L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 44
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- Nego, nego, nego.
Lei può aver ragione in riguardo al periodo della conversazione ordinaria, su argomenti comuni, famigliare e tranquilla; ma ha torto, se riferisce quello che dice anche al linguaggio della passione.
La passione, parlando, ha due maniere di periodo.
Parla a brevi incisi, senz'ordine e senza legature, negl'impeti violenti e passeggeri, che offuscano la mente e fanno balbettare il pensiero come la lingua.
Ma quando l'uomo infiammato dalla passione, e tanto più se è un uomo colto, le fa un racconto o una descrizione o un ragionamento, nel quale, per produrle un'impressione immediata e viva, ha bisogno di presentarle tutt'insieme, o nel minor tempo possibile una quantità d'idee, d'argomenti, di fatti, d'immagini, che nella sua mente s'affollano e s'incalzano, osservi come svolge anch'egli largamente il periodo, che periodi lunghi le tesse, pieni d'incisi e pur rapidi, complessi e chiari ad un tempo, e ben lumeggiati in ogni loro parte, e ampi e armonici e leggeri; che paiono stati preparati e imparati a mente, e sono non di meno pieni di spontaneità e di naturalezza, e non hanno nè parole, nè frasi, nè costrutti che non siano comunissimi nel linguaggio parlato! Per questo io dico che anche dove occorre di svolgere ampiamente il periodo, scrivendo, si può serbare la naturalezza del linguaggio di chi parla, e che non soltanto nei termini e nelle frasi, ma anche nella sintassi e nell'andamento della [374] prosa scritta, pur mirando sempre a una perfezione che nel parlare non si può raggiungere, ci dobbiamo scostare il meno possibile dal linguaggio che usiamo nella conversazione.
Così io intendo lo "scrivere come si parla".
- Non creda d'avermi persuaso.
In ogni modo, nel dar quella norma ai giovani c'è un pericolo: di farli cadere nella trascuratezza e nella volgarità.
- Ma c'è un pericolo anche nel combatterla, ed è di farli cadere nell'affettazione e nella pedanteria.
- Lasciamola lì.
- Badi che è lei che la lascia.
- Allora la ripiglio.
- Ripigliamola.
(Continua).
[375]
PENSARCI PRIMA.
Ecco il più utile dei precetti: - Pensare prima di mettersi a scrivere.
- Un grande scrittore ha detto: - Meditare vivamente e tranquillamente sull'argomento.
Alla tua età, quando s'ha da scrivere, si suol commettere l'errore d'incominciar subito e in qualunque modo, con la risoluzione di chi spicca la corsa incontro a un pericolo per non lasciar tempo alla paura di saltargli addosso; s'entra d'un salto nell'argomento anche senza un'idea preconcetta, pensando che l'ispirazione ci raggiungerà per la via, che le idee sorgeranno sul nostro cammino, l'una dall'altra, come le bolle in un'acqua agitata.
È un calcolo sbagliato della pigrizia, che rifugge dal lavoro preparatorio della composizione.
Quanto meno avrai pensato prima, tanto più faticherai dopo, e con minor frutto.
Quanto più ti sarai voltato e rivoltato per la mente il soggetto avanti di scrivere, con tanto maggior rapidità scriverai; e questa rapidità non sarà precipitazione, ma impeto spontaneo, che andrà tutto [375] a vantaggio della vivacità dell'espressione e della fluidità dello stile.
Noi pensiamo a frammenti e a ritocchi.
Poche idee ci nascono nella mente chiare e vestite di un'espressione che possa esser messa tal quale sulla carta.
Al primo sorgere, l'idea ci si presenta quasi sempre come "un'ombra, presso che informe; poi si disegna, ma a linee ancora mal determinate, e qua e là spezzate e manchevoli; poi piglia una forma compiuta e netta.
Tu getti per lo più l'idea sulla carta quando è ancora nella prima o nella seconda fase.
Aspetta la terza.
Ci sono idee che si svolgono con un lungo giro misterioso nei labirinti del cervello: tu devi lasciar che compiano il giro: se le prendi a mezzo cammino non prendi che un embrione d'idea.
E non pensare che certe espressioni felici, che tu trovi negli scrittori, siano sempre, come ti paiono, effetto d'un'ispirazione subitanea: tali possono esser parse allo scrittore medesimo nell'atto che le scriveva; ma sono in realtà quasi sempre "l'ultimo effetto istantaneo d'un lavoro precedente del suo pensiero".
Nota ancora che ciò che osservano tutti gl'insegnanti in certi giovani, che non riescono mai ad appropriarsi certi costrutti sintattici, non deriva se non dal fatto che essi formano sempre stortamente nel loro capo certi gruppi di concetti, ai quali quei costrutti corrispondono; e li formano sempre stortamente perchè non fanno mai quel lavoro a mente tranquilla, prima di scrivere, e nella furia dello scrivere accettano sempre lì per lì la forma solita in cui quei dati concetti si presentano alla loro mente.
E devi pensar prima anche per questo: che, in quel pensare avanti di [377] scrivere, l'attenzione è più facilmente raccolta, essendo la stessa operazione meccanica della scrittura una distrazione; e il lavoro del pensiero è più libero e più vivo, e meno proclive a oltrepassare i confini d'una brevità sobria ed efficace che quando va di conserva con la penna; poichè la penna è chiacchierona, tende ad allungare, a infronzolare, a ripetere; ed anche in quel lavoro mentale preparatorio libero e agile abbracciando e misurando più facilmente tutte le parti del tuo pensiero, previeni il pericolo di lasciarti poi tirare, scrivendo, più là del giusto e del conveniente da ciascuna parte del pensiero medesimo.
E principalmente per bene ordinar le tue idee devi pensar prima, perchè, se aspetti a ordinarle mentre scrivi, questo lavoro ti distrarrà da quello di cercar l'espressione; e se per cercar l'espressione trascurerai l'ordine delle idee, non ti verrà più fatto di legarle naturalmente e logicamente; ma le legherai con nodi grammaticali artificiosi e forzati, che faranno peggior effetto delle sconnessioni.
Oltrechè nel troppo frequente sostare con la penna per riparare all'insufficiente preparazione, perderai anche l'originalità del pensiero e della forma, perchè darai tempo alle reminiscenze letterarie di sopraggiungere, ossia, ai pensieri e alle frasi d'altri di mescolarsi coi tuoi, e ti si raffredderà l'ispirazione, senza la quale non c'è spontaneità, e accetterai molte volte, per impazienza dell'indugio e per abbreviare lo stento, senza critica, violentando la tua coscienza, la prima idea che ti s'affaccia alla mente.
C'è ancora un'altra ragione, e questa te la dico con le parole d'un autore drammatico [378] valentissimo, che certo t'ha più volte rallegrato e commosso.
Dopo avermi spiegato com'egli abbia per uso di non mettersi mai a scrivere prima d'avere in mente il lavoro quasi compiuto, disse: - Resisto quanto più posso alla tentazione di prender la penna, perchè qualunque cosa io metta sulla carta, prima d'aver pensato tutto il mio dramma, mi diventa un impaccio.
Quando quella tal cosa è scritta, non mi so più risolvere a mutarla nè a cancellarla, o non lo faccio che con grande sforzo, per un senso di pigrizia e quasi d'avarizia intellettuale, perchè mi rincresce di buttar via quella fatica già fatta, anche non essendone contento.
Una pagina, invece, o una frase, la quale non sia scritta ancora che nel mio pensiero, la correggo o la cancello senza esitazione e senza rammarico.
M'è sempre riuscito meglio tutto quello che ho più tardato a far passare dalla mente nella scrittura.
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Avvèzzati dunque a ordinare e ad esprimer le tue idee, a prendere appunti, a cancellare, a correggere, a rifare le cose tue mentalmente.
Tu rimarrai maravigliato nel riconoscere quanto si fortifichi, anche con un breve esercizio, la facoltà, che da principio è debolissima in tutti, di fare "minute mentali".
Da una volta all'altra che ti proverai, ti riuscirà di farle, con minor fatica, sempre più lunghe, più particolareggiate, più chiare, più vicine alla forma definitiva.
Quando avrai in mente ben chiaro e ordinato quello che vuoi scrivere, il tuo pensiero franco e sicuro di sè farà correre la penna diritta e svelta senza lasciarle tempo nè modo di fuorviare, di serpeggiare, di perdersi in minuzie e in fregi inutili e falsi.
Credi che nessuno scrittore scrisse [379] mai una pagina veramente bella, rigorosamente logica, in ogni parte perfetta, la quale non fosse già composta per intero nel suo capo prima ch'egli intingesse la penna nel calamaio.
E tieni a mente sopra tutto che l'ordine delle idee è, dopo il valore delle idee stesse, il primo pregio d'ogni scrittura, perchè è insieme chiarezza, brevità, armonia, bellezza, forza, e che all'ordine prima che ad ogni altra cosa deve intendere il lavoro di preparazione, perchè dall'ordine principalmente deriva la facilità dell'espressione e la spontaneità dello stile, perchè fra lo scrivere con le idee già ordinate nella mente e l'ordinarle scrivendo corre la stessa differenza che tra il camminare per una strada fatta e il farsi la strada a passo a passo sur un terreno ingombro di pietroni e di sterpi.
Questo è il lavorìo preparatorio che devi fare ogni volta che hai da scrivere.
Ma, quando non ti manchi il tempo, è bene che tu ne faccia anche un altro, che sarebbe come la preparazione generale di quella preparazione particolare.
E questo consiglio te lo do in nome d'un sommo scrittore.
Il quale dice che quando s'ha da comporre giova moltissimo il leggere abitualmente in quel tempo autori di materia analoga a quella che dobbiamo trattare; non già per proporceli come modelli di ciò che dobbiamo fare, non per imitarli; ma per l'assuefazione materiale che, leggendoli, la mente acquista a quel dato lavoro e stile, per l'esercizio ch'essa fa di questi in quelle letture.
Osservazione giustissima, poichè tutti esperimentiamo, e avverrà a te pure, che dopo aver letto, per esempio, un ragionatore, si prova una singolare tendenza e facilità a ragionare, e così dopo [380] aver letto racconti, a raccontare, e descrizioni, a descrivere; si fa la mano a quel dato genere, per dirla con un traslato che può parere ignobile, ma che non è, perchè ci sono molte più rassomiglianze che il nostro orgoglio non voglia riconoscere, fra il lavoro intellettuale e il lavoro meccanico.
E ora che abbiamo visto come ci dobbiamo preparare a scrivere, vediamo un poco lo scrittore alla prova; in che intoppi s'imbatta, da che cattive tentazioni sia assalito, quali pericoli corra, che battaglia debba combattere con sè stesso, e con quali forze e con quali arti possa vincere.
