L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 3
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Se si paragona la lingua al danaro, si può dire che chi non ha ingegno è rispetto ad essa come un uomo quieto e assestato, senza vanità e senza desidèri, che campa con pochi soldi, e chi ha molto ingegno è un uomo pien di vita e d'ambizione, di raffinatezze aristocratiche e di voglie giovanili, che ha bisogno di spendere e di spandere.
Studi dunque la lingua anche lei, che è un gran signore intellettuale, per non ridursi poi a campare come un pitocco.
A chi studia le lingue straniere.
Mi dice un giovinetto, con accento d'alterezza: - Io studio le lingue straniere.
- Vuoi dire con questo che ti preme più di saper le lingue straniere che la tua? Non me ne maraviglierei più che tanto.
C'è degli italiani [20] che, volendo fare un viaggio di piacere e d'istruzione, vanno prima a Parigi che a Roma; ce n'è altri, i quali dicono sorridendo, con l'aria di darsi un vanto, che della più parte dei propri pensieri s'affaccia loro alla mente l'espressione francese o inglese prima che l'italiana; e conobbi anche un tale, che a un esame di geografia, dopo aver detto benissimo i confini della Persia, mise Firenze a settentrione di Bologna.
No? Tu non sei di quel numero? E tanto meglio.
Ma non sarai mai abbastanza persuaso di questa verità: che non si studia con amore, che non s'impara bene nessuna lingua straniera, se non s'è prima studiato con amore e imparato bene la propria; poichè, se imparare una lingua straniera non è altro che imparare a tradurre in questa i nostri pensieri da quella che usualmente parliamo, come si può fare una buona traduzione d'un cattivo testo? Come riuscire a dir con esattezza e con garbo in un'altra lingua quelle cose che non sappiamo dire se non confusamente e senza garbo nella nostra? E in che maniera intendere e sentire le qualità degli scrittori stranieri, se queste, in qualunque lingua, non s'intendono e non si sentono se non paragonando le parole, le frasi, le forme a quelle che loro corrispondono nella lingua che ci è famigliare? E ti seguirà anche questo: che mentre non imparerai che male altre lingue, ti si corromperà e confonderà nella mente quel poco che sai della tua, perchè, essendo poco e mal fermo, non reggerà il materiale straniero che gli verserai sopra, e ti troverai così ad aver acquistato varie mezze lingue, senza possederne una intera; sarai come chi a un vestito tutto [21] buchi ne sovrapponga un altro pieno di strappi, che riman mezzo nudo a ogni modo.
Dammi retta: fatti prima un buon vestito italiano.
A chi dice che basta leggere.
- La lingua - dicon molti - s'impara leggendo.
Lo crede davvero, signor mio? Ma se anche ella non legga che libri, dai quali la lingua si possa imparare, le dico che ella vive in una grande illusione, salvo che li legga principalmente con quello scopo, ossia badando più alla forma che alla sostanza; cosa ch'ella non fa, senza dubbio, o che può far tanto meno quanto più la sostanza dei libri l'attrae e la diverte.
Della ricchezza e della proprietà della lingua, leggendo, ella sentirà qua e là, e complessivamente, l'effetto; ma provi, finita la lettura d'un libro, a cercar quante parole e frasi le sian rimaste nella mente, in maniera da diventar sue, e da venirle poi sulla bocca o alla penna nel parlare o nello scrivere, e vedrà che poco o nulla le sarà rimasto.
La memoria della lingua non si rafforza che con l'esercizio, e nella lettura essa non si esercita.
S'impara la lingua anche leggendo, ma leggendo pochi libri molte volte e attentamente, non già molti una volta sola e di corsa, come dai più si suol fare; e l'avrà esperimentato ella pure non scoprendo che alla terza o alla quarta lettura, in libri scritti bene, una quantità di bellezze di lingua, d'effetti particolari che fanno certi vocaboli collocati in un certo punto, di ragioni profonde e sottili per cui certe espressioni, e non cert'altre, furono usate.
E se anche [22] leggendo soltanto per ispasso, s'imparasse molta lingua, come si potrebbe imparare la nomenclatura d'innumerevoli cose, di cui solo una parte minima, in un certo numero di libri, può ritrovarsi? Come apprendere la lingua viva e famigliare che, fuor d'un certo genere di letteratura, manca nei libri quasi affatto? E come acquistare l'agilità e la prontezza della mente che occorrono per maneggiare il materiale linguistico e farlo servire con garbo al pensiero? Tenga per fermo che leggendo libri per vent'anni non imparerà tanta lingua quanto studiandola di proposito un anno solo.
Legga e rilegga senza studiare, e verserà dell'acqua in un crivello.
A chi dice che s'impara la lingua dall'uso.
Qui sento un coro d'italiani settentrionali che esclamano: - Studiare la lingua! Ma la lingua s'impara dall'uso!
