L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 40
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C'è bisogno di raccomandarti Gaspare Gozzi, maestro di eleganza e di grazia, pieno di buon gusto e di buon senso, e osservatore arguto e finissimo, che in pieno Settecento oppone all'invadente gusto straniero la sua bella prosa castigata, ancora atteggiata della dignità antica? Occorre accennarti la prosa agile, spigliata, scintillante, con la quale Giuseppe Baretti allarga i confini della critica e tratta a ferro e a fuoco le frivolezze e le pastorellerie dell'Arcadia? Ma a lui non t'arresterai per studiare gli effetti prodotti nella prosa italiana dal nuovo mescolarsi della cultura nazionale con la cultura europea contemporanea.
Leggerai del Cesarotti, benchè francesizzante, le pagine dove si prefigge di liberar la lingua dal dispotismo dell'autorità e dai capricci della moda [337] e dell'uso per sommetterla al governo legittimo della ragione e del gusto; e non trascurerai il Bettinelli, se vorrai un esempio singolare di prosa battagliera, ribelle alle tradizioni pedantesche, inforestierata, ma viva; nè l'Algarotti, che nello stile foggiato alla francese ha l'arte di render piane con facilità e vivezza quasi di conversazione le verità più difficili della scienza; nè Alessandro Verri, non puro di lingua nè di stile, ma uno dei primi nostri scrittori riusciti efficacissimi nella mozione degli affetti.
E arriverai così a Vittorio Alfieri, che con la sua Vita eresse il primo monumento di prosa veramente moderna: e s'intende di quella prosa personale, non calcata su alcun esemplare da tutti imitabile, la quale prende forma e colore dall'indole dell'autore, ed è opera d'arte, ma d'un'arte sua propria, uscita dall'intimo dell'animo suo, e che non si può confondere con quella di nessun altro, come l'espressione del viso e il suono della voce.
Dal Foscolo al Carducci.
E ora una schiera di maestri, mirabilmente vari, nei quali, come nell'Alfieri, parla il nuovo spirito destato dalla rivoluzione e la coscienza nazionale risuscitata dalla dominazione francese; e primo fra questi Ugo Foscolo con quell'Epistolario impareggiabile, in cui egli trasfuse e svelò tutta l'anima sua con un calore, con una sincerità, con una franchezza e vigoria di stile che ti soggiogheranno.
Ma non trascurerai però la prosa fluida, chiarissima, sonoramente faconda del suo rivale poetico, Vincenzo Monti, battagliante col diavolo in corpo contro la Crusca [338] e i propri critici.
Nè ti spiacerà il ritorno all'imitazione dell'antico in quegli scrittori che tentarono per tal via di salvare le nostre lettere dalla corruzione straniera; chè anzi essi ti gioveranno per questo.
Declamazione, ridondanza d'ornamenti, affettazione anticheggiante; ma anche vigor maschio di stile, pagine scultorie e magniloquenti troverai nel Botta.
Ammirerai il gusto squisito e "la strettissima fabbrica dei periodi" nel Giordani, benchè per il soverchio studio appunto di legare strettamente le idee e di serbar la lingua purissima, egli abbia qualche cosa di rattenuto, come dice il Capponi, e "non scorra nella sua prosa libera e franca l'onda della parola".
E benchè la parola idoleggi, e sia schiavo del suo principio di restringere la lingua al Trecento, ti gioverà il Padre Cesari, prosator gioielliere, tutto eleganze classiche, che fu al tempo suo contro il forestierume linguistico un "antidoto potente" non inutile affatto ai giorni nostri.
E lascerai dire chi vuole: leggerai il Colletta, non impeccabile nella lingua e non sempre chiarissimo, ma fiero e gagliardo in quella sua prosa da uomo di guerra, che porta lo stampo profondo dell'animo suo.
E non leggerai soltanto, studierai con amore i due prosatori ammirabili che sono nel Leopardi: quello libero, vivo, tutto moderno dei Pensieri inediti, dove s'abbandona all'ispirazione subitanea, quasi parlando più che scrivendo, e quello meno agile, meno colorito, ma di disegno più puro e più fermo, delle Operette morali: prosa originalissima, mista di modernità e di classicismo, magistralmente ordita, d'una "serenità marmorea", d'un'armonia sommessa e delicatissima, e d'una [339] chiarezza "a traverso la quale si vedono i pensieri come per un'acqua limpida le rene e i sassolini del fondo".
Quello che il Leopardi non fece, di rinfrescare la lingua alla sorgente dell'uso vivo, troverai nel Tommaseo, che alla propria prosa "diede moto e vita e copia ritraendo giudiziosamente dall'uso fiorentino", poeta e scienziato della parola, qualche volta troppo forzatamente conciso, ma ricco, robusto, proprio, e pittore e scultore e cesellatore, che dice mirabilmente e in modo tutto suo ogni cosa più difficile a dire.
C'è bisogno di rammentarti Giuseppe Giusti? Non è a imitarsi la soverchia ripetizione dei modi prediletti, nè l'abuso delle forme vernacole, nè l'affettazione della sprezzatura, in cui cade troppo spesso nell'Epistolario; ma quanta ricchezza di modi famigliari e popolari, che pieghevolezza, che amabile baldanza, che briosa disinvoltura di stile! Non t'avrei neppure da rammentare il Guerrazzi, non scevro di vecchia rettorica, nè d'enfasi romantica, e spesso forzato nello stile; ma ricchissimo di lingua pura, di frasi scultorie e d'immagini ardite, potente nell'espressione dell'ira e del sarcasmo e negl'impeti d'eloquenza patriottica, scrittore originale e grande nelle sue pagine migliori, venate d'oro e scintillanti di gemme, irte di rilievi di bronzo e di punte d'acciaio.
Leggi dopo questa, per amor del contrasto, la prosa nobilmente famigliare di Gino Capponi, bella d'una proporzione, d'una discrezione, d'una compostezza patrizia, nella quale, come dice il Carducci, l'anima del lettore si riposa e si contenta come l'occhio dello spettatore nelle linee degli edifizi fiorentini.
E non soltanto per dovere di cittadino, ma per interesse di studioso, [340] leggerai la prosa del Mazzini, "lievemente colorita di classicismo", misurata, ma viva, armoniosa, ma senza ridondanza, ora profeticamente solenne, ora squillante come una musica guerriera, e sempre chiara come cristallo.
E per prender coraggio da un esempio insigne del come anche un italiano nato ai piedi delle Alpi possa con lo studio riuscire uno scrittore facondo, nobile e ricco, leggi Vincenzo Gioberti: un maestro, benchè vesta troppo ampiamente il pensiero e "faccia sciupìo di metafore e di splendori".
Col quale terminerei, non essendo necessario l'accennare i viventi, se d'uno di questi non si potesse in nessun modo tacere, perchè è incominciato per lui il giudizio della posterità.
Voglio dire Giosue Carducci, prosatore potentissimo, che dice tutto quello che vuole e come vuole, solennemente e famigliarmente, con un'arte che sgomenta chi studia l'arte; nel quale la conoscenza profonda della lingua letteraria e il possesso perfetto dell'uso vivo, non abusati mai ad alcun proposito, si fondono e si contemperano in un linguaggio di forza straordinaria e d'armonia svariatissima, egualmente bello e potente nella descrizione e nella polemica, nel discorso dottrinale e nel volo lirico, nell'orazione politica e nella fantasia scherzosa, sempre segnato d'un'impronta in cui lo riconosci e lo ammiri.
- Ma, e Alessandro Manzoni? - domanderai a questo punto.
L'ho lasciato ultimo per finire con lui, e volevo finir con lui perchè è lo scrittore che devo raccomandarti con maggior insistenza di studiare, parendomi la prosa dei Promessi Sposi la più vicina a quello che è per tutti oramai [341] il tipo ideale della prosa moderna: moderna e perfettamente italiana.
È semplice, in fatti, conforme al linguaggio parlato, e pare spontanea; ma non cade mai nella volgarità, e neppure nell'affettazione della naturalezza.
È chiara, limpida come l'aria, ma non per effetto d'una semplicità elementare: ha la chiarezza che deriva dalla precisione e dall'ordine dei pensieri, e dall'arte finissima di ridurre ogni idea, per quanto profonda e complessa, a un'espressione semplice, che la fa parere un portato del senso comune.
È sempre stretta al pensiero, ma senza impacciarlo mai; logica, ma senza mostrar lo sforzo delle connessioni e dei legamenti; omogenea, ma pieghevole a tutti gli atteggiamenti del pensiero e alla natura propria d'ogni oggetto o argomento; originale, ma non ribelle alla tradizione, e scevra a un tempo d'ogni imitazione o reminiscenza di stili altrui.
È ricca di lingua, e dove il soggetto lo vuole, elegante, ma senza che la forma si faccia mai sentire per sè stessa, senza che alcuna parola o frase distolga mai l'attenzione dal pensiero; ed è variamente colorita, ma senza vistosità, e con una fusione perfetta di tinte; ed è mirabilmente armoniosa, ma senza ricerca evidente del numero, d'un'armonia riposta e delicatissima, che par non venga dalle parole, ma dal pensiero, e nasce infatti dall'equilibrio perfetto delle idee, e suona nella mente quasi senza che l'orecchio la senta.
Leggila e studiala con attenzione e con amore.
Studiala confrontando le due Edizioni del Romanzo, quella del primo testo, del 1825, e quella corretta, del 1840, e ne intenderai meglio la ragione, l'arte e la bellezza al vedere come del primo testo l'autore [342] ha appianato le scabrosità, addolcito le durezze, sostituito al latinismo o al modo vernacolo la locuzione italiana, all'arcaismo la parola viva, alla pedanteria grammaticale l'anacoluto efficace; per che via, con che norma lucida e costante egli ha rifatto in parte e avvicinato l'opera sua alla forma ideale che gli splendeva nella mente.
Studiala, e t'affinerai il criterio e il gusto, e prenderai in avversione per sempre il manierato e il falso, il troppo e il vano, la trivialità e la stranezza, l'orpello e la ciancia.
Studiala, e imparerai a fare e a correggere, a condensare e a semplificare, a esser chiaro e sincero, dignitoso e discreto, logico e giusto.
Studia il Manzoni e amalo per tutta la vita.
Ma non lo adorare; ti sia maestro, non idolo.
Conclusione.
Voglio dire: non te lo prefiggere modello unico di prosatore, per avere il pretesto, comodo alla pigrizia, di non leggerne altri, come molti fanno; ai quali il maestro unico raffina il gusto, ma lo circoscrive; poichè il Manzoni mostrò ciò che può la lingua nostra, ma non in tutti i campi, nè in ogni forma della letteratura, non avendo trattato ogni argomento, nè tutto detto in tutti i modi possibili neppure nel campo suo.
E non lo imitare, per la ragione principalissima, ch'egli non ha imitato nessuno.
Ma la semplicità - domanderai - la naturalezza, tutte le qualità mirabili che riconosciamo nella sua prosa, perchè non s'hanno da imitare? - E io ti rispondo che quelle qualità non te le darà l'imitazione, con la quale troppo facilmente la semplicità degenera [343] in sciatteria, la grazia in sguaiataggine e in superficialità la chiarezza.
Quelle qualità devono essere in te, come furono nel Manzoni, il frutto maturo d'infiniti studi e letture, e disse stupendamente il più sensato dei manzoniani: che è illusione il credere di potergliele rubare, leggendo lui soltanto, senza rifare in qualche modo il cammino ch'egli fece.
Leggi dunque, e studia tutti gli scrittori.
Leggi e confronta fra di loro quelli che si rassomigliano e quelli che più si dissomigliano, arrestandoti in special modo a considerare gli effetti simili ottenuti con mezzi diversi.
In ciascuno troverai certi ordini di pensieri e di sentimenti ch'essi esprimono con maggior efficacia d'ogni altro; troverai nei più artificiosi espressioni e forme semplici; nei meno eleganti forme elegantissime; nei meno ricchi di lingua locuzioni e costrutti preziosi, da altri non usati, frasi e parole, dalle quali essi soli traggono certi effetti vivi, per il punto e il modo con cui le adoperano, come se quelle forme acquistassero dalla loro penna, incastonate nei loro periodi, un valore particolare.
Cerca in tutti, quando sei arrestato da una frase o da una parola che suona falso, o da un'oscurità, o da una slegatura che ti dà il senso d'un vuoto, o da un giro di parole che ti dà un principio di noia, cerca in qual maniera si potrebbe correggere l'errore, chiarire l'oscurità, annodare i pensieri sconnessi, recidere la frase oziosa.
Arrèstati in special modo ogni volta che trovi espressi con facilità e proprietà certi sentimenti e pensieri, dei quali a te suol riuscire difficile l'espressione, o perchè corrispondono a lati deboli delle tue facoltà, o perchè sono remoti dalla tua indole, o perchè si [344] riferiscono a cose sulle quali non hai mai fermato a lungo l'attenzione.
E ritorna sulle pagine belle: non ti contentare di quella prima commozione viva e piacevole ch'esse ti destano, nella quale, come dice il Leopardi, la mente tumultua e si confonde; ma esamina, com'egli faceva, e rivolgi in mente quelle bellezze fin che esse vi piglino un posto, dove rimangano.
Locuzioni, armonie, inflessioni di stile, particolarità sintattiche degli scrittori più diversi si mescoleranno nella tua memoria, si combineranno coi tuoi pensieri, e ti verranno fuori in certi momenti, senza che tu ne riconosca l'origine, come dall'intimo del tuo spirito, come nate nel tuo capo, e tutte tue; chè saranno tue veramente.
Ti verranno, nello scrivere, reminiscenze inconsapevoli di tutte le scuole, di tutti i generi e di tutti i secoli della letteratura, soccorsi inaspettati, echi lontani e vicini e soffi animatori e baleni; scriverai con la cooperazione misteriosa di tutti i grandi scrittori; e ti parrà nondimeno di non ricever nulla da nessuno, perchè quello che n'avrai tolto sarà diventato tua eredità legittima, ti sarà penetrato "nei più profondi strati del pensabile", sarà diventato sostanza del tuo cervello e del tuo sangue, il tuo ingegno, la tua italianità, la parola spontanea e necessaria del tuo sentimento e del tuo pensiero.
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UN PARLATORE IDEALE.
È uno dei più cari ricordi della mia gioventù questo toscano illustre, al quale, per riuscire un grande scrittore, non mancò nè l'ingegno, nè la dottrina, nè il sentimento, nè l'arte; ma solamente la voglia di scrivere.
Già dissi di lui in altri libri; ma l'impressione ch'egli mi lasciò di sè nell'animo e nella mente è così profonda, e ancor così viva, che, riparlandone, non ho coscienza di ripetere cose già dette; e se ripeto le cose, mi vien sempre fatto di dirle in modo diverso, poichè mi pare di non averle mai dette prima con bastante efficacia.
È il più ammirabile maestro di lingua parlata ch'io abbia inteso mai, quello che mi mostrò meglio d'ogni altro più eletto parlatore ciò che può la lingua italiana nel campo della conversazione agile e varia, irto di tante difficoltà per la maggior parte degl'italiani anche colti.
Si sentiva ch'era toscano; ma non negl'idiotismi di pronunzia che ai toscani si rimproverano, chè non n'aveva nessuno, non aspirando neppur leggermente la c: si sentiva nella pronunzia [346] perfetta che, fuor di Toscana, nessun italiano o pochissimi possedono, anche di coloro che hanno reputazione meritata di parlar perfettamente.
Ma la pronunzia era il pregio minore del suo parlare.
