L'IMPOSTORE, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Buon per me che l'assistenza di due valorosi medici, il Signor Dottore Beraldi l'uno, l'altro il Signor Dottor Moreali, hanno conosciuto il male a principio, e con una cavata di sangue a tempo, hanno impedito che il decubito catarrale al petto producesse la fatalissima infiammazione.
Se a Dio fosse piaciuto di arrestare il corso de' giorni miei, dove sarebbesi udito suonare a lutto, e dove suonare a festa; chi di bruno ammantandosi, e chi di lieto color di rosa.
Tu dunque hai degli inimici, dirà taluno.
E chi non sa, che ne ho pur troppo? E di quelli ne ho, che mossi non sono né da ragione, né da interesse, né da politica, né da soggezione, ma, o per effetto di antipatia, o per naturale disposizione di un animo portato all'odio.
Fra quelli evvi un cartaio in Venezia, con cui non ho mai trattato, non ho mai parlato nemmeno, eppure mi perseguita quel poco che può, strapazza le Opere mie, forse perché non le ho scritte sulla carta da lui venduta, e fa ridere le brigate, dicendo male di me, senza nemmeno saperlo dire.
Ma non parliamo ora di cose ridicole, ché più seriamente, Lettor carissimo, trattener mi deggio teco alcun poco.
Il titolo della presente Commedia avrai osservato essere l'Impostore.
Varie sono le specie degl'Impostori, dei Raggiratori, dei Furbi.
Fra questi uno ne ho scelto, il di cui argomento è pur troppo vero, e tanto vero, che io medesimo interessato ne sono, e ne formo uno de' personaggi della Commedia.
Hai tu in memoria, Lettor gentilissimo, aver io detto nel breve ragionamento che la seconda Commedia di questo Tomo precede, volere forse in questo Libro medesimo di certe vicende mie ragionare? Facile ti è il rileggerlo, se più non te lo rammenti; e se colà vedrai soltanto accennato un motivo che a partire dalla Patria mia in quel tempo mi indusse, ora di questo un poco più estesamente voglio informarti, mentre quello è che alla presente Commedia mia somministrò l'argomento.
Ardeva allora la guerra fra' Gallo-Ispani e Tedeschi, ed io serviva la Repubblica Serenissima di Genova, in qualità di suo Console in Venezia.
Mi s'introdusse in casa, col mezzo di un Fratello mio militare, un certo tale che il titolo spacciava di Capitano, il di cui nome tacerò e la patria, per non rendere a questa e a' cittadini suoi disonore.
Sfoderò costui una patente amplissima di una Potenza di Europa, in cui non mancavano né sigilli, né sottoscrizioni, riconosciute per vere da gente pratica ed esperta.
Dichiaravalo questa Colonnello di un Reggimento nuovo che dovea farsi, e la facoltà ostentava di creare i suoi subalterni, e le credenziali per reclutare quei tali soldati che affettava di dover scegliere.
Ogni settimana aveva egli lettere da mostrare, provenienti da quel tal Principe, sottoscritte da que' tali Ministri, che sempre sul proposito ragionavano, mettendo in vista quelle somme grandiose di denaro, che a momenti sempre dovean capitare.
Mostrava l'altro carteggio co' suoi emissari sparsi qua e là per que' Paesi dove le reclute dovevan farsi, e tutti a un tratto dovevano unirsi uomini, armi, munizioni e denari.
Frattanto il Signor Colonnello andava facendo cautamente le cariche del suo Reggimento.
Mio Fratello doveva essere il primo Capitano, e forse forse qualche cosa di più, e la gran carica doveva conseguirla senza sborsare un soldo, poiché frattanto il Signor Colonnello mangiava alla mia tavola, e sulla fede delle gran rimesse che si aspettavano, esigeva da me di quando in quando l'occorrente per i bisogni suoi, e per quelli di qualche buona femmina sua dipendente.
Io poi, a titolo di gratitudine, e per l'amore che concepito aveva verso di me, essere dovevo l'Auditore del magnifico Reggimento, con una paga di quindici zecchini il mese di certo, oltre i pingui avventizi che porta seco l'impiego.
La carica mia d'allora, onorifica al sommo, ma senza emolumento certo di sorta alcuna, mi fece porgere orecchio a chi mi offeriva miglior destino.
