L'IMPOSTORE, di Carlo Goldoni - pagina 10
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(Il Caporale sceglie sei granatieri; fa far loro baionetta in canna ad uso militare, e ponendoli a due a due, egli alla testa, entrano nell'osteria aperta colle chiavi da Brighella)
TEN.
Ma questa gente che voi mi offerite, che uomini sono? Da chi ingaggiati? Da chi arrolati?
BRIGH.
Quel furbo d'Orazio, signor, l'ha fatt zo sta povera zente.
El se finz capitanio, colonnello, l'inganna tutti; e siccome a sti poverazzi nol ghe dà da magnar, i ho speranzadi mi de metterli in qualche bon reggimento, e i è tutti contenti, e no i vede l'ora de esser arroladi, e de poder tirar la so paga.
TEN.
Sono niente pratici dell'esercizio?
BRIGH.
Gh'ho insegnà mi qualcossa.
TEN.
Li uniremo con questi del mio distaccamento.
BRIGH.
La vederà che i ghe farà onor.
TEN.
E voi con questo merito potete sperare di essere ricompensato.
BRIGH.
La vede ben, i abiti solamente i val dei denari molti.
TEN.
Ecco il caporale che torna.
Non v'ha nessun prigioniero.
(Il Caporale con li sei granatieri, come sopra, ritornano, usciti dall'osteria)
CAP.
Signore, Orazio Sbocchia non è altrimenti nell'osteria.
(al Tenente)
BRIGH.
Che el sia fuggido per l'altra porta?
TEN.
Se colui non si trova, perde il merito l'accusatore.
Caporale, assicuratevi di Brighella: sia condotto là dentro, e custodito con sentinella a vista.
BRIGH.
Ma mi non ho colpa, signor...
TEN.
Tant'è, eseguite.
(al Caporale, il quale dai sei granatieri fa prendere in mezzo Brighella, e lo conducon all'osteria)
BRIGH.
L'ho fatta bella.
Son cascà mi in te la fossa che ho scavà per el mio compagno.
(entra nell'osteria fra soldati)
TEN.
Vi è altra gente in quell'osteria? (al Caporale)
CAP.
Vi sono dei soldati che vorrebbero venir con noi.
Io non so che imbroglio sia...
TEN.
Conduceteli fuori, e si uniscano a questi nostri quando essi mostrino desiderarlo.
CAP.
Farò il mio dovere.
(entra nell'osteria)
TEN.
Pare difficile che uno sia fuggito senza intelligenza dell'altro.
Tutti costoro sono sospetti, e devo bene assicurarmi della verità, prima di prestar fede alle parole loro.
A buon conto non trascurerò di acquistar questa gente, e circa gli abiti, a chi spetterà il pagamento, non lo defrauderò certamente.
SCENA NONA
Dalla parte dell'osteria, donde prima era uscito Brighella viene il Caporale coi seguito de' soldati d'Orazio, in ordine militare, col loro tamburo, e detti.
Avanzati fino un certo segno, il Caporale dicendo Alto, li fa fermare.
TEN.
Bella gente! Uniamoli colla nostra.
(al Caporale)
CAP.
Faccia ella il comando.
Pare che l'intendano bene.
TEN.
Colui che è arrestato, non li ha male istruiti.
Attenti.
(Qui il Tenente comanda in maniera che i soldati avventizi s'uniscono a' suoi; indi a tutti uniti fa vari comandi ed ordina vari movimenti militari a piacere de' recitanti o direttori di essi, secondo che saranno da gente pratica bene istruiti; dopo di che, posta la gente in ordine di marciare, col tamburo battente, il Tenente alla testa, marciano tutti dentro alla scena.)
SCENA DECIMA
Camera in casa di Pantalone.
PANTALONE ed OTTAVIO
OTT.
Caro signor padre, permettetemi che con tutta umiltà e rispetto vi dica, che l'interesse dee prevalere fino ad un certo segno, ma la fede...
ah signore, la fede è il miglior capitale delle persone onorate.
PANT.
Per che motivo, sior dottor della favetta, me feu sta lizion?
OTT.
Torno a chiedervi umilmente scusa; Fabio Cetronelli ebbe da voi la parola...
PANT.
Fabio Cetronelli xe un strambazzo; l'è vegnù a casa nostra a fame delle bulae: lo savè pur.
OTT.
Chi gli ha dato motivo di mettersi a tal cimento?
PANT.
Chi ghe l'ha dà? La so stramberia.
OTT.
