L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 34
...
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AVV.
- Un monumento operaio! Quello eretto dagli operai cattolici a Leone XIII.
Questa è delle meglio, mi pare.
SCRITT.
- Fermi là! Vinco la gara io.
Vi porterò il documento in prova.
Il titolo d'un articolo sui miliardai americani che vanno in automobile.
Indovinate! Cedo il premio a chi indovina.
CRON.
- Tempo perso.
Favella.
SCRITT.
- Motorismo miliardario!
AVV.
- Splendido.
PROF.
- Grandioso.
CRON.
- Famoso.
L'ho scritto io!
SCRITT.
- Allora il premio è tuo.
Tu sei immenso.
La gara è chiusa.
AVV.
- Se ne può aprire un'altra.
SCRITT.
- Immediatamente.
Quella delle locuzioni frequentissime, delle quali dovrebbe bastar la ragione, il semplice buon senso a far avvertire l'erroneità e il ridicolo, perchè contengono una contraddizione di termini manifesta, o di idee, che non possono stare insieme.
Il tipo di queste locuzioni è la famosa sentenza del Prudhomme: - Il carro dello Stato naviga sopra un vulcano.
- Come si fa a dire che una data Amministrazione o un Istituto è una baracca che cammina male? Che il tal ministro ha esorbitato dalla linea retta? Un'orbita rettilinea! E suscitare un'impressione, che è come dire: sollevare una cosa in giù? Ed è scoppiato un attrito? Avanti, signori!
AVV.
- Vediamo.
Abbracciare una carriera.
[288]
SCRITT.
- È un bell'amplesso!
PROF.
- Farsi una posizione.
AVV.
- È un bel fare.
Ve ne dico una della nostra fabbrica.
Gli elementi che vanno in esilio.
"Da questo scritto, considerato a mente serena, esulano gli elementi della minaccia e dell'ingiuria."
SCRITT.
- Buona; ma non di prim'ordine.
È meglio, e si sente ogni momento: - M'è accaduto un aneddoto.
PROF.
- Come chi dicesse: m'è accaduto un racconto.
Ma val di più questa: - Una voce amica che addita la via del dovere.
- Una voce con le dita.
Trovami l'uguale.
AVV.
- Non è possibile che si possa trovare, lo riconosco.
SCRITT.
- Bella anche questa, e comunissima; ma non è premiabile.
Ci avrei un esempio del verbo trattare, in vece del semplice essere, arcifrequente.
L'ho letto in una cronaca di giornale (al cronista) non tua.
A un tale par di vedere un uomo travolto dalle acque d'un fiume; si butta giù per salvarlo; ma riconoscendo che si trattava d'un cane....
CRON.
- Ti darei quasi la palma.
PROF.
- La palma è mia.
Ve ne do una freschissima.
- Con quest'atto il Governo ha ribadito la corrente della sfiducia pubblica....
AVV.
e SCRITT.
- La gara è chiusa!
SCRITT.
- Sì! Ribadire una corrente è senza dubbio la più maravigliosa di tutte.
CRON.
- Un momento.
Ammettetene ancor una al concorso.
Son sicuro di vincere.
Attenti bene.
Il teatro era completamente vuoto!
GLI ALTRI TRE INSIEME, con una risata: - Tombola!
[289]
SCRITT.
- Facciamo un brindisi al vincitore!
CRON.
- Voi mi emozionate.
Fate troppo onore a una quantità trascurabile come son io.
(Allo scrittore): Ma, barbaro, non si dice: facciamo un brindisi; si dice brindiamo.
E poi...
GLI ALTRI TRE.
- E poi?
CRON.
- Perchè bere alla mia salute? È superfluo.
Io sto magnificamente.
Beviamo invece alla salute della lingua italiana, che, poveretta, per colpa un po' di tutti, sta male assai.
GLI ALTRI TRE.
- Evviva!
CRON.
- Non si grida più evviva.
Si grida: - Hoch! - È più di moda, e poi....
non è italiano.
TUTTI INSIEME, alzando i bicchieri: - Hoch! Hoch! Hoch!
UN CAMERIERE (tra sè, passando nel corridoio:) - Che siano artisti del Circo equestre?
[290]
CONTRO I LUOGHI COMUNI
(APPENDICE AL DIALOGO).
Caro amico,
Ieri sera, dopo il nostro desinare cruscaio, mi parlasti d'un libro che stai ponzando intorno allo studio della lingua.
Non ne ricordo gran che, perdonami, perchè avevo un po' di Chianti nel capo; ma ti suggerisco una buona idea, che mi venne in mente dopo averti dato la buona notte: a me le idee migliori vengono quasi sempre in ritardo di qualche minuto; ciò che è una gran disgrazia per un avvocato.
Dovresti scrivere un capitolo feroce, come direbbe l'Alfieri, contro i luoghi comuni.
Che vuoi? In materia di lingua io sono un mezzo barbaro: parlo male, non scrivo meglio di come parlo, e quanto a materiale linguistico appartengo alla classe dei meno abbienti, come si diceva ieri sera.
Ma odio i luoghi comuni.
Di questo stupirai.
Ma non dovresti stupire.
C'è dei poveri diavoli che hanno per istinto gusti e tendenze di [291] gran signori.
Tu hai capito ch'io intendo parlare di quel gran numero di vocaboli e traslati triti e di frasi fatte, che ricorrono continuamente nei giornali, nelle conversazioni, nei discorsi parlamentari, necrologici, inaugurali e convivali, e anche nelle lettere private dei nostri concittadini.
Ebbene, queste parole e frasi mi son venute in ira a tal punto che ogni volta che me ne cade una sotto gli occhi o m'arriva all'orecchio, mi dà il senso come d'una botta nel gomito o d'un urtone nel petto.
È irragionevole; ma preferisco a un luogo comune uno sproposito, e quasi quasi un'impertinenza.
Dipende dai nervi, mio caro.
Sì, tutte queste maniere viete che tutti usano, anche nel linguaggio famigliare (per iscansare altre maniere più semplici, le quali paion volgari perchè son semplici), come tributare elogi, rendere omaggio, prodigar carezze, largire favori, esser largo di cure, dar lustro al paese e a sè stesso, dare ospitalità a un articolo, render sentite azioni di grazie (questa mi fa fremere), poggiare a un'altezza (ci s'aggiunge spesso, per vezzo, non comune); e tutte quell'altre perifrasi muffite, come l'elemento divoratore, per il fuoco, e la malattia che non perdona, per la tisi, e il lenocinio della forma, e le veneri dello stile, e l'aureola della pubblica stima, e la carità del loco natìo, e le nubi che offuscano ogni specie d'orizzonti metaforici, e i guiderdoni e gli usberghi e i Palladii e i fior fiore della cittadinanza, son diventati l'afflizione della mia vita.
Ma come mai chi le rimastica non ci sente il rancidume che ammorba la bocca e vince lo stomaco? È una smania universale di fuggir la parola ovvia come un malanno.
Vedi se c'è uno [292] su cento dei necrologisti quotidiani che si contenti di dire che un galantuomo è morto! Ha esalato l'ultimo respiro, ha reso l'anima, è uscito di vita, è mancato ai vivi, ha cessato di vivere, ha chiuso gli occhi, si è estinto, si è spento; ma non è morto.
La stessa parola morte, così solenne, e che al nostro cuore par che suoni sempre per la prima volta, è giudicata ignobile: si dice dipartita, decesso, la fine.
Confessato e comunicato è troppo comune: si dice munito dei conforti religiosi.
Bella quella munizione di conforti! E quando si metterà a riposo quella decrepita Parca col suo putrefatto inesorabile? E quando si finirà di profondere la larga eredità d'affetti? Ah, chi l'ha detta per il primo si può ben vantare di non aver seminato nella sabbia! E quell'insopportabile intelletto d'amore, di cui si fa toppe da scarpe, tanto da scrivere che è fatto con intelletto d'amore anche un quadro statistico dell'esportazione dei formaggi? E quella inevitabile traccia onorata di sè, che si lascia dietro ogni scalzacane? E quella misteriosa eloquenza di cui Tizio soltanto possiede il segreto, come d'uno specifico farmaceutico? E quella maledetta ostinazione a non voler mai dire che una riunione fu allegra, cordiale, triste, per mettere invece lo scettro in mano all'allegria, alla cordialità, alla tristezza, e farla regnare? E quell'eterna banda musicale che rallegra tutti i banchetti coi lieti concenti? E quel sempiterno brillare per la loro assenza delle Autorità e degl'invitati che mancano? Il contagio di queste affettazioni obbligatorie, e dei vezzi latini in ispecie, è penetrato fin dove la luce del gas non è giunta ancora.
Vedi nelle corrispondenze [293] mandate ai giornali fin dai più piccoli villaggi.
I matrimoni, i funerali, le rappresentazioni teatrali, le deliberazioni del municipio (espressioni troppo comuni) sono annunziate come nuptialia, funeralia, theatralia, municipalia: che spocchia! Dire: nel consiglio comunale? Miserie! In seno al consiglio.
Il più vecchio dei Consiglieri, o di qualunque adunanza, è sempre il Nestore: il paese è pieno di Nestori.
E quando si seppellisce un cristiano, gli si augura leggiera la terra: una leggerezza diventata più pesante del monolito di Pianezza.
E a proposito di villaggi, non immagini la stizza che mi fa quel popolo Ebreo esulante dall'Egitto, tirato sempre in ballo nell'autunno per dire che i villeggianti se ne vanno: l'esodo dei villeggianti! Non c'è che un'altra eleganza che mi dia ai nervi a egual punto, ed è il senza por tempo in mezzo o in men che non si dica, o con la rapidità del fulmine, che intoppo a ogni passo.
Ma che Dio vi benedica con una pertica, se volete dire che un tale ha fatto una cosa in un lampo, imitatelo, ditela alla più lesta possibile, per rendere la rapidità dell'azione, con una sola parola, e non con una filastrocca.
Ma no, c'è un altro luogo comune che detesto più di quanti n'ho citati, ed è la moglie di Cesare che non dev'essere sospettata.
Chi ci libererà una volta da questa signora, Dei superiori! E siamo anche a questa, in fine: che non si possa più dire nei giornali, nè in Parlamento, nè dove diamine tu voglia, che c'è del marcio in una banca, in un ministero, in una classe sociale, o anche in una cesta di cavoli, senza tirarvi per i capelli Amleto e la Danimarca? Io c'inverdisco, parola d'onore.
[294]
Flagella dunque gagliardamente i luoghi comuni.
Per me sono uno dei primi segni che servono a distinguere gli scrittori veri dagli scrittori di dozzina.
Io che, non per finezza d'educazione letteraria, ma per istinto, ne sento il puzzo un miglio lontano, non ne trovai uno solo nel Manzoni, nel Leopardi, nel Carducci, in nessuno dei grandi maestri.
Mostrali ai ragazzi studiosi per quello che sono: germi d'infezione; perchè, non badandovi, essi s'avvezzano a usarli, e se ne fanno una provvista, e questa, ingrossando a poco a poco, finisce con soffocare in loro il sentimento della semplicità, e anche, se l'hanno, la dote rara dell'originalità della forma.
Flagella senza misericordia.
Ti parrò troppo inviperito.
Ma è perchè, pure abbominando il luogo comune, di tanto in tanto, alla sbarra, me ne lascio scappare qualcuno; non serve ch'io stia in guardia; è come un influsso dell'aria, al quale è forza ch'io soggiaccia.
Ah, vedi che ci son cascato! È forza ch'io soggiaccia! Disgraziato! Me ne vergogno, mi schiaffeggio, e ti saluto.
IL TUO AVVOCATO.
[295]
"GLI ARDIRI".
Confessioni d'uno scrittore pusillanime a uno senza paura.
Il dialogo segue in casa del primo, di nome Leone, che sta seduto allo scrittoio, coperto di fogli.
L'altro, Rompicollo di pseudonimo, gli siede di faccia.
Età dei due personaggi: vicini al pendìo dove l'età precipita.
LEONE (che ha finito di leggere un manoscritto).
- Che te ne pare? Sii sincero.
ROMPICOLLO.
- Sincerissimo.
La narrazione è ordinata, lucida, scritta bene come tutto quello che tu scrivi.
Ma c'è il difetto che è in tutti i tuoi scritti.
Ci manca una bella qualità, una sola.
L.
- Tira il colpo.
R.
- Mettiti in guardia.
Si può riferire a te il giudizio che diede un editore illustre sul modo di scrivere d'un romanziere che tu conosci: - Scrive da maestro; ma....
non c'è caso di vedergli una volta la cravatta per traverso.
L.
- Spiègati meglio.
R.
- Per spiegarmi meglio, bisogna che te la faccia un po' lunga.
[296]
L.
- Purchè tu la faccia di corsa.
R.
- Mi rifaccio a ottant'anni addietro, quando già un grande maestro osservava che negli scrittori del suo tempo la lingua italiana s'andava geometrizzando, riducendo al linguaggio magro e asciutto della ragione e delle scienze che si chiamano esatte, con grave pericolo di cadere nella timidità, povertà, impotenza, regolarità eccessiva, ch'egli rimproverava alla lingua francese dell'età sua.
Egli voleva dire che s'andava perdendo l'uso di quella libertà, di quei tanti idiotismi e irregolarità felicissime, di quelle tante licenze, o ardiri, per servirmi d'una sua parola, nei quali consistevano principalmente "la facilità, la varietà, la volubilità, la pieghevolezza, la forza insomma e la bellezza, il genio e il gusto della lingua italiana." Gli ardiri, capisci! Li definisce bene anche il Padre Cesari dove dice che i nostri antichi scrittori non procedevano sempre a passi di stretto costrutto grammaticale, che alcune cose, scrivendo, lasciavano da mettercele i leggitori, che prendevano spesso un giro o legamento che usciva dal comune, che s'allargavano fuori della via trita, tenendo l'occhio più alla sentenza che alla costruzione delle parole.
C'erano insomma nella loro lingua (tanto lontana per questo dal cader nell'arido e nel matematico) scorci, ellissi, annodature e snodature, travolgimenti di costrutto, ogni specie d'idiotismi efficaci e di belle licenze, che le davano una naturalezza e un vigore ammirabile; c'era una franchezza, un far da padroni, un coraggio....
L.
- Che io non ho.
R.
- Hai voluto la sincerità.
La maggior parte di quelle licenze o ardiri, consacrati dall'uso dei [297] classici, d'errori che erano a rigor di grammatica, son diventati bellezze.
Vezzi e grazie, dice il Cesari.
Ma sono anche concisione e forza.
Ebbene, tu non te ne servi mai.
Ma non tu solo: pochissimi se ne servono, e con parsimonia paurosa, anche fra gli scrittori toscani.
Scriviamo tutti col compasso e con le seste.
E scrivendo così, disconosciamo, offendiamo la natura della nostra lingua.
Tu m'intendi.
Le lingue, ha detto un grande scrittore francese, sono somiglianti ad antiche foreste, dove le parole e le frasi vennero su come vollero o come poterono.
Ce n'è di bizzarre e anche di mostruose; ma formano tutt'insieme, riunite nel discorso, armonie bellissime; ed è da barbari e da insensati il potarle come i tigli dei passeggi pubblici.
La lingua, aggiunge lo stesso scrittore, esce da un fondo popolare: è piena d'ignoranze, d'errori, di capricci, e le sue più grandi bellezze sono ingenue....
Perchè mi fai quel risolino ironico?
L.
