L'IDIOMA GENTILE, di Edmondo De Amicis - pagina 8
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P.
- Suo padre le avrà detto che non è prudente l'andare in giro soli in quei dintorni.
E farà bene a ricordarsene.
Ma farà anche bene d'ora in avanti a parlare in un altro modo....
[63]
T.
- Ma, insomma, non m'è sfuggito un errore!
P.
- No; ma il suo discorso è stato una stonatura da capo a fondo, un tessuto di parole e di frasi che non s'usano mai da chi parla con naturalezza e con gusto, e che riescono sgradevoli quanto gli errori, e rendono il suo parlar corretto poco meno ridicolo d'un parlare sgrammaticato.
T.
- Troppo gentile! La ringrazio.
P.
- "Non porta il pregio." Ma non ponga "in non cale" i miei consigli.
"Se ne rinverrà" contento e me ne "saprà grado." La riverisco e "mi dileguo."
T.
- (Impertinente!)
Varie altre osservazioni che ti dovrei esporre intorno all'affettazione nel parlare, le farai tu stesso intrattenendoti qualche minuto con una rispettabile e amabile signora, che ho l'onore di presentarti.
[64]
LA SIGNORA PIESOSPINTO.
Le avevan messo questo soprannome perchè il bel modo letterario a ogni piè sospinto era uno dei fiori più frequenti del suo linguaggio abituale, tutto fiorito di parole e di frasi eleganti.
Era vedova e sola, come la Roma di Dante; non più giovane, d'ottimo cuore, stimata da tutti; ma aveva un difetto terribile, per il quale s'eran ridotti pochissimi i frequentatori del suo salottino, un tempo assai numerosi: il difetto di parlare poeticamente.
Cosa tanto più strana in quanto la buona signora non la pretendeva punto a letterata, quantunque di letteratura e d'arte discorresse quasi sempre; era anzi in tali discorsi molto guardinga e modesta.
Quel linguaggio, che a noi riusciva affettato, per lei era naturalissimo, ed era in fatti in perfetto accordo con tutte le altre manifestazioni del suo essere.
La sua voce, il suo accento, il suo modo d'atteggiarsi e di camminare, la sua bizzarra pettinatura, tutta cernecchi e riccioli artefatti, che le tremolavano intorno al capo come bùbboli, e il suo abbigliamento tutto gale e fronzoli di gusto [65] dubbio: ogni cosa rassomigliava al suo vocabolario e alla sua fraseologia prescelta, che pareva fatta di rottami di versi.
Parlava in maniera da far credere che ogni parola d'uso comune fosse per lei una parola triviale, che ogni frase famigliare le ripugnasse come una frase indecorosa.
Per esempio: allegrezza, gioia, desiderio, ricordo, avvenimento, momento, erano modi sbanditi dal suo dizionario; diceva: letizia, giubilo, vaghezza, rimembranza, evento, istante.
All'amico che entrava in casa sua gettava qualche volta addosso una manata di fiori poetici anche prima ch'egli si fosse seduto.
- Ah, la riveggo alla fine! Che accadde di lei? Credevo che avesse spiccato il volo verso altri lidi o che fosse di mal ferma salute; vissi in affanno; s'assida, ingrato amico, e si scagioni.
- Anche parlando delle cose più comuni usava questo linguaggio di gala.
Era famosa fra i suoi conoscenti la frase con cui aveva annunziato a un di loro una piccola disgrazia toccata a una sua cagnetta, ricciuta e infronzolata come lei; la quale faceva un certo mugolo strano, che certi capi ameni dicevano un'affettazione.
- Ah, signor mio! - aveva detto.
- Tale era la moltitudine di piccoli insetti che infestavano la cute di questo sventurato animaletto....
Ma benchè affettato il linguaggio, era sempre sincero il sentimento ch'ella esprimeva.
Era commossa veramente quando raccontava d'esser stata costretta, con suo gran dolore, ad espellere una vecchia fante, dopo molti anni che l'aveva in casa, per aver risaputo che quella la vilipendeva nel vicinato con le più nefande calunnie.
Quale atroce disinganno! Chi avrebbe potuto [66] sospettare che con quel sembiante tutto dolcezza ella albergasse nel petto un animo così malvagio! Che schianto era stato per lei lo scoprire una nemica in quella donna, con la quale essa aveva sempre largheggiato di doni e di favori, per lei che aveva tanto bisogno di sentirsi aleggiare intorno la benevolenza e la simpatia!
Naturalmente, il maggior piacere che ci attirasse nel suo salotto era quello d'ammiccarsi l'un con l'altro e di sorridere di nascosto alle più belle delle sue frasi: dico le più belle perchè il suo discorso era un ordito così fitto di poeticherie, che non si sarebbe potuto rilevarle tutte senza farsi scorgere; del che ci saremmo vergognati.
Ma essa non sospettava.
Povera signora Piesospinto! Se ci avesse sentiti giù per le scale! Il suo frasario c'era diventato così famigliare che, fra di noi, andando da lei ed uscendo, non parlavamo quasi più altro che alla sua maniera.
E, com'è naturale, glie n'erano affibbiate anche parecchie che non le appartenevano.
Ma la più amena di tutte, qualcuno sosteneva che l'avesse detta davvero a una delle sue amiche più strette, ed era un modo comunissimo, che dice un'occorrenza altrettanto comune, nobilitato da lei nella nuova forma: - andare della persona.
-
Ammirabile era la costanza con cui usava certi modi illustri invece di altri volgari, i quali non le venivano mai alla bocca, come s'ella non li avesse mai nè intesi nè letti, da tanto che le si era connaturata l'affettazione.
Non diceva mai sposare, per esempio, ma impalmare; mai, non so una cosa, ma la ignoro; mai mi fa pietà, ma mi move a pietà; mai aversi per male, ma recarsi ad onta.
Gli aggettivi, più che altro, erano [67] il suo forte; non poteva metter fuori un sostantivo senza attaccargliene uno, che era sempre pescato fra i più signorili della lingua.
- È un pezzo, signora, che non è stata a Napoli?
- Da dieci anni non ho più veduto quella nobilissima città.
- Ha letto la notizia della morte del tale?
- Si, ho letto la malaugurosa notizia.
- Le ha fatto piacere la promozione di suo cugino?
- Sì, ne ho avuto un piacere ineffabile.
Colta un inverno da grave malore, e condotta in forse della vita, giacque a letto per lo spazio d'oltre due mesi, e chi la trasse a salvamento, prodigandole ogni più amorevole cura, fu un giovine medico amico nostro e suo, che della sua vezzosa favella prendeva diletto grandissimo.
Con lui e con un altro frequentatore del salotto, non sì tosto ella fu fuor di pericolo, mi recai a visitarla.
Poi che fummo seduti accanto al letto, la buona signora chiamò la fante, e le disse con fievole voce: - Appressati, Carolina; dischiudi lievemente le imposte, che entri un po' di chiarore....
Poi ci ringraziò, espresse la sua gratitudine al medico, ci raccontò la storia del suo malore.
E fu una tal pioggia di fiori poetici da far pensare che durante la malattia glie ne fosse germinato in casa un nuovo giardino.
La malattia le era saltata addosso ad un tratto, a guisa d'un colpo di folgore.
Stava per uscire di casa, era già sul limitare dell'uscio, quando una subita nube le aveva come offuscato l'intelletto, e s'era impossessata di lei una così grande debolezza, che [68] appena aveva fatto in tempo a invocar soccorso, e le erano mancati i sensi.
Il portinaio, la portinaia, la fante, accorsi tosto, vedendo il pallore mortale del suo volto, l'avevano creduta esanime, e s'eran sciolti in pianto; poi l'avevan portata sul suo letticciuolo, ed essa era rimasta tre giorni così, quasi inconsapevole, come in istato di sopore, agitato da torbidi sogni.
E in questo modo continuò a fiorettare, fin che ci accomiatò cortesemente lei stessa, dicendoci d'uscire a più spirabil aere, ma che tornassimo presto a riportarle il refrigerio della nostra cara amicizia.
Scendendo le scale, il medico faceto ci disse che la povera signora era stata veramente gravissima; ma che anche quando si trovava in pericolo aveva sempre parlato nel modo solito.
Egli si ricordava le parole testuali.
- Ah, signor dottore! - gli aveva detto.
- Non mi lusinghi di vane speranze: io sento bene che questa mia spossatezza è foriera di prossima fine.
- E soggiunse che, sentendola parlare a quel modo, aveva riconosciuto la grande verità d'una osservazione fatta da Vittor Hugo, a proposito d'un condannato a morte, il cui discorso gli era parso mancante di naturalezza: che tutto si cancella davanti alla morte, eccetto l'affettazione: che la bontà svanisce, che la malvagità scompare, che l'uomo benevolo diventa amaro, che l'uomo duro diventa dolce; ma l'uomo affettato rimane affettato.
- E concluse: - Basta, è scampata; fra un mese sarà guarita; e io ne sono felicissimo perchè, con tutti i suoi fiori poetici, è una gran buona signora.
- Ah, questo è fuor di dubbio - disse il comune amico - di gentili sensi dotata....
[69]
- E di non inculto intelletto - aggiunse il medico.
- E di non illeggiadro sembiante....
- Finiamola; non sta bene scherzare fin che non s'è rimessa; ricominceremo quando sulla sua guancia "torni a fiorir la rosa".
E si ricominciò, come Dio volle, con diletto ineffabile.
[70]
VERGOGNA FUOR DI LUOGO.
Non basta, per parlar bene, sfuggire l'affettazione; bisogna pure, quando occorre, non aver timore di parere affettati; bisogna vincere un sentimento naturale e comunissimo, specie fra noi italiani dell'Italia settentrionale, che si potrebbe chiamare la "vergogna fuor di luogo" della lingua.
Noi, parlando italiano, siamo tutti riluttanti ad usare parole e frasi che non appartengano a quello scarso materiale linguistico che si possiede comunemente nella nostra regione, e la nostra riluttanza deriva dal timore di parer pedanti e ricercati adoperando modi insoliti; i quali appunto ci paiono strani e affettati per la sola ragione che non siamo assuefatti a dirli e a sentirli.
Per ispiegarti chiaramente la cosa ti riferisco una discussione che, mutate poche parole, dovetti sostenere e m'occorse di sentire cento volte.
Mi domanda un tale se non c'è in italiano una parola che significhi "stringer molto la persona con cintura o con busto o con altro, in modo [71] che essa paia meglio disposta, ma che non abbia più liberi i movimenti."
- Certo che c'è.
Striminzire.
Una ragazza striminzita nel busto.
Dice anche il Giusti, per analogia, di persone striminzite in una carrozza troppo piccola.
- Striminzire! Che parola strana!
- Strana perchè? Per il suono? Non è mica più strana d'impazientire e d'indolenzire, che tutti dicono.
- Ma questa non l'ho mai intesa.
- È d'uso comune in Toscana, è in tutti i dizionari, la usano molti italiani d'ogni provincia.
- Eppure, che so io? Parlando, non l'userei.
- Per che ragione?
- Non so....
Non oserei.
- Ma per la stessa ragione si dovrebbe interdire l'uso d'una quantità d'altre parole proprie, necessarie, italianissime.
Per esempio, userebbe le parole rimpulizzire, spericolarsi, spiaccicare, stintignare, baluginare, che in certi casi significano una cosa che non si può dire per l'appunto con un altro modo?
- Spiaccicare! Baluginare! Stintignare! (dopo aver pensato un po', sorridendo).
- No, glielo dico sinceramente, non oserei.
Saranno parole italianissime, e anche usatissime in altre parti d'Italia; ma fra noi paiono strane.
- E picchia sullo strano! Ma strana le parrà ogni parola che non abbia mai intesa.
Quelle parole non paiono punto strane e affettate, paiono naturalissime a tutti coloro che le usano dove sono generalmente usate.
La cagione dell'effetto che producono in lei non sta in esse medesime; ma nel fatto che lei non è usato a sentirle.
Lei [72] stesso adopera ora come naturali parole e frasi che, anni fa, la prima volta che le intese, le saranno parse cercate col lumicino.
Il tipo dell'affettato e dell'inaffettato, in materia di lingua, ha detto un grande maestro, non è altro che l'assuefazione.
- Avrà ragione.
E non di meno....
che vuol che le dica? Se, parlando in famiglia o fra amici, mi venissero sulla punta della lingua le parole stintignare, striminzire, baluginare, me le terrei in bocca, perchè son certo che tutti quanti, udendole da me, rimarrebbero come stupiti, e direbbero fra sè, e fors'anche forte: - Cospetto! Tu peschi nel vocabolario; tu diventi un linguista.
Che lusso!