Da qual uso l'imparate voi, cari signori? In casa voi parlate quasi tutti e fuor di casa quasi sempre il vostro dialetto, e quando non parlate questo, parlate e sentite parlare un italiano povero e scorretto, pieno zeppo d'idiotismi e di francesismi.
In materia di lingua s'usa fra noi non toscani, perchè parliamo tutti male, una grande tolleranza reciproca, per effetto della quale nessuno studia di correggersi, e ognuno sèguita per tutta la vita a ripetere gli stessi spropositi, senz'arricchire il proprio linguaggio di dieci parole in un anno.
Anche quei pochi che hanno studiato la lingua e che, scrivendo, sono corretti e sfoggiano una certa ricchezza di vocaboli e di frasi, quando parlano, parlano poco meno [23] scorrettamente e poveramente degli altri, appunto perchè della lingua non hanno l'uso, perchè delle frasi e dei vocaboli, che cercano e trovano nello scrivere, non vien loro alla bocca, non avendoli essi famigliari, che una minima parte.
Come si può dunque imparare la buona lingua da un uso cattivo? Come imparare centinaia e centinaia di voci e locuzioni che intorno a noi nessuno dice mai? V'è mai occorso di sentir degli stranieri che credono d'aver imparato l'italiano dall'uso in dieci anni di soggiorno in una città dell'Alta Italia? V'avranno fatto scappare.
Dall'uso, fra noi, si può imparare a parlar con scioltezza; ma con proprietà, con varietà, con colorito, con grazia! Corbellerie.
Perdonatemi: m'è scappata dalla penna.
A una signorina.
O signorina, anche lei? Ma come? Metterà tanta cura ad abbigliare la sua graziosa persona e non ne vorrà metter punto a vestire i suoi pensieri? Porrà tanto studio a camminare con grazia e nessun impegno a parlar con garbo? Cercherà con tant'arte di modular dolcemente la sua voce e non le importerà di pronunziare con dolcezza parole spurie e frasi barbare? E le parrà che non abbia a studiar la lingua la donna, che per ragione di natura e per gli uffici a cui è destinata, di madre, di consigliera, d'educatrice, di consolatrice della famiglia, avrà tanti sentimenti amorosi e pensieri gentili da esprimere, tante cose da dire, delle più difficili a dire e a sentire, e che può e sa dire essa sola, e che da lei sola si vogliono udire! E [24] come farà, se non avrà studiato la sua lingua, a compiere con la voce e con la penna questi uffici, per i quali occorre conoscer della lingua tutte le grazie e le sfumature, possedere tutte quelle parole e locuzioni proprie, morbide, agili, sottili, che entrano quasi inavvertite nella coscienza e nel cuore, persuadono e commovono, accarezzano e consolano? Non è uno studio per la donna? Ma direi che è il primo studio che ella ha da fare, poichè la madre è la prima maestra dei suoi figliuoli, e perchè in ogni società colta sono, e non possono esser che le donne quelle che insegnano ed impongono nella conversazione la dignità del linguaggio, la finezza dello scherzo, l'urbanità della contraddizione.
E come si può far questo non conoscendo la lingua? Ah, ella scuote il capo, con un sorrisetto: ho capito.
È bella, ed ha vanità femminea, non ambizione letteraria, e pensa che un viso come il suo basterà, senza il sussidio del vocabolario e della grammatica, ad attirarle da per tutto l'ammirazione e l'ossequio.
Ma s'inganna, signorina.
Se sapesse che peggior effetto fa una parola brutta sur una bocca bella, e com'è più ridicola la sgrammaticatura detta con un sorriso vanitoso! E se sentisse con che barbara compiacenza le belle amiche commentano e portano in giro il piccolo sproposito dell'amica bella! Andiamo, mi confessi che ha torto, e mi conforti anche lei, almeno per un tratto di strada, della sua cara compagnia.
LA LINGUA E L'AMOR PROPRIO.
Ritorno a te, giovinetto.
Hai visto che cosa s'ha da rispondere a chi dice: - Che importano le parole? - A quella risposta debbo fare un'aggiunta, che ti persuaderà anche meglio della necessità di studiare la lingua.
In tutti i paesi del mondo sono argomento di ridicolo gli errori di lingua.
Non è qui il caso di cercare da quale intima sorgente della ragione e del sentimento questo ridicolo nasca.
Si ride degli errori dei bambini, piacevolmente, perchè nei bambini è naturale l'errore; si ride degli errori della gente del popolo, con un senso di compatimento, perchè derivano da un'ignoranza scusabile; si ride degli spropositi di chi appartiene alle classi colte, facendone le beffe, perchè sono effetto d'un'ignoranza colpevole.