(buttando il manoscritto con dispetto).
- Perchè t'affanni a sfondare una porta aperta, figliuol mio.
(Balzando in piedi).
Ah, tu non sai che tasto ingrato mi tocchi! Ma io sono più persuaso di te della verità di quanto mi dici.
Ma io sento e riconosco meglio di te quello che mi manca, e questo appunto è il tormento della mia vita.
Ma delle belle licenze, dei solecismi efficaci, degli ardimenti felici, che tu mi decanti, io ho fatto nei nostri scrittori uno studio amoroso e paziente come nessuno l'ha fatto mai, e te lo posso far toccare con mano...
R.
- E allora...
perchè non ti si vede mai la cravatta per traverso?
L.
(lasciandosi ricader sulla seggiola e con [298] accento sconsolato).
- Perchè sono un vigliacco.
R.
(ridendo).
- Eh via, amico; non ti calunniare.
L.
(con un movimento impetuoso apre un cassetto, e ne tira fuori e sbatte sul tavolino un grosso scartafaccio).
- Vedi se ti dico la verità.
Qui ci sono esempi cavati da scrittori di tutti i secoli, dai trecentisti ai contemporanei, dal Villani al Machiavelli, dal Machiavelli al Bartoli, dal Bartoli a Gino Capponi...
Guarda, sfoglia; questa è la prova della mia vigliaccheria.
R.
- Ma è una raccolta preziosa.
Io non ho mai pensato a farla.
Te l'invidio.
Tu me la devi far leggere.
L.
- E vedi se l'ho fatta con amore.
Ho diviso e ordinato gli esempi: esempi dell'uso di certe preposizioni, di certi pronomi, di certi avverbi, di certi costrutti.
Ah, tu credevi ch'io fossi compassato e geometrico per non sapere come si violano bellamente le buone regole! Ma io sento la bellezza delle licenze classiche quant'altri mai al mondo, e n'ho a mia disposizione un magazzino.
Solo ch'esse ci stanno come le monete d'oro nella cassa forte d'un avaro fradicio.
Io non le spendo per vigliaccheria.
Vedi qui, soltanto intorno all'uso del che, quante n'ho ammucchiate...
R.
- Leggi, te ne prego.
Sono curiosissimo.
L.
- Quel che, che è la mia tortura e la mia vergogna! Ti voglio svelare tutta la mia dappocaggine.
Vedi qui il Villani: - Una cosa ebbero i rettori di quello (del popolo di Firenze), CHE furono molto leali e diritti a comune.
- Vuoi credere ch'io non sarei da tanto d'usare il che in quella maniera, che mi parrebbe temerario? [299] Che ne dici? E quest'altro esempio del Sacchetti: - E pone questa sua pultiglia a mensa, CHE non è porco in terra di Roma che n'avesse mangiato.
- E neanche quest'altro che io m'arrischierei ad usare.
- Udite le mie parole, e non le abbiate a schifo per la nostra etade, CHE siamo giovani.
- E anche questo che, che sta lì a maraviglia, mo lo rimangerei.
- E uscì di Parigi, e cavalcò tante giornate ch'egli giunse a Narbona, CHE sono cento venti leghe.
- E io, cane, scriverei: - che è distante da Parigi cento venti leghe.
- E campò da quel morbo, CHE non ne campò uno sul centinaio.
- E vorrei che fosse qualche uccello nuovo, CHE non se ne trovano molti per l'altre genti, come sono fanelli e calderelle.
- Come scriverei io, per non usar quei due che, non ho la faccia di dirtelo.
Questo del Machiavelli: - Perchè dai Tarquini ai Gracchi, CHE furono più di trecent'anni.
- Io avrei scritto un orrore: - fra i quali e i primi corsero più di trecent'anni -, o forse peggio.
- Mi pasco di quel cibo che solum è mio, e CHE io nacqui per lui.
- Un anacoluto bellissimo, non è vero? E io non lo scriverei neppure sotto il bastone.
E vado innanzi, senza citar gli autori: - Diedegli un colpo in su l'elmo, CHE tutto il grifone d'ariento andò per terra.
- Io ci avrei premesso un tale o un così forte, per salvar l'onore.
- Un teatro CHE non ci toccava d'entrarvi che cinque o sei volte in tutto il carnevale...
- Cosa CHE me ne dispiace anche adesso.
- Per bisogno di danari arrandellò quella villa, CHE avrebbe potuto pigliarci il doppio.
- Epopea e storia sono due termini CHE l'uno ammazza l'altro.
- Il magnanimo fa le grandi cose con l'agevolezza CHE il comune degli uomini fa le cose [300] comuni...
Io, vile, avrei usato in quest'ultimo caso un vile con la quale, e commesso altre piccole viltà compagne nei casi precedenti...
R.
- O perchè mai, se di quei modi senti l'efficacia, e sai che sono legittimati dagli scrittori?
L.
- Te lo dirò poi.
Senti sull'uso dell'avverbio dove, che è un'altra mia afflizione, perchè lo saprei usar bene, e vi sostituisco ogni specie di locuzioni odiose.
- Con questi m'ingaglioffo...
- Hai già ricosciuto messer Niccolò, non è vero? - Con questi m'ingaglioffo per tutto il dì, giuocando a cricca, a trictrac, DOVE nascono mille contese.
- In questo caso è DOVE si riconosce la virtù dell'edificatore.
- In queste cose bisogna esser cauto, ma DOVE ne va 'l capo, cautissimo.
- Vollero farli malgrado loro santi, DOVE non era poco che fossero cristiani.
- Accanto a DOVE ora è San Francesco di Paola.
- Si fecero molte ricerche a Meda, DI DOV'era la conversa.
- Io sarei capace di scrivere: - che era il paese nativo della conversa.
- Non uno dei dove citati avrei l'animo d'usare in quella maniera.
Che te ne pare? Andiamo innanzi.
Ti secco?
R.
- Ma no; sèguita, che mi ci godo.
L.
- Sull'uso della preposizione da.
Vedrai se io so a quante belle locuzioni abbreviative e svelte si può far servire.
- Fin DA abatonzolo (da quando era abatonzolo) il fatto suo era uno spasso.
- Quello non è luogo DA andarvi di notte.
- La passione il fe' dare in falli DA non inciamparvi altro che un cieco.
- Gli dia un tema tale che i due vocaboli cadano DA dover adoperare.
- Le son cose queste DA farle e DA lodarle le donne della santa nazione; ma noi...
- Il [301] penultimo esempio è del Tommaseo, l'ultimo del Carducci.
Io farei il viso rosso, vedi, se dovessi dirti il giro ignobile di parole che avrei fatto per esprimere l'uno e l'altro pensiero!
R.
- Ma perche, in nome di Dio?
L.
- E riguardo all'uso del se, senti che ellissi efficaci, che scorci d'espressione io rifiuto per codardìa.
- Brancolando con le mani, SE a cosa nessuna si potesse appigliare.
- Il desiderio che questi signori Medici mi cominciassero adoperare, SE (quand'anche) dovessero cominciare a farmi voltolare un sasso.
- Erano saliti sui tetti, SE di là potessero veder la cassa, il corteggio, qualche cosa.
- Sei persuaso che non mi mancherebbe l'arte, se non mi mancasse il fegato?
R.
- Ma dunque!
L.
- Ma aspetta.
Io ti voglio ben persuadere che so, e che soltanto per poltroneria, non per ignoranza, scrivo come un tanghero.
Mi voglio schiaffeggiar con le mie mani quanto merito.
Passo all'uso dell'infinito.
Ecco del Sacchetti: - Il lupo entrava domesticamente nelle case, senza far male a persona, e senza ESSERNE fatto a lui.
- O nobile duca, dov'è la tua saviezza A SEDERE dove tu non dèi per dignità di re? - Tu devi essere un ladroncello A ENTRARE per le case altrui.
- E se alcuno dicesse (è Niccolò da capo) -: i modi erano straordinari, e quasi efferati: VEDERE il popolo insieme gridare contro il Senato, il Senato contro il popolo, CORRERE tumultuosamente per le strade, PARTIRSI tutta la plebe da Roma ecc., dico come ogni città...
- Com'è detto bene! E io non direi così per un biglietto da mille.
- Venendo alla seconda inginocchiazione, la fatica della prima aggiungendosi alla seconda, [302] e VOLERE far presto e non POTERE, (bellissimo!) lo costrinse a far sì, che la parte di sotto si fe' sentire.
- Ed ecco il saluto che meriterebbero da chi legge gli scrittori poltroni del mio stampo.
R.
- Ma le ragioni della poltroneria!
L.
- E quelle proposizioni incidenti, interpolate fra gli elementi d'un'altra, quasi indipendenti, e per così dir sospese nel periodo, che imitano così bene il linguaggio parlato, e dànno al discorso un andamento così disinvolto e spigliato, un così bel colore di naturalezza....
R.
- Giusto; qui t'aspettavo: sono la mia predilezione.
Vediamo se n'hai qualcuna della mia raccolta.
L.
- Ce n'ho un cassone.
- Per mia fè, che CHI MI DONASSE L'ORO DEL MONDO, non t'offenderei.
- Come pienamente si legge per Lucano poeta, CHI LE STORIE VORRÀ CERCARE.
- Il Chiodo è un chirurgo che, CHI LO PAGA BENE, tien segreti gli ammalati.
- E se tira vento, t'acceca, poichè non può stare se non intinge ogni momento le cinque dita in una gran tabacchiera, E SU SU, E QUEL CHE NON C'ENTRA SEMINA, movendo i polpastrelli aggruppati.
R.
- È detto con un garbo ammirabile.
E tu non useresti nemmeno codeste forme di sintassi, che tutti usano?
L.
- No, ch'io sia dannato! Nemmen queste.
E tutti quegli altri modi semplici e ingenui, tolti dal linguaggio famigliare, di legare un pensiero ad un altro, e d'accozzar l'uno all'altro senza legame, che sono una bellezza! Per esempio: - Il quale manifesta agli uomini certe cose che non sanno, ED EGLI LE SA.
- Questi piani, che sono in mezzo di queste montagne, sono spazzati e [303] puliti come la palma della mano, E TUTTO QUESTO FA IL VENTO.
- Venendo San Francesco a Santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo di verno, E IL FREDDO GRANDISSIMO FORTEMENTE IL CRUCCIAVA....
E il grande verso di Dante:
Vedi che non rincresce a me, E ARDO.
Sostituiamo all'e un che, come avrei fatto io, vigliacco, e facciamo un verso mediocre e floscio d'un verso che fa fremere: non è vero? Ah, tu credevi ch'io scrivessi come scrivo per ignoranza! Per esempio, ci ho un tesoro di modi ellittici preziosi, che tengo a muffire.
- Ora perchè si sappia come morì, UDII DIRE a mio padre che gli venne voglia d'andare alla stufa....
- Com'è garbata l'omissione del dirò che, ch'io mi sarei ben guardato dall'omettere! - E avendo dato a questo suo figliuolo certe carte, E CHE ANDASSE INNANZI CON ESSE, e aspettasselo da lato della badìa di Firenze....
- Disse: i nemici esser oltre numero molti: quaranta che essi erano, non far corpo da sostener contro a tanti, E I PAESANI DA NON FIDARSENE IN TALE ESTREMO.
- Per dir questo io avrei fabbricato un periodaccio doppio.
- Confortate la donna E ELLA VOI.
- Io c'avrei rificcato un conforti.
Io rispetto bassamente tutte le concordanze, io bacio la terra purchè sia sempre in perfetta corrispondenza il soggetto col verbo, e rovini il mondo! Vedi, per me è una bellezza la frase: - In questo, I SIGNORI CHI ANDAVA IN QUA E IN LÀ, E CHI 'NSÙ E CHI 'NGIÙ, e il restante, chi si nascose in un luogo, chi in un altro; - e quest'altra: - dubbiosi, mutoli, attratti, ciechi ed OGNI ALTRA INFERMITÀ VENNERO dal re -; ma (scrollando il [304] capo, con un sorriso ironico) mi farei levar la pelle prima di metter sulla carta quelle bellezze.
So bene che "una parte della Grammatica è costituita dalla somma degl'idiotismi d'una lingua, diventati un fatto", so che "la scienza della lingua consiste nel sapere e l'arte dello scrivere nell'adoperare quelle variazioni idiomatiche" che sono innumerevoli, e tutte opportunamente usabili, anche quelle di cui non c'è esempio negli scrittori; so tutto questo....
e scrivo come scrivo!
R: - Ma me lo dici una volta di che, di chi, per che ragione hai paura!
L.
(scoppiando).
- Ho paura dell'ignoranza del maggior numero, ho paura della pedanteria degli asini, ho paura di Giuseppe Prudhomme! Ecco di che ho paura.
R.
- Di Giuseppe Prudhomme? Ah, capisco finalmente!
L.
- Sì.
Tu conosci il Prudhomme, quel personaggio maraviglioso in cui Enrico Monnier ha rappresentato la scioccheria, l'ignoranza saccente, la meschinità e la pecoraggine intellettuale, inconsapevole e presuntuosa di una grande famiglia d'esseri, non soltanto della sua Francia, ma d'ogni paese del mondo.
Ebbene, io, nello scrivere, ho paura del Prudhomme italiano, e della signora Prudhomme, e dei suoi figliuoli e delle sue figliuole, e di tutti i suoi congiunti ed amici, e di tutti coloro che poco o molto rassomigliano a lui.
Quando sto per mettere sul foglio uno di quei tanti modi che abbiamo visti, e degli altri moltissimi, che ho notati, mi si leva davanti tutta quella gente, li vedo col mio libro o col mio articolo fra le mani, e li sento esclamare: - Oh che ciuco! Ma che italiano è [305] questo? Ma costui non sa la grammatica! - perchè tutte quelle licenze e arditezze che per te e per me sono bellezza e forza della lingua, per il Prudhomme e per i suoi simili sono offese alla grammatica, alla logica, al senso comune; poichè Prudhomme, liberale in politica, è in letteratura un tiranno superbo e stupido, che sputa sull'idiotismo, e calpesta ogni libertà di parola.
È il suo fantasma che mi fa geometrizzare la lingua: io faccio l'asino per paura degli asini.
Sono di coloro, di cui dice il Carducci che, per scrivere, si mettono i guanti, per parer gentiluomini ai borghesucci.
Se non che egli parla di chi ha le mani grosse e nocchiute, piene di porri, di verruche e di schianze, che i guanti non bastano a mascherare.
Ed io no: io avrei una mano ben fatta, leggera, una mano da signore; e sono i guanti che me la sformano: i grossi guanti grammaticali, tutti sgonfi e grinze e frinzelli.
E dire che m'inguanto per il Prudhomme! Che abbominio!
R.
- Eh via, tu esageri.
Il Prudhomme è una testa piccola; ma non un cretino addirittura.
Mi pare che tu lo calunni per iscusarti.
L.
- E tu lo difendi per farmi coraggio, capisco.
Ma fors'anche non lo conosci quanto me.
Io non lo conosco soltanto per i giudizi suoi che mondo ripete; ma anche per esperimento diretto che feci di lui in varie occasioni.
Ecco qua un foglio col quale lo misi alla prova.
Son tutti periodi, frasi di scrittori magistrali, che sottoposi al suo giudizio, dandoglieli per roba di sconosciuti; di quei costrutti, frequentissimi negli scrittori classici, dei quali noi ammiriamo la naturalezza e l'efficacia.