Ah signor padre, perdonatemi.
Un uomo d'onore, che vedesi mancar di parola, è compatibile se non sa frenare lo sdegno.
PANT.
E po l'ha squasi mazzà sior Ridolfo.
OTT.
Ridolfo lo ha provocato, ha voluto battersi seco lui per forza.
PANT.
Scuselo quanto che volè; ve digo che el xe un omo pericoloso, e no me fido a darghe mia fia.
OTT.
Per amor del cielo, scusatemi.
Queste riflessioni si dovevano fare prima di dargli parola.
PANT.
Saralo questo el primo contratto de nozze che sia andà a monte?
OTT.
No, signore.
Se ne sciolgono tutto giorno, ma con qualche onesta ragione.
PANT.
Chi ve sente vu, sior, mi son una bestia senza rason.
OTT.
No, signor padre, difenderò l'onor vostro a costo di spargere tutto il mio sangue: ma qui, fra noi, posso dirvi che Orazio vi ha affascinato.
PANT.
Sto sior Orazio, per dir la verità, capitanio o colonnello che el sia, el m'ha messo un pochetto in sconcerto; sto vestiario che el m'ha fatto far, me costa assae e se nol lo tiol, la xe per mi una mezza ruvina.
OTT.
Eh caro signore, peggio per voi, se lo prende.
Finalmente la roba, quantunque rimanga nei magazzini, se non si vende un giorno, si vende l'altro; ma s'egli vi porta via gli abiti, e non li paga, perdete tutto, senza speraza di ricuperar cosa alcuna.
PANT.
Vedeu? No savè cossa che ve disè.
Con una cambial che ghe doverave pagar, de tremile zecchini, squasi squasi se pareggia el conto dell'importar del vestiario
OTT.
Questa cambiale di tremila zecchini non potrebbe essere falsificata?
PANT.
Via.
Cossa diavolo diseu? Chi v'ha insegnà sospettar dei omeni in sta maniera?
OTT.
Degli uomini che non si conoscono, degli uomini che non rendono conto dell'esser loro, non è colpevole il dubitare; e nel caso nostro viene autenticato il ragionevole mio sospetto da un altro mercante, che non crede ad Orazio come voi credete.
PANT.
Chi xelo questo?
OTT.
Il signor Salamone, uomo onorato, ma cauto e circospetto.
Sopra di lui Orazio ha una cambiale simile di tremila zecchini a vista, ma egli non gliela paga, se prima non ha ordini replicati dal supposto traente: con ciò viene a sospettare di quello che l'esibisce, e Orazio non insiste, segno manifesto di qualche interno rimorso.
PANT.
Voleu che ve la diga, che sta cossa me fa sospettar anca mi?
OTT.
Aprite gli occhi, signor padre.
Vi sono degl'impostori moltissimi per il mondo.
PANT.
Caro fio, no so cossa dir.
Mi, quel che fazz lo fazzo per ben; per mantegnir onoratamente la mia fameggia.
Savè anca vu quanto che ho speso fin adesso per mantegnirve in collegio con reputazion.
OTT.
Vi pare di aver gettato il denaro?
PANT.
No, fio mio, lo benedisso mille volte, e non ho speso bezzi al mondo con più profitto de questi.
Sto solo avviso che me dà adesso el vostro amor, la vostra prudenza, recompensa tutte le spese che ho fatto in tanti anni per vu.
OTT.
Voglia il cielo ch'io possa in ogni tempo mostrarvi...
SCENA UNDICESIMA
Il DOTTOR POLISSENO e detti.
DOTT.
Oh di casa! (dentro)
OTT.
Il dottor Polisseno.
(a Pantalone)
PANT.
Felo vegnir avanti.
(ad Ottavio)
OTT.
Anche questo signor Dottore è bene imbrogliato con il degnissimo signor capitano.
(parte)
PANT.
Pur troppo l'è la verità.
Nualtri mercanti semo esposti a cento pericoli.
Se no se crede, no se fa negozi; se se crede, se rischia de perder tutto.
Oh che mondo! oh che mondo!
SCENA DODICESIMA
Il DOTTOR POLISSENO, OTTAVIO ed il suddetto.
DOTT.
Riverisco il signor Pantalone.
PANT.
Fazzo reverenza a sior dottor Polisseno.
Cossa alo da comandarme?
DOTT.
Caro amico, sono venuto a sfogarmi un poco con voi.
Avete sentito con che bel garbo mi vogliono obbligare a una sicurtà?
