L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 4
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E puoi farne la prova tu stesso.
A chiunque ti dica che studiar la lingua è tempo perso, se te lo dice in italiano, prova a dir lì per lì ch'egli ha fatto un errore di proprietà o di grammatica, e vedrai che salta su, smentendo subito sè stesso, e ti rimbecca: - Come? Vuoi fare il maestro a me?...
Ma studia prima la lingua!
E qui, supponendo che tu sia oramai arcipersuaso, chiudo la triplice prefazione, e mi metto in cammino.
[28]
DEL PARLARE.
Le miserie della loquela.
La prima cosa che ti devi proporre, mettendoti a studiare la lingua, è d'imparare a parlarla correttamente e facilmente.
A darti fermezza in questo proposito gioverà più che altro la consuetudine, che tu devi prendere, d'osservare la scorrettezza, la rozzezza, lo stento, le infinite miserie e ridicolaggini del modo di parlare dei più, non già nelle classi sociali inferiori, ma in quella medesima a cui tu appartieni.
Troverai molti che, parlando italiano, perdono ogni vivacità dello spirito, come se cambiassero natura; che ti fanno sospirar mezzo minuto ogni parola, come avari a cui ogni parola costasse uno scudo, e par che le posino l'una dopo l'altra con gran riguardo come oggetti fragili e preziosi; che per raccontar la cosa più semplice e più futile fanno una lunga e lenta tiritera, che metterebbe alla prova la pazienza d'un santo.
Conoscerai altri che, per parlar corretto, si [29] rifanno ogni momento indietro a rettificar una parola o a correggere una frase, ti presentano due volte un periodo, prima in brutta copia e poi messo a pulito, ti fanno assistere a tutta la faticosa fabbricazione del proprio discorso, pezzo per pezzo e giuntura per giuntura, e quando credi che l'abbian finito, v'aggiungono ancora qualche commento e gli dànno qualche ritocco; dopo di che, affaticati dal lavoro fatto, non hanno più capo ad ascoltare la tua risposta.
Sentirai parecchi, che metton fuori ogni tanto una parola o una frase francese, o del dialetto, o del loro gergo professionale, con l'aria di non avvedersene, o di dirla per dar varietà capricciosa o colorito comico al discorso; ma in realtà perchè non sanno l'espressione corrispondente italiana; e screziano così il loro italiano per modo, che non si sa ben dire che lingua parlino, e par di sentire di quei sonatori ambulanti che suonano tre strumenti, tutti e tre malamente, in una volta sola.
Udirai certi tali, che cercano di nascondere gli spropositi come i prestigiatori fanno sparire le pallottole, assordandoti con un precipizio di parole; che per distrarre la tua attenzione dalla loro grammatica alzano la voce o dànno in risate fuor di proposito, e si mangiano a mezzo le forme verbali di cui non sono sicuri, e confondono le frasi dubbie con l'accompagnamento d'una specie di rantolo catarrale, somigliante al rugliare che fanno i cani tra l'uno e l'altro latrato.
Ma chi può dire tutte le industrie puerili e ridicole a cui si ricorre per salvare il decoro nella disperata lotta con la lingua italiana? Gli uni si riducono a parlare più coi gesti e con gli [30] ammicchi che con le parole; gli altri vanno avanti a furia d'intercalari e di luoghi comuni, coi quali coprono tutti gli sbrani e tappano tutti i buchi del discorso; questi, per prender tempo a cercare il vocabolo, sciorinano dei ma che non hanno più fine, o piantano dei però enormi, su cui s'appoggiano come sopra un bastone; quelli, per poter raccogliere il periodo che scappa da tutte le parti, fanno lunghe pause, anche nel dire una bazzecola, fingendo un lavorìo profondo del pensiero, o una distrazione improvvisa, o una svogliatezza di gente annoiata, che dica tanto per dire, senza badare a quello che dice.
Quante arti, quante fatiche e figure ridicole per iscansare il ridicolo di non saper parlare la propria lingua!
Ma per compier la mostra bisogna ricordare anche quelli che non parlano; quelli che nelle compagnie dove si parla italiano non vanno, o ci vanno come a un castigo, e ci stanno come sulle spine, senza rifiatare, o parlando il meno possibile, anche con danno proprio, e a costo di parere imbronciati o villani; quelli che, per la stessa ragione, pigliano in uggia i conoscenti, e anche gli amici italianeggianti, e da questi si fanno prendere in uggia alla volta loro, burlandoli come d'una ostentazione di saccenti e d'aristocratici; quelli che vanno più oltre, che non nascondono la propria antipatia, dandole un altro colore, verso tutti quegli italiani d'altre regioni, coi quali, per farsi intendere, dovendo trattar con loro per forza, sono costretti a parlare italiano.
E c'è ancora la famiglia numerosissima degli screanzati incorreggibili, che in qualunque compagnia si trovino, pure sapendo di non esser capiti, s'ostinano sfacciatamente a parlare il [31] proprio dialetto, a sventolare la bandiera della propria ignoranza, sulla quale hanno scritto: - Chi mi capisce, bene; chi non mi capisce, s'accomodi -; somiglianti a quegli ubbriachi allucinati, che tiran via a ragionar coi pilastri.
Ma c'è nella gran famiglia dei poveri della parola un personaggio, che tu devi conoscere più intimamente degli altri, perchè rappresenta una tendenza pericolosa e comunissima, dalla quale più che da ogni altra ti hai da guardare.
Egli sarà il primo d'una serie di personaggi singolari, che io conobbi, e che ti farò conoscere man mano, per ammaestramento e per ricreazione, nel corso del viaggio che faremo insieme.
Ti presento per il primo il signor Coso.
[32]
IL SIGNOR COSO.
Le sue qualità più notevoli erano un profondo disprezzo per l'arte della parola e un grande amore per la pesca con l'amo; il quale amore derivava in parte da quel disprezzo, perchè diceva egli stesso che spessissimo andava a pescare non per altro che per isfuggire alla noia di barattar del fiato col prossimo.
Quando lo conobbi non era più giovane; ma anche da giovane dicevano i suoi vecchi amici che era sempre stato restìo al parlare come un tirchio allo spendere.
Non che fosse propriamente taciturno: alle conversazioni degli amici prendeva parte; ma accennava ogni suo pensiero con poche sillabe, in modo informe, e masticava il resto con voci inarticolate, e con un atto del capo e un cenno trascurato della mano invitava l'uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere l'espressione dell'idea ch'egli aveva abbozzata.