- E tutte quelle cose delle quali non è ragione naturale perchè così debba [306] essere o intervenire, non si debbono osservare nè credere.
- Ma che pasticcio è questo? - domandò il Prudhomrne.
- Costui non deve aver fatto le elementari! - Questo Castruccio, guerreggiando, e dando assai che fare ai Francesi, fra le altre nobili cose che fece fu questa.
- Oh che bella sintassi! - esclamò il Prudhomme.- Rilegga un po', tanto per ridere.
- Perchè il Prudhomme, lo devi sapere, va in estasi davanti alle inversioni latine più forzate e contorte, che gli paiono eleganze aristocratiche; ma a quelle naturali e necessarie alla lingua viva, che sono, come dice un filologo, una parte di stile diventato lingua, arriccia il naso come a volgarità di scrittori incolti.
E senti quest'altre, che sono anche più amene.
- Io so che la cagione che tanta moltitudine è qui, è solo per udire quello che più volte v'ho detto.
- A questa il Prudhomme fece una risata.
- Non c'è materia da farne proverbio, i quali generalmente si fondano sulla ragione e sull'esperienza.
- Proverbio, i quali - disse -; e chi è questo pazzo? - Era scritto che egli portato su dai tumulti di Livorno, un tumulto di Livornesi dovesse farlo precipitare.
- Commento: - Che egli....
lo dovesse....
Una grammatica da serve.
- I dodici capitani del Cairo è come se tu dicessi i dodici capitani di guerra.
- I dodici capitani è....
E chi è quest'asino? - È Daniello Bartoli, - risposi.
R.
- Codesta è incredibile.
L.
- Ma vera.
Te ne cito ancor una, che sarà l'ultima.
Lessi a un Prudhomme questa frase del Carducci: - Leggendo sì fatte cose, chi conosce discretamente la letteratura nazionale, la prima cosa che pensi è....
- Ma questa - mi disse - [307] è una costruzione da scolaretto di terza elementare.
- Capisci: secondo lui, il periodo doveva esser rovesciato!
R.
(ridendo).
- Andiamo, te lo confesso ora: avevi ragione: non ho difeso il Prudhomme che per farti coraggio.
L.
- A un vigliaccone par mio? Ma è fatica sprecata, caro amico.
E lascia ch'io finisca la mia confessione perchè voglio che tu mi disprezzi nella misura che mi spetta.
Tu non puoi immaginare fino a che segno io arrivi.
Nel racconto che t'ho letto, nel primo dialogo, avevo scritto: - Ma bada, me, tu m'hai a risparmiare.
- Vedi qua: ho cancellato il me.
- Avevo scritto: - Era un luogo destinato ad ammazzarvisi le bestie.
- Ho sostituito: - Dov'era destinato che s'ammazzassero le bestie.
- Un orrore.
Qui, dov'era scritto: - Quel ragazzaccio non gli si può dir nulla che si rivolta come un aspide -, ho corretto: - A quel ragazzaccio non si può dir nulla....
- Sì, ridi pure.
Dove avevo detto: - Mi diede che m'accompagnasse per la città il suo segretario - ...
come abbia corretto non oso dirtelo.
E nota che per ciascuno di quei modi ho i miei bravi esempi classici.
Ah, faccio stomaco a me stesso! A questa miseria son ridotto!
R.
- Amico, sei gravemente malato, lo riconosco.
Ma i malati della tua malattia, consòlati, sono molti più che non credi fra gli scrittori.
La conclusione è questa: che hai bisogno d'una cura rigorosa.
L.
- Eh, tu puoi celiare, tu che sei intrepido.
Leggendo le cose tue, non sai come t'invidio!
R.
- E dunque segui la mia via, che è assai [308] più comodo che continuar per la tua.
Io ero come te, un tempo.
E guarii senza cura.
Fu una parola di Gino Capponi il mio toccasana.
Ci sono certi motti di scrittori che operano di questi miracoli.
Egli dice in una lettera: - Io, quando piglio la penna in mano, ho sempre la voglia di farmi bastonare.
- Fu un lampo per me.
Dopo d'allora, ogni volta che pigliai la penna, saltò addosso a me pure quella voglia, ma doppia: di buscarne e di darne ad un tempo.
L'immagine del Prudhomme italiano, critico di lingua, che a te fa tanto spavento, a me mette il diavolo in corpo.
Io ci ho un gusto matto a provocarlo con la penna, a irritarlo, a farlo strillare, e mentre me lo immagino fuor della grazia di Dio, rido di lui, e batto più forte.
Dar delle urtonate al buon gusto del Prudhomme, schiaffeggiare la sua pedanteria, sfondare a pugni e a calci la sua grammatica tarlata, è per me una sodisfazione indicibile.
Pròvatici, e vedrai che piacere ci troverai tu pure.
Eccoti la cura della tua malattia: la lotta.
Rimbòccati le maniche, e picchia.
L.
(guardandolo).
- Ti ammiro.
Io, invece, rassomiglio a quel pittore che passava delle giornate davanti al suo quadro, esclamando: - Ah, se osassi! Se osassi! - Ma a che serve? Come dice don Abbondio, il coraggio uno non se lo può dare.
E sì che per darmelo ho tentato ogni mezzo; perfino....
(dopo un momento d'esitazione) quello di bere del cognac prima di mettermi a scrivere.
R.
- E allora osavi?
L.
- Sì, ma (vergognandosi) la mattina dopo....
cancellavo.
[309]
R.
- Ma oggi tu devi farla finita.
Tu devi giurar qui, in mia presenza, stendendo la mano sul tuo scartafaccio, guerra implacabile al Prudhomme!
L.
(scrollando il capo).
- Sarebbe un giuramento di marinaro.
(A un tratto, tendendo il pugno).
Ah, come l'odio!
R.
- Chi odia teme.
Fin che lo temerai, non lo affronterai.
Fa' il giuramento.
L.
- Ebbene, andiamo: giuro.
R.
- Guerra a morte?
L.
(con viso truce, ma con accento fiacco).
- A morte.
R.
(tra sè, guardandolo di sott'occhio).
- Non si batterà.
Non c'è altro.
Requiescat in pace.
[310]
L'ALTO LÀ DELLA GRAMMATICA.
Alto là, signorino.
Le ho da parlare.
Non mi guardi bieco.
Non le ho gridato che per celia l'alto là soldatesco.
Non sono più la dura tiranna che molti credono; non considero più come offese mortali ogni rifiuto di cieco ossequio, ogni minima licenza o confidenza che si prenda la gente con me.
Essendomi persuasa che, come tutte le cose di questo mondo, son destinata anch'io a mutare col tempo, mi vengo piegando man mano a transigere coi diritti dell'uso, con la ragione dell'armonia, con molte piccole convenienze dell'arte che una volta disconoscevo.
Ma non vorrei che per queste ragioni ella si credesse lecito di buttarmi tra i ferravecchi, che sarebbe anche un gran male per lei, com'è per tutti quelli che gliene dànno l'esempio; e però voglio che c'intendiamo bene, che ella sappia da me quanto posso concedere, e quanto credo d'avere ancora il diritto di vietare.
Dirà lei che questo è il linguaggio d'una tiranna?
E veda, a provarle quanto sono arrendevole dovrebbe bastare quel lei; col quale entro in [311] materia.
Io volevo una volta che nel caso retto s'usasse sempre egli, e ora lascio dire lui e lei in tutti i casi in cui il significato della frase s'appoggia sul pronome, che deve perciò far rilievo.
Quindi: - È lui che l'ha detto.
- Lo saprà lui, io non lo so.
- S'impanca a filosofo, lui! - sta bene.
Ma che bisogno c'è di dire: - Me lo dice lui stesso? - Andai senza che lui lo sapesse? - Mi valsi delle ragioni che lui addusse? - Questo non è più uso giustificato; ma profusione dell'idiotismo, inutile e ristucchevole.
E così eglino ed elleno son pronomi diventati arcaici, ridicoli nel parlar famigliare e un po' pedanteschi anche nella prosa letteraria; ma non vi si può sostituire essi ed esse, che sono pur sempre dell'uso comune, invece di quello sfacciato loro, che molti vogliono in ogni caso, forse non per altro che per vilipendermi? E perchè bandire questi, quegli e altri al nominativo singolare, per sostituirvi questo, quello e un altro, sempre, anche quando non sono richiesti dal carattere famigliare del discorso? E perchè usare a tutto pasto lei invece di ella, quando ella è ancora vivo e comunissimo nell'uso dei Toscani, i quali dicono l'uno o l'altro secondo che vuole l'orecchio o il diverso grado di famigliarità che hanno con la persona a cui si rivolgono? E consento che si dica e scriva gli in luogo di loro e a loro, quando il loro dà impaccio, come nell'esempio: - Vuoi dare del vino ai ragazzi? Non voglio dargliene -, perchè: - non voglio darne loro o loro darne - sarebbe troppo duro all'orecchio; ma non che si dia lo sfratto a loro come a una parola intollerabile per sè, e che si scriva, ad esempio: - Fermò i suoi compagni [312] e gli disse -, dove il gli è una sgrammaticatura gratuita, più sgradevole a due doppi del loro.
E non mi si dica che, ragionevolmente, dovrei essere inflessibile, e aver per massima: - O sempre o mai -, perchè, ammettendo questo, io mi dovrei disfare e rifare per metà: non dovrei permettere di dir come me e come te; nè glielo dissi riferito a femmina; nè consentire che s'usi il verbo nel plurale con un nome collettivo singolare, come nell'esempio: - La gente vanno -; nè tollerare che si riferisca un verbo in singolare ad un soggetto plurale, preceduto o no da un di partitivo, come nelle frasi: - Non c'è cristi.
- C'è dei birboni.
- Malati non ce n'era.
- Può nascer di gran cose -; licenze che io consento, come altre moltissime, perchè per una parte io sono costituita da leggi generali della ragione immutabili, e per un'altra parte non sono che il codice degl'idiotismi della lingua; onde ne vengo accettando sempre di nuovi, benchè adagio adagio.
Per continuare: chiudo gli occhi sul lo proaggettivo (per esempio: "non fosti generoso, ma lo saresti stato") quando sonerebbe troppo ingrato il tale, che i miei devotissimi usano, o sarebbe uggiosa la ripetizione dell'aggettivo, o il non dir quello nè ripeter questo lascerebbe nella frase un vuoto anche più sgradevole.
Lascio passare, quando cadono opportuni, tutti quei costrutti viziosi, come: - A me non me ne vien nulla; a chi sa mostrare i denti gli si porta rispetto, ecc., - che sono frequentissimi, e per ragion di suono quasi inevitabili nel linguaggio parlato.
Permetto il volgare cosa per che cosa, e il costrutto toscano noi si fa, noi si dice, e il gli e il la soggetti pleonastici ogni [313] volta che servano a riprodurre fedelmente un discorso famigliare o di gente del popolo.
Gabello, infine, tutti gli anacoluti più arditi in tutti i casi in cui per mezzo loro si scansa di dar alla frase una rigida forma grammaticale che nuocerebbe alla chiarezza, alla naturalezza, all'efficacia, e quando, come disse un maestro, s'usa l'anacoluto per non mettere altrimenti in contraddizione un pensiero ingenuo, immediato o semiserio con una maniera d'esprimerlo riflessa, compassata o seria.
Ma (e qui siamo al nodo) se do il dito, non voglio che mi si pigli la mano, e poi il braccio, e poi tutta la persona.
Voglio che non s'usino se non gl'idiotismi necessari o utili; che tra due locuzioni di eguale naturalezza ed evidenza, una sgrammaticata e una corretta, si scelga sempre quella corretta; che non si consideri, come molti fanno, ogni idiotismo come una gemma per la sola ragione che è un idiotismo; che non si creda ogni licenza ugualmente lecita così nella riproduzione d'un dialogo famigliare come in un discorso letterario, così nel far parlare un uomo del contado come quando parla lo scrittore in persona propria; che all'antica tirannia della Grammatica, non si sostituisca il dispotismo della Sgrammaticatura, e all'ostentazione dell'eleganza la sfacciataggine della volgarità; che non si calpesti ogni legge del galateo linguistico, cascando nel linguaggio mercatino per non cascare nel linguaggio accademico; che, infine, perchè s'è buttata via la parrucca e la cipria, non si creda un dovere il mettersi anche in maniche di camicia e l'andare attorno con la faccia sporca.
Ho detto, signorino.
[314]
QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE DAI TOSCANI.
Se t'accadrà, fin che sei giovane, di fare, un soggiorno breve o lungo in Toscana, sarà per te una buona fortuna, perchè, volendo, imparerai là in un mese dalla voce della gente più che in un anno altrove dallo studio dei libri.
Se questa fortuna non avrai, t'occorrerà senza dubbio, nella tua o in altre città d'Italia, di conoscere e di frequentare toscani.
Ebbene, ti raccomando fin d'ora d'ascoltarli sempre con gli orecchi bene aperti, e di studiare attentamente il loro linguaggio, in special modo se saranno fiorentini.
Non soltanto molto materiale di lingua potrai imparare da loro, essendo gran parte dell'uso fiorentino presente, come tutti sanno, l'uso fiorentino antico, che diventò lingua letteraria comune a tutta Italia; ma, quello che più importa, la proprietà, la spontaneità, la prontezza dell'espressione, che son quello che manca a noi principalmente.
Perchè corre fra noi e loro questa gran differenza, come osservò giustamente un linguista illustre: che a noi, parlando, per dire una data cosa, vengono quasi [315] sempre sulla bocca due modi: il dialettale e uno o più modi italiani, fra i quali dobbiamo scegliere; e a loro viene un modo solo, quello che dice per l'appunto quella data cosa, quello che è il più proprio, e che tutti i loro concittadini usano in quello stesso caso; donde la facilità, la sicurezza, la precisione del loro parlare, dove il nostro è quasi sempre opera di stento e d'artifizio.
Possono qualche volta anche i toscani stentare e riuscire artifiziosi, quando hanno da esprimere un pensiero nuovo o insolito o complesso, perchè in tal caso cercano essi pure, se non la parola, la frase, e il modo di collegare le frasi; ma nel dire le infinite cose comuni, che sono argomento quotidiano di discorso, tutti sono sempre pronti, spontanei e semplici; non tentennano perchè non hanno dubbî; non sbagliano perchè non possono sbagliare.
Fa' bene attenzione.
Vedrai quanti modi piani e agili hanno d'esprimere pensieri che noi esprimiamo di solito in forma ricercata e pesante; in quanti casi fanno un salto con la frase dove noi facciamo più passi; in quant'altri scansano con una mossa snella e garbata l'intoppo che noi urtiamo, o arrivano con la parola un tratto di là dal punto dove noi crediamo che la sua potenza si arresti.
E anche nel parlare di quelli che non hanno cultura nessuna, osserverai certi modi di legar le proposizioni, certe forme armoniche di sintassi, certe abbreviature di frase efficacissime, che negli scrittori ti parrebbero effetti di arte meditati, e sono pregi naturali del loro linguaggio.
E sentirai da loro a ogni tratto una parola inaspettata, che è come un tocco di pennello dato all'idea, che tu non sapresti dare con [316] altra parola; espressioni ingegnose, graziose e comiche, eleganze e arguzie felici, che non sono proprie di chi parla, ma di tutta la sua gente, e tanto più efficaci per questo, che gli vengon via come da sè, e l'una incalza l'altra, e nessuna ti fa pensare che sarebbe più calzante un'altra al pensiero.