Il pregio massimo era d'esprimere ogni pensiero, anche più difficile, intorno a qualunque argomento, o più ovvio o più astruso, con una facilità e con un garbo impareggiabile, senza uscir mai dal tono della conversazione famigliare; di dire ogni cosa con proprietà, con finezza e con eleganza, senza che apparisse mai nel suo discorso neppure un'ombra di ricercatezza e d'ostentazione letteraria.
Parlava con facilità, ma non in furia, e se qualche volta s'arrestava un momento a cercare una parola o una frase, nessuno dei suoi ascoltatori s'impazientiva; non solo, ma l'aspettazione era piacevole, perchè sapevan tutti che l'espressione aspettata veniva poi quasi sempre più felice, più calzante al pensiero di quella che alla mente loro s'affacciava.
E v'erano nel suo linguaggio gradazioni finissime secondo ch'egli parlava con persone con le quali non avesse dimestichezza, o con amici stretti, o in un crocchio dove non fossero signore, o con signore.
Non c'era caso che con queste gli sfuggisse mai uno di quei tanti modi volgari, comunemente usati, dello stampo di tirar su le calze o romper le tasche o mandare a far friggere, che molti credono leciti in ogni compagnia perchè li hanno letti nei libri: egli non aveva neppur da fare un atto di riflessione per iscansarli: il suo senso squisito della dignità e della grazia li escludeva.
E così, quando gli occorreva di spiegare ad uno qualche cosa che questi non comprendesse alla prima, o quando faceva una [347] citazione, o ribatteva un'opinione altrui, erano ammirabili le sfumature, le industrie gentili della frase e dell'accento, ch'egli usava, non lasciandole quasi avvertire, perchè non ci fosse nel suo linguaggio nessun'apparenza d'insegnamento, nè colore di saccenteria, nè asprezza di contraddizione.
Ne seguiva mai ch'egli mostrasse, come fanno molti bei parlatori, di star a sentire sè stesso, o di cercar negli occhi degli uditori l'ammirazione della propria eloquenza: non si vedeva mai sul suo viso, non si sentiva mai nel suo accento altra espressione da quella del pensiero o del sentimento ch'egli esponeva.
Alla semplicità signorile e amabile del linguaggio corrispondeva perfettamente il suo modo di gestire: vivo, ma sobrio, e sempre spontaneo, e pieno d'efficacia, sia che facesse l'atto di disegnar nell'aria un'immagine, o d'incidere col cesello una frase, o di modellare una forma nella creta, o di scacciare con la mano un velo di nebbia che ondeggiasse fra il suo pensiero e la sua parola.
Maravigliosa era poi la varietà del suo vocabolario, ricchissimo, secondo gli argomenti della conversazione, di locuzioni letterarie e di modi popolari, senza che nessun modo insolito usato da lui paresse mai strano o nuovo affatto a chi l'udiva per la prima volta, tanto egli l'usava a proposito, e in maniera che da tutto il discorso n'era chiarito il senso e l'opportunità dimostrata.
Persino quei vocaboli stranieri, che s'usano di necessità per designar nuove cose, ma che suonano sgradevolmente all'orecchio non ancora assuefatto a sentirli, riuscivano meno esotici, pigliavan quasi suono e apparenza italiani in quel suo linguaggio di sostanza e di forma tutta [348] italiana, come se questo comunicasse loro un poco del suo colorito e della sua armonia.
Con che agilità di parola raccontava, con che evidenza di disegno e securità di tocco descriveva, con che vivezza faceva scattare e scintillare l'arguzia, e con che stretta concatenazione d'argomenti e lucida semplicità di dizione ragionava, smorzando il tono, allentando la stretta della dialettica, raffinando la cortesia dell'espressione man mano che sentiva vacillare l'avversario, non più ostinato a resistere che per salvare l'orgoglio! Si diceva ogni momento, ascoltandolo: - Senti, come si può dire semplicemente la tal cosa che io dico sempre con una frase solenne! - Oppure: - Guarda, e io sostenni sempre che la tal frase francese non si poteva tradurre in buon italiano! - A sentirlo, desideravo sempre che fosse lì qualche dotto straniero, di quelli che intendono l'italiano e lo gustano, perchè ammirasse in quel parlare un saggio della ricchezza e della potenza della nostra lingua, e mi rallegravo in fondo all'anima, e sentivo alterezza d'esser nato nel paese dove una tal lingua si parla.
E osservavo che quasi tutti, discorrendo con lui, parlavano meglio del solito, e non per uno sforzo che facessero, per emulazione; ma naturalmente, come per un'eco armoniosa ch'egli destasse in loro; ciò che pure osservai nelle famiglie, dove parlan tutti più o men bene, se c'è uno che parla benissimo.
La sua conversazione era un diletto, un pascolo intellettuale, una scuola di lingua e di gentilezza.
E per effetto dei vari pregi ch'egli riuniva, dell'espressione propria e colorita, della pronunzia bella, dell'accento e del gesto [349] efficacissimo, tanta parte dei suoi discorsi m'è rimasta impressa nella memoria, che ad ogni tratto, parlando e scrivendo, nell'atto stesso che certe espressioni m'escono dalla bocca o dalla penna, mi ricordo d'averle imparate da lui; e molte volte, dopo che ho scritto una frase o una parola che mi pare affettata, o volgare, o disadatta, domando a me stesso s'egli l'avrebbe usata, e se, immaginando d'udirla dire da lui, mi par che stoni col suo discorso, la cancello; e quasi sempre, nel rileggere con intento critico qualche cosa mia che non mi contenti, per forzarmi ad esser severo con me medesimo in ciò che riguarda il buon gusto, mi figuro che ci sia lì lui, ad ascoltare.
E così nei buoni effetti del suo insegnamento mi risorge dinanzi sovente l'immagine del maestro insigne e caro, che da venticinque anni non vedo più, e a cui m'è dolce esprimere ancora una volta la reverenza antica e la gratitudine fatta più viva dal tempo.
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PARTE TERZA.
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SE CI POSSIAMO FARE UNO STILE.
Un onesto negoziante, un po' burbero in famiglia, ma buon diavolaccio, il quale credeva che per legge di natura un padre fosse in grado d'insegnare alla sua prole ogni cosa, un giorno, in mia presenza, disse severamente al suo figliuoletto, rendendogli la pagina del componimento italiano: - Ma quando ti farai uno stile? - Poi, rivolgendosi a me: - Lo persuada lei, che è tempo che si faccia uno stile.
Gli promisi di contentarlo in un momento più opportuno; ma la prima volta che mi trovai a quattr'occhi col ragazzo, lo confesso senza rimorso, tradii il genitore con un discorsetto ribelle alla sua volontà; il quale diceva presso a poco quello che ora ripeto a te, mio giovine lettore ideale.
Farsi uno stile! Mi par come dire: farsi un temperamento, farsi una fisonomia, farsi una voce.
Lo stile non ce lo facciamo: ci vien fatto; o come disse un grande scrittore, si trova senza cercarlo: chi lo cerca, non può che trovare uno stile artefatto; chi se lo vuol fare non riuscirà [354] che a farsi una maniera, non uno stile.
Qualunque scrittore, che abbia uno stile veramente proprio e sano, che non sia imitazione o artifizio (sinonimi, letterariamente, di malsania), se gli domandi in che modo se lo sia fatto, ti dirà che non lo sa, o che non lo sa dire; che in fondo è la stessa cosa.
Non ti dar dunque questa briga, non soltanto inutile, ma perniciosa.
Se si tien per giusta la definizione: lo stile è l'uomo, tu devi prima diventare un uomo.
Se s'accetta l'altra definizione: - lo stile è quella vita che il tuo concetto prende in te, e che tu comunichi, nell'esprimerlo, agli altri -, o più breve: - è la vita nella parola -, come si può cercare la vita?
Sei persuaso?
T'addurrò un'altra ragione.
È un fatto universalmente riconosciuto che ogni individuo, in un certo senso, parla un linguaggio diverso da quello d'ogni altro uomo, cioè, che non solo usa sempre o quasi quelle tali parole per esprimere quelle tali cose, e ha certi modi e frasi famigliari, consuete a lui più che agli altri; ma che certe parole e frasi suole usare in un significato leggermente diverso da quello che dànno loro la maggior parte.
E non soltanto ciascun uomo ha un linguaggio individuale per quello che riguarda i semplici vocaboli e le semplici frasi; ma ha pure un suo modo particolare d'ordinare le idee, il quale deriva dal maggiore o minor grado d'importanza che a ciascuna idea egli attribuisce rispetto all'altre, e un modo suo proprio di legarle fra loro, il quale dipende dalle relazioni particolari che fra loro egli vede, e anche un andamento del discorso, per così dir musicale, suo proprio, il quale è effetto del suo [355] modo individuale di sentire il suono del linguaggio ch'egli parla.
Ora in questo vocabolario individuale, e nel modo d'ordinare e di collegare l'idee, e nel ritmo del discorso che ciascuno ha di suo, consiste appunto lo stile; e tu comprendi che tutte queste cose non si cercano, ma vengono da sè, col tempo, che ne porta molt'altre.
Vedi dunque che non ti devi affannare a farti uno stile.
Ognun sa sè, dice il proverbio, e il Giusti, riferendolo allo scrivere, l'ha ben commentato così: ognuno ha mezzi tutti suoi, tutti voluti dal suo modo di essere, e dei quali il più delle volte non saprebbe dar conto neppure a sè medesimo.
Ma questi mezzi non si svolgono, e non vien fatto d'usarli che con gli anni, quando è formata l'organatura della mente e formato l'animo.
In ciò che nel linguaggio di ciascuno c'è di differente da quello degli altri "entra tutta l'individualità del carattere, del sapere, dell'educazione".
Lo stile ti verrà dai recessi più profondi dell'animo, da quello che faranno di te le passioni, i casi della vita, le cose che amerai e ammirerai, la tua professione, i tuoi studi prediletti; ti verrà dal predominio che avrà in te o il sentimento o la ragione, o dall'equilibrio stabile dell'uno con l'altra; dai contrasti che troverai, dalle lotte che dovrai combattere, dai favori e dalle percosse che avrai dalla fortuna nell'aprirti una strada nel mondo, dall'aspetto in cui ti si presenterà la natura, dal modo come giudicherai gli uomini, dalla fede che avrai in qualche cosa di bello e di grande, o dai sentimenti che non ti lasceranno sorgere o ti spegneranno nel cuore quella fede.
Come la luce [356] del sole dà il colore alle cose, sarà il lume dell'anima tua che darà il colore al tuo stile, sarà il palpito del tuo cuore che gli darà il movimento, e gli darà il calore l'onda del tuo sangue, e l'eco che avrà nel tuo spirito l'armonia del giorno sarà la sua armonia.
Cerca dunque per ora, nello scrivere, la naturalezza, la chiarezza, l'ordine, la proprietà; ma quel che indefinibile che è l'individualità dello stile, che è lo stile senz'altro, aspetta che ti venga.
Se te lo volessi fare, cadresti sicuramente nell'imitazione e nella stranezza.
Non cercare lo stile: pensa, studia, opera, ama, vivi, e l'avrai.
[357]
LO STILETTATORE.
Vien qui a proposito un nuovo personaggio piacevole.
Non bazzicò che breve tempo il nostro piccolo cenacolo letterario di capi armonici, quando Firenze era capitale; ma vi lasciò di sè una memoria vivissima,
che, come vedi, ancor non m'abbandona;
(o dolce Francesca, perdonami!) In che modo si fosse imbrancato con noi non ricordo bene: mi pare al caffè, dove attaccò conversazione di punto in bianco, da un tavolino all'altro, una sera che discutevamo di letteratura, vociando tutti a un tempo, com'era nostro costume.
Era Emiliano, agente di varie Case di commercio, benchè ancora molto giovane, e dilettante di lettere a ore avanzate.
Aveva scelto per passatempo la letteratura, non so perchè, invece del biliardo o del tiro al piccione: forse perchè meno costosa; ma a poco a poco ci aveva preso passione; e l'idea madre della sua passione era, com'egli diceva corrugando la fronte, di farsi uno stile.
Questa [358] frase, nella quale si riduceva, credo, quanto egli conservava degli studi ginnasiali non finiti, gli s'era ficcata nel capo come una vite; farsi uno stile era diventato per lui il pensiero precipuo della vita, dopo quello di guadagnarsi il pane.
Ma qualunque altra cosa avesse disegnato di farsi, anche un palazzo di marmo di Carrara, credo che gli sarebbe riuscita più facilmente di quella, da tanto ch'era falso e strambo il modo ch'egli teneva per conseguirla.
Al pari di molt'altri, egli considerava lo scrivere come un'industria a parte, che non avesse che fare col pensiero, o quasi; come un'arte meccanica in cui si riuscisse maestri con l'esercizio, indipendentemente dal fatto di avere o no qualche cosa da dire; e credeva quindi che uno si potesse fare uno stile, come un sarto fa un abito, per esporlo nella vetrina della sua bottega.
E neanche studiava a modo suo (chè sarebbe stato inutile) di farsi uno stile suo proprio.
Egli andava cercando nella gran sartoria della letteratura italiana un abito bell'e fatto; pigliava ora questo ora quello, se lo insaccava, e veniva a farcelo vedere, pavoneggiandosi.
Un certo talentaccio d'imitazione l'aveva.
Letto per una settimana un autore, ne cavava un certo numero di frasi e di costrutti, gl'imbastiva insieme alla diavola sopra un argomento qualsiasi, e correva al caffè a leggerci la paginetta come un saggio dello stile che s'era fatto.
Gli saltavamo agli occhi, dandogli del contraffattore, del falso pavone, dell'arlecchino finto Principe.
E allora egli ricorreva a un altro autore, e tornava dopo un po' con un'altra paginetta, tessuta con la filaccia spicciata dai panni di quello.
Una volta rifaceva [359] il Giusti, un'altra il Boccaccio, una settimana guerrazzeggiava, la settimana appresso impiccava i fantocci del suo pensiero al laccio del Davanzati.
E non si scoraggiava mai per le nostre canzonature.
- Eppure -, esclamava, picchiando il pugno sul tavolino - io mi farò uno stile!
Parve una volta persuaso, finalmente, della falsità della via che batteva: che uno stile non si sarebbe fatto mai scimiottando ora l'uno ora l'altro scrittore.
Avete ragione - ci disse - non bisogna imitare pecorescamente nessuno.
- E ci manifestò la sua nuova idea, un'idea luminosa, una trovata da uomo di genio, espressa con una formula farmaceutica: - Bisogna mescolare e agitare.
- E mescolò e agitò davvero.
La sera che ci portò il suo nuovo saggio, si fece un baccano di casa del diavolo.
Era la brutta copia d'un lungo articolo di giornale, in cui aveva fatto il più bizzarro intruglio di stili che si possa immaginare; dove quasi ad ogni periodo saltava dall'imitazione d'uno scrittore a quella d'un altro, facendo anche salti di secoli, con una temerità di matto furioso; un cibreo stilistico, nel quale si sentivano i più disparati sapori della cucina letteraria nazionale, dalle semplici minestre patriarcali dei trecentisti ai lambiccati manicaretti dolciastri dei cianciatorelli fiorentineggianti e francesizzanti della scuola manzoniana degenerata.
Il chiasso che facemmo lo sconcertò al primo momento; riconobbe sbagliata la ricetta; ma si rifece animo ben presto, e ripetè fieramente che in ogni modo, o per una via o per un'altra, a furia di cercare e d'ostinarsi, si sarebbe fatto uno stile.
