta che l'udiva parlare a quel modo, sospettava che n'avesse un ramo, e lo guardava con diffidenza.
Fra le molte scene lepide di cui fu causa la sua maniera di parlare, ricordo quella che seguì in casa d'una colta signora, alla quale lo presentammo.
[125] - Signora - le diss'egli, appena presentato -, io son fatto alla buona, non so spiaccicare complimenti; ma so che lei preferisce la sincerità alla raffineria.
La signora lo guardò, stupita; poi rispose: - È vero.
Preferisco mille volte la brusca sincerità alla finzione cortese.
- Quanto a questo - ribattè l'artista - le assicuro che l'infingardaggine non è fra i miei difetti.
Ciò detto, si staccò dal crocchio, per parlar con altri; ma, voltatosi a un tratto e colto a volo un atto che faceva a noi la signora, come per dirci: - Ma quest'artista non ha il cervello a segno - credendo ch'ella accennasse d'aver male al capo, le disse cortesemente: - È effetto del tempo, signora.
Anche a me questo tempo linfatico rende la testa pesante.
Fu quello uno dei suoi più "brillanti successi." E appunto quello strano epiteto affibbiato da lui al tempo, confondendo l'idea della linfa, umore del corpo umano, che somiglia all'acqua, con l'idea dell'acqua piovana, è un esempio che spiega
come si formassero nella sua mente certi strafalcioni.
E son più frequenti che non si creda i parlatori di questo stampo, questi sbadatoni e fracassoni terribili, che nel campo della lingua rovesciano e rompono ogni cosa, come farebbe un toro imbizzarrito in un magazzino di chincaglierie.
Ma di maravigliosi come lui non n'intesi altri.
Quanti ameni ricordi ci lasciò, che sono nella nostra mente sorgenti inesauribili di buon umore! Che impareggiabili trovate! Quel tenore del teatro Balbo che gli stralciava gli orecchi con le sue [126] detonazioni! E quel certo suo amico che gli aveva raccomandato che gli telegrafacesse immediatamente l'esito di non so quale concorso! E quel Crispi, il suo adorato Crispi, che sarebbe diventato il perno motrice della politica europea! E quelle guerre intestinali della Francia!
Tu mi perdonerai, mio buon anarchico della grammatica e del dizionario, d'aver fatto ridere qualcuno alle tue spalle: tu comprenderai che non l'ho fatto per mal animo.
Non posso aver mal animo con te, poichè per te serbo la più viva gratitudine.
Vedendoti pigliare quei granchi enormi, imparai a scansare certi granchi minori, che di tanto in tanto pescavo io pure; tu m'infondesti nell'animo, meglio d'ogni professore di lettere, il terrore salutare del farfallone; e un'altra saggia cosa m'insegnasti: a non giudicar mai lì per lì dal modo di parlare, per malandato che questo sia, le facoltà intellettuali d'un mio simile.
Ti ringrazio dunque pubblicamente; e non per burla, ma per affetto mi servo ancora delle tue parole per dirti che la tua memoria mi è sempre sommersa nel cuore, e che vi rimarrà finchè la Parca non recida lo strame della mia vita.
[127]
UNA CORSA NEL VOCABOLARIO.
P.
P.
- Quattordicesima lettera dell'alfabeto.
Che novità! Un momento.
Nota che è in generale maschile; più spesso maschile che femminile, dicono altri.
Ma sul genere delle lettere bisogna fissarsi bene perchè occorre spesso di rammentare questa o quella vocale o consonante per canzonare errori d'ortografia o di pronunzia del prossimo, ed è ridicolo, nell'atto stesso che si canzona un errore d'altri, sbagliare o mostrare incertezza riguardo al genere della lettera a cui s'accenna.
Nota anche quel P.
C., per congratulazioni o condoglianze.
Siccome le condoglianze si fanno quasi sempre per morti, non ti pare che quel p.
c., usato da molti, sia un po',...
villanamente asciutto, salvo che si tratti della morte d'un cane? Chi, per condolersi con me d'una disgrazia qualsiasi, mi scrive un semplice p.
c., m'ha l'aria di voler dire per canzonatura o per cavarmela.
Ed è veramente canzonatura il fare un atto di gentilezza con un'avarizia così spilorcia d'inchiostro.
[127]
PACCA, PACCHINA.
- Colpo della mano aperta.
- Non m'occorre, dirai; ci sono tant'altre parole per dir la stessa cosa! Adagio un po'.
Se tu dici a un bambino, per ischerzo: - Bada che ti do una manata o uno scapaccione -, all'orecchio della mamma può sonar male lo scherzo.
Se dirai una manatina o uno scapaccioncino, dirai una parola che non è d'uso corrente.
Pacchina è la parola che fa al caso.
Inezie! Ma, nel parlare come nello scrivere, si manifesta appunto in queste inezie il senso della convenienza e della finezza.
Hai ragione, invece, se mi dici che si può far di meno della parola PACCHÉO, che vien dopo, per dir baggeo, uomo stupido.
È da notarsi che di queste parole che suonano scherno o disprezzo, come di quelle che designano percosse, il vocabolario è mirabilmente ricco: se lo leggerai tutto, ci troverai una miniera di modi d'ingiuriare il prossimo e di termini relativi all'arte di menar le mani; ciò che non è un segno consolante della gentilezza della natura umana.
Non c'è forse altra famiglia di modi più numerosa, se non è quella che si riferisce alla "noia di mangiare e bere".
E a proposito, ecco la parola PACCHIARE, mangiare, che molti lombardi stupirebbero di trovar nel vocabolario italiano: è il loro paciáa, donde paciada, mangiata, d'uso volgare.
E tu, piemontese, troverai, andando innanzi, un gran numero di parole del tuo dialetto, che credi non siano della lingua.
Rideresti, per esempio, se sentissi dire in italiano: PACCHIUCO, che è il piemontese paciocc; fango, mota e simili.
Ed eccolo qua, seguito da Pacchiucone, pasticcione, che è il [129] piemontese paccioccon.
E c'è poco sotto Pacioccone, più somigliante dell'altro al vocabolo dialettale, ma che in italiano ha significato diverso, cioè di persona grassa, e par che dica la cosa anche col suono.
Questo pacioccone anonimo ci conduce nel regno della pace.
Il pane è la pace della casa.
Che profonda verità! A quante cose fa pensare questo semplice proverbio, in cui balenano tutte le tristezze e le tempeste domestiche che derivano dalla miseria! E nota l'esempio: - Viene avanti con tutta la sua pace.
- Non c'è l'immagine viva dell'indole, dell'aspetto, dell'andatura d'una persona?
PACIERE.
Ebbene? Niente.
Sorrido a un ricordo mio, d'un'antica edizione del Conte di Carmagnola del Manzoni, che ebbi tra mano da ragazzo, nella quale all'ultima scena, dove il Conte dice di sperare che la propria morte riconcilierà il duca Visconti con la figliuola, in vece di: è un gran pacier, era stampato: è un gran piacer la morte; ed è quasi mezzo secolo che ogni volta ch'io trovo quella parola mi ricordo d'essermi scervellato un bel pezzo a pensare come fosse potuta sfuggire ad Alessandro Manzoni quella stramberia.
PACIFICONE.
Ecco una parola comunissima che in venti volumi che ho sulla coscienza sono ben sicuro di non aver usata mai, benchè mi sia occorso chi sa quante volte d'esprimere l'idea ch'essa esprime; ciò ch'io feci senza dubbio con più d'una parola, o con un'altra meno propria.
Dunque, memento.
- Come? - mi domanderai -; anche alla Padella ci dobbiamo fermare? - Sì, signore, e [130] c'è il suo perchè; sono anzi due.
Lo sai che si chiama occhio il foro che è nel manico dell'utensile benemerito, per attaccarlo al chiodo? E sai che si chiama padella il piattello di latta, di cristallo o d'altro, che si mette sotto il lume o sul candeliere per riparar l'olio o la cera? - Ma son minuzie, - mi rispondi -; o se m'occorrerà due volte o tre nella vita di nominar quelle cose! - E batti! Ma siccome (e già lo dissi) ci sono altre migliaia di piccole cose, che nella vita avrai da nominar poche volte, se tu trascurerai d'impararne i nomi perchè son cose di poco conto, ti troverai migliaia di volte impacciato.
Ti capaciti? E nota il vantaggio che ti dà la lettura del Vocabolario, dove, essendo detti tutti i significati di ciascun vocabolo, tu puoi imparare insieme i nomi di diversi oggetti, ciascun dei quali ti rammenterà l'altro.
Vedi, per esempio, più avanti, la parola PALA.
Pala, attrezzo comune, pala del remo, pala del timone, pala delle ruote dei molini.
- Vedi PALCO.
I palchi fronzuti d'una quercia, i palchi delle corna, i palchi delle pine, un vestito di seta con trine a tre palchi; palco morto, quello che si dice in piemontese sopanta.
- Poi PALLINO.
Pallino da caccia, pallino delle bocce, della sella, della balaustrata, della chiave maschia; soprannome d'un cane, d'un cavallo, ecc.; bambino grassoccio.
Più sotto, dietro PARACADUTE, una filza di cose che parano: PARACAMINO, PARAFOCO, PARAFUMO, PARAMOSCHE, PARAOCCHI, PARATASCHE, PARACENERE, PARACIELO d'un pulpito, d'una carrozza, d'un tetto, ecc.
Si piglia la lingua a retate.
Rifacciamoci indietro.
Ecco una bella parola per dire una cosa che ci occorre di dire [131] spessissimo: PADREGGIARE, d'un figliolo o d'una figliola che somiglia al padre, o, come si dice famigliarmente, che tira dal padre.
- Per solito le figliole padreggiano, i figlioli madreggiano.
- Ecco la parola PAESANO, che noi dell'Italia settentrionale non adoperiamo quasi mai nel senso di contrapposto a forestiero o a militare: - Vino paesano, ufficiale vestito da paesano.
- Ecco alle parole PAGA e PAGARE una serqua di modi quasi tutti relegati fuor del nostro vocabolario parlato.
- PAGACCIA, un cattivo pagatore.
- Essere il PAGA della compagnia - dar le paghe, le busse.
- Pagare a sgocciolo, alla stracca, coi gomiti, a chiacchiere, a respiro, sul tamburo, sulla cavezza, alla banca dei monchi, il giorno di San Mai, pagar di schiena.
- E alla parola: PAGLIA: aver altra paglia in becco - (un altro amore) - mangiarsi la paglia di sotto i piedi (rifinire ogni cosa) - batter la paglia (vagar col discorso) - rompersi il collo in un fil di paglia - per ogni fuscello di paglia (per un nonnulla)....
Segue una serie di nomi di cose utili a sapersi.