Con un come si dice? si liberava dalla seccatura di dir la cosa; lasciava a mezzo ogni periodo con un insomma, tu capisci; e con la parola coso faceva di meno di mille vocaboli.
[33] Per questo gli avevan dato il soprannome di Coso.
- "Sai, questa mattina ho veduto coso, laggiù....
Dice che per quell'affare....
tu sai....
niente; salvo il caso....
ma neanche nel caso....
Tu m'intendi -".
Era questa la forma tipica del suo discorso.
- Tu sai....
coso - diceva d'un amico ammalato, e non si curava neppure di dir che era morto: indicava con un gesto che se n'era andato.
Fu lui che annunziò agli amici l'elezione del nuovo Papa, il cardinale Pecci.
- Eletto - disse.
- Chi hanno eletto? - Coso - rispose; e non pronunziò il nome che alla seconda domanda.
Era in parte affettazione, come si dice che usasse fra certi nobili francesi del secondo Impero; ma era più che altro una grande pigrizia, venuta a poco a poco a tal segno, che gli dava molestia anche il parlare degli altri.
Quando sentiva un amico esprimere, discutendo, il proprio pensiero con un periodo filato e lunghetto, lo guardava con l'aria di deriderlo per quella fatica inutile ch'egli faceva, come avrebbe guardato uno che si stroncasse a sollevare un baule per la curiosità di saper quanto pesa.
Quando il racconto di qualcuno si prolungava oltre un minuto, non faceva complimenti: chiudeva gli occhi e fingeva di dormire.
Dal tempo che andava a scuola, dove a nessun professore era mai riuscito di cavargli più di quindici righe su qualunque soggetto di componimento, egli era venuto restringendo sempre più il suo linguaggio, nel quale ai vocaboli si sostituivano i gesti, e alla pronunzia scolpita un barbugliamento d'addormentato.
Egli aveva un gesto per dire: - Non ti fidar del tale: è un briccone; - un gesto per annunziare che una [34] commedia aveva fatto fiasco, che un certo affare non premeva, che d'un altro affare non si voleva impicciare; e tutte le gradazioni dello stupore, della maraviglia, del dispiacere esprimeva con una sola esclamazione, diversamente intonata: - Oh diavolo! - E s'aveva un bel burlarlo di questa sua stranezza: egli scrollava le spalle e rispondeva: - Chiacchieroni! - Una volta sola, ch'io mi ricordi, egli fece il miracolo di esprimere senza reticenze, benchè in forma laconica, un suo pensiero filosofico, per dar ragione della sua maniera di parlare.
Udendo ripetere una sentenza del Michelet: - Nous mangeons immensément trop; - da che derivano alla società, secondo lo scrittore francese, infiniti mali, egli disse che a quella si doveva sostituire un'altra sentenza: - Noi parliamo troppo - poichè di quasi tutti i nostri guai la vera cagione era questa.
Ma non si può credere fino a che punto arrivasse nel far economia di sillabe: fino a non farsi capire dal fiaccheraio, al quale, invece di: - Alla Stazione di Porta Nuova - diceva: - Alla Nuova -; fino a non pronunziar mai che una delle due parole di cui si componesse il titolo del giornale, ch'egli chiedeva al rivenditore; fino a bandire dal suo vocabolario tutti i superlativi e gli avverbi lunghi; tanto che a sentirgli dire un giorno: irremissibilmente e un'altra volta: mortificatissimo, lo guardammo tutti stupiti.
Da ultimo, poi, avendo inteso da un amico toscano un verbo non prima conosciuto: cosare, se n'era impadronito con la gioia d'un matematico che scopre una nuova formola algebrica, e con quello s'alleggeriva anche più la fatica [35] ingrata del parlare.
Non diceva più al cameriere della trattoria che levasse l'olio dal fiasco; ma: - Cosami quel fiasco -, e così, cosare un plico, per mettervi il suggello, e a un amico, indicandogli un uscio fresco di vernice: - Bada, che ti cosi l'abito.
- Se avesse trovato nella lingua altre dieci parole come cosa e cosare, non gli sarebbe occorso altro vocabolario, e ne avrebbe avuto d'avanzo.
Poichè pensiero e parola nascono nella mente gemelli, chi si disavvezza dall'esprimere il proprio pensiero, si disavvezza a poco a poco anche dal pensare.
Questo era seguìto a lui: le facoltà di pensare e di parlare gli s'erano arrugginite ad un tempo.
Egli pensava a pensieri indeterminati, monchi e sconnessi come il suo linguaggio, e dall'inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza per ogni cosa.
È questo l'ultimo e peggior danno nel quale incorrono tutti coloro che per pigrizia rifuggono usualmente dalla fatica di tradurre il proprio pensiero in parole.
Negli ultimi suoi anni Coso non leggeva nemmeno più i giornali: si contentava di raccoglier le notizie politiche al caffè o per la strada, e quando gliele davano con troppi particolari, tagliava la parola in bocca all'amico, dicendogli: - Insomma, hanno cosato il bilancio - oppure: - alle corte, avremo un ministero Coso -, e aggiungeva un gesto che significava: - Basta, basta; ho capito; oh che fastidio!
Coso abbandonò questa valle di lacrime e di parole una diecina d'anni fa, in una città dell'Italia meridionale, dove era andato per ragion d'impiego.
E tal morì qual visse, se è vero quanto si riseppe da un suo nipote, che [36] l'assistette negli ultimi giorni: un capo armonico, a dir la verità, che potrebbe aver inventato una fiaba.
Io la ripeto com'egli la disse, affermandoci che non ci metteva nulla di suo.
Presentendo la propria fine, il buon Coso, che aveva avuto sempre religione, fece chiamare il prete.
A un certo punto il nipote, che stava all'uscio, sentì il prete dire con voce grave, in cui la pietà velava il rimprovero: - No, caro signore, io non posso acconsentire a una domanda fatta in codesto modo.
Il malato gli aveva espresso il suo desiderio con la sua parola solita: il coso.
Pensando ch'egli volesse qualche oggetto, un ricordo caro di famiglia, da rivedere l'ultima volta, il sacerdote aveva guardato intorno per la camera.
Poi, da un atto dell'infermo avendo compreso, s'era risentito.
Il coso era il Viatico.
L'infermo s'espresse meglio, e fu contentato.
Ma per poco il suo malaugurato vezzo di cosare non gli costò la salute dell'anima.
Certo quelli che si lasciano andare fino a un tal segno son rari.