PANT.
Ho capio tutto, e mi averè sentìo cossa che ho resposo.
OTT.
Signor Dottore, favorisca dire con quella lealtà che è propria di lei, che fede ha nel signor Orazio?
DOTT.
Per dir il vero, pochissima: ma mio fratello m'empie il capo di cose...
non so niente; ora dice che sono arrivate le patenti, le bandiere...
PANT.
Le bandiere? Mo caspita! Le xe arrivae le bandiere, el negozio xe fatto.
OTT.
Che! non si possono fare delle bandiere dove si vuole?
PANT.
Certo che anca queste le se poderia far con malizia.
DOTT.
E poi nessuno le ha vedute queste bandiere.
PANT.
Pezo.
OTT.
Signori miei, credetelo a me: costui è un furbo.
DOTT.
È un pezzo che lo vado temendo.
PANT.
Vederè che la sarà cussì.
Mio fio sa quel ch'el dise.
SCENA TREDICESIMA
RIDOLFO e detti.
RID.
Schiavo di lor signori.
(frettoloso)
PANT.
Servitor suo.
DOTT.
Che nuova c'è?
RID.
Tutto quello che ha principio, ha fine.
DOTT.
Massima incontrastabile.
RID.
Sinora si è parlato assai del signor capitano.
Ora siamo allo scoprimento della verità.
PANT.
Elo un furbo?
DOTT.
È un impostore?
OTT.
- Si verifica il mio sospetto?
RID.
Che furbo! Che impostore! Che andate voi sospettando? Escite di questa casa, e vedrete il paese pieno d'armati.
DOTT.
E ciò che vuol dire?
RID.
Vuol dire, signor incredulo, che unitisi li corrispondenti del signor capitano colle genti da loro fatte, son qui arrivati, ed il reggimento è completo.
PANT.
Subito donca ghe vorrà el vestiario.
RID.
Sono tutti vestiti, signore, tutti coll'uniforme e le armi loro.
PANT.
Come xela donca? El m'ha burlà.
RID.
Il signor capitano Orazio, ora già colonnello, non è capace di burlare nessuno.
OTT.
Chi vi ha detto, signore, che questi armati sieno del suo reggimento?
RID.
A voi non rispondo.
Voi non sapete nulla.
OTT.
Ed io rispondo a voi che spessissimo di qua passano truppe.
RID.
Eh! tornate in collegio, che ne avete ancor di bisogno.
OTT.
Mi maraviglio di voi...
PANT.
Tasè là.
(ad Ottavio)
OTT.
Vi farò vedere...
PANT.
Tasè là; e andè via subito.
OTT.
Obbedisco.
(parte mordendosi il dito)
SCENA QUATTORDICESIMA
Il DOTTOR POLISSENO, PANTALONE e RIDOLFO.
RID.
Troppo fuoco ha il signor Ottavio.
Non è bene educato.
PANT.
In questo mo, sior, perdonenle, che disè mal.
El caldo xe un effetto de natura, un stimolo de delicatezza; ma el reprimerlo per obbedienza la xe una bella virtù, el xe un effetto d'un'ottima educazion.
DOTT.
Bravissimo, signor Pantalone.
RID.
Basta, sia comunque esser si voglia, il reggimento è completo, e domani lo vedrete squadronato colle bandiere.
DOTT.
Se pur è vero.
RID.
Maledettissima ostinazione! Ecco qui il signor colonnello.
SCENA QUINDICESIMA
ORAZIO e detti.
ORAZ.
(Misero me! Son perduto!) (da sé, confuso)
RID.
Mi rallegro con voi, signor colonnello.
ORAZ.
Di che, signore?
RID.
Dell'arrivo fortunato di tutta la vostra gente.
Ora il reggimento sarà completo.
ORAZ.
Sì, è completo.
(confusamente)
PANT.
Ma i abiti, patron? I dise che la zente è vestida.
ORAZ.
Sì, è vestita...
ma vestiario vecchio...
Domani vestirete voi.
PANT.
Voleva ben dir mi!
DOTT.
Che ha, signor colonnello, che mi pare un poco confuso?
ORAZ.
Vi pare poco imbarazzo questo? Arrivarmi a ridosso tanta gente, e queste cambiali nessuno le vuol pagare? Signor Pantalone, ho bisogno di denaro.
RID.
Bisogna dargliene, signor Pantalone.
PANT.
E i abiti?
ORAZ.
Per gli abiti si parlerà.
Ora vuol esser denaro.
RID.