E avrai osservato che si ride involontariamente, spesso a nostro malgrado, anche degli errori delle persone che amiamo e rispettiamo.
È quasi un istinto irresistibile, come al veder fare certe smorfie a chi mangia e certi traballoni a chi cammina.
[26]
Ora, com'è naturale in tutti questo sentimento, è anche naturale che tutti, chi più, chi meno, si vergognino e si stizziscano di suscitarlo.
Benchè ancora giovinetto, tu avrai visto più volte anche uomini che non hanno alcuna pretensione a letterati, e che tollerano ogni specie di scherzi, risentirsi al veder ridere d'una parola o d'una frase sbagliata che sia loro sfuggita di bocca.
Esiste veramente nell'uomo un particolare amor proprio, che si potrebbe definire l'amor proprio della parola, e che è singolarmente delicato e irritabile.
Non ti lasciar ingannare da chi lo nega e dice di ridersene.
Che cosa importano le parole? Ma l'importanza loro, che tanta gente finge di disconoscere, è dimostrata di continuo e da per tutto da infiniti segni.
Domanda a quanti bazzicano caffè e trattorie da molti anni, quante volte hanno inteso a un tavolino accanto, anche fra gente di professioni lontanissime dalla letteratura, discussioni accanite e interminabili sull'italianità o sul significato d'un vocabolo.
Vedi nei giornali che pubblicano corrispondenze dei piccoli comuni, quante volte i corrispondenti, polemizzando, si scherniscono e si dànno a vicenda dell'asino per uno svarione di lingua o di sintassi.
Interroga qualunque scrittore noto, che non abbia reputazione di strapazzar la grammatica, e ti dirà quante lettere di sconosciuti riceve, che invocano il suo giudizio sulla legittimità d'una voce o d'una locuzione, sulla quale è corsa una scommessa.
Fatti dire da maestri e da professori quante lettere ricevano da padri e da madri, che rivendicano la correttezza d'una parola o d'una frase segnata come errore in un componimento del loro figliuolo, ragionando, citando [27] esempi e accalorandosi come linguisti offesi nell'orgoglio.
E quanti battibecchi seguono negli uffici di tutte le amministrazioni, per piccole quistioni di lingua, fra redattori di minute risentiti d'un appunto linguistico e superiori feriti nel sentimento della propria autorità letteraria! E in quante assemblee un discorso per ogni verso sensato fallisce allo scopo per una frase sgrammaticata che fa ridere! E quanti sono gli uomini politici, anche illustri, al cui nome è rimasto appiccicato per tutta la vita, come un'insegna derisoria, uno sproposito di lingua, sfuggito loro una volta più per sbadataggine che per ignoranza! Vedi se importano o no le parole, e per l'effetto che producono negli altri gli errori, e per il risentimento e le amarezze che da quegli effetti vengono a noi, e se sia da darsi retta a chi sconsiglia i giovani dallo studio della lingua, come da un perditempo.
E puoi farne la prova tu stesso.
A chiunque ti dica che studiar la lingua è tempo perso, se te lo dice in italiano, prova a dir lì per lì ch'egli ha fatto un errore di proprietà o di grammatica, e vedrai che salta su, smentendo subito sè stesso, e ti rimbecca: - Come? Vuoi fare il maestro a me?...
Ma studia prima la lingua!
E qui, supponendo che tu sia oramai arcipersuaso, chiudo la triplice prefazione, e mi metto in cammino.
[28]
DEL PARLARE.
Le miserie della loquela.
La prima cosa che ti devi proporre, mettendoti a studiare la lingua, è d'imparare a parlarla correttamente e facilmente.
A darti fermezza in questo proposito gioverà più che altro la consuetudine, che tu devi prendere, d'osservare la scorrettezza, la rozzezza, lo stento, le infinite miserie e ridicolaggini del modo di parlare dei più, non già nelle classi sociali inferiori, ma in quella medesima a cui tu appartieni.
Troverai molti che, parlando italiano, perdono ogni vivacità dello spirito, come se cambiassero natura; che ti fanno sospirar mezzo minuto ogni parola, come avari a cui ogni parola costasse uno scudo, e par che le posino l'una dopo l'altra con gran riguardo come oggetti fragili e preziosi; che per raccontar la cosa più semplice e più futile fanno una lunga e lenta tiritera, che metterebbe alla prova la pazienza d'un santo.
Conoscerai altri che, per parlar corretto, si [29] rifanno ogni momento indietro a rettificar una parola o a correggere una frase, ti presentano due volte un periodo, prima in brutta copia e poi messo a pulito, ti fanno assistere a tutta la faticosa fabbricazione del proprio discorso, pezzo per pezzo e giuntura per giuntura, e quando credi che l'abbian finito, v'aggiungono ancora qualche commento e gli dànno qualche ritocco; dopo di che, affaticati dal lavoro fatto, non hanno più capo ad ascoltare la tua risposta.