E [360] appunto per questo suo continuo farci balenare agli occhi, quasi in atto di minaccia, il suo stile futuro, gli mettemmo il soprannome di stilettatore.
Il ridere che si fece alle sue spalle, povero stilettatore! Quando l'incontravamo per la strada, dopo qualche giorno che non s'era visto, gli domandavamo lì su due piedi: - Te lo sei fatto?
- Non ancora proprio -, rispondeva; - ma sono sulla buona strada.
- Ma è tempo che tu ti spicci!
- Si fa presto a dire -, ribatteva sul serio.
- Ma non ci si fa mica uno stile in ventiquattr'ore! - lasciando capire con quelle parole, che forse in fin di settimana avrebbe avuto il fatto suo.
Non gli davamo requie.
Aveva ragione di dirci che gli stilettatori eravamo noi.
Quando al caffè si chinava a cercare un soldo che gli era cascato, gli domandavamo: - Che cosa cerchi? Uno stile? - Quando mescolava nel bicchiere vari liquori per farsi una certa bibita di sua invenzione, dicevamo: - Ecco Pippo (era il suo nome di battesimo) che si fa uno stile! - E gli davamo ogni specie di ricette scritte per farselo.
- Recipe: tanti grammi di questo, tanti di quest'altro: pestare, sbattere, far cuocere a bagnomaria -, e la parte del corpo dove aveva da applicare l'impiastro.
Ma egli non badava alle nostre burle, e seguitava a braccar lo stile.
- Uno stile - ci disse gravemente una sera (e doveva essere una frase imparata di fresco) - che sia nello stesso tempo moderno e ritragga dai grandi esemplari.
Curiosa, fra l'altro, era l'impressione che gli [361] facevano tutte le locuzioni e le definizioni insolite ch'egli leggesse, concernenti la tecnica (era una sua parola prediletta) dello stile.
Non le capiva bene, e non poteva; ma le raccoglieva con cura amorosa, e le veniva ripetendo con cert'aria di solennità e di mistero, come formule d'arte magica.
L'elaborazione formale del periodo, il tipo periodico, il nodo sintattico, i legami gerundivi e ipotetici, gli spunti melodici dello stile lo facevano pensare, non so ben che cosa, nulla forse, ma profondamente.
Ricordo che gli fece un gran senso una frase bella davvero che aveva letta in un libro, dove era detto di certe curve del periodo prosastico di Dante, non mai girate per intero, rompentisi come a formare un sesto acuto.
Ah! s'egli avesse potuto fare dei periodi col sesto acuto! Anche uno solo! Credo che avrebbe dato per questo tutti i suoi guadagni commerciali d'un mese.
Ma per tutto il tempo che rimase a Firenze, lo stile non lo trovò.
Per i suoi affari di commercio dovè andare a stabilirsi a Milano.
Ma per lungo tempo noi continuammo a parlare spesso di lui.
Non occorreva di nominarlo.
Quando, in un ristagno della conversazione, saltava su uno a dire: - Se lo sarà già fatto? - tutti capivano ch'egli domandava se lo stilettatore si fosse fatto finalmente uno stile.
Lo incontrai molti anni dopo a Milano, mentre attraversava la Galleria con aria affaccendata.
Mi salutò con viva cordialità: aveva dimenticato o perdonato le canzonature fiorentine.
Dopo lo scambio solito di rallegramenti e di notizie, pensando che la fisima dello stile gli fosse uscita [362] di capo da un pezzo, gli domandai, per celia, se se l'era fatto.
Ma da questo genere di monomanìe letterarie non si guarisce.
Mi rispose seriamente: - Eh, no, non ancora.
Che cosa vuoi? Ho avuto tanto da lavorare in tutti questi anni! Ma ci penso sempre.
Ho un tipo stilistico nella mente.
Oh, ci riuscirò, ci dovessi impiegare tutta la vita.
Ora son persuaso che a trovar lo stile ideale basta appena la vita d'un uomo.
- Ma che ne farai del tuo stile ideale nei tuoi ultimi anni? - gli domandai; - poichè può ben darsi che tu non lo trovi che agli ultimi, e anche proprio all'estremo passo.
A che serve lo stile in punto di morte?
Mi diede una risposta sublime: - Io ho un ideale puro, senz'ambizioni.
Sarei contento anche di portar la mia trovata con me al camposanto.
Ma lascerò qualche pagina, vedrai.
Basterà una pagina!
E queste furono le ultime parole che intesi dalla sua bocca, e che spesso mi risuonano in mente.
Ma di lui non rido più.
Ogni volta che ci penso, ora, mi prende un sentimento d'ammirazione, misto di tenerezza pietosa, raffigurandomi quel povero sognatore che ancora abbracciato alla sua illusione letteraria, sul letto di morte, dice con un ultimo sorriso alla sua famiglia sconsolata: - Fatevi coraggio! Io muoio contento.
Ho uno stile.
[363]
A CHE SERVONO I PRECETTI.
Dunque, regole, precetti, niente? Adagio Biagio.
Ma questo non dovrebb'essere affar mio, che essendo tuo consigliere soltanto, non maestro, non sono in debito di dirti ogni cosa.
E poi i precetti tu li hai nei tuoi libri di scuola.
Questi ti dicono quanto t'occorre: che, nello scrivere con vien badare che tra i pensieri ci sia unità e continuità; che bisogna collocare vicine le frasi che hanno fra di loro relazione più stretta, e di cui l'una chiama l'altra quasi naturalmente; che le proposizioni secondarie (precedenti, conseguenti o concomitanti che siano) debbono essere misurate e collocate in modo da non nuocere mai all'evidenza della proposizione principale, che regge tutto il periodo, o che è principale, se non altro, per il suo valor logico.
Ti dicono pure che non si ha da abusare di nessuno dei vari modi di legare fra di loro i concetti, per coordinazione, per subordinazione, per conclusione, ma usarli alternatamente, quanto è possibile senza forzar la sintassi; che certi concetti o certe parti del concetto, perchè [364] richiamino sopra di sè l'attenzione, debbono essere staccati, invece che fusi con gli altri, e fatti risaltare, come gli aggetti in architettura; che in certi casi bisogna affollare nel periodo le proposizioni, in altri diradarle, per la stessa ragione che si fa del tempo nella musica; e in alcuni punti fare una breve pausa, per lasciar liberi un momento al lettore la mente e il respiro, e in altri una pausa più lunga, perchè il lettore riposi, come si fa danzando e camminando; e che è necessario variare il tipo del periodo, come il tono nella parlata, per iscansare la monotonia nella quale i pensieri si confondono e si velano come dentro una nebbia.
Tutti questi precetti tu conosci, e Dio mi guardi dal dirti che sono inutili.
Ti dico, anzi, che ne devi tenere grandissimo conto, perchè alcuni di essi, che sono leggi fondamentali del pensiero, se li avrai sempre vivi nella mente, saranno come voci che, a quando a quando, mentre scrivi, ti faranno star attento a non uscir della retta via, o t'avvertiranno che ne sei uscito e t'indurranno a rientrarvi, cancellando le orme dei passi fuorviati.
E aggiungo che il conoscere bene i termini e le definizioni della precettistica ti sarà utilissimo a formare nettamente nel tuo pensiero le osservazioni che farai sugli scrittori, a determinare con esattezza a te medesimo i difetti e gli errori che troverai in loro, altrettanto utili a studiare quanto i pregi e le bellezze, a fare, insomma, delle opere letterarie quella lettura analitica e critica, che è la sola veramente proficua.
E non di meno ti dico che da tutta la precettistica del mondo non imparerai a scriver bene; [365] te lo dico perchè tu non ti sgomenti, come avviene a molti giovani, della difficoltà, della quasi impossibilità d'aver tutti presenti, scrivendo, e d'osservare tanti precetti rigidi e astratti, che pare debbano essere un inciampo più che un aiuto, e come una rete tesa intorno al pensiero, che gli tolga ogni libertà di movimento.
No, non ti sgomentare dei precetti.
Quando ti metterai a scrivere con un concetto chiaro nel capo, e mosso da un sentimento vivo, quando ti troverai, procedendo nel lavoro, in quello stato di mente e d'animo, nel quale chi scrive "è compreso, agitato, spronato da dieci operazioni della mente distinte e conflate ad un tempo, che vanno come in figura di cono a metter capo a un prodotto comune", l'osservanza della più parte di quei precetti ti riuscirà spontanea per modo, che quasi non avrai coscienza d'osservarli.
Sarà la tua ispirazione che, dando l'impulso alle parole e alle frasi, le manderà ad occupare il posto che loro convien meglio nel periodo; sarà la mobilità del tuo pensiero che scanserà naturalmente la monotonia, facendoti rompere le uguaglianze, variar le misure dei periodi, mandare innanzi il discorso a onde ora lunghe e placide, ora rotte e precipitose; sarà la stessa respirazione mutevole del tuo pensiero che ti farà trovare le giuste pause, e rallentare il passo dopo le corse, per riprender lena, e riprender la corsa più rapida dopo esser andato un tratto a rilento; sarà il tuo sentimento eccitato il maestro muto, pronto e sicuro che ti farà dar risalto a certi concetti, sollevandoli come sur un piedestallo, e collocarne alcuni disparte, come in uno spazio vuoto, ed esporre altri quasi a una svoltata [366] brusca del periodo, dove facciano un'apparizione inaspettata.
Tu metterai in atto molte arti sottili che non saprai di possedere, obbedirai a molti precetti ai quali non avrai mai pensato, sarai nello scrivere, come dice il Tommaseo che ogni uomo è nel parlare, guidato da certe norme sapientissime di natura che sono l'umana ragione medesima.
Prevedo ora una tua domanda.
Riguardo ai due stili, non è vero? C'è in ogni letteratura due forme di stile, che, come dice benissimo un grande scrittore, scaturiscono tutt'e due dall'intima natura del cervello umano.
C'è quello più spontaneo, che del pensiero rende tutte le flessioni, segue tutti i serpeggiamenti, accompagna in tutti i minimi moti il processo, non lasciando nulla sottintendere a chi legge; al quale mette innanzi come un quadro, dove il pensiero stesso è rappresentato in tutti i suoi particolari, e questi nell'ordine e nel disordine con cui si sono affacciati alla mente.
E c'è lo stile che, con un lavoro sintetico, segna del pensiero soltanto i rialti e le cime, in modo che la mente di chi legge faccia un salto dall'uno all'altro pensiero importante, sorvolando e sottintendendo tutti i pensieri secondari che fanno catena fra quelli, ossia compiendo da sè il quadro di cui lo scrittore non ha dato che i tratti principali.
Ebbene, tu domandi a quale dei due stili ti debba attenere.
E chi te lo può dire, amico mio? Noi andiamo perpetuamente dall'uno all'altro.
L'uno e l'altro si trovano a vicenda, se non in ciascuna opera, nell'opera complessiva di quasi tutti gli [367] scrittori, non tanto perchè essi passino da questo a quello deliberatamente, sentendo che ciascuno di essi, alla lunga, affatica, quanto perchè al primo o al secondo sono naturalmente condotti dalla varia natura degli argomenti, dal diverso modo di concepire che induce in loro il diverso genere degli studi, e dalle condizioni dello spirito mutate dall'età e dai casi della vita.
È più naturale nell'età giovanile la prima forma, cioè, il lasciar andar la parola, la frase, la sintassi libere e agili come è il pensiero della gioventù, viva e impaziente; s'inclina più all'altra nell'età matura, quando, pensando più denso e più cauto, si è di conseguenza più sobri nel parlare e nello scrivere, e come in tutte l'altre cose anche nell'espressione del proprio pensiero si cura soltanto quello che più importa e si va dritti allo scopo per la via più breve.
Tu, se diventerai uno scrittore, prenderai più spesso l'uno che l'altro stile secondo che vorrà la tua indole; o fors'anche tutt'e due cozzeranno sempre in te senza che l'uno o l'altro prevalga: chi lo sa? Questi son misteri, come dice Giambattista Giorgini, che l'anima celebra con sè stessa.
Non te ne dar pensiero per ora.
Quello che più preme, per riuscire nell'uno o nell'altro modo a scriver bene, è che tu possegga da padrone la lingua; senza di che nessuna forma di stile prenderai, perchè chi è povero di lingua, ed è quindi costretto a far servire a tutti gli usi quel poco che n'ha, non va dove la natura e l'ispirazione lo spingono, ma dove le scarse parole e frasi del suo dizionario lo tirano; le quali, invece di obbedirgli, gli comandano, come fa in generale chi serve, quando gli s'addossano [369] anche dei servizi che non deve fare, ed egli sa che non abbiamo nessuno da sostituirgli.
E ora tiriamo innanzi.....
Ma no; aspetta un momento.
Mi devo prima difendere da un tale, eccolo qua, che mi corre addosso come uno spiritato...
[369]
COME S'HA DA INTENDERE LA MASSIMA CHE SI DEVE SCRIVERE COME SI PARLA.
L'anonimo, ansando: - Sono arrivato in tempo, grazie al cielo! Lei stava per consigliare a questo povero ragazzo di scrivere come si parla!
- Ha indovinato.
- O come si fa ad avere i capelli bianchi e così poco giudizio?
- Glielo dirò poi, quando lei avrà sfogato la sua generosa indignazione.
Faccia liberamente.
- Faccio sicuro.
Voglio salvare un'anima.
Lei, dunque, consiglia a chi scrive di proporsi come ideale un linguaggio imperfetto.
No? Ma è necessariamente imperfetto il linguaggio parlato, poichè chi parla, chiunque sia, non ha tempo di vagliare i vocaboli, nè di sceglier le frasi, nè d'ordinare le idee, nè d'architettare con garbo i periodi; perchè i migliori parlatori non esprimono i più dei loro pensieri che a mezzo, o ne dànno l'espressione compiuta a furia di ritocchi e d'aggiunte, e allungano e ripetono, e parlano a sbalzi e a strappi, e suppliscono alle deficienze dell'espressione parlata con l'accento, col gesto e con lo sguardo.
Che cosa mi può rispondere?
[370]
- Le rispondo prima di tutto che lei ha sciorinato un periodo che è un argomento in mio favore, perchè è un periodo parlato che sta benissimo; invece del quale ne farebbe probabilmente un altro men naturale e meno efficace se scrivesse quello che m'ha detto seguendo la sua teoria: che non bisogna scrivere come si parla.
In secondo luogo, le rispondo che lei sfonda una porta spalancata.
- Come sarebbe a dire?
- Sarebbe a dir questo.
Che per iscrivere come si parla io intendo: scrivere come uno che parlasse perfettamente.
- Oh bella! Lei si dà la zappa sui piedi, dunque, e riconosce la mia ragione, perchè chi parlasse perfettamente parlerebbe come si scrive...
da chi sa scrivere com'io m'intendo.
- No, ed ecco il punto: non parlerebbe perfettamente, perchè riuscirebbe, e parrebbe anche a lei strano e affettato, chi, parlando, adoperasse tutti i vocaboli, le frasi e i costrutti che per solito s'adoperano scrivendo; la maggior parte dei quali non sono adoperati parlando neppure da coloro che ne abusano nelle scritture, e ciò perchè sentono anch'essi che quei modi parrebbero nella conversazione ricercati e pedanteschi.