E bada bene a loro anche quando parli tu, ed essi t'ascoltano: uno schiarimento che ti chiederanno, un'ombra leggiera di stupore o di dubbio, che passerà sul loro viso, o un sorriso leggerissimo, o una ripetizione emendata, che faranno quasi senza volerlo, dell'espressione d'un tuo pensiero, t'avvertiranno che t'è sfuggita una parola impropria, e perciò non chiara, invece della propria, un'espressione letteraria in luogo della famigliare, una frase affettata in cambio di quella semplice, ch'essi avrebbero usata in quel caso.
Che sono mai i pochi idiotismi che ai toscani si rinfacciano per rincalzar la stramba affermazione che essi parlino un dialetto come gli altri, di fronte alla ricchezza, alla finezza, alla grazia, alla mirabile armonia pittrice del loro linguaggio? E che stupido orgoglio è quello che non vuol riconoscere in loro una superiorità, della quale ci avvantaggiamo tutti, poichè tutti attingiamo alla loro lingua quando non ci basta la fonte degli scrittori e dei dizionari, e che cocciutaggine il non voler riconoscere che si parli meglio l'italiano in quella regione, che fu la culla della lingua, ed è la sola in cui la lingua si parli da tutti? Ma tu non sarai di questi, certamente.
Se andrai in Toscana, tu t'immergerai, nuoterai con piacere infinito in quell'onda di lingua viva e pura, alla cui armonia ti parrà che consuoni [317] quella che spira nelle linee dei monumenti di arte maravigliosi, che ti sorgeranno d'intorno; e ti parranno dolci anche quegl'idiotismi di pronunzia, che prima deridevi, quando penserai che sonarono pure sulle labbra degli scrittori e degli artisti immortali che il mondo venera; e con l'amore della lingua e con l'ammirazione dell'arte nascerà nel tuo cuore un sentimento di gratitudine affettuosa e profonda per quel popolo, primo custode del tesoro della nostra parola, dotato d'ogni facoltà più gentile e del più squisito senso della bellezza; di quel popolo al quale dobbiamo tanta parte della nostra gloria, che, a immaginarlo assente dalla storia italiana, non ci appare più la immagine della patria che con la corona smezzata sulla fronte.
[318]
IL DOTTOR RAGANELLA.
Era stato un pezzo in Toscana il dottor Raganella; ma dai toscani non aveva imparato nulla, perchè non li aveva mai lasciati parlare.
La parola, soleva egli dire, è il più bel dono di Dio.
Noi dicevamo che il dono a lui era toccato un po' troppo abbondante.
Ma per fortuna non era che dottore in legge, non esercitava l'avvocatura, non rintronava la testa che agli amici.
Si vantava d'avere una grande facilità di parola.
Ed era vero: aveva una facilità spaventevole.
E sarebbe riuscito eloquente se fosse stato persuaso della verità detta dal Bonghi: che gli uomini dotati di parola facile si debbono assoggettare più degli altri a una disciplina rigorosa per non cadere nella prolissità, con la quale non c'è eloquenza nè stile.
Non erano discorsi i suoi: erano cascate, frane, diluvi di parole.
Non intaccava, non si posava mai, e parlava sempre più in fretta via via che il suo discorso s'allungava.
Disse un poeta francese ad un giovane: Se tu riuscirai a parlare dieci ore di seguito senza sputare, sarai [319] padrone della Francia -: egli avrebbe dovuto esser padrone dell'Italia.
Dopo averlo inteso discorrere per un quarto d'ora, restava a tutti una romba nell'orecchio come quando ci passa accanto a grande velocità un treno di strada ferrata.
Egli aveva l'illusione, comune a tutti i parlatori troppo facili, che la rapidità vertiginosa del discorso impedisca la noia in chi ascolta; quando segue invece l'opposto, perchè in quella furia essi non hanno tempo nè modo di dar rilievo e colore a nessun concetto o parte di concetto, e riescono però necessariamente uniformi.
E accadeva pure a lui, come a tutti gli altri suoi simili, che avendo coscienza di quella mancanza di rilievo e di colore, cercava di supplirvi ripetendo più volte l'espressione d'ogni pensiero, a modo di quel giornalista verboso d'uno scherzo comico del Ferrari, che incomincia un discorso col verso
So, conosco, m'è noto e non ignoro,
e va innanzi così fino alla fine.
E pure la soverchia facilità di parola lo portava a non far grazia, raccontando un fatto qualsiasi, di nessuno anche minimo e più futile particolare, di modo che se aveva da dire, per esempio, ch'era stato a visitare un amico, diceva per quali strade era passato e che cosa gli era frullato pel capo camminando, e poi: - "Salgo le scale, suono il campanello, m'aprono, domando: - È in casa? - È in casa, - vado avanti, entro nel salotto...." e via su quest'andare.
E come di ragione, non lasciandogli tempo di riflettere la troppa foga, parlava scorretto, come tutte le raganelle umane.
Il suo eloquio era un torrente impetuoso che [320] travolgeva improprietà, sgrammaticature, riempitivi, cacofonie, contraddizioni e vesciche.
Non di meno, la prima volta che l'udivano, alcuni l'ammiravano.
- Che ammirabile facondia! - dicevano.
Ma facondia non era la parola che facesse al caso.
Si poteva dire di lui quello che uno scrittore disse d'un suo critico, il quale scriveva come il dottor Raganella parlava: - La buona educazione mi vieta di definire con la parola propria le fughe del suo stile.
Ciò non ostante egli ci divertiva, qualche volta; in special modo quando faceva uno sfogo di collera contro qualche suo nemico, quando si metteva a gridare, per esempio: - Gridi pure, strepiti, strilli, minacci, tempesti; non mi lascerò smovere: sono deciso, risoluto questa volta, irremovibile, inflessibile nel proposito di far quel passo, e vi accerto, v'affermo, vi giuro sul mio onore....
- Fèrmati! - gli dicevamo -, e bevi un sorso....
- o gli cantavamo l'aria del Matrimonio Segreto:
Prenda fiato, prenda fiato,
Seguitare poi potrà.
E come parlava nel calore della passione, così nello scherzo.
Gli venivano spesso dei motti arguti; ma ne sciupava sempre l'effetto ripetendoli, parafrasandoli, commentandoli, fin che ce li faceva tornare a gola, come bocconi indigesti.
E quale nel parlare era nello scrivere.
Tirava via con la rapidità che usano gli attori quando fingono di scrivere sulla scena: letteroni d'otto pagine, in cui le proposizioni si succedevano senza legame grammaticale, e le ripetizioni cadevano l'una sull'altra come le fette di salame [321] accanto al coltello, e ad ogni pagina la lettera ricominciava.
Ma del più bel dono di Dio non abusava soltanto per esprimere il pensiero proprio; anche per parlare per conto nostro, come fanno tutti i parlatori irrefrenabili, che non vogliono star a sentire i discorsi degli altri.
Egli rompeva in bocca all'amico il ragionamento o il racconto, e lo finiva per lui: - Ho capito: tu gli hai risposto così e così, lui ha replicato in codesto modo, tu hai perso la pazienza, e l'hai piantato, non è vero? E hai fatto bene, e io feci lo stesso in un caso simile che m'occorse appunto....
- E non serviva dirgli: - Fa' il comodo tuo; quando avrai finito tu, ricomincerò io -; sorrideva e tirava innanzi, e non ci lasciava ricominciare.
Quando andava al teatro o faceva una gita fuor di città, o quando sapevamo che gli era seguìta qualche avventura, lo aspettavamo con vero sgomento nella saletta appartata del caffè dove ci veniva a trovare ogni sera; perchè non c'era cristi, egli ci voleva riferire le sue impressioni, e filava dei discorsi di mezz'ora così rapidi e fitti, che a noi non riusciva neppure di farci entrare di straforo un'osservazione.
E s'aveva un bel tentare di scoraggiarlo non badandogli: egli pensava che la nostra disattenzione fosse simulata per un tantino d'invidia che ci pungesse del dono di Dio, e questo pensiero lo stimolava anche più.
Oppure, vedendoci disattenti noi, rivolgeva il discorso agli altri pochi avventori che venivano nella stessa sala, anche se sconosciuti, e s'infervorava a cicalare anche più del solito, scambiando con ammirazione lo [322] stupore che quelli mostravano in viso, un poco somigliante all'intontimento che dà il rumore monotono d'una ruota di mulino.
Una sera, fra l'altre, prese di mira un grosso medico barbuto che stava sorbendo il caffè dalla parte opposta della saletta, e di discorso in discorso gli venne a parlare d'un suo incomodo, del quale gli raccontò la storia minuta con una fiumana di parole; e finì con domandargli: - Che rimedio mi consiglia lei?
Quegli lo guardò fisso, e poi, fra il silenzio di tutti, con un viso grave e un vocione di basso, gli rispose spiccicando le sillabe: - Lei ha bisogno d'un astringente.
Tutti risero in coro, e fu quella la prima volta che il dottor Raganella mostrò un'ombra di vergogna d'aver troppo parlato.
Il matrimonio ci liberò dalla tirannia della sua loquela.
Ma ci separammo da buoni amici, quando partì per il viaggio di nozze.
Nel fargli i nostri augùri, peraltro, compiangemmo tutti in cuor nostro la sua povera moglie: come avrebbe potuto resistere per tutta la vita al flagello di quella facondia? Pochi giorni dopo, uno di noi ricevette dalla Svizzera una sua lunga lettera, nella quale egli diceva, fra l'altro, che la sua sposa era stata così commossa dallo spettacolo della cascata del Reno a Sciaffusa, che l'aveva fatto rimaner là un'ora con lei ad ammirarlo.
Lo stesso pensiero balenò a tutti: l'aveva fatto rimaner là perchè il fragore della cascata copriva la sua voce, e in quel tempo essa s'era un po' riposata....
Lo stesso amico ricevette poi un'altra lettera, con la quale egli annunziava il suo ritorno, e che la sera dopo sarebbe venuto a trovarci al caffè.
[323] Tremammo all'idea della descrizione del viaggio ch'egli ci avrebbe inflitta: chi ci poteva reggere? Sarebbe stata una grandinata di parole dalle otto a mezzanotte.
La sera fatale, un amico, che l'aveva visto avvicinarsi per la strada, ce lo preannunziò, affacciandosi all'uscio: - Si salvi chi può! - Tutti se la diedero a gambe.
Trovando la saletta vuota, egli sospettò la fuga, se n'ebbe per male, e non ritornò più.
Ne fummo dolenti; ma non c'era rimedio.
Pochi mesi dopo, per ragione d'interessi domestici, andò a stare a Bologna, e per anni non se n'ebbe più notizia.
Poi si seppe che sua moglie gli aveva fatto causa per separazione legale.
Il vero perchè non ci fu detto.
Ma per noi non ci fu dubbio.
Egli doveva aver reso alla povera donna la vita intollerabile.
La causa della separazione era certissimamente il più bel dono di Dio.
[324]
A TRAVERSO I SECOLI.
I Trecentisti.
A questo punto bisogna che ci fermiamo un poco a discorrere dei principali scrittori che s'hanno da leggere per imparare la lingua.
Prima di tutti....
Qui vedo sorridere i miei lettori, che in questo momento suppongo siano tre, un giovinetto, una signorina e un cittadino originale, a cui è saltato il ticchio, fra i trenta e i quarant'anni, di mettersi a studiare la lingua del suo paese: li vedo sorridere con certa malizia, e mi par di sentirli dire tutti e tre insieme: - Già, ci aspettavamo il consiglio prammatico -, e poi in cadenza di canto: - i Tre-cen-ti-sti!
Eh, Dio buono, non è una novità, lo so bene.
E so anche, giovinetto mio, quello che tu e gli altri due lettori mi vorreste rispondere: che a leggere quei nostri antichi scrittori vi provaste, ma che vi riuscirono ostici, non tanto per la materia quanto per la forma; voglio dir per la lingua e per lo stile troppo diversi da quelli delle scritture moderne; per cagion di che vi [325] sentiste, leggendoli, come spaesati, sconcertati nelle consuetudini del vostro pensiero e del vostro gusto, e quasi in compagnia di gente con cui non fosse possibile, per la differenza dell'indole, pigliar famigliarità; e fra la quale e voi s'interponesse un velo di nebbia, che v'impedisse di vederli bene in viso, e quindi di mettervi in comunicazione immediata con l'animo loro.
Ma io vorrei principalmente persuader te, giovinetto, che, vincendo quel primo senso ostico, e persistendo nella lettura di quegli scrittori, finiresti col prendervi amore, con tuo vantaggio grandissimo, per quelle medesime ragioni per le quali ti pare ora che quella lettura non t'abbia mai ad attirare.
Pròvatici un'altra volta, te ne prego, e persisti, tenendo sempre presente che quelle parole e frasi, nelle quali consiste la maggior differenza fra quegli scrittori e i moderni, erano allora in Toscana, e in specie a Firenze, d'uso comune, e quindi naturalissime a coloro che scrivevano; i quali, eccetto pochissimi, non facevano distinzione fra lingua parlata e lingua scritta; di che deriva appunto la ricchezza, la schiettezza, l'efficacia delle loro scritture.
Dopo che avrai preso con essi qualche famigliarità, non sentirai più la novità di quei modi, che ora ti paiono affettazioni e stranezze; parranno anche a te naturali come parevano agli scrittori a cui venivano spontanei; e allora, non più arrestato da quegl'intoppi, ti lascerai andare all'onda di quella prosa viva, fresca, giovanile, sentirai, come dice il nostro primo poeta vivente, quello che c'è di più vivido e più frizzante, più zampillante e più mosso nell'elocuzione di quei prosatori che in quella dei moderni che tu [326] preferisci; nei quali l'arte è più raffinata, ma tanto meno ricca e meno schietta la vena.
Ti parrà di sentirli parlare di viva voce in quei loro periodi, simili appunto al linguaggio parlato, d'una orditura così semplice e debole, con poca o nessuna legatura rettorica di pensieri, e affollati di determinazioni accessorie; i quali alle volte piglian la fuga, alle volte s'arrestano a un tratto, e fanno mille brusche svoltate, come seguendo tutti i balzi del pensiero nascente e riproducendo il disordine del discorso vivo; ammirerai, come dice il Capponi, quella naturalezza delle armonie, in cui non sono mai cercate combinazioni di suoni, e "hanno più rilievo quelle parole che avevano avuto prima nella voce più vivo l'accento"; ti delizierai in quella loro proprietà di vocaboli, non studiata, perchè essi eran propri per necessità, in quelle loro locuzioni "della nitidezza che si vede nelle monete novellamente coniate", in quella fresca verginità d'una lingua, che cominciava appena a diventar letteraria, e in cui si sente come la fragranza della sbocciatura.
E sempre più, continuando a leggere, t'innamorerai di quello che così giustamente si chiama candore di tali scrittori, di quell'aria amabile d'ingenuità che dà alla loro prosa la frequenza della congiunzione semplice, come l'usano i bambini e la gente del popolo, e la profusione dei superlativi, in cui si manifesta la fanciullesca vivacità dell'ammirazione, e quel martellamento, che fanno così spesso, sopra un'idea semplicissima, come per farla entrare in capo a un lettore ignorante; ciò che pure è proprio della gente ingenua.
Vedrai che singolari effetti d'arte escono dalla schietta ispirazione [327] non corretta dall'arte, dal calore del sentimento libero, dalle negligenze, dalle rozzezze medesime, dagli stessi difetti non mascherati d'alcun artifizio, ma lasciati scoperti come nudità innocenti.