Soggetti assai riguardevoli per nascita e per fortuna vidi, che al pari di me e forse più gli credevano.
Non ebbero altri esitanza a somministrargli somme molto maggiori per le sperate cariche militari, e Mercanti ancora, sulla fede di varie firme riconosciute, s'impegnarono per il vestiario e per altro, di che venivano ricercati.
Durò per sette mesi la favola, e quando, stanchi tutti di attendere l'ultima risoluzione, doveva questa comparire a consolazione comune, disparve il Colonnello, e tutti restarono nella stessa maniera impiegati.
Io aveva forse sagrificato meno degli altri, ma lo stato mio ristrettissimo, reso anche peggiore dall'impegno del posto che sostenevo, mi fece risentire più dolorosa la piaga, e disperare il modo di medicarla.
Era una bella consolazione per me vedermi accompagnato da sì bel numero di gente di buona fede, ed era un bel conforto per tutti il rammentarsi l'un l'altro i sigilli, le sottoscrizioni, le firme, accordando per gloria dell'impostore, che egli era espertissimo nell'imitazione dei caratteri e delle impronte.
Ciò bastava per lusingarmi di non essere stato poi tanto semplice e malaccorto, ma non serviva per rimediare ai disordini ne' quali ero incorso, e a dir la cosa come è, mi trovai rovinato, né ciò sarebbemi certamente accaduto, se avessi meglio badato agli amorosi savissimi avvertimenti di una persona che amavami veramente, e adesso pure mi ama, cui confidando sin d'allora le mie lusinghe, mi avvertì, e mi predisse quello appunto che mi accadde.
Ma la necessità talora, talora l'amor proprio fa travedere; facilmente si crede ciò che si desidera, e l'impostura, quando è ben condotta, fa travedere gli uomini molto di me più accorti.
In tale stato adunque, altro ripiego per me non vi era che cambiar cielo, per tentare di cambiar fortuna.
Chiesi da Genova un sostituto al mio Consolato, e mi fu benignamente concesso.
Passai a Rimini, ove trovavasi il Serenissimo Signor Duca di Modena, all'armata Spagnuola unito.
Alimentai anche colà più mesi molte belle speranze; partì l'armata Spagnuola; la seguitai sino a Pesaro; quale accidente mi inducesse a tornare indietro, lo narrerò un'altra volta.
Ora dovrei dir qualche cosa intorno all'ordine della presente Commedia, ma questa volta faccio prima di essa il presente ragionamento, né so qual sia per riuscire.
Se verrà bene, sarà l'unico frutto che avrò ritratto dal mio gentilissimo Signor Colonnello; se mi riuscirà male, sarà un motivo per maledir nuovamente il suo nome.
Sono questi i primi giorni che io scrivo, dopo la malattia sofferta; la testa non è ancora tanto fortificata che basti, né posso lungamente applicare.
Buon per me, che ora mi trovo in Modena, dove mi amano, dove abbondano i Letterati, e questi meco si degnano trattenersi frequentemente, e distraendomi dalla soverchia applicazione, mi fanno passare le più liete, le più profittevoli ore della mia vita.
PERSONAGGI
ORAZIO SBOCCHIA finto capitano.
IL DOTTOR POLISSENO.
RIDOLFO di lui fratello minore.
PANTALONE de' BISOGNOSI mercante veneziano.
OTTAVIO di lui figliuolo.
FLAMINIO altro di lui figliuolo, sempliciotto.
FABIO CETRONELLI giovane del paese.
BRIGHELLA compagno d'Orazio, finto sargente.
Un TENENTE di fanteria.
ARLECCHINO oste.
SOLDATI del Tenente.
SOLDATI arrolati falsamente da Orazio.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Luogo campestre con osteria.
BRIGHELLA in divisa militare, con bastone e schioppo da sargente, alla testa di alcuni soldati ch'egli fa marciare con ordine, e dopo aver loro comandato alcuni piccioli movimenti, li fa schierare in fondo alla scena, e riposare sull'armi.
ORAZIO da un lato sta osservando l'operazion di Brighella, dopo di che questi si accosta ad Orazio, parlando fra di loro, in distanza tale da non essere intesi dai soldati.
ORAZ.
Bravo, signor sargente.
(ironico)
BRIGH.