Sentirai parecchi, che metton fuori ogni tanto una parola o una frase francese, o del dialetto, o del loro gergo professionale, con l'aria di non avvedersene, o di dirla per dar varietà capricciosa o colorito comico al discorso; ma in realtà perchè non sanno l'espressione corrispondente italiana; e screziano così il loro italiano per modo, che non si sa ben dire che lingua parlino, e par di sentire di quei sonatori ambulanti che suonano tre strumenti, tutti e tre malamente, in una volta sola.
Udirai certi tali, che cercano di nascondere gli spropositi come i prestigiatori fanno sparire le pallottole, assordandoti con un precipizio di parole; che per distrarre la tua attenzione dalla loro grammatica alzano la voce o dànno in risate fuor di proposito, e si mangiano a mezzo le forme verbali di cui non sono sicuri, e confondono le frasi dubbie con l'accompagnamento d'una specie di rantolo catarrale, somigliante al rugliare che fanno i cani tra l'uno e l'altro latrato.
Ma chi può dire tutte le industrie puerili e ridicole a cui si ricorre per salvare il decoro nella disperata lotta con la lingua italiana? Gli uni si riducono a parlare più coi gesti e con gli [30] ammicchi che con le parole; gli altri vanno avanti a furia d'intercalari e di luoghi comuni, coi quali coprono tutti gli sbrani e tappano tutti i buchi del discorso; questi, per prender tempo a cercare il vocabolo, sciorinano dei ma che non hanno più fine, o piantano dei però enormi, su cui s'appoggiano come sopra un bastone; quelli, per poter raccogliere il periodo che scappa da tutte le parti, fanno lunghe pause, anche nel dire una bazzecola, fingendo un lavorìo profondo del pensiero, o una distrazione improvvisa, o una svogliatezza di gente annoiata, che dica tanto per dire, senza badare a quello che dice.
Quante arti, quante fatiche e figure ridicole per iscansare il ridicolo di non saper parlare la propria lingua!
Ma per compier la mostra bisogna ricordare anche quelli che non parlano; quelli che nelle compagnie dove si parla italiano non vanno, o ci vanno come a un castigo, e ci stanno come sulle spine, senza rifiatare, o parlando il meno possibile, anche con danno proprio, e a costo di parere imbronciati o villani; quelli che, per la stessa ragione, pigliano in uggia i conoscenti, e anche gli amici italianeggianti, e da questi si fanno prendere in uggia alla volta loro, burlandoli come d'una ostentazione di saccenti e d'aristocratici; quelli che vanno più oltre, che non nascondono la propria antipatia, dandole un altro colore, verso tutti quegli italiani d'altre regioni, coi quali, per farsi intendere, dovendo trattar con loro per forza, sono costretti a parlare italiano.
E c'è ancora la famiglia numerosissima degli screanzati incorreggibili, che in qualunque compagnia si trovino, pure sapendo di non esser capiti, s'ostinano sfacciatamente a parlare il [31] proprio dialetto, a sventolare la bandiera della propria ignoranza, sulla quale hanno scritto: - Chi mi capisce, bene; chi non mi capisce, s'accomodi -; somiglianti a quegli ubbriachi allucinati, che tiran via a ragionar coi pilastri.
Ma c'è nella gran famiglia dei poveri della parola un personaggio, che tu devi conoscere più intimamente degli altri, perchè rappresenta una tendenza pericolosa e comunissima, dalla quale più che da ogni altra ti hai da guardare.
Egli sarà il primo d'una serie di personaggi singolari, che io conobbi, e che ti farò conoscere man mano, per ammaestramento e per ricreazione, nel corso del viaggio che faremo insieme.
Ti presento per il primo il signor Coso.
[32]
IL SIGNOR COSO.
Le sue qualità più notevoli erano un profondo disprezzo per l'arte della parola e un grande amore per la pesca con l'amo; il quale amore derivava in parte da quel disprezzo, perchè diceva egli stesso che spessissimo andava a pescare non per altro che per isfuggire alla noia di barattar del fiato col prossimo.
Quando lo conobbi non era più giovane; ma anche da giovane dicevano i suoi vecchi amici che era sempre stato restìo al parlare come un tirchio allo spendere.
Non che fosse propriamente taciturno: alle conversazioni degli amici prendeva parte; ma accennava ogni suo pensiero con poche sillabe, in modo informe, e masticava il resto con voci inarticolate, e con un atto del capo e un cenno trascurato della mano invitava l'uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere l'espressione dell'idea ch'egli aveva abbozzata.
Con un come si dice? si liberava dalla seccatura di dir la cosa; lasciava a mezzo ogni periodo con un insomma, tu capisci; e con la parola coso faceva di meno di mille vocaboli.