Come si respira in quelle pagine! Ecco gente che parla davvero alla buona e alla libera, che ci dice quello che ha da dire senza l'interprete letterario! Ci par quasi un miracolo.
E quanta naturalezza nel modo di raccontare, quanta vivezza in quei dialoghi a botte e risposte, e quanta evidenza in quello stesso disordine affannoso con cui ci rappresentano le scene animate, e che graziosa semplicità negli esordi e nelle considerazioni sugli uomini e sugli avvenimenti! Ti diletterai pure a osservare quante cose si potevano dir bene allora senza una quantità di parole e di frasi che a noi, per dir quelle cose stesse, paiono ora di necessità assoluta; ti maraviglierai di trovare interi periodi che si potrebbero riscrivere al presente, dopo sei secoli, senza mutarvi un vocabolo; ti divertirai a notare qua e là i francesismi curiosissimi, le parole che mutarono significato, e quelle cadute in disuso, che ora farebbero sorridere, le diversità singolarissime, fra quel tempo e il nostro, del senso e del linguaggio comico, del frasario cerimonioso, delle forme del ragionamento, dell'espressione della gioia e dell'amore.
E arrivato a un certo punto, vivrai con l'immaginazione in quel tempo, ti parrà d'aggirarti fra quella gente e di respirare l'aria che essi respiravano.
Avendo cominciato a leggere per imparar la lingua, sarai preso a poco a poco dalla sostanza, attratto dalla curiosità di quel modo di sentire e di pensare, dalla descrizione delle costumanze, degli usi [328] pubblici, della vita domestica, dell'arte della guerra e dei viaggi, da tutte le manifestazioni dello spirito di quel popolo "giovane, forte, adoprante, pieno d'immaginazione, più inventore che ora non sia", e compreso d'una fede religiosa semplice e ardente.
E ammirerai di più quegli scrittori se proverai qualche volta a staccarti all'improvviso da loro per leggere uno qualsiasi dei prosatori del tuo tempo.
Come ti parranno compassati, troppo ligi alla fredda ragione, pieni d'artifici e di civetterie e ricercati nell'orditura e nell'armonia dello stile anche quelli che per questi rispetti peccano meno! E più avvertirai il vantaggio di quelle letture quando, avendone ancor piena la mente, ti metterai a scrivere, chè ti sentirai tanto più sciolto, più libero, meglio inclinato a esprimere i tuoi pensieri semplicemente, fresco e leggiero dello spirito come si sente del corpo chi esce dall'acque d'un fiume.
E ti do un consiglio: di leggere prima i più semplici, dai quali quando passerai a Dante, rimarrai maravigliato, come d'un prodigio, del passo gigantesco che fa con lui la prosa italiana, senza perdere la sua freschezza giovanile, pure prendendo a norma la sintassi latina; maravigliato profondamente della elaborazione sapiente che egli vi porta insieme coi "soavi numeri" e i "sottili legamenti" della poesia, dell'arte magistrale con cui egli disegna l'idea, plasma l'immagine, illumina tutti i particolari dei fatti in quell'architettura mirabilmente varia dei periodi, in quella prosa "ora solenne ora gentile, profonda e limpida" che è il primo vero e grande esempio di prosa artistica nella nostra letteratura.
E studia con amore anche l'altro grande [329] maestro.
Vinci la noia che ti daranno da prima i lunghi periodi, nei quali, per accarezzare l'orecchio, sovrabbonda di parole, e per raggruppare intorno a un concetto principale troppi concetti accessori, addossa incisi ad incisi, e per imitare la prosa latina intreccia e traspone forzatamente frasi e vocaboli.
Vinci quella prima noia, e dello sforzo sarai compensato ad usura.
Dov'egli esprime un sentimento vivo o tratta un argomento che s'accorda con le sue facoltà naturali, i suoi difetti spariscono o s'attenuano; dove ai suoi personaggi fa parlare il linguaggio della passione, ha tratti d'eloquenza calda, logica e impetuosa che t'avvolge e ti trascina; nella pittura della realtà comica, nella descrizione delle scene e dei personaggi lepidi, nel dialogo, nella satira, egli si serve con ardimento e con arte impareggiabile di tutti i più efficaci costrutti del parlar fiorentino, dell'idiotismo, del proverbio, di tutto quanto v'è di più vivo nella lingua viva, come se in lui fossero raccolti e saltassero fuori l'un dopo l'altro dieci scrittori.
Ti parrà uniforme da principio: poi vi troverai mille forme, mille armonie, mille colori.
E non possiamo imitarlo, non forzare il nostro pensiero moderno alle sue forme, a cui non si piegherebbe che snaturandosi, nè dipingere e scolpire con l'arte sua, nè ripeter la sua musica; ma egli resta pur sempre un architetto sovrano, un pittore insigne, uno scultore stupendo, un artefice di suoni maraviglioso, uno scrittore unico, che fece nella prosa italiana il lavoro d'una generazione, che ogni volta che ci riprende, ci domina, e al quale è bene ritornare ogni tanto, perchè se n'esce sempre con un raggio nella mente e dell'oro nelle mani.
[330]
Dal Boccaccio a Leonardo.
Vuoi ora qualche consiglio, non da maestro, ma da vecchio amico, per proseguire dopo il Trecento? Fatto che avrai il gusto al Boccaccio, non ti svoglierà dalla lettura l'imitazione che troverai di lui in una serie di scrittori del secolo seguente; i quali, sotto l'influsso del culto risorgente dell'antichità, seguirono l'esempio del grande novelliere, dislogando le ossa, come dice il Leopardi, e le giunture della nostra lingua, per imporle violentemente le forme latine.
Leggerai Leon Battista Alberti che della gravezza della sintassi boccaccesca ti compenserà con molte pagine di stile elegante e agile, sparse di parole vive e frasi schiette del suo volgare nativo.
Leggerai con piacere la lettera di Lorenzo il Magnifico a Federico d'Aragona, che si può dire la prima esposizione critica della nostra più antica letteratura poetica, oltre che un esempio di bella prosa, foggiata alla latina, d'una eloquenza nobile e calda.
Per formarti un concetto della prosa classicheggiante di quel secolo, qual è nel più alto grado del suo svolgimento, leggerai, con un po' di pazienza, l'Arcadia del Sannazzaro.
Altri scrittori leggerai, che con più o meno garbo innestarono la latinità nel volgare, temperando la gravità dello stile forzato con quella parte della lingua viva, che irresistibilmente veniva loro dalla bocca alla penna.
E farai una cosa: alternerai con la lettura di questi, che prolungata ti stancherebbe, quella degli scrittori semplici e spontanei, che anche nel Quattrocento fiorirono.
Leggi le lettere di Alessandra Macinghi, [331] dove, col candore dei Trecentisti, troverai la ricchezza e la vivacità del parlar fiorentino del tempo suo, e come in uno specchio limpidissimo riflessa la vita d'una famiglia di quel secolo, e in questa un'anima schietta, buona, amorosa, di cui ti resterà l'immagine impressa nel cuore.
Leggi le prediche di Fra Bernardino da Siena, tutte fiorite di bei modi dell'antico parlar senese, tutte apologhi, novellette, arguzie, quadretti pieni di freschezza e di vita.
Leggi, come esempio di spontaneità e di forza, belle nonostante le ruvidezze dello stile, efficacissime nelle forme piane e spezzate del parlare popolaresco, le prediche del Savonarola, piene di lampi e di tuoni, qualche volta grandi e terribili.
Leggi sopra tutto il Trattato della Pittura di Leonardo da Vinci, per vedere a che grado d'efficacia possa pervenire nello scrivere un homo senza lettere quando tratta una materia in cui è maestro, a qual segno di gagliardia, di densità, di concisione, di limpidezza possa arrivar nella prosa, pur senza lettere, chi ha osservazioni profonde e grandi pensieri da esprimere, che quadri stupendi di colorito e d'evidenza riesca a dipinger con la penna chi ha delle cose la visione fisica netta, luminosa, immensa ch'egli aveva.
Da Leonardo al Machiavelli.
La stessa norma, d'alternar le letture di scrittori d'indole opposta o diversa, ti consiglio di seguire per gli scrittori del secolo decimosesto, il più ricco di grandi maestri, il più vario nelle opere, il più ammirabile per ricchezza di lingua e perfezione di forma, di tutta la letteratura [332] italiana.
Nel Bembo, primo legislatore della lingua volgare, che giovò più di tutti in Italia alla formazione d'un idioma letterario comune, e in molti dei suoi imitatori, che tutta l'arte dello scrivere ridussero nella scelta e nella collocazione delle parole, ti spiaceranno la mancanza di spontaneità, l'asservimento del pensiero alla frase, l'imitazione pedissequa del Boccaccio, e più che altro quel pavoneggiarsi perpetuo, come se a ogni periodo dicessero ai lettori: - Vedete come scrivo bene! - Ma leggili con attenzione, non fosse che per la lingua purissima, chè ne ricaverai un grande vantaggio.
Quanti felici costrutti e garbati giri di sintassi vi troverai, che fine arte nel concatenare i periodi e nel rendere ogni sfumatura del pensiero, che ricchezza di modi e che belle e flessuose forme di eleganza e di cortesia signorile! E non soltanto lo stile dignitoso e semplice ti attirerà nel Cortegiano del Castiglione; ma la rara potenza dell'osservar dal vero e sul vivo, e la forte pittura di caratteri storici, e la rappresentazione evidente della vita delle Corti italiane del Cinquecento, e la magistrale arte dialogica.
E nel Galateo del Della Casa, oltre la grazia, la fiorentinità schietta, il sapore trecentistico, la ricchezza delle espressioni proprie e calzanti, ammirerai le osservazioni argute e finissime sull'animo umano, sui costumi e sulla vita; e nel Gelli la forma semplice, tersa, spontanea, ricca del più bel volgare fiorentino e in molti tratti quasi moderna, con la quale egli rende intelligibile e gradevole a ogni lettore anche la materia ardua della filosofia; e nel Firenzuola l'amenità, la leggiadria, la lingua candidissima, snella, vivace, tutta grazie e [333] bei modi del parlar famigliare.
Che salti maravigliosi farai da un prosatore all'altro! E come sentirai meglio l'originalità e i pregi di ciascuno raffrontandolo col precedente! Dopo la prosa rapida, nervosa, scolpita del traduttore stringatissimo del più stringato degli storici, dal quale imparerai a serrare nel più breve cerchio possibile di parole l'espressione del tuo pensiero, ti parrà più mirabilmente fluida e musicale l'eloquenza dei dialoghi e delle lettere del Tasso.
Dopo esserti dilettato nell'arte squisita delle Lettere del Caro, di stile disinvolto e brillante, ma correttissimo, e piene di gaio lepore, leggerai con doppio piacere il più eloquente e più incantevole sgrammaticatore di tutte letterature, quel libro unico, riboccante di vita, di forza, di baldanza, d'ingegno, viva immagine d'un uomo e d'un secolo straordinario, quella specie d'Orlando Furioso in prosa, quell'indiavolato e sfolgorante capolavoro, che è la Vita di Benvenuto Cellini.
Quando t'avranno un po' stancato le descrizioni e le orazioni sfoggiate della storia del Giambullari "artista finissimo della parola e della sintassi" ma impettito e freddo nella sua "dignità impeccabile", leggerai e rileggerai con sempre più calda ammirazione l'Apologia di Lorenzino dei Medici, una folata d'eloquenza italianissima, lucidissima, ardente di passione, bella e spaventevole come un torrente in piena, che travolge ogni cosa.
E senti: studia il Guicciardini.
Non ti sgomentare di quello stile involuto e austero, talvolta un po' rude, sovente oscuro, che dà sulle prime al lettore un senso d'oppressione, e gli confonde la mente.
Continua a leggere.
Tu riconoscerai a poco a poco che quel [334] modo di scrivere non è tanto sforzo e artifizio quanto effetto naturale della maniera di sentire e di pensare propria dell'autore, del procedimento con cui si svolgono e s'intrecciano le idee nel suo intelletto profondo e complesso, "uno dei più chiaroveggenti che siano stati al mondo." E dai periodi lunghi e farragginosi, di cui si stenta a cogliere il senso, distinguerai quelli lunghi del pari, ma architettati con maestria mirabile, periodi da gran signore della lingua e dello stile, in cui dagli accessori emerge l'idea principale, dominante, come una torre sopra un villaggio.
E da questi imparerai a legare con ordine e con armonia in un periodo solo, intorno a un solo concetto, una famiglia di concetti minori; e dai magistrali ritratti dei personaggi e dalle considerazioni acute e profonde sugli avvenimenti, a studiare l'animo umano e i casi della vita; e di quella lettura ti rimarrà nella mente un suono grave e solenne, che risentirai come un'eco ispiratrice ogni volta che, scrivendo, cercherai una forma degna a un ordine di alti pensieri.
Ma sopra tutti ammirerai e studierai il Machiavelli, che "segna il punto d'arrivo della sincera prosa antica e il punto di partenza della moderna", prosatore che dal latinismo e dall'uso volgare trae insieme una forza che nessun altro raggiunse, il più schietto, il più sicuro, il più sintetico, il più logico scrittore del tempo suo, il più sdegnoso disprezzatore della rettorica, il più strettamente legato alla realtà delle cose, il più potentemente drammatico, il più superbamente eloquente; grande nell'arte che va innanzi al suo secolo, grande [335] nell'ardimento e nella carità di patria che gli fiammeggia nell'anima, grande nel pensiero folgorante, che illumina il presente e legge nell'avvenire.
Da Galileo all'Alfieri.
Un altro grande maestro.
Di dove arriva il Machiavelli, il più moderno dei prosatori antichi, muove Galileo, che infondendo nella prosa il soffio di quella nuova filosofia, la quale "fa più ricche, più chiare e più dritte le teste", le dà sulla via della libertà e della verità l'impulso poderoso, per cui ella procede fino al tempo nostro.
La sodezza e la concisione che viene dalla densità del pensiero e dalla profondità della dottrina, la lucidità pura che deriva dalla chiarezza perfetta e dallo stretto e sottile concatenamento delle idee, l'eleganza, la dignità, la sprezzatura signorile che è effetto del pieno possesso e del sentimento profondo della lingua letteraria e della famigliare, tutto questo è in quella nobile prosa che scorre come un largo fiume pacato e limpido, e in cui si sente la forza d'un intelletto sovrano e d'un'anima grande.
Rimani un pezzo alla scuola di Galileo, e ritornavi ogni tanto per imparare, non soltanto a scrivere, ma a meditare e a ragionare; senza di che si mena la penna, ma non si scrive.
Poi leggerai i suoi discepoli e continuatori, e ti piacerà nel Redi la grazia prettamente paesana, nel Magalotti la scioltezza tutta moderna, nel Boccalini la vivacità e la gagliardìa.
In altra forma ti persuaderà eloquentemente dell'obbligo di ben parlare la propria lingua il Dati, nella cui prosa ritroverai il miglior Cinquecento; e nel Sarpi ammirerai la [336] sobrietà vigorosa e lucida, retta da una coscienza fortissima e da un alto intento civile.
Ti parrà di ritornare indietro col Bartoli, adoratore della forma, studioso di vezzi e di grazie, servitore, non dominatore della lingua; ma di lingua vi troverai una miniera enorme, e v'imparerai l'arte difficile di "condurre come in ordinanza stretta i pensieri e trarre dalla destrissima collocazione delle parole chiarezza lucidissima e nobile e grato temperamento di suoni".