- Ma se tutti ragionassero così, la lingua italiana, fra noi, rimarrebbe sempre allo stesso punto; nessuno arricchirebbe mai il suo vocabolario d'una sola parola; dai dieci anni in su si rimpasterebbero sempre lo stesso miserabile frasario elementare.
Se tutti avessero sempre ceduto a codesto sentimento, nell'Italia settentrionale, in Piemonte, per esempio, si parlerebbe ancora l'italiano come si parlava quarant'anni fa.
- O non si parla ora come si parlava allora?
- Ah no, per fortuna.
Sono usati ora anche fra noi, parlando italiano, sono anzi diventati comunissimi una quantità di vocaboli e di locuzioni che quand'ero ragazzo erano affatto sconosciuti.
Quarant'anni fa non le sarebbe mai occorso di sentir dire da un piemontese schiacciare un sonno, appisolarsi, fare uno spuntino, fare ammodo, uomo di garbo, gente per bene, mi frulla per il capo, andare in visibilio, prendere in tasca, faticare parecchio, e via discorrendo.
Ora io [73] sento questi modi ogni momento da giovani, da signore, da gente che non pensa neppur per ombra a parlare scelto, e non c'è caso che chi li ascolta si stupisca e sorrida con l'aria di dire: - Che lusso! - Eppure, quando furono intesi qui le prime volte, tutti quei modi debbono esser parsi strani come paiono a lei quelli che ho citati.
- Le ripeto che avrà ragione; ma....
(tra sè, scrollando il capo) Striminzire! Stintignare! Baluginare!
Così è.
E l'ha detto un grande scrittore, che di queste cose s'intendeva: - La locuzione della lingua in cui si scrive, la locuzione propria, unica, necessaria, può far ridere, esclamare, urlare, dov'essa non è conosciuta in fatto; e però sono impicci da cui uno non può uscir solo: l'unico mezzo d'uscirne è d'uscirne tutti insieme.
- Il che vuol dire che tutti quanti dobbiamo adoperarci a mettere in commercio, parlando, quella parte di lingua che manca al nostro uso regionale, e che ci è necessaria, anche a costo di far ridere, esclamare e urlare.
Incomincia dunque tu a far la tua parte.
Ricordo certe famiglie d'impiegati piemontesi e lombardi, stabilite in Firenze capitale, nelle quali i bambini, che in casa parlavano italiano, portavano ogni giorno dalla scuola una parola o una frase nuova, di cui il padre e la madre ridevano: ne ridevano la prima volta, poi ci s'avvezzavano, e poi dicevano quelle parole e quelle frasi essi medesimi, da prima come per celia, dopo senz'avvedersene; e così il bambino arricchiva il dizionario e insegnava a parlare alla famiglia.
E così devi far tu nel giro delle persone fra cui vivi, usando [74] francamente le parole insolite, come se ti venissero spontanee, vincendo la "vergogna fuor di luogo" che è la cagione principale della nostra perpetua miseria in materia di lingua.
Miseria che conserviamo di conseguenza anche nello scrivere, perchè tutto quel materiale di lingua, che conosciamo ma non usiamo parlando, non ci verrà mai pronto all'occorrenza quando scriviamo, lo dovremo sempre andar a cercare, e non lo cercheremo per pigrizia, o lo useremo male, e sarà sempre per noi come quelle stoviglie di casa che non si tiran fuori dall'armadio che per i pranzi solenni, dove gl'invitati s'accorgono alla prima che non siamo assuefatti ad usarle.
[75]
BELLA MUSICA SONATA MALE.
Impara a pronunziar bene.
Non parla bene chi pronunzia male.
E noi, quasi tutti, pronunziamo l'italiano scelleratamente.
Una bella lingua pronunziata male è come una bella musica sciupata da un cattivo sonatore.
Che vale che la nostra sia una lingua ammirabilmente musicale se noi in mille modi ne alteriamo i suoni, come se fosse per noi una lingua straniera? Che serve che tanti grandi poeti, nei quali erano profondi e finissimi il senso e l'arte dell'armonia, abbiano faticato a comporre tanti versi squisitamente armoniosi, quando noi li pronunziamo in maniera che se ci sentisse chi li fece ci tratterebbe di cani e si tapperebbe gli orecchi? Che giova che la lingua italiana abbia tante parole dolci, forti, gravi, agili, graziose, che suonano come note di canto, se le dolci noi inaspriamo pronunziando delle s che sembrano fischi di serpenti, se fiacchiamo le forti scempiando le consonanti doppie, se facciamo ridere con le gravi raddoppiando le consonanti semplici, se aggraviamo le leggiere e deformiamo le [76] graziose strascicando o squarciando o strozzando le vocali, e dando all'u un suono barbaro che trapassa l'orecchio come lo stridore d'un chiavistello arrugginito? E predichiamo agli stranieri l'armonia della nostra lingua! E ci vantiamo d'aver orecchio musicale! C'è da riderne, e da averne vergogna.
*
- Come ho da fare? - domanderai.
- Ho da toscaneggiare? - Così chiamano, per canzonatura, il pronunziar corretto tutti coloro che pronunziano barbaro e se ne trovan contenti, come se non si potesse pronunziar l'italiano correttamente senza rifare il verso ai Toscani; chè non è altro, in fatti, la cattiva imitazione della loro pronunzia che fanno certuni fra noi.
No, non c'è bisogno di toscaneggiare per pronunziar bene, che consiste nel dare a ogni lettera il suo vero suono e a ogni parola il suo giusto accento, come sono indicati nelle grammatiche, nei vocabolari e in trattatelli speciali.
Tu non hai che da prendere uno di questi libri, e con la scorta delle regole e delle indicazioni che vi troverai, badare a correggere i difetti della tua pronunzia dialettale, cominciando dai più grossi e più ridicoli, i quali son quasi tutti comuni agl'italiani delle regioni subalpine.
Avvèzzati prima d'ogni cosa a pronunziare l'a larga, che noi tendiamo a restringere; poichè c'è chi dice:
tanto gentile e tanto onesta pore,
e
cantando come donna innamorota
e
giunta sul pendìo
precipita l'etó;
[77] Dei del cielo! E a dir l'e e l'o larghe o strette nelle parole in cui hanno l'uno o l'altro suono: a non allargar la bocca come un imbuto per dir vérde, frésco, césto, Róma, dóno, enórme, e le desinenze degli avverbi in ente, che sono uno degli orrori della nostra pronunzia, veramante! E a dare il suono duro o molle all's, e dolce o aspro alla z dove tale dev'essere; non come si suol fare da noi, che pronunziamo ad un modo rosa fiore e rosa participio, zaino e zampa, cosa e sposa, pranzo e pazzo; quando non si dice pranso e passo, come da molti si dice.
Ma abbiamo altri difetti di pronunzia, dei quali i libri non ci possono correggere, come quello di triplicare spesso le consonanti per timore di non far sentire abbastanza le doppie, come usano i nostri burattinai quando fanno parlare i personaggi terribili: ferrro, guerrra, sconquassso, trapassso; di raddoppiare l'r in nero, fiero e simili, per rafforzarne il significato; di non far sentire l'sc nelle parole come scendere e scempio, che pronunziamo sendere e sempio; di pronunziare la doppia n faucale, come nel dialettale laña, luña, nelle parole donna, ginnastica e simili; di raddoppiare la c in molte parole dov'è semplice, come bacio, cacio, mendacio, e di metter la g in molte dove non entra (la povera Amaglia non sa gniente), e di sopprimerla in altre dove dev'esser pronunziata (sua filia li tien compania).
Ma perchè quell'atto d'impazienza?...
[78]
*
Ho capito.
Ti pare ch'io metta alla berlina della cattiva pronunzia la nostra cara provincia, e questo ti dispiace.
Ma non temere.
Nessuno dei tuoi fratelli italiani ti lancerà la prima buccia di mela, perchè hanno tutti coscienza d'esser grandi peccatori.
Oltre che parecchi dei nostri difetti di pronunzia sono comuni a varie regioni d'Italia, ciascuna ne ha altri suoi propri, che stanno a paro coi nostri peggiori.
Rassicùrati.
Non ti canzonerà il milanese che allarga l'e senza discreziune e converte in u le o finali, e pronunzia l'u alla francese cont una frequenza lacrimevole; nè il genovese che muta in ou il dittongo au, dice aritemetica per aritmetica, e fa strage delle z; nè il tuo fratelo veneziano che di tutti i cittadini dell'aregno d'Italia è il più indomabile ribelle alla leie della doppia consonante.
E il bolognese sostituisce l'e all'a nella finale dell'infinito dei verbi, fa rimar Roma con gomma, toglie la z alle ragaze, fa scomparir le vocali quanto pió gli è possibile; e il romano ti dice che lo interressano le notizie della guera, che le sue crature son ghiotte delle brugne e ch'egli ha un debbole per i fonghi; e il napoletano....
No, non darà la baia al piemondese il napolitano, che muta il t in d dopo l'n, che pronunzia inghiostro e angora, e mobbile e doppo; e neppure l'abruzzese che distende il dittongo uo in maniera da attribuire a ogni buono una bontà infinita, e mette fra due vocali un suono gutturale aspirato: non ti burlerà neppur per idega.
E neanche il siciliano sarrà fra i tuoi canzonatori, egli che cangia in ea il dittongo ia e in u [79] tante o e che dà all's davanti alle consonanti il suono dello sh inglese, e ficca cossí spesso l'i fra il c e l'e, anche chiamando la Concietta del suo cuore; e nemmeno il sardo, che nel raddoppiar la consonante dove è semplice, e scempiarla dov'è doppia, non la cede a nessuno.
Intesi appunto ieri note due proffessori che discuttevano su quest'argomento.
*
Dunque, stùdiati di correggere la tua pronunzia.
Ma pronunziar le parole corrette non basta.
Il nostro parlare manca generalmente d'armonia e di speditezza perchè non facciamo abbastanza troncamenti e elisioni, perchè diciamo una quantità di vocaboli e di sillabe superflue, che allungan le frasi e rompono l'onda armonica e c'impacciano la lingua.
Sono, ciascuna per sè, superfluità minime e durezze appena sensibili; ma che quando s'affollano, come segue spesso, in un breve giro di parole, fanno un brutto sentire.
Se, per esempio, in un periodo, dove t'occorra di dire: gl'impeti d'amore, l'ha detto senz'arrossire, m'ha fatto girar la testa, quell'ingrato, un altr'anno, quella gran virtù, in un mar di guai, non facevan nulla, non m'accorsi in tempo, per la qual ragione, tu non tronchi e non elidi nulla, e dici invece: gli impeti di amore, lo ha detto senza arrossire, mi ha fatto girare la testa, quello ingrato, un altro anno, quella grande virtù, in un mare di guai, non facevano nulla, per la quale ragione, tu senti che il tuo parlare riesce assai meno armonico e sciolto che nell'altra forma.
Ed è singolare che, mentre [80] riusciamo duri nel parlare per non far troncamenti e elisioni dove potrebbero farsi, riusciamo spesso egualmente duri in più d'un caso, in cui, in luogo di togliere, aggiungiamo appunto per evitar la durezza, come nel dire: fanciulli ed adolescenti, scrissi ad Edvige o ad Edgardo, selvatici od addomesticati.
Bada a tutte queste piccole cose, e se vuoi avere una buona norma, prendi l'edizione del romanzo I promessi sposi, dove è raffrontato il primo testo con quello corretto nel 1840.
Il Manzoni, nel troncare e nell'elidere, s'è attenuto rigorosamente alla norma del parlar fiorentino; e si potrà discutere sulla sua idea, che la lingua parlata a Firenze debba esser la lingua di tutti; ma non sul fatto che l'uso fiorentino, per ciò che riguarda l'armonia del discorso, si possa seguir da tutti fedelmente, senza timor di sbagliare.
Bada all'armonia nelle due edizioni comparate del romanzo, e ci troverai un insegnamento utilissimo a scansar nel parlare ogni ridondanza e ogni durezza di suoni.
*
Un'altra cosa.
Ciascun dialetto è parlato con certe intonazioni, modulazioni, cadenze, strascicamenti di voce e raggruppamenti di suoni, che noi, quasi tutti, facciamo sentire anche parlando italiano, e che dànno al nostro italiano il colorito musicale, per dir così, del dialetto medesimo.
Dirai che questa musica dialettale essendo naturale in noi, noi non la sentiamo, e quindi non possiamo liberarcene.
No: la sentiamo, chi più chi meno, perchè mettiamo in canzonatura [81] chi la esagera.
La sentiamo in ogni modo quando udiamo parlare italiano uno della nostra regione con uno d'un'altra, perchè, anche non conoscendolo di persona, lo riconosciamo dei nostri.
Ebbene, quando questo t'accade, osserva le modulazioni e le cadenze a cui lo riconosci, e t'avvedrai che sono proprie a te pure.