Ma quanti non sono quelli che parlano presso a poco al modo di Coso; che, per infingardaggine intellettuale o per disprezzo dell'arte volgare del discorso, non dànno del proprio pensiero che briciole e sgoccioli, non mettono nella conversazione che la materia bruta del loro concetto, lasciando agli altri la cura di lavorarla, come una faccenda indegna di loro? Il mondo n'è pieno.
Ma se l'uomo si può definire "l'animale parlante", codesti non sono uomini....
sono cosi.
[37]
TRA LO SCRIVERE E IL PARLARE C'È DI MEZZO IL MARE.
Per dimostrarti che a parlar bene non basta studiar la lingua, ma occorre fare uno studio e un esercizio particolare a quel fine, ti racconto un aneddoto.
Circa trent'anni fa, ebbi una sera la fortuna di desinare con una brigata di milanesi, fra i quali c'era uno scienziato illustre, autore d'un libro notissimo di scienza popolare, che è una delle opere più eloquenti e meglio scritte della letteratura scientifica d'Italia.
Lo scienziato, ch'era un uomo d'indole vivace e di spirito argutissimo, aveva poche sere avanti rallegrato quella stessa compagnia raccontando in dialetto certi episodi comici d'un suo recente viaggio nella Scozia; e il suo racconto era piaciuto per modo, che anche quella sera, alle frutte, tutti i commensali vollero che lo ripetesse, e mi dissero parecchi, mentre egli si disponeva a parlare: - Sentirà, e riderà come non ha mai riso.
- L'illustre uomo incominciò, parlando italiano per riguardo al nuovo uditore, e andò un pezzo innanzi nel [38] racconto; ma l'uditorio, benchè avesse la miglior voglia di ridere, rimase freddo; volevo ridere anch'io, ma non potevo; mi sconcertava il disinganno che leggevo sul viso degli altri; i quali aspettavano tutti qualche cosa che non veniva mai, e parevano stupiti che non venisse, e intenti a cercarne dentro di sè la ragione.
E, infatti, il racconto procedeva male; lo sforzo che faceva il parlatore per trovar parole e frasi comiche, che poi non lo appagavano, ratteneva la sua vena; l'espressione del suo viso che, manifestando quello sforzo, discordava dalla comicità del discorso, ne distruggeva quasi al tutto l'effetto; il suo gesto stesso riusciva impacciato come il suo linguaggio; mancava al racconto la spontaneità, il colorito, la vita.
A un certo punto egli s'interruppe, facendo un atto brusco d'impazienza, ed esclamò ridendo: - Oh, lasciatemi un po' parlare il mio milanese! - e ripreso in milanese il discorso, tirò via col vento in poppa, con tutt'altro viso e tutt'altro accento, libero, arguto, amenissimo, accompagnato fino alla fine dall'ilarità unanime e sonora degli ascoltatori.
Mille casi consimili vedrai tu pure nella vita, perchè migliaia d'italiani colti, e che scrivono bene, si ritrovano, parlando italiano, nello stesso impaccio nel quale si trovò lo scienziato milanese.
E la ragione dell'impaccio sta in ciò: che fra il parlare e lo scrivere passa la stessa differenza che fra il correre ed il camminare.
Come, se non è esercitata alla corsa, anche una persona ben formata, e che ha nel camminare un portamento sciolto e elegante, corre senza leggerezza e senza grazia e rimane senza fiato dopo un breve tratto, così ogni italiano, che parli per [39] uso il suo dialetto, pur conoscendo la lingua benissimo, se a parlarla non s'è esercitato con particolare studio, se non ha acquistato con quest'esercizio la prontezza intellettuale e l'agilità meccanica necessaria al parlar bene, che è come un comporre all'improvviso, non troverà lì per lì le parole proprie, snaturerà il proprio pensiero, parlerà stentato e slavato, traballando e inciampando a ogni passo.
Vedi dunque quanto importa che, prima d'ogni cosa, tu t'eserciti a ben parlare; e dico: prima d'ogni cosa, perchè è un esercizio che puoi cominciare utilmente anche prima di metterti a studiare il materiale della lingua nel modo che vedremo poi.
E ora t'accenno i preliminari della ginnastica; dopo i quali passeremo agli attrezzi.
[40]
PER IMPARARE A PARLAR BENE.
Il parlar malamente, in chi più o meno conosce la lingua, deriva in gran parte dalla consuetudine di non pensar mai un momento, prima di aprir la bocca, al modo di dire il meglio che si può quello che si vuol dire.
E tu avvèzzati a pensarci.
Dirai: - Non s'ha sempre tempo.
- Basterà che ci pensi tutte le volte che ci hai tempo, e non tarderai a ricavarne un profitto maggiore di quello che t'immagini, perchè ti riuscirà di dir meglio che per il passato anche molte di quelle cose che sarai costretto a dire all'improvviso.
Si parla male generalmente anche per effetto della consuetudine, che si prende per pigrizia, di lasciar quasi sempre a mezzo l'espressione del proprio pensiero quando si vede che l'ha capito a volo la persona a cui si parla.
Questa consuetudine pigra ci rende faticoso e difficile l'esprimer bene tutti quegli altri pensieri, dei quali, perchè sian compresi, dobbiamo dare l'espressione compiuta.
Ebbene, e tu abìtuati, parlando, ad esprimere sempre tutto il tuo [41] pensiero, anche quando non sia necessario, come faresti se lo dovessi mettere sulla carta.
Fa' qualche volta, mentalmente, quest'altro esercizio, dopo che hai fatto o veduto qualche cosa, o sentito una commozione, o ricevuto un'impressione qualsiasi; domanda a te stesso: - Come direi se dovessi raccontare questo fatto, o descrivere questa cosa, od esprimere questa commozione? - e pròvati a farlo, supponendo di parlare a una persona colta, con la quale tu non abbia famigliarità, e di cui ti prema la stima e la simpatia.
Studia in special modo di dir bene tutte quelle piccole cose che occorre dire ogni giorno, e anche più volte il giorno; ti riuscirà facile trovarle e fissartele in mente, poichè sono, per così dire, i luoghi comuni della vita quotidiana e del linguaggio di ciascuno; e quando ti sarai avvezzato a dirle facilmente e correttamente, riconoscerai, dal vantaggio acquistato, maggiore della tua aspettazione, che nel dir male quelle piccole cose, benchè non sian molte e sian semplici, consiste principalmente il parlar male di quasi tutti.
Bada anche a questo.
Una delle nostre miserie, parlando, è l'incertezza che ci arresta nel designare certi oggetti, atti, fatti, sentimenti, per i quali sono usati comunemente due o tre vocaboli di senso affine, ma di cui è proprio uno solo; poichè, nell'atto che c'indugiamo a scegliere, perdiamo il concetto della frase o del periodo, che poi ci riescono alla peggio.