Può essere che la rappresentazione ti giovi e ti diverta ad un tempo.
[381]
CON LA PENNA IN MANO
SCENA IDEALE.
Personaggi: Un giovinetto che scrive.
- Il genio amico.
- Il Buon gusto.
- Il Buon senso.
- Idee, frasi, parole.
- Un'idea velata.
- L'Ambizione.
UNA FRASE.
- Eccomi.
LO SCRITTORE (guardandola).
- Le rassomigli; ma non sei per l'appunto quella che cerco.
LA FRASE.
- Ma son bella.
LO SCRITTORE.
- Lo vedo, e mi tenti.
Ma non puoi vestir la mia idea, le faresti addosso delle pieghe, e parresti un abito preso a nolo.
LA FRASE.
- Ma poichè non n'hai altre alla mano! Chi sa quanto avresti a cercare, e forse senza trovare! Pigliami.
I lettori, colpiti dal mio color vivo, non baderanno alle pieghe.
IL BUON GUSTO.
- Non le dar retta: le vedrebbero, come si vedono le rughe anche in un bel viso.
Rifiutala.
LA FRASE.
- Farai vedere se non altro che mi possiedi, sarò un segno di più della tua ricchezza.
[382]
IL BUON GUSTO.
- E del tuo cattivo gusto e della tua improprietà e della vanità per giunta.
Mandala via e cerca ancora.
LO SCRITTORE - dopo aver un po' pensato, fa un atto d'impazienza e si rimette a pensare.
IL GENIO AMICO.
- Non la trovi?
LO SCRITTORE - non risponde.
IL GENIO AMICO.
- Se non la trovi, non insistere.
Forse è già nella tua mente, ma nascosta, e uscirà di sorpresa.
Forse è già passata, e non l'hai colta a volo, ma ritornerà.
Prosegui.
LO SCRITTORE (rimettendosi a scrivere).
- "Le contrarietà e le lotte, le fatiche e gli stenti, le amarezze e le angosce, i disinganni...."
IL GENIO.
- La durerai un pezzo?
IL BUON GUSTO.
- Codesto si chiama sfilar la corona del rosario.
IL BUON SENSO.
- Tu dài il tuo pensiero a sgoccioli....
IL BUON GUSTO.
- Sei pagato a un tanto la parola?
IL GENIO AMICO.
- Dacci un bel frego, figliuolo.
LO SCRITTORE - cancella, arrossendo e sorridendo leggermente, e continua a scrivere.
IL GENIO (leggendo di sopra alle spalle dello scrittore).
- Codesto è buono.
(Un minuto dopo).
E ora perchè t'impunti?
LO SCRITTORE.
- È arrivato a un punto dove il pensiero gli manca; egli vede un vuoto davanti a sè, come un fosso profondo, di là dal quale gli appare nettamente il sentiero per cui potrà continuare il cammino.
Ma come riempire quel vuoto per passare di là?
UNA FOLLA DI PAROLE CHE ACCORRONO DA TUTTE LE PARTI.
- Siamo qui noi, al tuo servizio.
Comanda.
[383]
LO SCRITTORE.
- Ma voi non dite nulla.
LE PAROLE.
- Ma possiamo colmare il fosso.
LO SCRITTORE - le guarda, titubando.
IL GENIO (alle parole).
- Sgombrate, fannullone impostore! (Allo scrittore).
Non ti servire di questa mala genìa.
Lascia il vuoto piuttosto, e fàtti coraggio a spiccare il salto.
Al lettore riuscirà meno ingrato lo scomodarsi a saltare con te che il passare sopra il mucchio di ciarpame, col quale lo vorresti ingannare, facendoglielo parer terra salda.
LO SCRITTORE - spicca il salto e si rimette in cammino.
UNA IDEA - ravvolta in un velo, gli si presenta in atto grazioso.
Egli le sorride e le fa cenno di venire innanzi.
IL BUON SENSO.
- Bada.
Non ti lasciar ingannare.
Non la riconosci? (Strappa il velo all'Idea).
La riconosci ora? È la seconda volta che ti si presenta.
Le hai già fatto troppo onore la prima.
Mettila alla porta.
(L'Idea svanisce).
Guàrdati da queste seccatrici vanitose e sfacciate che ritornano anche dieci volte in abiti diversi per farsi ritrarre in tutti gli atteggiamenti e con tutti i giochi di luce.
Sono la perdizione degli scrittori che cascano nelle loro reti.
Scrutale bene in viso prima di riceverle.
LO SCRITTORE - dopo aver scritto un altro poco, dà un'esclamazione di contentezza, che significa chiaramente: - Ecco un pensiero! - e fa correre più lesta la penna.
IL GENIO (si china a leggere, sorride, e dopo un breve silenzio).
- È un pensiero originale, ed espresso bene; ma....
non è tuo!
LO SCRITTORE - si riscote, rimane pensieroso [384] qualche momento, come cercando, poi fa un atto di rammarico e abbassa il capo.
IL GENIO.
- Oh! l'hai ritrovato il proprietario legittimo.
È vero? Sono illusioni frequenti.
L'ha detto un valentuomo, che pensava sempre col suo capo: un pensiero ci par nostro e nuovo, alle volte, nel punto in cui è ancora confuso nella nostra mente, perchè, così essendo, non rassomiglia a nulla; ma quando si determina nell'espressione e assume la sua vera faccia, riconosciamo che è d'un altro.
Codesto tu l'avresti forse riconosciuto da te, rileggendo.
Non rubare: è il settimo comandamento.
Un freguccio.
Bravo.
È da giovine onesto.
LO SCRITTORE (si rimette a scrivere.
Dopo un poco, lascia cader la penna).
- È inutile! È un pensiero che non mi riesce d'esprimere.
Ci rinunzio.
IL BUON SENSO.
- Eh, via! Io ne intuisco la ragione, poichè ti leggo in mente il pensiero.
Tu hai in capo una bella frase preconcetta, nella quale vuoi far entrare quel pensiero, e non ti riesce, perchè non son fatti l'uno per l'altro, e t'ostini, perchè vuoi mettere in mostra la frase.
Rinunzia alla forma elegante e impropria che ti sta a cuore, supponi di aver da dire quello che pensi a un amico, in una conversazione famigliarissima, senz'altra cura che di farti capire; e vedrai che ti riuscirà di dirlo.
Espresso che ti sarai in quel modo, se l'espressione non ti finirà, ti sarà facile ridurla, con qualche mutamento, a maggior perfezione.
Fanne la prova, e ne sarai persuaso.
LO SCRITTORE - dopo avere un po' pensato, rimane immobile, con gli occhi fissi sul foglio, in [385] atto di fare uno sforzo intenso; ma gli occhi sono senza vita.
IL GENIO.
- Ecco il momento in cui l'occhio della mente si vela.
Smetti, amico.
Non faresti più uno sforzo utile.
Alzati e muovi.
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LO SCRITTORE - si rimette al lavoro e scrive di lena, senza interrompersi, per un buon tratto.
Poi alza il viso, come cercando qualcosa con gli occhi, impaziente.
IL GENIO.
- Che cosa cerchi? Un legame fra l'idea che hai espressa nel periodo finito e quella che vuoi esprimere nel periodo che segue? Ma se un legame naturale non c'è, perchè ce lo vuoi mettere?
IL BUON GUSTO.
- Per eleganza? Ma come potrà essere elegante un legame non naturale?
IL BUON SENSO.
- Non è meglio uno stacco inelegante che una bella attaccatura forzata?
IL BUON GUSTO.
- Che sarebbe un anello di latta dorata?
IL BUON SENSO.
- E che in ogni modo congiungerebbe le parole, ma non le idee?
IL GENIO (dopo un poco).
- Ah, ti ci colgo ora! Ti colgo in flagranti a raccattare un pensiero superfluo per metterci addosso una bella frase!
IL BUON SENSO (dopo un altro poco).
- E a cercar dei cavilli per giustificare a te stesso codesta espressione che la coscienza ti rimprovera!
IL BUON GUSTO (due minuti dopo).
- E a metter la barba finta a un pensiero già espresso, per farlo parere un personaggio nuovo!
LO SCRITT.
(lavora altri dieci minuti; poi guarda alla finestra, sospirando).
- Oh che bel sole di [386] primavera e che bell'aria limpida! Come cantano allegramente gli uccelli! Che fragranza deliziosa mandano le acacie fiorite dei viali! Come sarebbe piacevole a quest'ora correre fra il verde e l'azzurro, col pensiero libero, bevendo a grandi sorsi la vita! E che dura cosa è questa fatica, quest'affanno della mente prigioniera, segregata dal mondo vivente, questo torturarsi il capo con la penna come con la punta d'uno stile!
L'AMBIZIONE (sbucando d'un salto di dietro a una libreria).
- Ah! è una dura cosa, è un affanno, è una prigionia, è una tortura! Ah, credeva il signorino che fosse una cosa facile l'arte, l'arte a cui diceva di voler consacrare la vita! Ma non ci si riesce senza incredibili fatiche, dice il poeta della Ginestra.
Ma bisogna sudare e gelare, dice Orazio.
Ma convien farsi per molt'anni macro, dice Dante.
Ma tutti gli scrittori che tu ammiri sudarono, vegliarono, si torturarono, ci rimisero la salute e ci si logorarono l'anima.
E il signorino ambizioso, che vuol arrivare alla gloria, crede che sia come prendere la via dell'orto!
LO SCRITT.
china la fronte e si rimette all'opera.
IL GENIO (passata un'ora, dopo aver letto l'ultima pagina).
- Sta bene.
Eccoti col vento in poppa.
Non dare all'immaginazione il tempo di raffreddare.
Non cercar la frase, chè non ti sfugga il pensiero.
Segna di volo le idee che ti incalzano.
Non ti soffermare a scegliere fra le varie parole che ti s'offrono: notale in margine, come faceva il Leopardi: sceglierai più tardi la più calzante.
Non insistere su nessun concetto secondario.
Non lasciar deviare in rigagnoli, [387] tieni raccolta la corrente del tuo pensiero; scaccia le idee intruse che romperebbero l'onda; e va' spedito, ma non ti lasciar travolgere.
Fa' un ultimo sforzo, e pianterai la bandiera sulla riva.
LO SCRITT.
- tira un grande respiro, e posa la penna, col viso rasserenato e sorridente.
IL GENIO (dopo aver letto).
- Tutto codesto è ben pensato e ben detto.
Hai vinto le cattive tentazioni.
Non hai tradito il tuo pensiero.
La tua coscienza dev'esser contenta.
