L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 25
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O perchè non si serve qualche volta di me quando vuol dire, per esempio: una trista idea, una mala giornata, una mossa o un'entrata o un'uscita villana, una cattiva ragione, un cattivo partito, una cattiva pratica, una brutta cera o un brutto momento? Perchè, invece di usare due parole o una perifrasi, non dice invece: - Questa è un'ideaccia - Oggi è una giornataccia - Il tale m'ha fatto una mossaccia, un'entrataccia, un'uscitaccia - Codesta che tu adduci è una ragionaccia - Ha trovato marito; ma è un partitaccio - Quel giovane si mette male; ha delle praticacce - Il tale oggi si deve sentir male; ha una ceraccia - Se càpita ora quel poco di buono, mi piglia in un momentaccio -? Non esprimerebbe la sua idea con maggior brevità e con po' più forza? E se per dire che un tale d'una cert'arte, ufficio o mestiere ha una certa pratica, ma affatto materiale, senza alcun lume di scienza, o che un impertinente l'ha messo al punto di fare uno sproposito, o che un trivialone di sua conoscenza ha mangiato come un bufalo, dormito come un ghiro e tenuto dei discorsi indecenti, ella dicesse: - Non [213] ha che una certa praticaccia - m'ha messo a un puntaccio - ha fatto una mangiataccia, una dormitaccia, dei discorsacci, - non direbbe la cosa più alla svelta e con più vigore d'espressione?
E non son mica grossolano come posso parere a primo aspetto, chè nel graduare o colorire il significato delle parole ho io pure le mie industrie e le mie finezze.
Fare una levataccia, per esempio, non significa soltanto: levarsi più presto del solito; ma dice anche la violenza che si fa alla propria pigrizia, e il rincrescimento del farla.
Fare una partaccia a uno non vuol dir solo fargli un rimprovero acerbo, o, famigliarmente, una lavata di testa, ma anche usare, facendogliela, aspre parole.
Dicendo che uno ha un talentaccio, un ingegnaccio, si dice che ha molto talento, molto ingegno, ma in qualche lato manchevole, o poco ordinato, o non usato sempre degnamente: non si direbbe del Manzoni o del Carducci.
Poveraccio! esprime una sfumatura di compassione o di pietà, che non si può sentire od esprimere riguardo a persone che ispirano reverenza: ella può dire poverino o poveretto, ma non poveraccio, di suo padre.
Nell'espressione: un uomo fatto all'anticaccia, v'è una leggiera intenzione di canzonatura che non è in fatto all'antica.
E con librucciaccio ella dice un libro non soltanto meschino nella forma (chè libruccio significa meschino nella forma più che nella sostanza) e non solo di poco pregio nella sostanza, ma anche in questa rozzo e cattivo.
E s'ella dice che un tale fa il comodaccio suo, dice che fa il suo comodo con particolare indiscrezione e noncuranza del comodo altrui e del dovere proprio.
Vede quante piccole cose, quante [214] minute diversità e graduazioni di idee io servo a dire e determinare!
E poi, ho stampato tante parole di forte rilievo e di color vivo e gaio, a cui nessun'altra equivale! Veda un po' queste.
Di un lavoro duro e misero, che dia appena da vivere: - È un panaccio.
- Mangiare un panaccio arrabbiato.
- Non t'immischiare con colui: è un arnesaccio, è robaccia.
- S'è preso un cosaccio d'avvocato, che gli mangerà fin l'ultimo soldo.
- Mi tocca a far certe facciacce per cagion sua! - S'è presentato con un pajaccio di scarpe rotte.
- O figliaccio e po' d'un cane! - E veda come servo anche a dare il fatto suo a un indegno, così di sbieco, senza parere: - L'hanno fatto cavaliere l'altro giornaccio, o uno di questi giornacci lo faranno.
- Non è una bellezza? E non finirei più! Ma le dico ancor questa: che servo io solo, in Toscana, senz'essere appiccicato ad altra parola, a definire una persona: - È un ragazzo accio, ma accio bene; è un farabutto, ma di quegli acci; - o sono adoperato tre volte per rincarare la dose: - È un malandrinaccio....
accio, accio, accio.
- E, in fine, m'accecherà l'orgoglio; ma io penso che uno scrittore che non sa giovarsi del fatto mio, o che mi trascura o mi disprezza, non può essere che uno scrittore da un tanto il mazzo.
E me ne scappo, perchè vedo avvicinarsi un tale, un giovincello sdolcinato, con cui non me la dico, e non mi posso trovare insieme.
La lascio con lui, che cercherà di rivogarle la sua mercanzia.
Ma ritornerò.
A rivederci a presto, e si guardi da un'indigestione di zuccherini.
[215]
APOLOGIA DEL DIMINUTIVO.
Giovanettino, ti saluto.
Io sono il diminutivo...
Comprendo il tuo sorriso; ma non mo ne risento, perchè sono un buon figliuolo.
Da qualcuno tu avrai inteso dir corna di me, e sei mal prevenuto a mio riguardo.
T'avranno detto che sono uno sdolcinato stucchevole, che stempero le parole e snervo la lingua, empiendola di lezi femminei e di vezzi bambineschi.
Ma tu non devi dar retta a costoro: gente di grossa pasta, che non mi capisce e non mi sente.
Io son modesto di natura, e non per vanagloria, lo puoi credere, ti affermo che chi mi maltratta o per ignoranza o per rozzezza d'animo, chi non ha famigliarità con le mie forme innumerevoli e le tiene in conto di vane frasche, non può saper quanto è ricca, quanto è flessibile, quant'è dolce la lingua della sua patria.
Cascano nella leziosaggine e ristuccano, non c'è dubbio, tutti coloro che abusano di me, appiccicandomi a cinque parole su dieci, che dicono a un modo bellino e carino un fiore e un campanile, un bambino e una montagna, che non possono [216] esprimere un'idea senza rimpicciolirla alla misura della loro animetta, un sentimento senza indolcirlo fino alla nausea, col giulebbe che hanno nelle vene invece del sangue.
Ma, usato con discernimento da chi ha intelletto e gusto fine, io compio nella lingua un ufficio nobile e utile; io do alla parola gentilezza e grazia e soavità di suono e sapore di scherzo garbato e cento significati delicatissimi d'affetto, di pietà, di simpatia, d'indulgenza; io attenuo e scuso colpe ed errori di persone care, velo infermità e deformità d'infelici, esprimo quanto vi è di più tenero nel cuore delle madri e degli amanti, rendo tutte le più delicate gradazioni della bellezza e delle virtù gentili e dei sensi ch'esse ispirano; e addolcisco il rimprovero, e spunto l'offesa, e accarezzo e compiango e conforto.
E non vezzeggio alla cieca ogni cosa, come afferma chi non m'intende o mi calunnia; ma dico anche verità sgradite a chi in altra forma non le vorrebbe udire, e faccio atto di giustizia temperando la lode eccessiva, restringendo il concetto ingiustamente ingrandito di molte cose, mettendo un'ombra di rampogna, quando occorre, anche nell'espressione della pietà e dell'affetto.
Non vezzeggio soltanto; ma definisco, distinguo, dipingo, scolpisco ed illumino.
E non è la mia vanità, è la voce universale che mi chiama una bellezza e un privilegio della lingua italiana.
Imita dunque la gentilezza di chi, volendo designare un piccolo infelice, di cui non sa il nome, e sentendo che nel modo il piccolo storpiato non suona la pietà, dice - lo storpiatino -, come chiama loschina una ragazza losca, e [217] dicendo d'un'altra che ha la bazza, fa intendere insieme ch'ella ha qualche cosa di grazioso, che quasi fa piacere il difetto, chiamandola: - Una bazzina.
- Ecco la bazzina.
- È una bazzina, bionda, piena di vita.
- E dicendo d'una giovinetta o d'una bimba: boriosina, invece di: un po' boriosa, farai comprender meglio che, pure avendo quel difetto, non ha animo cattivo.
E se chiamerai un'altra: beatina, dirai, come non potresti meglio, ch'essa è devota alle pratiche del culto, ma non pinzochera, e che il sentimento religioso in lei è gentilezza.
E quando vorrai dire che una donna ha un carattere alquanto astioso, tu potrai chiamarla astiosina, senz'offenderla; ciò che non ti riuscirebbe nè premettendo un po' all'aggettivo, nè con altra parola attenuante.
Ma è l'affetto, è il sentimento della delicatezza che suggerisce a chi parla le mie forme più gentili; esse non si cercano, vengon via spontanee, come certe inflessioni carezzevoli della voce.
Senti le mamme del popolo, in Toscana.
Chiamano maggiorino il maggiore dei loro figliuoli piccoli.
Dicono vergognosina una bimba timida, e magari anche un po' selvatica.
Non chiameranno un loro bimbo: spersonito o malsano, ma stentino, e per non dir gracile, diranno: - È così minutino, ma sano, - e per non dire d'una ragazza che è di complessione delicata, diranno: gentilina; e capacino, per modestia, d'un ragazzino intelligente o bravo in qualunque cosa.
- Ammodino, ragazzi! - dicono spesso, invece di: ammodo, per addolcire l'avvertimento.
Tu potresti urtare il loro amor proprio dicendo che un loro [218] figliuoletto ha già le sue malizie; non l'urteresti dicendo che ha le sue malizine; che esprime l'idea d'un accorgimento fine meglio che quella dell'astuzia.
E così, se vorranno dirti che un loro bimbo è schifiltoso nel mangiare, te lo diranno con un'espressione graziosissima: - È tanto boccuccia, che è capace di rifiutarmi un piatto se ci trova un bruscolo.
- E dicono al pigretto che chiede una cosa: - Allunga il santo manino, e pìgliatela da te.
- E quante altre espressioni graziose ti potrei citare, fatte col mio conio! Di una piccola donna o ragazza seducente: - È una cosolina simpaticissima - Ha un'ideina che piace - Una camera raccoltina: non è significata nel diminutivo anche la piccolezza e quasi la giocondità della camera? E se uno ti dice: - A tastar per terra nel buio c'è il casetto di raccattare qualche cosa di spiacevole - non senti in quel casetto un sapor comico che ti fa sorridere? E se ti dice un altro che: - bisognerà aspettare un paietto d'ore -, non senti in questo diminutivo l'intenzione cortese d'abbreviare il tempo nel tuo concetto e di esortarti ad aver pazienza? Ma chi può noverare la varietà degli effetti ch'io posso ottenere? Anche l'attenuazione del peggiorativo! Sentirai dire nella campagna toscana, in val d'Elsa: - Animaccina! - che è come dar dell'animaccia a uno e chiedergli scusa ad un tempo, riconoscendo d'aver detto troppo.
Donnaccina! Dieci vocaboli ammontati, nota un filologo illustre, non saprebbero dire altrettanto.
E di annatina che i contadini toscani dicono qualche volta per "annataccia affamata" dice lo stesso filologo che v'è in quel diminutivo una mirabile [219] disposizione d'animo, la quale attenua il dolore e quasi ingentilisce il bisogno; e si sottintende: un sentimento di rassegnazione cristiana, per cui si vuol dire la cosa senza lagnarsi, per timor di Dio, che l'ha mandata.
Che potrei fare di più, mondo birbetta?
Sarai dunque persuaso, carino mio, che non è mia colpa se molti seccano il prossimo e mi fanno prendere in uggia con gl'ini, con gli etti, e con gli ucci; che è soltanto l'abuso e il mal uso che mi rendono indigesto; che il vizio non è in me, ma in chi mi violenta e mi snatura.
E lascia ch'io batta ancora su questo chiodo, facendoti considerare, per esempio, che se è proprio e grazioso il dire d'un ragazzo: ravviatino, ravversatino, ricciutino, fa venire il latte ai gomiti l'udirlo dire d'un uomo tanto fatto; che se è gentile il dire che una bimba è tutta pensierini per la sua mamma, è sdolcinato davvero il dir lo stesso d'un padre per la sua figliuola; e che è ridicolo il dire d'un barbuto impiegato postale, cortese col pubblico, che ha una manierina amabilissima, e che stonerebbe un ufficiale con la sciabola in pugno, che gridasse ai suoi soldati, chiamandoli alle file: - Fate prestino!
Giovati dunque di me, giovinetto, e dirai molte cose propriamente e con garbo e con arguzia; ma non mi chiamare in ballo troppo spesso, e, sopra tutto, non m'usare che quando calzo appunto al sentimento e all'idea.
Perchè io sono nella lingua come il sorriso sul volto umano.
Che c'è di più gradevole d'un sorriso gentile? Ma chi sorride a tutti, ogni momento e a qualunque proposito, è uno smanceroso che [220] viene a noia.
E qui fo punto.
Parto per un viaggio di propaganda nell'Italia nordica; ma ritornerò ogni tantino nel paese tuo, dove mi pare d'esser tenuto anche in minor conto che altrove.
Ricordati di me, e fa' spallucce ai tangheri che mi vorrebbero bandire dalla lingua: fratelli nati di quei padroni di casa villani, che in casa loro non vogliono nè bambini nè fiori.
[221]
LA LINGUA FAMIGLIARE.
Ho ricevuto in questi giorni....
Non è vero; non ho ricevuto niente.
Perchè fare una delle solite finzioni letterarie, che non ingannano nessuno? Ho scritto io a me medesimo, in nome d'una signora immaginaria, la lettera seguente, e confesso che l'ho scritta perchè mi faceva comodo, come riconoscerai dalla mia risposta, per la quale ti domando, in cambio della mia sincerità, un po' d'attenzione.
Al Signor tal dei tali,
M'hanno detto ch'Ella sta scrivendo un libro sul modo di studiar la lingua italiana.
Mi permetta di rivolgerle una preghiera.
Ella ebbe un giorno la cortesia di farmi una lode, la quale, spogliata del complimento dove era chiusa, voleva dire che delle signore di sua conoscenza non ero io quella che parlasse peggio.
Ebbene, poichè io mostro buone disposizioni, m'aiuti un poco.
Veda il caso mio.
Ho un'amica toscana, che è come una mia sorella.
Quando parlo italiano con l'altre mie amiche subalpine, son [222] sodisfatta di me, dal più al meno; ma da ogni conversazione con quella esco malcontenta del fatto mio, e anche un po' umiliata.
Mi dirà che la cosa è naturalissima.
Ma badi: non è ch'io m'accorga, parlando con quella signora, di mancar di parole e di frasi per esprimere il mio pensiero; chè, per esempio, quando tutt'e due parliamo d'arte o di letteratura con altri, non avverto quasi differenza fra me e lei, fuorchè nella pronunzia.
La differenza grande che ferisce il mio amor proprio è quella ch'io riconosco quando discorriamo a quattr'occhi liberamente, di cose comuni o intime, scherzando e facendoci confidenze a vicenda.
Io sento, allora, che non riesco a dare al mio discorso il colore di famigliarità, la vivezza, e, non so come dire altrimenti, la libera giocondità che è nel suo; e non capisco bene perchè non ci riesca.
Forse me lo saprà dir lei, e se mi facesse questo favore, gliene sarei grata, e se della risposta che darà a me facesse un capitolo per il suo libro, credo che renderebbe un servizio anche ad altri.
