L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 47
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Hai mai analizzato il diletto vivo che ti dà, oltre all'utile dell'idea che v'è espressa, uno di quei periodi magistrali, d'ampia stesura e di proporzioni giuste, nei quali v'è una corrispondenza perfetta fra il pensiero e la forma, e i concetti sono collegati e contrapposti in maniera da illuminarsi a vicenda, e tutte le locuzioni son proprie, e tutte le giunture facili, e nessuna parola superflua, per modo che non ti riesce [401] d'immaginare come quella data idea avrebbe potuto essere svolta altrimenti, neppure nei particolari secondari e minimi della sua espressione? Il periodo è lungo e ti par rapido, perchè non c'è nessuna oscurità che ti desti un dubbio, nessuna ridondanza che ti distragga, nessun intoppo nè vuoto che t'arresti.
I concetti e i membri vi son distribuiti così bene, senz'affollamento, quantunque siano molto fitti, che ti par che l'aria vi si mova e v'entri dentro la luce da ogni parte.
Il periodo è così ben modulato che vi senti una correlazione armonica fra la prima e l'ultima frase, e fra queste e le intermedie, e nelle intermedie fra di loro; ma è un'armonia non studiata e discreta, e come naturalmente prodotta dall'accordo dei pensieri.
Tutti i concetti accessori che vi son contenuti ti si stampano nella memoria nello stesso ordine in cui lo scrittore li ha posti, come se quello fosse il loro ordine necessario e immutabile.
Sono poche righe, e quando sei arrivato in fondo ti par d'aver fatto un lungo cammino, perchè hai veduto molte cose in un piccolo spazio, e non sei soltanto sodisfatto della lettura, ma anche di te medesimo, perchè dietro alle idee espresse n'hai vedute di sfuggita, grazie all'arte dell'autore, molt'altre, e scambi quell'arte con acume d'intuizione tuo proprio.
E dopo la prima lettura ti senti forzato a rileggere, compiacendoti di cercare le cause di quell'effetto piacevole e utile, d'esaminare in ogni sua parte il congegno, e quasi di disfarlo e rifarlo, per conoscere l'operazione mentale complessa e sottile, con la quale fu fabbricato.
Ti sembra un'opera d'arte che stia da sè, ed è in fatti una serie di parole che formano per sè sole un tutto, che contengono un principio [402] e un fine; è un piccolo capolavoro d'ordine e di numero, in cui sono congiunte la semplicità e l'eleganza, l'ampiezza e la brevità, la delicatezza e la forza; dove lo scrittore ha esercitato tutte le sue facoltà e messo tutte le sue doti migliori: il buon senso, il buon gusto, la ragione, l'immaginazione, la profondità e l'agilità del pensiero, l'acutezza e la vastità della vista mentale, alla quale non sfugge minuzia alcuna, e che abbraccia ad un tempo cento cose vicine e remote.
Poi, rivolgendo quel piccolo capolavoro nel pensiero, godi un piacere simile a quello con cui si guarda e si rivolta per le mani un corpo rotondo, solido, liscio e lucente, e fai dei paragoni, per i quali t'appare anche più ammirabile la sua perfezione.
Ripensi altri periodi d'altri scrittori, che ammirasti, ampi anche quelli, e bene architettati, e musicali; ma che differenza! C'è in quelli più suono che pensiero, e in qualche punto il suono è strepito; ci sono proposizioni che fanno eco l'una all'altra, frasi che si voltano indietro a guardare lo strascico della propria veste, concetti secondari che portano in capo un pennacchio troppo alto per la loro statura; e a certi svolti tu ci perdi d'occhio l'idea principale, e non sempre la ritrovi, o la ritrovi per riperderla ancora quando sei arrivato alla fine.
Ma questo è per ogni verso perfetto.
Non è nulla o è poca cosa rispetto al libro che lo contiene; si potrebbe anche togliere, e rimarrebbe all'opera tutto il suo valore; eppure non c'è da secoli fra le migliaia di lettori uno solo che non si sia arrestato a quel breve giro di parole, che non l'abbia ammirato, riletto dieci volte, citato in cento occasioni, ricordato per molti anni o per tutta la [403] vita; e in questa gemma si fisserà lo sguardo di generazioni e generazioni di lettori, fin che non sarà morta e sepolta la letteratura dov'essa risplende.
Ora senti: non è soltanto un consiglio, è una calda raccomandazione questa ch'io ti faccio, con la ferma certezza che, se la seguirai, n'avrai un vantaggio grande.
Quando, leggendo uno scrittore, t'imbatti in uno di quei periodi, trascrivilo.
E non temere d'aver da fare una tal fatica troppo sovente, perchè son periodi rari anche negli scrittori grandi.
L'avere alla mano una corona di queste piccole maraviglie, e lo sfilarla ogni tanto, ti gioverà di più, per imparare a periodar bravamente, che leggere decine di volumi.
Potrei presentartene io parecchi, che ho raccolti da scrittori di vari secoli; ma è meglio che li cerchi e che faccia la scelta tu stesso.
Quando li avrai trascritti, e li rileggerai, e ci penserai su, ci scoprirai molte più bellezze di quelle che t'avranno fermata l'attenzione alla prima, e ne ricaverai tanti ammaestramenti da formartene in capo un piccolo trattato dell'arte del periodo, che sarà tutto tuo.
Ci troverai fra i vari concetti connessioni intime, non significate con parole, come legami di fila finissime, non visibili che allo sguardo fisso e prolungato della mente; "volute di sintassi accennate appena che faranno fare come un mezzo giro al tuo pensiero verso un oggetto nuovo, per rimetterlo quasi subito al punto da cui l'avranno ritolto"; brevi spiragli, per cui t'appariranno di fuga tratti d'orizzonti lontani; e salite e discese e scorciatoie e profondità e curve ed angoli della locuzione, che ti desteranno nella mente altrettanti [404] moti diversi, leggerissimi, con ciascuno dei quali ti parrà di fare, e farai in effetto un passo avanti nell'arte difficile dello scrivere.