PALIOTTO, l'arnese di stoffa o altro che si mette davanti all'altare; PALLA, il quadretto di tela per coprire il calice, e il globo di vetro che si mette ai lumi; PALMENTO, la grande cassa dove casca la farina che esce dalle macine (donde il modo: mangiare a due palmenti); PEDANA, tappeto per sotto i piedi; PEDAGNÓLO, il fusto dell'albero ancor giovane; PEDALE, il fusto dell'albero da terra all'inforcatura; PELLÉTICA, pelle della carne da mangiare, o pelle floscia o cascante della persona; PELO, di marmi o pietre o vasi, fenditura sottilissima somigliante ad un pelo.
Sapevi tu i nomi di tutte queste cose? No? [132] Ebbene, ti dico nell'orecchio che parte gl'ignoravo anch'io, e parte li avevo dimenticati.
E PALANDRA, per abito d'uomo a lunga falda? Che cosa dice il Sor Palandra? Mi par di vederlo.
Una sosta.
Sostiamo un poco, e voltiamoci indietro.
Vedi, nel breve tratto percorso, quante parole abbiamo trovate, che ci hanno destato un ricordo storico, portato l'immaginazione in ogni parte del mondo, a cose remotissime di spazio e di tempo, dalle palafitte lacustri dell'età preistorica alle architetture palladiane, dai paleosauri fossili ai bacilli del Pacini! Abbiamo visto passare la paggeria pomposa delle Corti, i principi orientali portati in palanchino, i trionfatori romani in veste palmata, i giovani greci lottanti al Pancrazio, e dame e sonatori di lira e poeti tragici e ninfe cacciatrici di Diana ravvolte nella palla, e i lottatori delle feste panatenée in onor di Pallade, e i Bolognesi antichi plaudenti alla battaglia d'ova e di porci della Pachetta.
Ci son balenati dinanzi Attilio Regolo, che con le palpebre arrovesciate, spasimando, guarda il sole, e Carlomagno circondato di Paladini, e i Palleschi e i Piagnoni, partigiani e avversari dei Medici, e i Francesi caduti nel sangue delle Pasque Veronesi, e Paisanetto, la maschera genovese, e Pantalone, la maschera veneziana, e Pantagruele, figlio di Gargantua; e di là da questa maravigliosa processione, una fuga di palazzi famosi, i palmizi ridenti di Liguria e di Sicilia, e il Palatino e il Panteon e le paludi Pontine e l'orizzonte immenso della Pampa.
Pensasti mai, leggendo [133] altri libri, a tante cose e così diverse in così breve tratto di lettura? E quante n'ho tralasciate! Ma
Rimettiamoci in cammino.
PANACÈA.
Tu non sei di quelli che pronunziano panácea, non è vero? Non t'aver per male della domanda: non di rado io sento dire stentoréo per stentóreo, e qualche volta anche Satìro per Sátiro, santissimi numi! E come sono efficaci le maniere: - LEVAR DI PAN DURO -, per mangiar molto, non lasciar che il pane diventi duro in casa; - MANGIARE IL PAN PENTITO - FINIR DI MANGIAR PANE, per morire, e - PAN DI RICATTO - che si dice quando uno rifà agli altri quello che hanno fatto a lui.
E RIMBRONTOLARE IL PANE a uno non è più espressivo di rimproverare e rinfacciare? E com'è ben significato e quasi effigiato l'ipocrita untuoso in BOCCA PARI, poichè FAR LA BOCCA PARI vuol dire accomodar la bocca per ipocrisia! Un'altra parola, PARI, che non s'usa quasi punto fuor di Toscana, benchè serva a dire molte cose che non si possono dire altrimenti che meno bene, o con più parole, ciò che in fondo è il medesimo.
Per esempio, come diresti tu in altre parole: camminar pari pari o portar una cosa pari pari, perchè non si spanda l'acqua che v'è dentro?
PARARE.
È una di quelle tante parole comuni alla lingua e al dialetto, le quali noi non usiamo in certe forme perchè, essendo queste anche dialettali, non le crediamo forme italiane.
Di' la verità: oseresti dire che una stanza è buia perchè c'è la casa di faccia che PARA? PARA, senz'altro, sottintendendosi il sole, la luce? E dire: - [134] Escimi davanti che mi PARI? E: un pastrano che PARA il freddo? E a un bambino, offerendogli qualche cosa: PARA bocca? PARA mano? PARA il grembiule? PARA il sacco? - No.
Vedi, dunque.
Ma di queste parole e locuzioni dialettali e italiane ne abbiamo già trovate parecchie nelle pagine antecedenti, e ne troveremo di più in seguito.
- TIRAR LA PAGA, per riscuoterla.
- Essere una cattiva paga, un cattivo pagatore.
- PAGHEREI che tu provassi il gusto che c'è a far questi lavori - Non PAPPARE d'una cosa, non intendersene - Non aver PAURA, non temere il confronto.
- PELAR gli uccelli, le castagne, PELARSI una mano con un ferro rovente.
- Farsi PELARE, per farsi tagliare i capelli.
- PRENDERE di qui, di là, da questa parte, da questa strada, per avviarsi.
- PIGLIARSI, per isposarsi.
Pare che que' due si PIGLINO.
- Lo so DA PER ME, viene DA PER SÉ.
- PILUCCARE uno (plucchè, piemontese) per pigliargli i denari.
- È un PIGLIA PIGLIA (ciapa, ciapa).
- E PAPPINO, PASTONE, PATAFFIONE, PATATUCCO, PIOTA, QUEI POCHI, per servo d'ospedale, pasto per le galline, uomo grossolano, uomo stupido e bizzarro, pianta di piede grosso, quattrini.
Vedi di quanti vani scrupoli e paure ti puoi liberare leggendo il vocabolario.
Conosci i modi: PARLARE con le seste, PARLUCCHIARE sul conto altrui, PASSAR PAROLA a qualcuno d'un affare, aver PASSATO con alcuno POCHE PAROLE, entrar in parole, pigliarsi a parole? - Provati a trovare un altro modo che equivalga appunto quest'ultimo, e vedi se PARTICOLARE, nella frase: - Tu sei PARTICOLARE, veh! - da noi non mai usato, non dice qualche cosa di [135] più di curioso e qualche cosa di meno d'originale o strano, che qualche volta sarebbe troppo.
E diciamo mai pascolare in senso attivo, come nell'esempio: - Andò a PASCOLARE le pecore -? PASSATELLA, di donna avanzata in età, è uno di quei modi riguardosi, da registrarsi nel Galateo della lingua, i quali possono attenuare, in certi casi, il risentimento d'una signora rispettabile.
E nota pure, perchè ti può occorrere: - tirare una PASSATELLA, che è mandar la boccia in modo che tocchi quella dell'avversario per rimoverla.
- CANTARE A PAURA, che bel modo di dir: cantare per ingannar la paura! E PENCOLARE nel senso di esser dubbio tra il sì e il no? Ricordo un ragazzetto fiorentino che mi disse: - Io volevo che mi lasciassero andar solo a vedere il serraglio: la mamma pencolava, pencolava....
- Nota (e noto anch'io, perchè son parole che imparo con te): - PECETTA, per seccatore (bellissimo): Levami questa PECETTA di torno.
- PASTRANAIO, chi alla porta d'un teatro o altro prende e conserva i pastrani.
- PATACCONE, un orologio grosso e vecchio.
- PATATE (volgarmente) i calli.
- PECORELLE, la schiuma dei cavalloni.
- PEDINARE, il correre per terra degli uccelli....
In confessionale.
Qui apro una parentesi, che già volevo aprire alla parola Paleografia, poi a Paleolitico, a Paleontologia, a Palingenesi, a Palinsesto, a Paralipomeni, e che dovrei poi aprire a Pirronismo o a Prammatica e ad altri vocaboli, se non lo facessi in questo punto.
Zitto! Non ti domando [136] se di tutti quei vocaboli sai il significato: ti tratto da uomo.
Quelle ed altre molte appartengono a una famiglia di parole che si potrebbero chiamare: della scienza sottintesa: parole che si senton dire sovente nelle conversazioni della gente colta o mezzo colta, e che spessissimo si leggono nei giornali; le quali molti non sanno o sanno soltanto per nebbia che cosa significhino, e sarebbero impacciatissimi a dirlo; ma fingono di capirle, perchè hanno coscienza che è alquanto vergognoso il non conoscerne il significato.
Fra quanti bravi signori, se fossero sinceri, seguirebbe la scena di quei due giurati del Fucini, i quali, di parola in parola, finiscono col dichiararsi a vicenda di non sapere che cosa voglia dir recidiva, che credevano un delitto snaturato! Ebbene, questo è uno dei tanti vantaggi della lettura del Vocabolario: che tutti, scorrendo le sue pagine, possiamo colmare una quantità di piccole lacune della nostra cultura, le quali non confesseremmo neppure a un amico, aggiustare i conti della nostra coscienza letteraria, di nascosto, senza dover arrossire, come con un maestro fidato, che s'interroga a quattr'occhi, e che dà le risposte nell'orecchio, e non risponde soltanto alle nostre domande, ma ci svela pure molte nostre ignoranze inconsapevoli, e vi ripara ad un tempo.
Cito fra le tante che ci passeranno sott'occhio una sola parola: preconizzare, che quasi tutti sanno, ma che moltissimi non intendono nel suo significato vero, poichè cento volte io l'intesi usare nel senso di presagire, dove significa propriamente: proclamare l'elezione d'un vescovo, e quindi, per traslato, proclamare che che sia.
Il Giordani [137] preconizzò all'Italia l'ingegno del Leopardi.
E si sente dire: - Io preconizzai la pioggia fin da ieri! - E a proposito di pioggia: una PASSATA D'ACQUA, una PASSATINA, per piccola pioggia, e che passa presto, come dice bene la cosa!
Da "Pencolone" a "Piaccicone".
Credo che avrò detto cento volte uno che pencola o pende camminando, e non dissi nè scrissi mai: PENCOLONE, che m'avrebbe fatto risparmiare parecchie parole.
Notiamolo per ragione d'economia.
- L'albero cade dalla parte che pende.
I timorati della grammatica direbbero: dalla parte da cui o dalla quale pende; ma è un modo che stride come un paletto arrugginito.
PENNA.
Qui c'è un grappolo di modi che ti possono occorrere ogni momento: PENNA CHE FA, CHE INTACCA, SCRIVE CORRENTE, FA GROSSO, SOTTILE, STRIDE, SCHIZZA, LASCIA (non finisce il tratto), SBAVA.
- PENNATA, quanto inchiostro prende in una volta la penna.
- PENSIERO.
Nota la locuzione: HO FATTO PENSIERO di ritirarmi: è più che ho pensato e meno che ho fatto proposito.
- PENSUCCHIARE, pensare meschinamente.
Questo scrittore non pensa, ma pensucchia.
- PENTOLINO.
È bello il modo: TORNARE AL PENTOLINO, per tornare alla sobrietà, alla vita parsimoniosa di casa, dopo aver scialato.