Grazie umilissime all'onor che me fa l'illustrissimo signor capitano, (anch'egli con ironia)
ORAZ.
In confidenza.
A questi nostri soldati che cosa daremo da mangiare e da bere?
BRIGH.
Per darghe da bever ghe penso mi; basta che vussioria ghe daga da magnar.
ORAZ.
Anche il bevere non è poco.
Hai tu qualche buona cantina a tua disposizione?
BRIGH.
Qua poco lontan gh'è un pozzo d'acqua fresca, dolce, che la consola.
ORAZ.
Eh, barzellette! pensa tu se costoro vogliono acqua.
BRIGH.
El so mi cossa che i vorria.
ORAZ.
Che cosa vorrebbono?
BRIGH.
I vorria la so paga.
ORAZ.
La darei loro ben volentieri, se non avessi una piccola difficoltà.
BRIGH.
Che vol dir?
ORAZ.
Che non ho denari.
BRIGH.
Fin adesso, car el mi caro sior Orazio, sta nostra invenzion la va poco ben.
Vu ve finzì capitanio, a mi m'avì dà sta bella carica de sargente, se va fazendo dei omeni senza fondamento, no gh'è denari da mantegnirli, e no so véder el fin de sta vostra bella condotta.
ORAZ.
Caro Brighella, non lo vedi il fine? Sei pure un uomo di spirito.
Non arrivi a capire la mia politica, la mia direzione? Eccola qui, chiara, patente; la deposito nel tuo bel cuore, cuore veramente da eroe.
BRIGH.
Sior sì, semo do eroi, tutti do dell'istessa taia.
ORAZ.
Tu sai ch'io sono fuggito di casa mia.
BRIGH.
Sior sì, e che avì portà via a voster pader domile scudi.
ORAZ.
Questi sono già andati, non se ne parla più.
Sai che, trovandomi senza denaro, mi son fatto soldato.
BRIGH.
E dopo tre mesi avì desertà vu, e m'avì fatto desertar anca mi.
ORAZ.
Abbiamo dimostrato il nostro valore.
BRIGH.
El nostro valor?
ORAZ.
Ti par poco saltar dalle mura?
BRIGH.
Certo no l'è poco rischiar de romperse el collo.
ORAZ.
Basta, siamo qui in questa terra dove mi credono un capitano, e si van facendo delle reclute.
BRIGH.
Da cossa far mo de ste reclute?
ORAZ.
Povero sciocco! negozio, mercanzia, guadagno.
BRIGH.
Ma come?
ORAZ.
Se andiamo a offrir costoro ad un reggimento che ne abbia bisogno, non ci danno almeno d'ingaggio due o tre zecchini per uomo?
BRIGH.
Adesso intendo: mercanzia de carne umana.
ORAZ.
Oh bella! È una carità che noi facciamo a costoro; levarli dalla fatica della campagna, e insegnar loro l'onorato mestier del soldato.
BRIGH.
Ma a nu no i ne costa gnente.
ORAZ.
Tanto meglio per noi.
Questo si chiama un mercanteggiar senza rischio.
BRIGH.
El se chiama piuttosto...
ORAZ.
Si chiama, che bisogna pensare a dar da mangiare a costoro.
BRIGH.
E in te l'istesso tempo penseremo el modo de magnar anca nu.
ORAZ.
A me non ne manca, caro amico.
Evvi un Dottore, che colla speranza d'esser auditore del supposto reggimento, mi dà la tavola quando voglio.
BRIGH.
Ma, e mi?
ORAZ.
E tu mangerai coi soldati.
BRIGH.
Dove? Quando?
ORAZ.
Il buon uomo che sei! Qui, ora, quando vuoi.
Conosci tu il padrone di questa osteria?
BRIGH.
El conosso, l'è missier Arlecchin Battocchio, un pochetto me paesan.
ORAZ.
Non ti dà l'animo di persuaderlo con buona maniera, che dia da mangiare a te e a questa povera gente?
BRIGH.
Senza denari?
ORAZ.
Senza denari.
BRIGH.
Con che pretesto?
ORAZ.
Sulla parola del capitano.
BRIGH.
E poi?
ORAZ.
E poi ci penso io.
BRIGH.
Sior Orazio...
ORAZ.
Che c'è?
BRIGH.