E vedrai come ogni volta che ti metterai a scrivere dopo aver ristudiato quei modelli, troverai maggior facilità a far capire nel circuito d'un periodo solo molti concetti, a inanellarli senza sforzo, ad accennarne alcuni senza esprimerli, a involgerne altri dentro un altro, e a trascorrere da questo a quello con un colpo d'ala, e a districare gli stami di molti pensieri confusi per distenderli e incrociarli in un disegno netto e leggero.
Dammi retta: fàtti da te questa piccola raccolta di periodi perfetti, e imparala a mente, se puoi.
E, chi sa! Se proseguirai in questi studi nell'età virile, forse ti verrà in mente di ampliare la raccolta fatta nella giovinezza, e di dare ai giovani italiani un'Antologia singolare e utilissima; della quale, ch'io sappia, non c'è ancora esempio.
[405]
IL SOGNO D'UNO SCRITTORE FALSO.
Scena: una camera buia.
Lo scrittore dorme e sogna, agitato.
Al principiare del sogno egli vede accanto al letto, dalla parte del capezzale, un cassone enorme, pieno di cose preziose, che gli son care quanto la vita; e udendo un rumoretto all'uscio, e parendogli che un ladro tenti di forzar la serratura per venirgli a rubare quel tesoro, stende e preme la mano tremante sul coperchio del cassone, respirando con affanno.
Una figura di donna, bianca e leggera
come vapore in nuvoletta accolto
sotto forme fugaci all'orizzonte,
appare nel mezzo della camera, e gli rivolge la parola con voce limpida e pacata.
LA SEMPLICITÀ.
- Vengo non desiderata, lo so.
Ma fino a quando rifuggirai da me come da una nemica mortale? Fino a quando persisterai a metter sul viso dei tuoi periodi cipria e belletto e ad appiccicarvi nèi e finti riccioli e orecchini di perle false? Fino a quando, per ottenere codesta bellezza artificiosa e stucchevole, farai gli sforzi che dovresti fare invece per nasconder l'arte, per conseguire "quell'apparenza di [406] trascuratezza, di sprezzatura, quell'abbandono, quella quasi noncuranza" che, come dice un grande maestro, è una delle mie specie più amabili, e in cui si manifesta veramente l'ingegno; dovecchè il raccattare e l'accozzare lustre e chincaglie è cosa da tutti? Disse un critico ardito che per secoli, fatte poche eccezioni, fu una fitta di damerini dello stile e della lingua tutta la letteratura italiana.
Fino a quando farai il damerino tu pure, vecchio vanerello smanceroso?
Il sognatore dà uno scossone.
UN ESPLORATORE AFRICANO.
- O senta, signore! Ritornato appena dall'Africa, ho letto per caso un libro suo.
Vidi laggiù certi piccoli re selvaggi che sul loro semplice abito primitivo di stoffa bianca mettevano quanto potevan raccogliere di vistoso e di luccicante, come fanno le gazze, dagli europei di passaggio; e quando mi venivan dinanzi così addobbati, con aria maestosa e contenta, mi dovevo morder la lingua per non scoppiare dal ridere.
E vidi anche dei selvaggi che avevano incise sulla pelle figure di fiori, d'alberi, d'armi e d'animali, e credevano d'esser belli, conciati a quel modo; e a me parevano orribili e buffi.
La sua prosa, mi perdoni, mi ricorda l'abito di quei re, e il suo stile mi par tatuato, signore.
Il sognatore geme.
UN GENTILUOMO.
- Io, signore, conobbi un tale, un bottegaio arricchito, che quando gli capitava in casa qualcuno, lo faceva girar per tutte le stanze, dove aveva messo in mostra un poco prima tutta l'argenteria da tavola, i gioielli di sua moglie e ogni oggetto di valore comprato o ricevuto in dono da lui nel corso di trent'anni; [407] e credeva con quello sfoggio di farsi veder gran signore; e tutti lo giudicavano invece uno spocchione senza gentilezza e senza gusto.
Il sognatore si volta di scatto sur un fianco, cercando una posizione più comoda.
UN CRITICO (con un sorriso acre e una voce di sega).
- Signore! È tempo oramai ch'io le spiattelli la verità nuda e cruda.
O chi crede d'ingannare con codesto abbarbaglio di frasi, con codesta ostentazione di gale e di lustrini? Crede che non si capisca ch'Ella ricorre a codesti mezzi perchè non ha un possesso sicuro della lingua, per nascondere l'indeterminatezza che da quel possesso malsicuro deriva all'espressione del suo pensiero? Che non si capisca ch'Ella tira a scriver bello e avventato perchè non le riesce di scriver proprio ed esatto? E s'illude che con quelle cianfrusaglie brillanti si possa mascherar mai il pensiero nullo o mediocre? Eh, via! Anche il lettore meno colto ha una percezione finissima per iscoprire un concetto trito o volgare sotto il cencio di porpora dozzinale, come scopre la menzogna nel falso sorriso.
Smetta codesta roba, che sciupa anche i pensieri migliori, perchè svia la mente dalla diritta e rapida intuizione del buono e del vero.
O che è l'immagine, quando non serve a dar risalto all'idea, altro che polvere negli occhi? O quando capirà che la bellezza non è che nella parola o nella frase necessaria, e che questa non può essere che la più propria, e che la più propria è sempre la più semplice e la più comune? Oh, rinunzi una volta per sempre a tutta codesta rigatteria letteraria, che si compra e si vende a peso a tutte le cantonate.