Mi perdoni....
È inutile far la chiusa a una lettera apocrifa, che è un semplice pretesto per far la
RISPOSTA.
Stimatissima Signora Subalpina,
Quello che segue a lei con la sua amica, segue a me coi miei amici toscani.
La nostra inferiorità nel parlar famigliare non sta che in minima parte nel giro diverso che si dà all'espressione del pensiero e nella minor ricchezza di vocaboli [223] che noi possediamo; perchè in questo non può esser grande la differenza fra un toscano e uno di noi, che abbia studiato la lingua; nella conversazione ordinaria in ispecie, la quale s'aggira quasi sempre sugli stessi argomenti, non molti, nè molto vari.
Consiste principalmente la loro superiorità in un gran numero di modi, non assolutamente necessari, ma propri più che altro del linguaggio parlato, comunissimi fra di loro, e da noi non conosciuti o non usati; che son quelli appunto che dànno al discorso quel colore di famigliarità, quella vivezza, quella libera giocondità, alla quale ella accenna.
Le citerò una serie di questi modi, attenendomi nella scelta alla mia esperienza, voglio dire a quelli ch'io sento spessissimo dai miei amici toscani, e che non uso mai, o quasi mai, nè parlando con loro, nè con altri, non perchè non li sappia, ma perchè ho più alla mano altri modi, di significato equivalente, ma meno famigliari e meno vivi, meno genuinamente italiani.
Essi sogliono dire, per esempio, e io non dico: - Niente niente ch'io parli, mi dà subito sulla voce.
- Di nulla nulla borbotta per un'ora.
- Punto punto ch'egli tardasse, non arrivava a tempo.
- Mi promise di non dir nulla; ma sotto sotto andò a dire....
- Alto alto mi toccò di quell'affare.
- A andar bene bene, ci guadagnerà cento lire.
- A andarmi male male, mi cacceranno di casa.
- Tanto tanto sarà costretto a dir di sì.
- Tant'è fermarsi qui che in un'altra parte.
- Quella pietra non è molto grande; ma per il suo tanto, è bella assai.
- Una rendituccia pur che sia, tanto quant'è nulla.
- Non mi piace più che tanto.
- Sciocco quanto ce n'entra.
- [224] Non lo guardo quant'è lungo.
- Tutt'a un tratto, per la strada, me lo trovai quanto di qui a lì....
Vedo che scrolla il capo.
Capisco.
Forse ella non si ricorda d'aver mai inteso dalla sua amica nessuno di quei modi.
Ma proseguiamo.
Può essere che le abbia inteso dire quest'altri, che nè lei nè io non usiamo: - Scambio di far questo, faccia quest'altro.
- Quest'accorciatura del vestito non basta; l'accorcerei dell'altro.
- Gli dissi, perchè non mi stèsse a seccar altro....
- Al vedere, non par che sia molto pentito.
- A come si mette la cosa, non c'è molto da sperare.
- A sprofondare (questo la sua amica non lo dirà, ma i miei toscani lo dicono), a farla grossa, a fare i conti grassi, è grassa se si guadagna le spese del viaggio.
- Come si fa a vedere un pezzo di giovine a quel modo a chieder l'elemosina? - Quando avete fatto bene, egli è il miglior medico della giornata.
- Oh, c'è che fare! (ci vuol ancora molto tempo).
- Voglio (riconosco, ammetto) che sia un lavoro difficile; ma egli va troppo per le lunghe.
- Fa delle grandi promesse; ma voltati in là, non si ricorda di nulla.
- Gran poco giudizio che tu sei a confonderti col tal dei tali! - Quando si dice! - È un gran dire ch'io non possa liberarmi da quel seccatore.
- So di molto io, m'importa di molto! - Non me ne importa il gran nulla, il bellissimo nulla.
- All'ultimo degli ultimi, al tempo dei tempi, al peggio dei peggi, in caso dei casi.
- Non sarebbe mica delle peggio andare a fare una gita a Superga.
- Non è dell'erba d'oggi (d'una persona non più giovane).
- Non è più d'oggi nè di ieri.
- Siamo a tocco e non tocco.
- Sono stato tutto il giorno col pover' a me....
- O cavaci un [225] numero, via! (Quando ci stizziamo di non capir di che umore uno sia)....
Credo ch'ella cominci a trovarsi d'accordo con me.
Ma andiamo innanzi.
Scommetterei che la sua amica dice qualche volta, e che lei non dice, com'io non dico mai: - Un bambino che mai il più bello.
- Una ragazza bella che mai.
- Si vogliono un bene che mai.
- I danari li ha bell'e bene, ma non li vuol spendere.
- Non ci si discorre (non si può parlare con quella tal persona).
- Qui che cosa ci dice? (Che cosa c'è scritto in questo punto?) - Ce lo divezzerò io (lo divezzerò io dal far questo o quell'altro).
- Vuol fare una bella nevata.
- È capace che piova.
- Quando il tempo è fatto bene, ha tempo a piovere! - Levandomi da letto, la prima cosa prendo il caffè.
- S'è montato il capo di diventare un gran che.
- Non me lo posso levare di torno.
- È lui, luissimo.
- L'hai veduto mai? Maissimo.
- E "perdoni" qui, e "mi scusi là" non fa altro che far cerimonie dalla mattina alla sera.
- E gonfia gonfia, non ci potei più stare.
- Neanche questo non lo dirà una signora; ma lo cito come un modo tipico d'altri molti famigliarissimi, che i toscani usano, e noi no; donde il nostro italiano meno famigliare del loro.
Usano essi ancora nel parlar famigliare un gran numero di modi che si potrebbero chiamar duplici o geminati; nei quali l'espressione dell'idea è ripetuta con un vocabolo sinonimo o affine o antitetico, sia per ribadire l'idea stessa, sia per far un contrapposto che le dia maggiore evidenza, sia per tondeggiare la locuzione, che suoni meglio all'orecchio, o, come si direbbe elegantemente, per cura del numero.
E questi modi [226] servono moltissimo a dar colore di famigliarità al discorso, quando non si confonda il famigliare col volgare; chè parecchi di essi cadono nella volgarità, o ci dànno accanto, e non li avrà certo uditi mai dalla sua amica.
- Cito alla rinfusa: - Essere d'accordo bene e meglio.
- Essere un paio e una coppia.
- Essere d'un pelo e d'una buccia, d'un pelo e d'una lana.
- Fare una cosa spesso e volentieri.
- Non aver nè garbo nè grazia.
- Non aver modo nè maniera.
- Averne da dare e da serbare.
- Non far nè uno nè due.
- Non aver nè colpa nè peccato.
- Far calze e scarpe d'una cosa.
- Esser fiori e baccelli con uno.
- Non voler nè tenere nè scorticare.
- Non dar nè in tinche nè in ceci.
- Costare il cuore e gli occhi.
- Mandar via uno segnato e benedetto.
- Non saper nè grado nè grazia.
- Una ne fa e una ne ficca.
- Di politica non ne vuol sentire nè cotto nè bruciaticcio.
- Non l'ho più visto nè cotto nè crudo.
- È lui in petto e persona.
- È una lingua che taglia e cuce, che taglia e fende, che taglia e fora.
- Dàgli e picchia, dàgli e tocca, dàgli e martella.
- In fine e in fatti.
- Nè così nè cosà.
- Non fa nè ficca.
- Non cresce nè crepa.
(Mi perdoni, signora).
E mi par che basti per un saggio.
Tutti questi modi, e quelli citati più sopra (di cui molti appartengono a tutti i dialetti, alcuni tali e quali, altri in forma poco dissimile) corrispondono per l'appunto nella lingua a certi gesti, atteggiamenti, sorrisi e inflessioni di voce, che noi usiamo soltanto con persone domestiche, nei quali consiste particolarmente quello che si chiama modo, contegno, tratto famigliare.
Certo, non sta in questo soltanto la superiorità che [227] hanno su noi i toscani nella conversazione ordinaria: sta in molt'altre cose che non è qui il luogo d'accennare; ma nel caso suo, signora, mi par che l'altre cose ci abbiano che fare assai meno di quella che mi sono ingegnato di dimostrarle.
Si tratta d'una parte della lingua che noi non sappiamo, o possediamo male, non avendola imparata nelle scuole, dove si bada più che altro alla lingua letteraria; ma che è forse più necessaria, o più utile di questa, perchè sono le persone famigliari, gli amici intimi quelli coi quali abbiamo più occasione e bisogno, nel corso della vita, di parlare e anche di scrivere, e di trattare di più varie cose, e più liberamente, e penetrando più addentro alle cose stesse.
E ora, signora mia....
Ma la signora ha fatto l'ufficio suo, e la possiamo accomiatare con una reverenza.
[228]
LA LINGUA FACETA.
Questa tu devi studiare in particolar modo se sei di natura tagliato al faceto, ossia inclinato a osservare e a rappresentare ad altri il lato ridicolo delle cose, e a esprimere molti dei tuoi pensieri, anche non lepidi in sè, in forma scherzosa; poichè per noi, che non abbiamo imparato la lingua dalla balia, non c'è cosa più difficile che scherzare con garbo e ottener con la parola l'effetto del riso.
Perchè sia difficile lo spiega con grande evidenza il Leopardi nei Pensieri che furono pubblicati dopo la sua morte; nei quali troverai un tesoro d'osservazioni acutissime sulla lingua italiana.
Egli dice che il ridicolo (per quanto si riferisce al linguaggio, non alla sostanza) "nasce da quella tal composizione di voci, da quell'equivoco, da quella tale allusione, da quel giocolino di parole, da quella tal parola appunto, di maniera che se sostituite una parola in cambio d'un'altra, il ridicolo svanisce".
Ora, per questa ragione appunto noi otteniamo [229] difficilmente il nostro intento nei discorsi faceti che facciamo in italiano: perchè ci manca la maggior parte di quelle parole e locuzioni, dalle quali nasce il ridicolo, e quasi sempre usiamo in luogo di quelle gli stessi modi che useremmo per dire sul serio le cose che diciamo per far ridere.
*
È una verità che non occorre di dimostrare.
L'avrai osservata molte volte tu stesso nei discorsi tuoi e in quelli degli altri.
Tu devi sentire alla prima qual maggior effetto comico si possa ottenere in certi casi dicendo invece di "tremar dal freddo": - batter la diana o pigliar le pispole; invece di "dar poco da mangiare a uno": tenergli alta la madia; invece di "ridurgli il vitto": alzargli la mangiatoia; invece di "non ha la testa a segno": gli va male l'oriolo; invece di "picchiare, dar lo busse a uno": pettinarlo, rosolarlo, tamburarlo, fargli una tamburata, dargli le croste o le paghe o le briscole.
- E senti che più facilmente farai ridere se invece di "scappare, indebitarsi, dire l'opposto di quello che s'è detto, far le occorrenze sue, tirar calci, andar tutto d'un pezzo e impettito" dirai: - spronar le scarpe, inchiodarsi, rivoltar la frittata, far gli offici di sotto, lavorar di pedate, aver mangiato la minestra o lo stufato di fusi.
- E non c'è bisogno di farti notare che diversità d'effetto comico corra fra le espressioni: un abito che "si comincia a scucire" e che comincia a fischiare; fra "abito lungo e largo o logoro o scarso o mal fatto" e palandrana, biracchio, paraguai, saltamindosso; [230] fra "brodo allungato" e brodo di carrucola, fra "cattiva minestra" e sbroscia o basoffia, fra "miseria" e trucia, "paura" e battisoffia, "cattivo quadro" e cerotto; "persona acciaccosa e di malumore" e deposito: - Andiamo a far visita a quel deposito del signor Gaudenzio! - Molte di queste parole e locuzioni sono ridicole per sè medesime, e bastano da sè in molti casi a destar l'ilarità, dove non gioverebbe a destarla un particolare o un'osservazione arguta aggiunta alla frase o alla descrizione e all'aneddoto.
*
Per dimostrarti quant'è ricca in questo campo la nostra lingua, ti cito ancora una serie di modi d'uso comune in Toscana, che noi non usiamo se non raramente; di alcuni dei quali è evidente il significato; e d'una parte degli altri lascerò che cerchi il significato tu stesso, perchè ti resti meglio impresso nella memoria.
- Affogare nel cappello, nelle scarpe, nel soprabito - Aver roba in corpo o in manica - Aver paglia in becco - Avere il baco (con qualcuno; avercela, senza dimostrarlo, o volerlo dimostrare) - Avere i bachi (essere inquieto o di malumore) - Aver famiglia in capo - Aver la fregola (di fare una cosa) - Aver messo il tetto - Alzare i mazzi - Andare, darsi ai cani - Andare in dolcitudine - Attaccare il lucignolo - Bastonare la messa (dirla in furia), una cosa qualunque (abborracciarla e venderla a vil prezzo) - Batter la solfa - Battere il trentuno - Campare con uno stecco unto - Dar le pere - Dare fune o spago - Dare una lunga a uno [231] (intrattenerlo, senza spedirlo) - Dare un'untatina - Dar nelle girelle o nelle girandole - Essere al lumicino, al moccolino, al moccoletto - Essere uno spianto (una rovina: quell'affare è stato un vero spianto per il tale) - Essere in pernecche - Fare un bollo (vuol prender moglie quello spiantato? Farebbe un bel bollo!) - Far polvere (sollevare scompigli: non faccia tanta polvere: abbia un po' più di prudenza) - Fare una buca (un cassiere nella cassa) - Fare un passio (una cosa lunga di cosa che dovrebbe esser breve) - Far baciabasso (per umiliazione, per adulazione, sottomettersi) - Girare a uno la cuccuma, la còccola, il boccino - Grattar gli orecchi - Levar le repliche - Mangiare a macca - Macinarsi il patrimonio - Mettere in purgo (una notizia non sicura) - Non mondar nespole (S'egli lavora, l'altro non monda nespole) - Pagar con le gomita - Piantare un melo - Piantare un porro - Prendere al bacchio (alla cieca, alla ventura) - Prender pelo - Prendere una lùcia, una briaca, una bertuccia - Ridursi all'accattolica - Spianare il gobbo, le costure - Scuotere la polvere - Sonarla a uno - Sonare a mattana - Sbarbare (Non riuscire in una cosa: s'è messo a tradurre Orazio; ma non ce la sbarba) - Tagliare le calze - Venir le cascaggini (d'una cosa che ci annoia: mi fa venir le cascaggini).
E soltanto per esprimere facetamente l'idea del mangiare con avidità, o molto, o soverchio: diluviare, digrumare, dipanare, scuffiare, sgranocchiare, dimenare le ganasce, ungere, sbattere, far ballare il dente, far ballare il mento, ingubbiarsi, rimpippiarsi, rimbuzzarsi, spolverare, dar ripiego a quant'è in [232] tavola, mangiare a scoppiacorpo, macinare a due palmenti, mangiar con l'imbuto, divorare a quattro ganasce.
E fermiamoci qui, per non fare un'indigestione.
*
Certo che le parole non hanno per tutti la stessa faccia.