To': c'è anche un modo per dir l'atto di riunire i cinque polpastrelli della mano.
FA' PEPINO, se ti riesce, si dice a chi ha le mani aggranchiate dal freddo.
E giusto, mostrami la mano: questa pellicola staccata dalla carne vicino all'unghia si chiama PEPITA.
Tágliatela, e osserva l'uso del per nei modi seguenti, che [138] per noi sono insoliti: - Si volsero PER ponente - Assalirono il nemico PER fianco - PER bambino, ha molto giudizio.
- PER gobbo, dicono in Toscana, è fatto bene - Levò quel ragazzo DI PER le strade - Dare una cosa PER DI.
Gli hanno dato questo quadro PER DI Raffaello.
- E l'uso del PERCHÈ in quest'altro esempio: - La cagione PERCHÈ io lo cacciai di casa - più svelto che per la quale.
PERDOVE.
Volle sapere il perchè, il percome e IL PERDOVE.
- Vedi com'è graziosa la parola PERSONALINO per figura: - Quella ragazza ha un bel PERSONALINO -, e com'è espressivo il costrutto: - I facchini la mancia la pesano -; il quale tu usi ogni momento nel dialetto, e non l'useresti in italiano, pensando che sia un errore l'oggetto doppio: corbellerie! PESTARE uno di nerbate, un modo vigoroso.
PESUCCHIARE, per pesare abbastanza.
Questo bambino non pare; ma PESUCCHIA.
PETTATA, salita piuttosto forte: fare una pettata.
- PETTEGOLATA, azione da pettegoli; bada: non pettegolezzo.
PRENDERE PER IL PETTO uno, fargli violenza.
Un piacere lo fo; ma non voglio esser PRESO PER IL PETTO.
- PIACCICHICCIO.
Con questo PIACCICHICCIO di fango, non si cammina.
- PIACCICONE, PIACCICONA, chi fa le cose lentamente.
- PIPA, per naso grosso....
altrimenti Nappa, che è la napia del nostro dialetto....
A proposito di Piaccicone, è da notarsi il gran numero di parole comprese nella sola lettera P, le quali definiscono il carattere, l'aspetto, il modo di moversi e d'operare d'una persona; tutte occorrenti spessissimo, in special modo nel linguaggio parlato.
Per esempio: - Quel PALLIDONE d'Eugenio.
- Se tu dici invece: quella faccia [139] pallida, non fai capir così bene che Eugenio è pallido sempre, naturalmente.
- PANCETTA, chi ha la pancia grossa.
Maestro Pancetta; scherzoso, ma non impertinente.
- PAPPATACI, chi soffre, mangia e tace.
- PEPINO, è un PEPINO, di ragazzo o donna arguta e frizzante.
- PETECCHIA, uomo spilorcio.
- PIDOCCHIO riunto, rivestito, rifatto, rilevato, ignorante arricchito e superbo.
- PISPOLETTA, PISPOLINO (da pispola, uccello cantatore), donnetta vezzosa, o ragazzo o bambino piacente.
E ne tralascio molte altre, che vedremo un'altra volta, per finir con Puzzone, persona che puzza, e anche persona superba.
- Tìrati in là, puzzone, che mi mozzi il fiato.
- Che si crede d'essere quella puzzona? - E poichè si parla di puzzo, nota, com'è detto bene di persona senza sentimenti e senza idee: - SENZA PUZZI E SENZA ODORI -; che si potrebbe riferire anche a scrittori e a libri corretti, ma vuoti e freddi, che lasciano nel lettore....
il tempo che trovano.
E ora, per riprender fiato, un'altra occhiata alla
Lanterna magica.
Quante cose, oltre la lingua, in quest'altro breve tratto che abbiamo percorso, e in altre poche pagine che possiamo precorrere con lo sguardo! Armati ad ogni passo: Pentacontarchi, Peltasti, Petardieri, Pretoriani; magistrati romani, con la pretesta strisciata di porpora, plaudenti ai gladiatori dal Podio; e poeti e re e numi e genti d'ogni età e d'ogni latitudine, dai Pelasgi ai Lapponi....
che fabbricano pane con la corteccia del PIN DI RUSSIA.
E che strana processione, Pilade, Pilato, Pindaro, Plinio, re Pipino, Petrarca, [140] Platone, Plutone! Abbiamo visto Pegaso trasvolare nelle nubi, passare il pétaso alato di Mercurio, Psiche spiar le forme dell'amante incognito, Ulisse sterminare i Proci, Teseo giustiziare Procuste, Pirra far degli uomini coi sassi, Progne cangiarsi in rondine e Proteo in cento forme, e Perillo fabbricare l'orrendo bue ciciliano, rogo e tomba di bronzo di corpi vivi.
Abbiamo visto fender l'acque le piroghe degl'Indiani, scorrer sull'Egeo la nave capitana del Morosini il Peloponnesiaco, errar sul Ponte Eusino l'ombra d'Ovidio; e Aristotele passeggiare nel Peripato e la procuratessa Grimani in piazza San Marco; e meditar sulla pila Alessandro Volta, e fuggire dalle Tuileries la testa a pera di Luigi Filippo; e lontano, verdeggiar nell'azzurro i giardini pensili di Babilonia e la vetta del monte Pimpla, sacro alle Muse.
Che fantasmagoria, per gli Dei Penati!
Cento pagine di corsa.
Di corsa, perchè è ancora lunga la strada, e tu la rifarai da te a più bell'agio.
PIAGGELLARE, lodare, dar dell'unto, più discreto di piaggiare, e anche nel senso di ninnolare, divertir con ninnoli.
- PIANGERE.
Di un vestito che non si confà a una persona si dice con traslato felicissimo che le PIANGE addosso, perchè fa le grinze d'un viso piangente, e di scarpe tutte rotte: scarpe che PIANGONO a cent'occhi.
Dire che ho cercato tante volte il contrapposto di valligiano, colligiano, senza trovarlo, ed eccolo qua: PIANIGIANO: me lo appiccico sulla fronte.
PIANTACAROTE....
Ma questa è una parola comunissima, come l'azione che esprime.
Ora, ecco una manciata di modi [141] comuni a vari dialetti, di grande efficacia.
- PIANTAR spropositi.
- PIANTAR uno a un dato posto (in senso canzonatorio).
- L'hanno PIANTATO agli arresti.
- PIANTARE una ragazza.
- PIANTARE un amico lì su due piedi.
(Un poeta usò argutamente, in questo senso, la parola Piantagione).
- PIANTAR gli occhi in faccia a uno.
- PIANTARE il discorso, e andarsene.
- PIANTAR casa.
- PIARE, degli uccelli che cantano in amore, e PÍO PÍO; e si dice anche PIARE delle castagne e delle patate che mettono: - Non lo vedete che queste castagne PÌANO? - PIENO, una delle tante parole che nel vocabolario hanno il sacco: - PIENO zeppo, pinzo, colmo, gremito - bicchiere PIENO RASO - piatto PIENO a CUPOLA - nel PIENO INVERNO - nel PIENO DELLA NOTTE.
- e così PIGLIARE: PIGLIARE a cambio, a chiodo, a calo, e nel senso d'accendersi: - questo lume non PIGLIA - e in altri significati: - vino che PIGLIA d'aceto - pianta che non PIGLIA - mastice che PIGLIA appena....
Ah che miseria! Pensare che io pure, vecchio al mondo, dico quasi sempre queste cose in altri modi tanto meno spicci e meno propri! - PINZO, PINZARE è proprio del morso degl'insetti.
- Nota i modi: - Starà poco a piovere.
- Piove a paesi (in qua e in là).
- PÍPPOLO, che è una piccola escrescenza delle piante in forma di bacca, si dice pure d'un'escrescenza della carne: ho un amico al quale una gallina portò via un píppolo dal naso con una beccata.
PÍTTIMA, per persona noiosa, è anche del nostro dialetto.
A POCHINI A POCHINI se ne spende tanti, molto più espressivo e garbato che a poco a poco.
- POPONE fatto, strafatto.
- POPONE per gobba.
Mi ricorda il sonetto del Fucini, dove al [142] prete gobbo che dice che l'uomo è fatto a somiglianza di Dio, Neri risponde: - Con quel popone non me l'ha a dir lei.
- O sciocco, va' a dare il colore ai poponi.
Amenità del vocabolario.
Da quest'ultimo esempio possiamo prender le mosse a una corsettina allegra, per vedere una quantità di modi proverbiali e di motti e d'esempi lepidi e arguti, che nelle pagine precedenti abbiamo saltato a piè pari.
Se leggerai tutto il vocabolario, vedrai che ce n'è a profusione, che alle immagini e ai pensieri tristi vi predominano di gran lunga gli ameni, che il libro della lingua, insomma, è generalmente un libro gaio, gran motteggiatore e burlone; e nei suoi motti non troverai soltanto fiori e vezzi di lingua faceta, ma anche molte sagge sentenze e verità utili e sani consigli.
Rifacciamoci un po' indietro, e spigoliamo alla lesta, senza tralasciarvi certi modi un po' volgari, ma efficacissimi, che è bene conoscere, benchè non sia bene adoperarli.
- Fàtti in là, disse la padella al paiolo.
- Non si può esprimere più argutamente il concetto d'una persona di cattiva reputazione che ostenta timore d'insudiciarsi nella compagnia d'un'altra della stessa tacca.
- Sei come la padella, che tinge e scotta.
- C'è da rivomitar le palle degli occhi, a mangiar certe bazzoffie delle trattorie.
- Ti s'ha a portare il panchetto? A chi non finisce di chiacchierare per la strada.
A Parigi, quando due comari stanno a chiacchiera un pezzo davanti a una bottega, esce il bottegaio [143] con due seggiole, dicendo: - Ces dames seront peut-être mieux sur des chaises.
- Aver della pappa frullata nel cervello, essere un baggeo.
Di una cosa nauseante: - Fa venir su la prima pappa.
- Soffiar nella pappa, fare la spia.
- Da pappardelle (certe lasagne): il condotto delle pappardelle, la gola.
- Pappa tu che pappo io (comune, credo, a tutti i dialetti), alludendo a due persone che mangiano d'accordo in un affare.
- Eh, non mi pappar vivo! A chi risponde arrogante.
- Aspetto che passi la mia, diceva quell'ubbriaco che si vedeva girar intorno le case e non riusciva a trovar la sua porta.
- Far passare il vino da Santa Chiara, degli osti che lo annacquano.
- Nella sua testa c'è andato a covare un passerotto, di persona senza senno.
- Il SE, il MA, il FORSE, è il patrimonio dei minchioni.
- Dottor Pausania, a persona che parla con molte pause e con prosopopea.
Di una persona magra: - gli si sentono i paternostri nella schiena: - da paternostri, le pallottoline maggiori della corona del Rosario, alle quali somigliano i nodi della spina dorsale.