E artificio rettorico troverai pure nelle prediche del Segneri, concitate talvolta per proposito più che per passione; ma anche spontaneità nell'esuberanza, e puro eloquio e varietà d'armonie nella stretta argomentazione e negl'impeti non rari d'eloquenza vera; e calda, viva, irruente eloquenza nelle Filippiche del Tassoni, frementi d'ira contro la dominazione straniera e tutte palpitanti di generose speranze italiane.
C'è bisogno di raccomandarti Gaspare Gozzi, maestro di eleganza e di grazia, pieno di buon gusto e di buon senso, e osservatore arguto e finissimo, che in pieno Settecento oppone all'invadente gusto straniero la sua bella prosa castigata, ancora atteggiata della dignità antica? Occorre accennarti la prosa agile, spigliata, scintillante, con la quale Giuseppe Baretti allarga i confini della critica e tratta a ferro e a fuoco le frivolezze e le pastorellerie dell'Arcadia? Ma a lui non t'arresterai per studiare gli effetti prodotti nella prosa italiana dal nuovo mescolarsi della cultura nazionale con la cultura europea contemporanea.
Leggerai del Cesarotti, benchè francesizzante, le pagine dove si prefigge di liberar la lingua dal dispotismo dell'autorità e dai capricci della moda [337] e dell'uso per sommetterla al governo legittimo della ragione e del gusto; e non trascurerai il Bettinelli, se vorrai un esempio singolare di prosa battagliera, ribelle alle tradizioni pedantesche, inforestierata, ma viva; nè l'Algarotti, che nello stile foggiato alla francese ha l'arte di render piane con facilità e vivezza quasi di conversazione le verità più difficili della scienza; nè Alessandro Verri, non puro di lingua nè di stile, ma uno dei primi nostri scrittori riusciti efficacissimi nella mozione degli affetti.
E arriverai così a Vittorio Alfieri, che con la sua Vita eresse il primo monumento di prosa veramente moderna: e s'intende di quella prosa personale, non calcata su alcun esemplare da tutti imitabile, la quale prende forma e colore dall'indole dell'autore, ed è opera d'arte, ma d'un'arte sua propria, uscita dall'intimo dell'animo suo, e che non si può confondere con quella di nessun altro, come l'espressione del viso e il suono della voce.
Dal Foscolo al Carducci.
E ora una schiera di maestri, mirabilmente vari, nei quali, come nell'Alfieri, parla il nuovo spirito destato dalla rivoluzione e la coscienza nazionale risuscitata dalla dominazione francese; e primo fra questi Ugo Foscolo con quell'Epistolario impareggiabile, in cui egli trasfuse e svelò tutta l'anima sua con un calore, con una sincerità, con una franchezza e vigoria di stile che ti soggiogheranno.
Ma non trascurerai però la prosa fluida, chiarissima, sonoramente faconda del suo rivale poetico, Vincenzo Monti, battagliante col diavolo in corpo contro la Crusca [338] e i propri critici.
Nè ti spiacerà il ritorno all'imitazione dell'antico in quegli scrittori che tentarono per tal via di salvare le nostre lettere dalla corruzione straniera; chè anzi essi ti gioveranno per questo.
Declamazione, ridondanza d'ornamenti, affettazione anticheggiante; ma anche vigor maschio di stile, pagine scultorie e magniloquenti troverai nel Botta.
Ammirerai il gusto squisito e "la strettissima fabbrica dei periodi" nel Giordani, benchè per il soverchio studio appunto di legare strettamente le idee e di serbar la lingua purissima, egli abbia qualche cosa di rattenuto, come dice il Capponi, e "non scorra nella sua prosa libera e franca l'onda della parola".
E benchè la parola idoleggi, e sia schiavo del suo principio di restringere la lingua al Trecento, ti gioverà il Padre Cesari, prosator gioielliere, tutto eleganze classiche, che fu al tempo suo contro il forestierume linguistico un "antidoto potente" non inutile affatto ai giorni nostri.
E lascerai dire chi vuole: leggerai il Colletta, non impeccabile nella lingua e non sempre chiarissimo, ma fiero e gagliardo in quella sua prosa da uomo di guerra, che porta lo stampo profondo dell'animo suo.
E non leggerai soltanto, studierai con amore i due prosatori ammirabili che sono nel Leopardi: quello libero, vivo, tutto moderno dei Pensieri inediti, dove s'abbandona all'ispirazione subitanea, quasi parlando più che scrivendo, e quello meno agile, meno colorito, ma di disegno più puro e più fermo, delle Operette morali: prosa originalissima, mista di modernità e di classicismo, magistralmente ordita, d'una "serenità marmorea", d'un'armonia sommessa e delicatissima, e d'una [339] chiarezza "a traverso la quale si vedono i pensieri come per un'acqua limpida le rene e i sassolini del fondo".
Quello che il Leopardi non fece, di rinfrescare la lingua alla sorgente dell'uso vivo, troverai nel Tommaseo, che alla propria prosa "diede moto e vita e copia ritraendo giudiziosamente dall'uso fiorentino", poeta e scienziato della parola, qualche volta troppo forzatamente conciso, ma ricco, robusto, proprio, e pittore e scultore e cesellatore, che dice mirabilmente e in modo tutto suo ogni cosa più difficile a dire.
C'è bisogno di rammentarti Giuseppe Giusti? Non è a imitarsi la soverchia ripetizione dei modi prediletti, nè l'abuso delle forme vernacole, nè l'affettazione della sprezzatura, in cui cade troppo spesso nell'Epistolario; ma quanta ricchezza di modi famigliari e popolari, che pieghevolezza, che amabile baldanza, che briosa disinvoltura di stile! Non t'avrei neppure da rammentare il Guerrazzi, non scevro di vecchia rettorica, nè d'enfasi romantica, e spesso forzato nello stile; ma ricchissimo di lingua pura, di frasi scultorie e d'immagini ardite, potente nell'espressione dell'ira e del sarcasmo e negl'impeti d'eloquenza patriottica, scrittore originale e grande nelle sue pagine migliori, venate d'oro e scintillanti di gemme, irte di rilievi di bronzo e di punte d'acciaio.
Leggi dopo questa, per amor del contrasto, la prosa nobilmente famigliare di Gino Capponi, bella d'una proporzione, d'una discrezione, d'una compostezza patrizia, nella quale, come dice il Carducci, l'anima del lettore si riposa e si contenta come l'occhio dello spettatore nelle linee degli edifizi fiorentini.
E non soltanto per dovere di cittadino, ma per interesse di studioso, [340] leggerai la prosa del Mazzini, "lievemente colorita di classicismo", misurata, ma viva, armoniosa, ma senza ridondanza, ora profeticamente solenne, ora squillante come una musica guerriera, e sempre chiara come cristallo.
E per prender coraggio da un esempio insigne del come anche un italiano nato ai piedi delle Alpi possa con lo studio riuscire uno scrittore facondo, nobile e ricco, leggi Vincenzo Gioberti: un maestro, benchè vesta troppo ampiamente il pensiero e "faccia sciupìo di metafore e di splendori".
Col quale terminerei, non essendo necessario l'accennare i viventi, se d'uno di questi non si potesse in nessun modo tacere, perchè è incominciato per lui il giudizio della posterità.
Voglio dire Giosue Carducci, prosatore potentissimo, che dice tutto quello che vuole e come vuole, solennemente e famigliarmente, con un'arte che sgomenta chi studia l'arte; nel quale la conoscenza profonda della lingua letteraria e il possesso perfetto dell'uso vivo, non abusati mai ad alcun proposito, si fondono e si contemperano in un linguaggio di forza straordinaria e d'armonia svariatissima, egualmente bello e potente nella descrizione e nella polemica, nel discorso dottrinale e nel volo lirico, nell'orazione politica e nella fantasia scherzosa, sempre segnato d'un'impronta in cui lo riconosci e lo ammiri.
- Ma, e Alessandro Manzoni? - domanderai a questo punto.
L'ho lasciato ultimo per finire con lui, e volevo finir con lui perchè è lo scrittore che devo raccomandarti con maggior insistenza di studiare, parendomi la prosa dei Promessi Sposi la più vicina a quello che è per tutti oramai [341] il tipo ideale della prosa moderna: moderna e perfettamente italiana.
È semplice, in fatti, conforme al linguaggio parlato, e pare spontanea; ma non cade mai nella volgarità, e neppure nell'affettazione della naturalezza.
È chiara, limpida come l'aria, ma non per effetto d'una semplicità elementare: ha la chiarezza che deriva dalla precisione e dall'ordine dei pensieri, e dall'arte finissima di ridurre ogni idea, per quanto profonda e complessa, a un'espressione semplice, che la fa parere un portato del senso comune.
È sempre stretta al pensiero, ma senza impacciarlo mai; logica, ma senza mostrar lo sforzo delle connessioni e dei legamenti; omogenea, ma pieghevole a tutti gli atteggiamenti del pensiero e alla natura propria d'ogni oggetto o argomento; originale, ma non ribelle alla tradizione, e scevra a un tempo d'ogni imitazione o reminiscenza di stili altrui.
È ricca di lingua, e dove il soggetto lo vuole, elegante, ma senza che la forma si faccia mai sentire per sè stessa, senza che alcuna parola o frase distolga mai l'attenzione dal pensiero; ed è variamente colorita, ma senza vistosità, e con una fusione perfetta di tinte; ed è mirabilmente armoniosa, ma senza ricerca evidente del numero, d'un'armonia riposta e delicatissima, che par non venga dalle parole, ma dal pensiero, e nasce infatti dall'equilibrio perfetto delle idee, e suona nella mente quasi senza che l'orecchio la senta.
Leggila e studiala con attenzione e con amore.
Studiala confrontando le due Edizioni del Romanzo, quella del primo testo, del 1825, e quella corretta, del 1840, e ne intenderai meglio la ragione, l'arte e la bellezza al vedere come del primo testo l'autore [342] ha appianato le scabrosità, addolcito le durezze, sostituito al latinismo o al modo vernacolo la locuzione italiana, all'arcaismo la parola viva, alla pedanteria grammaticale l'anacoluto efficace; per che via, con che norma lucida e costante egli ha rifatto in parte e avvicinato l'opera sua alla forma ideale che gli splendeva nella mente.
Studiala, e t'affinerai il criterio e il gusto, e prenderai in avversione per sempre il manierato e il falso, il troppo e il vano, la trivialità e la stranezza, l'orpello e la ciancia.
Studiala, e imparerai a fare e a correggere, a condensare e a semplificare, a esser chiaro e sincero, dignitoso e discreto, logico e giusto.
Studia il Manzoni e amalo per tutta la vita.
Ma non lo adorare; ti sia maestro, non idolo.
Conclusione.
Voglio dire: non te lo prefiggere modello unico di prosatore, per avere il pretesto, comodo alla pigrizia, di non leggerne altri, come molti fanno; ai quali il maestro unico raffina il gusto, ma lo circoscrive; poichè il Manzoni mostrò ciò che può la lingua nostra, ma non in tutti i campi, nè in ogni forma della letteratura, non avendo trattato ogni argomento, nè tutto detto in tutti i modi possibili neppure nel campo suo.
E non lo imitare, per la ragione principalissima, ch'egli non ha imitato nessuno.
Ma la semplicità - domanderai - la naturalezza, tutte le qualità mirabili che riconosciamo nella sua prosa, perchè non s'hanno da imitare? - E io ti rispondo che quelle qualità non te le darà l'imitazione, con la quale troppo facilmente la semplicità degenera [343] in sciatteria, la grazia in sguaiataggine e in superficialità la chiarezza.
Quelle qualità devono essere in te, come furono nel Manzoni, il frutto maturo d'infiniti studi e letture, e disse stupendamente il più sensato dei manzoniani: che è illusione il credere di potergliele rubare, leggendo lui soltanto, senza rifare in qualche modo il cammino ch'egli fece.
Leggi dunque, e studia tutti gli scrittori.
Leggi e confronta fra di loro quelli che si rassomigliano e quelli che più si dissomigliano, arrestandoti in special modo a considerare gli effetti simili ottenuti con mezzi diversi.
In ciascuno troverai certi ordini di pensieri e di sentimenti ch'essi esprimono con maggior efficacia d'ogni altro; troverai nei più artificiosi espressioni e forme semplici; nei meno eleganti forme elegantissime; nei meno ricchi di lingua locuzioni e costrutti preziosi, da altri non usati, frasi e parole, dalle quali essi soli traggono certi effetti vivi, per il punto e il modo con cui le adoperano, come se quelle forme acquistassero dalla loro penna, incastonate nei loro periodi, un valore particolare.
Cerca in tutti, quando sei arrestato da una frase o da una parola che suona falso, o da un'oscurità, o da una slegatura che ti dà il senso d'un vuoto, o da un giro di parole che ti dà un principio di noia, cerca in qual maniera si potrebbe correggere l'errore, chiarire l'oscurità, annodare i pensieri sconnessi, recidere la frase oziosa.
Arrèstati in special modo ogni volta che trovi espressi con facilità e proprietà certi sentimenti e pensieri, dei quali a te suol riuscire difficile l'espressione, o perchè corrispondono a lati deboli delle tue facoltà, o perchè sono remoti dalla tua indole, o perchè si [344] riferiscono a cose sulle quali non hai mai fermato a lungo l'attenzione.
E ritorna sulle pagine belle: non ti contentare di quella prima commozione viva e piacevole ch'esse ti destano, nella quale, come dice il Leopardi, la mente tumultua e si confonde; ma esamina, com'egli faceva, e rivolgi in mente quelle bellezze fin che esse vi piglino un posto, dove rimangano.
Locuzioni, armonie, inflessioni di stile, particolarità sintattiche degli scrittori più diversi si mescoleranno nella tua memoria, si combineranno coi tuoi pensieri, e ti verranno fuori in certi momenti, senza che tu ne riconosca l'origine, come dall'intimo del tuo spirito, come nate nel tuo capo, e tutte tue; chè saranno tue veramente.
Ti verranno, nello scrivere, reminiscenze inconsapevoli di tutte le scuole, di tutti i generi e di tutti i secoli della letteratura, soccorsi inaspettati, echi lontani e vicini e soffi animatori e baleni; scriverai con la cooperazione misteriosa di tutti i grandi scrittori; e ti parrà nondimeno di non ricever nulla da nessuno, perchè quello che n'avrai tolto sarà diventato tua eredità legittima, ti sarà penetrato "nei più profondi strati del pensabile", sarà diventato sostanza del tuo cervello e del tuo sangue, il tuo ingegno, la tua italianità, la parola spontanea e necessaria del tuo sentimento e del tuo pensiero.
[345]
UN PARLATORE IDEALE.
È uno dei più cari ricordi della mia gioventù questo toscano illustre, al quale, per riuscire un grande scrittore, non mancò nè l'ingegno, nè la dottrina, nè il sentimento, nè l'arte; ma solamente la voglia di scrivere.
Già dissi di lui in altri libri; ma l'impressione ch'egli mi lasciò di sè nell'animo e nella mente è così profonda, e ancor così viva, che, riparlandone, non ho coscienza di ripetere cose già dette; e se ripeto le cose, mi vien sempre fatto di dirle in modo diverso, poichè mi pare di non averle mai dette prima con bastante efficacia.