Molte che hanno effetto comico per alcuni, per altri non l'hanno, e questo non è soltanto delle parole di tal genere, ma, in generale, di tutte; e deriva dall'aver ciascuno un suo particolare sentimento della lingua, che è la ragione per cui della lingua stessa ciascuno tende ad appropriarsi certe forme a preferenza d'altre, o ad usarle in un significato più o men lievemente diverso da quello in che altri le usano.
Ma il senso comico delle parole, in special modo, è un senso che si affina grandemente con l'osservazione, coi raffronti, e via via che, avanzando con gli anni, si scoprono negli uomini, e nelle cose, nuove e più intime sorgenti di ridicolo; e quand'è affinato, dà nello studio della lingua mille diletti.
Sono ben lontano dal credermi in questo più fine di Caio o di Tizio; e non di meno, m'accade di ridere o sorridere di molte parole, ogni volta che le leggo o le sento, come di certe forme e di certi atteggiamenti del viso umano, versi buffi o mosse allegre o burattinesche.
Per esempio: - Briachite - Briachella (uno che piglia spesso piccole sbornie).
- Non è briaco: ha soltanto un po' d'accollo (l'inclinazione del collo come sotto un peso) - Sbiobbo (d'uno rachitinoso e con gran bazza) - Musceppia (bambina o ragazzetta saputella) - Patìto (l'innamorato) - Pateracchio (per [233] conclusione spiccia, specialmente di matrimonio: si videro, si piacquero e fecero subito il pateracchio) - Un tient'a mente (uno scapaccione) - Stanga, stangato (per bulletta, un uomo in bulletta) - Pispilloria (discorso a carico di qualcuno, o lungo e noioso) - Scarpata (pedata) - Ciucata (cavalcata con gli asini) - Cacheroso (svenevole) - Bacherozzolo (per bambino) - Frittura (di molti bambini) - Sguerguente (uno che fa atti strani o sgarbati) - Squarquoio (di vecchio cascante) - Rubapianete (ladro di chiesa) - Spulcialetti - Squarciavento - Spiantamondi - Strizzalimoni - Picchiapetto - Frustamattoni - Sottaniere - Religionaio - Miracolaio - Pretaio (uno che bazzica preti) - Mogliaio (che non esce mai d'attorno a sua moglie) - Fantajo (dilettante d'ancelle, direbbe la signora Piesospinto); e di verbi non cito che pissipissare, indragonire, rinfichisecchire, insatanassare, sfanfanare (struggersi d'amore), cicisbeare, matrimoniarsi, rivogare....
Giusto, mi vengono in mente due versi di Neri Tanfucio:
Povera truppa, quanti serviziali
T'ho visto rivoga' nel deretano!
*
Ho citato quasi tutti modi dell'uso vivo toscano.
Ma il linguaggio del ridicolo non può essere circoscritto dall'uso, perchè a chi scherza e vuol far ridere tutto è lecito, pur che rimanga nei confini più vasti della lingua.
Nascendo anche il ridicolo da contrasti e dissonanze tra la parola e l'idea, da parole usate in senso insolito, inaspettate, strane o anche fuor d'ogni [234] proposito ragionevole, e dalla stessa affettazione o pedanteria voluta del vocabolo o della frase, ne segue che qualsiasi modo vieto o tronfio o poetico o arcaico, il quale, usato sul serio, stonerebbe intollerabilmente, e farebbe ridere alle spese di chi lo dice, ottiene invece l'effetto che si propone chi scherza, ed è quindi legittimo se a quest'effetto è adoperato opportunamente e con garbo.
È come di certi gesti e impostature e alterazioni del viso e dell'accento, che riescono leziosi, sconvenienti e anche odiosi quando in una persona sono abituali e inconsapevoli o affettazioni di dignità e d'eleganza; ma che all'opposto riescono piacevoli quando son fatti con l'intenzione di far ridere, contraffacendo qualcuno, per esempio.
Gli esempi sono così frequenti negli scrittori, che non mette conto di citarne; e sono frequentissimi anche nelle conversazioni della gente colta.
Noi tutti abbiamo conosciuto o conosciamo certi belli umori che hanno la consuetudine di rallegrar la gente dicendo cose comunissime o lepide con parole gravi e lambiccate e in stile magniloquente.
Io ebbi un amico, professore di lettere, il quale faceva sbellicar dalle risa gli amici raccontando aneddoti faceti, e parlando anche delle cose più ovvie con parole e giri di frase del Decamerone, ch'egli sapeva quasi a memoria.
Seriamente diceva d'esser rimasto in una trattoria attirato dalla piacevolezza del beveraggio; descriveva un desinare suntuoso a cui era stato invitato, con grandissimo e bello e riposato ordine servito, dove lui, vago di vini solenni, aveva trovato il fatto suo bevendo del Caluso e del Barolo in certi graziosi bicchieri, che d'ariento pareano; [235] e chiamava un avvocato: armario di ragione civile, e una ragazza afflitta da pene amorose: - sventurata in amadore; e diceva d'un farabutto: - Testimonianze false con sommo diletto dice, chiesto e non richiesto -, e a un amico incontrato per la strada: - Dammi un fiammifero, se tu hai in te alcuna favilluzza di gentilezza; e: - Grazie, cuore del corpo mio! - e adoperava il con ciò sia cosa che con tanto garbo, e qualche volta così all'impensata, e con un così forte contrasto col significato e con l'intonazione del discorso, che strappava risate da mandarsi a male.
Non trascurare dunque, leggendo gli scrittori e i dizionari, neppure quella parte della lingua che è fuori d'uso, perchè certe voci e locuzioni muffite, che tu quasi ributti dalla tua mente, ti possono servire in certi casi a dare un vivo effetto comico a uno scherzo, il quale altrimenti riuscirebbe sciapito, a far ridere con un gioco di parole semplicissimo, con una sola parola, con un nonnulla.
Nulla nella lingua è disprezzabile, tutto può giovare.
La lingua giocosa è infinita come le sorgenti del riso.
[236]
PER VARIARE IL PROPRIO VOCABOLARIO.
Più di trent'anni fa, in un tempo che sfornavo prosa a gran furia, un mio amico un fermò una mattina per la strada, e con un viso grave, che a tutta prima mi fece temere una cattiva notizia, mi disse: - Ho letto il tuo ultimo articolo.
Dimmi un po': quando intendi di finirla col tuo in un battibaleno? La prima volta che scriverai invece: in un momento, in un attimo, in un lampo, o anche semplicemente in un baleno, t'inviterò a desinare.
Aveva ragione.
C'era anche nel mio ultimo articolo quel maledetto battibaleno, che avevo cacciato non so quante volte in altri miei scritti, senz'avvedermi della ripetizione, e che doveva esser venuto a noia, oltre che al mio amico, a molt'altri.
Tutti gli scrittori hanno certi modi dei quali fanno un uso indiscreto, come gli attori drammatici di certe intonazioni di voce.
Non parlo di quelle parole (per lo più verbi e aggettivi) ch'essi usano frequentemente per necessità, perchè sono la espressione di qualche cosa che è [237] nell'indole del loro ingegno e del loro animo.
Parlo di quei modi che non esprimono alcun sentimento o maniera particolare di veder le cose, e che son ripetuti quasi inconsciamente, senza bisogno, per forza di consuetudine, in luogo d'altri modi, i quali direbbero lo stesso per l'appunto.
I più degli scrittori non n'hanno soltanto uno o due, ma parecchi, e alcuni un buon numero; e non solo gli scrittori, ma quasi tutti, parlando, n'hanno più o meno.
Sono parole che s'attaccano alla lingua, come vizi di pronunzia, e ci restano attaccati per tutta la vita.
C'è, per esempio, chi dice e scrive fin che campa: - Quindici giorni, tre anni, due ore or sono -, e mai, neanche una volta per isbaglio: - quindici giorni, tre anni, due ore fa.
- C'è chi ha preso il vezzo di dire: - Avere il tarlo con uno - per averci odio, ira, rancore, e questo tarlo gli vien fuori infallibilmente tutte le volte che ha da esprimere quell'idea, foss'anche dieci volte il giorno e migliaia l'anno.
Altri s'è avvezzato a dir tratto tratto, e lo dice in ogni caso, invece di ogni tanto, ogni poco, di quando in quando, a quando a quando; e spesso impropriamente, perchè d'uno, per esempio, che faccia una tal cosa ogni due o tre mesi, non è proprio il dire che la fa tratto tratto, che significa intervalli di tempo più brevi.
Perchè quasi sempre accade questo: che chi sposa, come suol dirsi, una data locuzione, finisce con adoperarla ad esprimere non solo l'idea alla quale essa è propria, ma tutte le idee affini a quella, e ch'essa non esprime che a un incirca.
Ma non è questo il solo inconveniente del mal vezzo.
La ripetizione oziosa e abituale di [238] certe voci e locuzioni toglie loro in molti casi gran parte dell'efficacia, e tutta quanta, di solito, nei discorsi faceti, perchè da chi legge o ascolta esse sono presentite e aspettate come ritornelli; oltrechè riescono sgradevoli, come affettazioni, anche le più naturali e semplici, parendo che chi scrive o parla le metta innanzi così ogni momento perchè le tenga in conto di fiori rari e di pietre preziose; e aggiungi che, dicendo sempre certe cose con gli stessi vocaboli, è quasi impossibile evitar rime, cacofonie, iati, asprezze, com'è impossibile a chi parla o scrive in una lingua straniera, in cui non conosca che un modo unico di significare ciascuna idea.
Ora, via via che andrai innanzi nell'uso della lingua, a te pure s'incolleranno alle labbra certi modi di dire, e ci resteranno, se non vincerai la pigrizia intellettuale, che è in tutti la cagione prima di questa specie di servitù parziale del pensiero alla parola; se, voglio dire, ogni volta che avrai da esprimere quella data idea, non farai uno sforzo per cacciar via l'espressione tirannica, e trovare qualche altro modo egualmente proprio, o più proprio, di esprimerla.
E non basterà che tu faccia questo: tu dovrai preservarti dal vizio cercando continuamente, nello studio che fai della lingua, d'arricchire, di variare, di rinfrescare il tuo vocabolario.
Perchè, per esempio, dovrai dire eternamente d'ora in poi, quando puoi dire di qui avanti, di qui innanzi, d'ora in avanti, d'ora avanti, di qui in là? Perpetuamente un via vai invece di un va e vieni, un andirivieni, un andare e venire? Sempre: non ne indovina una, invece di: non ne infila, non ne azzecca, non ne becca, [239] non ne incarta una? E improvvisamente o all'improvviso in luogo di: di punto in bianco, di secco in secco, di stianto, a un tratto, tutt'a un tratto? E alla bella prima o a tutta prima invece di: di primo tratto, di primo lancio, di primo colpo, di primo acchito? E da solo a solo in luogo di testa testa, a faccia a faccia, a quattr'occhi; e alla rinfusa invece di alla mescolata o all'arruffata, e stare in contegno o in contegni invece di stare in aria, star sulle sue, stare in sussiego, stare sul grave, e sulle cerimonie in cambio di: sulle convenienze e sui convenevoli? E così quel tal signore del tarlo potrebbe in molti casi esprimere diversamente e con maggior proprietà la sua idea, dicendo: averla amara, avere il sangue guasto, avere il baco, esser nero con uno.
E un altro, che invece del tarlo ha la mosca, e la fa volare a ogni proposito, potrebbe dire spesso e meglio, invece di saltar la mosca al naso: montar la luna, montare in bestia, saltare in collera, saltare il grillo, pigliare i cocci, prender cappello, andar nei nuvoli, alzare i mazzi; o almen qualche volta, se della mosca vuol serbar qualche cosa, sostituirvi la mostarda.
E un signore di mia conoscenza, che ha sempre la ramanzina in bocca, potrebbe variar la nota con: fare o dare un rabbuffo, una risciacquata, una lavata di testa, una ripassata, una sbarbazzata, un'intemerata, una parrucca, un tu per tu, una polpetta, un trippone.
E un mio amico intimissimo, che per molt'anni seccò il prossimo col bighellonare, avrebbe potuto molte volte sostituire al prediletto gioiello: girandolare, gironzolare, girondolare, girellare, girottolare, vagare, vagolare, vagabondare, [240] vagabondeggiare, zonzare, andare a zonzo, in ronda, in volta, in giro, gironi.
E il signore medesimo, che confessa le sue male abitudini per sua mortificazione, dovrebbe lasciare un po' riposare il suo bisticciarsi, ricordandosi che si può dir più a proposito in molti casi: pigliarsi a picca, piccheggiarsi, gattigliarsi, pizzicarsi, stare a ribecco, stare punta a punta, stare a tu per tu, essere agli occhi.
E....
fermami, ti prego, o non la finisco.
Arricchisci dunque, ti ripeto, varia, rinfresca continuamente il tuo linguaggio.
Tu avrai osservato quanto sono attraenti nel parlare il dialetto anche persone ignoranti che, non per istudio che n'abbian fatto, ma per privilegio di natura possedono e usano molte più parole e frasi che la maggior parte del popolo; com'è vivo, colorito, scintillante, spesso comico il loro discorso, e con che piacere li stanno tutti a sentire, anche gente colta.
Ma per acquistar questa dote non basta acquistare e fissarsi nella mente parole e locuzioni; bisogna esercitarsi a adoperarle, come faceva il Leopardi in quei suoi Pensieri già citati, ch'egli metteva sulla carta giorno per giorno, senza pensare che sarebbero stati mai pubblicati.
Manca a quando a quando in quelle pagine quella sobrietà rigorosa che si ammira in tutte le altre sue prose: egli ripete il suo pensiero in vari modi, l'uno dopo l'altro, infilando sinonimi e frasi equivalenti, come passando in rassegna tutte le maniere possibili d'esprimere quel pensiero; ed è evidente che scriveva quei periodi per premunirsi dal vizio della ripetizione di certe forme nelle scritture che destinava alla stampa.
Quest'esercizio paziente faceva egli pure da giovane, ed era già un grande maestro.
[241]
IL PESCATORE DI PERLE.
Ecco un personaggio che variava davvero il suo vocabolario; ma lo variava in maniera che non si faceva più intendere.
Il che (sia detto a sua scusa) non era sempre un gran danno per chi l'ascoltava.
Questo pescatore di perle era un fabbricante di pillole, panciuto e brizzolato, d'aspetto e di modi signorili; col quale strinsi relazione in una trattoria, ch'egli frequentava da anni, e dov'io desinavo ogni giorno con parecchi amici, dilettanti di letteratura.
Era uno di quei cultori solitari della lingua, per i quali questo studio non è che un'occupazione piacevole dei ritagli di tempo, senz'alcun fine letterario, e quel po' d'ambizione che ci mettono non va oltre il cerchio degli amici, con cui fanno sfoggio innocente della loro filologia.
Ma uno studioso della lingua propriamente non era: era un appuntatore di parole scompagnate da ogni frase o pensiero, che nel suo concetto avevano un valore per sè, anche non servendo a nulla: raccoglieva parole come altri raccoglie insetti curiosi o francobolli rari.