[33] Per questo gli avevan dato il soprannome di Coso.
- "Sai, questa mattina ho veduto coso, laggiù....
Dice che per quell'affare....
tu sai....
niente; salvo il caso....
ma neanche nel caso....
Tu m'intendi -".
Era questa la forma tipica del suo discorso.
- Tu sai....
coso - diceva d'un amico ammalato, e non si curava neppure di dir che era morto: indicava con un gesto che se n'era andato.
Fu lui che annunziò agli amici l'elezione del nuovo Papa, il cardinale Pecci.
- Eletto - disse.
- Chi hanno eletto? - Coso - rispose; e non pronunziò il nome che alla seconda domanda.
Era in parte affettazione, come si dice che usasse fra certi nobili francesi del secondo Impero; ma era più che altro una grande pigrizia, venuta a poco a poco a tal segno, che gli dava molestia anche il parlare degli altri.
Quando sentiva un amico esprimere, discutendo, il proprio pensiero con un periodo filato e lunghetto, lo guardava con l'aria di deriderlo per quella fatica inutile ch'egli faceva, come avrebbe guardato uno che si stroncasse a sollevare un baule per la curiosità di saper quanto pesa.
Quando il racconto di qualcuno si prolungava oltre un minuto, non faceva complimenti: chiudeva gli occhi e fingeva di dormire.
Dal tempo che andava a scuola, dove a nessun professore era mai riuscito di cavargli più di quindici righe su qualunque soggetto di componimento, egli era venuto restringendo sempre più il suo linguaggio, nel quale ai vocaboli si sostituivano i gesti, e alla pronunzia scolpita un barbugliamento d'addormentato.
Egli aveva un gesto per dire: - Non ti fidar del tale: è un briccone; - un gesto per annunziare che una [34] commedia aveva fatto fiasco, che un certo affare non premeva, che d'un altro affare non si voleva impicciare; e tutte le gradazioni dello stupore, della maraviglia, del dispiacere esprimeva con una sola esclamazione, diversamente intonata: - Oh diavolo! - E s'aveva un bel burlarlo di questa sua stranezza: egli scrollava le spalle e rispondeva: - Chiacchieroni! - Una volta sola, ch'io mi ricordi, egli fece il miracolo di esprimere senza reticenze, benchè in forma laconica, un suo pensiero filosofico, per dar ragione della sua maniera di parlare.
Udendo ripetere una sentenza del Michelet: - Nous mangeons immensément trop; - da che derivano alla società, secondo lo scrittore francese, infiniti mali, egli disse che a quella si doveva sostituire un'altra sentenza: - Noi parliamo troppo - poichè di quasi tutti i nostri guai la vera cagione era questa.
Ma non si può credere fino a che punto arrivasse nel far economia di sillabe: fino a non farsi capire dal fiaccheraio, al quale, invece di: - Alla Stazione di Porta Nuova - diceva: - Alla Nuova -; fino a non pronunziar mai che una delle due parole di cui si componesse il titolo del giornale, ch'egli chiedeva al rivenditore; fino a bandire dal suo vocabolario tutti i superlativi e gli avverbi lunghi; tanto che a sentirgli dire un giorno: irremissibilmente e un'altra volta: mortificatissimo, lo guardammo tutti stupiti.
Da ultimo, poi, avendo inteso da un amico toscano un verbo non prima conosciuto: cosare, se n'era impadronito con la gioia d'un matematico che scopre una nuova formola algebrica, e con quello s'alleggeriva anche più la fatica [35] ingrata del parlare.
Non diceva più al cameriere della trattoria che levasse l'olio dal fiasco; ma: - Cosami quel fiasco -, e così, cosare un plico, per mettervi il suggello, e a un amico, indicandogli un uscio fresco di vernice: - Bada, che ti cosi l'abito.
- Se avesse trovato nella lingua altre dieci parole come cosa e cosare, non gli sarebbe occorso altro vocabolario, e ne avrebbe avuto d'avanzo.
Poichè pensiero e parola nascono nella mente gemelli, chi si disavvezza dall'esprimere il proprio pensiero, si disavvezza a poco a poco anche dal pensare.
Questo era seguìto a lui: le facoltà di pensare e di parlare gli s'erano arrugginite ad un tempo.
Egli pensava a pensieri indeterminati, monchi e sconnessi come il suo linguaggio, e dall'inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza per ogni cosa.
È questo l'ultimo e peggior danno nel quale incorrono tutti coloro che per pigrizia rifuggono usualmente dalla fatica di tradurre il proprio pensiero in parole.
Negli ultimi suoi anni Coso non leggeva nemmeno più i giornali: si contentava di raccoglier le notizie politiche al caffè o per la strada, e quando gliele davano con troppi particolari, tagliava la parola in bocca all'amico, dicendogli: - Insomma, hanno cosato il bilancio - oppure: - alle corte, avremo un ministero Coso -, e aggiungeva un gesto che significava: - Basta, basta; ho capito; oh che fastidio!