Che sentimento di serenità e di leggerezza, non è vero? E come ti è dolce ora la libertà dello spirito! E come benedici la tua fatica!
[388]
LA SFILATA DEI BRUTTI PERIODI.
Vien'ora, che assisteremo insieme a uno spettacolo singolare, il quale ti potrà dar argomento a osservazioni utili.
Come le madri spartane facevano vedere ai figliuoli gl'Iloti ubbriachi perchè prendessero in aborrimento il vizio dell'ubbriachezza, io ti farò sfilare dinanzi i periodi deformi e viziosi, affinchè lo spettacolo ripugnante e compassionevole ti fortifichi nel proposito di non mostrar mai nulla di simile nella prosa che uscirà dalla tua penna.
La moltitudine miserevole sfilerà in tre processioni successive, che rappresenteranno ciascuna una deformità o infermità particolare, comunissima nel mondo letterario, dalla quale tu dovrai fare ogni sforzo per preservarti, in special modo nel primo periodo dei tuoi studi.
Ecco la prima colonna che viene avanti, come può.
È lo sciame dei periodi nani, appartenenti tutti alla gran famiglia dello Stile singhiozzato, che è numerosissima, e sparsa in tutti i campi [389] della letteratura.
Sono molto in voga a cagione del gran comodo che fanno a chi vuol scrivere facilmente, senza darsi la noia d'affrontar le difficoltà della sintassi, di collegare, cioè, e d'intrecciare le idee, di concatenare e di saldare l'una all'altra le frasi, che è un perditempo di pedanti e una fatica di certosini.
Vedi che son quasi tutti periodi d'una sola, o di due proposizioni al più, semplici come la miseria.
Grazie a loro il discorso va avanti a piccoli salti, come gli uccelli, o a brevissimi passi misurati come le galline a cui si mettono i laccetti alle gambe, perchè non scappino.
Chi li usa, dice che servono a imitare il linguaggio parlato; ma quella non è imitazione, è caricatura, perchè anche nel parlare è rarissimo che s'esprima il pensiero così a pezzi e bocconi, che si proceda in quel modo a scatti e a sussulti, come se la mente battesse la terzana.
Vedi se non è buffo che un uomo scimiotti l'andatura d'un bambino.
Prova a seguitar per un po' codesti periodi, e ti sentirai le gambe rotte.
Non son periodi, ma rottami, briciole di periodi; pensieri in pillole e in polvere; trucioli e segatura di prosa.
E ne passa, e ne passa, di tutti i gradi di statura al disotto della media, di tutte le gradazioni di magrezza fra il corpo spolpato e lo scheletro nudo, e usciti d'ogni dove: da romanzi d'appendice, da discorsi politici solenni, da commemorazioni mortuarie lacrimose, da parlate asmatiche di drammi, da lettere d'amore deliranti a freddo e simulatamente disperate.
Dicono: - È brevità efficace.
- Ma non è vero; si provino d'un lungo periodo perfetto d'uno scrittore conciso a far tre periodi, e vedranno se non [390] l'allungano, dovendo ripigliare il cammino due volte, e ripetere verbi e soggetti.
- È stile scolpito! - Ma non sono scultura i denti d'una ruota di legno, come non è musica il rumore che n'esce.
- È vivacità di stile! - Ma chi è più vivace dell'epilettico? - È un risparmio di noia al lettore! - Ma che c'è di più uggioso del tic tac d'un orologio? Oh, di che riso amaro e sprezzante riderebbe il Machiavelli al veder la prosa italiana ridotta a questo balbettìo di scamiciati aggranchiti dal freddo! Ma non occorre ch'io ti dica altro.
Tu non ti mescolerai con questa ragazzaglia di periodi; tu preferisci fin d'ora la compagnia degli adulti; chi ha buona gamba non fa tre passi sur un mattone.
Lasciali andare all'Asilo.
Guarda ora quest'altri che s'avvicinano.
Non ti par di veder venire innanzi lentamente, l'un dietro l'altro, di quei piccoli treni di strada ferrata, che si dànno per balocco ai ragazzi? Sono i periodi degli scrittori geometrici.
È un altro modo di scansar la fatica e le difficoltà delle orditure sintattiche sapienti e belle, pur avendo l'aria di far dei periodi di grande disegno.
Sono periodi fatti d'una lunga serie di membri, d'un'egual misura a un di presso, e legati fra loro quasi tutti con lo stesso legame di coordinazione, per modo che alla fin di ciascuno il lettore può riposarsi, quasi come a un punto fermo; ciò che dà allo scrittore il pretesto di stendere dei periodi sterminati, e di poter dire che non leva al lettore il respiro.
Vero è che lo ammazza in un altro modo, e non più piacevole.
Questi periodi non c'è ragione mai che finiscano, se non quando lo scrittore non ha più [391] nulla da dire: li finisce quando vuole, per bontà sua; e potrebbe, con quell'andare, fare anche un libro d'un periodo solo.
Sono pensieri cristallizzati, come disse a maraviglia un critico, in espressioni geometricamente uguali.
Non sono propriamente periodi, ossia, non tessuti di proposizioni, ma filze; non costruzioni, ma pietre e mattoni ammontati a filo di piombo, senza cemento nè incastro; non c'è in questo periodare nè rilievi, nè intrecci, nè scorci, nè inversioni efficaci, nè varietà di suoni e di modulazioni; non v'è che una sfilata monotona di pensieri, tutti vestiti a un modo, che vanno avanti con lo stesso passo, mettendo l'uno il piede sull'orma dell'altro, come una processione di frati.
Vedi che soltanto a parlarne, si prende il contagio: di questi periodi n'ho scritto uno.
Alla fin di ciascuno tu ti senti cascare il capo e le palpebre e ti devi dare un pizzicotto per incominciare il secondo.
Dev'esser qualche cosa di simile il viaggiare sul dorso d'un ippopotamo.
In tutto il tempo che ho impiegato a discorrere n'è passato uno solo.
E se n'avvicina un altro della stessa mole.
Schiaccia un sonnellino, che ti sveglierò al terzo.
Buon riposo.
Ecco la terza sfilata.
Questa è la più sbalorditoia, quella che comprende tutte le deformità, malattie e vizi più miserevoli e strani: i periodi zoppi, i gobbi, gl'idropici, gli accidentati, i periodi tutti testa o tutti pancia, quelli senz'occhi che vanno a tentoni, quelli senza gambe che si trascinano per terra, e quelli che dalle reni hanno tornato il volto, come gl'indovini dell'inferno dantesco, e i malati d'atassìa che non hanno coordinazione fra i movimenti delle membra, e [392] gli ubbriachi che camminano a zig zag, barcollando, e a ogni tratto soffermandosi o inciampando, e finiscono a cadere sulle ginocchia o sulle mele.
Sono tutte le mostruosità sintattiche che possono uscir dalle menti che non conoscono nè seste, nè compasso, e in cui "la ragion naturale e reciproca della parte d'un concetto è continuamente turbata dalle varie associazioni della fantasia che s'intromette nel processo del loro pensiero"; dalle menti di tutti coloro che, come diceva il Montaigne, data la mossa coi remi alla barca del periodo, costeggiando, si soffermano qua e là e imbarcano alla cieca tutte le idee che loro fanno cenno di voler salire, per modo che la barca sopraccarica va innanzi a sbilancioni e bevendo acqua, fin che si capovolge o s'affonda, e tutti annegano.
Alcuni, come vedi, non hanno forma nessuna: non son periodi, ma una certa quantità di parole chiuse fra due punti fermi.
Altri rassomigliano alle Sirene, che hanno un bel viso e finiscono in coda di pesce.
Qualcuno è vestito bene; ma le ossa sformate e i bubboni gli fanno dei gonfi sotto i panni, o i panni gli s'aggrinzano dove mancano le carni o le costole, o il pelame intonso e arruffato, somigliante a una vegetazione selvatica, nasconde la fisonomia.
Ce n'è parecchi che non sono che aggrovigliamenti di congiuntivi, figliati l'uno dall'altro, o sequele di parentesi, che si fanno buio a vicenda, e mettono il pensiero principale all'oscuro; e molt'altri che mostrano d'essere stati fatti con gran cura, ma con la cura e con l'arti d'un chirurgo, che per tenerli su li ha ricerchiati come botti d'apparecchi ortopedici visibilissimi, e mezzi coperti di bende, d'imbottiture e di [393] cerotti.
Se questi periodi tu esaminassi a uno a uno, riconosceresti che la più parte dei loro vizi e difetti non richiedono ad essere scansati nè ingegno singolare nè arte sopraffina o esperienza consumata di scrittore; ma che sono quasi tutti errori di logica elementare, dai quali basta il buon senso e un po' di riflessione a preservarci.
Guardali bene, e vedi quanta bruttezza e quanta miseria! E pensa quant'è grande il numero di questi mostricini messi al mondo di continuo da innumerevoli persone anche non incolte, o per sbadataggine o per furia o per trascuranza d'ogni decoro letterario, e immagina gl'infiniti piccoli danni che ne derivano nel commercio universale del pensiero: quante oscurità, quante confusioni, quanti malintesi, e quindi intoppi e lentezze e sciupìo di lavoro e di tempo! Senza parlar del ridicolo, altra fonte infinita di piccoli guai.
Dunque, hai veduto gl'Iloti.
Guàrdati.
Non periodi singhiozzati, non periodi mastodontici, non periodi sciancati, nè gibbosi, nè malati, nè selvaggi, nè matti.
Volta il foglio, e troverai il periodo perfetto.
Ma no: bisogna che tu conosca prima Carlo Imbroglia.
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CARLO IMBROGLIA.
Imbrogliava il discorso, intendiamoci subito: non il prossimo; chè anzi nel commercio che esercitava, e anche fuor del commercio, era uno specchio di galantuomo; e se non ci fossero al mondo che imbroglioni del suo genere, sarebbe un tutt'altro viverci.
Non mancava, per commerciante, di cultura letteraria, ed era pieno di buon senso; ma aveva il difetto accennato da Dante dove dice che l'uomo, nel quale rampolla pensiero sopra pensiero, arriva tardi al segno, a cui intende; e il perchè si capisce: perchè il pensiero di lui s'intralcia a ogni passo in sè medesimo.
Ha definito mirabilmente questo vizio mentale comunissimo un critico moderno, dicendo che in non so quale scrittore la nozione si corrompeva e si disgregava prima d'esser vissuta, presentando quel fenomeno che, secondo certi fisiologi, segue in ogni organismo che si discioglie: il quale di sede ch'egli era d'un solo principio vivente, diventa il semenzaio di parecchi, che con nuovi moti e combinazioni si riorganizzano nella sua materia imputridita.