[408]
Lo scrittore respira sempre più affannoso, contraendo il viso e le mani.
LA PASSIONE.
- Il tuo linguaggio non è il mio.
Tu non parli mai con la mia voce e con le mie parole.
Tu mi tradisci sempre.
Io non pèttino, non arricciolo, non infioro le frasi e i periodi: io sono semplice e franca.
Tu non commovi nessuno perchè sei l'opposto di quello ch'io sono.
Chi ti può credere sincero? Crederesti tu alla sincerità d'un uomo che mentre ti confida, per impietosirti, un grande dolore, facesse il bocchin di miele e gli occhi languidi come una donnina leziosa, e atti vezzosi del capo come una tortora in amore?
LA RAGIONE.
- E piglieresti sul serio un altro che mentre s'affanna a persuaderti d'una grande verità o a indurti a un'azione generosa, scoprisse ogni tanto i polsini per mostrarti i bottoni d'oro o lanciasse un'occhiata allo specchio per veder l'effetto del suo gesto?
UN VECCHIO.
- Senti.
Io ho molto vissuto e conosco il mondo.
Se tu lo conoscessi quant'io lo conosco, se tu sapessi a quanta gente ha recato e reca danno di continuo codesto mal vezzo, in cui tu t'ostini, d'inorpellare l'espressione d'ogni sentimento e d'ogni pensiero, tu faresti ogni maggiore sforzo per liberartene, come d'una malattia pericolosa di morte.
Quanti uomini retti e modesti son giudicati irreparabilmente non sinceri, vanitosi, presuntuosi, e si vedon rifiutati favori e vantaggi ed aiuti non per altro che perchè li chiedono con codeste forme affettate e leziose a persone che aborriscono l'affettazione e la leziosaggine quanto la malvagità e l'impostura! Quante lettere e scritture d'ogni forma, che [409] chiedono cose giuste e dovute, sono lacerate e buttate fra le cartacce non per altro che perchè sono scritte nel modo che tu scrivi! Quanti scrittori di alto ingegno e di animo buono sono diventati universalmente uggiosi e odiosi, e stati in ogni modo avversati e defraudati dell'onore che per altri rispetti meritavano, per non essere riusciti mai a spogliarsi di codest'abito sciagurato d'infronzolare, d'ingioiellare, di fiorettare il proprio linguaggio! Che aberrazione! O com'è ancora possibile?
UNO SCRITTORE.
- Ho pietà di te, confratello, e non te n'offendere, chè è pietà fraterna, poichè l'ebbi un tempo di me pure; e fu quando tutte le gale e le lustre della parola, di cui avevo fatto abuso cieco per vent'anni, m'apparvero nel loro vero aspetto, e mi fecero il senso che risentirebbe un uomo, il quale, addormentatosi nell'orgia d'un martedì grasso, si risvegliasse il mercoledì delle ceneri, in mezzo alla sua famiglia, sbriacato, ma ancor mascherato da re delle marionette.
Quando riconobbi quanti bei pensieri avevo sciupati, quanti sentimenti gentili traditi, per quanto tempo avevo offeso la dignità dell'ufficio di scrittore scrivendo prosa di chincagliere e gettando negli occhi al pubblico crusca dorata, sentii tale vergogna e nausea di me stesso, da esser tentato di dar della fronte nel muro.
T'auguro di guarire; ma la convalescenza ti sarà triste, povero amico.
UN AMICO D'INFANZIA (col viso afflitto, e un accento di rimprovero triste).
- Ah, no, in quel modo non m'avresti dovuto scrivere in quella occasione dolorosa.
Sapevi che avevo l'anima straziata da una grande sventura: mi dovevi [410] scrivere come ti dettava il cuore.
Tu non puoi immaginare che pena fu per me il trovare nella tua lettera certe espressioni, quei tuoi soliti ornamenti e vezzi di lingua e di stile, che mi fecero dubitare della sincerità del tuo dolore, che mi parvero anzi segni manifesti d'indifferenza e di durezza d'animo.
No; se tu avessi avuto pietà del tuo vecchio amico, se tu avessi pianto davvero sulla sventura terribile che lo colpiva, tu non avresti usato quelle parole per dirglielo, non avresti lisciato lo stile a quel modo, perdonami, per consolare il suo cuore.
Mi facesti una gran pena, amico, una gran pena!
Il sognatore, che s'era andato agitando sempre più durante le varie apparizioni, vinto all'ultima da un impeto di vergogna, di dolore e di sdegno, si precipita dal letto (in sogno) e si mette a tirar pedate furiose contro il cassone; il quale si rovescia e si scoperchia, spandendo sul pavimento una strana variopinta luccicante mescolanza di vasetti, di piume, di ritagli di talco e di trina, di bubboli, di nastrini, di stelline, di prismetti di vetro, di scampoli di panno rosso e di frange argentate e dorate, ravvolto il tutto in un nuvolo di polvere d'oro e di riso.
Furiosamente, a scarpate, egli caccia a mucchio ogni cosa verso la finestra e abbranca a piene mani e butta tutto fuori del davanzale, e poi scaraventa fuori anche il cassone.
Il tonfo che fa questo battendo sul selciato della strada, lo risveglia.
Si mette a sedere sul letto, si frega gli occhi e guarda intorno.
Non è ancora bene sveglio: gli cadono dagli occhi due lacrime.
Ahimè! Sono lacrime di rimpianto per il cassone!
[411]
UNA PAGINA DI MUSICA.
È tendenza naturale in noi il dare un ritmo al linguaggio scritto, come lo diamo al linguaggio parlato, perchè il nostro orecchio cerca naturalmente l'armonia, e anche delle parole scritte sentiamo il suono nella mente.