[242] La sentenza del Tommaseo, che ogni modo è tanto più accetto quanto più è comune, e che il più comune, in fatto di lingua, come in tante altre cose, è quasi sempre il più bello, era proprio il rovescio del gusto e della norma che guidavan lui nel suo lavoro di spigolatura; ciò che si può dire di molti, anche al dì d'ancoi, come dice Dante.
Egli non s'innamorava che della parola peregrina, rimota dall'uso, e quanto più dall'uso era rimota, tanto più gli pareva bella e pregevole, e per il solo fatto che non fosse mai stata udita e che riuscisse incomprensibile, egli pensava che dovesse dare un gran piacere a chi l'udiva e fargli ammirare chi la sapeva.
Da anni andava facendo questa raccolta di perle false; credo che le notasse in un registro; n'aveva alla mano un gran numero, e gli pareva di possedere il tesoro di Montecristo.
Cosa singolare: il suo linguaggio era generalmente scevro d'ogni affettazione, il suo frasario semplicissimo: solo di tanto in tanto buttava là all'improvviso una di quelle parole straordinarie e difficili, che facevano spalancare gli occhi e la bocca alla compagnia.
Si sottintende che, per poter fare questa mostra di calìe linguistiche, doveva parlar sempre italiano.
E, in fatti, aveva smesso con tutti il vernacolo, giustificandosi col dire che ogni buon cittadino avrebbe dovuto far lo stesso, per amor di patria, perchè la lingua diventasse l'unico linguaggio degl'italiani.
Ma se tutti gl'italiani avessero parlato come lui, si sarebbe parlato nel nostro paese la più matta e burlesca lingua del mondo.
Non le ricordo tutte, peccato! Ma le più belle [243] mi son rimaste.
Per esempio, non chiamava mai "mal di capo" l'incomodo a cui andava soggetto; ma cefalalgia, e non "limonata purgativa" volgarmente, il rimedio col quale la curava; ma limonata catartica.
Si faceva radere un giorno sì e un giorno no, e questo chiamava sempre: farsi radere epicraticamente; ma sul serio, intendiamoci; senza un barlume di sorriso che mostrasse la coscienza di dire una parola strana.
E a proposito di barba, si faceva fare un solo radimento, e quando il rasoio non tagliava, diceva al barbiere: - Questo rasoio non è radevole.
- E poi: non "ingarbugliare" gli affari e i conti, ma garabullare; scarabillare la chitarra; frucandolare, per frugacchiare; avvocatarsi, per prender la laurea d'avvocato; avvocato parlantiere, per chiacchierone; dinanzare uno per la strada, per passargli davanti, e mal camminabile una strada disagevole.
Diceva d'aver visto un ubbriaco che squinciava per la piazza, ossia, che andava ora per un verso ora per un altro; e ogni momento, discutendo: - Ma codesta non è una ragione, è uno ziribiglio (arzigògolo) -; e rifiutando da bere: - Grazie, ho bevuto abbastanza; non sono bibace.
Comico quanto le parole era il modo come le diceva, con certa intonazione e aria di trascuranza, quasi di sbadataggine, che si riconoscevano finte nell'atto stesso, dallo sguardo furtivo ch'egli girava sugli uditori, per veder l'impressione che quegli ori di lingua facevano.
E n'aveva di due qualità: le parole ultra peregrine, per lo più inintelligibili, ch'egli pescava nei libri, non letti da lui che con questo scopo, e non pregiati se non in ragione della pesca rara [244] che ci poteva fare; e le parole comuni, delle quali usava costantemente la variante antica.
Sempre diceva diputato per deputato, cileste per celeste, maledicenza, malevoglienza, insapiente, inreprensibile, fabuloso.
Queste piccole violazioni dell'uso comune gli parevano una cosa nobilissima.
Ne ricordo dell'altre anche più graziose, ch'egli prediligeva, come: ghiribizzamento, dimenticamento, pretensionoso.
- Non fumo che dopo desinare, - diceva -; mai nelle ore mattutinali: mi darebbe degli archeggiamenti di stomaco.
- E dava una sbirciata circolare all'uditorio.
Giorno per giorno andava arricchendo il suo vocabolario di qualche rarità.
Noi riconoscevamo quelle di recente acquisto dal giro forzato ch'egli dava al discorso per far venire il punto opportuno di metterle fuori.
Qualche volta inventava anche espressamente dei fatti.
Nessuno gli credeva, per esempio, quando egli raccontava che gli era cascato uno specchio dalla parete: era un'invenzione per poter dire che, prima d'appenderlo, avrebbe dovuto dimergolare il chiodo, per assicurarsi che fosse ben piantato.
E come affaticava l'immaginazione, si vedeva, per trovare il pretesto di chiamare gentildonnaio (corteggiatore di signore dell'aristocrazia) un avventore della sua farmacia, e per venir a dire che aveva rincincignato e lacerato una lettera insolente, e che il portinaio di casa sua, che s'era ubbriacato la domenica, aveva rinfonfillato la sbornia il lunedì! Questa ci confessò poi che l'aveva intesa da un operaio senese ch'era andato da lui a comperare dell'ammoniaca; e fu un caso notevole perchè, neanche a domandarglielo, non diceva mai dove avesse raccattato questo o quel [245] diamante della sua favella.
Come il Conte di Montecristo, delle sorgenti della sua ricchezza egli faceva un mistero.
Perchè aveva molti più anni di noi, non osavamo dargli la baia, se non con certa discrezione.
Ma spesso mettevamo in dubbio l'italianità dei suoi vocaboli.
- È proprio sicuro che questa sia una parola di buona lingua? - Non glielo domandavamo per altro che per ispassarci della gravità con cui rispondeva: - Sì, ha degli esempi autorevoli.
- E credo che, veramente, non ne dicesse una che non potesse in qualche modo giustificare.
Ma, come disse un linguista insigne, gli scrittori italiani che fanno testo son tanti, tanto diversi d'età, di patria, tanto disuguali di gusto e di senno, che non c'è stranezza in materia di lingua, la quale con la loro autorità non si possa difendere.
Un giorno provammo noi a parlare a modo suo per veder se capiva la satira.
Stavamo seduti fuori della trattoria.
Il tempo si metteva a brutto.
Cominciò uno a dire: - Il cielo s'annubila.
Un altro: - Lampaneggia.
- Senti che aria umidosa! Vuol venire un'acquazione.
- Già pioviniggia.
Non diede segno d'intender lo scherzo; ma se l'intese, non se n'ebbe per male.
Ci parve che facesse un atto di riflessione per imprimersi nella mente quelle parole insolite.
Poi, guardando per aria: - Se piove - disse - non può durare.
Il vento è a tramontana.
Rim-bel-tem-pirà.
Insomma, l'ebbe vinta lui, perchè non avevamo in pronto altri vocaboli per continuare la celia.
Ma una sera fece una brutta figura, che gli [246] avrebbe dovuto insegnare come non fosse senza pericoli la pesca delle parole stupefacenti.
S'era avvicinata al nostro crocchio la padrona della trattoria, una signora attempatotta, sempre tutta ripicchiata, che si dava grandi arie di nobildonna, affettando una grande castigatezza nel parlare con gli avventori; dai quali non tollerava la minima licenza di linguaggio.
Si discorreva prosaicamente di certi cibi di facile o di difficile digestione.
A un certo punto il pescatore di perle disse con molta gravità: - Noi digeriamo un cibo tanto più facilmente quanto più lo...
Un altro avrebbe detto semplicemente: quanto più lo desideriamo, o ne abbiamo voglia.
Egli volle dire una parola "rimota dall'uso".
E anche questa sarebbe passata come tante altre, se egli non avesse intoppato in una difficoltà di pronunzia.
Ma intoppò dopo le prime due sillabe, e pronunciò le tre ultime dopo una pausa, in modo che ne formò un verbo a parte, non dicibile in presenza d'una signora.
Ci fu impossibile trattener la risata che ci venne su dai precordi, e ne seguì un piccolo scandalo.
La signora credette ch'egli avesse voluto dire uno scherzo, che sarebbe stato davvero sconvenientissimo; lo fulminò d'un'occhiata, e se n'andò a passi tragici; e il povero "pescatore di perle" che era un uomo gentile, in fondo, e pieno d'amor proprio, restò annichilito.
La parola, pur troppo, era la prima persona plurale dell'indicativo presente del verbo concupiscere, registrato dalla Crusca, con parecchi esempi di scrittori sacri.
[247]
È ERRORE? NON È ERRORE?
Queste due domande da quasi mezzo secolo mi suonano così spesso nella mente e all'orecchio che oramai mi paiono di quelle Voci della natura o delle cose che parlano nei cori fantastici dei poemi.
E tu pure, nel corso dei tuoi studi di lingua, e per tutta la vita, rivolgerai migliaia di volte a te stesso quelle domande, e migliaia di volte le rivolgerai ad altri, e altri le rivolgeranno a te; e nella più parte dei casi rimarrete incerti della risposta.
- Ecco il gran malanno della lingua italiana - dicon molti.
E sarà davvero, per varie ragioni, un malanno più grave nella nostra che nelle altre lingue; ma non è proprio esclusivamente della nostra: è un poco di tutte.
Un illustre scrittore francese, per esempio, ha detto argutamente che non c'è cosa più difficile del trovare tre francesi colti, i quali siano d'accordo nel dire che un loro concittadino parla e scrive correttamente il francese.
E pure si considera questa come una delle lingue viventi che hanno maggior fissità e sono più uniformemente parlate nella loro patria.
[248]
Discorriamo dunque del "gran malanno".
Ma bisogna ch'io mi rifaccia un po' di lontano.
Leggi, ti prego, la lettera seguente, che fu scritta da un bravo signore a un suo nipote, per indurlo a presentarsi al direttore d'una Banca, a chiedergli riparazione d'un torto che gli avevan fatto nella sua estimazione.
Nota che lo scrittore della lettera è un uomo che fece i suoi bravi corsi classici, ed è giustamente stimato una persona colta, a cui sta bene la penna in mano.
Mi domanderai come c'entrino gli affari della Banca nella quistione degli errori di lingua.
C'entrano bene e meglio, lo vedrai, se avrai la pazienza di leggere.
Caro nipote,
Mi stupisce quello che mi scrivi d'aver inteso dire del signor B.
Fu indubbiamente qualche male intenzionato che te lo volle mettere in trista luce, e mi domando con qual fine possa averlo fatto.
Sono menzogne che rivoltano.
Ignorante? Orgoglioso? Mancante di tatto? Nulla di tutto ciò è vero.
Te ne posso star garante, poichè ho l'onore di conoscerlo da tempo; a meno ch'egli sia mutato di bianco in nero da un mese a questa parte.
Non è soltanto, incontestabilmente, un uomo di merito, abilissimo nel suo ufficio, appassionato degli studi finanziari, e che gode della massima considerazione presso tutto il personale della Banca; ma anche uomo d'animo elevato, di cuore sensibile, e in fatto di cortesia, gentiluomo senza eccezione; tanto che è amato, più che beneviso, da quanti l'avvicinano.
Mai non conobbi personaggio alto locato più abbordabile; chiunque gli può parlare; anche gente del basso popolo è ricevuta da lui alla prima.
Che vada soggetto ad accessi di malumore, che si lasci trasportar qualche volta dalla passione, ne convengo; ma non è detto che alla vivacità del temperamento [249] non possa andar congiunta la delicatezza; e in ogni caso, basta a disarmarlo una buona parola.
Deciditi dunque; presèntati a lui senza imbarazzo; raccontagli l'accaduto; mettilo al fatto d'ogni circostanza, senza far nomi; osservagli che fosti tu il provocato, che ti si fece un tiro inqualificabile, tentando d'intaccare il tuo onore, per sbalzarti da una posizione che per te è quistione di pane, e mettere al tuo posto peggio che una nullità, un birbaccione spudorato, cointeressato coi tuoi peggiori nemici.
Non ti preoccupare dell'esito: vedrai che prenderà interessamento al caso tuo e che non ti toccherà una delusione.
Io gli scrivo oggi stesso, d'altronde, per metterlo prima al corrente della cosa, o per porre i punti sugl'i, caso che già la sapesse.
Ti prevengo, peraltro, che non devi pensare di raggiungere il tuo scopo con adulazioni e maniere insinuanti, le quali con lui non fanno effetto di sorta; chè non è di quegli uomini che per vanità transigono con la propria coscienza; e come non si lascia toccare dalle lusinghe, non si lascia imporre dalle minacce.
Ma siccome è ragionevole e onesto, nulla di più facile che persuaderlo e cattivarselo dicendogli alla spiccia la verità e aprendogli con effusione il proprio cuore.
Se credi che ti possa essere una facilitazione, t'accludo una mia carta di visita per presentartigli.
Abbi la compiacenza d'accusarmi subito ricevuta di questa lettera.
Non ho bisogno di dirti che per quest'affare o per altro, nella mia pochezza, sono sempre a tua disposizione.
In attesa d'una risposta, ti mando una stretta di mano, e tienmi per la vita il tuo affezionatissimo zio
TAL DEI TALI.
È una lettera, riconoscerai, che a novantanove su cento italiani colti parrebbe non scritta male.
Ebbene: tra francesismi, neologismi, solecismi, parole e locuzioni non puramente italiane, o per ragioni diverse riprovate dai purissimi, contiene la bellezza di 78 - dico settantotto - errori grossi e piccoli.
Su parecchi di questi i [250] purissimi non cadono d'accordo: chi li bolla come errori, chi no.
Ma il professore Pataracchi starebbe fermo sul 78, o al più concederebbe che alcuni veri errori non sono; ma mende, nèi, parole brutte, metafore strane, leziosaggini; insomma, modi da sfuggirsi.
Ed ecco presso a poco in qual forma concerebbe, alla lesta, il povero zio.
- Mi stupisce.
No, "Stupisco": Stupire è intransitivo.
- Indubbiamente, per "indubitatamente" non ha corso legale.
- Intenzionato.
Brutta voce, da non usare.
- Mettere in trista luce.
Una metaforaccia da buttarsi via.
- Io mi domando.
Falso: "domandare" e "dire" non s'usano a modo di riflessivi.
- Menzogne che rivoltano.
"Rivoltare" riferito a cose morali, è improprio.
- Mancante di tatto, nulla di tutto ciò, ho l'onore di (invece di "mi onoro"), un mazzo di francesismi.
- Da tempo (senza dir da quanto) e star garante (per star mallevadore), da bollare.
- A meno che (per "eccetto che"), barbaro.
- Da un mese a questa parte.
Che parte? Che c'entra la parte? Un fregaccio.
- Uomo di merito.
Merito, usato in questa forma indeterminata, sta male.
- Incontestabilmente per "incontrastabilmente", abilissimo per "valentissimo", massima per "grandissima", personale per "gl'impiegati", da rimandarsi in Gallia.
- Appassionato degli studi, improprio.
- Considerazione per "stima", brutta metafora.
- Animo elevato, francese, e sensibile, nel senso che qui gli si dà, francesissimo.
Improprio in fatto di cortesia per "in materia di" o "rispetto a".
È brutto e strano modo senza eccezione per "assolutamente" e lezioso beneviso per "ben veduto" e metaforaccia sgarbata e materiale [251] alto locato.