[395]
Che diavolo d'arruffio si facesse nella mente del nostro buon amico quando filava un ragionamento o raccontava un fatto anche semplicissimo, non saprei ben dire.
Incominciava con un'idea, e subito quest'idea si fendeva in due; poi ciascuna idea si biforcava alla sua volta, o si triforcava e si sfaccettava; e volendo seguire tutte le deviazioni e accennare tutte le trasformazioni e le sfaccettature del proprio pensiero, egli diceva e ridiceva, correggeva e aggiungeva, e accumulava incisi e incastrava parentesi, fin che si smarriva nei raggiri delle sue frasi, come in un labirinto, e doveva rifarsi da capo.
Il difetto grammaticale più frequente in cui si manifestava questo suo modo farragginoso di pensare era l'abuso del congiuntivo.
Egli parlava come un certo personaggio d'una commedia francese che un amico suo definisce: un subjonctif à jet continu.
Mi ricordo parola per parola un periodo ch'egli disse a proposito di certe pratiche fatte da noi per riconciliarlo con un amico: - "Nel caso ch'egli volesse ch'io andassi prima da lui, affinchè non si credesse da chi non conoscesse i fatti ch'egli si fosse umiliato..." - Il famoso verso di Dante
Io credo ch'ei credesse ch'io credessi
poteva essere la divisa del suo stile.
Alle persone di servizio, perchè facessero a puntino questa o quella cosa, non volendo omettere nessun particolare e dir tutto ben chiaramente, dava gli ordini con certi periodi così complessi e aggrovigliati, che finivano col non capirci una maledetta.
Tale e quale era nello scrivere.
Ai suoi corrispondenti commerciali scriveva delle lettere sulle [396] quali dovevano meditare un pezzo, col capo fra le mani, come sopra dei palinsesti, per tirarne fuori l'idea principale.
Nella conversazione con gli amici, poi, era una vera calamità.
Povero Carlo Imbroglia! Quando principiava un racconto, o diceva: - Ecco il ragionamento ch'io farei -, oppure: - Mi spiegherò meglio - tutti allibbivano.
Era uno spasso nella trattoria sentirgli dire al cameriere, per esempio: - Io vorrei che tu dicessi al cuoco che mi cocesse la bistecca in modo (ma già credo ch'egli lo sappia, ma è bene che tu glielo ricordi, caso che l'avesse dimenticato, il che non è improbabile) in modo che facesse meno sangue che fosse possibile; ma che un poco ne faccia, intendiamoci bene, e non mancar di dirglielo, che non gli accadesse di mandarmela secca, che mi restasse nel gozzo, come qualcuno vuole ch'egli la faccia, ch'io non so che gusto ci trovino.
- E quasi tutti i suoi periodi erano di quest'architettura.
Ma questi erano i suoi periodi chiari.
Alle volte, quando lo vedevamo impigliato in una rete da cui non gli riusciva di strigarsi, cercavamo d'aiutarlo: chi gli suggeriva l'espressione d'un pensiero incidentale, chi gli porgeva una parentesi bell'e fatta, chi gli apriva con un'abbreviatura una via d'uscita.
Ma egli respingeva tutti i soccorsi e s'ostinava a finir da sè il suo periodo, volendo a ogni costo dir la cosa a modo suo.
Qualche volta era costretto a fermarsi, per ravviare le fila arruffate del discorso, e stava alcuni momenti in silenzio, accennandoci con la mano di pazientare un poco, e socchiudendo i piccoli occhi cerpellini, spesso malati; i quali lacrimavano, dicevamo noi, per effetto dello sforzo [397] ch'egli faceva nella troppo minuta e intricata orditura della sua sintassi.
Un giorno si scherzava nel crocchio sopra un argomento poco faceto: sul genere di morte che ciascuno di noi avrebbe preferito.
Quando fu la sua volta, uno lo prevenne, dicendogli: - Quanto a lei, mi perdoni, la sua fine è scritta: lei resterà soffocato fra le spire d'uno dei suoi periodi.
- Rise con gli altri egli pure, dicendo che era consapevole del proprio difetto; ma soggiunse che aveva ferma certezza di riuscire a forza di volontà ad emendarsene, a parlare finalmente come voleva e come, secondo lui, si doveva parlare.
E infatti incominciava sempre a parlare col fermo proponimento di resistere alla forza dell'abito vizioso, d'andar diritto con la parola allo scopo, rigettando tutte le tentazioni del pensiero serpeggiante; ma era invano: ci ricascava sempre.
Un momento dopo d'aver fermato per la millesima volta quel proponimento, era capace di scrivere, a proposito d'un amico, del quale s'era discusso se si dovesse sì o no invitarlo a un banchetto, una maraviglia di letterina come questa: - "Penso che converrebbe che gli mandassimo l'invito (poichè avete stabilito che gli si mandi, benchè io fossi d'opinione che sarebbe stato meglio che non si facesse) prima ch'egli avesse notizia del pranzo da altri (il che non credo che sia impossibile, chè anzi è assai probabile che l'abbia), affinchè non potesse sospettare che noi avessimo deciso d'invitarlo all'ultimo momento con la speranza ch'egli non facesse in tempo a venire; cosa di cui, se la credesse, credo che anche voi, che sapete quanto egli sia permaloso, ammettiate che sarebbe [398] naturale ch'egli si risentisse; ciò che dispiacerebbe a tutti, benchè avessimo coscienza che fosse infondato il sospetto." - Che sudata, povero Imbroglia! Eppure, come si capisce, anche da quel viluppo di parole, ch'egli non avrebbe scritto malaccio se fosse riuscito a levar le gambe dal congiuntivo e a camminar con la penna per la via più corta!
Ogni volta che penso a lui, mi rigodo una scenetta comica, che è il più piacevole dei ricordi ch'egli m'abbia lasciati.
S'era convenuto fra una mezza dozzina d'amici di desinare con lui alla trattoria.
Eravamo già tutti intorno alla tavola, era passata l'ora da un pezzo, ed egli non compariva.
Comparve finalmente in vece sua, con un biglietto in mano, una sua vecchia serva, buona donna semplice, che stava con lui da molt'anni, e gli era affezionata come una parente.
Uno di noi lesse a voce alta: - "Cari amici! È impossibile che immaginiate quanto io sia dolente che un malore, che m'affligge da due giorni, m'impedisca d'intervenire a codesto desinare amichevole, al quale è superfluo che io vi dica quanto sarei stato felice...." -, e terminava dicendo che era malato di congiuntivite.
Che volete? S'ha un bel dire che è inumano il ridere del male altrui.
Ma chi si sarebbe frenato? Malato di congiuntivite! Era un caso comico di forza maggiore.
Ma il meglio venne dopo, quando la buona donna ci domandò se non avevamo nulla da mandar a dire al suo padrone.
- Sì, - rispose uno, - ditegli che abbiamo detto che ce ne rincresce assai, ma che della malattia che lo tormenta non crediamo possibile [399] ch'egli guarisca.
Riferitegli queste precise parole.
Ci capirà.
- La donna ci guardò stupefatta; poi disse: - Eh no, signori.
Non credano.
Non è grave.
È un incomodo a cui va soggetto.
E allora si scoppiò addirittura.
[400]
IL PERIODO PERFETTO.
Il modo di periodare d'uno scrittore maestro nell'arte è paragonabile per certi rispetti al modo d'andare d'un uomo ben formato, sano, svelto e elegante; il quale cammina per la strada a passi nè lunghi nè corti, ritto, ma non impettito, sciolto, ma dignitoso, e guarda e saluta di qua e di là senza soffermarsi e senza scomporsi, supera gl'impedimenti con agilità, scansa le persone con garbo, svolta alle cantonate con un giro cauto, sale senz'affannarsi, discende senza lasciarsi andare, e s'arresta a un tratto, quando arriva alla meta, con un ultimo passo risoluto, rimanendo ritto ed immobile.
Hai mai analizzato il diletto vivo che ti dà, oltre all'utile dell'idea che v'è espressa, uno di quei periodi magistrali, d'ampia stesura e di proporzioni giuste, nei quali v'è una corrispondenza perfetta fra il pensiero e la forma, e i concetti sono collegati e contrapposti in maniera da illuminarsi a vicenda, e tutte le locuzioni son proprie, e tutte le giunture facili, e nessuna parola superflua, per modo che non ti riesce [401] d'immaginare come quella data idea avrebbe potuto essere svolta altrimenti, neppure nei particolari secondari e minimi della sua espressione? Il periodo è lungo e ti par rapido, perchè non c'è nessuna oscurità che ti desti un dubbio, nessuna ridondanza che ti distragga, nessun intoppo nè vuoto che t'arresti.
I concetti e i membri vi son distribuiti così bene, senz'affollamento, quantunque siano molto fitti, che ti par che l'aria vi si mova e v'entri dentro la luce da ogni parte.
Il periodo è così ben modulato che vi senti una correlazione armonica fra la prima e l'ultima frase, e fra queste e le intermedie, e nelle intermedie fra di loro; ma è un'armonia non studiata e discreta, e come naturalmente prodotta dall'accordo dei pensieri.
Tutti i concetti accessori che vi son contenuti ti si stampano nella memoria nello stesso ordine in cui lo scrittore li ha posti, come se quello fosse il loro ordine necessario e immutabile.
Sono poche righe, e quando sei arrivato in fondo ti par d'aver fatto un lungo cammino, perchè hai veduto molte cose in un piccolo spazio, e non sei soltanto sodisfatto della lettura, ma anche di te medesimo, perchè dietro alle idee espresse n'hai vedute di sfuggita, grazie all'arte dell'autore, molt'altre, e scambi quell'arte con acume d'intuizione tuo proprio.
E dopo la prima lettura ti senti forzato a rileggere, compiacendoti di cercare le cause di quell'effetto piacevole e utile, d'esaminare in ogni sua parte il congegno, e quasi di disfarlo e rifarlo, per conoscere l'operazione mentale complessa e sottile, con la quale fu fabbricato.
Ti sembra un'opera d'arte che stia da sè, ed è in fatti una serie di parole che formano per sè sole un tutto, che contengono un principio [402] e un fine; è un piccolo capolavoro d'ordine e di numero, in cui sono congiunte la semplicità e l'eleganza, l'ampiezza e la brevità, la delicatezza e la forza; dove lo scrittore ha esercitato tutte le sue facoltà e messo tutte le sue doti migliori: il buon senso, il buon gusto, la ragione, l'immaginazione, la profondità e l'agilità del pensiero, l'acutezza e la vastità della vista mentale, alla quale non sfugge minuzia alcuna, e che abbraccia ad un tempo cento cose vicine e remote.