Ora io dico che quei modi, per la stessa ragione che non s'usano parlando, si deve scansar d'usarli scrivendo, perchè essi non mutano natura nè suono nel passar dalla bocca alla penna; e se ai più fanno un altro senso sulla carta da quello che fanno nella conversazione, questo non deriva che da una consuetudine viziosa della mente, la quale non vede più nella scrittura la rappresentazione della parola viva, com'è in realtà, ma [371] qualche cosa di convenzionale, quasi d'impersonale, e quindi indipendente dalle leggi del linguaggio comune.
E questo è tanto vero, che a quelli stessi che sono del parer suo, cioè che parlano in un modo e scrivono in un altro, par più naturale, più viva, più efficace, benchè sempre non lo dicano, la prosa conforme al linguaggio parlato che quella non conforme; e non può essere altrimenti.
Credo giusta perciò questa regola: quando s'è scritto un periodo, domandare a noi stessi se, dovendo dire quella stessa cosa che abbiamo scritta, la diremmo nello stesso modo, con la certezza di non parer leziosi, o pedanti, o forzati; e se ci pare di no, levar via dal periodo i vocaboli e le frasi che non diremmo, e sostituirvi quelli che diremmo.
Sono assolutamente certo che in tutti i casi, così facendo, il periodo riuscirebbe più semplice, più chiaro e più bello.
- Ha finito?
- Per ora.
- Dei del cielo, perdonategli! O non riconosce lei che c'è una quantità di modi e di forme, che non s'usano parlando perchè non son naturali, ma che si possono e debbono usare scrivendo perchè abbreviano l'espressione del pensiero, legano i pensieri fra loro meglio delle forme usuali della conversazione, e tengon su la sintassi, e dànno forza al discorso; e che è irragionevole, nell'interesse medesimo dell'efficacia dello stile, il sacrificare tutti quei vantaggi alla naturalezza?
- Lo riconosco, e per questo a questa povera anima che lei vuol salvare, avrei detto, se me n'avesse lasciato il tempo, che quelle forme e quei modi, a cui lei accenna, bisogna evitarli [372] quanto è possibile, non in modo assoluto.
Gli avrei detto prima che per scrivere come si parla non si ha da intendere che si debba scrivere con lo stessissimo linguaggio una pagina di romanzo e una commemorazione dantesca, una lettera a un amico e un capitolo di storia.
Ma questa distinzione non contraddice punto al mio principio, poichè lo stesso linguaggio parlato non ha sempre lo stesso carattere e le stesse forme, con chiunque, dovunque e in qualsiasi occasione e di qual si voglia cosa si parli.
Intesi un giorno un amico improvvisare un discorso sopra un feretro, al camposanto, in presenza d'un migliaio di persone: egli usò frasi e parole che non avrebbe usate dicendo quelle stesse cose a me solo: eppure non stonavano perchè erano esse pure del linguaggio parlato; ma del linguaggio che si parla quando s'ha l'animo commosso, in un momento solenne, davanti a un grande uditorio.
E le vorrei mostrare le migliori pagine degli scrittori italiani di tutti i tempi, dal Machiavelli al Carducci, e farle toccar con mano che le più eloquenti e più belle tra le migliori, anche sopra argomenti altissimi, quelle che ci vanno più dritte al cuore e alla mente, e che ci rimangono più scolpite nella memoria, e che rileggiamo sempre con maggior piacere, sono per l'appunto le pagine, nelle quali abbiamo più viva l'illusione di sentir parlare l'autore come immaginiamo che parli o che parlasse con tutti, nelle quali troviamo meno parole, frasi e costrutti lontani dall'uso del linguaggio parlato.
- Ah, no! Ah, no! Ah, no! E se anche potessi riconoscere vero codesto per quanto riguarda le parole e le frasi, non lo potrei mai ammettere [373] rispetto alla struttura del periodo; il quale, nel linguaggio parlato, non è mai e non può essere, come spesso nella prosa scritta dev'essere, largamente svolto, sapientemente costrutto, nobilmente architettato.
- Nego, nego, nego.
Lei può aver ragione in riguardo al periodo della conversazione ordinaria, su argomenti comuni, famigliare e tranquilla; ma ha torto, se riferisce quello che dice anche al linguaggio della passione.
La passione, parlando, ha due maniere di periodo.
Parla a brevi incisi, senz'ordine e senza legature, negl'impeti violenti e passeggeri, che offuscano la mente e fanno balbettare il pensiero come la lingua.
Ma quando l'uomo infiammato dalla passione, e tanto più se è un uomo colto, le fa un racconto o una descrizione o un ragionamento, nel quale, per produrle un'impressione immediata e viva, ha bisogno di presentarle tutt'insieme, o nel minor tempo possibile una quantità d'idee, d'argomenti, di fatti, d'immagini, che nella sua mente s'affollano e s'incalzano, osservi come svolge anch'egli largamente il periodo, che periodi lunghi le tesse, pieni d'incisi e pur rapidi, complessi e chiari ad un tempo, e ben lumeggiati in ogni loro parte, e ampi e armonici e leggeri; che paiono stati preparati e imparati a mente, e sono non di meno pieni di spontaneità e di naturalezza, e non hanno nè parole, nè frasi, nè costrutti che non siano comunissimi nel linguaggio parlato! Per questo io dico che anche dove occorre di svolgere ampiamente il periodo, scrivendo, si può serbare la naturalezza del linguaggio di chi parla, e che non soltanto nei termini e nelle frasi, ma anche nella sintassi e nell'andamento della [374] prosa scritta, pur mirando sempre a una perfezione che nel parlare non si può raggiungere, ci dobbiamo scostare il meno possibile dal linguaggio che usiamo nella conversazione.
Così io intendo lo "scrivere come si parla".
- Non creda d'avermi persuaso.
In ogni modo, nel dar quella norma ai giovani c'è un pericolo: di farli cadere nella trascuratezza e nella volgarità.
- Ma c'è un pericolo anche nel combatterla, ed è di farli cadere nell'affettazione e nella pedanteria.
- Lasciamola lì.
- Badi che è lei che la lascia.
- Allora la ripiglio.
- Ripigliamola.
(Continua).
[375]
PENSARCI PRIMA.
Ecco il più utile dei precetti: - Pensare prima di mettersi a scrivere.
- Un grande scrittore ha detto: - Meditare vivamente e tranquillamente sull'argomento.
Alla tua età, quando s'ha da scrivere, si suol commettere l'errore d'incominciar subito e in qualunque modo, con la risoluzione di chi spicca la corsa incontro a un pericolo per non lasciar tempo alla paura di saltargli addosso; s'entra d'un salto nell'argomento anche senza un'idea preconcetta, pensando che l'ispirazione ci raggiungerà per la via, che le idee sorgeranno sul nostro cammino, l'una dall'altra, come le bolle in un'acqua agitata.
È un calcolo sbagliato della pigrizia, che rifugge dal lavoro preparatorio della composizione.
Quanto meno avrai pensato prima, tanto più faticherai dopo, e con minor frutto.
Quanto più ti sarai voltato e rivoltato per la mente il soggetto avanti di scrivere, con tanto maggior rapidità scriverai; e questa rapidità non sarà precipitazione, ma impeto spontaneo, che andrà tutto [375] a vantaggio della vivacità dell'espressione e della fluidità dello stile.
Noi pensiamo a frammenti e a ritocchi.
Poche idee ci nascono nella mente chiare e vestite di un'espressione che possa esser messa tal quale sulla carta.
Al primo sorgere, l'idea ci si presenta quasi sempre come "un'ombra, presso che informe; poi si disegna, ma a linee ancora mal determinate, e qua e là spezzate e manchevoli; poi piglia una forma compiuta e netta.
Tu getti per lo più l'idea sulla carta quando è ancora nella prima o nella seconda fase.
Aspetta la terza.
Ci sono idee che si svolgono con un lungo giro misterioso nei labirinti del cervello: tu devi lasciar che compiano il giro: se le prendi a mezzo cammino non prendi che un embrione d'idea.
E non pensare che certe espressioni felici, che tu trovi negli scrittori, siano sempre, come ti paiono, effetto d'un'ispirazione subitanea: tali possono esser parse allo scrittore medesimo nell'atto che le scriveva; ma sono in realtà quasi sempre "l'ultimo effetto istantaneo d'un lavoro precedente del suo pensiero".
Nota ancora che ciò che osservano tutti gl'insegnanti in certi giovani, che non riescono mai ad appropriarsi certi costrutti sintattici, non deriva se non dal fatto che essi formano sempre stortamente nel loro capo certi gruppi di concetti, ai quali quei costrutti corrispondono; e li formano sempre stortamente perchè non fanno mai quel lavoro a mente tranquilla, prima di scrivere, e nella furia dello scrivere accettano sempre lì per lì la forma solita in cui quei dati concetti si presentano alla loro mente.
E devi pensar prima anche per questo: che, in quel pensare avanti di [377] scrivere, l'attenzione è più facilmente raccolta, essendo la stessa operazione meccanica della scrittura una distrazione; e il lavoro del pensiero è più libero e più vivo, e meno proclive a oltrepassare i confini d'una brevità sobria ed efficace che quando va di conserva con la penna; poichè la penna è chiacchierona, tende ad allungare, a infronzolare, a ripetere; ed anche in quel lavoro mentale preparatorio libero e agile abbracciando e misurando più facilmente tutte le parti del tuo pensiero, previeni il pericolo di lasciarti poi tirare, scrivendo, più là del giusto e del conveniente da ciascuna parte del pensiero medesimo.
E principalmente per bene ordinar le tue idee devi pensar prima, perchè, se aspetti a ordinarle mentre scrivi, questo lavoro ti distrarrà da quello di cercar l'espressione; e se per cercar l'espressione trascurerai l'ordine delle idee, non ti verrà più fatto di legarle naturalmente e logicamente; ma le legherai con nodi grammaticali artificiosi e forzati, che faranno peggior effetto delle sconnessioni.
Oltrechè nel troppo frequente sostare con la penna per riparare all'insufficiente preparazione, perderai anche l'originalità del pensiero e della forma, perchè darai tempo alle reminiscenze letterarie di sopraggiungere, ossia, ai pensieri e alle frasi d'altri di mescolarsi coi tuoi, e ti si raffredderà l'ispirazione, senza la quale non c'è spontaneità, e accetterai molte volte, per impazienza dell'indugio e per abbreviare lo stento, senza critica, violentando la tua coscienza, la prima idea che ti s'affaccia alla mente.
C'è ancora un'altra ragione, e questa te la dico con le parole d'un autore drammatico [378] valentissimo, che certo t'ha più volte rallegrato e commosso.
Dopo avermi spiegato com'egli abbia per uso di non mettersi mai a scrivere prima d'avere in mente il lavoro quasi compiuto, disse: - Resisto quanto più posso alla tentazione di prender la penna, perchè qualunque cosa io metta sulla carta, prima d'aver pensato tutto il mio dramma, mi diventa un impaccio.
Quando quella tal cosa è scritta, non mi so più risolvere a mutarla nè a cancellarla, o non lo faccio che con grande sforzo, per un senso di pigrizia e quasi d'avarizia intellettuale, perchè mi rincresce di buttar via quella fatica già fatta, anche non essendone contento.
Una pagina, invece, o una frase, la quale non sia scritta ancora che nel mio pensiero, la correggo o la cancello senza esitazione e senza rammarico.
M'è sempre riuscito meglio tutto quello che ho più tardato a far passare dalla mente nella scrittura.
-
Avvèzzati dunque a ordinare e ad esprimer le tue idee, a prendere appunti, a cancellare, a correggere, a rifare le cose tue mentalmente.
Tu rimarrai maravigliato nel riconoscere quanto si fortifichi, anche con un breve esercizio, la facoltà, che da principio è debolissima in tutti, di fare "minute mentali".
Da una volta all'altra che ti proverai, ti riuscirà di farle, con minor fatica, sempre più lunghe, più particolareggiate, più chiare, più vicine alla forma definitiva.
Quando avrai in mente ben chiaro e ordinato quello che vuoi scrivere, il tuo pensiero franco e sicuro di sè farà correre la penna diritta e svelta senza lasciarle tempo nè modo di fuorviare, di serpeggiare, di perdersi in minuzie e in fregi inutili e falsi.
Credi che nessuno scrittore scrisse [379] mai una pagina veramente bella, rigorosamente logica, in ogni parte perfetta, la quale non fosse già composta per intero nel suo capo prima ch'egli intingesse la penna nel calamaio.
E tieni a mente sopra tutto che l'ordine delle idee è, dopo il valore delle idee stesse, il primo pregio d'ogni scrittura, perchè è insieme chiarezza, brevità, armonia, bellezza, forza, e che all'ordine prima che ad ogni altra cosa deve intendere il lavoro di preparazione, perchè dall'ordine principalmente deriva la facilità dell'espressione e la spontaneità dello stile, perchè fra lo scrivere con le idee già ordinate nella mente e l'ordinarle scrivendo corre la stessa differenza che tra il camminare per una strada fatta e il farsi la strada a passo a passo sur un terreno ingombro di pietroni e di sterpi.
Questo è il lavorìo preparatorio che devi fare ogni volta che hai da scrivere.
Ma, quando non ti manchi il tempo, è bene che tu ne faccia anche un altro, che sarebbe come la preparazione generale di quella preparazione particolare.
E questo consiglio te lo do in nome d'un sommo scrittore.
Il quale dice che quando s'ha da comporre giova moltissimo il leggere abitualmente in quel tempo autori di materia analoga a quella che dobbiamo trattare; non già per proporceli come modelli di ciò che dobbiamo fare, non per imitarli; ma per l'assuefazione materiale che, leggendoli, la mente acquista a quel dato lavoro e stile, per l'esercizio ch'essa fa di questi in quelle letture.
Osservazione giustissima, poichè tutti esperimentiamo, e avverrà a te pure, che dopo aver letto, per esempio, un ragionatore, si prova una singolare tendenza e facilità a ragionare, e così dopo [380] aver letto racconti, a raccontare, e descrizioni, a descrivere; si fa la mano a quel dato genere, per dirla con un traslato che può parere ignobile, ma che non è, perchè ci sono molte più rassomiglianze che il nostro orgoglio non voglia riconoscere, fra il lavoro intellettuale e il lavoro meccanico.
E ora che abbiamo visto come ci dobbiamo preparare a scrivere, vediamo un poco lo scrittore alla prova; in che intoppi s'imbatta, da che cattive tentazioni sia assalito, quali pericoli corra, che battaglia debba combattere con sè stesso, e con quali forze e con quali arti possa vincere.
Può essere che la rappresentazione ti giovi e ti diverta ad un tempo.
[381]
CON LA PENNA IN MANO
SCENA IDEALE.
Personaggi: Un giovinetto che scrive.
- Il genio amico.
- Il Buon gusto.
- Il Buon senso.
- Idee, frasi, parole.
- Un'idea velata.
- L'Ambizione.
UNA FRASE.
- Eccomi.
LO SCRITTORE (guardandola).
- Le rassomigli; ma non sei per l'appunto quella che cerco.
LA FRASE.
- Ma son bella.
LO SCRITTORE.
- Lo vedo, e mi tenti.
Ma non puoi vestir la mia idea, le faresti addosso delle pieghe, e parresti un abito preso a nolo.
LA FRASE.
- Ma poichè non n'hai altre alla mano! Chi sa quanto avresti a cercare, e forse senza trovare! Pigliami.
I lettori, colpiti dal mio color vivo, non baderanno alle pieghe.
IL BUON GUSTO.
- Non le dar retta: le vedrebbero, come si vedono le rughe anche in un bel viso.
Rifiutala.
LA FRASE.
- Farai vedere se non altro che mi possiedi, sarò un segno di più della tua ricchezza.