Coso abbandonò questa valle di lacrime e di parole una diecina d'anni fa, in una città dell'Italia meridionale, dove era andato per ragion d'impiego.
E tal morì qual visse, se è vero quanto si riseppe da un suo nipote, che [36] l'assistette negli ultimi giorni: un capo armonico, a dir la verità, che potrebbe aver inventato una fiaba.
Io la ripeto com'egli la disse, affermandoci che non ci metteva nulla di suo.
Presentendo la propria fine, il buon Coso, che aveva avuto sempre religione, fece chiamare il prete.
A un certo punto il nipote, che stava all'uscio, sentì il prete dire con voce grave, in cui la pietà velava il rimprovero: - No, caro signore, io non posso acconsentire a una domanda fatta in codesto modo.
Il malato gli aveva espresso il suo desiderio con la sua parola solita: il coso.
Pensando ch'egli volesse qualche oggetto, un ricordo caro di famiglia, da rivedere l'ultima volta, il sacerdote aveva guardato intorno per la camera.
Poi, da un atto dell'infermo avendo compreso, s'era risentito.
Il coso era il Viatico.
L'infermo s'espresse meglio, e fu contentato.
Ma per poco il suo malaugurato vezzo di cosare non gli costò la salute dell'anima.
Certo quelli che si lasciano andare fino a un tal segno son rari.
Ma quanti non sono quelli che parlano presso a poco al modo di Coso; che, per infingardaggine intellettuale o per disprezzo dell'arte volgare del discorso, non dànno del proprio pensiero che briciole e sgoccioli, non mettono nella conversazione che la materia bruta del loro concetto, lasciando agli altri la cura di lavorarla, come una faccenda indegna di loro? Il mondo n'è pieno.
Ma se l'uomo si può definire "l'animale parlante", codesti non sono uomini....
sono cosi.
[37]
TRA LO SCRIVERE E IL PARLARE C'È DI MEZZO IL MARE.
Per dimostrarti che a parlar bene non basta studiar la lingua, ma occorre fare uno studio e un esercizio particolare a quel fine, ti racconto un aneddoto.
Circa trent'anni fa, ebbi una sera la fortuna di desinare con una brigata di milanesi, fra i quali c'era uno scienziato illustre, autore d'un libro notissimo di scienza popolare, che è una delle opere più eloquenti e meglio scritte della letteratura scientifica d'Italia.
Lo scienziato, ch'era un uomo d'indole vivace e di spirito argutissimo, aveva poche sere avanti rallegrato quella stessa compagnia raccontando in dialetto certi episodi comici d'un suo recente viaggio nella Scozia; e il suo racconto era piaciuto per modo, che anche quella sera, alle frutte, tutti i commensali vollero che lo ripetesse, e mi dissero parecchi, mentre egli si disponeva a parlare: - Sentirà, e riderà come non ha mai riso.
- L'illustre uomo incominciò, parlando italiano per riguardo al nuovo uditore, e andò un pezzo innanzi nel [38] racconto; ma l'uditorio, benchè avesse la miglior voglia di ridere, rimase freddo; volevo ridere anch'io, ma non potevo; mi sconcertava il disinganno che leggevo sul viso degli altri; i quali aspettavano tutti qualche cosa che non veniva mai, e parevano stupiti che non venisse, e intenti a cercarne dentro di sè la ragione.
E, infatti, il racconto procedeva male; lo sforzo che faceva il parlatore per trovar parole e frasi comiche, che poi non lo appagavano, ratteneva la sua vena; l'espressione del suo viso che, manifestando quello sforzo, discordava dalla comicità del discorso, ne distruggeva quasi al tutto l'effetto; il suo gesto stesso riusciva impacciato come il suo linguaggio; mancava al racconto la spontaneità, il colorito, la vita.
A un certo punto egli s'interruppe, facendo un atto brusco d'impazienza, ed esclamò ridendo: - Oh, lasciatemi un po' parlare il mio milanese! - e ripreso in milanese il discorso, tirò via col vento in poppa, con tutt'altro viso e tutt'altro accento, libero, arguto, amenissimo, accompagnato fino alla fine dall'ilarità unanime e sonora degli ascoltatori.
Mille casi consimili vedrai tu pure nella vita, perchè migliaia d'italiani colti, e che scrivono bene, si ritrovano, parlando italiano, nello stesso impaccio nel quale si trovò lo scienziato milanese.
E la ragione dell'impaccio sta in ciò: che fra il parlare e lo scrivere passa la stessa differenza che fra il correre ed il camminare.