Se nel dir la cosa più semplice, come, per esempio, che siamo andati a cercare un tale a casa, che abbiamo salito quattro branche di scale, e dopo [42] aver picchiato all'uscio, sentito abbaiare un cagnolino, e una voce domandar: - chi è? - mentre scorreva il paletto - se dubitiamo un momento fra branche e rami, fra picchiato e battuto, fra uscio e porta, sentito e udito, abbaiare e latrare, domandare e chiedere, paletto e chiavistello, è facile che facciamo un brutto garbuglio d'un periodo che dovrebbe correr liscio como l'olio.
Fìssati dunque in mente le parole proprie che in tutti quei casi dubbi, frequentissimi, sono da usarsi, in modo che sian sempre le prime a venirti sulle labbra, e avrai fatto con questo un gran passo innanzi sulla via del parlar facile e corretto ad un tempo.
Un altro consiglio.
Ti accadrà spesso di sentir strapazzare la lingua italiana, e di ridere dentro di te delle parole sbagliate, delle frasi barbare e dei costrutti sgrammaticati del cattivo parlatore.
È bene che in questi casi tu t'eserciti alla critica; ma se vuoi che ti giovi, non dev'essere puramente negativa: non basta che tu noti gli errori, bisogna che tu cerchi e fissi nel tuo pensiero le parole, le frasi, i costrutti corretti corrispondenti a quelli erronei, che hai osservati; perchè, bada bene, noi burliamo assai spesso gli altri di errori che sfuggono usualmente a noi pure, e la prima cagione del nostro persistere nel parlar male è appunto la consuetudine del criticare senza correggere; per la qual cosa non ricaviamo nessun frutto degli errori altrui, che dovrebbero farci aprir gli occhi sui nostri.
Ancora un'avvertenza.
Il parlar bene richiede un esercizio vivo e rapido delle facoltà intellettuali.
Vedi che l'uomo acceso da una passione, appunto perchè ha le facoltà eccitate, parla quasi [43] sempre meglio che ad animo riposato e a mente tranquilla.
Conviene perciò, quando hai qualche cosa da dire che ti prema di dir bene, quando hai da fare un racconto, per esempio, o una descrizione o un ragionamento anche breve, che tu ti ci metta di buona voglia e con vivo impegno.
Come per fare uno sforzo fisico dài prima quasi una scossa alla volontà e tendi i muscoli e i nervi, così, nell'atto di parlare, tu devi cacciar l'indolenza e dar alla mente un abbrivo risoluto.
Ma non ti mettere alla corsa; va' adagio per ora; avvèzzati a parlare pensando, a frenarti.
A correre senza inciampare imparerai a poco a poco; devi prima esercitarti a camminar bene.
E bada sempre, nel parlare, al viso di chi t'ascolta, che è un critico muto utilissimo, perchè d'ogni parola stonata, d'ogni oscurità, d'ogni lungaggine ci vedi il riflesso, sia pure in barlume, in un'espressione di stupore, o canzonatoria, o interrogativa, o annoiata, o impaziente; anche se gli ascoltatori sian gente che, facendo lo stesso discorso, cadrebbe negli stessi errori tuoi, o assai peggio; poichè la facoltà critica è in tutti di gran lunga più acuta e più attiva quando s'esercita sugli altri che quando lavora sul suo.
In questo studio del parlare potrai avvantaggiarti molto e presto se in casa tua c'è la buona consuetudine di parlare italiano.
Se non c'è, tu devi fare il possibile, rispettosamente, per farcela entrare.
Ma....
Quello che dovrei dirti dopo questo ma lo troverai nella lettera seguente; della quale ho ritrovato la minuta sotto un monte di vecchi manoscritti.
[45]
LA LINGUA ITALIANA IN FAMIGLIA.
Cara cugina,
Ringrazio te, tuo marito e i tuoi figliuoli grandi e piccoli dell'allegra giornata che mi faceste passare in casa vostra, e mantengo la promessa, che ti feci nell'accomiatarmi, di rispondere per iscritto alle tue domande: - Ho fatto bene a metter l'uso della lingua italiana in famiglia? Ti pare che i ragazzi ne facciano profitto?
Risponderei di sì, con gran piacere, alla prima domanda, se non avessi un gran dubbio sulla risposta da dare alla seconda.
Osservai in casa tua che l'uso dell'italiano in famiglia non giova gran fatto, che, anzi, riesce quasi più dannoso che utile, se non è accompagnato dalla cura continua di parlar bene, se non è vigilato, illuminato, corretto assiduamente dal padre e dalla madre, se non si riduce, in somma, a essere uno studio costante di tutti.
Osservai nella tua famiglia, come già in altre, che i ragazzi si sono avvezzati a parlar l'italiano con troppa disinvoltura.
Sono belle [45] cose nel parlare la vivacità, la scioltezza, la sicurezza di sè; ma solo quando non derivino dal disprezzo della grammatica e dall'inconsapevolezza dello sproposito.
Ora, lascia che te lo dica, i tuoi figliuoli parlano con facilità ammirabile un italiano compassionevole, d'un tessuto tutto piemontese, ricamato d'ogni specie d'idiotismi e di modi di conio gallico, e in tutto il tempo che stetti con voi non gl'intesi correggere, nè da te nè da tuo marito, neanche una volta.
In casa vostra, per quello che riguarda la lingua, regna la più scapigliata anarchia.
Girando per le stanze, feci ai tuoi figliuoli molte domande, e sentii che a quasi tutte le cose dànno il nome dialettale o francese: chiamano tiretto il cassetto, robinetto la chiavetta, comò il cassettone, sopanta il palco morto.
A tavola, in quella discussione che fecero fra di loro intorno ai propri insegnanti, e in cui parlarono, a dire il vero, con molto brio e con molta arguzia, intesi dire dall'uno: - mi sono sbagliato, - dall'altro: - niente del tutto, - da questo: - gli ho fatto un bacio, da quello: - Mio professore di aritmetica, - da più d'uno: - Che s'immagini! - e: - Mai più! - per: nemmen per sogno; da tutti, e parecchie volte, vizio per vezzo o consuetudine (pover'a noi, se anche il carezzarsi la barba fosse un vizio!) e chiamare (Dio di misericordia!) per domandare.