- Un brutto paio di francesismi avvicinare una persona per "avvicinarsi a lei" e abbordabile per "degnevole" o "accostevole".
- Chiunque per "ciascuno che" quando serve a un costrutto sospeso, riprovevole.
- Riprovevole basso popolo, che non s'usa che in senso spregiativo.
- Francese accessi di malumore per "moti, impeti", francese lasciarsi trasportare da una passione per "lasciarsi sopraffare", francese ne convengo per "lo riconosco".
- Un frego su insieme al, invece di "insieme con" che è errore; su delicatezza per "gentilezza", su disarmare per "far cadere la collera".
- Deciditi per "risolviti" via! - Senza imbarazzo? alla spazzatura! Imbarazzo non vuol dire che "gravezza di stomaco".
- L'accaduto! Ma accaduto non è sostantivo, è participio.
- Mettere al fatto, per "far sapere?", mai al mondo.
- Brutto circostanza per "particolare".
Foggiato sul francese far nomi.
Francese inqualificabile per "indegno".
Osservagli per "fagli osservare o notare", sproposito.
Intaccar l'onore, altro sproposito.
Posizione per "impiego", di vil conio francese, e così è quistione di pane e una nullità per "si tratta di pane" e "uomo da nulla".
E bollo spudorato per "impudente"" e cointeressato, che è del gergo mercantesco, e delusione per "disinganno", che non è parola italiana, e interessamento, che è voce ostrogotica, e preoccuparsi per "darsi pensiero" che è uno svarione, e mettere al corrente, che è mal detto invece di "in corrente" od "a giorno".
Un altro mucchietto di scorie francesi: d'altronde, mettere i punti sugl'i, ti prevengo per "ti avviso", far effetto per "commovere, colpire".
Sgarbatissimo raggiungere lo scopo [252] per "ottenerlo": lo scopo non corre.
- Improprio insinuante per "lusinghevole".
- Abbominevole transigere con la coscienza per "patteggiare".
- Ignobile mozzicone di frase imporre per "soverchiare".
E non fanno effetto di sorta! Che ci sta a fare quel sorta? E siccome per "poichè" qual uomo onesto lo può usare? E toccare per "commovere" con che faccia si può scrivere? E fare una cosa con effusione? Effusione di che? - È un altro francesismo nulla di più facile, ed è contennendo alla spiccia per "alla lesta" e non di buona lingua facilitazione per "agevolezza".
- Ti accludo.
Oibò! "Ti includo" Carta di visita.
Eh, via! "Biglietto di visita".
- Abbi la compiacenza.
Che roba e? Si dice: "Cortesia, gentilezza".
- Ricevuta non si dice che per danaro: "ricevimento".
- E bellino il francesismo non ho bisogno di dirti per "non occorre, non importa ch'io ti dica"! E quest'altro: sono a tua disposizione per "ai tuoi comandi"! E pochezza per "insufficienza" è voce non solo brutta, ma falsa.
E in attesa è un fiore del gergaccio burocratico.
E non è un bel modo una stretta di mano come si direbbe una "stretta d'occhi o di spalle".
Ed ecco il razzo finale: Tienmi per la vita! Perchè vuol che lo tengano per la vita? Ha paura di cascare?
*
Hai visto che po' po' di roba.
E i modi bollati nella lettera di quel disgraziato zio non sono che una parte minuscola del numero grandissimo che il professor Pataracchi e altri come lui bollerebbero.
Sfoglia i dizionari dei francesismi, i [253] vocabolari dei modi errati, i lessici della corrotta italianità, e altri simili: ci troverai riprovate, per ragioni diverse, un'infinità (ma no, anche infinità è un francesismo), dirò: innumerevoli parole e locuzioni, che si senton dire continuamente da persone colte d'ogni parte d'Italia, (non esclusa la Toscana), e che si trovano a ogni tratto anche in libri di scrittori, i quali hanno tutt'altro che reputazione di barbari.
Tu m'interrompi per dirmi: - Ebbene? Tante grazie.
È una bella notizia per incoraggiarmi a studiare l'italiano.
C'è da darsi al diavolo.
Posso dire come Scrupolino, che val meglio studiare il cinese.
- Ma no; non per iscoraggiarti dico quello che dico; ma per preservarti da ogni scoraggiamento che ti potesse cogliere andando innanzi nello studio.
Voglio dire che se darai retta a tutto quello che dicono i vagliatori e distillatori e lavandai della lingua, che non hanno altro da fare,
e' ti faranno il capo, ti faranno,
grosso come un cocomero di Prato;
che se, fin da principio, ti vorrai proporre di parlare e di scrivere un italiano assolutamente immacolato, nel modo che lo vorrebbero i Pataracchi, dovrai darti tal cura e durar tanta fatica, che a questo solo si ridurranno i tuoi studi, che starai fermo invece di procedere, e non farai che difenderti in luogo di conquistare.
Nè t'incoraggio a barbareggiare con questo, che Dio mi liberi; poichè moltissimi dei modi d'uso corrente, che i puristi condannano, sono di fatto erronei o barbari o brutti, e devi imparare a conoscerli per non usarli, e per conoscerli è bene che tu legga [254] i libri citati, dove sono raccolti.
Ma questo lavoro di ripulimento della lingua tu devi farlo a poco a poco, tranquillamente, come un esercizio igienico; non con la furia di mondarti d'ogni impurità tutt'a un tratto, come molti fanno, che è un mettersi a un'impresa disperata.
E devi considerare che molti di quei modi sono inevitabili, che che se ne dica, e che dalla lingua italiana non s'estirperanno più, per quanto si faccia; e che sull'erroneità di molti altri non concordano neppure i linguisti più severi; e che questi stessi linguisti severissimi, quando non scrivono o non parlano di lingua, si lasciano scappare dalla bocca o dalla penna una buona parte delle parole e delle locuzioni a cui nei loro codici dànno lo sfratto.
Va' dunque franco.
Non ti costerà gran fatica lo scansare prima di tutto i francesismi, che si riconoscono alla brutta faccia.
Tu non hai bisogno di ricorrere ai dizionari per sapere che sono francesismi sformati circostanziare, debuttare, decampare, defezionare, dettagliare, dilazionare, formalizzare, negligentare, rivoluzionare, terrorizzare, e altri errori simili, che suonano nella lingua italiana come le stecche false nel canto.
E non ti lascerai scappare dalla penna nè "declinare il proprio nome", nè "demolire una reputazione", nè "fare delle amabilità", nè "colmare di attenzioni"; e non dirai che in una casa c'è tutto il confortabile, per dire che c'è ogni comodità e ogni agio; nè che sei andato a Genova o a Milano in una data epoca; nè che un dato scrittore la importa per bellezza di stile sopra un altro; nè tanti altri modi dello stesso genere, nei quali è evidente il [255] conio straniero falsificato, e che pure si dànno giornalmente e si accettano come moneta di zecca italiana.
Bada per ora che non cadano nella tua lingua le grosse immondizie, e spazza via quelle che ci sono.
Poi, avvezzandoti a far pulizia nella casa, diventerai a poco a poco in quel lavoro sempre più accurato e meticoloso, fino a volerla tersa e lucente come uno specchio.
Ora devi provveder soprattutto ad ammobiliarla, a mettervi tutto quello che è necessario e utile, e a darle un aspetto generale decoroso, senza star dietro a tutte le minuzie e cercar la perfezione in ogni nonnulla.
Che cos'è questo vocìo? Viene innanzi una folla.
Mi par di riconoscervi qualcuno.
Senti che gridano essi stessi chi sono, l'un dopo l'altro.
Abbonamento - Abitudine - Accattonaggio - Aggiotaggio - Affarismo - Affarista - Ballottaggio - Canotto - Canottiere - Carriera (per professione) - Colpo di stato - Comitato - Crisi ministeriale - Decorazione (per insegna cavalieresca) - Dimostrazione popolare - Esplosione - Esposizione - Evoluzione storica - Favoritismo - Giornalismo - Genio (per uomo di genio) - L'insieme (per "il tutto") - Influenza (per influsso) - Interpellanza - Iniziativa - Manovra - Marcia - Mozione - Panico (per timor panico) - Pensione (per retta o dozzina) - Personale d'un'amministrazione - Pompa (da incendi) - Proclama - Proiettile - Progetto - Protezionismo - Reazione - Solidarietà - Uomo di spirito - Specialista - Spionaggio - Successo - Insuccesso - Interesse, interessante, interessare - Naturalizzare - Materializzare - Sorvegliare - Speculare - Subire - Sensibile [256] - Suscettibile - Indispensabile - Normale - Anormale - Obbligatorio - Refrattario - Seducente - I prodotti dell'industria - Le produzioni teatrali - I torbidi di Vattelapesca - Abbasso i tiranni!...
Ci vorrebbe altro a sentirli tutti.
Ma ora gridano tutti insieme.
Sentiamoli.
"Noi siamo francesismi, barbarismi, sconce parole, tutto quello che volete.
Ma arrestate il nostro corso, se vi riesce, signori Pataracchi e compagnia.
Abbiamo preso l'aire e non c'è più freno per tenerci, disse un dei pochi di voi, che hanno vista lunga e senso di discrezione.
Avete avuto un bel gridare e scaraventarci addosso tòrsoli e sassi e tenderci funi a traverso la strada: noi siamo andati oltre, e ci siamo sparsi da per tutto; cacciati dalle porte, siamo rientrati per le finestre; dalle bocche dei mal parlanti siamo passati a quelle di chi parla meglio; abbiamo invaso i giornali, i trattati, le leggi, le cattedre, il Parlamento, i vocabolari, le Accademie; e ci siamo e ci resteremo.
Abbasso i Pataracchi!"
[257]
LE PAROLE NUOVE.
(Pareri d'un senatore, d'un filologo, d'una signora, d'un ingegnere industriale e d'un bello spirito).
*
Per parole nuove intendo principalmente quelle che noi prendiamo a prestito da lingue straniere per designare nuove cose (come istituzioni, invenzioni, usanze), per le quali non abbiamo nella nostra lingua parole proprie, perchè son cose che non ebbero origine, ma furono introdotte da paesi stranieri nel nostro.
Come di altre parole e locuzioni si domanda: - È errore? Non è errore? - di queste si suol domandare: - Si può o non si può dire? O che parola italiana vi si potrebbe sostituire? - A questo riguardo, invece di stenderti un lungo elenco di vocaboli, e di ripeterti (chè altro non potrei fare) le discussioni che si fecero e si fanno sulla convenienza d'accettarne alcuni e di rifiutarne altri, e sui vocaboli italiani che potrebbero far le veci dei rifiutati, credo più opportuno il riferirti certi [258] pareri che mi furon dati intorno all'argomento da persone di dottrina e di buon senso, alcuni molti anni fa, altri di recente; dai quali tu potrai dedurre una norma generale da seguire, parlando e scrivendo.
UN SENATORE.
- Come ho da fare, signor Senatore? - domandai a un dotto toscano, scrittore elegantissimo (ahimè! son più di trent'anni, e il valentuomo è morto da un pezzo).
- Come si può conciliare la necessità d'usar le parole nuove col dovere di non offendere la purità della lingua?
Rivedo il buon sorriso arguto con cui mi rispose: - La purità della lingua? Ma nessuna lingua è pura, e non deve, nè può essere.
Non potrebbe esser pura che la lingua d'un popolo, il quale non avesse commercio nè di cose nè d'idee con alcun altro popolo, non solo, ma che, non mutando in nulla mai nè le idee nè le cose proprie, ossia, non pensando e non progredendo, non avesse mai bisogno di variare e d'arricchire il proprio linguaggio; che sarebbe perciò un linguaggio morto, e morto il popolo stesso.
Nessuna lingua è ricca abbastanza da poter designare in termini che già possegga tutti gli oggetti e i concetti nuovi che porta con sè il progresso universale di ogni forma del lavoro umano: deve quindi ogni lingua accettare e produrre continuamente nuovi termini.
La maggior parte di questi, a chi vorrebbe la lingua immobile, paiono voci impure, che la deturpino e la snaturino.
Ma le cause [259] dell'alterazione della lingua essendo inevitabili e necessarie, è così illogico e impossibile il respingere le nuove parole per amor della purità linguistica, come sarebbe il respingere le cose e le idee per conservare immutato il modo di vivere e di pensare della propria nazione.
Sono i barbarismi superflui e le parole nostre storpiate o usate in senso improprio e i traslati e i costrutti ripugnanti all'indole della lingua nazionale, quelli che la offendono e la imbastardiscono: non le parole straniere di cui non si può fare di meno.
Si può dire che macchiassero la purità della lingua i primi italiani che nominavano coi termini ora in uso tutte le nuove armi inventate dopo la scoperta della polvere? E quelli che chiamavano coi loro nomi d'origine tutti i concetti e le istituzioni che ci vennero dalla rivoluzione francese, e che fra noi hanno conservato quei nomi, non più discussi ora, e quasi neppur più riconosciuti come stranieri? E quelli che usavano per i primi le parole telegrafo, piroscafo, dagherrotipo, fotografia, e cento altre simili? Non si dia dunque pensiero per questo riguardo, perchè non offenderà la purità della lingua usando le parole nuove, e necessarie, più che non ne offenda l'armonia pronunziando o scrivendo i nomi di personaggi storici o d'amici suoi francesi, inglesi o tedeschi, che le occorra di rammentare nei suoi discorsi o nei suoi scritti.
UN FILOLOGO.
Questi esordì bruscamente: - Anche lei! Ma non c'è che il nostro paese dove la letteratura abbia tanto tempo da perdere.
Che bisogno ha [260] di pareri in una quistione di semplicissimo buon senso? Sulle parole straniere assolutamente necessarie per designar nuove cose, non c'è da discutere: bisogna usarle; e non è nemmeno il caso di dire: bisogna: s'usano, le usan tutti, e la quistione è risolta.
Il dubbio può cadere su tutte quelle voci e locuzioni nuove che servono ad esprimere nuovi aspetti di cose, nuove relazioni fra di esse, modificazioni nuove d'idee e di sentimenti, nuovi ordini di idee, principalmente in politica, in arte, in filosofia; e intendo la filosofia che è materia delle conversazioni comuni.
In questo campo, come ha detto un maestro, ci sono in ogni lingua, in qualunque momento considerata, parole e frasi straniere messe in prova, delle quali alcune rimarranno, altre saranno sostituite da altre, che l'uso formerà e farà prevalere alle prime; parole nazionali di cui si va mutando il significato; processi di differenziazione, per dirla coi matematici, che si vanno compiendo, ma che non sono interamente compiuti.
Ora, rispetto all'uso di questo materiale mobile della lingua, ciascuna nazione fa come una moltitudine in cammino; nella quale c'è chi si spinge alla testa della colonna, chi rimane alla coda e chi si tiene nel mezzo.
Lei, come scrittore, non ha da andare nè tra i primi nè tra gli ultimi; ma deve camminare fra gli uni e gli altri.
Il criterio della scelta lo ha da ricavare dall'uso.
Delle parole nuove usi quelle che s'usano generalmente e che generalmente sono capite.