Denaro vuol essere, e non parole.
(a Pantalone)
PANT.
Denaro, denaro! A proposito di denaro, anca mi, signor, aspetto lettere dal corrispondente.
ORAZ.
Che lettere? Mi maraviglio di voi.
La cambiale è a vista; pagatela o, giuro al cielo, mi farò giustizia colle mie mani.
RID.
Pagatela, signor Pantalone, che sarà meglio voi.
PANT.
Come! In casa mia prepotenze?
DOTT.
Fratello, abbiate giudizio.
ORAZ.
Animo, dico, fuori il denaro.
(a Pantalone)
RID.
Denaro, signor Pantalone.
SCENA SEDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Signore, un tenente, accompagnato da un caporale con granatieri, desidera di parlarvi.
(a Pantalone)
PANT.
Son qua.
ORAZ.
(Misero me!) (da sé) Sarà un mio...
Sì, signore, andate...
poi per la cambiale...
basta, ne parleremo.
(Mi potessi almeno nascondere).
(da sé, e parte confusamente per la parte opposta all'ingresso)
PANT.
Coss'è sto negozio?
RID.
Se non pagherete, sarà peggio per voi.
(a Pantalone)
DOTT.
Voi non c'entrate.
(a Ridolfo)
PANT.
Andemo a véder cossa che vol sto sior tenente.
RID.
Verrà per ordine del colonnello a farvi star a dovere.
Povero signor Pantalone! Verrò con voi per vostra salute.
Il maggiore del reggimento può unicamente in questo caso giovarvi.
PANT.
No so cossa dir.
Sarà quel che piaserà al cielo.
Andemo, fio mio, no me abbandonè.
(ad Ottavio) Dottor, vegnì via anca vu.
(parte)
OTT.
Non mi staccherò da mio padre.
(parte)
DOTT.
Son qui; almeno colle parole.
(parte)
RID.
Dia denaro alla truppa, ed ogni cosa passerà bene.
Anche il maggiore deve principiare ad aver la sua paga.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Altra camera remota in casa di Pantalone, con un armadio nel fondo.
FLAMINIO ed ORAZIO.
ORAZ.
Caro amico, nascondetemi in qualche luogo.
FLAM.
Nascondervi? Perché?
ORAZ.
Per fare una burla al signor Pantalone.
FLAM.
Una burla?
ORAZ.
Sì, per allegria, per divertimento.
FLAM.
Vi condurrò a nascondervi in camera di mia sorella.
ORAZ.
No, no; qui in queste camere, in questo appartamento, vicino al tetto, non vi è un nascondiglio, un sottoscala, un qualche luogo segreto?
FLAM.
Vi potete nascondere...
aspettate.
(pensando)
ORAZ.
Ma fate presto.
FLAM.
Nascondetevi nella capponaia.
ORAZ.
Eh, scioccherie.
Colà mi vederebbono.
FLAM.
Volete andare sul tetto?
ORAZ.
Sì, anderò sul tetto.
Per dove si va?
FLAM.
Si va per di qui.
(accenna l'alto della stanza)
ORAZ.
Ma come?
FLAM.
Ci vuole la scala a mano.
ORAZ.
E dov'è? Presto.
FLAM.
È nell'altra stanza.
Volete che la vada a prendere?
ORAZ.
Sì, presto, per amor del cielo.
FLAM.
Questa burla vi preme assai.
ORAZ.
Mi preme, spicciatevi.
E sopra tutto, venga chi che sia, non dite nulla che mi sia nascosto.
FLAM.
Non dubitate.
ORAZ.
Giuratelo.
FLAM.
Da fanciullo da bene.
ORAZ.
Sento gente.
La scala, presto.
FLAM.
Subito.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
ORAZIO solo.
Se posso andare sul tetto, cercherò di salvarmi.
Brighella mi ha tradito.
Ma! Così va! I traditori si tradiscono fra di loro.
Misero me! Il calpestio s'avanza.
La scala non viene.
Non sono a tempo...
mi celerò in quest'armadio.
(va a chiudersi in un armadio)
SCENA DICIANNOVESIMA
Il CAPORALE del distaccamento con sei granatieri ed il suddetto nell'armadio nascosto
CAP.
In questa casa è nascosto; il padrone ci ha dato la libertà di cercarlo.
Usiamo ogni diligenza per rinvenirlo.
SCENA VENTESIMA
FLAMINIO colla scala a mano, e detti
FLAM.