E non pensare che perchè tu non le avverti abitualmente o non ti riescono sgradevoli, non siano sentite dagli italiani delle altre regioni, o non riescano sgradevoli neppure a loro.
Tanto le sentono che non son pochi quelli che, pure non comprendendo il nostro dialetto, ci rifanno il verso per modo che noi stessi ci riconosciamo nella caricatura; la quale essi non farebbero se la nostra musica dialettale non li facesse ridere.
Ora, ogni volta che ti segua un caso simile, sta' bene attento, chè ti può molto giovare.
Io mi corressi di certe intonazioni del dialetto udendo un attore toscano che imitava mirabilmente il modo di recitare d'un celebre attore piemontese, perchè sentii la prima volta in quella imitazione quelle intonazioni, come un'eco della mia voce.
E credi che non riuscirai a pronunziar bene l'italiano fin che non ti sarai liberato di questa specie di melopea vernacola, perchè è quella che ti fa forza, in certo modo, nella pronunzia viziosa delle parole, che quasi ti costringe, senza che tu te n'avveda, a pronunziare ciascun vocabolo all'uso dialettale, in maniera che suoni in tono con essa.
Fa a questo caso il proverbio francese, che dice: è la musica quella che fa la canzone.
[82]
*
Un mazzetto di consigli, per finire.
Avvèzzati a leggere a voce alta scolpendo bene le parole.
Quando vai al teatro, sta' attento alla pronunzia degli attori che pronunzian bene, e paragonala con quella di quegli altri attori, dei quali riconosci il dialetto nativo.
Fa' attenzione al modo di pronunziare di tutti quegli italiani, dei quali non ti riesce di capire in che parte d'Italia sian nati.
E non dar retta ai pigri che ti dicono: - È tempo perso; a nascondere il dialetto nella lingua non si riesce.
- Non è vero, e non è tanto difficile riuscirvi.
Tutte le regioni d'Italia, anche quelle dove si parla un dialetto più dissimile dalla lingua, dànno oratori forensi e politici, attori drammatici, conferenzieri, professori, conversatori, che pronunziano l'italiano perfettamente, o quasi; nei quali non si sente indizio alcuno dei loro propri dialetti.
Fa' il proposito di riuscire a questo tu pure, ridendoti di chi chiama affettazione il pronunziar l'italiano da italiani, e induci a farlo anche le signorine di casa tua; poichè io m'immagino che tu abbia delle sorelle, una almeno.
E poichè me l'immagino, e vedo che la signorina scrolla il capo, mi rivolgo a lei pure.
Sì, signorina, lei che sentirà molte volte nella sua vita lodar la dolcezza della sua voce, si studi anche lei di pronunziar meglio; ciò che riuscirà facile ai suoi muscoli labiali fini ed elastici; perchè a che serve avere la voce dolce se la sciupa una pronunzia ingrata? Se viaggerà fuori d'Italia vedrà molte volte degli stranieri, che l'avranno riconosciuta italiana, porger l'orecchio [83] per raccoglier dalla sua bocca la musica decantata della sua lingua: vorrà che rimangano disingannati? E faccia anche propaganda di buona pronunzia, perchè la può fare senza suo incomodo.
Basterà che torca leggermente la bocca quando sentirà lodare la sua bellessa, o dir che è graziosa come un fiure, o splendida come una stela, o seducende come una dega, o che si darebbe la vita per darle un baccio.
E non risparmi neppure quei toscaneggianti che, credendo di pronunziar toscano, non fanno di quella bella pronunzia che una caricatura stucchevole.
[84]
STRETTA FINALE.
Animo, dunque.
Comincia fin d'oggi ad avvezzarti a parlar bene, e vedrai come sarai presto incoraggiato a proseguire dai vantaggi che ne ricaverai.
Primissimo dei quali sarà quello di pensar meglio, perchè dal parlar chiaro, proprio, preciso, scolpito, dalla consuetudine di esprimer tutto il proprio pensiero nel miglior modo che ci è possibile, s'è immancabilmente condotti a "spiegarci con noi stessi e a meglio intenderci noi medesimi", a formulare con maggior chiarezza e maggior precisione il pensiero anche nell'officina silenziosa della nostra mente.
E sarai anche incoraggiato a proseguire dalla sodisfazione che il tuo parlar bene produrrà evidentemente negli altri, poichè è un fatto che chi parla con chiarezza, precisione, facilità e speditezza, facendoci risparmiar tempo e sforzo d'attenzione e imprimendoci nette nella mente quelle cose che ci preme di ricordare, ci procaccia, oltre che un piacere di natura artistica, un vantaggio, di cui gli siamo grati.
E ti sarà incoraggiamento e compenso quello ch'io molte volte osservai ed [85] osservo: che è per quasi tutti una sodisfazione d'amor proprio il sentir parlar bene l'italiano da un concittadino della loro stessa regione, perchè vedono in lui una prova che essi pure, volendo, ci riuscirebbero, un argomento vivente contro l'opinione di quegli italiani d'altre regioni, i quali li dicono e li stimano inetti (la cosa è frequente e reciproca) a parlare un italiano italiano.
E queste sodisfazioni avrai per tutta la vita, e con queste molte altre, in mille casi, a mille diversi propositi, in mille forme diverse e inaspettate, poichè non puoi immaginare quante simpatie, quanti atti cortesi, quanti consensi, quante agevolezze non ci derivan da altro nel mondo che dalla scioltezza, dalla grazia, dalla convenienza della parola.
Ma per parlare bene bisogna possedere il materiale della lingua, e in che maniera questo s'acquisti vedrai nella seconda parte del libro.
Chiuderà la prima un bell'originale, che non è forse inutile che tu conosca.
[86]
L'AMÍO ENRÍO.
Aveva passato parecchi anni a Firenze; ma quello che per ogni altro italiano, come direbbe l'Alfieri, boreale, desideroso d'imparar la lingua, sarebbe stata una buona fortuna, per lui era stata una disgrazia, perchè in riva all'Arno aveva perduto la naturalezza del parlare, e raccattato soltanto le scorie idiomatiche che gli stessi toscani colti ributtano.
Aveva fatto là una gran retata d'idiotismi e di vezzi di lingua mercatina, come se la fiorentinità non consistesse in altro, e preso per giunta il malanno di pronunziar più fiorentino dei fiorentini, esagerando istrionicamente tutte le inflessioni di voce loro proprie, e aspirando la c perfin nelle parole dov'essi non l'aspirano.
Per questo lo chiamavamo l'amío Enrío, essendo Enrico il suo nome di battesimo.
Non diceva più un tu, neanche a pagarglielo.
- Vieni te a ber la birra? - Se' stato te, se' stato! - Te mi vorresti canzonare! - Bandiva il dittongo uo da ogni parola: non diceva più che core, omo, bono, spalancando la bocca come per [87] inghiottire un ovo sodo.
E gl'icché t'ho da dire e i questecchequí e i l'aresti a avere li spacciava a canestrelli.
Figurarsi la faccia che facevano a questa roba i suoi "rozzi" amici pedemontani!
Ma quello che rendeva più uggioso il suo toscaneggiamento era l'inettitudine dell'imitazione, poichè spesso, anzi ogni momento, fra due parole pronunziate alla fiorentina ne pronunziava una alla piemontese, che sonava come una stecca falsa; ciò che faceva dire con ragione agli amici che in ogni suo periodo dietro Stenterello saltava fuori Gianduia.
E sarebbe stato un amico piacevole, perchè in fondo era di buona indole, e di spirito arguto; ma riusciva insopportabile per quella sua parlata artifiziosa e bastarda.
C'era fra gli altri, nella brigata degli amici, un genovese, che pativa una vera tortura a sentirlo.
- Che volete? - ci diceva.
- Quand'io gli sento dire aritmetica per aritemetica, Enna per Etena, austríao per austriaco, mi vien la pelle d'oca.
- E allora era un doppio spasso, perchè si rideva insieme del critico e del criticato.
Un altro, che avesse parlato a quel modo, l'avremmo corretto a furia di canzonature e di risate; ma a questo con lui nessuno s'arrischiava, perchè era un buon giovane, ma ombroso, che non reggeva la celia, e tirava bene di scherma.
I tolleranti se ne spassavano senza che se n'avvedesse, gli altri gonfiavano in silenzio, e così egli non aveva mai un sospetto di far ridere le gente alle proprie spalle, e toscaneggiava a tutto pasto, altero e felisce di tener lo scettro della buona lingua e della bella pronunzia.
Ma non riusciva a ingannar nessuno, neppur la prima [88] volta che lo sentivano, e nemmeno persone incolte, o che non fossero mai state in Toscana, tanto è giusto il verso
Troppo toscano non toscan l'accusa.
Anche costoro, dopo venti parole, sentivano la caricatura, la contraffazione grossolana, e sorridevano, incerti, come domandando a sè stessi s'egli parlasse sul serio o per burla, e aspettando che da un momento all'altro ripigliasse il parlar naturale.
Di quando in quando, per effetto di quel suo parlare, gli seguivano dei casi comici.
Un giorno, credendo d'aver lasciata la canna (com'egli chiamava alla subalpina la mazza) in un caffè, vi ritornò mezz'ora dopo, e domandò al padrone: - Ha veduto la mi' anna?
Quegli, pensando che domandasse se era stata a cercarlo nel caffè la sua signora, benchè gli paresse un po' troppo famigliare quel modo di nominarla, gli rispose di no, perchè signore, in fatti, non ce n'era state.
E allora l'amío, rivolgendosi al cameriere: - Guarda un po' sotto il biliardo.
Immaginate la risata.
Un'altra volta, a un conoscente che gli andò a chiedere informazioni intorno a un nuovo professore destinato al Ginnasio del proprio figliuolo, disse fra l'altro: - È d'umore un po' vivo; bocia, bocia sempre; ma in fondo è un omo bono.
- E quegli, scattando: - La grazia di quella bontà! Da un professore che boccia tutti il mio ragazzo non ce lo mando.
Ma queste piccole contrarietà non lo correggevano.
Egli seguitava a ingollar le c e a [89] profondere i te sempre più allegramente; e con maggiore esagerazione e a voce più alta toscaneggiava nei caffè e nei teatri, dove ci occorreva spesso d'osservare intorno a lui quel fatto psichico curiosissimo, che si potrebbe chiamare l'inversione o la traslazione della vergogna: persone sconosciute che, udendolo, chinavano il capo e restavan lì impacciate, e qualche volta arrossivano, come se quel linguaggio falsificato e ridicolo uscisse a loro malgrado dalla loro bocca, nel modo che escon le parole dalla bocca dei farneticanti.
Ma quel mal vezzo finì con portargli disgrazia.
Fu un caso curioso.
Una sera, nella platea d'un teatro, mentre egli toscaneggiava con un suo amico, a voce alta, com'era solito, fu inteso da un signore toscano, che discorreva con altri, lì accanto, e che, riconoscendo apocrifa quella toscanità ostentata, sospettò che parlasse a quel modo per rifare il verso a lui.
Risentito, gli domandò spiegazione.
L'amío rispose con buon garbo, ma rimangiando due o tre c di quelle che i toscani non mangiano; ciò che ribadì il sospetto nell'altro, che gli tirò un'impertinenza, la quale ebbe per risposta un urtone.
Alle corte, si barattarono i biglietti di visita, non ci fu modo di raggiustarla, ne seguì un duello, e l'amío Enrío ebbe una leggiera sdrucitura al braccio destro.
Andai a visitare il ferito con un comune amico; il quale, prima di tirare il campanello, fece un'osservazione consolante.
- Tutto il male non vien per nuocere - disse.
- Quest'avventura l'avrà guarito dalla toscanite.
- E lo credevo io pure.
Lo trovammo sulla poltrona, col braccio al [90] collo, d'ottimo umore.
E proprio le prime parole che disse, rispondendo al mio: - Com'è andata? - furon queste: - O che vo' tu ch'i' ti dia?
- È incurabile! - esclamò l'amico quando uscimmo.
- E glie ne toccherà dell'altre.
È il suo destino.
Egli ha da morir sul terreno, e di ferro etrusco.
[91]
PER IMPARARE I VOCABOLI.
Bisogna, la prima cosa, acquistare il materiale della lingua.
Parlando a te, italiano, intendo dire con "materiale della lingua" tutti quei vocaboli e quelle locuzioni che mancano generalmente all'italiano parlato fuor della Toscana.
Gli uni e le altre si possono cercare ad un tempo; ma sarà meglio che tu incominci coi vocaboli, che sono i più necessari, e che per qualche tempo non t'occupi d'altro.
Ci sono, prima di tutto, certe consuetudini del pensiero, che tu devi prendere.
Delle moltissime parole che non sappiamo molte le abbiamo lette o intese dire; ma non ci sono rimaste nella memoria perchè non abbiamo fermato su esse, neppure un momento, l'attenzione.