Come, se non è esercitata alla corsa, anche una persona ben formata, e che ha nel camminare un portamento sciolto e elegante, corre senza leggerezza e senza grazia e rimane senza fiato dopo un breve tratto, così ogni italiano, che parli per [39] uso il suo dialetto, pur conoscendo la lingua benissimo, se a parlarla non s'è esercitato con particolare studio, se non ha acquistato con quest'esercizio la prontezza intellettuale e l'agilità meccanica necessaria al parlar bene, che è come un comporre all'improvviso, non troverà lì per lì le parole proprie, snaturerà il proprio pensiero, parlerà stentato e slavato, traballando e inciampando a ogni passo.
Vedi dunque quanto importa che, prima d'ogni cosa, tu t'eserciti a ben parlare; e dico: prima d'ogni cosa, perchè è un esercizio che puoi cominciare utilmente anche prima di metterti a studiare il materiale della lingua nel modo che vedremo poi.
E ora t'accenno i preliminari della ginnastica; dopo i quali passeremo agli attrezzi.
[40]
PER IMPARARE A PARLAR BENE.
Il parlar malamente, in chi più o meno conosce la lingua, deriva in gran parte dalla consuetudine di non pensar mai un momento, prima di aprir la bocca, al modo di dire il meglio che si può quello che si vuol dire.
E tu avvèzzati a pensarci.
Dirai: - Non s'ha sempre tempo.
- Basterà che ci pensi tutte le volte che ci hai tempo, e non tarderai a ricavarne un profitto maggiore di quello che t'immagini, perchè ti riuscirà di dir meglio che per il passato anche molte di quelle cose che sarai costretto a dire all'improvviso.
Si parla male generalmente anche per effetto della consuetudine, che si prende per pigrizia, di lasciar quasi sempre a mezzo l'espressione del proprio pensiero quando si vede che l'ha capito a volo la persona a cui si parla.
Questa consuetudine pigra ci rende faticoso e difficile l'esprimer bene tutti quegli altri pensieri, dei quali, perchè sian compresi, dobbiamo dare l'espressione compiuta.
Ebbene, e tu abìtuati, parlando, ad esprimere sempre tutto il tuo [41] pensiero, anche quando non sia necessario, come faresti se lo dovessi mettere sulla carta.
Fa' qualche volta, mentalmente, quest'altro esercizio, dopo che hai fatto o veduto qualche cosa, o sentito una commozione, o ricevuto un'impressione qualsiasi; domanda a te stesso: - Come direi se dovessi raccontare questo fatto, o descrivere questa cosa, od esprimere questa commozione? - e pròvati a farlo, supponendo di parlare a una persona colta, con la quale tu non abbia famigliarità, e di cui ti prema la stima e la simpatia.
Studia in special modo di dir bene tutte quelle piccole cose che occorre dire ogni giorno, e anche più volte il giorno; ti riuscirà facile trovarle e fissartele in mente, poichè sono, per così dire, i luoghi comuni della vita quotidiana e del linguaggio di ciascuno; e quando ti sarai avvezzato a dirle facilmente e correttamente, riconoscerai, dal vantaggio acquistato, maggiore della tua aspettazione, che nel dir male quelle piccole cose, benchè non sian molte e sian semplici, consiste principalmente il parlar male di quasi tutti.
Bada anche a questo.
Una delle nostre miserie, parlando, è l'incertezza che ci arresta nel designare certi oggetti, atti, fatti, sentimenti, per i quali sono usati comunemente due o tre vocaboli di senso affine, ma di cui è proprio uno solo; poichè, nell'atto che c'indugiamo a scegliere, perdiamo il concetto della frase o del periodo, che poi ci riescono alla peggio.
Se nel dir la cosa più semplice, come, per esempio, che siamo andati a cercare un tale a casa, che abbiamo salito quattro branche di scale, e dopo [42] aver picchiato all'uscio, sentito abbaiare un cagnolino, e una voce domandar: - chi è? - mentre scorreva il paletto - se dubitiamo un momento fra branche e rami, fra picchiato e battuto, fra uscio e porta, sentito e udito, abbaiare e latrare, domandare e chiedere, paletto e chiavistello, è facile che facciamo un brutto garbuglio d'un periodo che dovrebbe correr liscio como l'olio.
Fìssati dunque in mente le parole proprie che in tutti quei casi dubbi, frequentissimi, sono da usarsi, in modo che sian sempre le prime a venirti sulle labbra, e avrai fatto con questo un gran passo innanzi sulla via del parlar facile e corretto ad un tempo.
Un altro consiglio.
Ti accadrà spesso di sentir strapazzare la lingua italiana, e di ridere dentro di te delle parole sbagliate, delle frasi barbare e dei costrutti sgrammaticati del cattivo parlatore.