A chi fa il superbo perchè è arricchito, per ricordargli il tempo quand'era povero: - Ti ricordi quando con una pedata ti rifacevi il letto? ossia, quando dormivi sulla paglia.
- Il caldo dei lenzuoli non fa bollir la pentola (anche dialettale), la poltroneria non è guadagno.
- Pare una pentola di fagioli (si sottintende "in bollore") di persona catarrosa.
- Dio ti benedica con una pertica verde.
- Pillole di gallina (le ova) e sciroppo di cantina aiutano a star sani.
- Di persona segreta: - Più chiuso delle pine verdi.
- Tu fai piovere! A chi parla con affettazione o canta male.
- [144] E ponza e ponza e ponza, venne fuori la Monaca di Monza, fu detto del Rosini, che con quel romanzo credeva d'aver ammazzato I Promessi Sposi; e si dice di chi fa un grande sforzo, che poi non dà degno frutto.
- E udendo un suono di quel vento che esce dallo stomaco: - Al tempo dei porci erano sospiri.
- Proserpina, di donna scarruffata.
Vatti a pettinare, che con codesti ciuffi mi pari una Proserpina (la figlia di Giove e di Cerere, rapita da Pluto).
- Non esce mai dal bagno: o che ci sta in purgo? Dal mettere una cosa in purgo, o in molle, perchè prenda o perda certe qualità.
- È meglio puzzar di porco che di povero, dicono i poveri che si vedon malmenati.
Vespasiano a Tito, che gli chiedeva come mai avesse messo un'imposta sull'orina, mise una moneta sotto il naso, e domandò: - Puzza questa?
Ultima verba.
POLIARCHÍA.
Tu capisci la mia strizzatina d'occhio: questa è una di quelle tali parole che è convenuto che tutti intendano, e di cui non è prudente domandare la spiegazione, in presenza d'altri, a una persona che si rispetta.
- POLPETTA, tu saprai per prova che cosa significhi in traslato: sgridata.
Bello il verbo PORGERE nel senso di suggerire: - Fa' quello che la natura ti porge.
- Dice il popolo, in Toscana: - Un animo mi PORGE, il cuore mi PORGEVA di fare una data cosa.
POSARE.
Nota bene.
Noi diciamo troppo spesso deporre, che è ricercato, per posare il cappello sopra una seggiola o il candeliere sul tavolo o altro simile; io intesi anche gridare a un cane: - Deponi quell'osso, come nelle tragedie si dice a un re: - Deponi quel serto.
Corbezzoli! - Positivo.
Si dice famigliarmente di positivo per sicuramente, senza dubbio.
A primavera c'è la guerra DI POSITIVO.
- Posteggiare, far la posta, non si dice soltanto d'un animale alla caccia, ma anche d'una persona: L'ho POSTEGGIATO un pezzo all'angolo di via Garibaldi, dove passa ogni giorno; ma non comparve.
- Si dice che PUÒ il sole, il vento in un luogo, per dire che ci batte forte, ed è un modo tanto efficace quanto lesto.
Eccoci a PRATICA.
E qui ammonisco me stesso: - Si ricordi bene, signor E.
D., che si dice far LE PRATICHE da avvocato, e non la pratica, come dice lei, e far pratiche, non le pratiche, per far quello che occorre a riuscire in un intento.
E tu pure, figliuolo, a proposito di PRECIPIZIO, avverti, discorrendo, di non PRECIPITAR le parole, le sillabe, il racconto, che è un vezzo per cui si dice un PRECIPIZIO di spropositi; e già fanno tutto male gli uomini PRECIPITOSI; e non te la PRENDERE (è un modo anche dialettale) se t'ammonisco con tanta franchezza.
Su PRESA tiriamo via, perchè tu capisci che cosa significa negli esempi: un muro che non ha fatto ancora PRESA, una colla, una pasta che non fa PRESA.
Ma facciamo alto a PRESTIGIO, che il vocabolario definisce: influenza, forza abbagliante, ma di cui si fa ora un abuso ridicolo, adoperandolo nel significato più ristretto di stima e d'autorità, e anche di serietà solamente, tanto che tutti credono d'aver del prestigio da perdere, e io intesi dire persino d'un cane da guardia, che aveva perduto ogni prestigio in una fattoria, per averci lasciato entrare [146] i ladri di notte.
- Grazioso il verbo PROSPERARE in senso transitivo: - Il Signore vi PROSPERI! - PUGNO, ribeccarsi un pugno, mescere fior di pugni.
Sentii dire in Toscana: - Quattro pugni bene scolpiti, che è proprio uno scolpire l'idea.
- Mi piace PUNTARE nel senso di fissare con insistenza una persona: La smetta, giovanotto, di PUNTAR quella ragazza; e anche riflessivo, per ostinarsi: - Se si PUNTA, non ottieni nulla.
- Ed ecco alla parola PUNTO un mazzo di modi da ricordarsi: - Far punto e da capo, stare a punto e virgola, ci sono i punti e le virgole (in uno scritto perfetto), capitare in brutto punto, prendere in buon punto (nel momento buono), se s'affatica punto punto s'ammala, non è ancora in punto (all'ordine).
Per primo punto ti dirò....
- PURE DI, in senso ellittico.
PUR di campare, fa di tutto: esprime il concetto con assai più forza che per campare, dicendo l'amor della vita anche più forte del sentimento della dignità e della rettitudine.
PUZZARE, PUZZACCHIARE.
- Passa di qui a naso ritto: par che si PUZZI tutti! - Il pesce PUZZA DAL CAPO.
- Azioni che PUZZAN di ladro.
Diciamo anche noi nel dialetto che una cosa non pagata, ma presa a credito, puzza d'inchiostro, e d'una cosa che si ritrova o si riceve inaspettatamente, e che ci fa comodo: - Un pastrano a questi freddi? Non puzza.
- Nota che noi usiamo quasi sempre, in vece di PUZZO, puzza, che è del linguaggio letterario.
- Un puzzo che assaetta, un puzzo che si schianta, che si scoppia.
- Di questo puzzo non ce n'ho mai avuto in casa mia: s'intende di questi peccati, di queste cattive azioni.
E per rumore, putiferio: - Per un nulla non importava far tanto puzzo! [147] - E ancora vari nomi di cose, d'uso raro fra noi, ma che è bene aggiungere al nostro vocabolario manchevole: - POSATURA, quella che lascia l'acqua nella boccia, e che noi diciamo fondo, che è proprio del caffè, com'è del vino e dell'aceto fondigliólo.
- PRODA del campo, del tavolino, del letto, del muro, del fosso, che noi diciamo malamente orlo.
- PULCESECCA, sinonimo faceto di strizzatura o pizzicotto, o anche il segno che ne rimane.
- Mi son fatto una pulcesecca con la fibbia, e in un sonetto del Fucini: e giù na pulcesecca 'n tel nodello.
- PULCIAIO, un luogo pieno di pulci o sudicio.
- Son capitato in un pulciaio di locanda! - PULCINAIO, un luogo pieno di pulcini.
- PULISCISCARPE e PULISCIPIEDI, che si mette all'entrata delle case, e che si chiama Raschino se è di ferro.
- PULSANTINO, la mollettina degli orologi, che serve, calcandola e girando il gambo, a rimetter l'ore.
- PUNZONE, forte colpo dato con le nocche o con la mano puntata.
Gli diede un punzone nel petto che lo mandò con le gambe levate.
- E questo è l'ultimo vocabolo della processione del P, che se finisce poco bellamente con due scarpe per aria, non è mia colpa.
Per finire.
Credo di non averti seccato.
Non ti saresti seccato neppure, credo, s'io non avessi fatto molte omissioni per abbreviarti il cammino.
Ho detto molte, ma sono moltissime, e in special modo di nomi storici, di termini architettonici, matematici, filosofici, chimici, nautici; ai quali forse, leggendo in luogo mio, tu ti saresti arrestato.
[148] Anche ho trascurato un monte di vocaboli con cui ti sarebbe passata dinanzi una varietà grande d'animali rari, di minerali, d'erbe, di fiori, d'alberi, di frutti, di medicinali, d'alimenti, d'abitazioni e di paesaggi, e d'armi e di macchine d'offesa e di difesa antiche e moderne, e di vestimenta e di costumanze e di giochi e di feste dell'età passate e del tempo presente, che alla mia immaginazione presentavano, durante la lettura, un'altra fuga ammirabile d'immagini, di là da quella che tu vedevi con me, seguitando le mie citazioni.
E ho tralasciato voci imitative, interiezioni, esclamazioni, facezie, proverbi, quanto era necessario che tralasciassi, insomma, per ridurre in una ventina di pagine più di quattrocento colonne di stampa.
E queste quattrocento colonne non rappresentano che una lettera.
Vedi che vasta e succosa e dilettevole lettura è quella del Vocabolario, e immagina quanto avrai imparato quando su tutte le lettere dell'alfabeto avrai fatto il lavoro che abbiamo fatto insieme sopra una sola, ma con più attenzione, e smettendolo e ripigliandolo a intervalli, dopo ciascun dei quali ritornerai all'opera con maggior curiosità e con più vivo ardore e con la mente meglio esercitata a scegliere, a osservare e a imparare.
Sei persuaso? E dopo questo, se qualcuno ti dirà che a leggere il Vocabolario si muor di noia e si sciupa il tempo e il cervello, mandalo....
alla lettera P.
[149]
LA MEMORIA LATENTE.
Ora ti debbo dire alcune cose per preservarti da un senso di scoraggiamento, dal quale è probabile che tu sia preso a quando a quando, nel primo corso dei tuoi studi.
T'accadrà qualche volta di passare in rassegna mentalmente il materiale di lingua che crederai d'aver accumulato in vari mesi di letture e di appunti, e troverai nella tua memoria ben poca cosa, ti parrà che una gran parte di quel materiale ti sia sfuggito come un liquido da un vaso forato, e che un'altra parte ti sfugga nell'atto che lo cerchi, e rimarrai scoraggiato da quel disinganno, e quasi avvilito.
Ebbene, sarai in errore.
Una gran parte del materiale della lingua si va a riporre da sè in certi scompartimenti secreti della memoria, dove noi lo portiamo senz'esserne consapevoli, e donde non esce se non quando è chiamato fuori da certe idee, con le quali è legato da fili sottilissimi, invisibili, per così dire, al nostro pensiero, e quindi non afferrabili dalla nostra volontà.
Ma, nel parlare e [150] nello scrivere, quando vorrai esprimere certi pensieri e nella ricerca viva dell'espressione le tue facoltà intellettuali si ecciteranno, tu vedrai che ti verranno sulle labbra e alla penna una quantità di parole, di frasi e di costrutti, che non sapevi di possedere, e che ti parrà di non aver cercati.
È una cosa che segue a tutti quelli che studiano la lingua, e che è per loro una sorpresa gradevole, come di trovare nelle tasche o nei cassetti carte preziose o danari dimenticati.