È il più ammirabile maestro di lingua parlata ch'io abbia inteso mai, quello che mi mostrò meglio d'ogni altro più eletto parlatore ciò che può la lingua italiana nel campo della conversazione agile e varia, irto di tante difficoltà per la maggior parte degl'italiani anche colti.
Si sentiva ch'era toscano; ma non negl'idiotismi di pronunzia che ai toscani si rimproverano, chè non n'aveva nessuno, non aspirando neppur leggermente la c: si sentiva nella pronunzia [346] perfetta che, fuor di Toscana, nessun italiano o pochissimi possedono, anche di coloro che hanno reputazione meritata di parlar perfettamente.
Ma la pronunzia era il pregio minore del suo parlare.
Il pregio massimo era d'esprimere ogni pensiero, anche più difficile, intorno a qualunque argomento, o più ovvio o più astruso, con una facilità e con un garbo impareggiabile, senza uscir mai dal tono della conversazione famigliare; di dire ogni cosa con proprietà, con finezza e con eleganza, senza che apparisse mai nel suo discorso neppure un'ombra di ricercatezza e d'ostentazione letteraria.
Parlava con facilità, ma non in furia, e se qualche volta s'arrestava un momento a cercare una parola o una frase, nessuno dei suoi ascoltatori s'impazientiva; non solo, ma l'aspettazione era piacevole, perchè sapevan tutti che l'espressione aspettata veniva poi quasi sempre più felice, più calzante al pensiero di quella che alla mente loro s'affacciava.
E v'erano nel suo linguaggio gradazioni finissime secondo ch'egli parlava con persone con le quali non avesse dimestichezza, o con amici stretti, o in un crocchio dove non fossero signore, o con signore.
Non c'era caso che con queste gli sfuggisse mai uno di quei tanti modi volgari, comunemente usati, dello stampo di tirar su le calze o romper le tasche o mandare a far friggere, che molti credono leciti in ogni compagnia perchè li hanno letti nei libri: egli non aveva neppur da fare un atto di riflessione per iscansarli: il suo senso squisito della dignità e della grazia li escludeva.
E così, quando gli occorreva di spiegare ad uno qualche cosa che questi non comprendesse alla prima, o quando faceva una [347] citazione, o ribatteva un'opinione altrui, erano ammirabili le sfumature, le industrie gentili della frase e dell'accento, ch'egli usava, non lasciandole quasi avvertire, perchè non ci fosse nel suo linguaggio nessun'apparenza d'insegnamento, nè colore di saccenteria, nè asprezza di contraddizione.
Ne seguiva mai ch'egli mostrasse, come fanno molti bei parlatori, di star a sentire sè stesso, o di cercar negli occhi degli uditori l'ammirazione della propria eloquenza: non si vedeva mai sul suo viso, non si sentiva mai nel suo accento altra espressione da quella del pensiero o del sentimento ch'egli esponeva.
Alla semplicità signorile e amabile del linguaggio corrispondeva perfettamente il suo modo di gestire: vivo, ma sobrio, e sempre spontaneo, e pieno d'efficacia, sia che facesse l'atto di disegnar nell'aria un'immagine, o d'incidere col cesello una frase, o di modellare una forma nella creta, o di scacciare con la mano un velo di nebbia che ondeggiasse fra il suo pensiero e la sua parola.
Maravigliosa era poi la varietà del suo vocabolario, ricchissimo, secondo gli argomenti della conversazione, di locuzioni letterarie e di modi popolari, senza che nessun modo insolito usato da lui paresse mai strano o nuovo affatto a chi l'udiva per la prima volta, tanto egli l'usava a proposito, e in maniera che da tutto il discorso n'era chiarito il senso e l'opportunità dimostrata.
Persino quei vocaboli stranieri, che s'usano di necessità per designar nuove cose, ma che suonano sgradevolmente all'orecchio non ancora assuefatto a sentirli, riuscivano meno esotici, pigliavan quasi suono e apparenza italiani in quel suo linguaggio di sostanza e di forma tutta [348] italiana, come se questo comunicasse loro un poco del suo colorito e della sua armonia.
Con che agilità di parola raccontava, con che evidenza di disegno e securità di tocco descriveva, con che vivezza faceva scattare e scintillare l'arguzia, e con che stretta concatenazione d'argomenti e lucida semplicità di dizione ragionava, smorzando il tono, allentando la stretta della dialettica, raffinando la cortesia dell'espressione man mano che sentiva vacillare l'avversario, non più ostinato a resistere che per salvare l'orgoglio! Si diceva ogni momento, ascoltandolo: - Senti, come si può dire semplicemente la tal cosa che io dico sempre con una frase solenne! - Oppure: - Guarda, e io sostenni sempre che la tal frase francese non si poteva tradurre in buon italiano! - A sentirlo, desideravo sempre che fosse lì qualche dotto straniero, di quelli che intendono l'italiano e lo gustano, perchè ammirasse in quel parlare un saggio della ricchezza e della potenza della nostra lingua, e mi rallegravo in fondo all'anima, e sentivo alterezza d'esser nato nel paese dove una tal lingua si parla.
E osservavo che quasi tutti, discorrendo con lui, parlavano meglio del solito, e non per uno sforzo che facessero, per emulazione; ma naturalmente, come per un'eco armoniosa ch'egli destasse in loro; ciò che pure osservai nelle famiglie, dove parlan tutti più o men bene, se c'è uno che parla benissimo.
La sua conversazione era un diletto, un pascolo intellettuale, una scuola di lingua e di gentilezza.
E per effetto dei vari pregi ch'egli riuniva, dell'espressione propria e colorita, della pronunzia bella, dell'accento e del gesto [349] efficacissimo, tanta parte dei suoi discorsi m'è rimasta impressa nella memoria, che ad ogni tratto, parlando e scrivendo, nell'atto stesso che certe espressioni m'escono dalla bocca o dalla penna, mi ricordo d'averle imparate da lui; e molte volte, dopo che ho scritto una frase o una parola che mi pare affettata, o volgare, o disadatta, domando a me stesso s'egli l'avrebbe usata, e se, immaginando d'udirla dire da lui, mi par che stoni col suo discorso, la cancello; e quasi sempre, nel rileggere con intento critico qualche cosa mia che non mi contenti, per forzarmi ad esser severo con me medesimo in ciò che riguarda il buon gusto, mi figuro che ci sia lì lui, ad ascoltare.
E così nei buoni effetti del suo insegnamento mi risorge dinanzi sovente l'immagine del maestro insigne e caro, che da venticinque anni non vedo più, e a cui m'è dolce esprimere ancora una volta la reverenza antica e la gratitudine fatta più viva dal tempo.
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PARTE TERZA.
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[353]
SE CI POSSIAMO FARE UNO STILE.
Un onesto negoziante, un po' burbero in famiglia, ma buon diavolaccio, il quale credeva che per legge di natura un padre fosse in grado d'insegnare alla sua prole ogni cosa, un giorno, in mia presenza, disse severamente al suo figliuoletto, rendendogli la pagina del componimento italiano: - Ma quando ti farai uno stile? - Poi, rivolgendosi a me: - Lo persuada lei, che è tempo che si faccia uno stile.
Gli promisi di contentarlo in un momento più opportuno; ma la prima volta che mi trovai a quattr'occhi col ragazzo, lo confesso senza rimorso, tradii il genitore con un discorsetto ribelle alla sua volontà; il quale diceva presso a poco quello che ora ripeto a te, mio giovine lettore ideale.
Farsi uno stile! Mi par come dire: farsi un temperamento, farsi una fisonomia, farsi una voce.
Lo stile non ce lo facciamo: ci vien fatto; o come disse un grande scrittore, si trova senza cercarlo: chi lo cerca, non può che trovare uno stile artefatto; chi se lo vuol fare non riuscirà [354] che a farsi una maniera, non uno stile.
Qualunque scrittore, che abbia uno stile veramente proprio e sano, che non sia imitazione o artifizio (sinonimi, letterariamente, di malsania), se gli domandi in che modo se lo sia fatto, ti dirà che non lo sa, o che non lo sa dire; che in fondo è la stessa cosa.
Non ti dar dunque questa briga, non soltanto inutile, ma perniciosa.
Se si tien per giusta la definizione: lo stile è l'uomo, tu devi prima diventare un uomo.
Se s'accetta l'altra definizione: - lo stile è quella vita che il tuo concetto prende in te, e che tu comunichi, nell'esprimerlo, agli altri -, o più breve: - è la vita nella parola -, come si può cercare la vita?
Sei persuaso?
T'addurrò un'altra ragione.
È un fatto universalmente riconosciuto che ogni individuo, in un certo senso, parla un linguaggio diverso da quello d'ogni altro uomo, cioè, che non solo usa sempre o quasi quelle tali parole per esprimere quelle tali cose, e ha certi modi e frasi famigliari, consuete a lui più che agli altri; ma che certe parole e frasi suole usare in un significato leggermente diverso da quello che dànno loro la maggior parte.
E non soltanto ciascun uomo ha un linguaggio individuale per quello che riguarda i semplici vocaboli e le semplici frasi; ma ha pure un suo modo particolare d'ordinare le idee, il quale deriva dal maggiore o minor grado d'importanza che a ciascuna idea egli attribuisce rispetto all'altre, e un modo suo proprio di legarle fra loro, il quale dipende dalle relazioni particolari che fra loro egli vede, e anche un andamento del discorso, per così dir musicale, suo proprio, il quale è effetto del suo [355] modo individuale di sentire il suono del linguaggio ch'egli parla.
Ora in questo vocabolario individuale, e nel modo d'ordinare e di collegare l'idee, e nel ritmo del discorso che ciascuno ha di suo, consiste appunto lo stile; e tu comprendi che tutte queste cose non si cercano, ma vengono da sè, col tempo, che ne porta molt'altre.
Vedi dunque che non ti devi affannare a farti uno stile.
Ognun sa sè, dice il proverbio, e il Giusti, riferendolo allo scrivere, l'ha ben commentato così: ognuno ha mezzi tutti suoi, tutti voluti dal suo modo di essere, e dei quali il più delle volte non saprebbe dar conto neppure a sè medesimo.
Ma questi mezzi non si svolgono, e non vien fatto d'usarli che con gli anni, quando è formata l'organatura della mente e formato l'animo.
In ciò che nel linguaggio di ciascuno c'è di differente da quello degli altri "entra tutta l'individualità del carattere, del sapere, dell'educazione".
Lo stile ti verrà dai recessi più profondi dell'animo, da quello che faranno di te le passioni, i casi della vita, le cose che amerai e ammirerai, la tua professione, i tuoi studi prediletti; ti verrà dal predominio che avrà in te o il sentimento o la ragione, o dall'equilibrio stabile dell'uno con l'altra; dai contrasti che troverai, dalle lotte che dovrai combattere, dai favori e dalle percosse che avrai dalla fortuna nell'aprirti una strada nel mondo, dall'aspetto in cui ti si presenterà la natura, dal modo come giudicherai gli uomini, dalla fede che avrai in qualche cosa di bello e di grande, o dai sentimenti che non ti lasceranno sorgere o ti spegneranno nel cuore quella fede.
Come la luce [356] del sole dà il colore alle cose, sarà il lume dell'anima tua che darà il colore al tuo stile, sarà il palpito del tuo cuore che gli darà il movimento, e gli darà il calore l'onda del tuo sangue, e l'eco che avrà nel tuo spirito l'armonia del giorno sarà la sua armonia.
Cerca dunque per ora, nello scrivere, la naturalezza, la chiarezza, l'ordine, la proprietà; ma quel che indefinibile che è l'individualità dello stile, che è lo stile senz'altro, aspetta che ti venga.
Se te lo volessi fare, cadresti sicuramente nell'imitazione e nella stranezza.
Non cercare lo stile: pensa, studia, opera, ama, vivi, e l'avrai.
[357]
LO STILETTATORE.
Vien qui a proposito un nuovo personaggio piacevole.
Non bazzicò che breve tempo il nostro piccolo cenacolo letterario di capi armonici, quando Firenze era capitale; ma vi lasciò di sè una memoria vivissima,
che, come vedi, ancor non m'abbandona;
(o dolce Francesca, perdonami!) In che modo si fosse imbrancato con noi non ricordo bene: mi pare al caffè, dove attaccò conversazione di punto in bianco, da un tavolino all'altro, una sera che discutevamo di letteratura, vociando tutti a un tempo, com'era nostro costume.
Era Emiliano, agente di varie Case di commercio, benchè ancora molto giovane, e dilettante di lettere a ore avanzate.
Aveva scelto per passatempo la letteratura, non so perchè, invece del biliardo o del tiro al piccione: forse perchè meno costosa; ma a poco a poco ci aveva preso passione; e l'idea madre della sua passione era, com'egli diceva corrugando la fronte, di farsi uno stile.
Questa [358] frase, nella quale si riduceva, credo, quanto egli conservava degli studi ginnasiali non finiti, gli s'era ficcata nel capo come una vite; farsi uno stile era diventato per lui il pensiero precipuo della vita, dopo quello di guadagnarsi il pane.
Ma qualunque altra cosa avesse disegnato di farsi, anche un palazzo di marmo di Carrara, credo che gli sarebbe riuscita più facilmente di quella, da tanto ch'era falso e strambo il modo ch'egli teneva per conseguirla.
Al pari di molt'altri, egli considerava lo scrivere come un'industria a parte, che non avesse che fare col pensiero, o quasi; come un'arte meccanica in cui si riuscisse maestri con l'esercizio, indipendentemente dal fatto di avere o no qualche cosa da dire; e credeva quindi che uno si potesse fare uno stile, come un sarto fa un abito, per esporlo nella vetrina della sua bottega.
E neanche studiava a modo suo (chè sarebbe stato inutile) di farsi uno stile suo proprio.
Egli andava cercando nella gran sartoria della letteratura italiana un abito bell'e fatto; pigliava ora questo ora quello, se lo insaccava, e veniva a farcelo vedere, pavoneggiandosi.
Un certo talentaccio d'imitazione l'aveva.
Letto per una settimana un autore, ne cavava un certo numero di frasi e di costrutti, gl'imbastiva insieme alla diavola sopra un argomento qualsiasi, e correva al caffè a leggerci la paginetta come un saggio dello stile che s'era fatto.
Gli saltavamo agli occhi, dandogli del contraffattore, del falso pavone, dell'arlecchino finto Principe.
E allora egli ricorreva a un altro autore, e tornava dopo un po' con un'altra paginetta, tessuta con la filaccia spicciata dai panni di quello.
Una volta rifaceva [359] il Giusti, un'altra il Boccaccio, una settimana guerrazzeggiava, la settimana appresso impiccava i fantocci del suo pensiero al laccio del Davanzati.
E non si scoraggiava mai per le nostre canzonature.
- Eppure -, esclamava, picchiando il pugno sul tavolino - io mi farò uno stile!
Parve una volta persuaso, finalmente, della falsità della via che batteva: che uno stile non si sarebbe fatto mai scimiottando ora l'uno ora l'altro scrittore.
Avete ragione - ci disse - non bisogna imitare pecorescamente nessuno.
- E ci manifestò la sua nuova idea, un'idea luminosa, una trovata da uomo di genio, espressa con una formula farmaceutica: - Bisogna mescolare e agitare.
- E mescolò e agitò davvero.
La sera che ci portò il suo nuovo saggio, si fece un baccano di casa del diavolo.