[382]
IL BUON GUSTO.
- E del tuo cattivo gusto e della tua improprietà e della vanità per giunta.
Mandala via e cerca ancora.
LO SCRITTORE - dopo aver un po' pensato, fa un atto d'impazienza e si rimette a pensare.
IL GENIO AMICO.
- Non la trovi?
LO SCRITTORE - non risponde.
IL GENIO AMICO.
- Se non la trovi, non insistere.
Forse è già nella tua mente, ma nascosta, e uscirà di sorpresa.
Forse è già passata, e non l'hai colta a volo, ma ritornerà.
Prosegui.
LO SCRITTORE (rimettendosi a scrivere).
- "Le contrarietà e le lotte, le fatiche e gli stenti, le amarezze e le angosce, i disinganni...."
IL GENIO.
- La durerai un pezzo?
IL BUON GUSTO.
- Codesto si chiama sfilar la corona del rosario.
IL BUON SENSO.
- Tu dài il tuo pensiero a sgoccioli....
IL BUON GUSTO.
- Sei pagato a un tanto la parola?
IL GENIO AMICO.
- Dacci un bel frego, figliuolo.
LO SCRITTORE - cancella, arrossendo e sorridendo leggermente, e continua a scrivere.
IL GENIO (leggendo di sopra alle spalle dello scrittore).
- Codesto è buono.
(Un minuto dopo).
E ora perchè t'impunti?
LO SCRITTORE.
- È arrivato a un punto dove il pensiero gli manca; egli vede un vuoto davanti a sè, come un fosso profondo, di là dal quale gli appare nettamente il sentiero per cui potrà continuare il cammino.
Ma come riempire quel vuoto per passare di là?
UNA FOLLA DI PAROLE CHE ACCORRONO DA TUTTE LE PARTI.
- Siamo qui noi, al tuo servizio.
Comanda.
[383]
LO SCRITTORE.
- Ma voi non dite nulla.
LE PAROLE.
- Ma possiamo colmare il fosso.
LO SCRITTORE - le guarda, titubando.
IL GENIO (alle parole).
- Sgombrate, fannullone impostore! (Allo scrittore).
Non ti servire di questa mala genìa.
Lascia il vuoto piuttosto, e fàtti coraggio a spiccare il salto.
Al lettore riuscirà meno ingrato lo scomodarsi a saltare con te che il passare sopra il mucchio di ciarpame, col quale lo vorresti ingannare, facendoglielo parer terra salda.
LO SCRITTORE - spicca il salto e si rimette in cammino.
UNA IDEA - ravvolta in un velo, gli si presenta in atto grazioso.
Egli le sorride e le fa cenno di venire innanzi.
IL BUON SENSO.
- Bada.
Non ti lasciar ingannare.
Non la riconosci? (Strappa il velo all'Idea).
La riconosci ora? È la seconda volta che ti si presenta.
Le hai già fatto troppo onore la prima.
Mettila alla porta.
(L'Idea svanisce).
Guàrdati da queste seccatrici vanitose e sfacciate che ritornano anche dieci volte in abiti diversi per farsi ritrarre in tutti gli atteggiamenti e con tutti i giochi di luce.
Sono la perdizione degli scrittori che cascano nelle loro reti.
Scrutale bene in viso prima di riceverle.
LO SCRITTORE - dopo aver scritto un altro poco, dà un'esclamazione di contentezza, che significa chiaramente: - Ecco un pensiero! - e fa correre più lesta la penna.
IL GENIO (si china a leggere, sorride, e dopo un breve silenzio).
- È un pensiero originale, ed espresso bene; ma....
non è tuo!
LO SCRITTORE - si riscote, rimane pensieroso [384] qualche momento, come cercando, poi fa un atto di rammarico e abbassa il capo.
IL GENIO.
- Oh! l'hai ritrovato il proprietario legittimo.
È vero? Sono illusioni frequenti.
L'ha detto un valentuomo, che pensava sempre col suo capo: un pensiero ci par nostro e nuovo, alle volte, nel punto in cui è ancora confuso nella nostra mente, perchè, così essendo, non rassomiglia a nulla; ma quando si determina nell'espressione e assume la sua vera faccia, riconosciamo che è d'un altro.
Codesto tu l'avresti forse riconosciuto da te, rileggendo.
Non rubare: è il settimo comandamento.
Un freguccio.
Bravo.
È da giovine onesto.
LO SCRITTORE (si rimette a scrivere.
Dopo un poco, lascia cader la penna).
- È inutile! È un pensiero che non mi riesce d'esprimere.
Ci rinunzio.
IL BUON SENSO.
- Eh, via! Io ne intuisco la ragione, poichè ti leggo in mente il pensiero.
Tu hai in capo una bella frase preconcetta, nella quale vuoi far entrare quel pensiero, e non ti riesce, perchè non son fatti l'uno per l'altro, e t'ostini, perchè vuoi mettere in mostra la frase.
Rinunzia alla forma elegante e impropria che ti sta a cuore, supponi di aver da dire quello che pensi a un amico, in una conversazione famigliarissima, senz'altra cura che di farti capire; e vedrai che ti riuscirà di dirlo.
Espresso che ti sarai in quel modo, se l'espressione non ti finirà, ti sarà facile ridurla, con qualche mutamento, a maggior perfezione.
Fanne la prova, e ne sarai persuaso.
LO SCRITTORE - dopo avere un po' pensato, rimane immobile, con gli occhi fissi sul foglio, in [385] atto di fare uno sforzo intenso; ma gli occhi sono senza vita.
IL GENIO.
- Ecco il momento in cui l'occhio della mente si vela.
Smetti, amico.
Non faresti più uno sforzo utile.
Alzati e muovi.
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LO SCRITTORE - si rimette al lavoro e scrive di lena, senza interrompersi, per un buon tratto.
Poi alza il viso, come cercando qualcosa con gli occhi, impaziente.
IL GENIO.
- Che cosa cerchi? Un legame fra l'idea che hai espressa nel periodo finito e quella che vuoi esprimere nel periodo che segue? Ma se un legame naturale non c'è, perchè ce lo vuoi mettere?
IL BUON GUSTO.
- Per eleganza? Ma come potrà essere elegante un legame non naturale?
IL BUON SENSO.
- Non è meglio uno stacco inelegante che una bella attaccatura forzata?
IL BUON GUSTO.
- Che sarebbe un anello di latta dorata?
IL BUON SENSO.
- E che in ogni modo congiungerebbe le parole, ma non le idee?
IL GENIO (dopo un poco).
- Ah, ti ci colgo ora! Ti colgo in flagranti a raccattare un pensiero superfluo per metterci addosso una bella frase!
IL BUON SENSO (dopo un altro poco).
- E a cercar dei cavilli per giustificare a te stesso codesta espressione che la coscienza ti rimprovera!
IL BUON GUSTO (due minuti dopo).
- E a metter la barba finta a un pensiero già espresso, per farlo parere un personaggio nuovo!
LO SCRITT.
(lavora altri dieci minuti; poi guarda alla finestra, sospirando).
- Oh che bel sole di [386] primavera e che bell'aria limpida! Come cantano allegramente gli uccelli! Che fragranza deliziosa mandano le acacie fiorite dei viali! Come sarebbe piacevole a quest'ora correre fra il verde e l'azzurro, col pensiero libero, bevendo a grandi sorsi la vita! E che dura cosa è questa fatica, quest'affanno della mente prigioniera, segregata dal mondo vivente, questo torturarsi il capo con la penna come con la punta d'uno stile!
L'AMBIZIONE (sbucando d'un salto di dietro a una libreria).
- Ah! è una dura cosa, è un affanno, è una prigionia, è una tortura! Ah, credeva il signorino che fosse una cosa facile l'arte, l'arte a cui diceva di voler consacrare la vita! Ma non ci si riesce senza incredibili fatiche, dice il poeta della Ginestra.
Ma bisogna sudare e gelare, dice Orazio.
Ma convien farsi per molt'anni macro, dice Dante.
Ma tutti gli scrittori che tu ammiri sudarono, vegliarono, si torturarono, ci rimisero la salute e ci si logorarono l'anima.
E il signorino ambizioso, che vuol arrivare alla gloria, crede che sia come prendere la via dell'orto!
LO SCRITT.
china la fronte e si rimette all'opera.
IL GENIO (passata un'ora, dopo aver letto l'ultima pagina).
- Sta bene.
Eccoti col vento in poppa.
Non dare all'immaginazione il tempo di raffreddare.
Non cercar la frase, chè non ti sfugga il pensiero.
Segna di volo le idee che ti incalzano.
Non ti soffermare a scegliere fra le varie parole che ti s'offrono: notale in margine, come faceva il Leopardi: sceglierai più tardi la più calzante.
Non insistere su nessun concetto secondario.
Non lasciar deviare in rigagnoli, [387] tieni raccolta la corrente del tuo pensiero; scaccia le idee intruse che romperebbero l'onda; e va' spedito, ma non ti lasciar travolgere.
Fa' un ultimo sforzo, e pianterai la bandiera sulla riva.
LO SCRITT.
- tira un grande respiro, e posa la penna, col viso rasserenato e sorridente.
IL GENIO (dopo aver letto).
- Tutto codesto è ben pensato e ben detto.
Hai vinto le cattive tentazioni.
Non hai tradito il tuo pensiero.
La tua coscienza dev'esser contenta.
Che sentimento di serenità e di leggerezza, non è vero? E come ti è dolce ora la libertà dello spirito! E come benedici la tua fatica!
[388]
LA SFILATA DEI BRUTTI PERIODI.
Vien'ora, che assisteremo insieme a uno spettacolo singolare, il quale ti potrà dar argomento a osservazioni utili.
Come le madri spartane facevano vedere ai figliuoli gl'Iloti ubbriachi perchè prendessero in aborrimento il vizio dell'ubbriachezza, io ti farò sfilare dinanzi i periodi deformi e viziosi, affinchè lo spettacolo ripugnante e compassionevole ti fortifichi nel proposito di non mostrar mai nulla di simile nella prosa che uscirà dalla tua penna.
La moltitudine miserevole sfilerà in tre processioni successive, che rappresenteranno ciascuna una deformità o infermità particolare, comunissima nel mondo letterario, dalla quale tu dovrai fare ogni sforzo per preservarti, in special modo nel primo periodo dei tuoi studi.
Ecco la prima colonna che viene avanti, come può.
È lo sciame dei periodi nani, appartenenti tutti alla gran famiglia dello Stile singhiozzato, che è numerosissima, e sparsa in tutti i campi [389] della letteratura.
Sono molto in voga a cagione del gran comodo che fanno a chi vuol scrivere facilmente, senza darsi la noia d'affrontar le difficoltà della sintassi, di collegare, cioè, e d'intrecciare le idee, di concatenare e di saldare l'una all'altra le frasi, che è un perditempo di pedanti e una fatica di certosini.
Vedi che son quasi tutti periodi d'una sola, o di due proposizioni al più, semplici come la miseria.
Grazie a loro il discorso va avanti a piccoli salti, come gli uccelli, o a brevissimi passi misurati come le galline a cui si mettono i laccetti alle gambe, perchè non scappino.
Chi li usa, dice che servono a imitare il linguaggio parlato; ma quella non è imitazione, è caricatura, perchè anche nel parlare è rarissimo che s'esprima il pensiero così a pezzi e bocconi, che si proceda in quel modo a scatti e a sussulti, come se la mente battesse la terzana.
Vedi se non è buffo che un uomo scimiotti l'andatura d'un bambino.
Prova a seguitar per un po' codesti periodi, e ti sentirai le gambe rotte.
Non son periodi, ma rottami, briciole di periodi; pensieri in pillole e in polvere; trucioli e segatura di prosa.
E ne passa, e ne passa, di tutti i gradi di statura al disotto della media, di tutte le gradazioni di magrezza fra il corpo spolpato e lo scheletro nudo, e usciti d'ogni dove: da romanzi d'appendice, da discorsi politici solenni, da commemorazioni mortuarie lacrimose, da parlate asmatiche di drammi, da lettere d'amore deliranti a freddo e simulatamente disperate.
Dicono: - È brevità efficace.
- Ma non è vero; si provino d'un lungo periodo perfetto d'uno scrittore conciso a far tre periodi, e vedranno se non [390] l'allungano, dovendo ripigliare il cammino due volte, e ripetere verbi e soggetti.
- È stile scolpito! - Ma non sono scultura i denti d'una ruota di legno, come non è musica il rumore che n'esce.
- È vivacità di stile! - Ma chi è più vivace dell'epilettico? - È un risparmio di noia al lettore! - Ma che c'è di più uggioso del tic tac d'un orologio? Oh, di che riso amaro e sprezzante riderebbe il Machiavelli al veder la prosa italiana ridotta a questo balbettìo di scamiciati aggranchiti dal freddo! Ma non occorre ch'io ti dica altro.
Tu non ti mescolerai con questa ragazzaglia di periodi; tu preferisci fin d'ora la compagnia degli adulti; chi ha buona gamba non fa tre passi sur un mattone.
Lasciali andare all'Asilo.
Guarda ora quest'altri che s'avvicinano.
Non ti par di veder venire innanzi lentamente, l'un dietro l'altro, di quei piccoli treni di strada ferrata, che si dànno per balocco ai ragazzi? Sono i periodi degli scrittori geometrici.
È un altro modo di scansar la fatica e le difficoltà delle orditure sintattiche sapienti e belle, pur avendo l'aria di far dei periodi di grande disegno.
Sono periodi fatti d'una lunga serie di membri, d'un'egual misura a un di presso, e legati fra loro quasi tutti con lo stesso legame di coordinazione, per modo che alla fin di ciascuno il lettore può riposarsi, quasi come a un punto fermo; ciò che dà allo scrittore il pretesto di stendere dei periodi sterminati, e di poter dire che non leva al lettore il respiro.
Vero è che lo ammazza in un altro modo, e non più piacevole.
Questi periodi non c'è ragione mai che finiscano, se non quando lo scrittore non ha più [391] nulla da dire: li finisce quando vuole, per bontà sua; e potrebbe, con quell'andare, fare anche un libro d'un periodo solo.
Sono pensieri cristallizzati, come disse a maraviglia un critico, in espressioni geometricamente uguali.
Non sono propriamente periodi, ossia, non tessuti di proposizioni, ma filze; non costruzioni, ma pietre e mattoni ammontati a filo di piombo, senza cemento nè incastro; non c'è in questo periodare nè rilievi, nè intrecci, nè scorci, nè inversioni efficaci, nè varietà di suoni e di modulazioni; non v'è che una sfilata monotona di pensieri, tutti vestiti a un modo, che vanno avanti con lo stesso passo, mettendo l'uno il piede sull'orma dell'altro, come una processione di frati.
Vedi che soltanto a parlarne, si prende il contagio: di questi periodi n'ho scritto uno.
Alla fin di ciascuno tu ti senti cascare il capo e le palpebre e ti devi dare un pizzicotto per incominciare il secondo.
Dev'esser qualche cosa di simile il viaggiare sul dorso d'un ippopotamo.
In tutto il tempo che ho impiegato a discorrere n'è passato uno solo.
E se n'avvicina un altro della stessa mole.
Schiaccia un sonnellino, che ti sveglierò al terzo.
Buon riposo.
Ecco la terza sfilata.