Bisogna dunque, ogni volta che ci cade sott'occhio o ci viene all'orecchio una parola non compresa nel nostro vocabolario abituale, guardarla in faccia come si guarda una persona sconosciuta che ci si presenti, fare un atto della volontà per ritenerla, metterci sopra, per così [92] dire, il suggello del nostro pensiero.
Se, leggendo o ascoltando, avessimo fatto questo, non dico sempre, ma soltanto una volta su cinque, anche senza ricorrer mai alla penna, avremmo tutti nella memoria molte centinaia di vocaboli di più di quelli che possediamo.
Poi: ogni volta che discorrendo ci manca una parola per designare una data cosa, prender nota nella nostra memoria di quella mancanza, e ripararvi quanto prima ci è possibile, cercando quella parola.
Ogni volta che ci càpita alle mani o ci si presenta in qualunque modo un oggetto usuale od insolito, domandare a noi stessi, non solo se lo sapremmo nominare a chi non lo conoscesse, ma se glielo sapremmo descrivere nominando le sue varie parti, e, non sapendo, cercare il nome delle sue varie parti, per metterci in grado di descriverlo.
Ogni volta che troviamo in un libro una parola nuova, della quale non comprendiamo il significato, non cercarla immediatamente nel vocabolario, chè, trovata così subito senza fatica, non ci rimane impressa; ma pensarci un po', cercare d'intenderla da noi stessi, segnarla nella nostra mente con un punto interrogativo; al quale essa rimarrà poi attaccata come a un gancio quando sapremo che cosa significa, perchè non si dimenticano mai le parole nuove sulle quali s'è esercitata la curiosità, e di cui c'è costato qualche sforzo l'apprendere il senso.
Ma questo non basta.
Tu, che sei sulla via degli studi, devi fare questo studio in forma ordinata e metodica.
Proponiti, da principio, d'imparare i nomi di tutte le cose che t'occorre ogni giorno di vedere, [93] toccare, adoperare.
Prendi uno di quei Prontuari dove son registrati tutti i nomi degli oggetti d'uso domestico, con la descrizione di ciascun oggetto, la quale comprende i nomi d'ogni sua parte.
Comincia dalla roba che porti addosso, per poi passare alle cose che hai sempre tra mano, ai mobili della tua camera, alla mensa, allo scrittoio, agli arredi e utensili di tutta la casa, alle varie parti della casa stessa.
Va' innanzi con ordine, a poco a poco, fissandoti d'imparare ogni giorno un certo numero di nomi.
Non ti costerà alcuno sforzo il ritenerli, avendo sempre sott'occhio le cose a cui si riferiscono, e a ritenerli t'aiuterà il dirli spesso a voce alta, con pronunzia netta.
Passerai poi dalla casa al cortile, al giardino, a tutti gli annessi e connessi della casa, e poi alle varie parti della città e ai luoghi e ai servizi pubblici, e alle arti e ai mestieri più comuni.
E non considerar neppure come uno studio quest'occupazione; fattene uno svago dello spirito.
E ogni volta che te ne sentirai un po' svogliato, pensa che ciascuna delle parole che ti si stamperà stabilmente nella memoria ti risparmierà mille volte, nel corso della vita, un'incertezza, un impaccio, una piccola vergogna; che mille volte la cognizione di una data parola ti toglierà, nel parlare e nello scrivere, un intoppo, il quale romperebbe il corso del tuo pensiero e la foga del tuo discorso; che ogni vocabolo che s'impara, anche se paia superfluo, è come uno di quegli utensili da nulla, dei quali non s'ha bisogno quasi mai, ma che una o due volte in molt'anni son necessari, e se non si ritrovano, non si sa che pesci pigliare.
E poi vedrai che anche questo studio, che ora [94] ti par materiale, ti darà sodisfazioni che non t'aspetti.
Quando il tuo corredo di vocaboli sarà già considerevole, t'accorgerai che ogni nuova parola ti rimarrà impressa assai più facilmente che per il passato, perchè in quel particolare esercizio ti si sarà fortificata e fatta tenace la memoria mirabilmente.
Riconoscerai, quando potrai nominare molte cose e particolari di cose di cui prima non sapevi il nome, di quanti giri di parole, di quante definizioni e descrizioni e lungaggini, che prima non potevi scansare, potrai far di meno parlando, e che nuovo sentimento di libertà e di sicurezza avrai nel parlare, non essendo più impensierito di continuo dal timore d'inciampare nell'impedimento d'una cosa comunissima, che tu debba nominare e non sappia, o nella necessità di fare una svoltata col discorso per non averla da nominare.
E vedrai quante volte, dopo che ti ci sarai avvezzato per proposito, ti sarà un passatempo piacevole, trovandoti ad aspettare in qualche luogo, come un'officina o una bottega o una sala, rifar nella tua mente la nomenclatura di tutte le cose che avrai dintorno; e come ti divertirai a osservare gli artifizi curiosi coi quali la gente s'ingegna, nella conversazione italiana, di nascondere la propria ignoranza dei vocaboli più necessari, e di farsi in qualche modo capire; e che piacere sarà per te in molti casi il levar d'impaccio chi parla, anche persone d'età maggiore e di cultura superiore alla tua, porgendo loro gli spiccioli per le minute spese del discorso.
Mettiti dunque a questo studio, non con l'impazienza di chi ha uno scopo immediato; ma [95] tranquillamente, adagio adagio, nei tuoi ritagli di tempo, contentandoti di poco ogni giorno, e rimarrai maravigliato ben presto della quantità di materiale linguistico, che senza fatica, quasi senz'avvedertene, ti troverai accumulato nella memoria.
[96]
DIVERSI MODI DI STUDIAR LA LINGUA.
Suppongo ora che tu mi domandi in qual modo dovrai proseguire, allargando il campo dello studio, dopo aver fatto la preparazione che accennai riguardo ai vocaboli.
Darò alla tua domanda cinque risposte, le quali mi furon date (quattro per iscritto e una a voce) da cinque studiosi, che interrogai per conto tuo.
L'aristocratico.
Io non sono un registratore nè un magazziniere della lingua.
Non mi servii mai della penna per questo studio.
Lessi e leggo gli scrittori migliori di tutti i secoli con la matita alla mano, sottolineo ogni parola e ogni locuzione che mi riesca nuova, e mi paia efficace, e usabile anche da uno scrittore del tempo presente, e cerco d'imprimerla nella memoria insieme con la frase o col periodo a cui appartiene, e, più che altro, con l'idea ch'essa esprime o concorre ad esprimere.
Non volli mai trascrivere a parte frasi, locuzioni o parole perchè, se si metton sulla [97] carta, non si fa più sforzo della memoria per ritenerle, sapendo che si rileggeranno poi; e anche perchè, quando si hanno di queste raccolte, facilmente si cede alla tentazione d'andarvi a far provvista prima di mettersi a scrivere, onde avviene che nello scritto si scopra la mano del raccoglitore; e per quest'altra ragione, finalmente, che i modi registrati così solitari, quando poi s'è dimenticato il posto che occupavano, la serie d'idee a cui eran legati, il significato e il valore che ricavavano dal contesto, s'adoperano spesso in un senso che non è quello per l'appunto che avevano dove li abbiamo trovati.
Dunque, sottolineo soltanto, e questo mi basta a riparare poi alle dimenticanze.
Tutti i miei libri son pieni di sottolineature.
Quando, dopo un pezzo, ne riapro uno, scorrendolo con l'occhio solamente, vi ritrovo in pochissimo tempo tutto quanto v'è di meglio in materia di lingua, e con la memoria delle voci e delle frasi mi ravvivo quella dei pensieri, la quale corregge alla sua volta, se mi s'è alterato nella mente, il concetto del significato e del valore d'ogni frase e d'ogni voce.
Così le mie note linguistiche sono sparse in centinaia di volumi, e questa, a mio giudizio, è la maniera più intellettuale di studiar la lingua.
Per me un periodo è come un viso umano: certi studiosi della lingua ne staccano un occhio, un orecchio, il naso, il mento, e li conservano a parte: io mi stampo nella mente tutto il viso; voglio dire che affido la memoria della parola a quella dell'idea.
Aggiungo che quest'uso di sottolineare i libri me ne rende particolarmente piacevole e utile la seconda lettura, perchè, ritrovandovi segnate tutte le mie prime [98] impressioni, dalle quali spesso riescon diverse le seconde, mi vien fatto di cercare le ragioni delle diversità, che derivano o da un diverso stato dell'animo, o da nuove cognizioni acquisite, o da gusti mutati, e quest'operazione mentale ha per effetto d'imprimermi più profondamente nella memoria le parole e le frasi.
E non è da credere che riesca poi troppo difficile il ritrovare, per chiarirsi d'un dubbio, una data parola o locuzione in quel mare di segni, perchè quest'uso di sottolineare fortifica ed estende straordinariamente la facoltà della memoria locale; tanto che di moltissime di quelle si ricorda fino il punto della pagina dove restano e il tratto particolare della matita con cui si sono segnate.
Io ho dinanzi agli occhi della mente centinaia di frasi e di vocaboli sottolineati in centinaia di pagine, in cima, in fondo, nel mezzo, da un lato e dall'altro, chiari e netti per effetto della sottolineatura come se fossero in caratteri rilevati.
Il mio dizionario, il mio frasario è la mia biblioteca.
I miei fiori di lingua non sono stretti in mazzi, ordinati in tepidari, affollati in aiuole; ma sparsi sur un vastissimo spazio, piantati nella terra dove nacquero, olezzanti all'aria aperta e viva; e le corse che ho da fare col pensiero per rivederli mi fanno bene alla salute dello spirito, mi accrescono le forze e l'agilità della mente.
Per mantenermi nel possesso del mio materiale linguistico mi debbo rimettere ogni tanto in conversazione diretta coi grandi maestri da cui lo presi, e questo mi dà occasione e modo di raccogliere dalla loro bocca nuovi tesori.
Ecco il modo di studiar la lingua, ch'io consiglierei ai giovani.
Non empite dei quaderni di note, chè [99] v'avvezzate a pescar la parola per la parola, la frase per la frase.
Non serve avere in mente una locuzione se non è legata a un pensiero, e se il pensiero vi resta, vi resterà quella con esso, senza bisogno di metterla a sedere sulla carta, di dove non accorrerà più pronta al vostro bisogno, e dovrete andarla a prendere e tirar fuori a forza.
Trattate la lingua da gran signori, non da pitocchi.
Ospitatela nel grande palazzo della vostra memoria; non la soffocate nei ripostigli oscuri degli scartabelli.
La lingua è pensiero, è sentimento, è bellezza; cercate nei grandi scrittori queste tre cose; pensate, commovetevi, dilettatevi, e imparerete la lingua; essa vi deve entrare nella mente e nell'animo a raggi d'idee, a ondate d'affetto, a scosse d'ammirazione.
E il modo ch'io consiglio è anche il solo che non stanchi mai; chè, anzi, tanto più riesce gradevole e profittevole quanto più, andando innanzi con gli anni, s'impara a pensare, e il leggere con la matita alla mano diventa un abito che non si può più smettere; dovechè la pazienza di raccogliere, trascrivere e rileggere delle note morte, facilmente si perde, tanto più quanto si fa più vivo e acuto il pensiero.
Il mio è uno studio, un modo da pensatore e da artista; l'altro è una fatica, come direbbe il Carducci, da spazzaturai di parole.
Nello studio della lingua sono aristocratico.
Il classificatore.
Io sono nello studio della lingua, come in ogni altra cosa, un uomo d'ordine, e in questo vo fino alla pedanteria.
Fin da quando principiai, mi persuasi che il metodo migliore di studiare [100] era quello di raccogliere con la penna e di disporre nella mia raccolta il materiale della lingua come si dispongono i libri nelle biblioteche, per ordine di materie.
Mi fissai prima una serie di titoli, sotto i quali potessi raggruppare tutte le voci e locuzioni che venivo notando negli scrittori man mano che procedevo nelle mie letture.
Presi tanti quaderni, scrissi sopra ciascuno uno dei titoli, e sotto ciascun titolo feci una seconda serie di divisioni.
Per esempio, nel quaderno Natura: - Cielo, mare, fenomeni meteorologici, vegetazione, ecc.
-; nel quaderno Passioni: - amore, gioia, ira, odio, e via discorrendo.
Un quaderno per i ritratti fisici, uno per i ritratti morali, uno per il movimento (sia d'esseri viventi, sia di cose inanimate), uno per il vestire, per il mangiare, per il parlare, per le arti belle, per la critica letteraria, per il linguaggio faceto, per i suoni e rumori; e potrei proseguire.