Parlai di mode con la tua Eleonora, e trovai che ha preso da te tutta quanta la terminologia francese che tu hai presa dalla tua sarta, e discorrendo con Alberto dei suoi prossimi esami raccolsi dalla sua bocca non so quante parole e frasi del nefando linguaggio burocratico che tuo marito [46] porta a casa dall'ufficio.
In verità, s'io avessi ceduto alla tentazione, udendo parlare italiano a quel modo, avrei fatto alla tua cara prole una continua distribuzione di biscottini e di pacche.
E quello che faceva più forte la tentazione era il vedere che straziavano così ferocemente la lingua con una faccia fresca da innamorare, senz'essere arrestati mai dal minimo dubbio, senza dar mai segno di sentire le proprie stonature, tirando via con una speditezza e con un tono, che uno straniero non pratico della nostra lingua, a sentirli, li avrebbe presi per toscani pretti sputati, e di quelli che hanno la parola più pronta e sicura.
Ah no, cara cugina.
Codesta non è una scuola di conversazione italiana; ma una baldoria linguistica, dove si fa del vocabolario e della grammatica quello che in certe baldorie bacchiche si fa delle stoviglie e del Galateo.
A una scuola così fatta mi par quasi preferibile l'uso del dialetto, col quale i tuoi figliuoli, se non altro, non contrarrebbero abitudini viziose, che è un danno grandissimo, poichè i barbarismi, gl'idiotismi, le frasi errate che il ragazzo s'avvezza a dire in famiglia, dove si parli italiano a vanvera, gli si attaccano alla lingua per modo che gli riesce poi difficile liberarsene anche da uomo.
Dicono che Napoleone primo abbia detto per tutta la vita section per session, rentes voyagères per rentes viagères, point fulminant per point culminant, e altri spropositi, per essersi avvezzato da ragazzo a pronunziare in quel modo quelle parole, che in casa sua si pronunziavano male.
In certe famiglie, come tutti usano certi intercalari e hanno un certo modo di gestire, così [47] dicono tutti gli stessi spropositi.
Io ho osservato che i figliuoli dei padri mal parlanti quasi tutti parlano male, anche se sono più colti dei padri.
Conosco un tale che disse per vent'anni scavezzare per scavizzolare, traccheggiare per inseguire e vita libertina per vita libera: un giorno lo chiarii dei tre errori, ed egli mi confessò che erano un'eredità di famiglia, che in casa sua, dove s'era sostituita la lingua al dialetto, egli aveva sempre inteso usar quelle parole in quel senso: alle correzioni che gli erano state fatte da ragazzo, fuor di casa, non aveva badato; poi nessuno non aveva più osato di correggerlo, per timore che se ne vergognasse, e così era andato innanzi fino ai cinquanta, perdendo prima il pelo che il vizio.
Dunque, segui il mio consiglio: o ripigliate il dialetto in casa, o mettetevi d'accordo, tu e tuo marito, per frenare la licenza linguistica dei vostri rampolli, costituite fra voi una commissione di vigilanza e di censura, che non lasci passare nessuno sproposito, che ristabilisca nella vostra famiglia, filologicamente anarchica, l'impero della legge.
I ragazzi, sulle prime, s'impazientiranno, tenteranno di ribellarsi; ma finiranno con riconoscere la ragione, e parleranno forse con minor facondia, che non sarà una gran disgrazia, ma con maggior correttezza, che sarà una gran fortuna; e ve ne saranno grati più tardi.
Intanto, ti prego di dar loro qualche avvertimento, in forma canzonatoria, che è la più efficace.
Di' a Eleonora che se mi racconterà qualche altra disgrazia arrivata a qualche sua amica di scuola, vorrò sapere una buona volta di dove le disgrazie partono e con che treno arrivano, [48] per potermi regolare.
Di' a Enrico che me ne impipo per me ne rido e buggerìo per baccano non sono parole pulite, e che il dire che un ragazzo di sette anni è più vecchio d'uno di cinque, è ridicolo.
A Luigina, che mi disse tre volte: - Ho fatto una malattia - di' che mi son dimenticato di domandarle se non aveva di meglio da fare quando le è venuta quella brutta idea.
Avverti Mario che il dir che un ufficiale ha tre medaglie sullo stomaco, invece di sul petto, è come dire che le medaglie gli sono indigeste.
Dirai anche nell'orecchio a tuo marito che il verbo consumare, in italiano, è transitivo, e che quindi la candela consuma è un piemontesismo, ch'egli non deve tramandare ai suoi discendenti.
E anche a te un'osservazione nell'orecchio: brutto come tutto è brutto di molto.
Spero d'averti persuasa.
E scusa la franchezza del critico poichè vien dall'affetto del cugino.
Il tuo
***
[49]
A CIASCUNO IL SUO.
(A UNA SCHIERA DI RAGAZZI DI DIVERSE REGIONI D'ITALIA).
Avete riso dei piemontesismi, non è vero? E non ci ho a ridire.
Ma non ne ridete troppo forte, vi prego, perchè quello che dissi della famiglia piemontese, dove si parla un italiano piemontizzato, si può dire a un di presso di migliaia di famiglie d'altre regioni, badando soltanto a sostituire a quelli che citai altri dialettismi e idiotismi; dei quali ciascuna serie vi farebbe rider pure tutti quanti, fuori che uno.
Volete che ne facciamo la prova? Desiderate ch'io vi persuada con gli esempi? E io vi contento, nel miglior modo che m'è possibile, così alla lesta.
E comincio da te, piccolo milanese.
Ce n'è così anche a Milano di famiglie per bene, nelle quali i ragazzi credon mica di parlar male dicendo porsi giù per "mettersi a letto" e menar su per "condurre in prigione" e su e giù a ogni proposito; e qui dietro per "qui attorno" e andar addietro a fare per "continuare a fare" e aver [50] una cosa addietro per "averla con sè" e si può no, e morir via, e mangiarsi fuori e smaniarsi, e che bello! e che caro! e con più ne vuoi, più te ne metto.
Ti basterà questo piccolo saggio, m'immagino.
A noi, piccolo veneziano.
A te pure, quando che parli italiano, vien fatto di ficcare il che da per tutto, e non sei buono da liberartene, e dici: non so cosa che voglia dire, non so cosa che ci vorrebbe; e ti scappa detto lasciarsi tirar giù per "lasciarsi indurre" e incapricciarsi in una cosa, e non s'indubiti, e l'aspetta un momento; e ti sfugge ben sovente scampare per "scappare" e balcone per "finestra" e altana per "terrazza" e sgabello per "comodino".
E che dire del tuo in fatti che usi così spesso nel senso di "in somma", mettendo nella frase una contraddizione di termini che mi fa spalancare la bocca? - Sarà un capolavoro, come tutti dicono; ma in fatti non mi piace.