Avemo saltà le mura: no vorave che i ne fasse saltar da tre legni.
ORAZ.
Eh! sciocco! Si pagherà.
BRIGH.
Se pagherà?
ORAZ.
O si pagherà, o non si pagherà.
BRIGH.
Eh, qua no ghè gnente in contrario: o sì, o no.
ORAZ.
Dov'è il tuo spirito? Dov'è la tua prontezza, la tua disinvoltura?
BRIGH.
Cospetto del diavolo, quando po se gh'avemo da metter da bon son po omo capace de far le cosse come le va fatte.
ORAZ.
Animo, fatti onore.
BRIGH.
Chiamo l'Oste, e stè a véder come che se fa.
ORAZ.
Chiamalo; portati bene, ch'io vado intanto a ritrovare quel buon mercante, che si è persuaso di fidarmi il vestiario.
BRIGH.
Chi? el sior Pantalon dei Bisognosi?
ORAZ.
Sì, egli stesso per l'appunto.
BRIGH.
E l'è cussì semplice? Per esser venezian, me par assae.
ORAZ.
Semplice? Se ho le mie patenti sottoscritte, e sigillate, e riconosciute.
BRIGH.
Gran bella man da imitar i caratteri!
ORAZ.
Zitto.
BRIGH.
Non parlo.
ORAZ.
Portati bene; tutti gli acquisti nostri si divideranno fra di noi per metà.
BRIGH.
Tutti?
ORAZ.
Sì, tutti: fuori d'una cosa sola.
BRIGH.
Chi l'è mo?
ORAZ.
La figliuola del signor Pantalone, che sarà mia consorte.
BRIGH.
Anca de più?
ORAZ.
Sicuramente.
Non è piacevole il mestiere di Marte, se onestamente non vi s'interessa qualche graziosa Venere.
(parte)
SCENA SECONDA
BRIGHELLA ed i soldati.
L'è un capo d'opera sto sior Orazio; ma gnanca mi, sia dito a mio onor e gloria, non son de manco de lu.
Fazzo un pochetto el gonzo per scoverzer terren, ma so far la mia parte, e m'inzegnerò de farla.
Com'ela, amici? Come stemio de petitosa? (verso i soldati) Aspettè, che vói che femo un poco de esercizio, ma no miga col schioppo, colla forchetta da una banda, col bicchier dall'altra: presentè vous armes, e voi altri.
Ah! Crich! (fa il cenno di mangiare e dì bevere, poi s'accosta all'osteria) Odell'osteria! Patron, camerieri, gh'è nissun?
SCENA TERZA
ARLECCHINO e detti.
ARL.
Chi è? Chi chiama? (uscendo dall'osteria)
BRIGH.
Ve saludo, galantomo.
ARL.
Servitore umilissimo.
(Oimè! soldadi.
Bisogna cavarse con politica).
(da sé)
BRIGH.
Siu vu el padron dell'osteria?
ARL.
Signor no, védela.
Son un garzon.
(Politica).
(da sé)
BRIGH.
(Furbo, te cognosso).
(da sé) El patron dov'elo?
ARL.
L'è andà per certi interessi.
BRIGH.
Avì comodo nella vostra osteria de alozarme mi co sti galantomeni?
ARL.
No in verità, signor, non avemo camere.
Questa no l'è miga un'osteria; l'è una povera bettola, dove no se aloza nissun.
BRIGH.
Benissimo: magneremo e beveremo, e po per l'alozo qualchedun ne lo darà.
ARL.
Me despiase che no gh'è el patron.
BRIGH.
N'importa, caro amigo: se no gh'è el patron, faremo el fatto nostro, e intanto el vegnirà.
ARL.
Ma...
ghe dirò, sior, l'ha portà via le chiave della despensa e della cantina: mi no ghe posso dar gnente.
BRIGH.
Che chiave? Cossa importa de chiave? Col calzo del schioppo averzo tutte le porte.
ARL.
La sappia che el patron l'è andà giust'adesso a provéder del vin, che no ghe n'è gnanca una gozza.
BRIGH.
E per cossa portelo via le chiave?
ARL.
Perché gh'è una bariletta d'asedo.
(Politica).
(da sé)
BRIGH.
Benissimo, in caso de bisogno se beve anca l'asedo.
Andemo, camerade.
ARL.