Ogni parola o locuzione ch'io legga negli scrittori, o senta dire, o trovi nel vocabolario, la quale io mi voglia appropriare, la scrivo nel quaderno, e sotto il titolo, a cui si riferisce.
Dopo che cominciai questo lavoro, furon fatte varie pubblicazioni informate allo stesso concetto, ad uso degli studiosi; ma io tirai innanzi egualmente, con la persuasione che nessuna di quelle opere, anche se più ampia e meglio ordinata, m'avrebbe giovato quanto quella che andavo facendo io medesimo; perchè fra il materiale di lingua scelto e raccolto da altri e quello scelto e raccolto da noi, per ciò che riguarda la memoria, corre presso a poco la stessa differenza che tra il ricordare dei versi propri e il ricordare dei versi altrui.
In pochi anni, facendo [101] poco ogni giorno, ho raccolto un materiale ricchissimo.
Questo metodo presenta due grandi vantaggi.
Il primo è che, ricorrendo ogni tanto ciascuna serie di note, per l'affinità che è fra di esse, che l'una tira l'altra come le ciliege, molto facilmente si richiamano alla memoria tutte o in gran parte.
Il secondo è che, per la stessa ragione dell'affinità, riesce singolarmente piacevole il rileggerle.
Ogni volta ch'io ripasso ciascuna di quelle filze di parole e di modi di dire, che si riferiscono tutti a un soggetto unico, mi si ravviva, con l'ammirazione della ricchezza e della varietà della nostra lingua, la volontà e il piacere di studiarla.
Mi par di sentire un linguista maraviglioso che sfoggi tutta la sua dottrina mettendo fuori rapidamente tutto il vocabolario e tutto il frasario che si possono usare a quel dato proposito, o che si diverta a dire in cento modi diversi, con cento gradazioni di significato, con cento sfumature di colore quella data cosa; o una folla di persone che della stessa cosa discorrano tutte insieme, rivoltando l'idea per tutti i versi, accennandone tutti i particolari, studiandosi ciascuna di non servirsi della espressione altrui.
È anche un altro diletto dell'immaginazione vivissimo.
Quando leggo le pagine del movimento, per esempio, io vedo passare con tutte le andature, scarrierare, arrancare, ballettare, sbalzellare, saltabeccare, giravoltolare, capitombolare, volicchiare, sguizzare, frullare, sfarfallare, ecc., ecc., movere in tutti i modi possibili mille forme animate e inanimate, una danza universale, un caos agitato d'immagini, che m'eccita il pensiero come lo spettacolo reale d'un vasto movimento [102] svariatissimo d'esseri viventi e di cose.
Quando entro nella partizione dell'Ira, mi par d'entrare in una bolgia dell'inferno, in mezzo a una moltitudine d'energumeni, dove ciascuno grida una delle parole o delle frasi notate, e in queste vedo le immagini delle facce accese e gli atti violenti che accompagnano le voci, di cui l'una risponde all'altra, come in un'assemblea politica fuor della grazia di Dio.
E le pagine dell'Amore! Non avete idea della dolcezza che mettono nell'animo tutte quelle parole e frasi d'amore ardente, tenero, voluttuoso, disperato, beato, che paiono di tante coppie d'innamorati invisibili, le quali spandano nell'aria, passando di volo, il grido del loro cuore.
E così nel vocabolario dei Suoni, voci, rumori, mi par di passare da una sala di concerti in un'officina, dall'officina sur un campo di battaglia, dal campo di battaglia nell'arca di Noè; e scorrendo le pagine del mangiare e bere ho l'illusione di sedere a una mensa di gastronomi eccitati, che non parlino d'altro che di pappatoria, sfoggiando tutta la loro dottrina terminologica intorno all'oggetto della loro passione; e ripassando la raccolta relativa alla Natura, vedo aurore e tramonti, rapide variazioni di tempo, aspetti diversi della campagna, e passo fiumi, corro mari, salgo montagne, scendo nelle viscere della terra, percorro in poche pagine tutte le latitudini e assisto a cento diversi fenomeni del cielo e della terra.
V'ho data un'idea del mio metodo? Il quale offre ancora altri vantaggi.
Ogni volta che ho da scrivere, rileggo prima le pagine dov'è raccolto un materiale di lingua relativo al mio soggetto, e non solo mi ravvivo nella memoria, in quel modo, in pochi [103] minuti, una quantità di voci e di locuzioni che mi possono giovare; ma quella rapida lettura mi dà una scossa alla fantasia, mi desta nella mente una folla d'immagini, che formano come un preludio sinfonico, che sono per me come una prima ispirazione efficacissima al lavoro che sto per imprendere.
Aggiungete che, raccogliendo e ordinando il materiale della lingua in questa forma, l'atto di riflessione che s'ha da fare sopra una quantità di parole e di frasi dubbie per determinare la divisione in cui si debbono inscrivere, vi fa penetrar più addentro con la mente nel significato di ciascuna; e che la lettura ripetuta di tante serie di modi di senso affine vi assuefà a meditare sulle sfumature dei significati, vi chiarisce il criterio della scelta, vi raffina il senso della lingua.
In fine, quello che io feci e continuo a fare è un dizionario mio, del quale ho una grande padronanza, nel quale ritrovo con grande facilità ogni parola o frase di cui non abbia o tema di non avere esatta memoria; un dizionario in cui godo a tuffar le mani come in un mucchio di monete o di gemme che io mi sia guadagnate o che abbia trovate io stesso a una a una; un tesoro di lingua accumulato con gran cura, che io amo, che mi compiaccio d'arricchire e d'abbellire, come una casa piena di cose belle e utili, perfezionandone a mano a mano l'ordine e l'assetto, con sentimento di proprietario e d'artista.
Ecco come studiai e studio la lingua.
Mi ci volle molta pazienza in principio; poi feci il lavoro con piacere; ora lo continuo con amore.
E non credo che ci sia metodo migliore: per le teste costrutte come la mia, ben inteso.
[104]
Lo mnemonico.
In che modo studiai la lingua? In un modo semplicissimo, per il quale non occorre il calamaio.
È la buon'anima di mio padre, dantista appassionato, che me ne diede l'idea.
Un giorno, dopo avermi letto e commentato il canto dei Serpenti, ch'egli considerava come un miracolo di potenza descrittiva: - Vedi - mi disse - in queste cinquanta terzine, oltre le stupende bellezze d'invenzione e d'armonia, in quanti diversi modi son dette mirabilmente cose difficilissime a dirsi, quale maravigliosa proprietà di vocaboli, e quanta ricchezza di lingua! Chi impara questo canto a memoria si mette in capo più materiale di lingua che non ne potrebbe raccogliere da qualche volume di bella prosa.
- Io imparai quel canto a memoria.
Fu questo il mio primo passo sulla via che tenni poi.
Avendo esperimentato che con quel canto m'ero appropriato una quantità di modi, i quali mi venivano facilmente alle labbra o alla penna anche nel discorrere o nello scrivere di cose che non avevano alcuna relazione con la materia del canto medesimo, pensai: - Non sarebbe un buon modo d'imparar la lingua quello di mandar a mente della poesia, che è facile a imparare e a ritenere? - E d'allora in poi andai cercando e studiando poesie e frammenti di poesie, particolarmente ricche di buona lingua; ma, si noti, di lingua più conforme a quella della prosa che non sia il così detto linguaggio poetico; la quale si trova in special modo nella poesia faceta o satirica, famigliare o popolare che si voglia dire.
Ricordo che la seconda cosa che [105] imparai fu un capitolo del Berni, e la terza i duecento versi sciolti della Gita a Montecatini del Giusti: uno dei componimenti poetici, ch'io mi conosca nella letteratura italiana, più fitti di modi e di costrutti del linguaggio parlato, e più facili a ritenersi, benchè non rimato, per la fluidità insuperabile dello stile.
Con questo criterio scelsi poi tutte le altre poesie.
Esperimentai un particolare vantaggio nell'imparar sonetti; le cui locuzioni, entrando nella mente strette e chiuse in una breve forma compiuta, vi rimangono impresse più distintamente, quasi in disparte, e pronte tutte insieme a ogni richiamo del pensiero; e però imparai centinaia di sonetti di tutti i secoli.
La facilità, che acquistai con quest'esercizio, di mandar versi a mente, non è credibile da chi non n'abbia fatto la prova; nè sarei creduto se dicessi quanti me ne insaccai nella testa.
E non ne perdetti, in molti anni, che un'assai piccola parte, perchè ebbi ed ho ancora la consuetudine di riandare di quando in quando, un poco per volta, e con cert'ordine, la materia acquistata.
Spesso, nei ritagli di tempo, nelle passeggiate solitarie, e di notte, quando non viene il sonno, e dovunque aspetti qualcuno, mi ridico mentalmente dei versi.
Ma quello che me li stampò nella memoria in forma incancellabile è l'uso, a cui sempre m'attenni e m'attengo, quando m'occorrono lacune e incertezze, di non ripararvi mai ricercando il testo; ma di cercare tranquillamente e pazientemente nel mio capo le parole e le frasi che mancano, o che si sono alterate; nel qual lavoro mi move una curiosità d'indovinatore d'enigmi, che me lo rende oltremodo piacevole.
Dopo aver studiato per [106] lungo tempo nient'altro che versi, mi diedi alla prosa, scegliendo nei migliori scrittori quelle pagine diventate celebri per forza d'eloquenza, nelle quali è un ritmo oratorio che rende più facile l'impararle a mente.
E studiai e so a menadito parecchie delle più belle parlate dei personaggi del Decamerone, decine di pagine del Machiavelli, quasi intera l'apologia di Lorenzino dei Medici, lettere del Caro, frammenti di dialoghi di Galileo, discorsi del Carducci, molti dei passi migliori dei Promessi sposi.
Il maggior vantaggio di questo studio è che con le parole e le frasi mi restano nella mente la struttura dei periodi, la musica dello stile, l'andamento del pensiero, proprio di ciascuno scrittore.
E in che modo vi restano! Non lo può immaginare chi non ha fatto un'egual prova.
A rischio di farla ridere alle mie spalle, le dico che tutta quella prosa, quando la ridico a me stesso, o alla muta o di viva voce, non mi par più roba d'altri, ma mia; che mi par veramente che tutti quei pensieri siano usciti in quella data forma dal fondo del mio cervello; ed è così fatta l'illusione, che quando in luogo d'una parola o d'una frase del testo me ne scappa un'altra, sento l'errore subito e scatto, quasi offeso, come un musicista che senta una stonatura in una melodia propria sonata da un altro.
Da questo segue che nel parlare e nello scrivere non m'accorgo punto delle locuzioni che adopero, prese dalle pagine che so a memoria; poichè mi son tutte così profondamente fitte nel capo, così intimamente compenetrate coi pensieri abituali, che non le posso più discernere da quell'altro materiale linguistico che abbiamo tutti nella mente fin dall'infanzia, senza [107] saper nè quando nè come vi sia penetrato.
La ho persuasa della bontà del mio metodo? Io ne son persuaso per modo dall'esperienza, che a quanti giovani mi chiedon consiglio, do questo consiglio: - Studiate a mente.
Una pagina di prosa o di poesia, bella e ricca di lingua, che vi stampiate nella memoria, che vi appropriate, che vi assimiliate in maniera da parervi che sia pensiero, arte, musica vostra, vi gioverà più di cento letture, più d'un monte di note, più d'un mese impiegato a scartabellar dizionarî.
Studiate anche una cosa sola ogni mese e vedrete qual vantaggio ne avrete dopo un anno.
Cominciate con la poesia, passate poi alla prosa.
Oltre all'imparare il materiale della lingua, scoprirete a poco a poco le più segrete virtù musicali degli stili, le finezze più squisite dell'arte dello scrivere, senza sforzo, per il solo effetto della ripetizione.
Vi formerete una biblioteca mentale in cui troverete un piacere e un conforto grandissimo in mille congiunture della vita, ogni giorno, ogni momento; un'Antologia che avrete sempre aperta dinanzi agli occhi, dovunque siate, come una visione permanente dello spirito; una raccolta inestimabile di bellezze di lingua, non solitarie e fredde, ma contessute e armonizzate dall'arte dei grandi maestri, animate dal pensiero, scaldate dall'ispirazione: forma e sostanza, splendore e sapienza ad un tempo.
Io pensavo da principio che l'amore di questa maniera di studio mi sarebbe scemato con gli anni; ma non scemò: si fece più vivo.
Ogni passo di scrittore ch'io so a memoria è per me come un amico e un maestro di lingua che m'accompagna da per tutto, sempre pronto a rallegrarmi e a insegnarmi qualche cosa.
Oggi ancora, quando leggo una poesia [108] o uno squarcio di prosa magistrale, dico a me stesso: - Facciamoci un nuovo amico, - e me lo faccio, con una facilità maravigliosa oramai.