- Hai ragione di burlarti degli idiotismi altrui; ma in fatti ne dici tu pure.
Sono da lei, caro bolognese.
Pensava ch'io la potessi dimenticare? Mo' ci pare! Venga qua, s'accomodi bene.
Godo di trovarla in buona salute.
E il padre suo di lei? E la ragazzola? E quel bazzurlone di suo cugino, come sta? Fa sempre l'ammazzato con la signorina del terzo piano? Ella riconosce certamente che anche ai bolognesi ne scappano di carine, che è frequentissimo fra di loro il si per il ci, e il faressimo e il diressimo e il questa cosa che qui e che lì; e che non è rarissimo il sentir da loro, anche da gente colta, ghignoso per "antipatico", gnola per "seccatura", benzolino per "panchetto", zucca per "fiasco", chiarle per "ciarle".
E, mi perdoni, intesi anche [51] dire qualche volta "ubbriaco patocco" per ubbriaco "fradicio".
Questa è patocca! Ma ne ride ella pure, e tutti contenti.
E tu, bel garzonetto genovese, non ti dar l'aria d'impeccabile, se dunque sciorino anche a te una bella lista di dialettismi comici che raccolsi a casa tua....
e in casa mia.
Se dunque per "se no" è uno dei più preziosi, non lo puoi negare.
Non me ne capisco per "non me n'intendo" non è men peregrino.
Scorrere per "rincorrere o inseguire" è un'altra bella perla.
E uomo di sua obbligazione per "uomo che sa il fatto suo" è poco bello? Certo, tu non dirai mai mugugnare, frusciare, frugattare, camallare, dar recatto alla casa, in luogo di "brontolare, infastidire, frugacchiare, portar sulle spalle, mettere in ordine", come da non pochi concittadini tuoi intesi dire.
Ma sii sincero: non t'è mai scappato angoscia per "nausea" e angoscioso per "molesto" e inversare per "rovesciare"? Non ti scappa proprio mai bugatta per "puppattola", rango per "zoppo", marsina per "giubba"? Pensaci un po', figgio cäo....
Cittadino romano, ti saluto, e mi fo lecito di dirti, rispettosamente, che spesso sento dire dai tuoi concittadini: ce sto, me dài, ve prometto, te parlo, se dice, e io so' contento, e il tale non vo' venire, e troncare gl'infiniti: anda', sta', di', e dire andiedi e stiedi, e li fiori e li cavalli, e le mela e le pera, e subito che per "poichè" e al contrario per "d'altra parte" e apposta per "appunto per questo" o imbottatore e tiratore e spogliatore e lavatore per "imbuto, cassetto, armadio, acquaio": una quantità d'ore e d'altri idiotismi d'altre desinenze, che si volessi citartene mezzi [52] no me basterebbe du' ora.
Lascio stare il magnassimo e il bevessimo per l'indicativo, che a te non c'è caso che sfugga; ma chi sa quante volte tu pure, parlando italiano, esclami: - Guarda sì che bellezza! - o dici che hai rifame o che un Tizio t'ha fatto una vassallata o che non sai se quanto una certa cosa ti convenga.
A ciascuno il suo.
Non ti stranire, figliolo.
Partenopeo carissimo! Conosco un bravo avvocato napolitano, che tiene due cari figlioli, i quali, parlando italiano con me, chiamano qualche volta, senz'avvertirsene, gradinata la scala, coppola il berretto, cartiera la cartella, borro la brutta copia, spiega la traduzione; che dicono cacciar l'orologio per "tirarlo fuori", abbiamo rimasto per abbiamo "lasciato" l'ombrello a casa, nostro padre è andato a parlare una causa a Salerno, voglio essere spiegato, esser levata questa difficoltà, essere aperto il portone, e non mi fido per "non mi sento" e vado trovando per "vado cercando" e nel contempo per "nello stesso tempo".
Stesso il padre, dispiaciuto di quel modo di parlare, li avverte sovente che dicon troppi napolitanismi; ma non serve: lo voglion bene, ma non dànno retta a lui più che a me, e tiran via.
Non ho detto per canzonare a te, bada bene; ma vedi un po' se dei modi citati non ne scappa qualcuno a te pure.
Potrebb'essere.
Se te ne scappa, sei prevenito; colpisci l'occasione per correggerti, e stammi buono.
O piccolo abruzzese, e tu, non ancor baffuto figliolo della Calabria, non vi fate corrivi se vi dico che sfuggono allo spesso dei provincialismi a voi pure; e il senso lor m'è duro, potrei aggiungere.
Come v'ho da intendere quando mi [53] dite scolla, andito, versatoio, coppino, ceroggeno, raschio, quartino, pizzo del tavolino per "cravatta, ponte, acquaio, cucchiaione, candela, sputo, quartiere, canto del tavolino"? e lento per "magro" e sofistico per "discolo" e fanatico per "vanesio"? Quando vi sento di parlare in quella maniera, sospetto che vogliate scherzarmi, e non tanto mi piace.
E vada quando vi scappa detto che vi siete imprestato (per "fatto imprestare") un vocabolario, che avete donato gli esami, fatto maturare un compagno permaloso, liberato un pugno a un insolente, o che in mezzo al vostro giardino ci vorrebbe piantato un bell'albero, o che vi par mill'anni di giungere il ferio di Natale: si sorride, e null'altro.
Ma che si possa scoprire un canuto nella barba d'un uomo, è incredibile, e mettersi un calzone solo non è decente, e sparare gli uccelli alla caccia è feroce, e dire: - Mio fratello ha picchiato, vado ad aprirlo - è orrendo.
Vi raccomando a porre attenzione a questi errori; e perdonatemi la franchezza, perchè, se ve n'avreste per male, ne fossi troppo dolente.
Son da te, caro siciliano.
Molte volte, nel tuo bel paese, un ospite gentile mi disse sull'uscio: - Entrasse, signore, s'accomodasse; mi facesse il piacere....
- Lo dici qualche volta tu pure, non è vero? E accoppii non di rado il condizionale col condizionale: se avrei tempo, v'andrei, o: se avessi tempo, v'andassi; dico giusto? E per voi è fare un complimento anche il regalare un orologio d'oro, e dite spesso buono per "bello" e bello per "buono" e più meglio e più peggio, e insegnarsi la lezione per "impararla" e mi scanto per "mi perito" e accudire per "rivolgersi" [54] e qualche volta la prima del mese, e questa, senz'altro, per "questa città" e anche casa palazzata per "palazzo".