Poi, rivolgendo quel piccolo capolavoro nel pensiero, godi un piacere simile a quello con cui si guarda e si rivolta per le mani un corpo rotondo, solido, liscio e lucente, e fai dei paragoni, per i quali t'appare anche più ammirabile la sua perfezione.
Ripensi altri periodi d'altri scrittori, che ammirasti, ampi anche quelli, e bene architettati, e musicali; ma che differenza! C'è in quelli più suono che pensiero, e in qualche punto il suono è strepito; ci sono proposizioni che fanno eco l'una all'altra, frasi che si voltano indietro a guardare lo strascico della propria veste, concetti secondari che portano in capo un pennacchio troppo alto per la loro statura; e a certi svolti tu ci perdi d'occhio l'idea principale, e non sempre la ritrovi, o la ritrovi per riperderla ancora quando sei arrivato alla fine.
Ma questo è per ogni verso perfetto.
Non è nulla o è poca cosa rispetto al libro che lo contiene; si potrebbe anche togliere, e rimarrebbe all'opera tutto il suo valore; eppure non c'è da secoli fra le migliaia di lettori uno solo che non si sia arrestato a quel breve giro di parole, che non l'abbia ammirato, riletto dieci volte, citato in cento occasioni, ricordato per molti anni o per tutta la [403] vita; e in questa gemma si fisserà lo sguardo di generazioni e generazioni di lettori, fin che non sarà morta e sepolta la letteratura dov'essa risplende.
Ora senti: non è soltanto un consiglio, è una calda raccomandazione questa ch'io ti faccio, con la ferma certezza che, se la seguirai, n'avrai un vantaggio grande.
Quando, leggendo uno scrittore, t'imbatti in uno di quei periodi, trascrivilo.
E non temere d'aver da fare una tal fatica troppo sovente, perchè son periodi rari anche negli scrittori grandi.
L'avere alla mano una corona di queste piccole maraviglie, e lo sfilarla ogni tanto, ti gioverà di più, per imparare a periodar bravamente, che leggere decine di volumi.
Potrei presentartene io parecchi, che ho raccolti da scrittori di vari secoli; ma è meglio che li cerchi e che faccia la scelta tu stesso.
Quando li avrai trascritti, e li rileggerai, e ci penserai su, ci scoprirai molte più bellezze di quelle che t'avranno fermata l'attenzione alla prima, e ne ricaverai tanti ammaestramenti da formartene in capo un piccolo trattato dell'arte del periodo, che sarà tutto tuo.
Ci troverai fra i vari concetti connessioni intime, non significate con parole, come legami di fila finissime, non visibili che allo sguardo fisso e prolungato della mente; "volute di sintassi accennate appena che faranno fare come un mezzo giro al tuo pensiero verso un oggetto nuovo, per rimetterlo quasi subito al punto da cui l'avranno ritolto"; brevi spiragli, per cui t'appariranno di fuga tratti d'orizzonti lontani; e salite e discese e scorciatoie e profondità e curve ed angoli della locuzione, che ti desteranno nella mente altrettanti [404] moti diversi, leggerissimi, con ciascuno dei quali ti parrà di fare, e farai in effetto un passo avanti nell'arte difficile dello scrivere.
E vedrai come ogni volta che ti metterai a scrivere dopo aver ristudiato quei modelli, troverai maggior facilità a far capire nel circuito d'un periodo solo molti concetti, a inanellarli senza sforzo, ad accennarne alcuni senza esprimerli, a involgerne altri dentro un altro, e a trascorrere da questo a quello con un colpo d'ala, e a districare gli stami di molti pensieri confusi per distenderli e incrociarli in un disegno netto e leggero.
Dammi retta: fàtti da te questa piccola raccolta di periodi perfetti, e imparala a mente, se puoi.
E, chi sa! Se proseguirai in questi studi nell'età virile, forse ti verrà in mente di ampliare la raccolta fatta nella giovinezza, e di dare ai giovani italiani un'Antologia singolare e utilissima; della quale, ch'io sappia, non c'è ancora esempio.
[405]
IL SOGNO D'UNO SCRITTORE FALSO.
Scena: una camera buia.
Lo scrittore dorme e sogna, agitato.
Al principiare del sogno egli vede accanto al letto, dalla parte del capezzale, un cassone enorme, pieno di cose preziose, che gli son care quanto la vita; e udendo un rumoretto all'uscio, e parendogli che un ladro tenti di forzar la serratura per venirgli a rubare quel tesoro, stende e preme la mano tremante sul coperchio del cassone, respirando con affanno.
Una figura di donna, bianca e leggera
come vapore in nuvoletta accolto
sotto forme fugaci all'orizzonte,
appare nel mezzo della camera, e gli rivolge la parola con voce limpida e pacata.
LA SEMPLICITÀ.
- Vengo non desiderata, lo so.
Ma fino a quando rifuggirai da me come da una nemica mortale? Fino a quando persisterai a metter sul viso dei tuoi periodi cipria e belletto e ad appiccicarvi nèi e finti riccioli e orecchini di perle false? Fino a quando, per ottenere codesta bellezza artificiosa e stucchevole, farai gli sforzi che dovresti fare invece per nasconder l'arte, per conseguire "quell'apparenza di [406] trascuratezza, di sprezzatura, quell'abbandono, quella quasi noncuranza" che, come dice un grande maestro, è una delle mie specie più amabili, e in cui si manifesta veramente l'ingegno; dovecchè il raccattare e l'accozzare lustre e chincaglie è cosa da tutti? Disse un critico ardito che per secoli, fatte poche eccezioni, fu una fitta di damerini dello stile e della lingua tutta la letteratura italiana.
Fino a quando farai il damerino tu pure, vecchio vanerello smanceroso?
Il sognatore dà uno scossone.
UN ESPLORATORE AFRICANO.
- O senta, signore! Ritornato appena dall'Africa, ho letto per caso un libro suo.
Vidi laggiù certi piccoli re selvaggi che sul loro semplice abito primitivo di stoffa bianca mettevano quanto potevan raccogliere di vistoso e di luccicante, come fanno le gazze, dagli europei di passaggio; e quando mi venivan dinanzi così addobbati, con aria maestosa e contenta, mi dovevo morder la lingua per non scoppiare dal ridere.
E vidi anche dei selvaggi che avevano incise sulla pelle figure di fiori, d'alberi, d'armi e d'animali, e credevano d'esser belli, conciati a quel modo; e a me parevano orribili e buffi.
La sua prosa, mi perdoni, mi ricorda l'abito di quei re, e il suo stile mi par tatuato, signore.
Il sognatore geme.
UN GENTILUOMO.
- Io, signore, conobbi un tale, un bottegaio arricchito, che quando gli capitava in casa qualcuno, lo faceva girar per tutte le stanze, dove aveva messo in mostra un poco prima tutta l'argenteria da tavola, i gioielli di sua moglie e ogni oggetto di valore comprato o ricevuto in dono da lui nel corso di trent'anni; [407] e credeva con quello sfoggio di farsi veder gran signore; e tutti lo giudicavano invece uno spocchione senza gentilezza e senza gusto.
Il sognatore si volta di scatto sur un fianco, cercando una posizione più comoda.
UN CRITICO (con un sorriso acre e una voce di sega).
- Signore! È tempo oramai ch'io le spiattelli la verità nuda e cruda.
O chi crede d'ingannare con codesto abbarbaglio di frasi, con codesta ostentazione di gale e di lustrini? Crede che non si capisca ch'Ella ricorre a codesti mezzi perchè non ha un possesso sicuro della lingua, per nascondere l'indeterminatezza che da quel possesso malsicuro deriva all'espressione del suo pensiero? Che non si capisca ch'Ella tira a scriver bello e avventato perchè non le riesce di scriver proprio ed esatto? E s'illude che con quelle cianfrusaglie brillanti si possa mascherar mai il pensiero nullo o mediocre? Eh, via! Anche il lettore meno colto ha una percezione finissima per iscoprire un concetto trito o volgare sotto il cencio di porpora dozzinale, come scopre la menzogna nel falso sorriso.
Smetta codesta roba, che sciupa anche i pensieri migliori, perchè svia la mente dalla diritta e rapida intuizione del buono e del vero.
O che è l'immagine, quando non serve a dar risalto all'idea, altro che polvere negli occhi? O quando capirà che la bellezza non è che nella parola o nella frase necessaria, e che questa non può essere che la più propria, e che la più propria è sempre la più semplice e la più comune? Oh, rinunzi una volta per sempre a tutta codesta rigatteria letteraria, che si compra e si vende a peso a tutte le cantonate.
[408]
Lo scrittore respira sempre più affannoso, contraendo il viso e le mani.
LA PASSIONE.
- Il tuo linguaggio non è il mio.
Tu non parli mai con la mia voce e con le mie parole.
Tu mi tradisci sempre.
Io non pèttino, non arricciolo, non infioro le frasi e i periodi: io sono semplice e franca.
Tu non commovi nessuno perchè sei l'opposto di quello ch'io sono.
Chi ti può credere sincero? Crederesti tu alla sincerità d'un uomo che mentre ti confida, per impietosirti, un grande dolore, facesse il bocchin di miele e gli occhi languidi come una donnina leziosa, e atti vezzosi del capo come una tortora in amore?
LA RAGIONE.
- E piglieresti sul serio un altro che mentre s'affanna a persuaderti d'una grande verità o a indurti a un'azione generosa, scoprisse ogni tanto i polsini per mostrarti i bottoni d'oro o lanciasse un'occhiata allo specchio per veder l'effetto del suo gesto?
UN VECCHIO.
- Senti.
Io ho molto vissuto e conosco il mondo.
Se tu lo conoscessi quant'io lo conosco, se tu sapessi a quanta gente ha recato e reca danno di continuo codesto mal vezzo, in cui tu t'ostini, d'inorpellare l'espressione d'ogni sentimento e d'ogni pensiero, tu faresti ogni maggiore sforzo per liberartene, come d'una malattia pericolosa di morte.
Quanti uomini retti e modesti son giudicati irreparabilmente non sinceri, vanitosi, presuntuosi, e si vedon rifiutati favori e vantaggi ed aiuti non per altro che perchè li chiedono con codeste forme affettate e leziose a persone che aborriscono l'affettazione e la leziosaggine quanto la malvagità e l'impostura! Quante lettere e scritture d'ogni forma, che [409] chiedono cose giuste e dovute, sono lacerate e buttate fra le cartacce non per altro che perchè sono scritte nel modo che tu scrivi! Quanti scrittori di alto ingegno e di animo buono sono diventati universalmente uggiosi e odiosi, e stati in ogni modo avversati e defraudati dell'onore che per altri rispetti meritavano, per non essere riusciti mai a spogliarsi di codest'abito sciagurato d'infronzolare, d'ingioiellare, di fiorettare il proprio linguaggio! Che aberrazione! O com'è ancora possibile?