Questa è la più sbalorditoia, quella che comprende tutte le deformità, malattie e vizi più miserevoli e strani: i periodi zoppi, i gobbi, gl'idropici, gli accidentati, i periodi tutti testa o tutti pancia, quelli senz'occhi che vanno a tentoni, quelli senza gambe che si trascinano per terra, e quelli che dalle reni hanno tornato il volto, come gl'indovini dell'inferno dantesco, e i malati d'atassìa che non hanno coordinazione fra i movimenti delle membra, e [392] gli ubbriachi che camminano a zig zag, barcollando, e a ogni tratto soffermandosi o inciampando, e finiscono a cadere sulle ginocchia o sulle mele.
Sono tutte le mostruosità sintattiche che possono uscir dalle menti che non conoscono nè seste, nè compasso, e in cui "la ragion naturale e reciproca della parte d'un concetto è continuamente turbata dalle varie associazioni della fantasia che s'intromette nel processo del loro pensiero"; dalle menti di tutti coloro che, come diceva il Montaigne, data la mossa coi remi alla barca del periodo, costeggiando, si soffermano qua e là e imbarcano alla cieca tutte le idee che loro fanno cenno di voler salire, per modo che la barca sopraccarica va innanzi a sbilancioni e bevendo acqua, fin che si capovolge o s'affonda, e tutti annegano.
Alcuni, come vedi, non hanno forma nessuna: non son periodi, ma una certa quantità di parole chiuse fra due punti fermi.
Altri rassomigliano alle Sirene, che hanno un bel viso e finiscono in coda di pesce.
Qualcuno è vestito bene; ma le ossa sformate e i bubboni gli fanno dei gonfi sotto i panni, o i panni gli s'aggrinzano dove mancano le carni o le costole, o il pelame intonso e arruffato, somigliante a una vegetazione selvatica, nasconde la fisonomia.
Ce n'è parecchi che non sono che aggrovigliamenti di congiuntivi, figliati l'uno dall'altro, o sequele di parentesi, che si fanno buio a vicenda, e mettono il pensiero principale all'oscuro; e molt'altri che mostrano d'essere stati fatti con gran cura, ma con la cura e con l'arti d'un chirurgo, che per tenerli su li ha ricerchiati come botti d'apparecchi ortopedici visibilissimi, e mezzi coperti di bende, d'imbottiture e di [393] cerotti.
Se questi periodi tu esaminassi a uno a uno, riconosceresti che la più parte dei loro vizi e difetti non richiedono ad essere scansati nè ingegno singolare nè arte sopraffina o esperienza consumata di scrittore; ma che sono quasi tutti errori di logica elementare, dai quali basta il buon senso e un po' di riflessione a preservarci.
Guardali bene, e vedi quanta bruttezza e quanta miseria! E pensa quant'è grande il numero di questi mostricini messi al mondo di continuo da innumerevoli persone anche non incolte, o per sbadataggine o per furia o per trascuranza d'ogni decoro letterario, e immagina gl'infiniti piccoli danni che ne derivano nel commercio universale del pensiero: quante oscurità, quante confusioni, quanti malintesi, e quindi intoppi e lentezze e sciupìo di lavoro e di tempo! Senza parlar del ridicolo, altra fonte infinita di piccoli guai.
Dunque, hai veduto gl'Iloti.
Guàrdati.
Non periodi singhiozzati, non periodi mastodontici, non periodi sciancati, nè gibbosi, nè malati, nè selvaggi, nè matti.
Volta il foglio, e troverai il periodo perfetto.
Ma no: bisogna che tu conosca prima Carlo Imbroglia.
[394]
CARLO IMBROGLIA.
Imbrogliava il discorso, intendiamoci subito: non il prossimo; chè anzi nel commercio che esercitava, e anche fuor del commercio, era uno specchio di galantuomo; e se non ci fossero al mondo che imbroglioni del suo genere, sarebbe un tutt'altro viverci.
Non mancava, per commerciante, di cultura letteraria, ed era pieno di buon senso; ma aveva il difetto accennato da Dante dove dice che l'uomo, nel quale rampolla pensiero sopra pensiero, arriva tardi al segno, a cui intende; e il perchè si capisce: perchè il pensiero di lui s'intralcia a ogni passo in sè medesimo.
Ha definito mirabilmente questo vizio mentale comunissimo un critico moderno, dicendo che in non so quale scrittore la nozione si corrompeva e si disgregava prima d'esser vissuta, presentando quel fenomeno che, secondo certi fisiologi, segue in ogni organismo che si discioglie: il quale di sede ch'egli era d'un solo principio vivente, diventa il semenzaio di parecchi, che con nuovi moti e combinazioni si riorganizzano nella sua materia imputridita.
[395]
Che diavolo d'arruffio si facesse nella mente del nostro buon amico quando filava un ragionamento o raccontava un fatto anche semplicissimo, non saprei ben dire.
Incominciava con un'idea, e subito quest'idea si fendeva in due; poi ciascuna idea si biforcava alla sua volta, o si triforcava e si sfaccettava; e volendo seguire tutte le deviazioni e accennare tutte le trasformazioni e le sfaccettature del proprio pensiero, egli diceva e ridiceva, correggeva e aggiungeva, e accumulava incisi e incastrava parentesi, fin che si smarriva nei raggiri delle sue frasi, come in un labirinto, e doveva rifarsi da capo.
Il difetto grammaticale più frequente in cui si manifestava questo suo modo farragginoso di pensare era l'abuso del congiuntivo.
Egli parlava come un certo personaggio d'una commedia francese che un amico suo definisce: un subjonctif à jet continu.
Mi ricordo parola per parola un periodo ch'egli disse a proposito di certe pratiche fatte da noi per riconciliarlo con un amico: - "Nel caso ch'egli volesse ch'io andassi prima da lui, affinchè non si credesse da chi non conoscesse i fatti ch'egli si fosse umiliato..." - Il famoso verso di Dante
Io credo ch'ei credesse ch'io credessi
poteva essere la divisa del suo stile.
Alle persone di servizio, perchè facessero a puntino questa o quella cosa, non volendo omettere nessun particolare e dir tutto ben chiaramente, dava gli ordini con certi periodi così complessi e aggrovigliati, che finivano col non capirci una maledetta.
Tale e quale era nello scrivere.
Ai suoi corrispondenti commerciali scriveva delle lettere sulle [396] quali dovevano meditare un pezzo, col capo fra le mani, come sopra dei palinsesti, per tirarne fuori l'idea principale.
Nella conversazione con gli amici, poi, era una vera calamità.
Povero Carlo Imbroglia! Quando principiava un racconto, o diceva: - Ecco il ragionamento ch'io farei -, oppure: - Mi spiegherò meglio - tutti allibbivano.
Era uno spasso nella trattoria sentirgli dire al cameriere, per esempio: - Io vorrei che tu dicessi al cuoco che mi cocesse la bistecca in modo (ma già credo ch'egli lo sappia, ma è bene che tu glielo ricordi, caso che l'avesse dimenticato, il che non è improbabile) in modo che facesse meno sangue che fosse possibile; ma che un poco ne faccia, intendiamoci bene, e non mancar di dirglielo, che non gli accadesse di mandarmela secca, che mi restasse nel gozzo, come qualcuno vuole ch'egli la faccia, ch'io non so che gusto ci trovino.
- E quasi tutti i suoi periodi erano di quest'architettura.
Ma questi erano i suoi periodi chiari.
Alle volte, quando lo vedevamo impigliato in una rete da cui non gli riusciva di strigarsi, cercavamo d'aiutarlo: chi gli suggeriva l'espressione d'un pensiero incidentale, chi gli porgeva una parentesi bell'e fatta, chi gli apriva con un'abbreviatura una via d'uscita.
Ma egli respingeva tutti i soccorsi e s'ostinava a finir da sè il suo periodo, volendo a ogni costo dir la cosa a modo suo.
Qualche volta era costretto a fermarsi, per ravviare le fila arruffate del discorso, e stava alcuni momenti in silenzio, accennandoci con la mano di pazientare un poco, e socchiudendo i piccoli occhi cerpellini, spesso malati; i quali lacrimavano, dicevamo noi, per effetto dello sforzo [397] ch'egli faceva nella troppo minuta e intricata orditura della sua sintassi.
Un giorno si scherzava nel crocchio sopra un argomento poco faceto: sul genere di morte che ciascuno di noi avrebbe preferito.
Quando fu la sua volta, uno lo prevenne, dicendogli: - Quanto a lei, mi perdoni, la sua fine è scritta: lei resterà soffocato fra le spire d'uno dei suoi periodi.
- Rise con gli altri egli pure, dicendo che era consapevole del proprio difetto; ma soggiunse che aveva ferma certezza di riuscire a forza di volontà ad emendarsene, a parlare finalmente come voleva e come, secondo lui, si doveva parlare.
E infatti incominciava sempre a parlare col fermo proponimento di resistere alla forza dell'abito vizioso, d'andar diritto con la parola allo scopo, rigettando tutte le tentazioni del pensiero serpeggiante; ma era invano: ci ricascava sempre.
Un momento dopo d'aver fermato per la millesima volta quel proponimento, era capace di scrivere, a proposito d'un amico, del quale s'era discusso se si dovesse sì o no invitarlo a un banchetto, una maraviglia di letterina come questa: - "Penso che converrebbe che gli mandassimo l'invito (poichè avete stabilito che gli si mandi, benchè io fossi d'opinione che sarebbe stato meglio che non si facesse) prima ch'egli avesse notizia del pranzo da altri (il che non credo che sia impossibile, chè anzi è assai probabile che l'abbia), affinchè non potesse sospettare che noi avessimo deciso d'invitarlo all'ultimo momento con la speranza ch'egli non facesse in tempo a venire; cosa di cui, se la credesse, credo che anche voi, che sapete quanto egli sia permaloso, ammettiate che sarebbe [398] naturale ch'egli si risentisse; ciò che dispiacerebbe a tutti, benchè avessimo coscienza che fosse infondato il sospetto." - Che sudata, povero Imbroglia! Eppure, come si capisce, anche da quel viluppo di parole, ch'egli non avrebbe scritto malaccio se fosse riuscito a levar le gambe dal congiuntivo e a camminar con la penna per la via più corta!
Ogni volta che penso a lui, mi rigodo una scenetta comica, che è il più piacevole dei ricordi ch'egli m'abbia lasciati.
S'era convenuto fra una mezza dozzina d'amici di desinare con lui alla trattoria.
Eravamo già tutti intorno alla tavola, era passata l'ora da un pezzo, ed egli non compariva.
Comparve finalmente in vece sua, con un biglietto in mano, una sua vecchia serva, buona donna semplice, che stava con lui da molt'anni, e gli era affezionata come una parente.
Uno di noi lesse a voce alta: - "Cari amici! È impossibile che immaginiate quanto io sia dolente che un malore, che m'affligge da due giorni, m'impedisca d'intervenire a codesto desinare amichevole, al quale è superfluo che io vi dica quanto sarei stato felice...." -, e terminava dicendo che era malato di congiuntivite.
Che volete? S'ha un bel dire che è inumano il ridere del male altrui.
Ma chi si sarebbe frenato? Malato di congiuntivite! Era un caso comico di forza maggiore.
Ma il meglio venne dopo, quando la buona donna ci domandò se non avevamo nulla da mandar a dire al suo padrone.
- Sì, - rispose uno, - ditegli che abbiamo detto che ce ne rincresce assai, ma che della malattia che lo tormenta non crediamo possibile [399] ch'egli guarisca.
Riferitegli queste precise parole.
Ci capirà.
- La donna ci guardò stupefatta; poi disse: - Eh no, signori.
Non credano.
Non è grave.
È un incomodo a cui va soggetto.
E allora si scoppiò addirittura.
[400]
IL PERIODO PERFETTO.
Il modo di periodare d'uno scrittore maestro nell'arte è paragonabile per certi rispetti al modo d'andare d'un uomo ben formato, sano, svelto e elegante; il quale cammina per la strada a passi nè lunghi nè corti, ritto, ma non impettito, sciolto, ma dignitoso, e guarda e saluta di qua e di là senza soffermarsi e senza scomporsi, supera gl'impedimenti con agilità, scansa le persone con garbo, svolta alle cantonate con un giro cauto, sale senz'affannarsi, discende senza lasciarsi andare, e s'arresta a un tratto, quando arriva alla meta, con un ultimo passo risoluto, rimanendo ritto ed immobile.
Hai mai analizzato il diletto vivo che ti dà, oltre all'utile dell'idea che v'è espressa, uno di quei periodi magistrali, d'ampia stesura e di proporzioni giuste, nei quali v'è una corrispondenza perfetta fra il pensiero e la forma, e i concetti sono collegati e contrapposti in maniera da illuminarsi a vicenda, e tutte le locuzioni son proprie, e tutte le giunture facili, e nessuna parola superflua, per modo che non ti riesce [401] d'immaginare come quella data idea avrebbe potuto essere svolta altrimenti, neppure nei particolari secondari e minimi della sua espressione? Il periodo è lungo e ti par rapido, perchè non c'è nessuna oscurità che ti desti un dubbio, nessuna ridondanza che ti distragga, nessun intoppo nè vuoto che t'arresti.
I concetti e i membri vi son distribuiti così bene, senz'affollamento, quantunque siano molto fitti, che ti par che l'aria vi si mova e v'entri dentro la luce da ogni parte.
Il periodo è così ben modulato che vi senti una correlazione armonica fra la prima e l'ultima frase, e fra queste e le intermedie, e nelle intermedie fra di loro; ma è un'armonia non studiata e discreta, e come naturalmente prodotta dall'accordo dei pensieri.
Tutti i concetti accessori che vi son contenuti ti si stampano nella memoria nello stesso ordine in cui lo scrittore li ha posti, come se quello fosse il loro ordine necessario e immutabile.
Sono poche righe, e quando sei arrivato in fondo ti par d'aver fatto un lungo cammino, perchè hai veduto molte cose in un piccolo spazio, e non sei soltanto sodisfatto della lettura, ma anche di te medesimo, perchè dietro alle idee espresse n'hai vedute di sfuggita, grazie all'arte dell'autore, molt'altre, e scambi quell'arte con acume d'intuizione tuo proprio.
E dopo la prima lettura ti senti forzato a rileggere, compiacendoti di cercare le cause di quell'effetto piacevole e utile, d'esaminare in ogni sua parte il congegno, e quasi di disfarlo e rifarlo, per conoscere l'operazione mentale complessa e sottile, con la quale fu fabbricato.
Ti sembra un'opera d'arte che stia da sè, ed è in fatti una serie di parole che formano per sè sole un tutto, che contengono un principio [402] e un fine; è un piccolo capolavoro d'ordine e di numero, in cui sono congiunte la semplicità e l'eleganza, l'ampiezza e la brevità, la delicatezza e la forza; dove lo scrittore ha esercitato tutte le sue facoltà e messo tutte le sue doti migliori: il buon senso, il buon gusto, la ragione, l'immaginazione, la profondità e l'agilità del pensiero, l'acutezza e la vastità della vista mentale, alla quale non sfugge minuzia alcuna, e che abbraccia ad un tempo cento cose vicine e remote.
Poi, rivolgendo quel piccolo capolavoro nel pensiero, godi un piacere simile a quello con cui si guarda e si rivolta per le mani un corpo rotondo, solido, liscio e lucente, e fai dei paragoni, per i quali t'appare anche più ammirabile la sua perfezione.
Ripensi altri periodi d'altri scrittori, che ammirasti, ampi anche quelli, e bene architettati, e musicali; ma che differenza! C'è in quelli più suono che pensiero, e in qualche punto il suono è strepito; ci sono proposizioni che fanno eco l'una all'altra, frasi che si voltano indietro a guardare lo strascico della propria veste, concetti secondari che portano in capo un pennacchio troppo alto per la loro statura; e a certi svolti tu ci perdi d'occhio l'idea principale, e non sempre la ritrovi, o la ritrovi per riperderla ancora quando sei arrivato alla fine.