La me compatissa, no gh'è el patron: mi no posso ricever nissun.
BRIGH.
Cossa credì, el me caro sior patron, camerier, o sguattero, che voggiemo vegnir a scroccar? Semo soldadi, semo galantomeni, e volemo pagar.
ARL.
Pagar?
BRIGH.
Signor sì: pagar.
ARL.
Invece de averzer la porta col calzo del schioppo, no se poderia mo véder de farla averzer da un favro con un poco de moneda?
BRIGH.
Le monede ghe sarà; no pensè altro.
ARL.
Che bella cossa che la sarave el poderle véder!
BRIGH.
Lassè che vegna el patron, e se l'intenderemo con lu.
ARL.
Quando nol gh'è lu, ghe son mi; la se l'intenda con mi.
BRIGH.
No, caro amigo, coi camerieri no contratto.
Lassè che vegna el patron, e se giusteremo.
ARL.
Subito che vien el patron...
BRIGH.
Subito la so sicurezza.
ARL.
La fazza conto che el patron sia vegnudo.
BRIGH.
Dov'elo?
ARL.
Son mi, per servirla.
BRIGH.
Bravo, me ne rallegro.
Voleva ben dir mi, che avevi ciera da galantomo.
ARL.
Obbligatissimo alle so grazie.
BRIGH.
Ma perché finzerve el camerier?
ARL.
Ghe dirò, sior: son un omo senza superbia; ho fatto per non metterla in suggizion.
BRIGH.
Bravissimo; me pias el voster spirito.
Andemo dentro, che la discorreremo meggio.
ARL.
Ponto e virgola, e tre passi indrio.
Dov'è la mia sicurezza?
BRIGH.
Sì, volentiera.
Eccola qua.
Subito.
(cerca per le tasche)
ARL.
(Politica).
(da sé)
BRIGH.
Tegnì.
(gli dà un pezzo di carta)
ARL.
Coss'ela questa?
BRIGH.
Una firma del mio capitanio.
ARL.
Da cossa far?
BRIGH.
Anderì con questa dall'illustrissimo sior capitanio a farve pagar.
ARL.
Con so bona grazia, patron, mi ho da tender ai fatti mìi; non ho tempo da perder; no vôi firme, no conoss capitani; i vol esser quattrini.
BRIGH.
Eh via, spicciamola, che la mia zente l'è stracca.
Entremo dentro, e sarì pagà.
ARL.
Mi ve digh del missier no.
Qua gh'è bona giustizia; el Governator no me comanda d'alozar soldadi, e ghe digh cussì, che sine pecunia non manducabuntur.
BRIGH.
(Ti gh'ha rason de no vôi far strepito, perché no se scoverza la magagna).
(da sé)
ARL.
(Gran mi! Politica).
(da sé)
BRIGH.
Donca no ne volì alozar?
ARL.
Per no tegnirla in tedio, ghe dirò de no.
BRIGH.
La conossì l'illustrissimo sior capitanio Orazio Sbocchia?
ARL.
Lo conosso, perché l'ho sentì nominar.
BRIGH.
No savì che l'ha da esser colonnello d'un reggimento?
ARL.
Mi, per dirvela, de sta cossa no me n'importa niente.
BRIGH.
Saverè ch'el sior dottor Polisseno ha da esser auditor.
ARL.
I me l'ha dito, ma no me n'importa.
BRIGH.
E stassera el sior Pantalon gh'ha da pagar una cambial de tremile zecchini.
ARL.
Tremile zecchini?
BRIGH.
De questo ve ne importa?
ARL.
Me n'importeria, se ghe n'avess anca mi la mia parte.
BRIGH.
Dem da magnar e da bever, e de quei zecchini ghe n'averì anca vu.
ARL.
Dem de quei zecchini, e ve darò da magnar.
BRIGH.
Benissimo; doman ve farò véder tanto de borsa.
ARL.
E mi doman ve averzirò tanto de porta.
BRIGH.
(Furbo maledetto! Pussibile che nol gh'abbia da cascar?) (da sé)
ARL.
(Son bergamasco.
No i me la ficca).
(da sé)
BRIGH.
Disim un poco, vu che sì pratico de sto paese, ghe saria nissun che voless vegnir nel nostro reggimento per esercitar l'impiego del vivandier?