Fra due parole che s'usino, una straniera e una italiana, con non determinata prevalenza di questa o di quella, ma tutt'e due egualmente intese dai più, si tenga [261] all'italiana.
E in tutti i casi in cui la parola italiana, che alcuni vorrebbero sostituire all'esotica, non è capìta dai più, non c'è da tentennare: poichè si parla e si scrive per farsi capire dai più, usi l'esotica, e non si dia altro pensiero.
Fuor di questa norma, che anche un ragazzo troverebbe da sè, non si fanno che vanissime ciance.
UNA SIGNORA.
Era una signora toscana, coltissima, che avrebbe potuto presedere un'Accademia, e non aveva ombra di pedanteria.
- Io non le posso dire - rispose - che quello che lei certamente pensa.
Si ricorda i versi del Giusti a proposito della parola diligenza?
Il cambio delle voci
Fra gente e gente, come l'ombra al corpo,
Tien dietro al cambio delle cose umane;
Nè straniero vocabolo corrompe
L'intrinseca virtù d'una favella
Quando lo stile riman paesano.
Se lei parla e scrive in buon italiano, una lingua tutta italiana di sostanza, d'impasto e di colore, nessuno dirà che parla o che scrive male per il fatto che a quando a quando usi una parola non italiana per dire una cosa che nella nostra lingua non ha ancora la parola che la esprima.
So bene che ad alcune delle parole straniere già divulgate c'è chi propone di sostituire altre parole nostre, e che, se queste calzano, e se hanno da prevalere, ciò che è desiderabile, bisogna pure che qualcuno le cominci a usare.
Ma in questo io m'attengo a una regola che mi è suggerita da un sentimento più forte di quello [262] della lingua.
Delle parole italiane che si vorrebbero sostituire alle straniere ce n'è che si posson dire senza che ne scapiti la naturalezza del discorso, e quelle le dico.
Ce n'è altre che non si possono dire senza far maravigliare e sorridere chi ascolta e senza passar per saccenti che si voglia in materia di lingua dettar la legge, e queste non le dico e non le scrivo, perchè preferisco usare un barbarismo al far ridere e all'esser tacciata di saputella.
Così non voglio e non posso dire teletta invece di toeletta, nè posa invece di consolle, nè rinfresco invece di buffé, e con buona pace del nostro buon B., dirò cupè, finchè lui od altri non abbiano trovato in luogo di quella parola qualcosa di più spiccio di scompartimento anteriore della diligenza, che quando è detto per non dire la parola barbara, è ridicolo.
Questa è la mia regola riguardo alle parole nuove: parlare e scrivere italiano quanto più puramente si può, senza far ridere; perchè nell'uso delle parole ciascuno ha un suo sentimento proprio della convenienza, al quale nessun'autorità linguistica può comandare.
Ma già dev'esser pure l'opinione sua, com'è di quasi tutti, e lei non m'ha interrogata che perchè gliela confermassi; e se le avessi espresso un'opinione contraria, non ne avrebbe tenuto nessun conto.
Stia dunque col Giusti.
L'importante è che lo stile rimanga paesano.
UN INGEGNERE INDUSTRIALE.
Sono ameni i puristi sine labe che non vogliono le parole nuove.
È perchè non vivono nel nuovo mondo.
Se ci vivessero, se sapessero il [263] numero enorme di nuove parole che hanno portato con sè e rese necessarie i progressi delle industrie minerarie e metallurgiche, il telegrafo, il telefono, l'elettricità, le macchine tessili, la stampa, e cento altre cose; se toccassero con mano che non passa quasi giorno senza che si scopra o s'inventi qualche nuovo strumento, o procedimento, o particolare di congegno o di tecnica, che non può aver altro nome fuor di quello che gli dà chi lo inventa, si sdarebbero dall'impresa per disperati.
Per ogni dieci o cento parole che occorrono, e che son prese da una lingua straniera o coniate alla meglio fra noi dalla gente che n'ha bisogno, essi ne propongono una, che dicono italiana, o meno barbara.
Ma a che pro? Chi la mette in corso? E quale scrittore ha mai fabbricato nuove parole, che sian diventate d'uso comune? D'uno dei più fecondi e popolari scrittori francesi del settecento, si dice che n'abbia coniate di suo e mandate in giro due sole; delle quali una è morta.
E, infatti, l'azione d'uno scrittore, per quanto autorevole, non è che pochissima cosa, per non dire nulla affatto, rispetto all'azione collettiva del popolo, che di certe parole nuove ha bisogno subito, e le piglia dove sono e come le trova, o se le fabbrica da sè, nel modo che gli comoda e gli garba.
Conosco una sola nuova parola italiana che in quest'ultimi anni sia stata coniata da un pubblicista, e abbia avuto una certa fortuna: ed è tramvia, che entrò nei regolamenti e nelle leggi.
Ma moltissimi che scrivono tramvia, dicono parlando tranvai, e tranvai o tram si dice dalla grande maggioranza in Toscana e altrove; e anche di quelli che usano [264] la parola ufficiale, chi la fa femminile e chi maschile, e chi pronunzia tramvia e chi tranvia, poichè il suono amv non è della lingua italiana; e non è ancor certo che a tramvia debba restar la vittoria.
Dunque? Io lascerei gridare i linguisti, e farei il comodo mio, come tutti fanno, senza il loro permesso, e come s'è sempre fatto da per tutto, da che mondo è mondo e le lingue vanno da sè, come i fiumi.
UN BELLO SPIRITO.
Quello che mi fa dispetto, in quest'affare delle parole nuove, di cui mi son molto occupato per pura curiosità, è l'ipocrisia dei pedanti: è che molti di loro condannano certe parole senza dire quali altre vi si hanno da sostituire, e qualche volta riconoscendo che non ce n'è altre; o ne propongono tre o quattro, che equivale a non proporne alcuna, perchè è un sostituire a una questione un'altra quistione; e che, in ogni caso, combattendo una parola in uso e proponendone un'altra, sono certi certissimi di fare un buco nell'acqua; ciò che vuol dire che seccano la gente sapendo di non ottenere altro effetto che quello di seccare.
Mi fa anche più dispetto il vedere che molte delle parole nuove ch'essi non registrano o bollano di barbarismi nei dizionari e nelle dissertazioni o dispute filologiche, o cancellano con tanto di frego nei componimenti dei loro discepoli, le usano poi essi stessi a tutto pasto, parlando, perchè non possono farne di meno, perchè non si farebbero capire o si farebbero canzonare usando quelle che ci vogliono sostituire.
Per esempio, io giocherei tutti [265] e due gli occhi che di tutti quanti i proscrittori del barbarismo consommé o consumé non ce n'è uno che abbia mai detto, non ci sarà mai uno che dirà in nessun luogo, in nessun caso, a nessun cameriere o cuoco o albergatore o serva d'Italia: - Mi dia un consumato o un brodo ristretto.
- E l'esempio val per cento.
O che razza di gioco a partita doppia è codesto? Se quelle parole le dicono, perchè non le scrivono? Se non osano di scriverle, perchè le dicono? Sono bene costretti a scriverne e a lasciarne scrivere tante altre che ai loro padri fecero orrore.
Ma la lingua s'altera! Ma sono secoli che si va alterando; ma tutto s'altera col tempo: i costumi, le idee, la vita, il mondo: non s'ha da alterare la lingua? Ma la vanno alterando essi medesimi, che usano molte parole non usate dalla generazione antecedente, che ne usano da vecchi molte altre, che non usavano da giovani.
Dicevano essi da ragazzi le parole: patinaggio, scatingring, fonografo, cinematografo, sport, automobile, motocicletta? E bisogna ben che le dicano ora per forza.
Io vorrei che con la macchina maravigliosa del romanziere Wells ci potessimo trasportare tutti quanti nel venticinquesimo secolo, per veder che faccia farebbero a leggere il vocabolario della Crusca del 2400! E allora, a che serve questo dire e non scrivere, prescriver con la penna e accettar con la bocca, e pensar d'arrestare una moltitudine che corre agguantando Tizio e Caio per il colletto?
[266]
*
Ma tu mi dirai che non t'ho riferito che giudizi anonimi.
Ebbene, consultiamo insieme uno scrittore grande e purissimo.
Ecco quello che ti direbbe Giacomo Leopardi, condensando in un breve discorso quanto è scritto sparsamente nei sette volumi dei Pensieri postumi.
- Conservare la purità della lingua è un sogno, un'immaginazione, un'ipotesi astratta, un'idea non mai riducibile ad atto, se non solamente nel caso d'una nazione che, sia riguardo alla letteratura e alla dottrina, sia riguardo alla vita, non abbia ricevuto e non riceva nulla da nessuna nazione straniera.
Le cose vivendo sempre, e modificandosi sempre continuamente e moltiplicandosi le conosciute, e non potendo una lingua esser mai perfettamente fornita del necessario fin ch'ella non esprime perfettamente e convenientemente tutte le cose e tutte le possibili modificazioni delle cose di questo mondo, ne segue la necessità ch'ella s'accresca sempre di nuovi modi; i quali è ben naturale che a noi italiani vengano in gran parte di fuori, perchè la vita ci viene in gran parte d'altronde.
Molte di queste parole e modi nuovi sono comuni a tutte le lingue colte d'Europa, e però sono europeismi, non barbarismi, perchè non è barbaro quello che è proprio di tutto il mondo civile e proprio per ragione appunto della civiltà, com'è l'uso di queste voci che deriva dalla stessa civiltà e dalla stessa scienza d'Europa.
E d'altra parte l'esempio dei nostri classici (quasi tutti) che hanno arricchito la [267] nostra lingua con derivar vocaboli e modi dal latino, dal greco, dallo spagnuolo o donde che sia, e li hanno resi italiani di fatto, ci ammonisce che la lingua italiana è capacissima d'appropriarsi voci e maniere d'altre lingue.
E non solo può, ma lo deve fare, perchè quanto più la nostra lingua è diligente nel non voler perdere (cosa ottima), tanto più per necessaria conseguenza dev'essere industriosa nel guadagnare, per non somigliarsi al pazzo avaro che per amor del danaro non mette a frutto il danaro, ma si contenta di non perderlo e di guardarlo senza pericoli.
Voler respingere le parole nuove è voler mettere l'Italia fuori del mondo.
Tutte sentenze d'oro, come dice il Giusti.
Ma poichè potresti esser tentato d'abusarne, seguendo l'esempio dei molti barbari che dalle lingue straniere pigliano a prestito una parola ogni dieci, ti presento come antidoto un mio amico di gioventù; la cui immagine mi salta sempre davanti quando nel parlare italiano sto per dire una parola o una frase francese, non perchè manchi alla mia lingua il modo corrispondente, ma per iscansare la fatica di cercarlo.
Ho l'onore di presentarti il visconte La Nuance.
[268]
IL VISCONTE LA NUANCE.
La famiglia dei visconti La Nuance è antica e numerosissima.
Il giovine italiano, al quale avevamo posto quel soprannome, era nobile veramente (del che non si boriava punto); ma povero come noi, figliuolo d'un esattore, e impiegato egli stesso, non ricordo in che amministrazione dello Stato.
Essendo cresciuto in Savoia, dove suo padre era stato parecchi anni, aveva imparato il francese prima e meglio dell'italiano, e quella era rimasta la sua lingua preferita, e diventata il suo vanto, la sua gloria, il vero titolo di nobiltà, del quale egli andava superbo; affermando, naturalmente, ch'era la più bella d'ogni lingua antica e moderna, superiore senza confronto e per ogni rispetto alla nostra.
Quindi le continue discussioni e battaglie che seguivano fra lui e gli amici, e le infinite canzonature che gli piovevano addosso; delle quali non si risentiva mai, poichè a un'ostinazione invincibile in quella sua idea, in quella soltanto, egli accoppiava una bonarietà inalterabile, che gli faceva tollerare anche gli scherzi più mordenti.
[269]
Ci stizziva in particolar modo il suo continuo interpolare nel discorso italiano vocaboli e frasi francesi, come se la nostra fosse una mezza lingua, che non bastasse ad esprimere perfettamente nessun pensiero; e non men di questo la ostentazione ch'egli faceva di quell'italiano infranciosato, quasi compiacendosi di non avere della lingua propria che un'infarinatura, quanto gli occorreva appunto per i suoi ristretti bisogni di impiegato.
E usava nella più parte dei casi il modo francese anche sapendo il modo italiano, poichè in ogni parola o frase di quella lingua egli sentiva o diceva di sentire una sfumatura di significato (una nuance, diceva sempre) che nella nostra lingua non si poteva rendere.
Era quasi sempre un'immaginazione sua; ma non c'era verso di sconficcargliela dal capo.
Citava un modo francese, e diceva in aria di sfida: - Sentiamo, come direste in italiano? - Noi gli citavamo un modo nostro che, per consenso di tutti, significava per l'appunto lo stesso.
Ed egli no, s'incapava a negare.
- Ci s'avvicina - rispondeva -; ma è un'altra nuance; no, ce n'est pas ça tout à fait.
- No, far riscontro non voleva dire precisamente faire pendant, averne un ramo non significava tal quale être toqué, dire di uno roba da chiodi o ira di Dio non era propriamente lo stesso che pis que pendre.
- Un'altra nuance, un'altra nuance, qualche cosa di sopraffino, l'idea d'un'idea, un nonnulla, ch'egli non sapeva dire, ma che sentiva.
E quando poi si faceva la prova inversa, aveva la faccia fresca di tradurre disinvolto in dégagé, traccheggiarsi in se dandiner e vattelapesca in que sais-je! Noi gli coprivamo la voce con una [270] urlata, ed egli rispondeva urlando: - Traducete in italiano il Marivaux, se vi riesce! Traducete il Labiche! - E tu traduci il Berni, traduci il Giusti, traduci il Parini! - Fiato sprecato.
Aveva anche il coraggio di sostenere che il francese è più musicale dell'italiano.
- Troppe vocali, troppe vocali - diceva.
- Si parla sempre con la bocca spalancata.
Per esempio, il famoso verso di Dante, nel racconto di Francesca....
- e squarciando le a con una bocca da entrarci una rapa, declamava: - Aaamor che aaa nullo aaamato aaamar perdonaaa! Ma c'è da slogarsi le mascelle! - E noi gli citavamo bellissimi versi francesi che avevano non meno a che il verso dantesco; ma non serviva, perchè l'a francese, per lui, era un'altra a, di suono più discreto dell'italiana.
Nei versi francesi sentiva armonie misteriose che al nostro grosso orecchio sfuggivano.
- Per esempio, quel celebre verso del La Fontaine, che Victor Hugo giudicò ammirabile:
Six forts chevaux tiraient un coche;
che maravigliosa, inimitabile armonia imitativa! - Di versi italiani, maravigliosi per armonia imitativa, gliene citavamo a decine.
- Ma non così fini - ribatteva - non così fini! - Andava fino a dire che era ben più dolce l'au revoir che l'a rivederci, benchè nel saluto francese ci siano come nel nostro due erre; le quali, per giunta, egli arrotava in tal modo, che, a sentirlo, pareva d'esser salutati da una sega arrugginita.