Ma questo è per ogni verso perfetto.
Non è nulla o è poca cosa rispetto al libro che lo contiene; si potrebbe anche togliere, e rimarrebbe all'opera tutto il suo valore; eppure non c'è da secoli fra le migliaia di lettori uno solo che non si sia arrestato a quel breve giro di parole, che non l'abbia ammirato, riletto dieci volte, citato in cento occasioni, ricordato per molti anni o per tutta la [403] vita; e in questa gemma si fisserà lo sguardo di generazioni e generazioni di lettori, fin che non sarà morta e sepolta la letteratura dov'essa risplende.
Ora senti: non è soltanto un consiglio, è una calda raccomandazione questa ch'io ti faccio, con la ferma certezza che, se la seguirai, n'avrai un vantaggio grande.
Quando, leggendo uno scrittore, t'imbatti in uno di quei periodi, trascrivilo.
E non temere d'aver da fare una tal fatica troppo sovente, perchè son periodi rari anche negli scrittori grandi.
L'avere alla mano una corona di queste piccole maraviglie, e lo sfilarla ogni tanto, ti gioverà di più, per imparare a periodar bravamente, che leggere decine di volumi.
Potrei presentartene io parecchi, che ho raccolti da scrittori di vari secoli; ma è meglio che li cerchi e che faccia la scelta tu stesso.
Quando li avrai trascritti, e li rileggerai, e ci penserai su, ci scoprirai molte più bellezze di quelle che t'avranno fermata l'attenzione alla prima, e ne ricaverai tanti ammaestramenti da formartene in capo un piccolo trattato dell'arte del periodo, che sarà tutto tuo.
Ci troverai fra i vari concetti connessioni intime, non significate con parole, come legami di fila finissime, non visibili che allo sguardo fisso e prolungato della mente; "volute di sintassi accennate appena che faranno fare come un mezzo giro al tuo pensiero verso un oggetto nuovo, per rimetterlo quasi subito al punto da cui l'avranno ritolto"; brevi spiragli, per cui t'appariranno di fuga tratti d'orizzonti lontani; e salite e discese e scorciatoie e profondità e curve ed angoli della locuzione, che ti desteranno nella mente altrettanti [404] moti diversi, leggerissimi, con ciascuno dei quali ti parrà di fare, e farai in effetto un passo avanti nell'arte difficile dello scrivere.
E vedrai come ogni volta che ti metterai a scrivere dopo aver ristudiato quei modelli, troverai maggior facilità a far capire nel circuito d'un periodo solo molti concetti, a inanellarli senza sforzo, ad accennarne alcuni senza esprimerli, a involgerne altri dentro un altro, e a trascorrere da questo a quello con un colpo d'ala, e a districare gli stami di molti pensieri confusi per distenderli e incrociarli in un disegno netto e leggero.
Dammi retta: fàtti da te questa piccola raccolta di periodi perfetti, e imparala a mente, se puoi.
E, chi sa! Se proseguirai in questi studi nell'età virile, forse ti verrà in mente di ampliare la raccolta fatta nella giovinezza, e di dare ai giovani italiani un'Antologia singolare e utilissima; della quale, ch'io sappia, non c'è ancora esempio.
[405]
IL SOGNO D'UNO SCRITTORE FALSO.
Scena: una camera buia.
Lo scrittore dorme e sogna, agitato.
Al principiare del sogno egli vede accanto al letto, dalla parte del capezzale, un cassone enorme, pieno di cose preziose, che gli son care quanto la vita; e udendo un rumoretto all'uscio, e parendogli che un ladro tenti di forzar la serratura per venirgli a rubare quel tesoro, stende e preme la mano tremante sul coperchio del cassone, respirando con affanno.
Una figura di donna, bianca e leggera
come vapore in nuvoletta accolto
sotto forme fugaci all'orizzonte,
appare nel mezzo della camera, e gli rivolge la parola con voce limpida e pacata.
LA SEMPLICITÀ.
- Vengo non desiderata, lo so.
Ma fino a quando rifuggirai da me come da una nemica mortale? Fino a quando persisterai a metter sul viso dei tuoi periodi cipria e belletto e ad appiccicarvi nèi e finti riccioli e orecchini di perle false? Fino a quando, per ottenere codesta bellezza artificiosa e stucchevole, farai gli sforzi che dovresti fare invece per nasconder l'arte, per conseguire "quell'apparenza di [406] trascuratezza, di sprezzatura, quell'abbandono, quella quasi noncuranza" che, come dice un grande maestro, è una delle mie specie più amabili, e in cui si manifesta veramente l'ingegno; dovecchè il raccattare e l'accozzare lustre e chincaglie è cosa da tutti? Disse un critico ardito che per secoli, fatte poche eccezioni, fu una fitta di damerini dello stile e della lingua tutta la letteratura italiana.
Fino a quando farai il damerino tu pure, vecchio vanerello smanceroso?
Il sognatore dà uno scossone.
UN ESPLORATORE AFRICANO.
- O senta, signore! Ritornato appena dall'Africa, ho letto per caso un libro suo.
Vidi laggiù certi piccoli re selvaggi che sul loro semplice abito primitivo di stoffa bianca mettevano quanto potevan raccogliere di vistoso e di luccicante, come fanno le gazze, dagli europei di passaggio; e quando mi venivan dinanzi così addobbati, con aria maestosa e contenta, mi dovevo morder la lingua per non scoppiare dal ridere.
E vidi anche dei selvaggi che avevano incise sulla pelle figure di fiori, d'alberi, d'armi e d'animali, e credevano d'esser belli, conciati a quel modo; e a me parevano orribili e buffi.
La sua prosa, mi perdoni, mi ricorda l'abito di quei re, e il suo stile mi par tatuato, signore.
Il sognatore geme.
UN GENTILUOMO.
- Io, signore, conobbi un tale, un bottegaio arricchito, che quando gli capitava in casa qualcuno, lo faceva girar per tutte le stanze, dove aveva messo in mostra un poco prima tutta l'argenteria da tavola, i gioielli di sua moglie e ogni oggetto di valore comprato o ricevuto in dono da lui nel corso di trent'anni; [407] e credeva con quello sfoggio di farsi veder gran signore; e tutti lo giudicavano invece uno spocchione senza gentilezza e senza gusto.
Il sognatore si volta di scatto sur un fianco, cercando una posizione più comoda.
UN CRITICO (con un sorriso acre e una voce di sega).
- Signore! È tempo oramai ch'io le spiattelli la verità nuda e cruda.
O chi crede d'ingannare con codesto abbarbaglio di frasi, con codesta ostentazione di gale e di lustrini? Crede che non si capisca ch'Ella ricorre a codesti mezzi perchè non ha un possesso sicuro della lingua, per nascondere l'indeterminatezza che da quel possesso malsicuro deriva all'espressione del suo pensiero? Che non si capisca ch'Ella tira a scriver bello e avventato perchè non le riesce di scriver proprio ed esatto? E s'illude che con quelle cianfrusaglie brillanti si possa mascherar mai il pensiero nullo o mediocre? Eh, via! Anche il lettore meno colto ha una percezione finissima per iscoprire un concetto trito o volgare sotto il cencio di porpora dozzinale, come scopre la menzogna nel falso sorriso.
Smetta codesta roba, che sciupa anche i pensieri migliori, perchè svia la mente dalla diritta e rapida intuizione del buono e del vero.
O che è l'immagine, quando non serve a dar risalto all'idea, altro che polvere negli occhi? O quando capirà che la bellezza non è che nella parola o nella frase necessaria, e che questa non può essere che la più propria, e che la più propria è sempre la più semplice e la più comune? Oh, rinunzi una volta per sempre a tutta codesta rigatteria letteraria, che si compra e si vende a peso a tutte le cantonate.
[408]
Lo scrittore respira sempre più affannoso, contraendo il viso e le mani.
LA PASSIONE.
- Il tuo linguaggio non è il mio.
Tu non parli mai con la mia voce e con le mie parole.
Tu mi tradisci sempre.
Io non pèttino, non arricciolo, non infioro le frasi e i periodi: io sono semplice e franca.
Tu non commovi nessuno perchè sei l'opposto di quello ch'io sono.
Chi ti può credere sincero? Crederesti tu alla sincerità d'un uomo che mentre ti confida, per impietosirti, un grande dolore, facesse il bocchin di miele e gli occhi languidi come una donnina leziosa, e atti vezzosi del capo come una tortora in amore?
LA RAGIONE.
- E piglieresti sul serio un altro che mentre s'affanna a persuaderti d'una grande verità o a indurti a un'azione generosa, scoprisse ogni tanto i polsini per mostrarti i bottoni d'oro o lanciasse un'occhiata allo specchio per veder l'effetto del suo gesto?
UN VECCHIO.
- Senti.
Io ho molto vissuto e conosco il mondo.
Se tu lo conoscessi quant'io lo conosco, se tu sapessi a quanta gente ha recato e reca danno di continuo codesto mal vezzo, in cui tu t'ostini, d'inorpellare l'espressione d'ogni sentimento e d'ogni pensiero, tu faresti ogni maggiore sforzo per liberartene, come d'una malattia pericolosa di morte.
Quanti uomini retti e modesti son giudicati irreparabilmente non sinceri, vanitosi, presuntuosi, e si vedon rifiutati favori e vantaggi ed aiuti non per altro che perchè li chiedono con codeste forme affettate e leziose a persone che aborriscono l'affettazione e la leziosaggine quanto la malvagità e l'impostura! Quante lettere e scritture d'ogni forma, che [409] chiedono cose giuste e dovute, sono lacerate e buttate fra le cartacce non per altro che perchè sono scritte nel modo che tu scrivi! Quanti scrittori di alto ingegno e di animo buono sono diventati universalmente uggiosi e odiosi, e stati in ogni modo avversati e defraudati dell'onore che per altri rispetti meritavano, per non essere riusciti mai a spogliarsi di codest'abito sciagurato d'infronzolare, d'ingioiellare, di fiorettare il proprio linguaggio! Che aberrazione! O com'è ancora possibile?
UNO SCRITTORE.
- Ho pietà di te, confratello, e non te n'offendere, chè è pietà fraterna, poichè l'ebbi un tempo di me pure; e fu quando tutte le gale e le lustre della parola, di cui avevo fatto abuso cieco per vent'anni, m'apparvero nel loro vero aspetto, e mi fecero il senso che risentirebbe un uomo, il quale, addormentatosi nell'orgia d'un martedì grasso, si risvegliasse il mercoledì delle ceneri, in mezzo alla sua famiglia, sbriacato, ma ancor mascherato da re delle marionette.
Quando riconobbi quanti bei pensieri avevo sciupati, quanti sentimenti gentili traditi, per quanto tempo avevo offeso la dignità dell'ufficio di scrittore scrivendo prosa di chincagliere e gettando negli occhi al pubblico crusca dorata, sentii tale vergogna e nausea di me stesso, da esser tentato di dar della fronte nel muro.
T'auguro di guarire; ma la convalescenza ti sarà triste, povero amico.
UN AMICO D'INFANZIA (col viso afflitto, e un accento di rimprovero triste).
- Ah, no, in quel modo non m'avresti dovuto scrivere in quella occasione dolorosa.
Sapevi che avevo l'anima straziata da una grande sventura: mi dovevi [410] scrivere come ti dettava il cuore.
Tu non puoi immaginare che pena fu per me il trovare nella tua lettera certe espressioni, quei tuoi soliti ornamenti e vezzi di lingua e di stile, che mi fecero dubitare della sincerità del tuo dolore, che mi parvero anzi segni manifesti d'indifferenza e di durezza d'animo.
No; se tu avessi avuto pietà del tuo vecchio amico, se tu avessi pianto davvero sulla sventura terribile che lo colpiva, tu non avresti usato quelle parole per dirglielo, non avresti lisciato lo stile a quel modo, perdonami, per consolare il suo cuore.
Mi facesti una gran pena, amico, una gran pena!
Il sognatore, che s'era andato agitando sempre più durante le varie apparizioni, vinto all'ultima da un impeto di vergogna, di dolore e di sdegno, si precipita dal letto (in sogno) e si mette a tirar pedate furiose contro il cassone; il quale si rovescia e si scoperchia, spandendo sul pavimento una strana variopinta luccicante mescolanza di vasetti, di piume, di ritagli di talco e di trina, di bubboli, di nastrini, di stelline, di prismetti di vetro, di scampoli di panno rosso e di frange argentate e dorate, ravvolto il tutto in un nuvolo di polvere d'oro e di riso.
Furiosamente, a scarpate, egli caccia a mucchio ogni cosa verso la finestra e abbranca a piene mani e butta tutto fuori del davanzale, e poi scaraventa fuori anche il cassone.
Il tonfo che fa questo battendo sul selciato della strada, lo risveglia.
Si mette a sedere sul letto, si frega gli occhi e guarda intorno.
Non è ancora bene sveglio: gli cadono dagli occhi due lacrime.
Ahimè! Sono lacrime di rimpianto per il cassone!
[411]
UNA PAGINA DI MUSICA.
È tendenza naturale in noi il dare un ritmo al linguaggio scritto, come lo diamo al linguaggio parlato, perchè il nostro orecchio cerca naturalmente l'armonia, e anche delle parole scritte sentiamo il suono nella mente.
Gl'imitatori dànno alla prosa l'onda armonica, che hanno nella memoria, dello stile del loro scrittore prediletto; quelli che non imitano, le dànno un ritmo loro proprio, che è come la musica intima del loro pensiero; e anche gli scrittori che paiono più noncuranti dell'armonia, si sente qua e là che non resistono alla tentazione di dare al periodo un suono largo e gradevole, o, se non altro, di terminarlo con una clausola sonora.
La nostra lingua così ricca e varia di suoni, nella quale facciamo anche in prosa, senz'avvedercene, una quantità di versi d'ogni metro, ci tenta continuamente a cantare.
E qui sta il pericolo: di far cantare la prosa per forza, aggiungendo parole superflue al periodo per dargli quella data sonorità, sforzando il pensiero stesso per ridurlo a quella data forma che all'orecchio piace, [412] facendo servire l'idea al numero, in somma, invece di far obbedire il numero all'idea.
E quando s'è su questa china, facilmente si precipita al peggio: si va dalle armonie delicate e sommesse a una musica sempre più risonante, fino ad accompagnare la sfilata delle frasi a colpi di piatti turchi, e a chiudere con colpi di gran cassa e squilli di tromba.
Come si può sfuggire a questo pericolo?
Il mio umile parere (come si suol dire quando si crede il parere proprio migliore degli altri) è questo: che ci dovremmo proporre non di cercare l'armonia, ma soltanto d'evitar le asprezze e le stonature.
E paiono le due cose una sola; ma sono negli effetti assai diverse, perchè, cercando l'armonia, si finisce col cercare una data armonia, la quale non si può ottener sempre senza artifici; ciò che non accade a chi si studia solamente di non ferir l'orecchio.
Per questo non c'è bisogno di forzare il pensiero, d'aggiungere, di riempire, d'arrotondare, perchè ciò che fa suonare sgradevolmente il periodo non sono quasi mai altro che uno o pochi vocaboli messi fuor di posto, e qualche volta uno o due o pochi monosillabi; e basta per ripararvi il collocare gli uni e gli altri in quelli che il Leopardi, facendo esercizio di lingua, chiamò "cantucci, spigoli, spazietti, passaggetti, rivolte, giratine, tortuosità, angustie, stretture del discorso e del periodo" nelle quali quei vocaboli e monosillabi possono entrare senza violenza e stare senza stridere.