Gl'imitatori dànno alla prosa l'onda armonica, che hanno nella memoria, dello stile del loro scrittore prediletto; quelli che non imitano, le dànno un ritmo loro proprio, che è come la musica intima del loro pensiero; e anche gli scrittori che paiono più noncuranti dell'armonia, si sente qua e là che non resistono alla tentazione di dare al periodo un suono largo e gradevole, o, se non altro, di terminarlo con una clausola sonora.
La nostra lingua così ricca e varia di suoni, nella quale facciamo anche in prosa, senz'avvedercene, una quantità di versi d'ogni metro, ci tenta continuamente a cantare.
E qui sta il pericolo: di far cantare la prosa per forza, aggiungendo parole superflue al periodo per dargli quella data sonorità, sforzando il pensiero stesso per ridurlo a quella data forma che all'orecchio piace, [412] facendo servire l'idea al numero, in somma, invece di far obbedire il numero all'idea.
E quando s'è su questa china, facilmente si precipita al peggio: si va dalle armonie delicate e sommesse a una musica sempre più risonante, fino ad accompagnare la sfilata delle frasi a colpi di piatti turchi, e a chiudere con colpi di gran cassa e squilli di tromba.
Come si può sfuggire a questo pericolo?
Il mio umile parere (come si suol dire quando si crede il parere proprio migliore degli altri) è questo: che ci dovremmo proporre non di cercare l'armonia, ma soltanto d'evitar le asprezze e le stonature.
E paiono le due cose una sola; ma sono negli effetti assai diverse, perchè, cercando l'armonia, si finisce col cercare una data armonia, la quale non si può ottener sempre senza artifici; ciò che non accade a chi si studia solamente di non ferir l'orecchio.
Per questo non c'è bisogno di forzare il pensiero, d'aggiungere, di riempire, d'arrotondare, perchè ciò che fa suonare sgradevolmente il periodo non sono quasi mai altro che uno o pochi vocaboli messi fuor di posto, e qualche volta uno o due o pochi monosillabi; e basta per ripararvi il collocare gli uni e gli altri in quelli che il Leopardi, facendo esercizio di lingua, chiamò "cantucci, spigoli, spazietti, passaggetti, rivolte, giratine, tortuosità, angustie, stretture del discorso e del periodo" nelle quali quei vocaboli e monosillabi possono entrare senza violenza e stare senza stridere.
Non è certo questa l'unica norma che dobbiamo seguire perchè la prosa non riesca disarmonica; ma è la principale, e a te può bastare per ora.
Un ritmo, un andamento musicale tuo proprio [413] ti verrà con lo stile, del quale sarà un elemento inseparabile; e quanto più il tuo stile sarà spontaneo, logico, fedelmente consentaneo al movimento del tuo pensiero, tanto meno t'accorgerai d'avere quel ritmo; per modo che, rileggendo dopo qualche tempo le cose tue, ti parrà di sentirvi una musica sconosciuta, o di cui tu abbia appena una vaga reminiscenza.
Bada ora sopra tutto a non mandar avanti la tua prosa a suon di tamburi e di pifferi, a non far del periodo una cabaletta, sempre chiusa con quelle certe battute, che il lettore presènte e solfeggia prima che tu vi giunga; perchè è questa una consuetudine che inceppa la ragione e l'ispirazione, circoscrive la libertà del pensiero, vizia l'espressione, gonfia lo stile, e avvilisce la dignità dello scrittore riducendolo un sonatore d'organetto.
UNA VOCE NELL'ARIA: - Benissimo!
O che c'è un grammofono qui? Chi è che parla?
La stessa voce, in tono leggermente ironico: - "Ma devi anche dire all'alunno che ci sono i sonatori del periodo, i tenori dello stile dissimulati, certi astuti che abbassano la voce, invece d'alzarla, che non vanno mai negli acuti, che modulano il discorso come per cantare senza farsi scorgere; ma che in realtà cantano anch'essi.
Il canto non si sente periodo per periodo; ma quando voi avete letto dieci loro pagine senz'aver mai colto proprio sull'atto il cantante, sentite non di meno che non hanno parlato col tono di chi parla naturalmente, non cercando nè ritmo nè risonanza.
È una specie di musica morbida e liscia, dov'essi fondono i propri pensieri e smorzano le tinte dello stile; ma che, appunto per questo, finisce col ristuccare essa [414] pure, come il mormorìo d'un rigagnolo, facendoci desiderare qualche asprezza, qualche schianto qua e là, in cui salti su il pensiero o l'immagine, e magari anche qualche stonatura selvaggia, che ne rompa la dolce monotonia, dalla quale ci sentiamo conciliare il sonno come dal rullìo d'una barchetta o dal cullamento d'una sedia a dondolo.
E per ottener questo bell'effetto forzano spesso anche costoro il proprio pensiero, appiccicando delle brave code ai periodi, dicendo cose che non dovrebbero o come non vorrebbero, esercitando come gli altri la non nobile industria dei pleonasmi, delle zeppe, delle imbottiture e delle vescichette, con certa discrezione, quasi di sotterfugio, e con aria innocente; ma che non inganna chi ha fine l'occhio e l'orecchio.
Questo essi non imitano certamente dal loro maestro Alessandro Manzoni, che non n'ha ombra.
E anche dall'esempio di questi signori convien mettere in guardia gli alunni.
Rifuggano dagli uni e dagli altri: dai suonatori di gran cassa e da quelli che fanno il verso degli uccelli."
Pare che abbia finito.
Mi domandi se ha detto giusto?
Eh sì, non c'è a ridire, pur troppo.
Mi domandi ancora s'io so a chi abbia fatto allusione?
Lo so, sicuro; ma a dirtelo....
mi vergognerei un poco.
[415]
CORREGGI E LÀSCIATI CORREGGERE.