Era la brutta copia d'un lungo articolo di giornale, in cui aveva fatto il più bizzarro intruglio di stili che si possa immaginare; dove quasi ad ogni periodo saltava dall'imitazione d'uno scrittore a quella d'un altro, facendo anche salti di secoli, con una temerità di matto furioso; un cibreo stilistico, nel quale si sentivano i più disparati sapori della cucina letteraria nazionale, dalle semplici minestre patriarcali dei trecentisti ai lambiccati manicaretti dolciastri dei cianciatorelli fiorentineggianti e francesizzanti della scuola manzoniana degenerata.
Il chiasso che facemmo lo sconcertò al primo momento; riconobbe sbagliata la ricetta; ma si rifece animo ben presto, e ripetè fieramente che in ogni modo, o per una via o per un'altra, a furia di cercare e d'ostinarsi, si sarebbe fatto uno stile.
E [360] appunto per questo suo continuo farci balenare agli occhi, quasi in atto di minaccia, il suo stile futuro, gli mettemmo il soprannome di stilettatore.
Il ridere che si fece alle sue spalle, povero stilettatore! Quando l'incontravamo per la strada, dopo qualche giorno che non s'era visto, gli domandavamo lì su due piedi: - Te lo sei fatto?
- Non ancora proprio -, rispondeva; - ma sono sulla buona strada.
- Ma è tempo che tu ti spicci!
- Si fa presto a dire -, ribatteva sul serio.
- Ma non ci si fa mica uno stile in ventiquattr'ore! - lasciando capire con quelle parole, che forse in fin di settimana avrebbe avuto il fatto suo.
Non gli davamo requie.
Aveva ragione di dirci che gli stilettatori eravamo noi.
Quando al caffè si chinava a cercare un soldo che gli era cascato, gli domandavamo: - Che cosa cerchi? Uno stile? - Quando mescolava nel bicchiere vari liquori per farsi una certa bibita di sua invenzione, dicevamo: - Ecco Pippo (era il suo nome di battesimo) che si fa uno stile! - E gli davamo ogni specie di ricette scritte per farselo.
- Recipe: tanti grammi di questo, tanti di quest'altro: pestare, sbattere, far cuocere a bagnomaria -, e la parte del corpo dove aveva da applicare l'impiastro.
Ma egli non badava alle nostre burle, e seguitava a braccar lo stile.
- Uno stile - ci disse gravemente una sera (e doveva essere una frase imparata di fresco) - che sia nello stesso tempo moderno e ritragga dai grandi esemplari.
Curiosa, fra l'altro, era l'impressione che gli [361] facevano tutte le locuzioni e le definizioni insolite ch'egli leggesse, concernenti la tecnica (era una sua parola prediletta) dello stile.
Non le capiva bene, e non poteva; ma le raccoglieva con cura amorosa, e le veniva ripetendo con cert'aria di solennità e di mistero, come formule d'arte magica.
L'elaborazione formale del periodo, il tipo periodico, il nodo sintattico, i legami gerundivi e ipotetici, gli spunti melodici dello stile lo facevano pensare, non so ben che cosa, nulla forse, ma profondamente.
Ricordo che gli fece un gran senso una frase bella davvero che aveva letta in un libro, dove era detto di certe curve del periodo prosastico di Dante, non mai girate per intero, rompentisi come a formare un sesto acuto.
Ah! s'egli avesse potuto fare dei periodi col sesto acuto! Anche uno solo! Credo che avrebbe dato per questo tutti i suoi guadagni commerciali d'un mese.
Ma per tutto il tempo che rimase a Firenze, lo stile non lo trovò.
Per i suoi affari di commercio dovè andare a stabilirsi a Milano.
Ma per lungo tempo noi continuammo a parlare spesso di lui.
Non occorreva di nominarlo.
Quando, in un ristagno della conversazione, saltava su uno a dire: - Se lo sarà già fatto? - tutti capivano ch'egli domandava se lo stilettatore si fosse fatto finalmente uno stile.
Lo incontrai molti anni dopo a Milano, mentre attraversava la Galleria con aria affaccendata.
Mi salutò con viva cordialità: aveva dimenticato o perdonato le canzonature fiorentine.
Dopo lo scambio solito di rallegramenti e di notizie, pensando che la fisima dello stile gli fosse uscita [362] di capo da un pezzo, gli domandai, per celia, se se l'era fatto.
Ma da questo genere di monomanìe letterarie non si guarisce.
Mi rispose seriamente: - Eh, no, non ancora.
Che cosa vuoi? Ho avuto tanto da lavorare in tutti questi anni! Ma ci penso sempre.
Ho un tipo stilistico nella mente.
Oh, ci riuscirò, ci dovessi impiegare tutta la vita.
Ora son persuaso che a trovar lo stile ideale basta appena la vita d'un uomo.
- Ma che ne farai del tuo stile ideale nei tuoi ultimi anni? - gli domandai; - poichè può ben darsi che tu non lo trovi che agli ultimi, e anche proprio all'estremo passo.
A che serve lo stile in punto di morte?
Mi diede una risposta sublime: - Io ho un ideale puro, senz'ambizioni.
Sarei contento anche di portar la mia trovata con me al camposanto.
Ma lascerò qualche pagina, vedrai.
Basterà una pagina!
E queste furono le ultime parole che intesi dalla sua bocca, e che spesso mi risuonano in mente.
Ma di lui non rido più.
Ogni volta che ci penso, ora, mi prende un sentimento d'ammirazione, misto di tenerezza pietosa, raffigurandomi quel povero sognatore che ancora abbracciato alla sua illusione letteraria, sul letto di morte, dice con un ultimo sorriso alla sua famiglia sconsolata: - Fatevi coraggio! Io muoio contento.
Ho uno stile.
[363]
A CHE SERVONO I PRECETTI.
Dunque, regole, precetti, niente? Adagio Biagio.
Ma questo non dovrebb'essere affar mio, che essendo tuo consigliere soltanto, non maestro, non sono in debito di dirti ogni cosa.
E poi i precetti tu li hai nei tuoi libri di scuola.
Questi ti dicono quanto t'occorre: che, nello scrivere con vien badare che tra i pensieri ci sia unità e continuità; che bisogna collocare vicine le frasi che hanno fra di loro relazione più stretta, e di cui l'una chiama l'altra quasi naturalmente; che le proposizioni secondarie (precedenti, conseguenti o concomitanti che siano) debbono essere misurate e collocate in modo da non nuocere mai all'evidenza della proposizione principale, che regge tutto il periodo, o che è principale, se non altro, per il suo valor logico.
Ti dicono pure che non si ha da abusare di nessuno dei vari modi di legare fra di loro i concetti, per coordinazione, per subordinazione, per conclusione, ma usarli alternatamente, quanto è possibile senza forzar la sintassi; che certi concetti o certe parti del concetto, perchè [364] richiamino sopra di sè l'attenzione, debbono essere staccati, invece che fusi con gli altri, e fatti risaltare, come gli aggetti in architettura; che in certi casi bisogna affollare nel periodo le proposizioni, in altri diradarle, per la stessa ragione che si fa del tempo nella musica; e in alcuni punti fare una breve pausa, per lasciar liberi un momento al lettore la mente e il respiro, e in altri una pausa più lunga, perchè il lettore riposi, come si fa danzando e camminando; e che è necessario variare il tipo del periodo, come il tono nella parlata, per iscansare la monotonia nella quale i pensieri si confondono e si velano come dentro una nebbia.
Tutti questi precetti tu conosci, e Dio mi guardi dal dirti che sono inutili.
Ti dico, anzi, che ne devi tenere grandissimo conto, perchè alcuni di essi, che sono leggi fondamentali del pensiero, se li avrai sempre vivi nella mente, saranno come voci che, a quando a quando, mentre scrivi, ti faranno star attento a non uscir della retta via, o t'avvertiranno che ne sei uscito e t'indurranno a rientrarvi, cancellando le orme dei passi fuorviati.
E aggiungo che il conoscere bene i termini e le definizioni della precettistica ti sarà utilissimo a formare nettamente nel tuo pensiero le osservazioni che farai sugli scrittori, a determinare con esattezza a te medesimo i difetti e gli errori che troverai in loro, altrettanto utili a studiare quanto i pregi e le bellezze, a fare, insomma, delle opere letterarie quella lettura analitica e critica, che è la sola veramente proficua.
E non di meno ti dico che da tutta la precettistica del mondo non imparerai a scriver bene; [365] te lo dico perchè tu non ti sgomenti, come avviene a molti giovani, della difficoltà, della quasi impossibilità d'aver tutti presenti, scrivendo, e d'osservare tanti precetti rigidi e astratti, che pare debbano essere un inciampo più che un aiuto, e come una rete tesa intorno al pensiero, che gli tolga ogni libertà di movimento.
No, non ti sgomentare dei precetti.
Quando ti metterai a scrivere con un concetto chiaro nel capo, e mosso da un sentimento vivo, quando ti troverai, procedendo nel lavoro, in quello stato di mente e d'animo, nel quale chi scrive "è compreso, agitato, spronato da dieci operazioni della mente distinte e conflate ad un tempo, che vanno come in figura di cono a metter capo a un prodotto comune", l'osservanza della più parte di quei precetti ti riuscirà spontanea per modo, che quasi non avrai coscienza d'osservarli.
Sarà la tua ispirazione che, dando l'impulso alle parole e alle frasi, le manderà ad occupare il posto che loro convien meglio nel periodo; sarà la mobilità del tuo pensiero che scanserà naturalmente la monotonia, facendoti rompere le uguaglianze, variar le misure dei periodi, mandare innanzi il discorso a onde ora lunghe e placide, ora rotte e precipitose; sarà la stessa respirazione mutevole del tuo pensiero che ti farà trovare le giuste pause, e rallentare il passo dopo le corse, per riprender lena, e riprender la corsa più rapida dopo esser andato un tratto a rilento; sarà il tuo sentimento eccitato il maestro muto, pronto e sicuro che ti farà dar risalto a certi concetti, sollevandoli come sur un piedestallo, e collocarne alcuni disparte, come in uno spazio vuoto, ed esporre altri quasi a una svoltata [366] brusca del periodo, dove facciano un'apparizione inaspettata.
Tu metterai in atto molte arti sottili che non saprai di possedere, obbedirai a molti precetti ai quali non avrai mai pensato, sarai nello scrivere, come dice il Tommaseo che ogni uomo è nel parlare, guidato da certe norme sapientissime di natura che sono l'umana ragione medesima.
Prevedo ora una tua domanda.
Riguardo ai due stili, non è vero? C'è in ogni letteratura due forme di stile, che, come dice benissimo un grande scrittore, scaturiscono tutt'e due dall'intima natura del cervello umano.
C'è quello più spontaneo, che del pensiero rende tutte le flessioni, segue tutti i serpeggiamenti, accompagna in tutti i minimi moti il processo, non lasciando nulla sottintendere a chi legge; al quale mette innanzi come un quadro, dove il pensiero stesso è rappresentato in tutti i suoi particolari, e questi nell'ordine e nel disordine con cui si sono affacciati alla mente.
E c'è lo stile che, con un lavoro sintetico, segna del pensiero soltanto i rialti e le cime, in modo che la mente di chi legge faccia un salto dall'uno all'altro pensiero importante, sorvolando e sottintendendo tutti i pensieri secondari che fanno catena fra quelli, ossia compiendo da sè il quadro di cui lo scrittore non ha dato che i tratti principali.
Ebbene, tu domandi a quale dei due stili ti debba attenere.
E chi te lo può dire, amico mio? Noi andiamo perpetuamente dall'uno all'altro.
L'uno e l'altro si trovano a vicenda, se non in ciascuna opera, nell'opera complessiva di quasi tutti gli [367] scrittori, non tanto perchè essi passino da questo a quello deliberatamente, sentendo che ciascuno di essi, alla lunga, affatica, quanto perchè al primo o al secondo sono naturalmente condotti dalla varia natura degli argomenti, dal diverso modo di concepire che induce in loro il diverso genere degli studi, e dalle condizioni dello spirito mutate dall'età e dai casi della vita.
È più naturale nell'età giovanile la prima forma, cioè, il lasciar andar la parola, la frase, la sintassi libere e agili come è il pensiero della gioventù, viva e impaziente; s'inclina più all'altra nell'età matura, quando, pensando più denso e più cauto, si è di conseguenza più sobri nel parlare e nello scrivere, e come in tutte l'altre cose anche nell'espressione del proprio pensiero si cura soltanto quello che più importa e si va dritti allo scopo per la via più breve.
Tu, se diventerai uno scrittore, prenderai più spesso l'uno che l'altro stile secondo che vorrà la tua indole; o fors'anche tutt'e due cozzeranno sempre in te senza che l'uno o l'altro prevalga: chi lo sa? Questi son misteri, come dice Giambattista Giorgini, che l'anima celebra con sè stessa.
Non te ne dar pensiero per ora.
Quello che più preme, per riuscire nell'uno o nell'altro modo a scriver bene, è che tu possegga da padrone la lingua; senza di che nessuna forma di stile prenderai, perchè chi è povero di lingua, ed è quindi costretto a far servire a tutti gli usi quel poco che n'ha, non va dove la natura e l'ispirazione lo spingono, ma dove le scarse parole e frasi del suo dizionario lo tirano; le quali, invece di obbedirgli, gli comandano, come fa in generale chi serve, quando gli s'addossano [369] anche dei servizi che non deve fare, ed egli sa che non abbiamo nessuno da sostituirgli.
E ora tiriamo innanzi.....
Ma no; aspetta un momento.
Mi devo prima difendere da un tale, eccolo qua, che mi corre addosso come uno spiritato...
[369]
COME S'HA DA INTENDERE LA MASSIMA CHE SI DEVE SCRIVERE COME SI PARLA.
L'anonimo, ansando: - Sono arrivato in tempo, grazie al cielo! Lei stava per consigliare a questo povero ragazzo di scrivere come si parla!
- Ha indovinato.
- O come si fa ad avere i capelli bianchi e così poco giudizio?
- Glielo dirò poi, quando lei avrà sfogato la sua generosa indignazione.
Faccia liberamente.
- Faccio sicuro.
Voglio salvare un'anima.
Lei, dunque, consiglia a chi scrive di proporsi come ideale un linguaggio imperfetto.
No? Ma è necessariamente imperfetto il linguaggio parlato, poichè chi parla, chiunque sia, non ha tempo di vagliare i vocaboli, nè di sceglier le frasi, nè d'ordinare le idee, nè d'architettare con garbo i periodi; perchè i migliori parlatori non esprimono i più dei loro pensieri che a mezzo, o ne dànno l'espressione compiuta a furia di ritocchi e d'aggiunte, e allungano e ripetono, e parlano a sbalzi e a strappi, e suppliscono alle deficienze dell'espressione parlata con l'accento, col gesto e con lo sguardo.
Che cosa mi può rispondere?
[370]
- Le rispondo prima di tutto che lei ha sciorinato un periodo che è un argomento in mio favore, perchè è un periodo parlato che sta benissimo; invece del quale ne farebbe probabilmente un altro men naturale e meno efficace se scrivesse quello che m'ha detto seguendo la sua teoria: che non bisogna scrivere come si parla.
In secondo luogo, le rispondo che lei sfonda una porta spalancata.
- Come sarebbe a dire?
- Sarebbe a dir questo.
Che per iscrivere come si parla io intendo: scrivere come uno che parlasse perfettamente.
- Oh bella! Lei si dà la zappa sui piedi, dunque, e riconosce la mia ragione, perchè chi parlasse perfettamente parl