Non è certo questa l'unica norma che dobbiamo seguire perchè la prosa non riesca disarmonica; ma è la principale, e a te può bastare per ora.
Un ritmo, un andamento musicale tuo proprio [413] ti verrà con lo stile, del quale sarà un elemento inseparabile; e quanto più il tuo stile sarà spontaneo, logico, fedelmente consentaneo al movimento del tuo pensiero, tanto meno t'accorgerai d'avere quel ritmo; per modo che, rileggendo dopo qualche tempo le cose tue, ti parrà di sentirvi una musica sconosciuta, o di cui tu abbia appena una vaga reminiscenza.
Bada ora sopra tutto a non mandar avanti la tua prosa a suon di tamburi e di pifferi, a non far del periodo una cabaletta, sempre chiusa con quelle certe battute, che il lettore presènte e solfeggia prima che tu vi giunga; perchè è questa una consuetudine che inceppa la ragione e l'ispirazione, circoscrive la libertà del pensiero, vizia l'espressione, gonfia lo stile, e avvilisce la dignità dello scrittore riducendolo un sonatore d'organetto.
UNA VOCE NELL'ARIA: - Benissimo!
O che c'è un grammofono qui? Chi è che parla?
La stessa voce, in tono leggermente ironico: - "Ma devi anche dire all'alunno che ci sono i sonatori del periodo, i tenori dello stile dissimulati, certi astuti che abbassano la voce, invece d'alzarla, che non vanno mai negli acuti, che modulano il discorso come per cantare senza farsi scorgere; ma che in realtà cantano anch'essi.
Il canto non si sente periodo per periodo; ma quando voi avete letto dieci loro pagine senz'aver mai colto proprio sull'atto il cantante, sentite non di meno che non hanno parlato col tono di chi parla naturalmente, non cercando nè ritmo nè risonanza.
È una specie di musica morbida e liscia, dov'essi fondono i propri pensieri e smorzano le tinte dello stile; ma che, appunto per questo, finisce col ristuccare essa [414] pure, come il mormorìo d'un rigagnolo, facendoci desiderare qualche asprezza, qualche schianto qua e là, in cui salti su il pensiero o l'immagine, e magari anche qualche stonatura selvaggia, che ne rompa la dolce monotonia, dalla quale ci sentiamo conciliare il sonno come dal rullìo d'una barchetta o dal cullamento d'una sedia a dondolo.
E per ottener questo bell'effetto forzano spesso anche costoro il proprio pensiero, appiccicando delle brave code ai periodi, dicendo cose che non dovrebbero o come non vorrebbero, esercitando come gli altri la non nobile industria dei pleonasmi, delle zeppe, delle imbottiture e delle vescichette, con certa discrezione, quasi di sotterfugio, e con aria innocente; ma che non inganna chi ha fine l'occhio e l'orecchio.
Questo essi non imitano certamente dal loro maestro Alessandro Manzoni, che non n'ha ombra.
E anche dall'esempio di questi signori convien mettere in guardia gli alunni.
Rifuggano dagli uni e dagli altri: dai suonatori di gran cassa e da quelli che fanno il verso degli uccelli."
Pare che abbia finito.
Mi domandi se ha detto giusto?
Eh sì, non c'è a ridire, pur troppo.
Mi domandi ancora s'io so a chi abbia fatto allusione?
Lo so, sicuro; ma a dirtelo....
mi vergognerei un poco.
[415]
CORREGGI E LÀSCIATI CORREGGERE.
Abbiamo veduto da principio quello che s'ha da fare prima di scrivere; dobbiamo vedere ora quello che è da farsi dopo aver scritto.
Tu hai già capito: rivedere, correggere.
Lascia passare un po' di tempo, chè si quieti l'eccitamento intellettuale, e tu possa giudicare a mente serena e ad animo riposato l'opera tua, e questa apparisca come a una certa distanza all'occhio indagatore della tua mente.
Poi rileggi, mettendoti con l'immaginazione, per quanto t'è possibile, nell'animo d'un lettore non solo non indulgente, ma malevolo, il quale cerchi nel tuo lavoro i difetti col desiderio di trovarne, o svogliato o male attento, che non regga ad alcuna ripetizione e lungaggine, e smetta di leggere al primo senso di noia che lo prenda.
Leggi, e apri nella mente dieci occhi per veder dieci cose ad un punto: le improprietà, le superfluità, le lacune, le disarmonie, i luoghi oscuri, i costrutti contorti, i legami forzati, le slegature, gli errori d'ordine e le offese al buon gusto.
Vedi se in qualche luogo non hai espresso con due [416] o tre periodi brevi un pensiero o una serie di pensieri che si potevano raccogliere in uno, non però così lungo da non potersi abbracciare, come dice un maestro, con un'occhiata; se, alleggerendo tutti e due o tutti e tre quei periodi, non li puoi fondere insieme, affinchè il lettore legga d'un fiato solo quello che dovrebbe leggere con tre riprese di respiro.
Vedi se dove hai creduto di esprimere una gradazione di pensiero non hai fatto altro invece che una gradazione di frase; se non hai ripetuto nessun pensiero sotto altra forma, o presentato l'una dopo l'altra delle immagini che dovevi presentare tutte a un tratto di fronte, o interposto una distanza fra due concetti che dovevano stare vicini o connessi.
Dove puoi mandare innanzi d'un salto il pensiero, che ha fatto un passo a destra e uno a sinistra, correggi; dove la svoltata del pensiero è troppo larga, ristringila; dove puoi accorciare una frase, serrare più forte un nodo sintattico, sostituire una parola breve a una parola lunga, accorcia, serra, sostituisci.
Cerca bene se hai avuto qualche momento di distrazione o di stanchezza, dove hai commesso un peccato di vanità letteraria, dove hai lasciato sul tuo pensiero un velo di nebbia.
Se farai questo lavoro con attenzione viva, ne ricaverai altrettanto diletto quanto dal lavoro facile e caldo dell'ispirazione.
Proverai che piacere squisito è lo sfrondare il superfluo quando se ne vede balzar fuori più chiara e lucida l'idea; che maraviglia gradevole è il veder tutto un periodo mutar aspetto e suono per la trasposizione d'una frase o d'una parola ch'era fuor di posto.
In questo lavoro comprenderai tutta [417] la delicatezza dell'arte dello scrivere, vedendo come un ritocco leggerissimo metta alle volte la forza dov'era la fiacchezza, come la cancellatura o l'aggiunta d'un solo vocabolo assodi un pensiero che era campato in aria, o ne saldi due l'uno all'altro, che non parevano collegabili; come un nuovo aggettivo, non prima trovato, getti quasi un raggio di sole sopra un'idea che stava nell'ombra.
Sentirai come questo lavoro del correggere, quando è fatto bene, non sia lavoro di pedante, quale molti lo dicono; ma di critico e d'artista ad un tempo; lavoro fine e profondo, che eccita anch'esso la mente e l'animo come una seconda creazione, e che si può far con amore, e che quando è fatto in tal modo, lascia nella coscienza una sodisfazione e una quiete, che sono il più dolce premio della fatica.
Ma correggere non è sempre migliorare, bada bene.
Bisogna, correggendo, tener sempre presente che nello scrivere di primo getto la mente eccitata e come dilatata e sveltita dall'eccitazione faceva rapidamente il giro d'un largo spazio, vedeva in una volta molte cose e molte relazioni fra le cose, e abbracciava con occhio pronto e mobilissimo ragioni, proporzioni e convenienze.
Correggendo a mente fredda, noi tendiamo a esaminare invece idea per idea, frase per frase, parola per parola; e quindi facilmente prendiamo abbaglio sul valore di ciascuna idea, frase o parola, che non vediamo più in relazione con l'altre; e facilmente per questo correggiamo male; e spesso togliamo forza a un concetto del quale non abbiamo più vivo il sentimento, credendo [418] di perfezionarne l'espressione, e ci lasciamo andare ad arrotondar dei periodi perchè non ci suonano più nella mente insieme con l'armonia generale dello scritto, per dar loro una sonorità più piena, con danno di quell'armonia generale.
Convien dunque guardarsi, correggendo, dal corregger troppo, e per guardarsene bisogna rimettersi a quando a quando, con uno sforzo dell'immaginazione, nello stato di mente e d'animo in cui ci trovavamo nel far la prima stesura del lavoro, e riscontrare così la nostra correzione col criterio che in quei momenti ci guidava: criterio meno guardingo e men minuzioso, ma più largo, più agile, più istintivamente sicuro di quello della critica lenta e tranquilla.
Ma quello che sopra tutto occorre nella correzione è la sincerità.
- La sincerità con sè stessi? - domanderai.
O come si può non esser sinceri?
Si può in questo modo.
Quando nel nostro scritto troviamo un errore o un difetto, a cui sia difficile riparare, diamo ascolto alla voce della pigrizia che ci dice: - Lascia com'è; forse t'inganni; quello che pare a te un errore di proprietà o di gusto, o altro che sia, non parrà forse tale a chi legge, o questi vi passerà su senz'avvertirlo.
- Persiste la nostra coscienza ad avvertirci che quello è un errore o un difetto; ma, illudendo noi stessi di proposito, noi diamo retta alla pigrizia, e tralasciamo di correggere.
Ed è una illusione insensata, perchè il lettore, anche incolto, non avvertirà certe bellezze che noi crediamo ch'egli noti, ma vede per contro molti difetti leggerissimi, che a noi pare gli [419] debbano sfuggire.
E infatti, chi si provi a leggere scritti propri a persone senza cultura, ma sincere, riman meravigliato spesso dell'acutezza delle osservazioni critiche che quegli uditori gli fanno; e la ragione del fatto è che la gente incolta, non avendo il criterio viziato o velato da concetti letterari convenzionali o dall'assuefazione della mente a certi artifizi e vizi comuni dello scrivere, riceve dagli scritti un'impressione immediata e schietta, e non badando, o non dando pregio a certe forme della lingua e dello stile, raccoglie meglio l'attenzione su cert'altre, e le vede con occhio più chiaro.
Sarà una leggiera oscurità, sarà una parola fuor di luogo, sarà una frase dubbia, che può esser presa in doppio senso; ma qualche menda noterà, qualche osservazione utile farà sempre anche l'uomo ignorante, se dice schiettamente quello che pensa d'uno scritto che gli si legga.
Per questo ti consiglio di sottoporre qualche volta quello che scrivi anche alla critica delle persone, delle quali è generalmente disprezzato il giudizio in materia letteraria.
Le loro osservazioni, lo so, feriscono più di quelle d'ogni altro l'amor proprio, o per dir meglio, l'orgoglio dello scrittore.
Ma in ogni campo intellettuale una delle condizioni essenzialissime per imparare è quella di vincere l'orgoglio.
Non s'impara veramente se non si ha la ferma persuasione, in qualunque età, e a qualsiasi altezza si sia pervenuti nell'arte o nella scienza, d'avere ancora e sempre da imparare moltissimo.
E a che serve tener alto l'orgoglio di fronte agli altri, se siamo di continuo costretti a mortificarlo dentro noi [420] stessi? Procedendo negli studi e nell'arte dello scrivere, tu dovrai ogni giorno, ogni momento, fare atto d'umiltà davanti all'immensità del campo che ti s'allargherà man mano dintorno, alle sempre nuove difficoltà che ti sorgeranno dinanzi dopo che n'avrai superate altre molte che ti saranno parse le ultime; atti infiniti di rassegnazione dovrai fare, dolorosamente, disperando di poter raggiungere l'ideale della tua mente.
L'arte è grande e divina per questo.
S'ama per tutta la vita perchè non appaga mai pienamente, e sono quasi sovrumane le gioie ch'ella dà perchè sono frutto e ci compensano d'infiniti sforzi e amarezze.
E tu, se sei chiamato all'arte, va' incontro alla lotta nobilissima con l'anima serena e piena di fede.
Ti sorrida o no la vittoria, sarai contento d'aver combattuto.
Se non salirà in alto il tuo nome, salirà il tuo spirito, e per questo solo benefizio che dall'arte avrai ricevuto, anche nella tristezza d'una nobile ambizione delusa, tu l'amerai ancora come un'amica dolcissima, la benedirai sempre come una consolatrice celeste.
[421]
AL MIO LETTORE IDEALE.
E ora addio, giovinetto, mio lettore ideale, ch'io mi vidi sempre dinanzi durante il mio lavoro, nell'aspetto d'un figliuolo più che d'un alunno.
T'avesse dato il mio libro anche solo una minima parte del piacere con cui lo scrissi! E non fu un piacere che nascesse dall'illusione di mettere in atto degnamente un concetto che mi pareva buono, chè non fui contento un giorno di quanto facevo: nasceva dai mille ricordi che mi si ravvivavano, dalle mille immaginazioni che mi si destavano lungo il cammino; perchè non c'è studio che risvegli e rimescoli la memoria, quando si fa con amore, che affolli tanto la mente d'immagini quanto lo studio della lingua; e tu ne farai esperienza, spero.
Fu come un viaggio di vari anni per il mio paese e a traverso la sua letteratura, dove quasi ad ogni parola mi s'alzava davanti la reminiscenza d'una lettura, la visione d'un fatto, il fantasma d'uno scrittore.
Pensa un po': dai primi monaci del Duecento, divulgatori di leggende miracolose, fino agli [422] scrittori ancor viventi, quante diverse apparizioni, che sfilata maravigliosa di notari, di mercanti, di cardinali, di principi, d'ambasciatori, d'artefici, di capitani vestiti di ferro e di professori con la toga accademica o col cappello a cilindro! E tutti quanti si disegnavano sul mare ondeggiante delle trenta generazioni che fucinarono la lingua per tutti.
In mezzo a quei personaggi saltavano su bambini di Firenze, dai quali avevo inteso la prima volta certe parole, assistendo ai loro giochi sul Viale dei Colli, e contadini con cui m'ero accompagnato per lunghi tratti nei miei viaggi a piedi per la campagna toscana; e fra i loro discorsi mi ritornavano in mente correzioni fatte ai miei lavori di scuola da antichi maestri, discussioni linguistiche avute con amici di trent'anni addietro, e casi e scene della vita, il cui ricordo m'era rimasto legato in capo con quel tal vocabolo o quella tal frase, senza una ragione ch'io percepissi.
La lingua mi faceva rivivere il passato, come fa la musica, che riporta tutta l'anima nostra a grandi distanze di tempo e di spazio.
E mi sentivo ringiovanire nel rimetter le mani, dopo molti anni, nei miei vecchi scartafacci d'appunti, ingialliti e polverosi, scritti in caratteri che non mi parevan più miei, e nel ricorrere certi vecchi libri sottolineati e annotati nei margini, che mi ricordavano letture notturne e care speranze della bella età ch'è ora la tua.
Ringiovanendo nel pensiero, mi sentivo più vicino a te, e mi pareva che lavorassimo insieme.
Non tutti i miei pensieri erano lieti, peraltro.
Riscontrando il significato proprio di certi modi, [423] m'accadeva qualche volta di riconoscere che li avevo usati sempre a sproposito; d'altri mi vergognavo di non averli imparati che poco prima di citarli a te con l'aria di saperli da un pezzo; e così di certi precetti e consigli ch'io ti davo, mentre la coscienza mi rinfacciava d'averli quas