Non ti sgomentare, dunque, se dai ripostigli della tua memoria non esce che pochissima lingua, quando a questa tu gridi: - Fuori! - non per bisogno, ma per vederla soltanto, per metterla in mostra a te stesso.
Quando n'avrai bisogno davvero, saranno le tue idee urgenti e imperiose che andranno a picchiare all'uscio delle mille celle in cui le parole stanno nascoste, ciascuna alla cella di quella che le conviene e le appartiene, e te le porteranno di volo sulla carta e alla bocca.
E ti porteranno vocaboli e frasi che da lungo tempo non s'eran più fatte vive nella tua mente, e che ti parrà d'imparare in quel punto, e della forma felice in cui ti verranno espressi certi pensieri, rimarrai maravigliato come di roba non tua, che ti fosse suggerita da un altro, o come se scoprissi in te un altro te stesso, che parli e scriva una lingua più ricca, più propria, più efficace di quella che tu possiedi.
Sii certo di questo.
Molto spesso, ritrovando nel dizionario o nei tuoi appunti certi modi segnati da te un pezzo addietro, esclamerai: - Guarda! Questo m'era scappato di mente.
- No, non t'era scappato; vi stava rimbucato, e dormiva, aspettando che venisse a risvegliarlo [151] un'altra parola o frase di senso o di suono affine, una voce sfuggevole dell'animo, un'idea sua parente od amica, alla quale egli si sarebbe manifestato ed offerto.
Prosegui dunque con animo a leggere, a notare, a raccogliere, poichè tutto il materiale di lingua che ti metti in capo vi si ordina e vi si collega in mille modi, come in una officina oscura, a poco a poco, con un lavorìo spontaneo, del quale tu non hai coscienza.
E non ne sarà affatto perduta neppur quella parte che non verrà fuori al bisogno, perchè di molte voci e locuzioni effettivamente dimenticate, tu sentirai nella tua memoria il vuoto che v'avranno lasciato, e di là le spierai e moverai per rintracciarle e prima o poi le ripiglierai al laccio per sempre.
Prosegui nello studio, con viva fede nelle forze latenti e nel lavoro misterioso e maraviglioso della memoria, che ti sarà per sè medesimo un argomento di studio e una fonte di diletto profondo.
[152]
IL PERICOLO.
Ancora un'avvertenza, prima di rimetterci in cammino.
Bada che nello studio della lingua, in special modo per chi v'ha inclinazione naturale, c'è un pericolo: il pericolo d'un così brutto malanno, che se io avessi anche solo un leggerissimo dubbio di potertelo tirare addosso con le mie esortazioni e i miei consigli, vorrei piuttosto che tu buttassi il mio libro sul fuoco come un libro scellerato.
Sì, se nel culto della letteratura tu dovessi fare allo studio della lingua una troppo gran parte, riporre in essa il meglio dei tuoi sforzi e dei tuoi godimenti intellettuali, ridurti a considerarla, in somma, non come un mezzo, ma come un fine, e diventare uno di quei perdigiorni delle lettere che badano soltanto a baloccarsi con le parole e con le frasi, come se queste non fossero forme e suoni vanissimi quando non servono a dir qualche cosa che piaccia o che giovi, io ti direi che è meglio per te rinunziare a questo studio, e continuare a scrivere e a parlar male per tutta la vita.
E sappi [153] che il malanno c'entra dentro lentamente, senza che ce n'avvediamo.
La nostra innata pigrizia intellettuale c'induce a poco a poco a tenere in conto d'un nobile esercizio dell'ingegno il facile lavoro di accumular vocaboli e locuzioni, e a credere che sia arte e scienza ciò che con l'arte ha che fare come la preparazione dei colori con la pittura, e con l'alta matematica lo studio della tavola pitagorica.
Non occupandoci più d'altro che di lingua, finiamo con non cercare e non raccoglier più altro nelle opere dell'ingegno altrui; ci avvezziamo a non veder più bellezza che nella bellezza della parola, a non badar più che alla forma anche nelle pagine più splendide di pensiero e più calde d'affetto, a non più pensare noi medesimi, scrivendo, se non quanto è necessario ad aver qualche cosa da dorare e da infronzolare con gli orpelli e coi nastrini del nostro guardaroba linguistico.
Ed ecco lo studioso della lingua che, naturalmente, a grado a grado, diventa pedante e intollerante, come il bigotto diventa superstizioso e misantropo; che non ha più altro nel cranio che una grammatica e nel petto che un vocabolario, e nelle cui mani la lingua perde lume, calore e vita, per ridursi una materia inerte e fredda, da mettere in mostra a diletto di chi ha gli occhi confitti in una fronte vuota; ecco il linguaio degenerato, uggioso e ridicolo, che sempre e da per tutto dove imperò, isterilì la letteratura, uccise l'arte e prostituì l'idolo che stupidamente adorava.
Ma tu non ti lascerai andare per quella china; tu terrai sempre per fermo che ogni studio diretto a parlare e a scriver bene sarà fatica, peggio [154] che sprecata, rivolta a tuo danno, se ti distoglierà dall'esercitar l'ingegno a un più alto fine; tu studierai la lingua per diventarne padrone, non per fartene servo, per servirtene, non per adorarla; tu ne farai forza e bellezza, ma non la sostanza stessa del tuo pensiero, che si dissolverebbe nel vuoto, non l'alimento unico del tuo intelletto, per cui si muterebbe in veleno.
No, tu non seguirai la via del professor Pataracchi.
[155]
IL PROFESSOR PATARACCHI.
Fu forse l'ultimo dei veri, grandi, formidabili pedanti italiani; per i quali io non capisco come non sentano ammirazione anche i loro avversari e le loro vittime, perchè è sempre ammirabile chi combatte ferocemente, senza tregua, fino alla morte, per una causa ch'egli crede santa; anche se sia una causa sballata.
E per tutta la vita il professor Pataracchi, paladino di Nostra Santa Lingua Immacolata, ritto sulla rocca sacra del Purismo, già rotta da ogni parte, eroicamente ostinato ed intrepido, menò la spada sui barbari assalitori, e ne fece memorando sterminio.
Il suo Credo era questo.
Lingua e nazione sono una cosa sola: dunque chi offende la lingua tradisce la patria; dunque chi parla e scrive male, chi contamina l'idioma nativo di francesismi e d'idiotismi, ha da essere odiato e vituperato come il più nefando dei malfattori.
E poichè in questa fede era sincero, la professava, con logica rigorosa e costante, anche nella pratica della vita, non curandosi nè d'inimicizie nè di danni che glie ne potessero incogliere.
E siccome il suo [156] purismo arrivava a tal segno, da respingere ogni frase o parola che non avesse il suggello della classicità più genuina, fino a non ammettere in alcun modo nessun vocabolo nuovo, per quanto fosse giustificato dal bisogno o dall'uso comune, si capisce com'egli dovesse odiar mezzo mondo e si facesse prendere in tasca da quasi tutti quelli che gli s'avvicinavano.
Dico quasi tutti, non tutti, perchè a me e a pochi altri, che sapevamo quanto un'offesa alla lingua lo facesse veramente soffrire, egli destava, insieme con l'ammirazione del suo foco sacro, un sentimento di schietta pietà.
Perchè dirgli una parola o una frase che gli pareva illecita era come forargli le carni con un punteruolo d'acciaio: avrebbe gridato in mezzo alla strada, se non avesse temuto di far gente.
A chi gli rivolgeva una domanda in forma scorretta, non rispondeva, o tardava un pezzo a rispondere, per fargli capire che l'aveva offeso e per lasciargli il tempo di ritrattar l'ingiuria.
A certi cattivi scrittori e parlatori, quand'io lo conobbi, aveva levato il saluto da anni.
Domanderete perchè non lo levasse a me pure.
Ma coi giovani che lo frequentavano con buona disposizione d'alunni, e fingevano di consentir con lui e di voler battere la sua via, usava qualche indulgenza.
Non faceva però complimenti nemmen con loro quando gli toccava d'udire o di leggere in qualche loro scritto una locuzione o un costrutto di lega impura.
Diceva fuor dei denti: - Queste son bricconate, mi scusi.
- Questo non è uno scrivere da galantuomo.
- O dove ha pescato questa porcheria? - Per lui non c'era differenza fra il commettere un atto di lesa maestà del suo [157] dizionario e rubare un orologio o fare una cambiale falsa.
Avrebbe voluto che nel Codice penale ci fosse un articolo per questo genere di reati.
E non faceva grazia a nessuno.
Nessuno scrittore lo contentava perchè il buon effetto di qualunque pagina più bella e eloquente, se pur lo sentiva ancora, gli era distrutto ipso facto da una sola parola illegittima ch'egli v'inciampasse.
Anche quei pochi puristi della sua razza, che rimanevano in Italia, e ch'erano generalmente canzonati per la loro feroce pedanteria, anche quelli li giudicava di manica troppo larga, troppo cedevoli, vilmente propensi a venire a patti con la barbarie invadente.
Ed è a notarsi che furioso in particolar modo era contro i suoi concittadini toscani, e contro i fiorentini più che mai, ch'egli accusava d'essere i primi e più infesti corruttori della loro lingua.
Già erano imbarbariti i suoi coetanei; ma erano assai peggio i loro figliuoli.
Diceva che "veniva su una generazione toscana senza freno nè legge, la quale preparava al suo paese un triste avvenire" perchè nel suo concetto un parlatore o scrittore "maculato" non poteva che seminar dei guai in qualunque campo o forma d'azione operasse.
Ricordo d'avergli udito dire, all'annunzio di non so che nuovo Ministero: - Ministro dei lavori pubblici quello sgrammaticante? Ne vedremo delle belle! - Non avevano altra sorgente anche i suoi odi politici, perchè di politica non si curava, e non riconosceva altra quistione nazionale o sociale che quella della lingua.
E sebbene, in fondo, fosse tutt'altro che un cattivo uomo, serbava i suoi odi linguistici oltre il rogo.
Udendo ch'era morto un tal letterato, una delle sue bestie nere: - Come uomo [158] - disse, - lo compiango; come scrittore....
è una pestilenza di meno.
È giusto dire che della purità assoluta che voleva dagli altri, egli dava l'esempio, non solo in quel pochissimo che scriveva, ma anche parlando; ciò che gli doveva costare una cura assidua e faticosissima, perchè, in somma, non viveva mica fuori del mondo presente, e le parole nuove, i francesismi correnti, gl'idiotismi d'uso universale e necessario dovevano penetrare e sonar di continuo anche nel cervello suo, come nei polmoni di tutti entrano i microbi dell'aria.
Ma di lingua era dotto davvero, e non c'era caso che peccasse.
Di certe cose, delle quali, senza peccare, non avrebbe potuto discorrere, non discorreva mai.