UNO SCRITTORE.
- Ho pietà di te, confratello, e non te n'offendere, chè è pietà fraterna, poichè l'ebbi un tempo di me pure; e fu quando tutte le gale e le lustre della parola, di cui avevo fatto abuso cieco per vent'anni, m'apparvero nel loro vero aspetto, e mi fecero il senso che risentirebbe un uomo, il quale, addormentatosi nell'orgia d'un martedì grasso, si risvegliasse il mercoledì delle ceneri, in mezzo alla sua famiglia, sbriacato, ma ancor mascherato da re delle marionette.
Quando riconobbi quanti bei pensieri avevo sciupati, quanti sentimenti gentili traditi, per quanto tempo avevo offeso la dignità dell'ufficio di scrittore scrivendo prosa di chincagliere e gettando negli occhi al pubblico crusca dorata, sentii tale vergogna e nausea di me stesso, da esser tentato di dar della fronte nel muro.
T'auguro di guarire; ma la convalescenza ti sarà triste, povero amico.
UN AMICO D'INFANZIA (col viso afflitto, e un accento di rimprovero triste).
- Ah, no, in quel modo non m'avresti dovuto scrivere in quella occasione dolorosa.
Sapevi che avevo l'anima straziata da una grande sventura: mi dovevi [410] scrivere come ti dettava il cuore.
Tu non puoi immaginare che pena fu per me il trovare nella tua lettera certe espressioni, quei tuoi soliti ornamenti e vezzi di lingua e di stile, che mi fecero dubitare della sincerità del tuo dolore, che mi parvero anzi segni manifesti d'indifferenza e di durezza d'animo.
No; se tu avessi avuto pietà del tuo vecchio amico, se tu avessi pianto davvero sulla sventura terribile che lo colpiva, tu non avresti usato quelle parole per dirglielo, non avresti lisciato lo stile a quel modo, perdonami, per consolare il suo cuore.
Mi facesti una gran pena, amico, una gran pena!
Il sognatore, che s'era andato agitando sempre più durante le varie apparizioni, vinto all'ultima da un impeto di vergogna, di dolore e di sdegno, si precipita dal letto (in sogno) e si mette a tirar pedate furiose contro il cassone; il quale si rovescia e si scoperchia, spandendo sul pavimento una strana variopinta luccicante mescolanza di vasetti, di piume, di ritagli di talco e di trina, di bubboli, di nastrini, di stelline, di prismetti di vetro, di scampoli di panno rosso e di frange argentate e dorate, ravvolto il tutto in un nuvolo di polvere d'oro e di riso.
Furiosamente, a scarpate, egli caccia a mucchio ogni cosa verso la finestra e abbranca a piene mani e butta tutto fuori del davanzale, e poi scaraventa fuori anche il cassone.
Il tonfo che fa questo battendo sul selciato della strada, lo risveglia.
Si mette a sedere sul letto, si frega gli occhi e guarda intorno.
Non è ancora bene sveglio: gli cadono dagli occhi due lacrime.
Ahimè! Sono lacrime di rimpianto per il cassone!
[411]
UNA PAGINA DI MUSICA.
È tendenza naturale in noi il dare un ritmo al linguaggio scritto, come lo diamo al linguaggio parlato, perchè il nostro orecchio cerca naturalmente l'armonia, e anche delle parole scritte sentiamo il suono nella mente.
Gl'imitatori dànno alla prosa l'onda armonica, che hanno nella memoria, dello stile del loro scrittore prediletto; quelli che non imitano, le dànno un ritmo loro proprio, che è come la musica intima del loro pensiero; e anche gli scrittori che paiono più noncuranti dell'armonia, si sente qua e là che non resistono alla tentazione di dare al periodo un suono largo e gradevole, o, se non altro, di terminarlo con una clausola sonora.
La nostra lingua così ricca e varia di suoni, nella quale facciamo anche in prosa, senz'avvedercene, una quantità di versi d'ogni metro, ci tenta continuamente a cantare.
E qui sta il pericolo: di far cantare la prosa per forza, aggiungendo parole superflue al periodo per dargli quella data sonorità, sforzando il pensiero stesso per ridurlo a quella data forma che all'orecchio piace, [412] facendo servire l'idea al numero, in somma, invece di far obbedire il numero all'idea.
E quando s'è su questa china, facilmente si precipita al peggio: si va dalle armonie delicate e sommesse a una musica sempre più risonante, fino ad accompagnare la sfilata delle frasi a colpi di piatti turchi, e a chiudere con colpi di gran cassa e squilli di tromba.
Come si può sfuggire a questo pericolo?
Il mio umile parere (come si suol dire quando si crede il parere proprio migliore degli altri) è questo: che ci dovremmo proporre non di cercare l'armonia, ma soltanto d'evitar le asprezze e le stonature.
E paiono le due cose una sola; ma sono negli effetti assai diverse, perchè, cercando l'armonia, si finisce col cercare una data armonia, la quale non si può ottener sempre senza artifici; ciò che non accade a chi si studia solamente di non ferir l'orecchio.
Per questo non c'è bisogno di forzare il pensiero, d'aggiungere, di riempire, d'arrotondare, perchè ciò che fa suonare sgradevolmente il periodo non sono quasi mai altro che uno o pochi vocaboli messi fuor di posto, e qualche volta uno o due o pochi monosillabi; e basta per ripararvi il collocare gli uni e gli altri in quelli che il Leopardi, facendo esercizio di lingua, chiamò "cantucci, spigoli, spazietti, passaggetti, rivolte, giratine, tortuosità, angustie, stretture del discorso e del periodo" nelle quali quei vocaboli e monosillabi possono entrare senza violenza e stare senza stridere.
Non è certo questa l'unica norma che dobbiamo seguire perchè la prosa non riesca disarmonica; ma è la principale, e a te può bastare per ora.
Un ritmo, un andamento musicale tuo proprio [413] ti verrà con lo stile, del quale sarà un elemento inseparabile; e quanto più il tuo stile sarà spontaneo, logico, fedelmente consentaneo al movimento del tuo pensiero, tanto meno t'accorgerai d'avere quel ritmo; per modo che, rileggendo dopo qualche tempo le cose tue, ti parrà di sentirvi una musica sconosciuta, o di cui tu abbia appena una vaga reminiscenza.
Bada ora sopra tutto a non mandar avanti la tua prosa a suon di tamburi e di pifferi, a non far del periodo una cabaletta, sempre chiusa con quelle certe battute, che il lettore presènte e solfeggia prima che tu vi giunga; perchè è questa una consuetudine che inceppa la ragione e l'ispirazione, circoscrive la libertà del pensiero, vizia l'espressione, gonfia lo stile, e avvilisce la dignità dello scrittore riducendolo un sonatore d'organetto.
UNA VOCE NELL'ARIA: - Benissimo!
O che c'è un grammofono qui? Chi è che parla?
La stessa voce, in tono leggermente ironico: - "Ma devi anche dire all'alunno che ci sono i sonatori del periodo, i tenori dello stile dissimulati, certi astuti che abbassano la voce, invece d'alzarla, che non vanno mai negli acuti, che modulano il discorso come per cantare senza farsi scorgere; ma che in realtà cantano anch'essi.
Il canto non si sente periodo per periodo; ma quando voi avete letto dieci loro pagine senz'aver mai colto proprio sull'atto il cantante, sentite non di meno che non hanno parlato col tono di chi parla naturalmente, non cercando nè ritmo nè risonanza.
È una specie di musica morbida e liscia, dov'essi fondono i propri pensieri e smorzano le tinte dello stile; ma che, appunto per questo, finisce col ristuccare essa [414] pure, come il mormorìo d'un rigagnolo, facendoci desiderare qualche asprezza, qualche schianto qua e là, in cui salti su il pensiero o l'immagine, e magari anche qualche stonatura selvaggia, che ne rompa la dolce monotonia, dalla quale ci sentiamo conciliare il sonno come dal rullìo d'una barchetta o dal cullamento d'una sedia a dondolo.
E per ottener questo bell'effetto forzano spesso anche costoro il proprio pensiero, appiccicando delle brave code ai periodi, dicendo cose che non dovrebbero o come non vorrebbero, esercitando come gli altri la non nobile industria dei pleonasmi, delle zeppe, delle imbottiture e delle vescichette, con certa discrezione, quasi di sotterfugio, e con aria innocente; ma che non inganna chi ha fine l'occhio e l'orecchio.
Questo essi non imitano certamente dal loro maestro Alessandro Manzoni, che non n'ha ombra.
E anche dall'esempio di questi signori convien mettere in guardia gli alunni.
Rifuggano dagli uni e dagli altri: dai suonatori di gran cassa e da quelli che fanno il verso degli uccelli."
Pare che abbia finito.
Mi domandi se ha detto giusto?
Eh sì, non c'è a ridire, pur troppo.
Mi domandi ancora s'io so a chi abbia fatto allusione?
Lo so, sicuro; ma a dirtelo....
mi vergognerei un poco.
[415]
CORREGGI E LÀSCIATI CORREGGERE.
Abbiamo veduto da principio quello che s'ha da fare prima di scrivere; dobbiamo vedere ora quello che è da farsi dopo aver scritto.
Tu hai già capito: rivedere, correggere.
Lascia passare un po' di tempo, chè si quieti l'eccitamento intellettuale, e tu possa giudicare a mente serena e ad animo riposato l'opera tua, e questa apparisca come a una certa distanza all'occhio indagatore della tua mente.
Poi rileggi, mettendoti con l'immaginazione, per quanto t'è possibile, nell'animo d'un lettore non solo non indulgente, ma malevolo, il quale cerchi nel tuo lavoro i difetti col desiderio di trovarne, o svogliato o male attento, che non regga ad alcuna ripetizione e lungaggine, e smetta di leggere al primo senso di noia che lo prenda.
Leggi, e apri nella mente dieci occhi per veder dieci cose ad un punto: le improprietà, le superfluità, le lacune, le disarmonie, i luoghi oscuri, i costrutti contorti, i legami forzati, le slegature, gli errori d'ordine e le offese al buon gusto.
Vedi se in qualche luogo non hai espresso con due [416] o tre periodi brevi un pensiero o una serie di pensieri che si potevano raccogliere in uno, non però così lungo da non potersi abbracciare, come dice un maestro, con un'occhiata; se, alleggerendo tutti e due o tutti e tre quei periodi, non li puoi fondere insieme, affinchè il lettore legga d'un fiato solo quello che dovrebbe leggere con tre riprese di respiro.