(S'avanza colla scala sollecitamente, non vedendo il Caporale e i soldati)
CAP.
Alto lì.
(a Flaminio)
FLAM.
(Lascia cadere la scala, e resta tremante)
CAP.
Chi siete voi?
FLAM.
Sono il signor Flaminio per obbedirla.
(tremando)
CAP.
Siete di questa casa?
FLAM.
Sono figlio legittimo e naturale del padrone di questa casa.
CAP.
Che cosa fate di questa scala?
FLAM.
Per andar sul tetto.
CAP.
A far che volete andare sul tetto?
FLAM.
Non ci vado io, che ho paura a andare sul tetto.
CAP.
Chi dunque ci deve andare?
FLAM.
L'amico...
l'avete veduto?
CAP.
Io non ho veduto nessuno.
FLAM.
No eh? Dunque si sarà nascosto.
CAP.
Chi è quello che si sarà nascosto?
FLAM.
Eh niente! Per una burla.
CAP.
Parlate, presto, dite la verità.
Chi si è nascosto? Dove si è nascosto?
FLAM.
Se volete ch'io parli, non mi fate paura.
CAP.
No, non dubitate.
Non sono qui né per farvi male, né per farvi paura.
Ditemi tutto con verità.
(Questi è un sempliciotto, per quello ch'io vedo).
(da sé)
FLAM.
Vi dirò, io non so dove si sia nascosto; ma se anche lo sapessi, non ve lo potrei dire.
CAP.
No? Perché?
FLAM.
Perché ho giurato di non dirlo a nessuno.
CAP.
Almeno ditemi il nome di quello che si voleva nascondere.
FLAM.
Oh, questo ve lo dirò volentieri.
CAP.
Via, ditelo.
FLAM.
Non me ne ricordo.
CAP.
Era forse un certo capitano Orazio?
FLAM.
Sì bravo: era lui.
CAP.
E non sapete dove si sia nascosto?
FLAM.
Non lo so certamente.
Voleva andar sul tetto ma senza la scala non ci sarà andato.
CAP.
Era qui dunque.
FLAM.
Era qui.
CAP.
Per di là non è andato.
FLAM.
No l'avrei veduto.
CAP.
Per di qua l'avrei veduto io.
FLAM.
Se non siete orbo.
CAP.
Dunque dovrebbe esser qui...
FLAM.
Lo direbbe anche il mio cane.
CAP.
Ma dove si può egli esser nascosto?
FLAM.
Lo domanderete a lui, quando avrà fatto la burla.
CAP.
Ehi! Potrebbe esser in quell'armadio?
FLAM.
Perché no? Anch'io mi nascondeva colà, quando sfuggiva la scuola.
CAP.
Vediamo dunque.
Attenti.
(ai granatieri, accostandosi all'armadio)
ORAZ.
(Apre l'armadio da sé, esce con una pistola alla mano che vuole sparare, ma ella non prende fuoco)
CAP.
Arrestatelo.
(ai granatieri, quali rivoltano l'armi contro di Orazio)
FLAM.
Aiuto.
Genti.
Papà.
(fugge via)
SCENA VENTUNESIMA
ORAZIO il CAPORALE e sei granatieri
ORAZ.
Sì, m'arrendo; giacché così vuole il destino.
CAP.
Prendetelo fra le armi.
(gli leva la spada, i granatieri lo circondano)
SCENA ULTIMA
PANTALONE, il DOTTOR POLISSENO, OTTAVIO, RIDOLFO, TENENTE, e detti
CAP.
Eccolo, signor tenente.
Si è ritrovato, e con una pistola alla mano tentò resistere alle nostre armi.
TEN.
Pagherà il fio di tutte le sue colpe.
ORAZ.
Signore, ascoltatemi, se non siete inumano.
La mia nascita è assai civile; la disperazione mi fece fare soldato; la sinderesi mi obbligò a disertare, e l'esempio di tanti altri m'insegnò la scuola degl'impostori.
Falsi caratteri, mentite impronte, macchine, falsità, estorsioni, sono colpe da me commesse dopo la diserzione.
Son reo di morte, il confesso, ma voi mi potete salvare.
Voi solo potete farmi quel bene, che un Consiglio di guerra non ha arbitrio di altrui concedere, che un re medesimo avrebbe soggezion d'accordare; potete farlo senza marca di disonore, senza timore d'imputazione, ed eccone il fondamento.
Un reo che trovato sia in uno stato alieno, o non s'arresta, o con facilità si rilascia.