Certe novità, a cui non si poteva dar altro che un nome nuovo e barbaro, non c'era verso di fargliele nominare.
Altre le nominava con un vocabolo antico, o di conio proprio, risolutamente, non dandosi alcun pensiero di non essere capito, o d'esser franteso, o di far ridere gli uditori; il che seguiva sovente.
Chiamava, per esempio, una dimostrazione popolare: una raunata di popolo; guardie del fuoco, i pompieri; traino, il treno della strada ferrata (partirò col traino diretto, diceva): un banchetto, non di trecento coperti, ma di trecento tovaglioli; negava la medesimezza della così detta casa di Dante in Firenze.
E non diceva mai semplicemente il re, poichè era monarchico umilissimo, ma neanche Sua Maestà, che condannava come modo improprio: diceva la maestà del re: la maestà del re arriverà domani.
Ma i due più belli esempi della sua audacia di purista, diventati famosi a Firenze, sono [159] le voci antiche con le quali s'ostinava a designare due imposte, ch'egli chiamava gravezze: l'imposta progressiva e quella della ricchezza mobile, già esistenti ai tempi della Repubblica: la decima scalata e l'arbitrio.
E tutte queste parole, e le altre, pronunziava con aria di sfida fra i "neologizzanti" quasi gettandogliele in faccia (scrivo così perchè è morto) e dicendogli con gli occhi: - Beccatevi questo, e fatene vostro pro, pezzi d'ignoranti.
Variatissimo e comicissimo era il suo vocabolario di pedante vituperatore di barbari; nell'uso del quale egli graduava il vituperio con rigorosa giustezza.
Da modo non bello, brutta voce, vociaccia, robaccia, veniva su su a mostriciattolo, mostruoso vocabolo, voce appestata, abbominevole voce, parola infame.
Così d'un francesismo tollerabile si contentava di dire: sente di francese, e via via: e' pute di francioso (il francioso aggravava) o di gallico (che era più grave di francioso); francesismo vile, fetentissimo, sgangherata voce gallica, scempiata metafora transalpina.
E in diversi modi egualmente fieri e lepidi ammoniva i giovani a rifuggire da quei delitti: - Al fuoco questa parolaccia! - Al gasse! - Alla cassetta della spazzatura! - Deh, non lo dire! - Via quest'orrore! - La lasci agli acciabattoni! - E lascio altre sue maniere usuali: - Goffe eleganze romanzieresche, sconce sgrammaticature segretariesche, stomachevoli parole muschiate, sguaiate leziosaggini, turpi granciporri: n'aveva una collezione infinita.
Ma non era mai così bello a vedere e a sentire come quando scorreva un libro nuovo e [160] sospetto, con quel viso sanguigno e minaccioso, con quei baffi irti, che s'appuntavano contro la pagina come penne d'istrice, con quelle unghie adunche, piantate sui margini, come pronte a graffiare.
Egli segnalava il francesismo con una contrazione del viso come se vedesse correre fra le righe un insetto schifoso.
La manifestazione più tenue del suo sdegno era un pugno sul tavolino.
Quando una parola o una frase lo urtava più forte, prorompeva in invettive contro il fantasma dell'autore: - Ah, italiano rinnegato! - Camerlingo degli spropositi! - Sgrammaticato malfattore codardo! - E l'ultima espressione della sua collera era un riso ironico forzato, che gli scopriva i denti canini, accompagnato da uno scotimento di spalle, con cui fingeva un'ilarità smodata.
Ma dopo questo sforzo, sbatteva il libro nel muro e andava fuor della grazia di Dio.
- A questo punto siamo arrivati! Ma è un'aberrazione, una demenza universale.
L'Italia va in isfacelo.
Quando non c'è più lingua non c'è più nulla.
È finita.
Oh bastarda razza di traditori!
Povero professor Pataracchi! Conservarmi la sua benevolenza costò a me qualche fatica; ma deve aver faticato più lui a non levarmela.
Chi sa quante volte fu in procinto di dirmi come Virgilio all'Argenti: - Via costà con gli altri cani! - Poichè, in somma, gli dovevo parere un ipocrita, io che per tenermi nelle sue buone grazie gli davo ragione a parole, ma seguitavo a scrivere come un Ostrogoto, non potendomi ribellare alla terminologia dei regolamenti, poichè scrivevo di cose militari.
- Ma è proprio proprio costretto - mi domandava [161] qualche volta - a servirsi di codesto orribile gergo caporalesco? - Io rispondevo di sì, e mi giustificavo umilmente.
Ed egli mi diceva: - La compiango! - E forse fu la compassione che mi mantenne la sua amicizia.
Il giorno prima di lasciar Firenze per sempre, m'andai ad accomiatare da lui.
Fu più affettuoso che non m'aspettassi.
Forse lo impietosiva il pensiero ch'io m'andavo a stabilire a Torino, poichè a lui, per rispetto alla lingua, Torino doveva parere un covo brigantesco, dove io non potessi far altro che una miseranda fine.
M'accompagnò per un tratto di via del Cocomero.
All'angolo di via degli Alfani, prima di lasciarmi, mi disse qualche parola benevola, raccomandandomi la lingua.
Forse gli avrei lasciato un buon ricordo di me, se non avessi più aperto bocca; ma all'ultimo momento guastai la frittata.
- Se per combinazione - gli dissi - venisse una volta a Torino, abbia la bontà d'avvertirmene.
Mi metterò ai suoi ordini.
Sarò felice di rivederla e di servirla.
- Grazie, - rispose stringendomi la mano.
- Buon viaggio, e a rivederla.
E mi lasciò.
Ma fatti pochi passi, mi richiamò con un cenno, e mi disse: - Senta.
Combinazione, per caso o casualità, mi perdoni, è orribile.
E se n'andò senza dir altro.
Furon quelle le ultime parole ch'io intesi dalla sua bocca purissima.
Fulminò ancora i barbari per sette anni, e poi morì sulla breccia, ravvolto negli avanzi della sua bandiera.
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[163]
PARTE SECONDA.
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[165]
Nel corso degli studi che farai sulla lingua, con la penna alla mano, nei vocabolari e negli scrittori, se vorrai impadronirti durevolmente delle cognizioni che verrai acquistando e ricavarne il maggior vantaggio possibile nel parlare e nello scrivere, sarà bene che tu le ordini nella tua memoria, raggruppandole intorno a certi concetti, che dovrai tener sempre presenti.
A ciascuno di tali concetti, o per dir meglio, divisioni della materia, dedicherò un breve capitolo.
Sarà una serie di consigli e d'avvertenze intorno alle relazioni della lingua coi dialetti, alla lingua che non si sa, alla lingua che si sa, ma non s'usa, alla lingua impropria, alla lingua abbreviativa, ai sinonimi, alle definizioni, ai modi famigliari, al linguaggio faceto, al modo di variare il proprio materiale linguistico.
Ragioneremo poi dei francesismi e delle parole nuove, degli spropositi più frequenti e dei luoghi comuni più usuali del linguaggio corrente, e delle licenze lecite e di quelle che offendono i diritti della Grammatica; e in fine faremo insieme una corsa a traverso la letteratura italiana per scegliere gli scrittori che tu dovrai leggere e studiare di preferenza.
Non ti spaventare della via lunga: la percorreremo alla lesta, scherzando spesso da buoni amici, e ricreandoci ogni tanto nella compagnia d'originali piacevoli.
Adelante, Pedrito.
[166]
LE LAGNANZE D'UN DIALETTO.
DIALOGO FRA IL DIALETTO PIEMONTESE E LA LINGUA.
(Il dialetto è il piemontese; ma il dialogo può star benissimo con qualunque altro dialetto d'Italia, sostituendovi altre voci e locuzioni a quelle che son citate ad esempio).
LA LINGUA.
- Buon giorno, fratello.
Tu hai la cera rannuvolata.
IL DIALETTO.
- Me la vedo come in uno specchio, Signora, e mi duole di presentarmi a Voi in quest'aspetto.
L.
- Perchè mi chiami Signora? Altre volte ti dissi che mi piace esser chiamata sorella.
La fortuna e la gloria non m'hanno fatto montare in superbia.
Non siamo, tu ed io, rami dello stesso tronco? figliuoli della stessa madre? legati ancora e per sempre da mille somiglianze e proprietà comuni, dalle quali lo straniero riconosce in noi, a primo aspetto, il comun sangue latino? Che cosa t'affanna, fratello?
D.
- Ti ringrazio, sorella illustre e venerata.
[167] (Scattando) Ma è proprio questo pensiero che mi fa stizzire: d'aver che fare con una razza d'ingrati, i quali, disconoscendo i vincoli che mi legano a te, credono di farti onore disprezzandomi, e, parlando e scrivendo italiano, rifiutano un monte di parole e di frasi mie come se fossero barbare per il solo fatto d'esser mie, e vanno predicando ai ragazzi che, per non offenderti, debbono rifuggir da me come dalla peste bubbonica.
L.
- Lo so.
D.
- E che ne dici?
L.
- Confòrtati.
Mi fanno sovente la stessa lagnanza i tuoi fratelli.
E scrisse pure un grande maestro che ogni italiano, per imparar la lingua, la dovrebbe studiare tenendo tanto d'occhi aperti sul proprio dialetto; con che volle dire che v'è in ciascun dialetto una grande quantità di modi e costrutti comuni alla lingua; conoscendo i quali, ed usandoli, riuscirebbero tutti ad esprimersi in italiano con assai più facilità ed efficacia che ora non facciano, poichè a quelle forme che si presentano loro spontanee, ed essi rifiutano come puramente vernacole, ne sostituiscono altre quasi sempre men naturali, appunto perchè cercate, e meno proprie, perchè meno naturali.
D.
- Ecco la gran verità, sii benedetta! Mi disprezzano per onorarti, e offendono te, disprezzandomi; mi fuggono come un nemico, quando si potrebbero giovare di me come d'un maestro.
L.
- Dici il vero.
Ma non pensar che ti disprezzino.
Ogni giorno sento dire da italiani di questa o di quella provincia che il loro dialetto è più vivace, più vario, più espressivo della lingua, e che col proprio dialetto soltanto riesce loro [168] di dire tutto quello che vogliono, d'esprimere tutte le particolarità d'ogni loro pensiero, tutte le sfumature d'ogni sentimento.
Vedi dunque! Ma è singolare.
E non sospettano che la grande difficoltà ch'essi trovano a dire in italiano tutto quello che vogliono, deriva principalmente dal credere non italiane una buona parte di quelle forme con le quali appunto possono dir tutto nel vernacolo.
D.
- Tu mi riconforti, sorella.
Ma se sapessi quanti affronti mi tocca d'ingollare! Ne sento da ogni parte e d'ogni specie.
È dialetto; dunque moneta falsa: è la massima.