Vedi se dove hai creduto di esprimere una gradazione di pensiero non hai fatto altro invece che una gradazione di frase; se non hai ripetuto nessun pensiero sotto altra forma, o presentato l'una dopo l'altra delle immagini che dovevi presentare tutte a un tratto di fronte, o interposto una distanza fra due concetti che dovevano stare vicini o connessi.
Dove puoi mandare innanzi d'un salto il pensiero, che ha fatto un passo a destra e uno a sinistra, correggi; dove la svoltata del pensiero è troppo larga, ristringila; dove puoi accorciare una frase, serrare più forte un nodo sintattico, sostituire una parola breve a una parola lunga, accorcia, serra, sostituisci.
Cerca bene se hai avuto qualche momento di distrazione o di stanchezza, dove hai commesso un peccato di vanità letteraria, dove hai lasciato sul tuo pensiero un velo di nebbia.
Se farai questo lavoro con attenzione viva, ne ricaverai altrettanto diletto quanto dal lavoro facile e caldo dell'ispirazione.
Proverai che piacere squisito è lo sfrondare il superfluo quando se ne vede balzar fuori più chiara e lucida l'idea; che maraviglia gradevole è il veder tutto un periodo mutar aspetto e suono per la trasposizione d'una frase o d'una parola ch'era fuor di posto.
In questo lavoro comprenderai tutta [417] la delicatezza dell'arte dello scrivere, vedendo come un ritocco leggerissimo metta alle volte la forza dov'era la fiacchezza, come la cancellatura o l'aggiunta d'un solo vocabolo assodi un pensiero che era campato in aria, o ne saldi due l'uno all'altro, che non parevano collegabili; come un nuovo aggettivo, non prima trovato, getti quasi un raggio di sole sopra un'idea che stava nell'ombra.
Sentirai come questo lavoro del correggere, quando è fatto bene, non sia lavoro di pedante, quale molti lo dicono; ma di critico e d'artista ad un tempo; lavoro fine e profondo, che eccita anch'esso la mente e l'animo come una seconda creazione, e che si può far con amore, e che quando è fatto in tal modo, lascia nella coscienza una sodisfazione e una quiete, che sono il più dolce premio della fatica.
Ma correggere non è sempre migliorare, bada bene.
Bisogna, correggendo, tener sempre presente che nello scrivere di primo getto la mente eccitata e come dilatata e sveltita dall'eccitazione faceva rapidamente il giro d'un largo spazio, vedeva in una volta molte cose e molte relazioni fra le cose, e abbracciava con occhio pronto e mobilissimo ragioni, proporzioni e convenienze.
Correggendo a mente fredda, noi tendiamo a esaminare invece idea per idea, frase per frase, parola per parola; e quindi facilmente prendiamo abbaglio sul valore di ciascuna idea, frase o parola, che non vediamo più in relazione con l'altre; e facilmente per questo correggiamo male; e spesso togliamo forza a un concetto del quale non abbiamo più vivo il sentimento, credendo [418] di perfezionarne l'espressione, e ci lasciamo andare ad arrotondar dei periodi perchè non ci suonano più nella mente insieme con l'armonia generale dello scritto, per dar loro una sonorità più piena, con danno di quell'armonia generale.
Convien dunque guardarsi, correggendo, dal corregger troppo, e per guardarsene bisogna rimettersi a quando a quando, con uno sforzo dell'immaginazione, nello stato di mente e d'animo in cui ci trovavamo nel far la prima stesura del lavoro, e riscontrare così la nostra correzione col criterio che in quei momenti ci guidava: criterio meno guardingo e men minuzioso, ma più largo, più agile, più istintivamente sicuro di quello della critica lenta e tranquilla.
Ma quello che sopra tutto occorre nella correzione è la sincerità.
- La sincerità con sè stessi? - domanderai.
O come si può non esser sinceri?
Si può in questo modo.
Quando nel nostro scritto troviamo un errore o un difetto, a cui sia difficile riparare, diamo ascolto alla voce della pigrizia che ci dice: - Lascia com'è; forse t'inganni; quello che pare a te un errore di proprietà o di gusto, o altro che sia, non parrà forse tale a chi legge, o questi vi passerà su senz'avvertirlo.
- Persiste la nostra coscienza ad avvertirci che quello è un errore o un difetto; ma, illudendo noi stessi di proposito, noi diamo retta alla pigrizia, e tralasciamo di correggere.
Ed è una illusione insensata, perchè il lettore, anche incolto, non avvertirà certe bellezze che noi crediamo ch'egli noti, ma vede per contro molti difetti leggerissimi, che a noi pare gli [419] debbano sfuggire.
E infatti, chi si provi a leggere scritti propri a persone senza cultura, ma sincere, riman meravigliato spesso dell'acutezza delle osservazioni critiche che quegli uditori gli fanno; e la ragione del fatto è che la gente incolta, non avendo il criterio viziato o velato da concetti letterari convenzionali o dall'assuefazione della mente a certi artifizi e vizi comuni dello scrivere, riceve dagli scritti un'impressione immediata e schietta, e non badando, o non dando pregio a certe forme della lingua e dello stile, raccoglie meglio l'attenzione su cert'altre, e le vede con occhio più chiaro.
Sarà una leggiera oscurità, sarà una parola fuor di luogo, sarà una frase dubbia, che può esser presa in doppio senso; ma qualche menda noterà, qualche osservazione utile farà sempre anche l'uomo ignorante, se dice schiettamente quello che pensa d'uno scritto che gli si legga.
Per questo ti consiglio di sottoporre qualche volta quello che scrivi anche alla critica delle persone, delle quali è generalmente disprezzato il giudizio in materia letteraria.
Le loro osservazioni, lo so, feriscono più di quelle d'ogni altro l'amor proprio, o per dir meglio, l'orgoglio dello scrittore.
Ma in ogni campo intellettuale una delle condizioni essenzialissime per imparare è quella di vincere l'orgoglio.
Non s'impara veramente se non si ha la ferma persuasione, in qualunque età, e a qualsiasi altezza si sia pervenuti nell'arte o nella scienza, d'avere ancora e sempre da imparare moltissimo.
E a che serve tener alto l'orgoglio di fronte agli altri, se siamo di continuo costretti a mortificarlo dentro noi [420] stessi? Procedendo negli studi e nell'arte dello scrivere, tu dovrai ogni giorno, ogni momento, fare atto d'umiltà davanti all'immensità del campo che ti s'allargherà man mano dintorno, alle sempre nuove difficoltà che ti sorgeranno dinanzi dopo che n'avrai superate altre molte che ti saranno parse le ultime; atti infiniti di rassegnazione dovrai fare, dolorosamente, disperando di poter raggiungere l'ideale della tua mente.
L'arte è grande e divina per questo.
S'ama per tutta la vita perchè non appaga mai pienamente, e sono quasi sovrumane le gioie ch'ella dà perchè sono frutto e ci compensano d'infiniti sforzi e amarezze.
E tu, se sei chiamato all'arte, va' incontro alla lotta nobilissima con l'anima serena e piena di fede.
Ti sorrida o no la vittoria, sarai contento d'aver combattuto.
Se non salirà in alto il tuo nome, salirà il tuo spirito, e per questo solo benefizio che dall'arte avrai ricevuto, anche nella tristezza d'una nobile ambizione delusa, tu l'amerai ancora come un'amica dolcissima, la benedirai sempre come una consolatrice celeste.
[421]
AL MIO LETTORE IDEALE.
E ora addio, giovinetto, mio lettore ideale, ch'io mi vidi sempre dinanzi durante il mio lavoro, nell'aspetto d'un figliuolo più che d'un alunno.
T'avesse dato il mio libro anche solo una minima parte del piacere con cui lo scrissi! E non fu un piacere che nascesse dall'illusione di mettere in atto degnamente un concetto che mi pareva buono, chè non fui contento un giorno di quanto facevo: nasceva dai mille ricordi che mi si ravvivavano, dalle mille immaginazioni che mi si destavano lungo il cammino; perchè non c'è studio che risvegli e rimescoli la memoria, quando si fa con amore, che affolli tanto la mente d'immagini quanto lo studio della lingua; e tu ne farai esperienza, spero.
Fu come un viaggio di vari anni per il mio paese e a traverso la sua letteratura, dove quasi ad ogni parola mi s'alzava davanti la reminiscenza d'una lettura, la visione d'un fatto, il fantasma d'uno scrittore.
Pensa un po': dai primi monaci del Duecento, divulgatori di leggende miracolose, fino agli [422] scrittori ancor viventi, quante diverse apparizioni, che sfilata maravigliosa di notari, di mercanti, di cardinali, di principi, d'ambasciatori, d'artefici, di capitani vestiti di ferro e di professori con la toga accademica o col cappello a cilindro! E tutti quanti si disegnavano sul mare ondeggiante delle trenta generazioni che fucinarono la lingua per tutti.
In mezzo a quei personaggi saltavano su bambini di Firenze, dai quali avevo inteso la prima volta certe parole, assistendo ai loro giochi sul Viale dei Colli, e contadini con cui m'ero accompagnato per lunghi tratti nei miei viaggi a piedi per la campagna toscana; e fra i loro discorsi mi ritornavano in mente correzioni fatte ai miei lavori di scuola da antichi maestri, discussioni linguistiche avute con amici di trent'anni addietro, e casi e scene della vita, il cui ricordo m'era rimasto legato in capo con quel tal vocabolo o quella tal frase, senza una ragione ch'io percepissi.
La lingua mi faceva rivivere il passato, come fa la musica, che riporta tutta l'anima nostra a grandi distanze di tempo e di spazio.
E mi sentivo ringiovanire nel rimetter le mani, dopo molti anni, nei miei vecchi scartafacci d'appunti, ingialliti e polverosi, scritti in caratteri che non mi parevan più miei, e nel ricorrere certi vecchi libri sottolineati e annotati nei margini, che mi ricordavano letture notturne e care speranze della bella età ch'è ora la tua.
Ringiovanendo nel pensiero, mi sentivo più vicino a te, e mi pareva che lavorassimo insieme.
Non tutti i miei pensieri erano lieti, peraltro.
Riscontrando il significato proprio di certi modi, [423] m'accadeva qualche volta di riconoscere che li avevo usati sempre a sproposito; d'altri mi vergognavo di non averli imparati che poco prima di citarli a te con l'aria di saperli da un pezzo; e così di certi precetti e consigli ch'io ti davo, mentre la coscienza mi rinfacciava d'averli quasi sempre trasgrediti.