Chiamate bevanda il caffè e latte, come se non beveste altro nell'isola, o zuppa ogni minestra, e galantuomo ogni signore; e così fosse, che sotto un bel sopratutto e dentro una camicia arricamata non si nascondesse mai una birba! Te n'ho da metter fora dell'altre? No? Queste bastano? E dunque, come dice il tuo Meli,
dunca ascuta a lu patri, e teni accura
a sti pochi e sinceri avvirtimenti.
E anche a te, bruno Sardignolo, poichè ti vedo ridendo dei sicilianismi, dirò amorevolmente il fatto tuo, quantunque del tuo bel dialetto latineggiante io sia un po' innamorato: a te che qualche volta, parlando italiano, alzi le scale invece di salirle, e culli il tuo fratellino per dormirlo, e non pigli caffè perchè non ti prova, e chiami cotti i fichi d'India maturi, e occhi cattivi gli occhi malati; a te che parti al villaggio, e torni da campagna, e vai al braccetto con gli amici, e a chi ti domanda l'ora alle dodici e dieci rispondi che è assai ora che è sonato mezzogiorno, e a chi ti rivolge domande indiscrete dici che non entri il naso negli affari tuoi, e se non la smette subito, che finisca da una volta d'importunarti.
Per farla corta, non t'ho citato che una dozzina d'esempi; mi dispiace d'esser troppo pochi; ma te ne potrei pienare più pagine.
A si biri, piseddu.
- Come? A me pure? - Sì, signorino, a lei pure, e spero che me lo permetta, poichè sa che le voglio un gran bene.
Per insegnar la lingua [55] ai tuoi fratelli d'Italia, che ti riconoscono maestro dalla nascita, devi guardarti anche tu dai dialettismi, non con altrettanta, ma con maggior cura degli altri; non devi lasciarti sfuggir mai, neppure una volta l'anno (e ti sfuggono non di rado) voi dicevi, voi facevi, voi andavi, e dichino e venghino, e leggano per leggono, temano per temono, e lo stai e il vai imperativi, e il dove tu vai? e il che tu vuoi? e nemmeno sortire per uscire, e bastare per durare, e tornar di casa per "andar a stare" in un luogo dove non s'è mai stati.
E sebbene Dante abbia detto "lascia dir le genti" è meglio che tu non dica genti in quel senso per non farmi pensare che tu parli di tutti i popoli della terra; e che suoi per "loro" abbia esempi classici, non toglie che sia più corretto il far concordare l'aggettivo col sostantivo; e m'ammetterai che a dire ignorante per "maleducato" si corre pericolo di calunniare dei sapientoni; e una "minestra diaccia" se vuoi esser giusto, non s'è mai portata in tavola da che mondo è mondo.
A rivederci, bocca fortunata, e porta un bacio alla torre di Giotto.
E ora che giustizia è fatta, tiriamo innanzi.
[56]
*FQ*IL MALANNO DELL'AFFETTAZIONE.
Vi son due modi di parlar male: la sciatteria e l'affettazione.
Ma questo è peggior di quello, perchè chi parla sciatto è soltanto ridicolo, e chi parla affettato è ridicolo e insopportabile.
Non occorre ch'io ti dica che cos'è l'affettazione.
Te lo dicono i modi proverbiali che la deridono: - Star sul quinci e sul quindi.
- Parlare in punta di forchetta.
- Parlar come un libro stampato.
- È un misto di pedanteria e di leziosaggine.
È la consuetudine di scegliere fra i modi della lingua i meno comunemente usati, credendo che il parlar bene consista nel parlar diversamente dagli altri; è il servirsi di vocaboli e di frasi poetiche, anche nei discorsi famigliari, per dir le cose più usuali e più semplici; è l'usar locuzioni e costrutti del bello stile letterario, per isfoggio di cultura e d'eleganza, in luogo d'altre locuzioni e d'altri costrutti alla mano, che si sdegnano come volgari, e che paiono volgari per la sola ragione che tutti li sanno.
Hai visto mai dei bellimbusti che fanno il [57] bocchino e par che sorridano continuamente alla propria immagine, o tengon la bocca sempre aperta per mostrare i denti bianchi; che pigliano atteggiamenti d'Apolli, gestiscono coi gomiti stretti al busto e camminano in punta di piedi, dondolandosi come le anitre e guardando intorno con gli occhi socchiusi o dilatati o languenti! Sono caricature buffe e antipatiche, non è vero? E lo stesso effetto producono quelli che parlano affettato.
Ci dispiacciono perchè, parlando diversamente da noi, hanno l'aria di dirci che noi parliamo male e che dovremmo parlare come loro; non ci paiono sinceri perchè la sincerità parla semplicemente, ed essi parlano con artificio; e non li possiamo prender sul serio perchè, lambiccando a quel modo il proprio linguaggio, mostrano di dar più importanza alle parole che alle cose e di parlar soltanto per farci sentire che parlan bene.
Senti un po'.
Se uno t'annunzia la morte d'un suo amico dicendoti: - Ieri, dopo una malattia lunga e dolorosa, morì il tal dei tali, mio carissimo amico; morì fra le mie braccia; le sue ultime parole furono per raccomandarmi i suoi poveri bambini, che stavano accanto al letto piangendo -, tu sei preso da un sentimento di pietà.
Ma se ti dice invece: - Ieri, dopo un lungo e fiero morbo, mancò ai vivi il tal de' tali, amico mio dilettissimo; spirò sul mio seno, e i suoi supremi accenti furono per commettere alle mie cure i suoi sventurati pargoletti, che stavano all'origliere lacrimando; - tu, invece di commoverti, non credi al suo dolore, e gli dài del buffone.
L'affettazione falsa l'espressione d'ogni affetto, [58] spunta l'arguzia, toglie forza alla ragione, vela la verità, distorna la confidenza, getta il ridicolo su ogni cosa, rende uggiose e moleste, e qualche volta anche odiose, facendole apparire sotto un falso aspetto, persone dotate di eccellenti qualità d'animo.
Ed è un difetto terribile, che guai a chi s'attacca, perchè diventa in lui come una seconda natura, della quale egli perde la coscienza, e non se ne libera più per la vita.
Ed è un difetto disgraziatissimo, che il mondo deride e flagella anche nelle persone più rispettabili, senza tregua e senza pietà, fino alla morte.
*
In quest'affettazione eccessiva e ridicola non c'è pericolo che tu cada.