Ella, per bontà sua, dice che sono uno scrittore.
Ebbene, sono diventato uno scrittore in questo modo.
E può scrollar le spalle chi vuole: io continuo.
Il miscellaneo.
Un metodo, io? Ma le pare che un arruffone par mio possa avere un metodo? Io non sono che un dilettante, che studia la lingua per ispasso, in una maniera affatto irragionevole.
Ho un così detto Gran libro della lingua, nel quale esperimento tutti i metodi; ma seguo di preferenza quello che tengono inconsciamente i bambini nell'imparare a parlare: un curiosissimo libro, in cui si rispecchia il disordine matto della mia mente, il perpetuo trescone che ballano le idee nel mio capo.
Lo vuol vedere? È una maraviglia di scapigliatura intellettuale.
Mentre lei lo sfoglierà, io le darò le spiegazioni occorrenti, e può darsi che si diverta.
Dicendo questo, tirò giù da uno scaffale un grosso registro, che pareva il Libro maestro di una Casa di commercio, e me lo mise aperto sul tavolo.
- Veda - mi disse - le prime pagine.
Io vi cominciai a notare parole e frasi prese dagli scrittori, man mano che li andavo leggendo, senz'ordine di tempo nè di materie.
Vede che si salta dal Boccaccio al Giusti, da Gino Capponi al Guicciardini, dal Cellini al Leopardi.
Noti qui, fra gli estratti di due trecentisti, uno studio sulla [109] terminologia del vestiario femminile, che feci sulla traduzione d'un romanzo francese, fatta da Ferdinando Martini; e più oltre, accanto a una pagina d'aggettivi prediletti da Dante, una serie di locuzioni relative al vino, pescate nel ditirambo del Redi.
Questo le può dare un'idea del metodo.
E ora veda lei, più innanzi, se ci si raccapezza.
Nelle pagine seguenti, in fatti, trovai il più strano disordine che si possa immaginare.
Elenchi di proverbi toscani; infilzate di vocaboli e di frasi ingiuriose; una pagina intitolata: - Vari modi di dar dell'asino al prossimo; in un'altra pagina, sotto un grosso titolo: - Alla gogna - registrati tutti i più marchiani francesismi e idiotismi d'uso corrente nei giornali e nella conversazione, e ad alcuni di quelli scritto accanto: - Guardati! -; quelli appunto, mi spiegò l'amico, che solevano più spesso scappare anche a lui nello scrivere e nel parlare.
Alternati con questi, altri elenchi di frasi e di parole, abbracciati da grandi graffe, lungo le quali era scritto: - Ti fanno paura? - e disse ch'erano modi efficaci ch'egli non usava mai, e che aveva messi in mostra in quella forma per rammentare a sè stesso d'usarli.
Poi una serie di dizionarietti speciali: di giochi fanciulleschi, di difetti fisici, di motti scherzosi, di colori, di piante, di strumenti di lavoro, illustrati di figurine schizzate con la penna, per chiarire il significato e facilitare la memoria delle parole.
C'eran disegnati un violino e una finestra, con su scritti i nomi di tutte le loro parti, e una figura umana in caricatura, che aveva scritto sopra il capo: pera, sul naso: nappa, sul mento: bietta, su ventre: buzzo, sulle mani: mestole, sulle gambe: seste, [110] sulle scarpe: - ciotole.
Lessi una Pagina delle busse, nella quale erano notate tutte le forme di percossa possibili, dal rovescione al biscottino, con tutti i verbi con cui si può designare l'azione: accoccare, appiccicare, appioppare, allungare, ammenare, appoggiare, assestare, azzeccare, ammollare, affibbiare, barbare, distendere, consegnare, fiancare, misurare, piantare, rifilare, rivogare, somministrare, tirare: un tesoro di gentilezze.
Di tanto in tanto, in grandi caratteri: - Esercizi ginnastici - e sotto, un dialogo strambo, nel quale due persone, collegando a dispetto dei santi le idee più disparate, si palleggiano tutte le locuzioni registrate nelle dieci o venti pagine precedenti; o aneddoti o descrizioni bizzarre, in cui tutte quelle locuzioni sono pigiate a forza, o periodi a chiocciola, dove una stessa idea è espressa parecchie volte di seguito in forma diversa.
Alcuni di questi esercizi, intitolati Scrigni poetici, erano sonetti e versi sciolti, nei quali l'amico aveva incastrato una quantità di modi, per ricordarli meglio, in grazia del ritmo.
Fra due di queste poesiole c'era un discorso d'un pedante marcio, tutto tessuto di quei vocaboli e di quelle frasi antiquate, che nessuno usa più parlando, ma che qualcuno s'ostina ancora a scrivere, sfidando eroicamente il ridicolo; altrove il discorso d'un lezioso; più là il soliloquio d'uno sgrammaticante, con le sgrammaticature più frequenti nella conversazione della gente per bene.
Mi cadde sottocchio, fra l'altro, una pagina di Spazzature, dov'era raccolto un buon numero di quelle frasi fatte, calìe letterarie, o fiori secchi di rettorica, che ricorrono di continuo nei discorsi e nei brindisi, e che son diventati odiosi [111] a tutti oramai, anche a quelli che li usano, quando li sentono usare dagli altri.
Ma sopra ogni cosa attirò la mia attenzione e mi parve strana una grande quantità di parole e di frasi segnate a capo e a piè di pagina, sui margini, tra riga e riga, a traverso lo scritto, un po' da per tutto, alcune in istampatello, altre inquadrate in quattro tratti di penna, o scritte con matita rossa, verde o turchina, o sormontate da un Nota bene, o fiancheggiate da un punto esclamativo, o da un crocione, o da una bandierina disegnata: parole e frasi, che l'amico mi disse d'aver appuntate così a caso, dove prima gli veniva, man mano che le intoppava nei libri, e contrassegnate in quella maniera, perchè attirassero il suo sguardo e gli si rinfrescassero nella memoria quando egli sfogliava il librone per cercarvi o per notarvi altre cose.
Tutto il librone n'era tempestato, e anche molte di queste note illustrate da piccoli schizzi di figure umane, di mobili, d'utensili, d'oggetti d'ogni genere; e v'eran qua e là delle pagine bianche, preparate per altre note, coi titoli già scritti.
Trovai in ultimo un elenco di quei modi dialettali, che si sogliono scansare con gran cura, benchè appartengano pure alla lingua, e siano correttissimi, e nella pagina accanto una raccolta di frasi di complimento antiche e moderne, alla quale faceva riscontro un piccolo dizionario di moccoli smorzati, di quelle esclamazioni vigorose di maraviglia o di dispetto, che la gente ben educata sostituisce ai sacrati autentici, quando è in una compagnia a cui si devono dei riguardi.
Arrivato a questo punto, benchè mi destasse un senso d'ammirazione l'amor della lingua vivissimo che si [112] manifestava in quella strana rigatteria filologica, non potei trattenere una risata.
Ma il bottegaio non se n'ebbe per male; tutt'altro.
- Bene! - mi disse.
- Mi fa piacere di vederla ridere.
È il commento che desideravo e aspettavo, perchè giustifica la mia mancanza di metodo, ed è un modo di riconoscere che si può far dello studio della lingua uno spasso amenissimo, come io faccio appunto.
Studiando la lingua io scrivo versi, recito la commedia, lavoro di mosaico, faccio ginnastica con la penna, rivedo le bucce agli altri e a me stesso, rido, tesoreggio, disegno, fantastico, e serbo una libertà di spirito che esclude ogni fatica e ogni noia.
Non è un metodo; ma un modo che credo convenientissimo a tutte le teste disordinate e svolazzatoie com'è quella che porto sulle spalle.
Veda, io non darei questo libraccio per un peso eguale di biglietti da cento.
E se lo stampassi, credo che farebbe furore.
Certo sarebbe il trattato linguistico più originale che si sia pubblicato mai, e forse non il più inutile.
Dopo la mia morte, chi sa! O lo lascerò alla Biblioteca Vittorio Emanuele, di Roma.
Il vocabolarista.
Per imparar la lingua io leggo assiduamente, oltre gli scrittori, il Vocabolario.
Non lo leggo soltanto perchè è il solo libro che, se non tutta, contiene quasi tutta la lingua; ma anche perchè mi diletta l'immaginazione, senza turbarmi l'animo, non movendo in alcun modo le passioni; dalle quali rifugge la mia indole tranquilla.
Dico di più: che per me non c'è altro libro che diletti altrettanto, per poco che l'immaginazione [113] del lettore si presti a vivificar la lettura.
Per me le parole sono creature umane, e le colonne, strade, dove passa una folla maravigliosa.
In questa folla incontro conoscenti e sconosciuti; indifferenti che lascio passare, figure curiose con cui mi soffermo, vecchi amici che mi son famigliari fin dai primi anni, persone con le quali ebbi relazione un tempo, e che dimenticai in seguito, e che riconosco con piacere, e altre che cercai un pezzo nel regno dei libri, senza trovarle, e a cui faccio festa, come si fa a un amico inaspettato, che ci venga a cavar da un impiccio.
Vedo nelle parole immagini di scienziati, di poeti, di pedanti, di villani, di beceri, di patrizi, d'operai, facce benigne e sinistre, e buffe, e tragiche, e figure di ragazze snelle e gentili, di donnine semplici o affettate, e di vecchie venerabili, sei volte secolari, che parlarono col Boccaccio e con Dante, e serbano la fresca vivacità della giovinezza.
E ciascuna mi desta un pensiero, e alla più parte mi scappa detto qualche cosa, passando.
- Ti saluto, simpatia! - Mi rallegro con lei, finalmente assunta all'onore del Vocabolario.
- Passa via, svergognata.
- O lei, che mille volte m'è entrata e mille volte sfuggita dalla mente, quando si risolverà a rimanervi? - Te non ti ci voglio, chè non t'ho mai potuta patire.
- Si fermi lei, e mi dica bene una volta quello che vuol dire, chè non l'ho mai saputo per l'appunto.
- Le parole seguite da derivati e diminutivi mi danno l'immagine di padri o di madri con un codazzo di figliuoli e di nipoti grandi e piccoli; quelle cadute fuor d'uso, di superstiti d'altre età, che si trascinino, e non si ritrovino in mezzo alla folla giovanile [114] che passa, o d'ombre di trapassati, ricordate nel dizionario da una lapide; quelle di significati diversi, di faccendieri che facciano ogni arte; le nuove, d'origine straniera, di viaggiatori arrivati di fresco, con la valigia alla mano.
E incontro greci e romani antichi, e italiani d'ogni secolo, e visi e vestiari di tutte le regioni d'Italia.
Tutti i mestieri, tutte le scienze, usi e costumi di ogni classe sociale e d'ogni popolo, tutti gli stati dell'animo, tutte le forme e tutti gli strumenti dell'operosità umana, tutti gli aspetti della natura e tutte le epoche della storia mi passano dinnanzi nel Vocabolario.
Ed è il mio maggior diletto appunto questo passaggio continuo dall'una all'altra idea disparatissima, questo procedere a salti, a volate subitanee da cose materiali a cose ideali, da un polo all'altro del mondo intellettuale, questa fuga vertiginosa di luoghi, d'oggetti, di genti, d'orizzonti, di secoli, nella quale il mio pensiero balena più fitto, la mia fantasia batte più rapidamente l'ali che nell'impeto d'un'inspirazione creatrice.
E quanti ricordi mi destano le parole! Moltissime, sonandomi nella mente, risvegliano e fanno uscire dai recessi della memoria volti, nomi, casi, momenti della vita, che da più o meno tempo vi stavano rimpiattati e ignorati.
Una parola antiquata o poetica mi rammenta una persona che spesso la diceva, facendone pompa fra gli amici, i quali ne sorridevano, toccandosi a vicenda col gomito; un'altra mi fa riudir l'accento d'un lontano o d'un morto, che la pronunziava in certo modo suo proprio; questa mi richiama alla mente un linguista che le mosse guerra e uno che la difese, e le dispute che vi fecero intorno, e le impertinenze che si [115] scambiarono pel fatto suo; quella mi ricorda un verso celebre o un motto storico o una scena di commedia o un angolo di salotto dove la intesi dire storpiata o a sproposito.
E a certi nomi di malattie mi si levan davanti le immagini di amici perduti; rivedo certe tavole di banchettanti a leggere certi vocaboli gastronomici; in certe parole onomatopeiche infantili risento la voce dei miei figliuoli bambini; e molte mi fanno balenare alla mente le sembianze degli scrittori che le predilessero: la fronte grave del Machiavelli, gli occhi ardenti del Foscolo, il viso pallido del Leopardi.
Ho detto in che modo mi diverto: mi domanderete in che modo imparo.
Vi dico come.
M'arresto ogni momento a pensare.