ARL.
Coss'elo mo el vivandier?
BRIGH.
L'è uno che seguita el reggimento per tutto, che porta i so carriazi con pan, vin, carnami, menestre, ovi e cosse simili, e serve i offiziali, i soldadi, e vende la roba el doppio de quel che la val, e se fa ricco in pochi anni, e el vadagna un tesoro.
ARL.
E chi lo paga?
BRIGH.
Chi lo paga? El cassier del reggimento.
El va colle so note alla cassa.
E el dì che se dà le paghe, el tira i so quattrini un sora l'alter, e no se ghe batte un soldo.
ARL.
No se ghe batte un soldo?
BRIGH.
I son prezzi fatti.
Se paga subito.
ARL.
E se vende el doppio?
BRIGH.
Siguro.
Quel comodo d'aver la roba pronta, fa che se paga el doppio.
ARL.
E se paga subito?
BRIGH.
Immediatamente.
Senza contrasti; dal cassier; un sora l'altro.
ARL.
Ghe dirò, signor, se i me credesse abile de servirli, me esebirave mi a sta carica de vivandier.
BRIGH.
Anzi vu saressi a proposito più de nissun: ma vu sè un omo comodo, no vorrè andar via da sto paese.
ARL.
Eh, i Bergamaschi, co se tratta de vadagnar, i anderia in cap' al mondo.
Vardè pur se el sior colonnello me vol far sto onor.
BRIGH.
Col sior colonnello, per dirla, basta una mia parola.
ARL.
Animo donca, sior soldado...
BRIGH.
No, no soldado, sargente.
ARL.
Da bravo, sior sargente, una paroletta per mi.
BRIGH.
Veramente questi i è posti, che chi li vol, sol pagar cento, cento e vinti zecchini.
ARL.
Oh, co se tratta po de spender, gnanca un soldo.
BRIGH.
A mi no m'importa; no tendo a ste cosse.
Semo quasi patrioti; lo vói far senza nissun interesse; lassè far a mi.
ARL.
Via, anca mi saverò le mie obbligazion.
BRIGH.
Vado subito dal sior capitanio, avanti che ghe parla nissun.
ARL.
Presto, e pulito.
BRIGH.
Ma...
quella povera zente cossa ghe n'hoi da far? Feme el servizio, fin che torno, lasseli vegnir drento a repossar.
ARL.
Caro sior, gh'ho le mie difficoltà.
BRIGH.
No, caro amigo, compatime.
No savì far el voster interesse.
Se avì da servir el rezimento da vivandier, se avì da dar da magnar a sti soldadi che paga subito, che paga el doppio, non è ben fatto che principiè a far amicizia, a entrarghe in grazia, a farve merito con qualche cortesia?
ARL.
Sior sargente, no la parla mal.
BRIGH.
Animo donca, femose onor co sti galantomeni.
ARL.
Ma che i abbia un poco de descrizion.
BRIGH.
Non abbiè paura de niente.(El furbo è cascà).
(da sé)
A voi.
Attenti.
(verso i soldati)
Presentate l'armi.
(soldati eseguiscono)
Armi in spalla.
(soldati come sopra)
Marciè.
(soldati s'avanzano regolarmente)
Alto.
(soldati si fermano)
A dritta.
(soldati si voltano verso l'osteria)
Marciè.
(Brighella, precedendo i soldati, entra nell'osteria; i soldati entrano seguitandolo, ed Arlecchino, facendo del suo bastone a guisa di schioppo, entra esso pure dopo i soldati)
SCENA QUARTA
Studio in casa del Dottor Polisseno.
Il DOTTORE con alcune scritture in mano va al tavolino a sedere.
Oh, le cose vanno pur male! Dopo che mi è venuto tra i piedi questo signor capitano, pare che in casa mia sia entrata la malora.
Tutto mi va a rovescio; oh sì, che mio fratello mi ha fatto un bel regalo a introdurmi costui! Mi vuol far auditore del reggimento.
Se dicesse il vero, non sarebbe mala cosa per me; ma sono de' mesi che si tira innanzi, e non si conclude.
Orsù, voglio disfarmene; voglio badare alla mia professione, che questa mi può dar da vivere; è vero che magramente si vive, ma bisogna contentarsi del proprio stato.