Ma ti devi guardare anche dall'ombra dell'affettazione, anche da quel difetto, nel quale quasi tutti cadiamo, di usare, parlando, una quantità di parole e di locuzioni non proprie del linguaggio parlato; fra le quali e le proprie, che non ignoriamo, e che usiamo anche spesso, ci siamo avvezzati a non far differenza.
Di tali parole e locuzioni non ti posso fare un elenco compiuto, che sarebbe troppo lungo; ma ti do qualche esempio in un dialogo nel quale un Tizio mi racconta una sua avventura, ed io faccio il pedante della naturalezza sui fiori della sua letteratura.
[59]
FRA UN PARLATORE RICERCATO E UNO CHE PARLA ALLA BUONA.
TIZIO.
- Giunto che fui al bivio, stetti un momento in forse se dovessi volgere a destra o a sinistra.
IL PEDANTE.
- Mi permetta.
Io direi: arrivato che fui al bivio, stetti un momento in dubbio se dovessi voltare....
T.
- ....Se dovessi voltare a destra o a sinistra.
M'arrestai, attendendo che passasse qualcuno, per chiedergli l'indicazione che mi faceva d'uopo....
P.
- Mi faceva d'uopo! E se dicesse semplicemente: che m'occorreva? E invece di "attendendo": aspettando? E domandargli invece di "chiedergli?"
T.
- Ma, non scorgendo anima nata....
P.
- Non vedendo anima viva....
T.
- Piegai a destra e procedetti fino a una chiesetta, cinta di cipressi, della quale mi sovvenne che m'aveva parlato mio padre, quando mi narrò la sua gita al castello....
Trova qualche cosa a ridire?
[60]
P.
- Cinque cosette.
Io direi presi invece di "piegai", andai innanzi invece di "procedetti", circondata invece di "cinta", mi ricordai invece di "mi sovvenne", mi raccontò invece di mi "narrò".
Vuol seguitare?
T.
- Quivi scorsi due uomini distesi al suolo....
P.
- Quanto amore per quello scorgere! E perchè non lì invece di "quivi?" E stesi per terra in luogo di "distesi al suolo?" Il suolo!
T.
- ....che sembravano assopiti....
P.
- ....parevano addormentati, se non le par troppo comune.
T.
- Sostai....
P.
- Si soffermò....
T.
- ....e, osservandoli, venni in sospetto che facessero sembianza, ma che non dormissero davvero.
Non m'ero male apposto....
P.
- Com'è detto bene! Sospettai sarebbe troppo andante; "far sembianza" è più nobile di far mostra e di fingere; "non m'ero male apposto" non è un modo di dozzina come non m'ero ingannato.
T.
- Mi dileggia ella forse, signore?
P.
- "Tolga il cielo!" O come può ella "accogliere" un tal pensiero? "Proceda".
T.
- Di repente, infatti, quasi per accordo, si destarono entrambi, e l'un d'essi....
P.
- Un momento.
Mi lasci ammirare quel "di repente" per a un tratto, e quell'"entrambi" per tutti e due, e l'"un d'essi" per uno di loro.
Questo si chiama "favellare"! Riprenda.
T.
- (Capisco)....
E l'un d'essi, con accento di cortesia, che mal s'accordava con l'atteggiamento del suo volto, mi disse: - Se passa di [61] qui per recarsi al castello, ha errato; la riporremo noi sul retto cammino....
P.
- Mi perdoni.
Qui, benchè ammiri ancora, mi parrebbe più naturale il dire: in tono cortese, e non corrispondeva all'espressione del suo viso.
Quell'"un d'essi", poi, le avrà detto andare e non "recarsi", la rimetteremo, non "la riporremo", sulla buona strada, non "sul retto cammino...."
T.
- (Che insopportabile seccatore!) Ciò dicendo, sorsero ambedue da terra, e mossero alla mia volta....
P.
- Approvato, e con plauso.
Io avrei detto: dicendo questo, s'alzarono tutt'e due, e vennero verso di me -; ma riconosco che avrei parlato con meno squisita eleganza....
T.
- Insospettito, indietreggiai.
Essi accelerarono il passo.
Avevano in animo d'assalirmi, non cadeva dubbio.
Si figurerà di leggieri il mio spavento! Volli gridare; ma mi venne meno la voce.
Mi volsi in fuga; ma fu indarno: mi sentii afferrare da tergo; mi fu forza arrestarmi....
P.
- L'arresto anch'io per un momento, per farle osservare che parla troppo bene.
Avrebbe potuto dire in forma più modesta: - Mi feci indietro.
Quelli affrettarono il passo.
Volevano assalirmi; non c'era dubbio.
S'immaginerà facilmente il mio spavento! Volli gridare; ma mi mancò la voce.
Mi diedi alla fuga; ma fu inutile; mi sentii afferrare di dietro; mi dovetti fermare...
E allora?
T.
- Allora gridai: - Aiuto! - Per buona ventura, transitava là presso una brigata di villici, che i malfattori non avevano veduti, perchè eran celati dagli alberi....
[62]
P.
- Respiro! Ma quel "transitava" per passava, e "celati" per nascosti, e "villici" per contadini....
T.
- Quelli trassero tosto alle mie grida....
P.
- Vuol dire che accorsero subito....
T.
- I malandrini dileguarono....
P.
- Come nebbia al vento.
T.
- Fui salvo.
Mi palpai.
Non rinvenni più il portamonete nella scarsella.
Non c'eran che poche lire; non porta il pregio di parlarne.
Il peggio fu la paura, che non le saprei ritrarre in parole.
P.
- Capisco! "Ritrarre in parole" dev'essere una cosa più difficile che l'esprimere semplicemente.
Ma ella si compiace troppo del difficile.
Perchè non dire alla buona che non si ritrovò più il portamonete in tasca? E perchè dire "non porta il pregio" invece di non mette conto? In somma, se l'è cavata con la paura.
T.
- Se non mi toccò maggior danno, debbo saperne grado....
P.
- Basta che ne sia grato....
T.
- A quei buoni contadini.
Ma la sera mi sopravvenne la febbre.
P.
- Le "sopravvenne"?
T.
- Mi prese, andiamo; mi saltò addosso.
Questo m'incolse....
mi seguì per aver posto in non cale....
P.
- Se dicesse per aver trascurato....
T.
- ....
l'avvertimento di mio padre: che non è saggio l'aggirarsi in quei pressi senza compagnia.
Me ne ricorderò quind'innanzi.
P.
- Suo padre le avrà detto che non è prudente l'andare in giro soli in quei dintorni.
E farà bene a ricordarsene.
Ma farà anche bene d'ora in avanti a
...
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