Ecco, per esempio, un vocabolo, che soglio usare in un significato che non è propriamente il suo: bisogna che me ne fissi nella mente, una volta per sempre, il significato vero.
Eccone un altro del quale abuso: vi segno accanto: liberarsene, e segnerò poi quelli che troverò, che vi si possano sostituire.
Segno una parola d'uso comune, che non uso mai, benchè sia spesso necessaria: perchè non l'uso? quale altra adopero invece? che differenza passa fra l'una e l'altra? Trovo parole efficacissime e generalmente usate che in nessun modo mi si vogliono appiccicare alla memoria, come se ci fosse nella loro forma e nel loro suono qualche cosa di ripugnante all'occhio della mia mente e al mio senso dell'armonia: e faccio un atto vivo della volontà per istamparmele nel cervello.
Ad ogni vocabolo segnato come fuor di corso, o d'uso non comune, cerco quello che vi si è sostituito o che s'usa più comunemente in sua [116] vece; mi provo a definire il significato di certe parole prima di leggere la definizione stampata, e raffronto con questa la mia; m'esercito a cercare esempi di scrittori o dell'uso parlato corrente da aggiungere a quelli che il Vocabolario registra; e via discorrendo.
Vedete come e quanto si può studiare sul Vocabolario! E non dico delle nuove parole che imparo, che ignoravo affatto; delle nozioni elementari d'ogni scienza, che acquisto o rettifico e chiarisco nella mia mente; dei proverbi, delle sentenze, dei consigli pratici, utili alla vita, delle infinite immagini, sussidio all'arte dello scrivere, che raccolgo passando.
Sin dalla prima lettura segnai con lunghi tratti di penna sui margini tutte le serie di parole che non giova rileggere, e così procedo ora senza perder tempo.
E di questa lettura non mi stanco mai.
Sebbene io abbia letto il Vocabolario tante volte che certe pagine, certe colonne mi son rimaste nella memoria come armadi aperti, in cui vedo ogni parola al suo posto, quasi nell'ordine alfabetico col quale v'è collocata, mi dà sempre un nuovo diletto ogni lettura; qualche cosa da imparare trovo sempre, sempre nuovi passaggi e contrasti inaspettati e strani fra vocaboli che si toccano, nuovi richiami di ricordi, nuove sorgenti di comicità, nuovi segreti e virtù e maraviglie del verbo umano.
E v'entro con un senso sempre più vivo di reverenza pensando di quale enorme lavoro di generazioni è il prodotto quell'enorme materiale di lingua, che lunga e varia e venturosa vita ogni parola ha vissuta, e per che mirabili vicende passeranno ancora la maggior parte nei secoli, e che tesoro immenso di pensiero fu accumulato e si spargerà [117] ancora per il mondo per mezzo di quelle parole.
Il Vocabolario! Ma è il grande Museo, il tempio nazionale, la montagna sacra, sul cui vertice risplende il genio della razza.
E si tratta di freddo e vuoto pedante chi lo studia! Ma io istituirei delle cattedre per leggerlo e per commentarlo; ma....
Suona l'ora.
Faccio punto.
È l'ora della mia lettura quotidiana.
Salute.
[118]
IL MODO MIGLIORE.
Ora, dei cinque modi, che abbiamo visti, di studiare la lingua, tu domanderai quale sia il meglio.
Il meglio, a mio parere, è il sesto.
Voglio dire un metodo, il quale raccolga quanto v'è di buono in quei cinque.
Leggere attentamente i buoni scrittori, segnando sul libro, se si può, per ritrovarle poi facilmente, le voci e le locuzioni che ci riescon nuove e che ci vogliamo appropriare, cercando di fissarcene nella mente, senza l'aiuto della penna, il maggior numero possibile, con quanto occorre del testo a chiarirne bene il significato e a farne sentire tutto il valore; mandar a memoria poesie e squarci di prosa, nei quali al pregio del pensiero o del sentimento e alla bellezza dello stile sia congiunta una particolar ricchezza di lingua; notare il meglio del materiale che si ricava dalle letture, dividendolo e raggruppandolo intorno a certi soggetti, perchè riesca più facile ritenerlo e ritrovarlo; esercitarsi, scrivendo, a maneggiare il materiale [119] raccolto con abbozzi di componimenti, di periodi, anche di semplici frasi, che siano come i bozzetti che buttan giù i pittori per acquistare la padronanza della tavolozza; e leggere ad un tempo, rileggere, studiare il vocabolario.
Quest'ultimo studio ti raccomando in particolar modo, perchè è quello che più difficilmente s'inducono a fare i giovinetti.
Ma occorre intendersi bene.
Una trentina d'anni fa, con uno scritto diretto particolarmente ai giovani, io raccomandai la lettura del vocabolario.
Nel corso di questi trent'anni parecchi mi scrissero, e altri mi dissero presso a poco quello che segue: - Abbiamo seguìto il suo consiglio, o meglio, ci siamo provati a seguirlo; ma non c'è riuscito di tirare innanzi: la lettura del vocabolario ci addormentava; ci vuole una pazienza di Benedettini per reggerci; abbiamo smesso.
Ecco.
Rispondo prima di tutto che senza pazienza non si riesce a imparar la lingua in nessuna maniera, e che la pazienza di studiare il vocabolario l'ebbero scrittori di grande ingegno, come il Manzoni che postillò la Crusca per modo da non lasciarne vedere i margini, Teofilo Gautier, che teneva il vocabolario sul tavolino da notte, Gabriele d'Annunzio, che legge persino dei vocabolari tecnici, dalla prima all'ultima parola.
Rispondo in secondo luogo che quella è una lettura che non va fatta a modo dell'altre.
Se tu ti metti a leggere il vocabolario come un romanzo o una storia, con l'idea di correrlo tutto d'un fiato, per finirlo il più presto possibile, e liberarti dalla fatica, non solo ti farai nella mente una grande confusione, senza [120] cavarne alcun frutto; ma non reggerai a leggerne una decima parte, si capisce, chè t'ammazzerà la noia prima d'arrivarci.
È una lettura che si deve fare a poco per volta, a pezzi e bocconi, con l'animo tranquillo, quando ci si ha disposto lo spirito, e non di corsa, ma a rilento, accompagnandola passo per passo, come ti disse il Vocabolarista, con un lavoro di memoria, di ragionamento e d'immaginazione.
Bisogna, insomma, mettersi alla lettura e procedervi per modo, che quello studio finisca a poco a poco con non più richiedere uno sforzo di volontà, e diventi una consuetudine, cessi d'essere una fatica, e si muti in un piacere.
Dirai: - È presto detto.
Hai ragione: è presto detto.
Ebbene, farò qualche cosa di più.
Ti propongo di fare una prova insieme.
Pigliamo, per esempio, il Novo dizionario italiano del Petrocchi: una lettera qualunque, la lettera P, e leggiamola tutta.
M'ingegnerò di farti vedere come si deve leggere il vocabolario, o, per dir meglio, ti farò vedere come io lo leggo, in che maniera mi ci diverto e c'imparo, che è la maniera in cui mi pare che anche tu ti ci possa divertire, imparando; e nel far questo, userò con te la più grande sincerità, come con un compagno di scuola: ti confesserò le mie ignoranze, i miei stupori e i miei dubbi, che ti gioveranno forse, se te ne ricorderai, nelle tue letture avvenire.
Sarà una prova un po' lunghetta, benchè io proceda alla lesta, omettendo le parole più comuni, e anche molte che non son tali, e un gran numero di vocaboli tecnici e storici; ma ci occorrerà spesso di ricrearci divagando e scherzando.
All'opera, [121] dunque.
Apro il secondo volume, alla lettera P.
Incominciamo.
Ma no.
Tu avrai bisogno di respirare.
Svaghiamoci prima insieme con qualche personaggio ameno: con un nemico del vocabolario, questa volta, per non uscir d'argomento.
[122]
IL FALSO MONETARIO.
Falso monetario della lingua, s'intende.
Era un pittore ligure, digiuno di lettere, ma pieno d'ingegno, che parlava il più bizzarro italiano ch'io abbia mai inteso dagli scali di Levante alle Colonie del rio de La Plata: tutte parole storpiate, mutate di desinenza e di genere, o usate in tutt'altro significato da quello loro proprio.
Il suo magazzino linguistico era come una tesoreria di monete false, adulterate o calanti, ch'egli dava via a casaccio e in tutta buona fede.
Questo derivava principalmente dal fatto strano (ma nella gente incolta non raro), che ogni parola insolita ch'egli leggesse o sentisse si confondeva nella sua mente con un'altra parola usuale di suono affine, o acquistava stabilmente nel suo concetto il primo significato che, per certe analogie misteriose con altri vocaboli, gli pareva dovesse avere.
E siccome, avendo immaginazione viva e spirito arguto, aveva bisogno, per esprimersi, d'un gran numero di parole, e se ne appropriava di continuo, così gli fiorivano sulla bocca gli spropositi con una [123] fecondità maravigliosa.
Per lui, ad esempio, donna in ghingheri e donna in gangheri, inciprignita o incipriata erano la stessa cosa, e faceva tutt'uno d'immerso e sommerso, evento e avvento, immane e immune, stame e strame, eminente e imminente.
Parlava nel modo che può parlare un orecchiante della lingua, che ode a frullo e legge a vànvera, com'egli infatti udiva e leggeva.
Usava sgattaiolare per imitar la voce del gatto, sobbillare per fare il solletico, cincischiato per azzimato.
Diceva a un amico che s'era fatto rader la barba: - Come sei tutto cincischiato questa mattina! - e quello subito si tastava il viso, credendo che il suo Sfregia lo avesse lavorato d'intaglio.
Ricordo sfruconare, che per lui era verbo omnibus.
-.
Questa mattina mi sono sfruconato a colazione mezzo pollo.
- Mi sfruconai l'abito contro il muro.
- Lo colsero sul fatto e lo sfruconarono ben bene.
- Ho pagato dieci lire questo straccio di cappello: m'hanno sfruconato.
- Ad altre parole faceva far cento servizi.
Per esempio ad ambiente.
Quando il cielo era sereno: - Che bell'ambiente questa sera! - Che cos'hai? Oggi non ti trovo nel tuo ambiente.
- Per gli amici era uno spasso.
N'aveva ogni giorno una nuova, o parecchie.
Fra le più belle, che non riuscimmo mai a fargli smettere, c'era voce stentorea per voce stentata e aureola per arietta.
- Tirava un'aureola deliziosa! - Un giorno, ritornando da Cavoretto, ci disse che aveva trovato il paese tutto infestato.
- Da qual malanno? - domandammo.
- Ma che malanno! - Voleva dire: il paese in festa.
Ma il più comico era la sicurezza con cui le diceva, senza un sospetto al mondo dei [124] suoi reati filologici, il colpo ardito con cui piantava lo sproposito, come una bandiera vittoriosa.
Le nostre risate non lo sconcertavano minimamente.
Alle osservazioni critiche scrollava le spalle.
- Oh che pedanti! - diceva.
- Digrignare, digrugnare, ammaccare, ammiccare, ruzzolare e razzolare, su per giù è lo stesso.
So bene che parlo un po' così, all'insaputa.
Ma mi capite sì o no? E tanto basta.
- Di certi suoi qui pro quo si capiva l'origine: era l'analogia fonetica fra due parole: da sfracellare cavava sfracelo; gemicare credeva che volesse dire: gemere sommesso.
Ma come diamine poteva dire "una scaramuccia di bicchieri sopra una tavola" per dire una quantità di bicchieri in disordine, e si attuffarono per vennero alle mani? E anche per quei nomi delle citazioni storiche proverbiali, che si sogliono dir giusti anche da chi non ha cognizione alcuna del fatto, faceva lo stesso lavoro.
- La spada d'Empedocle.
- L'anello di Gigi.
- L'orecchio di Dionisia.
- Una che è una non l'infilava, e aveva una grande smania di citare.
Per gli amici che conoscevano il suo ingegno, il suo modo vivo e colorito di raccontare e di descrivere e la vera eloquenza con cui parlava qualche volta dell'arte sua, quella profluvie di svarioni era una singolarità piacevole, non derivante che da un'imperfezione del suo organo uditorio e della sua facoltà mnemonica; ma chi non lo conosceva, la prima volta che l'udiva parlare a quel modo, sospettava che n'avesse un ramo, e lo guardava con diffidenza.
Fra le molte scene lepide di cui fu causa la sua maniera di parlare, ricordo quella che seguì in casa d'una colta signora, alla quale lo presentammo.
[125] - Signora - le diss'egli, appena presentato -, io son fatto alla buona, non so spiaccicare complimenti; ma so che lei preferisce la sincerità alla raffineria.
La signora lo guardò, stupita; poi rispose: - È vero.