Abbiamo veduto da principio quello che s'ha da fare prima di scrivere; dobbiamo vedere ora quello che è da farsi dopo aver scritto.
Tu hai già capito: rivedere, correggere.
Lascia passare un po' di tempo, chè si quieti l'eccitamento intellettuale, e tu possa giudicare a mente serena e ad animo riposato l'opera tua, e questa apparisca come a una certa distanza all'occhio indagatore della tua mente.
Poi rileggi, mettendoti con l'immaginazione, per quanto t'è possibile, nell'animo d'un lettore non solo non indulgente, ma malevolo, il quale cerchi nel tuo lavoro i difetti col desiderio di trovarne, o svogliato o male attento, che non regga ad alcuna ripetizione e lungaggine, e smetta di leggere al primo senso di noia che lo prenda.
Leggi, e apri nella mente dieci occhi per veder dieci cose ad un punto: le improprietà, le superfluità, le lacune, le disarmonie, i luoghi oscuri, i costrutti contorti, i legami forzati, le slegature, gli errori d'ordine e le offese al buon gusto.
Vedi se in qualche luogo non hai espresso con due [416] o tre periodi brevi un pensiero o una serie di pensieri che si potevano raccogliere in uno, non però così lungo da non potersi abbracciare, come dice un maestro, con un'occhiata; se, alleggerendo tutti e due o tutti e tre quei periodi, non li puoi fondere insieme, affinchè il lettore legga d'un fiato solo quello che dovrebbe leggere con tre riprese di respiro.
Vedi se dove hai creduto di esprimere una gradazione di pensiero non hai fatto altro invece che una gradazione di frase; se non hai ripetuto nessun pensiero sotto altra forma, o presentato l'una dopo l'altra delle immagini che dovevi presentare tutte a un tratto di fronte, o interposto una distanza fra due concetti che dovevano stare vicini o connessi.
Dove puoi mandare innanzi d'un salto il pensiero, che ha fatto un passo a destra e uno a sinistra, correggi; dove la svoltata del pensiero è troppo larga, ristringila; dove puoi accorciare una frase, serrare più forte un nodo sintattico, sostituire una parola breve a una parola lunga, accorcia, serra, sostituisci.
Cerca bene se hai avuto qualche momento di distrazione o di stanchezza, dove hai commesso un peccato di vanità letteraria, dove hai lasciato sul tuo pensiero un velo di nebbia.
Se farai questo lavoro con attenzione viva, ne ricaverai altrettanto diletto quanto dal lavoro facile e caldo dell'ispirazione.
Proverai che piacere squisito è lo sfrondare il superfluo quando se ne vede balzar fuori più chiara e lucida l'idea; che maraviglia gradevole è il veder tutto un periodo mutar aspetto e suono per la trasposizione d'una frase o d'una parola ch'era fuor di posto.
In questo lavoro comprenderai tutta [417] la delicatezza dell'arte dello scrivere, vedendo come un ritocco leggerissimo metta alle volte la forza dov'era la fiacchezza, come la cancellatura o l'aggiunta d'un solo vocabolo assodi un pensiero che era campato in aria, o ne saldi due l'uno all'altro, che non parevano collegabili; come un nuovo aggettivo, non prima trovato, getti quasi un raggio di sole sopra un'idea che stava nell'ombra.
Sentirai come questo lavoro del correggere, quando è fatto bene, non sia lavoro di pedante, quale molti lo dicono; ma di critico e d'artista ad un tempo; lavoro fine e profondo, che eccita anch'esso la mente e l'animo come una seconda creazione, e che si può far con amore, e che quando è fatto in tal modo, lascia nella coscienza una sodisfazione e una quiete, che sono il più dolce premio della fatica.
Ma correggere non è sempre migliorare, bada bene.
Bisogna, correggendo, tener sempre presente che nello scrivere di primo getto la mente eccitata e come dilatata e sveltita dall'eccitazione faceva rapidamente il giro d'un largo spazio, vedeva in una volta molte cose e molte relazioni fra le cose, e abbracciava con occhio pronto e mobilissimo ragioni, proporzioni e convenienze.
Correggendo a mente fredda, noi tendiamo a esaminare invece idea per idea, frase per frase, parola per parola; e quindi facilmente prendiamo abbaglio sul valore di ciascuna idea, frase o parola, che non vediamo più in relazione con l'altre; e facilmente per questo correggiamo male; e spesso togliamo forza a un concetto del quale non abbiamo più vivo il sentimento, credendo [418] di perfezionarne l'espressione, e ci lasciamo andare ad arrotondar dei periodi perchè non ci suonano più nella mente insieme con l'armonia generale dello scritto, per dar loro una sonorità più piena, con danno di quell'armonia generale.
Convien dunque guardarsi, correggendo, dal corregger troppo, e per guardarsene bisogna rimettersi a quando a quando, con uno sforzo dell'immaginazione, nello stato di mente e d'animo in cui ci trovavamo nel far la prima stesura del lavoro, e riscontrare così la nostra correzione col criterio che in quei momenti ci guidava: criterio meno guardingo e men minuzioso, ma più largo, più agile, più istintivamente sicuro di quello della critica lenta e tranquilla.
Ma quello che sopra tutto occorre nella correzione è la sincerità.
- La sincerità con sè stessi? - domanderai.
O come si può non esser sinceri?
Si può in questo modo.
Quando nel nostro scritto troviamo un errore o un difetto, a cui sia difficile riparare, diamo ascolto alla voce della pigrizia che ci dice: - Lascia com'è; forse t'inganni; quello che pare a te un errore di proprietà o di gusto, o altro che sia, non parrà forse tale a chi legge, o questi vi passerà su senz'avvertirlo.