- Au rrrevoirrr! Ma non sentite che dolcezza? - E allora gli davamo del barbaro, dell'italiano rinnegato, del traditore della [271] patria; al che egli rispondeva invariabilmente: - Des bêtises! des bêtises! - guardandoci con un sorriso compassionevole, come gente di una razza primitiva, parlanti ancora una lingua rudimentale.
Di scrittori italiani parlava il meno possibile, e ci aveva le sue buone ragioni.
Quando gli chiedevamo un giudizio sopra un nostro grande scrittore antico o moderno, egli riconosceva con parole vaghe i meriti che noi ammiravamo in lui; ma soggiungeva sempre che gli pareva lourd, sans souplesse, sans finesse.
La finezza era nel suo concetto la grande superiorità della lingua francese sulla nostra, e affermava che soltanto in francese si poteva parlare con una signora con delicatezza aristocratica, senza mai stonare, senza urtar mai le convenienze e il buon gusto.
Gli domandavamo se credeva davvero che il marchese Gino Capponi e il barone Ricasoli, allora viventi, non sapessero sostenere una conversazione con una patrizia fiorentina senz'urtare il buon gusto e le convenienze.
Egli aveva l'audacia di risponderci che non li aveva mai sentiti.
Lo investivamo qualche volta fieramente.
- Come puoi giudicare della finezza della lingua italiana tu, ostrogoto lacerator d'orecchi, che dici tutto il lungo del cammino, una ragazza non si può più gentile, e giuocare un ruolo, e venir di desinare? - Perchè erano di questo conio i francesismi che egli schiantava.
E allora ribatteva trionfalmente; - Ah! Ah! Voi v'importate! È segno che non avete delle buone ragioni, che vi sentite battuti, battuti a piatta cucitura, ridotti a....
Come direste in italiano aux abois? - O vile Gallo, agli estremi! [272] - rispondevamo noi.
E lui, col suo solito sorriso di commiserazione: - È un'altra nuance; non c'è il senso comico; è un'altra nuance tutt'affatto.
Non disperavamo di persuaderlo, non di meno.
Alle volte lo pigliavamo con le buone, ragionando; gli parlavamo della grande ricchezza della lingua italiana, di cui una gran parte non è nei dizionari; della sua mirabile facoltà di adattarsi a tutti i toni, agli stili più diversi, e alla traduzione d'ogni lingua, serbando il colore dell'originale, senza snaturare l'indole propria; della grande quantità e varietà di "tipi e di conii ch'ella possiede per poter formare voci e modi d'uno stesso genere di significazione", delle innumerevoli desinenze frequentative, diminutive e disprezzative dei suoi verbi, e dell'elasticità e capacità e mutabilità stupenda del suo periodo; e cercavamo di dimostrargli che, nel più dei casi, quando una parola francese non si può tradurre in una italiana dello stesso valore, questo deriva dal fatto che la francese è usata in vari significati, per ciascuno dei quali noi abbiamo una parola propria; e via discorrendo.
Ma era come dire al muro.
Egli rispondeva che noi facevamo della letteratura, ch'egli intendeva parlare della lingua di conversazione, e ribatteva il suo chiodo, che soltanto in francese si poteva conversare con grazia e con spirito, e che al confronto del francese l'italiano era lourd, poco pieghevole, privo di nuances, una lingua d'accademici e di professori.
E noi in coro, come sempre: - Bugiardo rinnegato! - Gallaccio odioso! - Va' fuori d'Italia! - Che il diavolo t'importi! - Smettila, o t'assommiamo [273] a calotte! - E lui, col suo eterno sorriso: - È inutile.
Non mi farete demordere dalla mia opinione.
Ma quello che agli amici non era mai riuscito d'ottenere parve che l'ottenesse il Governo, trasferendolo improvvisamente da Torino, con suo grande rammarico, in non so quale città del Veneto; poichè, forse per lasciarci una buona memoria di sè, per tutto il tempo che rimase ancora fra noi, non solo non mise più sul tappeto e non accettò più nessuna discussione sulle due lingue, ma anche parlò meno francescamente del solito, smettendo, se non altro, d'ostentare certi francesismi per provocazione.
Credemmo d'aver operato noi il miracolo, e ce ne rallegrammo.
Il giorno della partenza lo accompagnammo tutti alla stazione.
Era malinconico.
Quando ci abbracciò, prima di salire nel vagone, si commosse.
- Ricordatevi di me - ci disse -, scrivetemi.
E dimenticate i nostri battibecchi per la lingua.
- Ci strinse ancora la mano dallo sportello, dicendoci con le lacrime agli occhi: - Addio! Addio! A rivederci! - E quel suo salutarci, contro il suo solito, in italiano, ci parve il segno più certo del ravvedimento, e noi pure salutammo con affetto l'amico, ridiventato italiano.
Oppresso dalla commozione, si ritirò in fondo al vagone prima del fischio della partenza.
Ma appena il treno si mosse, si rilanciò al finestrino, e con voce più commossa di prima, agitando il fazzoletto, gridò con diciotto erre: - Au revoir! Au revoir! Au revoir!
Era la frecciata del Parto.
- Trrraître! - gli rispose uno degli amici.
Ma forse egli non ci aveva tradito di proposito: [274] soltanto, nell'impeto della commozione, gli era uscito irresistibilmente dal cuore il saluto che all'orecchio suo sonava più dolce.
E così, nonostante l'ultimo ravvedimento, egli rimase per sempre nella nostra memoria il visconte La Nuance, tipo perfetto e amenissimo dell'italiano con la cresta e coi bargigli.
[275]
PER LA DIFESA DELLA LINGUA.
Fin qui, giovinetto mio, mi sono ingegnato di darti consigli e suggerimenti utili ad acquistare il possesso della lingua.
Ma, in materia di lingua, non basta acquistare, bisogna difendersi.
Tu dovrai badare di continuo a preservarti dal contagio della lingua corrotta che si parla, si scrive e si stampa, non soltanto nella tua, ma in ogni regione del paese; a respingere da te le infinite voci e locuzioni barbare, errate, strampalate, torte ad altro significato dal vero, che pullulano nel comune linguaggio parlato e scritto, e che appunto per la frequenza con cui sono generalmente ripetute, s'attaccano per modo alla lingua e alla penna di tutti, da riuscir quasi impossibile, anche a chi ci metta una cura attentissima, il preservarsene affatto.
Di questi modi da fuggire non ti faccio un elenco, perchè, anche a non citar che mezzi di quelli che conosco, ne dovrei empire decine di pagine, e ti seccheresti a leggerli; ma troverai i più comuni nel dialogo seguente; il quale seguì davvero tempo fa, con poche differenze nell'ordine e nella materia, fra quattro amici; e che, più o meno variato, si ripete certamente spesso, in ogni parte d'Italia, fra persone colte, che hanno a cuore la purità e il decoro della lingua nazionale.
[276]
A CHI LE DICE PEGGIO.
DIALOGO
fra uno scrittore, un avvocato, un professore di chimica, fisica e matematica, e un cronista di giornale, che stanno desinando in una stanzetta di trattoria.
LO SCRITTORE (al Professore).
- Dov'eravamo rimasti?
IL PROFESSORE.
- Aspetta: lascia che m'orienti un poco.
SCRITT.
- Orièntati.
E una.
PROF.
- Ne sentirai dell'altre.
Caro mio, noi non ci abbiamo nessuna colpa nel fatto che la lingua diventi sempre più scientifica, o per dir meglio, scienziata.
Non siamo noi che divulghiamo, portandolo in tutti i campi del pensiero, il nostro linguaggio tecnico, del quale non possiamo far di meno.
È il gran pubblico, sono i giornali e la cattiva letteratura che ce lo pigliano....
SCRITT.
- Già: è effetto del polarizzarsi di tutte le idee verso la scienza.
[277]
PROF.
- Hai detto bene.
Ma è un fatto, te lo confesso, di cui il nostro amor proprio si compiace.
Al vedere che ogni interruzione o lacuna di qualunque cosa diventa una soluzione di continuità, ogni scopo un obbiettivo, ogni caso un fenomeno....
SCRITT.
- E ogni mescolanza un'amalgama.
PROF.
- A sentir parlare di forza centripeta e centrifuga dell'istinto, del dinamismo dei partiti politici, di movimenti rivoluzionari sincroni e sinfoni, e di coefficienti della vittoria e d'esponenti della debolezza del Ministero, e di Parlamenti saturi d'elettricità....
AVVOCATO.
- E di atmosfera d'odio....
CRONISTA.
- E di fenomeni di capillarità psicologici....
Questa l'ho letta io.
PROF.
- Forse in una tua cronaca.
Ma io n'ho letta una assai meglio.
- Di queste consuetudini e sentimenti si forma nella gioventù un precipitato di scetticismo.
- Sei battuto.
Lasciami finire.
A sentire quante quistioni particolari sono una faccia del prisma d'una quistione generale; quanti ordini d'idee sono stratificazioni o substrati d'altri ordini d'idee, e quanti uomini e cose, quantità negative; ma più che altro al vedere quanti concetti non si sanno più esprimere senza ricorrere agli strumenti e agli apparecchi dei nostri Gabinetti, come sarebbe il barometro del malcontento popolare....
SCRITT.
- Il termometro dell'opinione pubblica.
CRON.
- Il diapason della moralità nazionale.
AVV.
- E il propulsore degli entusiasmi cittadini?
PROF.
- Benissimo; e la valvola di sicurezza [278] delle passioni....
Al sentir tutto questo, dico, io gonfio di giubilo e d'alterezza....
SCRITT.
- Fino all'ennesima potenza.
PROF.
- Lo volevo dire; perchè penso che, andando innanzi per questa strada, verrà tempo che quanti vorranno imparar l'italiano dovranno venire a scuola da noi, a studiar fisica, chimica, matematica, mineralogia, geologia....; i Vocabolari dell'uso saranno i nostri trattati.
SCRITT.
- E allora tutto si dovrà studiare, fuorchè la letteratura.
E non solo le scienze esatte, ma anche le scienze giuridiche.
Per esempio: la circostanza attenuante, la cerziorazione, la requisitoria, il verdetto, usciti dalle aule dei tribunali, sono oramai entrati da per tutto.
E quante cose si comminano, oltre le pene stabilite dalla legge! E si testimonia affetto, rispetto e riverenza.
E non sono più i soliti testimoni che depongono; sono anche i fatti.
- Una data circostanza depone in favore d'una tal persona....
- Io mi figuro la Circostanza che giura sul Vangelo di dir tutta la verità....
AVV.
- E una Ragione che cammina a suon di tamburo, col facile sulla spalla, te la figuri? È la solita Ragione che milita in favore di qualcuno o di qualcosa.
E poi che siamo nel campo militare, a me piace infinitamente la base d'operazione.
Un innamorato, per esempio, che va a stare in una villa vicina a quella della sua amata, e ne fa la sua base d'operazione! L'ho letta in un romanzo.
Mi piace anche mossa strategica riferito a un atto qualunque di piccola furberia.
E una parola che ha una data portata, come un pezzo d'artiglieria....
SCRITT.
- Io preferisco il linguaggio [279] finanziario, che va prendendo sempre più voga.
Ha certe espressioni così nobili! Fare il bilancio, per esempio, delle buone qualità e dei difetti di un amico; dire d'un uomo politico, venuto in auge, o scapitato d'autorità, che le sue azioni si sono alzate o ribassate, o, accennando ai suoi meriti e ai suoi demeriti verso il paese, che ha al suo attivo certe cose e al suo passivo certe altre....
Mi par di vederlo diviso in due colonne, come il registro d'un negoziante.
AVV.
- E dove lasciate i verbi, che sono i più bei fiori? Suicidarsi, terrorizzare, ostacolare, impossibilitare, prevenzionare, massacrare, acutizzare....
Si va acutizzando il dissidio in seno alla Commissione del Bilancio, signori!
SCRITT.
- O signori, e suggestionare?
AVV.
- Bravo, hai detto il gran verbo, il verbo factotum, che si presta a tutti i servizi.
Ora si è suggestionati da una donna, dalla fame, da un libro, da un luogo, dalle circostanze, da tutto.
Ho letto in un giornale che un certo fanale di luce elettrica, davanti a un teatro, faceva una réclame suggestionante.
PROF.
- Suggestionante, impressionante, emozionante, raccapricciante, son tutta roba del vostro magazzino, signori giornalisti.
CRON.
- Non mia.
SCRITT.
- Tu ce n'hai dell'altra.
Chi scrisse l'altro giorno nel tuo giornale: - L'uomo di Stato che è stato intervistato -? Sei stato tu, sei stato? Io son restato.
AVV.
- Non facciamo quistioni personali.
Per me, del resto, nel linguaggio delle cronache trovo bellezze ammirabili.
Per esempio: il borsaiolo o l'accoltellatore che, dopo fatto il colpo, [280] s'ecclissa, come un astro, mi pare un traslato dantesco.
PROF.
- È uno dei tanti verbi a cui si fa fare un ufficio indegno della nobiltà della nascita, come rivelare, trasfigurare....
SCRITT.
- Già: si dice che un certo puzzo rivela che il pesce è guasto, che una faccia tinta di carbone è trasfigurata.
E sono anche dei credenti nella Rivelazione e nella Trasfigurazione che lo dicono! Questo non è un errore di lingua, è un sacrilegio.
E così tutti creano, tutto si crea....
PROF.
- Un altro verbo che fa cento mestieri, come organizzare, funzionare, sistemare.
Si organizza uno Stato, un ballo, una dimostrazione, una colazione alla romana.
E tutto funziona o non funziona: un arcivescovo, una serratura, un'amministrazione, una vite, una legge, un cavatappi, un governo, la molla d'un gibus.
E c'è chi parla di sistemarsi in un nuovo quartiere....
AVV.
- E perchè no? (accennando con un'occhiata il Cronista).
S'è inteso dire poco fa: - Io ho il sistema di prendere il tè col latte la mattina, come se una colazione fosse una dottrina filosofica....
CRON.
- Sta' zitto, tu, che dicesti un giorno in tribunale che il tuo avversario deragliava.
AVV.
- Deragliai.
Ma deragli tu pure dalla buona lingua quando scrivi che s'è verificato un incendio.
Che bisogno c'è di verificare che una casa è in fiamme? E quando dici o dite che il Ministero ha conglobato in uno due progetti di legge! Oh giusto! Scrive oggi il tuo direttore che "la conversione del Ministero a sinistra s'accentua".
Doveva anche dirci su quale [281] atto o dichiarazione del Governo cade l'accento, e se è acuto o grave.
Ma già ora s'accentua anche una tempesta in mare e la peste nelle Indie.
SCRITT.
- Ma questa diventa una discussione a base di personalità.
Vi richiamo all'ordine.
PROF.
- Anche l'a base è diventato moneta corrente.
Un discorso a base d'insinuazioni, una letteratura a base di pornografia.
Ho letto in un giornale: una rissa fra due erbivendole a base di zoccolate.
SCRITT.
- È un modo di moda fra gli eleganti, come darsi il lusso di fare una cosa, posare a liberale o ad altro, aver esito negativo, fare una cosa su vasta scala, essere all'ordine del giorno.