È bene che in questi casi tu t'eserciti alla critica; ma se vuoi che ti giovi, non dev'essere puramente negativa: non basta che tu noti gli errori, bisogna che tu cerchi e fissi nel tuo pensiero le parole, le frasi, i costrutti corretti corrispondenti a quelli erronei, che hai osservati; perchè, bada bene, noi burliamo assai spesso gli altri di errori che sfuggono usualmente a noi pure, e la prima cagione del nostro persistere nel parlar male è appunto la consuetudine del criticare senza correggere; per la qual cosa non ricaviamo nessun frutto degli errori altrui, che dovrebbero farci aprir gli occhi sui nostri.
Ancora un'avvertenza.
Il parlar bene richiede un esercizio vivo e rapido delle facoltà intellettuali.
Vedi che l'uomo acceso da una passione, appunto perchè ha le facoltà eccitate, parla quasi [43] sempre meglio che ad animo riposato e a mente tranquilla.
Conviene perciò, quando hai qualche cosa da dire che ti prema di dir bene, quando hai da fare un racconto, per esempio, o una descrizione o un ragionamento anche breve, che tu ti ci metta di buona voglia e con vivo impegno.
Come per fare uno sforzo fisico dài prima quasi una scossa alla volontà e tendi i muscoli e i nervi, così, nell'atto di parlare, tu devi cacciar l'indolenza e dar alla mente un abbrivo risoluto.
Ma non ti mettere alla corsa; va' adagio per ora; avvèzzati a parlare pensando, a frenarti.
A correre senza inciampare imparerai a poco a poco; devi prima esercitarti a camminar bene.
E bada sempre, nel parlare, al viso di chi t'ascolta, che è un critico muto utilissimo, perchè d'ogni parola stonata, d'ogni oscurità, d'ogni lungaggine ci vedi il riflesso, sia pure in barlume, in un'espressione di stupore, o canzonatoria, o interrogativa, o annoiata, o impaziente; anche se gli ascoltatori sian gente che, facendo lo stesso discorso, cadrebbe negli stessi errori tuoi, o assai peggio; poichè la facoltà critica è in tutti di gran lunga più acuta e più attiva quando s'esercita sugli altri che quando lavora sul suo.
In questo studio del parlare potrai avvantaggiarti molto e presto se in casa tua c'è la buona consuetudine di parlare italiano.
Se non c'è, tu devi fare il possibile, rispettosamente, per farcela entrare.
Ma....
Quello che dovrei dirti dopo questo ma lo troverai nella lettera seguente; della quale ho ritrovato la minuta sotto un monte di vecchi manoscritti.
[45]
LA LINGUA ITALIANA IN FAMIGLIA.
Cara cugina,
Ringrazio te, tuo marito e i tuoi figliuoli grandi e piccoli dell'allegra giornata che mi faceste passare in casa vostra, e mantengo la promessa, che ti feci nell'accomiatarmi, di rispondere per iscritto alle tue domande: - Ho fatto bene a metter l'uso della lingua italiana in famiglia? Ti pare che i ragazzi ne facciano profitto?
Risponderei di sì, con gran piacere, alla prima domanda, se non avessi un gran dubbio sulla risposta da dare alla seconda.
Osservai in casa tua che l'uso dell'italiano in famiglia non giova gran fatto, che, anzi, riesce quasi più dannoso che utile, se non è accompagnato dalla cura continua di parlar bene, se non è vigilato, illuminato, corretto assiduamente dal padre e dalla madre, se non si riduce, in somma, a essere uno studio costante di tutti.
Osservai nella tua famiglia, come già in altre, che i ragazzi si sono avvezzati a parlar l'italiano con troppa disinvoltura.
Sono belle [45] cose nel parlare la vivacità, la scioltezza, la sicurezza di sè; ma solo quando non derivino dal disprezzo della grammatica e dall'inconsapevolezza dello sproposito.
Ora, lascia che te lo dica, i tuoi figliuoli parlano con facilità ammirabile un italiano compassionevole, d'un tessuto tutto piemontese, ricamato d'ogni specie d'idiotismi e di modi di conio gallico, e in tutto il tempo che stetti con voi non gl'intesi correggere, nè da te nè da tuo marito, neanche una volta.
In casa vostra, per quello che riguarda la lingua, regna la più scapigliata anarchia.
Girando per le stanze, feci ai tuoi figliuoli molte domande, e sentii che a quasi tutte le cose dànno il nome dialettale o francese: chiamano tiretto il cassetto, robinetto la chiavetta, comò il cassettone, sopanta il palco morto.
A tavola, in quella discussione che fecero fra di loro intorno ai propri insegnanti, e in cui parlarono, a dire il vero, con molto brio e con molta arguzia, intesi dire dall'uno: - mi sono sbagliato, - dall'altro: - niente del tutto, - da questo: - gli ho fatto un bacio, da quell
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