- Persiste la nostra coscienza ad avvertirci che quello è un errore o un difetto; ma, illudendo noi stessi di proposito, noi diamo retta alla pigrizia, e tralasciamo di correggere.
Ed è una illusione insensata, perchè il lettore, anche incolto, non avvertirà certe bellezze che noi crediamo ch'egli noti, ma vede per contro molti difetti leggerissimi, che a noi pare gli [419] debbano sfuggire.
E infatti, chi si provi a leggere scritti propri a persone senza cultura, ma sincere, riman meravigliato spesso dell'acutezza delle osservazioni critiche che quegli uditori gli fanno; e la ragione del fatto è che la gente incolta, non avendo il criterio viziato o velato da concetti letterari convenzionali o dall'assuefazione della mente a certi artifizi e vizi comuni dello scrivere, riceve dagli scritti un'impressione immediata e schietta, e non badando, o non dando pregio a certe forme della lingua e dello stile, raccoglie meglio l'attenzione su cert'altre, e le vede con occhio più chiaro.
Sarà una leggiera oscurità, sarà una parola fuor di luogo, sarà una frase dubbia, che può esser presa in doppio senso; ma qualche menda noterà, qualche osservazione utile farà sempre anche l'uomo ignorante, se dice schiettamente quello che pensa d'uno scritto che gli si legga.
Per questo ti consiglio di sottoporre qualche volta quello che scrivi anche alla critica delle persone, delle quali è generalmente disprezzato il giudizio in materia letteraria.
Le loro osservazioni, lo so, feriscono più di quelle d'ogni altro l'amor proprio, o per dir meglio, l'orgoglio dello scrittore.
Ma in ogni campo intellettuale una delle condizioni essenzialissime per imparare è quella di vincere l'orgoglio.
Non s'impara veramente se non si ha la ferma persuasione, in qualunque età, e a qualsiasi altezza si sia pervenuti nell'arte o nella scienza, d'avere ancora e sempre da imparare moltissimo.
E a che serve tener alto l'orgoglio di fronte agli altri, se siamo di continuo costretti a mortificarlo dentro noi [420] stessi? Procedendo negli studi e nell'arte dello scrivere, tu dovrai ogni giorno, ogni momento, fare atto d'umiltà davanti all'immensità del campo che ti s'allargherà man mano dintorno, alle sempre nuove difficoltà che ti sorgeranno dinanzi dopo che n'avrai superate altre molte che ti saranno parse le ultime; atti infiniti di rassegnazione dovrai fare, dolorosamente, disperando di poter raggiungere l'ideale della tua mente.
L'arte è grande e divina per questo.
S'ama per tutta la vita perchè non appaga mai pienamente, e sono quasi sovrumane le gioie ch'ella dà perchè sono frutto e ci compensano d'infiniti sforzi e amarezze.
E tu, se sei chiamato all'arte, va' incontro alla lotta nobilissima con l'anima serena e piena di fede.
Ti sorrida o no la vittoria, sarai contento d'aver combattuto.
Se non salirà in alto il tuo nome, salirà il tuo spirito, e per questo solo benefizio che dall'arte avrai ricevuto, anche nella tristezza d'una nobile ambizione delusa, tu l'amerai ancora come un'amica dolcissima, la benedirai sempre come una consolatrice celeste.
[421]
AL MIO LETTORE IDEALE.
E ora addio, giovinetto, mio lettore ideale, ch'io mi vidi sempre dinanzi durante il mio lavoro, nell'aspetto d'un figliuolo più che d'un alunno.
T'avesse dato il mio libro anche solo una minima parte del piacere con cui lo scrissi! E non fu un piacere che nascesse dall'illusione di mettere in atto degnamente un concetto che mi pareva buono, chè non fui contento un giorno di quanto facevo: nasceva dai mille ricordi che mi si ravvivavano, dalle mille immaginazioni che mi si destavano lungo il cammino; perchè non c'è studio che risvegli e rimescoli la memoria, quando si fa con amore, che affolli tanto la mente d'immagini quanto lo studio della lingua; e tu ne farai esperienza, spero.
Fu come un viaggio di vari anni per il mio paese e a traverso la sua letteratura, dove quasi ad ogni parola mi s'alzava davanti la reminiscenza d'una lettura, la visione d'un fatto, il fantasma d'uno scrittore.
Pensa un po': dai primi monaci del Duecento, divulgatori di leggende miracolose, fino agli [422] scrittori ancor viventi, quante diverse apparizioni, che sfilata maravigliosa di notari, di mercanti, di cardinali, di principi, d'ambasciatori, d'artefici, di capitani vestiti di ferro e di professori con la toga accademica o col cappello a cilindro! E tutti quanti si disegnavano sul mare ondeggiante delle trenta generazioni che fucinarono la lingua per tutti.
In mezzo a quei personaggi saltavano su bambini di Firenze, dai quali avevo inteso la prima volta certe parole, assistendo ai loro giochi sul Viale dei Colli, e contadini con cui m'ero accompagnato per lunghi tratti nei miei viaggi a piedi per la campagna toscana; e fra i loro discorsi mi ritornavano in mente correzioni fatte ai miei lavori di scuola da antichi maestri, discussioni linguistiche avute con amici di trent'anni addietro, e casi e scene della vita, il cui ricordo m'era rimasto legato in capo con quel tal vocabolo o quella tal frase, senza una ragione ch'io percepissi.
La lingua mi faceva rivivere il passato, come fa la musica, che riporta tutta l'anima nostra a grandi distanze di tempo e di spazio.
E mi sentivo ringiovanire nel rimetter le mani, dopo molti anni, nei miei vecchi scartafacci d'appunti, ingialliti e polverosi, scritti in caratteri che non mi parevan più miei, e nel ricorrere certi vecchi libri sottolineati e annotati nei margini, che mi ricordavano letture notturne e care speranze della bella età ch'è ora la tua.