Gabriele d'Annunzio, per esempio, è all'ordine del giorno...
CRON.
- Come un progetto di legge....
SCRITT.
- Associarsi al dolore....
CRON.
- Come a un giornale....
SCRITT.
- L'opinione pubblica che si commove, si sdegna, inorridisce.
AVV.
- Come un'attrice.
SCRITT.
- Un ministro, uno scienziato che è un valore.
PROF.
- Come una cedola del debito pubblico.
SCRITT.
- Il morale che s'abbatte e si rialza.
AVV.
e CRON.
(a una voce).
- Come un misirizzi.
SCRITT.
- L'avete detto contemporaneamente.
Notate anche quest'avverbio, che abbraccia la durata della vita d'un uomo, e s'usa per dire che due persone si voltano indietro nello stesso punto.
Ma dimenticavo le due più ammirabili.
S'annunzia che s'è fatta non so dove una strage [282] di poveri israeliti: la notizia merita conferma.
Assassini! E una regione che è teatro d'un'inondazione! Bella rappresentazione!
CRON.
- Qualche volta la notizia è meno esatta.
PROF.
- Già: un bel modo delicato di dire che è una pastocchia.
Così, per consolare i poveri disperati, si chiamano cortesemente i meno abbienti.
AVV.
- Ma queste son miserie! Volete ch'io vi dica la più preziosa di tutte? La lessi l'altro giorno.
Si riferisce a un fatto doloroso.
Ma si riesce a far ridere di tutto.
Un suicidio al sublimato corrosivo.
PROF.
- Impossibile.
È di tuo conio.
AVV.
- Ti porterò il giornale.
PROF.
- Nati di cani! Come si dice il risotto al pomodoro!
SCRITT.
- E se passassimo ai sostantivi? Riguardo a questi, quello che c'è di più curioso per me è l'uso che prevale di adoperarli a sproposito, e che deriva da una tendenza generale, morbosa, a esagerare ogni cosa.
Nove volte su dieci, anche in discorsi e in proclami ufficiali, si dice orgoglio, che è un vizio, per dire alterezza, che è un sentimento nobile, e orgoglioso invece d'altero.
Le parole alterezza e altero pare che vadano cadendo in disuso.
Così non più dignità, ma fierezza.
E si dice l'incarico di scopare come l'incarico di rispondere al discorso della Corona; aver la missione di far l'operazione del catasto in una provincia, come la missione di convertire un popolo al Cristianesimo; l'apostolato della cultura delle barbabietole; il còmpito, che era un lavoro d'ago o di maglia, o un lavoro assegnato agli scolaretti....
[283]
AVV.
- Il còmpito d'unificare la Germania....
fu il lavoro di scuola del Bismark.
SCRITT.
- Far l'apoteosi del formaggio di Gorgonzola....
PROF.
- È il parossismo dell'iperbole.
Dove lasci gl'ismi? Fra cinquant'anni ci saranno nella lingua tanti ismi che si farà rima ogni dieci parole.
Andiamo, io lancio il primo: il nervosismo delle nuove generazioni.....
AVV.
- Il rigorismo del Fisco...
CRON.
- Il confusionismo dei partiti....
SCRITT.
- Il parallelismo delle situazioni.
Ma parossismo è l'ismo prediletto.
Si serve in tutte le salse.
C'è persino chi ama i maccheroni fino al parossismo.
E anche coi sostantivi in à non si scherza.
Se ne fa un tale scialacquo, che a sentir certi discorsi, par che l'oratore picchi delle martellate in un muro....
AVV.
- Garibaldi è una grande individualità.
SCRITT.
- Il Tolstoi una celebrità, una sommità....
CRON.
- Il dottor Carle una specialità.
PROF.
- E ha molte notabilità l'Università della nostra città.
AVV.
- Che è posta in una bella località.
PROF.
- In una delle principali arterie di Torino, poichè ora si chiamano arterie le strade grandi, e non so perchè non si chiamino vene le strade minori....
SCRITT.
- Oh bravo! Poichè hai portato la nota anatomica, ricordiamo il linguaggio medico.
Ce n'è una che vale per cento: l'idiosincrasia.
Le declamazioni d'una liberale e civile idiosincrasia.
C'è chi ne va matto.
Ma anche il portar la nota è una perla.
Ora si porta la nota amena in un [284] banchetto, la nota patriottica in un'assemblea, la nota trista in una conversazione.
Di uno che ammazzò il rivale in un ballo disse ieri l'altro un giornale: che vi portò la nota tragica.
La grazia di quella nota! E a proposito: tragedia, un'altra parola che ha fortuna.
Non ci son più delitti volgari: son tutte tragedie e drammi.
(Al Cronista): Ma questa è una vostra industria letteraria per far comprare il giornale.
CRON.
- Manco a dirlo.
SCRITT.
- L'hai detta finalmente! Mi maravigliavo che non ti fosse ancora scappata.
O dove l'avete scovato codesto manco a dirlo odiosissimo che inciampiamo a ogni passo?
CRON.
- O come vuoi ch'io lo sappia? Chi è imbevuto di letteratura classica, non può dire da che classico abbia preso questo o quel modo.
Da Dante, forse.
SCRITT.
- Avete preso da Dante anche la piattaforma elettorale?
PROF.
- In questo hai torto.
Piattaforma è una parola che mi piace: larga, solida, maestosa.
Come superfetazione, che mi piace anche di più, per la sua gentilezza.
Quando sento dire che un tal progetto di legge non è che una superfetazione d'un altro, presentato da un altro Ministero, vado in solluchero.
Mi par così poetica l'immagine di quei due feti!
SCRITT.
- Ciascuno ha i suoi gusti.
Io ho il gusto degli aggettivi nuovi, semplici e partecipati, dei quali faccio uno studio particolare.
Ce n'è di deliziosi, come ora si dice.
Per esempio: sensazionale; schiacciante, riferito a un argomento; toccante: un oratore toccante: mi par di vederlo suonar la chitarra.
E scollacciato, d'un romanzo! [285] L'immagine di quel sostantivo mascolino col seno troppo scoperto, m'affascina.
E così macabro è uno dei miei amori.
Si scopre il cadavere d'una povera bimba strozzata: - scoperta macabra.
- Com'è a proposito l'immagine d'una danza, che desta quell'aggettivo! E calza bene anche l'aggettivo drammatico che accoppia all'idea d'un assassinio quella d'un'opera d'immaginazione dilettevole! E imponente detto ad un modo d'una signora d'alta statura e d'un grande incendio! E l'innocenza completa, come un tranvai! E la commedia movimentata! E il partito politico compatto, come il legno del sorbo! Elettori, andate alle urne compatti!
AVV.
- Camminerebbero un po' impacciati.
SCRITT.
- Dovresti dire marcerebbero.
Marciano anche gli avvenimenti.
Più curiosa è la voga che hanno preso cert'altri aggettivi in un nuovo significato, come grandioso, che è dei più abusati.
In questi giorni, per esempio, in un manifesto d'un'associazione è chiamato grandioso l'avvenimento dell'andata del re d'Italia a Parigi, e hanno creduto di dire, non qualche cosa di meno, ma di più che grande; perchè grande, oramai, è un aggettivo scaduto.
Ora non basta più dire che un attore è grande in una data parte: si dice che è immenso.
Anche famoso si dice a tutto pasto.
Una buona salsa? Famosa.
Un potente schiaffo? Famoso.
Una sbornia maiuscola? Famosa.
Questo vino, per esempio, è bonino; ma non così famoso come a voi pare.
PROF.
- E superbo? E magnifico? E splendido?
AVV.
- Un magnifico paio di scarpe....
CRON.
- Che calzano magnificamente.
SCRITT.
- Anzi, divinamente! Ma splendido è [286] l'aggettivo re del tempo che corre.
Splendido un par di calzoni, un viale, un artista, un programma politico, un risotto.
È diventato un aggettivo irresistibile.
Sapete che il Guerrini, per combatterne l'abuso, tenne una volta una conferenza satirica a un uditorio d'amici? Tutti ne furono persuasi; ma quando egli ebbe finito, e domandò un giudizio sul suo discorso, risposero tutti a una voce: - Splendido! - Non c'è forza che valga più a sradicarlo.
Come fanatico.
Che c'entra la superstizione religiosa? Ora si è fanatici di tutto quello che piace: d'una grande idea umanitaria come d'un bel servizio da tavola, della Divina Commedia come delle triglie alla livornese.
AVV.
- Ben detto, ben definito, come dice Azzeccagarbugli.
PROF.
- Stupendamente bene!
CRON.
- Hai il nostro plauso.
SCRITT.
- Non mi basta.
Voglio un'ovazione.
Oggi si fa a tutti e per ogni cosa.
Ma non ho finito.
Il discorso che ho fatto sugli aggettivi non è esauriente.
Quello che è più strano nell'uso invadente, a mio parere, è l'accompagnamento degli aggettivi coi sostantivi, nel quale non si riconosce più alcuna legge nè di convenienza nè di logica, mettendo fra gli uni e gli altri dei legami forzati, repugnanti al buon gusto e al buon senso.
Basterà che vi citi un esempio per suggerirvene altri cento.
Possiamo fare una gara.
CRON.
- Si dice record.
SCRITT.
- Fu un lapsus, perdonami.
Un pregiudizio riguardo a una quistione d'ordinamento delle strade ferrate si chiama pregiudizio ferroviario.
Non lo vedete correre sulle rotaie?
AVV.
- Lo vedo.
Animo.
La gara è aperta.
I [287] disinganni dei proprietari nel raccolto dell'uva: - delusioni vinicole.
PROF.
- Ansietà agrarie.
CRON.
- Ravvedimenti costituzionali.
AVV.
- Un monumento operaio! Quello eretto dagli operai cattolici a Leone XIII.
Questa è delle meglio, mi pare.
SCRITT.
- Fermi là! Vinco la gara io.
Vi porterò il documento in prova.
Il titolo d'un articolo sui miliardai americani che vanno in automobile.
Indovinate! Cedo il premio a chi indovina.
CRON.
- Tempo perso.
Favella.
SCRITT.
- Motorismo miliardario!
AVV.
- Splendido.
PROF.
- Grandioso.
CRON.
- Famoso.
L'ho scritto io!
SCRITT.
- Allora il premio è tuo.
Tu sei immenso.
La gara è chiusa.
AVV.
- Se ne può aprire un'altra.
SCRITT.
- Immediatamente.
Quella delle locuzioni frequentissime, delle quali dovrebbe bastar la ragione, il semplice buon senso a far avvertire l'erroneità e il ridicolo, perchè contengono una contraddizione di termini manifesta, o di idee, che non possono stare insieme.
Il tipo di queste locuzioni è la famosa sentenza del Prudhomme: - Il carro dello Stato naviga sopra un vulcano.
- Come si fa a dire che una data Amministrazione o un Istituto è una baracca che cammina male? Che il tal ministro ha esorbitato dalla linea retta? Un'orbita rettilinea! E suscitare un'impressione, che è come dire: sollevare una cosa in giù? Ed è scoppiato un attrito? Avanti, signori!
AVV.
- Vediamo.
Abbracciare una carriera.
[288]
SCRITT.
- È un bell'amplesso!
PROF.
- Farsi una posizione.
AVV.
- È un bel fare.
Ve ne dico una della nostra fabbrica.
Gli elementi che vanno in esilio.
"Da questo scritto, considerato a mente serena, esulano gli elementi della minaccia e dell'ingiuria."
SCRITT.
- Buona; ma non di prim'ordine.
È meglio, e si sente ogni momento: - M'è accaduto un aneddoto.
PROF.
- Come chi dicesse: m'è accaduto un racconto.
Ma val di più questa: - Una voce amica che addita la via del dovere.
- Una voce con le dita.
Trovami l'uguale.
AVV.
- Non è possibile che si possa trovare, lo riconosco.
SCRITT.
- Bella anche questa, e comunissima; ma non è premiabile.
Ci avrei un esempio del verbo trattare, in vece del semplice essere, arcifrequente.
L'ho letto in una cronaca di giornale (al cronista) non tua.
A un tale par di vedere un uomo travolto dalle acque d'un fiume; si butta giù per salvarlo; ma riconoscendo che si trattava d'un cane....
CRON.
- Ti darei quasi la palma.
PROF.
- La palma è mia.
Ve ne do una freschissima.
- Con quest'atto il Governo ha ribadito la corrente della sfiducia pubblica....
AVV.
e SCRITT.
- La gara è chiusa!
SCRITT.
- Sì! Ribadire una corrente è senza dubbio la più maravigliosa di tutte.
CRON.
- Un momento.
Ammettetene ancor una al concorso.
Son sicuro di vincere.
Attenti bene.
Il teatro era completamente vuoto!
GLI ALTRI TRE INSIEME, con una risata: - Tombola!
[289]
SCRITT.
- Facciamo un brindisi al vincitore!
CRON.
- Voi mi emozionate.
Fate troppo onore a una quantità trascurabile come son io.
(Allo scrittore): Ma, barbaro, non si dice: facciamo un brindisi; si dice brindiamo.
E poi...
GLI ALTRI TRE.
- E poi?
CRON.
- Perchè bere alla mia salute? È superfluo.
Io sto magnificamente.
Beviamo invece alla salute della lingua italiana, che, poveretta, per colpa un po' di tutti, sta male assai.
GLI ALTRI TRE.
- Evviva!
CRON.
- Non si grida più evviva.
Si grida: - Hoch! - È più di moda, e poi....
non è italiano.
TUTTI INSIEME, alzando i bicchieri: - Hoch! Hoch! Hoch!
UN CAMERIERE (tra sè, passando nel corridoio:) - Che siano artisti del Circo equestre?
[290]
CONTRO I LUOGHI COMUNI
(APPENDICE AL DIALOGO).
Caro amico,
Ieri sera, dopo il nostro desinare cruscaio, mi parlasti d'un libro che stai ponzando intorno allo studio della lingua.
Non ne ricordo gran che, perdonami, perchè avevo un po' di Chianti nel capo; ma ti suggerisco una buona idea, che mi venne in mente dopo averti dato la buona notte: a me le idee migliori vengono quasi sempre in ritardo di qualche minuto; ciò che è una gran disgrazia per un avvocato.
Dovresti scrivere un capitolo feroce, come direbbe l'Alfieri, contro i luoghi comuni.
Che vuoi? In materia di lingua io sono un mezzo barbaro: parlo male, non scrivo meglio di come parlo, e quanto a materiale linguistico appartengo alla classe dei meno abbienti, come si diceva ieri sera.
Ma odio i luoghi comuni.
Di questo stupirai.
Ma non dovresti stupire.
C'è dei poveri diavoli che hanno per istinto gusti e tendenze di [291] gran signori.
Tu hai capito ch'io intendo parlare di quel gran numero di vocaboli e traslati triti e di frasi fatte, che ricorrono continuamente nei giornali, nelle conversazioni, nei discorsi parlamentari, necrologici, inaugurali e convivali, e anche nelle lettere private dei nostri concittadini.
Ebbene, queste parole e frasi mi son venute in ira a tal punto che ogni volta che me ne cade una sotto gli occhi o m'arriva a