Preferisco mille volte la brusca sincerità alla finzione cortese.
- Quanto a questo - ribattè l'artista - le assicuro che l'infingardaggine non è fra i miei difetti.
Ciò detto, si staccò dal crocchio, per parlar con altri; ma, voltatosi a un tratto e colto a volo un atto che faceva a noi la signora, come per dirci: - Ma quest'artista non ha il cervello a segno - credendo ch'ella accennasse d'aver male al capo, le disse cortesemente: - È effetto del tempo, signora.
Anche a me questo tempo linfatico rende la testa pesante.
Fu quello uno dei suoi più "brillanti successi." E appunto quello strano epiteto affibbiato da lui al tempo, confondendo l'idea della linfa, umore del corpo umano, che somiglia all'acqua, con l'idea dell'acqua piovana, è un esempio che spiega
come si formassero nella sua mente certi strafalcioni.
E son più frequenti che non si creda i parlatori di questo stampo, questi sbadatoni e fracassoni terribili, che nel campo della lingua rovesciano e rompono ogni cosa, come farebbe un toro imbizzarrito in un magazzino di chincaglierie.
Ma di maravigliosi come lui non n'intesi altri.
Quanti ameni ricordi ci lasciò, che sono nella nostra mente sorgenti inesauribili di buon umore! Che impareggiabili trovate! Quel tenore del teatro Balbo che gli stralciava gli orecchi con le sue [126] detonazioni! E quel certo suo amico che gli aveva raccomandato che gli telegrafacesse immediatamente l'esito di non so quale concorso! E quel Crispi, il suo adorato Crispi, che sarebbe diventato il perno motrice della politica europea! E quelle guerre intestinali della Francia!
Tu mi perdonerai, mio buon anarchico della grammatica e del dizionario, d'aver fatto ridere qualcuno alle tue spalle: tu comprenderai che non l'ho fatto per mal animo.
Non posso aver mal animo con te, poichè per te serbo la più viva gratitudine.
Vedendoti pigliare quei granchi enormi, imparai a scansare certi granchi minori, che di tanto in tanto pescavo io pure; tu m'infondesti nell'animo, meglio d'ogni professore di lettere, il terrore salutare del farfallone; e un'altra saggia cosa m'insegnasti: a non giudicar mai lì per lì dal modo di parlare, per malandato che questo sia, le facoltà intellettuali d'un mio simile.
Ti ringrazio dunque pubblicamente; e non per burla, ma per affetto mi servo ancora delle tue parole per dirti che la tua memoria mi è sempre sommersa nel cuore, e che vi rimarrà finchè la Parca non recida lo strame della mia vita.
[127]
UNA CORSA NEL VOCABOLARIO.
P.
P.
- Quattordicesima lettera dell'alfabeto.
Che novità! Un momento.
Nota che è in generale maschile; più spesso maschile che femminile, dicono altri.
Ma sul genere delle lettere bisogna fissarsi bene perchè occorre spesso di rammentare questa o quella vocale o consonante per canzonare errori d'ortografia o di pronunzia del prossimo, ed è ridicolo, nell'atto stesso che si canzona un errore d'altri, sbagliare o mostrare incertezza riguardo al genere della lettera a cui s'accenna.
Nota anche quel P.
C., per congratulazioni o condoglianze.
Siccome le condoglianze si fanno quasi sempre per morti, non ti pare che quel p.
c., usato da molti, sia un po',...
villanamente asciutto, salvo che si tratti della morte d'un cane? Chi, per condolersi con me d'una disgrazia qualsiasi, mi scrive un semplice p.
c., m'ha l'aria di voler dire per canzonatura o per cavarmela.
Ed è veramente canzonatura il fare un atto di gentilezza con un'avarizia così spilorcia d'inchiostro.
[127]
PACCA, PACCHINA.
- Colpo della mano aperta.
- Non m'occorre, dirai; ci sono tant'altre parole per dir la stessa cosa! Adagio un po'.
Se tu dici a un bambino, per ischerzo: - Bada che ti do una manata o uno scapaccione -, all'orecchio della mamma può sonar male lo scherzo.
Se dirai una manatina o uno scapaccioncino, dirai una parola che non è d'uso corrente.
Pacchina è la parola che fa al caso.
Inezie! Ma, nel parlare come nello scrivere, si manifesta appunto in queste inezie il senso della convenienza e della finezza.
Hai ragione, invece, se mi dici che si può far di meno della parola PACCHÉO, che vien dopo, per dir baggeo, uomo stupido.
È da notarsi che di queste parole che suonano scherno o disprezzo, come di quelle che designano percosse, il vocabolario è mirabilmente ricco: se lo leggerai tutto, ci troverai una miniera di modi d'ingiuriare il prossimo e di termini relativi all'arte di menar le mani; ciò che non è un segno consolante della gentilezza della natura umana.
Non c'è forse altra famiglia di modi più numerosa, se non è quella che si riferisce alla "noia di mangiare e bere".
E a proposito, ecco la parola PACCHIARE, mangiare, che molti lombardi stupirebbero di trovar nel vocabolario italiano: è il loro paciáa, donde paciada, mangiata, d'uso volgare.
E tu, piemontese, troverai, andando innanzi, un gran numero di parole del tuo dialetto, che credi non siano della lingua.
Rideresti, per esempio, se sentissi dire in italiano: PACCHIUCO, che è il piemontese paciocc; fango, mota e simili.
Ed eccolo qua, seguito da Pacchiucone, pasticcione, che è il [129] piemontese paccioccon.
E c'è poco sotto Pacioccone, più somigliante dell'altro al vocabolo dialettale, ma che in italiano ha significato diverso, cioè di persona grassa, e par che dica la cosa anche col suono.
Questo pacioccone anonimo ci conduce nel regno della pace.
Il pane è la pace della casa.
Che profonda verità! A quante cose fa pensare questo semplice proverbio, in cui balenano tutte le tristezze e le tempeste domestiche che derivano dalla miseria! E nota l'esempio: - Viene avanti con tutta la sua pace.
- Non c'è l'immagine viva dell'indole, dell'aspetto, dell'andatura d'una persona?
PACIERE.
Ebbene? Niente.
Sorrido a un ricordo mio, d'un'antica edizione del Conte di Carmagnola del Manzoni, che ebbi tra mano da ragazzo, nella quale all'ultima scena, dove il Conte dice di sperare che la propria morte riconcilierà il duca Visconti con la figliuola, in vece di: è un gran pacier, era stampato: è un gran piacer la morte; ed è quasi mezzo secolo che ogni volta ch'io trovo quella parola mi ricordo d'essermi scervellato un bel pezzo a pensare come fosse potuta sfuggire ad Alessandro Manzoni quella stramberia.
PACIFICONE.
Ecco una parola comunissima che in venti volumi che ho sulla coscienza sono ben sicuro di non aver usata mai, benchè mi sia occorso chi sa quante volte d'esprimere l'idea ch'essa esprime; ciò ch'io feci senza dubbio con più d'una parola, o con un'altra meno propria.
Dunque, memento.
- Come? - mi domanderai -; anche alla Padella ci dobbiamo fermare? - Sì, signore, e [130] c'è il suo perchè; sono anzi due.
Lo sai che si chiama occhio il foro che è nel manico dell'utensile benemerito, per attaccarlo al chiodo? E sai che si chiama padella il piattello di latta, di cristallo o d'altro, che si mette sotto il lume o sul candeliere per riparar l'olio o la cera? - Ma son minuzie, - mi rispondi -; o se m'occorrerà due volte o tre nella vita di nominar quelle cose! - E batti! Ma siccome (e già lo dissi) ci sono altre migliaia di piccole cose, che nella vita avrai da nominar poche volte, se tu trascurerai d'impararne i nomi perchè son cose di poco conto, ti troverai migliaia di volte impacciato.
Ti capaciti? E nota il vantaggio che ti dà la lettura del Vocabolario, dove, essendo detti tutti i significati di ciascun vocabolo, tu puoi imparare insieme i nomi di diversi oggetti, ciascun dei quali ti rammenterà l'altro.
Vedi, per esempio, più avanti, la parola PALA.
Pala, attrezzo comune, pala del remo, pala del timone, pala delle ruote dei molini.
- Vedi PALCO.
I palchi fronzuti d'una quercia, i palchi delle corna, i palchi delle pine, un vestito di seta con trine a tre palchi; palco morto, quello che si dice in piemontese sopanta.
- Poi PALLINO.
Pallino da caccia, pallino delle bocce, della sella, della balaustrata, della chiave maschia; soprannome d'un cane, d'un cavallo, ecc.; bambino grassoccio.
Più sotto, dietro PARACADUTE, una filza di cose che parano: PARACAMINO, PARAFOCO, PARAFUMO, PARAMOSCHE, PARAOCCHI, PARATASCHE, PARACENERE, PARACIELO d'un pulpito, d'una carrozza, d'un tetto, ecc.
Si piglia la lingua a retate.
Rifacciamoci indietro.
Ecco una bella parola per dire una cosa che ci occorre di dire [131] spessissimo: PADREGGIARE, d'un figliolo o d'una figliola che somiglia al padre, o, come si dice famigliarmente, che tira dal padre.
- Per solito le figliole padreggiano, i figlioli madreggiano.
- Ecco la parola PAESANO, che noi dell'Italia settentrionale non adoperiamo quasi mai nel senso di contrapposto a forestiero o a militare: - Vino paesano, ufficiale vestito da paesano.
- Ecco alle parole PAGA e PAGARE una serqua di modi quasi tutti relegati fuor del nostro vocabolario parlato.
- PAGACCIA, un cattivo pagatore.
- Essere il PAGA della compagnia - dar le paghe, le busse.
- Pagare a sgocciolo, alla stracca, coi gomiti, a chiacchiere, a respiro, sul tamburo, sulla cavezza, alla banca dei monchi, il giorno di San Mai, pagar di schiena.
- E alla parola: PAGLIA: aver altra paglia in becco - (un altro amore) - mangiarsi la paglia di sotto i piedi (rifinire ogni cosa) - batter la paglia (vagar col discorso) - rompersi il collo in un fil di paglia - per ogni fuscello di paglia (per un nonnulla)....
Segue una serie di nomi di cose utili a sapersi.
PALIOTTO, l'arnese di stoffa o altro che si mette davanti all'altare; PALLA, il quadretto di tela per coprire il calice, e il globo di vetro che si mette ai lumi; PALMENTO, la grande cassa dove casca la farina che esce dalle macine (donde il modo: mangiare a due palmenti); PEDANA, tappeto per sotto i piedi; PEDAGNÓLO, il fusto dell'albero ancor giovane; PEDALE, il fusto dell'albero da terra all'inforcatura; PELLÉTICA, pelle della carne da mangiare, o pelle floscia o cascante della persona; PELO, di marmi o pietre o vasi, fenditura sottilissima somigliante ad un pelo.
Sapevi tu i nomi di tutte queste cose? No? [132] Ebbene, ti dico nell'orecchio che parte gl'ignoravo anch'io, e parte li avevo dimenticati.
E PALANDRA, per abito d'uomo a lunga falda? Che cosa dice il Sor Palandra? Mi par di vederlo.
Una sosta.
Sostiamo un poco, e voltiamoci indietro.
Vedi, nel breve tratto percorso, quante parole abbiamo trovate, che ci hanno destato un ricordo storico, portato l'immaginazione in ogni parte del mondo, a cose remotissime di spazio e di tempo, dalle palafitte lacustri dell'età preistorica alle architetture palladiane, dai paleosauri fossili ai bacilli del Pacini! Abbiamo visto passare la paggeria pomposa delle Corti, i principi orientali portati in palanchino, i trionfatori romani in veste palmata, i giovani greci lottanti al Pancrazio, e dame e sonatori di lira e poeti tragici e ninfe cacciatrici di Diana ravvolte nella palla, e i lottatori delle feste panatenée in onor di Pallade, e i Bolognesi antichi plaudenti alla battaglia d'ova e di porci della Pachetta.
Ci son balenati dinanzi Attilio Regolo, che con le palpebre arrovesciate, spasimando, guarda il sole, e Carlomagno circondato di Paladini, e i Palleschi e i Piagnoni, partigiani e avversari dei Medici, e i Francesi caduti nel sangue delle Pasque Veronesi, e Paisanetto, la maschera genovese, e Pantalone, la maschera veneziana, e Pantagruele, figlio di Gargantua; e di là da questa maravigliosa processione, una fuga di palazzi famosi, i palmizi ridenti di Liguria e di Sicilia, e il Palatino e il Panteon e le paludi Pontine e l'orizzonte immenso della Pampa.
Pensasti mai, leggendo [133] altri libri, a tante cose e così diverse in così breve tratto di lettura? E quante n'ho tralasciate! Ma
Rimetti
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