Spesso anche mi sorgeva dinanzi il professor Pataracchi, gridando: - Ah, barbaro! E hai la faccia d'impancarti a far la lezione? Concerò io la tua carta stampata per il dì delle feste! - Oppure pensavo a questo o a quello scrittore morto o vivente, e dicevo: - Chi sa come avrebbe fatto o farebbe meglio di me questo libro! -, e mi tormentava la coscienza di mancare della facoltà e della dottrina che in quelli riconoscevo.
E a volte mi prendeva un senso di sgomento, ed ero tentato di buttar la penna.
Ma in questi casi eri sempre tu, mio lettore ideale, indulgente come s'è all'età tua, che mi facevi animo a proseguire; era la tua immagine che mi veniva a dir la mattina: - Al lavoro! Qualche cosa n'uscirà, e anche quel poco mi potrà giovare.
E poi mi dava cuore un sentimento sempre più forte, ravvivato a quando a quando da un ricordo lontano, come una fiamma da un soffio di vento.
Mi ricordavo d'un povero ragazzo italiano, che un giorno udii cantare una canzone malinconica in una strada d'una città d'oltralpe, e certi stranieri villani, da un terrazzino, lo beffeggiavano, ripetendo sformate le sue dolci parole, e rifacendogli il verso sguaiatamente.
E a quel ricordo risentivo per la mia lingua, [424] scrivendo, quello che avevo sentito quel giorno all'udirla vilipendere con versacci di scherno: un amore ardente e altero, pieno di venerazione e di tenerezza, che mi faceva formar più saldo il proposito di servirla e d'onorarla nel miglior modo ch'io potessi, con tutta l'anima e per tutta la vita.
E dicevo in cuor mio: - Se riuscissi a trasfondere questo sentimento nel mio lettore ideale! - E questa speranza mi dava un fremito di gioia e un nuovo impulso al lavoro.
E ora ti dirò ancora una bella cosa, come dice un trecentista.
Credo che nella mente d'ogni scrittore, quando scrive un libro, si formi a poco a poco e finisca con l'essergli quasi sempre presente un'immagine, la quale gli rappresenta in forma simbolica il suo pensiero assiduo.
Ed ecco quale fu per me quest'immagine, confusa da principio, poi da un giorno all'altro più netta.
Io vedevo un palazzo smisurato, che sorgeva fra rovine colossali di monumenti romani, e nascondeva la sommità fra le nuvole.
Presentava sovrapposte di piano in piano le architetture di vari secoli: dove semplici e severe, tutte grandi bozze di granito greggio, o marmi nudi nitidissimi; dove sopraccariche di sculture, coperte d'affreschi, messe a oro e a musaici di gemme, risplendenti come un seminìo di stelle.
A tutte le altezze, sopra le cornici e nei fregi ricorrevano in lunghe file le effigie di mille scrittori coronati, che balenavano dagli occhi, come volti viventi; a somiglianza dei quali anche i fiori delle pitture, i fogliami dei capitelli, le figure delle colonne storiate, le cariatidi simboleggianti ogni forma della letteratura, tutto si moveva e viveva.
E [425] dalle logge aeree, dagli ampi intercolonnii, da tutte le aperture dell'edifizio enorme e gentile, maestoso come una montagna e leggero come una cosa di sogno, uscivano canti di poeti, grida d'oratori, armonie gravi e soavissime di voci innumerevoli, che parevano venire da una lontananza sterminata.
Ma non era la bellezza multiforme e magnifica la maggior maraviglia: era che tutte le linee e gli aspetti diversi dell'edifizio offrivano insieme, non l'effigie propria, ma l'espressione vaga e prodigiosa d'un volto, sul quale era diffusa la luce d'un sorriso ineffabile, misto d'alterezza regale e di dolcezza materna, e che a quando a quando le voci infinite si confondevano in una, immensa come la voce d'un mare che parlasse, ripetendo quanto di più grande e di più dolce ha detto al mondo l'Italia nello spazio di settecent'anni....
Era l'edifizio della lingua italiana.
E man mano che andavo innanzi, ingrandiva nella mente eccitata dal lavoro, e mi pareva sempre più bello e splendido, e che spandesse armonie più soavi e più solenni, e mi penetrava più profondamente nell'animo quel sorriso misterioso, come d'un volto sovrumano, che brillava nella maestà del suo aspetto.
Ma sempre, quando mi trattenevo ad ammirarlo, pensavo che a visitarne i tesori nascosti e le bellezze intime più maravigliose non t'avrei potuto guidare io stesso; e questo pensiero era un rammarico.
Ma che importa? Tu le visiterai con la scorta d'altri, o anche solo, più tardi.
Ebbene, se il mio povero libro non t'ha annoiato, e se t'ha giovato [426] un poco, io ti chiedo questa ricompensa alla mia fatica: che quando t'aggirerai fra le meraviglie del palazzo incantato, ti ricordi qualche volta di me, che ti lascio sulla soglia, con tristezza, benedicendo i buoni propositi che porti nel cuore e le belle speranze che ti splendono in fronte.
FINE.
[427]
Per esser breve il più possibile ho fatto parecchie citazioni senza accennare i nomi e le opere degli scrittori, restringendomi a chiudere le frasi fra due virgole doppie; il che può bastare per gli scrittori morti, essendo quasi tutti notissimi i giudizi loro che ho citati; ma non basta per gli scrittori viventi.
Accenno dunque, per debito di gratitudine e per utilità dei giovani lettori: - La lingua dei Promessi Sposi, di Francesco d'Ovidio, che tutti gli studiosi della lingua dovrebbero leggere.
- L'arte del periodo nelle opere volgari di Dante Alighieri e del secolo XIII, ottimo studio critico di Giuseppe Lisio.
- Storia della letteratura italiana, di Vittorio Rossi.
- La formazione della prosa moderna, prolusione di Dino Mantovani.
- La filosofia delle parole, di Federico Garlanda.
- Abruzzesismi, Calabresismi, Sardismi, di Fedele Romani.
- Grammatica italiana dell'uso moderno, di Raffaello Fornaciari.
- L'Italia dialettale, di G.
I.
Ascoli.
- Manuale della Letteratura italiana, di Alessandro d'Ancona e Orazio Bacci.
Quelli ch'io posso aver dimenticati, mi perdonino.
E mi perdonino anche i miei carissimi amici Guido Mazzoni e Cesario Testa l'indiscrezione che commetto esprimendo loro pubblicamente la mia gratitudine per l'aiuto validissimo che mi diedero nella revisione del libro.
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[429]
INDICE.
PARTE PRIMA.
La lingua della patria (A un giovinetto) Pag.
3
A quelli che non vorrebbero leggere 10
A chi dice che la lingua si sa ivi
A chi dice: - Che cosa importa? 11
A un uomo d'affari 13
A chi non ci ha attitudine 14
A chi non ci ha tempo 15
A chi dice che ci avrà tempo 17
A un giovane d'ingegno 18
A chi studia le lingue straniere 19
A chi dice che basta leggere 21
A chi dice che s'impara la lingua dall'uso 22
A una signorina 23
La lingua e l'amor proprio 25
DEL PARLARE 28
Le miserie della loquela ivi
IL SIGNOR Coso 32
Tra lo scrivere e il parlare c'è di mezzo il mare 37
Per imparare a parlar bene 40
La lingua italiana in famiglia 44
A ciascuno il suo (A una schiera di ragazzi di diverse regioni d'Italia) 49
Il malanno dell'affettazione 56
Fra un parlatore ricercato e uno che parla alla buona 59
LA SIGNORA PIESOSPINTO 64
[430]
Vergogna fuor di luogo Pag.
70
Bella musica sonata male 75
Stretta finale 84
L'AMÌO ENRÌO 86
Per imparare i vocaboli 91
Diversi modi di studiar la lingua 96
L'aristocratico ivi
Il classificatore 99
Lo mnemonico 104
Il miscellaneo 108
Il vocabolarista 112
Il modo migliore 118
IL FALSO MONETARIO 122
Una corsa nel vocabolario 127
Una sosta 132
Rimettiamoci in cammino 133
In confessionale 135
Da "Pencolone" a "Piaccicone" 137
Lanterna magica 139
Cento pagine di corsa 140
Amenità del vocabolario 142
Ultima verba 144
Per finire 147
La memoria latente 149
Il pericolo 152
IL PROFESSOR PATARACCHI 155
PARTE SECONDA.
Le lagnanze d'un dialetto (Dialogo fra il dialetto piemontese e la lingua) 166
La lingua che non si sa 173
La lingua che non si parla 180
La lingua approssimativa 183
La lingua che abbrevia 188
Dell'utilità di studiar le definizioni 198
Il dizionario dei sinonimi 201
[431]
SCRUPOLINO Pag.
205
Apologia del peggiorativo 211
Apologia del diminutivo 215
La lingua famigliare 221
La lingua faceta 228
Per variare il proprio vocabolario 236
LL PESCATORE DI PERLE 241
È errore? Non è errore? (78 errori in 47 righe.
- Come s'ha da fare.
- Un coro di francesismi) 247
Le parole nuove (Pareri d'un senatore, d'un filologo, d'una signora, d'un ingegnere industriale e d'un bello spirito) 257
IL VISCONTE LA NUANCE 268
Per la difesa della lingua 275
A chi le dice peggio (Dialogo fra uno scrittore, un avvocato, un professore di chimica, fisica e matematica, e un cronista di giornale) 276
Contro i luoghi comuni (Tirata d'un avvocato) 290
"Gli ardiri" (Confessioni d'uno scrittore pusillanime a uno senza paura) 295
L'alto là della grammatica 310
Quello che si può imparare dai Toscani 314
IL DOTTOR RAGANELLA 318
A traverso i secoli 324
I trecentisti ivi
Dal Boccaccio a Leonardo 330
Da Leonardo al Machiavelli 331
Da Galileo all'Alfieri 335
Dal Foscolo al Carducci 337
Conclusione 342
UN PARLATORE IDEALE 345
PARTE TERZA.
Se ci possiamo fare uno stile 353
LO STILETTATORE 357
A che servono i precetti 363
[132]
Come s'ha da intendere la massima che si deve scrivere come si parla Pag.
369
Pensarci prima 375
Con la penna in mano (Scena ideale) 381
La sfilata dei brutti periodi 388
CARLO IMBROGLIA 394
Il periodo perfetto 400
Il sogno d'uno scrittore falso 405
Una pagina di musica 411
Correggi e làsciati correggere 415
AL MIO LETTORE IDEALE 421
Errata corrige
p.
47 inseguire = inseguire (in corsivo)
p.
87 oustriaco = austriaco
p.
307 un'aspide = un aspide
1
3
...
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