Ringiovanendo nel pensiero, mi sentivo più vicino a te, e mi pareva che lavorassimo insieme.
Non tutti i miei pensieri erano lieti, peraltro.
Riscontrando il significato proprio di certi modi, [423] m'accadeva qualche volta di riconoscere che li avevo usati sempre a sproposito; d'altri mi vergognavo di non averli imparati che poco prima di citarli a te con l'aria di saperli da un pezzo; e così di certi precetti e consigli ch'io ti davo, mentre la coscienza mi rinfacciava d'averli quasi sempre trasgrediti.
Spesso anche mi sorgeva dinanzi il professor Pataracchi, gridando: - Ah, barbaro! E hai la faccia d'impancarti a far la lezione? Concerò io la tua carta stampata per il dì delle feste! - Oppure pensavo a questo o a quello scrittore morto o vivente, e dicevo: - Chi sa come avrebbe fatto o farebbe meglio di me questo libro! -, e mi tormentava la coscienza di mancare della facoltà e della dottrina che in quelli riconoscevo.
E a volte mi prendeva un senso di sgomento, ed ero tentato di buttar la penna.
Ma in questi casi eri sempre tu, mio lettore ideale, indulgente come s'è all'età tua, che mi facevi animo a proseguire; era la tua immagine che mi veniva a dir la mattina: - Al lavoro! Qualche cosa n'uscirà, e anche quel poco mi potrà giovare.
E poi mi dava cuore un sentimento sempre più forte, ravvivato a quando a quando da un ricordo lontano, come una fiamma da un soffio di vento.
Mi ricordavo d'un povero ragazzo italiano, che un giorno udii cantare una canzone malinconica in una strada d'una città d'oltralpe, e certi stranieri villani, da un terrazzino, lo beffeggiavano, ripetendo sformate le sue dolci parole, e rifacendogli il verso sguaiatamente.
E a quel ricordo risentivo per la mia lingua, [424] scrivendo, quello che avevo sentito quel giorno all'udirla vilipendere con versacci di scherno: un amore ardente e altero, pieno di venerazione e di tenerezza, che mi faceva formar più saldo il proposito di servirla e d'onorarla nel miglior modo ch'io potessi, con tutta l'anima e per tutta la vita.
E dicevo in cuor mio: - Se riuscissi a trasfondere questo sentimento nel mio lettore ideale! - E questa speranza mi dava un fremito di gioia e un nuovo impulso al lavoro.
E ora ti dirò ancora una bella cosa, come dice un trecentista.
Credo che nella mente d'ogni scrittore, quando scrive un libro, si formi a poco a poco e finisca con l'essergli quasi sempre presente un'immagine, la quale gli rappresenta in forma simbolica il suo pensiero assiduo.
Ed ecco quale fu per me quest'immagine, confusa da principio, poi da un giorno all'altro più netta.
Io vedevo un palazzo smisurato, che sorgeva fra rovine colossali di monumenti romani, e nascondeva la sommità fra le nuvole.
Presentava sovrapposte di piano in piano le architetture di vari secoli: dove semplici e severe, tutte grandi bozze di granito greggio, o marmi nudi nitidissimi; dove sopraccariche di sculture, coperte d'affreschi, messe a oro e a musaici di gemme, risplendenti come un seminìo di stelle.
A tutte le altezze, sopra le cornici e nei fregi ricorrevano in lunghe file le effigie di mille scrittori coronati, che balenavano dagli occhi, come volti viventi; a somiglianza dei quali anche i fiori delle pitture, i fogliami dei capitelli, le figure delle colonne storiate, le cariatidi simboleggianti ogni forma della letteratura, tutto si moveva e viveva.
E [425] dalle logge aeree, dagli ampi intercolonnii, da tutte le aperture dell'edifizio enorme e gentile, maestoso come una montagna e leggero come una cosa di sogno, uscivano canti di poeti, grida d'oratori, armonie gravi e soavissime di voci innumerevoli, che parevano venire da una lontananza sterminata.
Ma non era la bellezza multiforme e magnifica la maggior maraviglia: era che tutte le linee e gli aspetti diversi dell'edifizio offrivano insieme, non l'effigie propria, ma l'espressione vaga e prodigiosa d'un volto, sul quale era diffusa la luce d'un sorriso ineffabile, misto d'alterezza regale e di dolcezza materna, e che a quando a quando le voci infinite si confondevano in una, immensa come la voce d'un mare che parlasse, ripetendo quanto di più grande e di più dolce ha detto al mondo l'Italia nello spazio di settecent'anni....
Era l'edifizio della lingua italiana.
E man mano che andavo innanzi, ingrandiva nella mente eccitata dal lavoro, e mi pareva sempre più bello e splendido, e che spandesse armonie più soavi e più solenni, e mi penetrava più profondamente nell'animo quel sorriso misterioso, come d'un volto sovrumano, che brillava nella maestà del suo aspetto.
Ma sempre, quando mi trattenevo ad ammirarlo, pensavo che a visitarne i tesori nascosti e le bellezze intime più maravigliose non t'avrei potuto guidare io stesso; e questo pensiero era un rammarico.
Ma che importa? Tu le visiterai con la scorta d'altri, o anche solo, più tardi.
Ebbene, se il mio povero libro non t'ha annoiato, e se t'ha giovato [426] un poco, io ti chiedo questa ricompensa alla mia fatica: che quando t'aggirerai fra le meraviglie del palazzo incantato, ti ricordi qualche volta di me, che ti lascio sulla soglia, con tristezza, benedicendo i buoni propositi che porti nel cuore e le belle speranze che ti splendono in fronte.
FINE.