Sento molti ridere quando uno dice, parlando italiano: - legger la vita, mangiar la foglia, bruciare il pagliaccio, trovare una bella vigna, tirarsi da banda, battere il taccone, ridere sul mostaccio ad un tale, far filare uno, far pressa a un altro, tramutare un tavolino, battere una culattata in terra, andar lì lì per morire, tirare avanti la famiglia....
O dimmi tu: non sono modi italiani, di tua proprietà incontestabile, sorella mia?
L.
- Li riconosco.
D.
- O dunque! E ne potrei citare mille e passa.
Giusto, eccone un altro, che guai a chi gli scappa.
Bisogna sentire come si spassa certa gente colta alle spalle dei poveri ignoranti che s'ingegnano di parlare italiano, per certe parole e frasi italianissime, credute piemontesismi grossolani.
Ho sentito una famiglia intera dare in una risata perchè alla domanda: - che tempo fa? - la serva rispose: - È nuvolo! - Diedero in un'altra risata, un'altra volta, a sentirle dire: - Com'è peso questo bimbo! - La stessa cosa, un giorno ch'ella disse: - La botte versa; [169] bisogna stopparla.
- Ma aspetta, che te ne citi dell'altre più curiose, coi commenti relativi degli italianissimi.
- Sono uscito senza niente in capo.
- Bell'italiano! - Se ci sono stato? Quelle belle volte! - Ah quelle belle volte, che perla! - Grazie! Ho mangiato il mio bisogno.
Un signore che mangia il suo bisogno! - No, l'assicella va messa per così.
Per così parli la lingua, Ostrogoto? - Dove sta il tale? Deve star per qui (qui vicino).
Dio di misericordia! - Svelto come sei, fai un momento a arrivare a casa.
- O come si fa a fare un momento, citrullo? - Dopo la Norma, andrà su l'Ernani.
L'Ernani che va su! A quale altezza? - Se non c'è appunto sei miglia, siamo lì.
Dove lì? - Ah, povera Italia! Dimmi ancora: c'è qualche cosa che offenda la tua purità in tutto quello che ho detto?
L.
- Nulla, fratello.
Son tutte forme della lingua parlata, usatissime da chi più mi conosce e mi rispetta.
D.
- Deo gratias.
Se tu sentissi, in certe case, dove si parla l'italiano per istituto, che rabbuffi toccano a dei poveri ragazzi quando si lasciano scappare di bocca spasseggiare, slargare, sgraffignare, disgruppare, ciaramellare, tambussare, ciucciare, impappinarsi! - Questo è italiano di Porta Palazzo: bene spesi i denari per mandarti a scuola! - A un ragazzo che diceva piangendo: - M'hanno dato! (delle busse, era sottinteso), udii rispondere: - E te lo meriti, se parli italiano in codesta maniera.
- E: - berrai quando parlerai meglio - a un altro, che chiedeva dell'acqua dicendo che aveva una sete del diavolo.
E non parlo delle correzioni che fanno molti insegnanti ai componimenti scolareschi; nei quali, [170] oltre agli errori inevitabili nella prima età, bollano come strafalcioni, per la sola ragione che sono dialettali, una quantità di modi correttissimi, che i piccoli scolari, poveretti, non sono in grado di giustificare.
Se ne vuoi sentire....
L.
- Ne son curiosa.
D.
- E io ti contento.
Ho appunto sott'occhio i componimenti d'una quarta classe elementare, corretti da una maestrina, della quale non si può dire che non conosca la lingua, chè anzi scrive benino.
Ebbene, ci trovo segnati come piemontesismi, con la matita rossa, una decina almeno di modi, che tu certamente non ripudii.
- Torino fa 350 000 abitanti.
C'è un frego rosso sul fa.
- La famiglia costumava festeggiare il natalizio del babbo.
Condannato costumava.
- La mamma si tapinava tutto il giorno.
Bollato il tapinava.
- Doman da sera.
Tre punti d'esclamazione.
- Un dopo desinare verrò da te.
Un frego rosso all'un dopo desinare e al verrò, chè s'ha da dire andrò, si capisce.
Passò da Torino, invece di per, sottolineato.
- Disse che non ci sarei riuscito; ma io l'ho fatto bugiardo.
Un punto interrogativo rosso accanto a questo modo.
- Son nato del 1891.
Riprovato il del.
Figurava di non volere; ma non aspettava altro.
Sostituito fingeva.
- E tu non vieni? fa la sorella.
Crociato il fa.
- Una cosa fatta come va.
Un tratto rosso anche a questo.
E se ne vuoi dell'altre, che ho pescate altrove, ce n'ho un cestone....
L.
- Codeste mi bastano, chè ne so molte anch'io.
Quanto rosso sciupato, dio buono! E questo è risibile, che i più di coloro che si dànno tanta cura per iscansar codesti pretesi errori [171] dialettali, si lasciano sfuggire a ogni tratto dialettismi veri e bruttissimi, per isbadataggine, o perchè non li conoscon per tali.
Ed è naturale: non si può badare insieme a ogni cosa: mentre si guardan dagli uni, inciampano negli altri.
D.
- E così dagli altri italiani mi fanno dar del barbaro coi dialettismi veri, e mi trattano di barbaro essi medesimi dando la caccia ai dialettismi falsi.
E mi son ristretto a citare vocaboli.
Lascio da parte un gran numero di forme sintattiche, di legature, di giri di frase svelti e efficaci, che sono cosa mia e tua ad un tempo, di cui potrei cavare esempi dai tuoi più grandi e puri scrittori, e da cui si guardano parlando e scrivendo italiano, come da azioni disoneste, per usare invece forme scontorte, giunture che stridono, costrutti forzati e pesanti; che sono nel concetto loro i soli corretti.
E m'hanno l'aria di gente che fabbrichi dei ponti per passare un fil d'acqua...
L.
- Ed è vero anche questo, fratello.
E hanno ragione al par di te i fratelli tuoi, che un fanno le stesse lagnanze.
Ma il tempo vi renderà giustizia, non dubitare.
Via via ch'io sarò conosciuta e parlata da un numero sempre maggiore d'italiani, scoprendo questi da sè quante voci e forme son comuni a me e ai loro vernacoli, e gli scrittori mettendole in mostra e in commercio, sempre più si farà manifesta la vanità di gran parte della fatica che ora si dura a scansare errori immaginari, e una sempre più larga parte dell'esser tuo si confonderà col mio nelle lettere, e ti sarà reso l'onore che meriti, e saranno lamentati gli oltraggi che ora ti si recano, e si [172] trarrà da te forza, vita, colore, varietà, comicità, naturalezza, per parlare e per scrivere italianamente.
Mi credi?
D.
- M'hai racconsolato.
Ti ringrazio....
e ti riverisco, Signora.
L.
- Chiamami sorella.
D.
- Sorella ti posso chiamare nel corso dei nostri colloqui; ma non presentandomi a te, nè accomiatandomi.
Nell'atto di salutarti, il mio amor fraterno è sovrappreso da un senso di riverenza.
Dietro di te, vedo Dante.
[173]
LA LINGUA CHE NON SI SA.
Ne abbiamo già detto qualche cosa; ma di passata, ed è bene riparlarne.
Intendo dire principalmente di quel gran numero di nomi di cose, che noi non sappiamo e che non ci curiamo di sapere, perchè di quelle date cose non abbiamo mai occasione o bisogno di parlare se non nel dialetto; ma che deve imparare chi studia davvero la lingua, perchè questa non si saprà mai che malamente se non se ne studia più di quanto occorre a parlarla alla meglio fra di noi, dove non se ne parla che mezza.
Noi la dobbiamo studiare, non in relazione coi nostri bisogni immediati e abituali, ma come se fossimo certi di dover quando che sia andar a vivere in una regione d'Italia dove neanche una parola del nostro dialetto sia intesa, e dove, per conseguenza, ci sia necessario parlare sempre e d'ogni cosa in lingua italiana.
Ora le cose delle quali ignoriamo il nome italiano sono innumerevoli, e noi non c'illudiamo che sian poche se non perchè, parlando la lingua, ci siamo assuefatti per modo a scansare di [174] nominarle, che quasi non ci accorgiamo più del nostro gioco.
E questa illusione è anche maggiore nei giovinetti che, vivendo in un giro più ristretto d'idee e di faccende, hanno di solito meno cose da dire che gli uomini, e con minori particolari, e con minor necessità d'essere esatti.
Ma se potessero i giovanetti immaginare in quanti impicci si troverebbero parlando la lingua, quando fossero trasportati di sbalzo in un'altra regione d'Italia, fuor del piccolo mondo della famiglia e della scuola in cui è circoscritta la loro vita, quanta parte di lingua s'accorgerebbero d'ignorare, assolutamente necessaria, e soprattutto quante cose si troverebbero costretti ogni momento a descrivere, invece di nominarle, con molto stento e non senza vergogna, se questo potessero immaginare, credo che non occorrerebbe loro altro eccitamento per indursi allo studio.
A questo proposito ebbi da ragazzo una lezione che mi riuscì utilissima.
Da qualche tempo studiavo la lingua, e mi illudevo che fosse un gran che quel poco patrimonio di parole e di frasi letterarie, che m'ero ammucchiato nel capo; e ne menavo gran vanto.
Un giorno fui invitato a colazione da un mio vecchio zio, che stava in una villetta, sulla riva d'un torrente, a qualche miglio dalla piccola città piemontese, dov'era stabilita allora la mia famiglia.
Era uno spirito mordace, benchè buono d'indole, dotto di storia, e conoscitore profondo della lingua, della quale s'occupava ancora con amore.
Eravamo alle frutte, quando il discorso cadde su quest'argomento, ed io vantai i miei studi di lingua col tono d'un filologo, che [175] potesse parlare in cattedra della materia.
Spiacque la mia sicumera al buon vecchio; il quale sorrise con aria maliziosa, e mi disse: - Vediamo dunque un poco, signor linguista, se la dottrina corrisponde al vanto.
Vuol ella scommettere che senza uscire dal giro delle cose che abbiamo sotto gli occhi, di nove su dieci che glie ne accenno ella non sa il nome, e neppure delle operazioni usualissime che vi si riferiscono? - E cominciò la prova, che m'è rimasta bene impressa nella mente, perchè egli mi fece notar le parole con la matita.
- Eccoti il fiasco -, mi disse.
- Sai come si dice gettar via dal fiasco pieno un poco di vino per purgarlo da qualche cosa di poco netto? No? Sboccare il fiasco.
Sai come si chiama l'operazione di riempire un fiasco scemo? No? Rabboccarlo.
E come si dice con una sola parola vuotare un mezzo fiasco? Neppure.
Si dice ammezzarlo, un fiasco ammezzato.
Hai detto che questo vino è un po' infortito, ed è vero: comincia a prendere il fuoco; ma sai come si dice del vino infortito che pizzica la lingua e il palato? La parola propria? No.
Si dice che ha l'appinzo.