Eccovi aperto il campo di usare la vostra pietà verso d'un infelice, di praticare un atto eroico in faccia a questi, che aspettano forse di conoscer chi siete dalle prove della vostra virtù.
Signore, colle mie suppliche intendo muovervi per questa parte.
Se ciò non vi tocca il cuore, è disperato il mio caso né aspettate da me atti di maggiore viltà.
TEN.
Amico, la vostra rettorica fa conoscere che vi hanno fatto studiare, ma che male siete riuscito, usando a danno vostro quel talento medesimo che il cielo vi avea per vostro bene concesso.
Non è vero che stia in mia mano il darvi la libertà; ma quando ancora ciò fosse, ho appresa la massima, che il perdono concesso ai rei la cagione sia de' nuovi loro misfatti.
Dovrete con noi venir dinanzi al vostro e mio Generale: verravvi Brigliella ancora, e deciderà il Consiglio di guerra.
DOTT.
Io intanto ringrazio il signor colonnello della patente che mi voleva dare d'auditore, donandogli, per iscarico di sua coscienza, tutto quello che mi ha mangiato, e consolandomi delle sue bandiere.
Posso dire, se pure è vero? (a Ridolfo)
RID.
Sì, pur troppo egli è vero che è un perfido, è un impostore.
Arrossisco della mia debolezza, e a voi, caro fratello, chiedo un amoroso perdono.
PANT.
E i miei abiti? Cossa ghe ne faroggio?
ORAZ.
Non mi affliggete d'avvantaggio.
Tutti quanti qui siete, carnefici mi sembrate, che lacerate il mio cuore.
PANT.
Ve paremo tanti boia? E vu me parè un bel galiotto.
Sior tenente, quei vintiquattro abiti coi qua xe vestia quella zente che vien adesso con ella, i xe roba mia, glie li ho dadi mi, e nol li ha pagai.
TEN.
Bene, lo dirò al colonnello.
OTT.
Signor padre, vorrei supplicarvi d'una grazia.
PANT.
Parla, fio mio, domanda quel che ti vol! siestu benedetto, che ti m'ha avvisà per mio ben.
OTT.
Vorrei che quei ventiquattro abiti li donaste a me.
PANT.
Sì, volontiera, te li dono; prego el cielo che i te li paga, e to sorella sarà muggier de sior Fabio.
OTT.
Sente, signor tenente? Quegli abiti, quelle armi, sono cosa mia.
TEN.
Procurerò che siate soddisfatto.
OTT.
Ciò non mi preme, poiché alla presenza vostra, di quegli abiti, di quelle armi, faccio un dono ad Orazio; ma siccome egli forse non sarà in istato di poterne godere, questi per sua cagione resteranno liberi al reggimento.
In gratificazione dell'amor mio, e di un accidente che rende Orazio al suo reggimento benefico, una grazia chiedo al signor tenente, ed è questa: che siccome Orazio è stato preso in casa nostra, che è una casa onorata, libero sia dalla morte, e con questa fermissima condizione al suo Generale lo presenti.
Mi si dirà forse: non posso farlo, non lo posso promettere.
Signore, perdonatemi, l'avete a promettere, l'avete a fare.
Il governatore, da me avvisato, con quest'unica condizione vi lascerà trasportare i due disertori.
Altrimenti spedirà una staffetta alla capitale, che giungerà forse in tempo per liberarli.
Senza ricorrere a tali estremi, gradite il dolce modo che io vi propongo, accettate la lieve offerta che vi esibisco, promettete per la di lui vita, e ritornate con una preda, che se non porta alle truppe vostre il terrore, recherà almeno un esempio del vostro zelo e della nostra docilità.
PANT.
Tiò; siestu benedetto.
(gli dà un bacio)
TEN.
Persuaso dalle vostre buone ragioni, vi do parola che salvo egli sarà dalla morte.
DOTT.
(È una buona ragione ventiquattro abiti).
(da sé)
ORAZ.
Sempre più confuso ed atterrito io resto col confronto di sì bella virtù all'aspetto delle mie colpe.
Le detesto, le abomino, le maledico; e voglia il cielo che il resto di quella vita che menerò fra gli stenti, vaglia a scontare i miei passati delitti, e apprenda almeno dall'esempio il mondo, che poco dura e malamente termina la vita pessima dell'Impostore.
Fine della Commedia
1 Della Letteratura Veneziana, Libri otto di Marco Foscarini cavaliere e Procuratore.
In Padova, 1752.
Edizione magnifica.
50
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