[427]
Per esser breve il più possibile ho fatto parecchie citazioni senza accennare i nomi e le opere degli scrittori, restringendomi a chiudere le frasi fra due virgole doppie; il che può bastare per gli scrittori morti, essendo quasi tutti notissimi i giudizi loro che ho citati; ma non basta per gli scrittori viventi.
Accenno dunque, per debito di gratitudine e per utilità dei giovani lettori: - La lingua dei Promessi Sposi, di Francesco d'Ovidio, che tutti gli studiosi della lingua dovrebbero leggere.
- L'arte del periodo nelle opere volgari di Dante Alighieri e del secolo XIII, ottimo studio critico di Giuseppe Lisio.
- Storia della letteratura italiana, di Vittorio Rossi.
- La formazione della prosa moderna, prolusione di Dino Mantovani.
- La filosofia delle parole, di Federico Garlanda.
- Abruzzesismi, Calabresismi, Sardismi, di Fedele Romani.
- Grammatica italiana dell'uso moderno, di Raffaello Fornaciari.
- L'Italia dialettale, di G.
I.
Ascoli.
- Manuale della Letteratura italiana, di Alessandro d'Ancona e Orazio Bacci.
Quelli ch'io posso aver dimenticati, mi perdonino.
E mi perdonino anche i miei carissimi amici Guido Mazzoni e Cesario Testa l'indiscrezione che commetto esprimendo loro pubblicamente la mia gratitudine per l'aiuto validissimo che mi diedero nella revisione del libro.
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INDICE.
PARTE PRIMA.
La lingua della patria (A un giovinetto) Pag.
3
A quelli che non vorrebbero leggere 10
A chi dice che la lingua si sa ivi
A chi dice: - Che cosa importa? 11
A un uomo d'affari 13
A chi non ci ha attitudine 14
A chi non ci ha tempo 15
A chi dice che ci avrà tempo 17
A un giovane d'ingegno 18
A chi studia le lingue straniere 19
A chi dice che basta leggere 21
A chi dice che s'impara la lingua dall'uso 22
A una signorina 23
La lingua e l'amor proprio 25
DEL PARLARE 28
Le miserie della loquela ivi
IL SIGNOR Coso 32
Tra lo scrivere e il parlare c'è di mezzo il mare 37
Per imparare a parlar bene 40
La lingua italiana in famiglia 44
A ciascuno il suo (A una schiera di ragazzi di diverse regioni d'Italia) 49
Il malanno dell'affettazione 56
Fra un parlatore ricercato e uno che parla alla buona 59
LA SIGNORA PIESOSPINTO 64
[430]
Vergogna fuor di luogo Pag.
70
Bella musica sonata male 75
Stretta finale 84
L'AMÌO ENRÌO 86
Per imparare i vocaboli 91
Diversi modi di studiar la lingua 96
L'aristocratico ivi
Il classificatore 99
Lo mnemonico 104
Il miscellaneo 108
Il vocabolarista 112
Il modo migliore 118
IL FALSO MONETARIO 122
Una corsa nel vocabolario 127
Una sosta 132
Rimettiamoci in cammino 133
In confessionale 135
Da "Pencolone" a "Piaccicone" 137
Lanterna magica 139
Cento pagine di corsa 140
Amenità del vocabolario 142
Ultima verba 144
Per finire 147
La memoria latente 149
Il pericolo 152
IL PROFESSOR PATARACCHI 155
PARTE SECONDA.
Le lagnanze d'un dialetto (Dialogo fra il dialetto piemontese e la lingua) 166
La lingua che non si sa 173
La lingua che non si parla 180
La lingua approssimativa 183
La lingua che abbrevia 188
Dell'utilità di studiar le definizioni 198
Il dizionario dei sinonimi 201
[431]
SCRUPOLINO Pag.
205
Apologia del peggiorativo 211
Apologia del diminutivo 215
La lingua famigliare 221
La lingua faceta 228
Per variare il proprio vocabolario 236
LL PESCATORE DI PERLE 241
È errore? Non è errore? (78 errori in 47 righe.
- Come s'ha da fare.
- Un coro di francesismi) 247
Le parole nuove (Pareri d'un senatore, d'un filologo, d'una signora, d'un ingegnere industriale e d'un bello spirito) 257
IL VISCONTE LA NUANCE 268
Per la difesa della lingua 275
A chi le dice peggio (Dialogo fra uno scrittore, un avvocato, un professore di chimica, fisica e matematica, e un cronista di giornale) 276
Contro i luoghi comuni (Tirata d'un avvocato) 290
"Gli ardiri" (Confessioni d'uno scrittore pusillanime a uno senza paura) 295
L'alto là della grammatica 310
Quello che si può imparare dai Toscani 314
IL DOTTOR RAGANELLA 318
A traverso i secoli 324
I trecentisti ivi
Dal Boccaccio a Leonardo 330
Da Leonardo al Machiavelli 331
Da Galileo all'Alfieri 335
Dal Foscolo al Carducci 337
Conclusione 342
UN PARLATORE IDEALE 345
PARTE TERZA.
Se ci possiamo fare uno stile 353
LO STILETTATORE 357
A che servono i precetti 363
[132]
Come s'ha da intendere la massima che si deve scrivere come si parla Pag.
369
Pensarci prima 375
Con la penna in mano (Scena ideale) 381
La sfilata dei brutti periodi 388
CARLO IMBROGLIA 394
Il periodo perfetto 400
Il sogno d'uno scrittore falso 405
Una pagina di musica 411
Correggi e làsciati correggere 415
AL MIO LETTORE IDEALE 421
Errata corrige
p.
47 inseguire = inseguire (in corsivo)
p.
87 oustriaco = austriaco
p.
307 un'aspide = un aspide
1
3
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