Basta che il poco pane che mi guadagno, non mi venga malamente mangiato.
E questo signor fratello...
Basta, tiriamo innanzi.
Facciamo questa scrittura.
Colla presente privata scrittura...
(scrivendo)
SCENA QUINTA
RIDOLFO e detto.
RID.
Ben levato, signor fratello.
DOTT.
Buon giorno a vossignoria.
Sono tre ore ch'io sono alzato.
RID.
Ed io m'alzo in questo momento.
DOTT.
Così fa chi non ha da pensare a guadagnarsi il pane.
RID.
Avete bevuto la cioccolata?
DOTT.
Colla presente privata scrittura...
RID.
Fate una scrittura?
DOTT.
Sì, signore.
Che valer debba, come se fatta fosse...
RID.
È qualche scrittura per il signor capitano?
DOTT.
No, per il signor capitano sto preparando un'altra cosetta.
RID.
E che cosa? Si può sapere?
DOTT.
Sì.
Il congedo da casa mia.
RID.
Eh! barzellette! Seguitate, seguitate la vostra scrittura.
DOTT.
Vi dico assolutamente...
RID.
Fate, fate: come se latta fosse per mano di pubblico notaro...
(come se gli dettasse)
DOTT.
Obbligato della dettatura.
Per mano di pubblico notaro...
(scrivendo)
RID.
E per qual motivo lo volete voi congedare?
DOTT.
Promettono le parti infrascritte...
RID.
Questa è una cosa che m'interessa: devo saperlo ancor io.
DOTT.
V'interessa; ma io spendo e mi consumo.
RID.
Ma dunque...
DOTT.
Le parti infrascritte...
(ripete forte quelle parole scrivendole)
RID.
Sospendete un poco di scrivere, e parliamo d'una cosa che preme.
DOTT.
Questo preme che mi dà da vivere; e il vostro signor capitano mi rovina.
RID.
Vi rovina? Vi rovina il signor capitano? Farà voi auditore d'un reggimento...
DOTT.
L'osservanza di tutte le cose...
(scrivendo)
RID.
Farà me primo capitano, e forse forse maggiore, e dite che vi rovina?
DOTT.
Contenute nelli seguenti capitoli...
(pronunciando ciò che scrive coi denti stretti)
RID.
A quel che sento, voi non gli credete.
DOTT.
Niente, una maladetta.
RID.
Gli avete pur creduto finora.
DOTT.
Per mio malanno, per causa vostra, perché il diavolo ha voluto che io gli creda.
RID.
Via, via, calmatevi.
Beviamo la cioccolata.
DOTT.
Cioccolata non ce n'è più.
RID.
Non ce n'è più? L'ha bevuta il signor capitano?
DOTT.
Ha bevuto il diavolo che se lo porti.
RID.
Non ci facciamo scorgere sul più bello.
Se non avete cioccolata in casa, mandiamola a prendere alla bottega.
DOTT.
Primo: promette e s'obbliga...
(scrive fremendo)
RID.
Si è fatto il più, s'ha da fare anche il meno.
DOTT.
Promette e s'obbliga il signor Pantalone de' Bisognosi...
(come sopra)
RID.
È forse la scrittura per il vestiario, che deve far il signor Pantalone per il reggimento?
DOTT.
Sì, per il reggimento de' mammalucchi.
Concedere la signora Costanza, di lui figliuola, in isposa...
(come sopra)
RID.
A chi la promette?
DOTT.
Al signor Fabio Cetronelli...
(come sopra, scrivendo)
RID.
Fermatevi; non andate innanzi con quella scrittura; la fatica è gettata.
DOTT.
Per qual ragione?
RID.
Ve la dirò, se non la sapete.
La signora Costanza, figlia del signor Pantalone, la vuole per sé il signor capitano, ed ora si sta trattando...
DOTT.
Sì, si sta trattando! Scioccherie: al signor Fabio Cetronelli...
(ripetendo e scrivendo, come sopra)
RID.
Vi dico che assolutamente sarà sposa del signor capitano; il signor Pantalone medesimo l'ha detto a me.
DOTT.
Come può essere, s'egli m'ha ordinato di stendere questa scrittura?
RID.
Il signor capitano gliel'ha domandata; ed egli, conoscendo di fare la fortuna della sua figliuola, ha trovato de' pret
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