Guarda questo bicchiere: vedi questo spazietto interposto nella sostanza del vetro? Sai come si chiama? Púlica.
E la parte più sottile della lama di questo coltello, che è fermata nel manico? Códolo.
E il dente della forchetta? Rebbio.
E questo? Reggifiasco.
E quest'altro? Reggiposate.
E ciascuna di queste ciocchette di chicchi che formano il grappolo, sai che si chiama racìmolo? E fiócine la buccia dell'acino? E vinacciuolo il granello sodo che v'è dentro? E il nome di questa buccia interiore della [176] castagna? Peluria, andiamo.
E questa parte della lattuga, composta delle foglie più piccole e più tenere, che fanno cesto, come la chiami? Grùmolo.
E il reticino per scoter l'insalata? Nemmen questo.
Scotitoio.
O veda un po', signor linguista!
Riprese fiato e tirò innanzi.
- Ora ti servo le frutte.
Son certo che non sai che si dicono sfarinate le pere come queste, che non reggono al dente, come le patate, che sfarinano; nè che si dicono maculate quelle che portano segni delle mani; nè che si chiamano nocchi queste specie d'osserelli dei frutti, che è lo stesso nome, nocchio, della parte del fusto dell'albero indurita e gonfiata per la pullulazione dei rami.
E guarda questo baco della pera che s'attorce: tu non sai che con parola propria si dice che s'assérpola.
Rifacciamoci un po' indietro.
Tu hai rotto la punta a un ovo a bere: sai che si chiama scocciare l'ovo? Hai preso la parte superiore del gelato: sai che si dice scolmare il gelato? E a proposito dei tordi che hai mangiati, sai che si dice dare un fermo ai tordi la prima cottura che si da loro perchè non vadano a male? Ora senti: come dici del pan fresco che fa questo rumore, quando si preme? Che scroscia, signorino.
E di questa crostata sotto il dente? Che scrógiola, da non confondersi con sgrigiolare, che è il rumore delle scarpe nuove.
E dell'olio che bolle? Che grilla o grilletta; e sfriggolare del rumore che fa il pesce o altra cosa, posta a soffriggere nella padella.
E agitar così il liquido nella bottiglia sai che si dice sciaguattare? E uscire a gorgo l'uscir dall'acqua così, dalla bottiglia capovolta? E l'uscire in quest'altro modo: venir giù filo filo? To', e come si chiama questa pozza che ha fatto [177] l'acqua buttata in terra? Stroscia.
E a questa radura del tovagliolo che nome dài? Ragnatura.
E questo, dove infilerai il tovagliolo? Girello, signor linguista.
E potrei seguitare, se ti garbasse.
Io m'alzai da tavola, stizzito, e per nascondere la stizza, m'andai a affacciare alla finestra.
Ma il vocabolarista implacabile mi si venne a mettere accanto, e riattaccò.
- Ti voglio regalare un'appendice - mi disse.
- Supponi di dover andare di qua, partendo dall'orto, fino a quel ceppo di case che è là di faccia.
Tu parti da quell'angolo dove son piantati i baccelli, e non sai che si chiama baccellaio, ci scommetto.
Suppongo che tu inciampi nel ceppo di quel noce tagliato a fior di terra, e non sai che si chiama ceppaia.
Passi all'ombra di quel filare d'alberi, e non sapresti dire che son potati a capitozza.
E non sai neppure che si chiama cavaticcio quel mucchio di terra intorno al quale devi girare, e palancola il tavolone su cui passerai quella gora, dove si raccolgono tutti gli scoli del campo, e che ha pure un nome che non sai: capifosso.
Non ti domando neppure se sai che si chiama capezza quell'ultimo solco che fa vivagno al lato del campo, e callaia quell'apertura fatta nella siepe per entrar nel campo vicino, e macereto quell'ammasso di macerie d'una vecchia casa che è in riva al torrente, dove vedi quel ragazzo che bada alle vacche.
E a proposito, qual è il nome proprio della campanella che hanno al collo le vacche? E quello del tempo nel quale l'erba suol nascere? E quello della rena raccolta sulle rive del torrente, dove passa ora quel contadino che v'affonda i piedi?...
Cam-pá-no, er-ba-tu-ra, re-nic-cio.
E quei punti del torrente dove l'acqua è [178] profonda, e una pietra che vi si getti fa un tonfo, si chiaman tónfani, una bella parola onomatopeica; e quello dove il torrente fa una gran voltata si chiama girone; e dove l'acqua fa un rigiro vorticoso si dice che fa un mulinello....
Che cosa ne dici? C'è ancora qualche lacunetta, pare, nella tua dottrina linguistica.
Mentre egli parlava, io mi tenni sempre in un silenzio cocciuto, sorridendo un po' ironicamente, per fargli supporre che molte di quelle parole le sapessi, e non le volessi dire per dispetto; ma in realtà mi riuscivan nuove quasi tutte.
E seguitai a tacere mentre le notavo sur un foglio di carta, a sua dettatura.
Ma mi rodevo dal dispetto davvero, e in cuor mio lo trattavo di pedante fradicio e di spazzaturaio di vocaboli, e dicevo che aver nel capo un magazzino di parole non era saper la lingua.
La lezione fece frutto, non di meno.
Quando fui a casa, pensai che in cento altri luoghi, in mezzo a cose affatto diverse da quelle che mio zio m'aveva indicate, io avrei dovuto rispondere altrettante volte: - non so - a chi m'avesse interrogato com'egli aveva fatto, e compresi per la prima volta il vuoto enorme che mi restava a riempire nella mente prima di potermi vantare di saper la lingua.
Mi posi allora sul serio allo studio della nomenclatura.
Ma non ebbi la costanza di proseguirlo come avrei dovuto.
E dell'averlo trasandato risento e lamento il danno spessissimo, perchè son costretto a ogni tratto, scrivendo, a posar la penna per cercare come si chiama questa o quella cosa, e non sempre trovando subito, perdo la pazienza e il filo delle idee e il calore dell'ispirazione; e spesso non [179] trovo, e mi tocca a interrogare amici, a voce e anche per lettera; e qualche volta son ridotto a non scrivere una cosa che vorrei scrivere perchè mi manca la parola e il tempo di cercarla.
E non dico della vergogna di dover rispondere molte volte: - non lo so - a chi mi domanda il nome di questo o di quell'oggetto, che tutti i ragazzi toscani sanno nominare; vergogna, dico, perchè nel sorriso degl'interrogatori non sodisfatti leggo bene il pensiero che non m'esprimono: - E son cinquant'anni che studia la lingua!
[180]
LA LINGUA CHE NON SI PARLA.
Via via che procederai nello studio, sempre più sarai maravigliato del gran numero di parole e di locuzioni vive, che, pure essendo usate da scrittori d'ogni regione d'Italia, non si sentono mai, o di radissimo, nella conversazione della gente colta fuor della Toscana, come se non appartenessero alla lingua parlata; e dalla considerazione di questa povertà della lingua che si parla intorno a te, sempre più sarai eccitato a studiare.
Per dimostrarti la verità di quanto affermo, ti cito alcuni modi notati da me, fra i moltissimi ch'io non sento mai dire nè da piemontesi, nè da lombardi, nè da liguri, nè da veneti, che anche parlino e scrivano decorosamente la lingua.
Pensa un poco tu pure se t'occorse mai d'udir le parole malmenìo, rigirìo, rodìo, rosicchío, pigío, friggío, brusío, sbatacchío, fulminío, almanacchío, battío (battío di mani), delle quali si comprende alla prima il significato anche da chi non le abbia mai udite nè lette.
Così intesi mille volte accennare, per esempio, quelle pieghe graziose che fanno per grassezza il collo e le gambe dei bambini; ma mai, posso dir mai in vita mia, con la parola più propria, che è riseghinetta, o riségolo.
[181] Occorre spessissimo di dir le cose seguenti: la fanghiglia, che rimane nelle strade dopo la pioggia; una quantità di roba vegetale, guasta o non adoperabile, che fa impaccio e lordura; un laidume invecchiato sulla persona o sur un muro; una macchia di sudiciume vistosa; un'operazione lunga e noiosa da non cavarne costrutto nessuno; una stanzuccia misera e stretta; un segreto intrigo amoroso; un aiuto o guadagno o risorsa inaspettata; un soffio di vento che vien da una fessura o apertura; un minuzzolo di che che sia, in senso spregevole; l'irritamento che fanno alla gola certe vivande fritte nell'olio o nel burro non più fresco; la bella mostra che fanno di sè cose o persone, o il crescere, cuocendo, di certe pietanze, che riescono più abbondanti che non paressero; e inquietarsi, arrabbiarsi a trattar con qualcuno o a far qualche cosa.
Ebbene, io non sento mai, o quasi mai dir queste cose con le parole usatissime in Toscana e dagli scrittori: belletta, pattume o pacciame, loia, struggibuco, sgabuzzino, ripesco, rincalzo, spiffero, trìtolo, rancico, compariscenza, appariscenza, compàrita, assaettamento.
Così non mi ricordo d'aver mai inteso da un mio corregionale i verbi anfanare (andar qua e là senza saper dove), frucchiare (metter le mani, per smania di darsi faccenda, in più e diverse cose), frizzare (vuol far lo spiritoso, ma non frizza), frullare (mi sentii frullare un sasso accanto all'orecchio), rigirare (rigirarsela bene), raccenciarsi, rinquattrinarsi, spappolare (di cosa morbida che, toccandola, si disfà fra le dita); nè i modi: aver entratura con uno, trovar l'inchiodatura (trovar modo o argomento certo di far che che sia), avere il restío, [182] avere il suo ripieno (in una cosa, vale a dire il fatto suo), averla graziata, far monte, farla bassa, baciar basso, lavorar di fine, gettarsi in grembo a uno, levarla del pari, fare una cosa a saetta, dare un'indossata a un abito, stare a uscio e bottega; e potrei seguitare per decine di pagine.
Non è a dire che queste e altre parole e maniere siano sconosciute: molti le sapranno o le sanno; ma non le usano parlando perchè non le hanno alla mano, perchè esse non fanno parte del loro vocabolario orale, di quella provvisione di lingua che si porta con sè, e che si spende giornalmente, nella conversazione ordinaria; e però, quanto all'uso, è come se non le sapessero.
Dunque, se non ti vuoi ridurre a parlar la lingua povera che generalmente si parla, bada bene, leggendo, a tutti quei modi che intorno a te non senti mai dire, e cerca quali sono i modi che s'usano di solito in luogo di quelli, e raffronta gli uni con gli altri; e per stamparti nella mente quelli insoliti, e perchè non vadano dentro gli armadi chiusi, ma restino sugli scaffali aperti della memoria, dove ti s'offrano alla vista e alla mano a ogni occorrenza, lega ciascun d'essi a un tuo pensiero, immaginando un fatto, un luogo, un'occasione, in cui tu l