L'IMPOSTORE, di Carlo Goldoni - pagina 4
...
.
Il signor capitano gliel'ha domandata; ed egli, conoscendo di fare la fortuna della sua figliuola, ha trovato de' pretesti per liberarsi dal signor Fabio.
DOTT.
Mi par impossibile.
Il signor Pantalone ieri mattina mi disse che principiava a dubitare anche lui di questo signor capitano, e che gli rincresceva avergli date alcune monture per i soldati che sinora è andato facendo.
RID.
Sì, è vero; il vecchio mercante, avido e sospettoso, dubitava dell'onoratezza del galantuomo, ma quando ha veduto le cambiali a vista de' suoi corrispondenti, non solo gli ha creduto, ma gli ha offerto casa, denari, assistenza, e ad un piccolo cenno gli ha accordata la figlia.
DOTT.
Ha avuto delle cambiali il signor capitano? (lasciando di scrivere)
RID.
Le ha ricevute ieri colla posta.
DOTT.
Che sieno poi legittime?...
RID.
Che diavolo di bestialità! Voi altri dottori non credete niente, perché sapete come state in coscienza.
DOTT.
Voi parlate male, signor fratello.
RID.
Ma se mi fate venire la rabbia.
Domandatelo al signor Pantalone e poi lo crederete da voi medesimo.
DOTT.
E a chi sono dirette queste cambiali?
RID.
A vari mercanti, e credo qualcheduna al signor Pantalone medesimo.
DOTT.
Dunque voi non le avete vedute.
RID.
Le ho vedute; ma poi non sono stato lì a esaminarle.
DOTT.
Basta, le ho da vedere ancor io.
RID.
Ci giuoco io, che voi ancora non gli credete.
DOTT.
Potrebbe anche darsi che fosse vero.
RID.
Ma questa è una perfidia.
DOTT.
Sono sette mesi che si vive sperando.
RID.
Ed ora siamo alla conclusione.
DOTT.
Se sarà vero...
RID.
Cospetto...
DOTT.
Non bestemmiate.
SCENA SESTA
ORAZIO e detti.
ORAZ.
Servitor umilissimo di lor signori.
DOTT.
Servo divoto.
RID.
Amico, come state?
ORAZ.
Ai comandi del signor capitan tenente.
RID.
Obbligato dell'onore che voi mi fate.
Capisco che mi volete assegnare il posto di primo capitano del reggimento.
ORAZ.
Voi meritate assai più.
Ma col tempo...
Chi sa? Se non avessi certi impegni...
Basta, sapete che io vi stimo e vi amo.
DOTT.
Favorisca, signor capitano.
ORAZ.
Che mi comanda il signor auditore?
DOTT.
In erba.
ORAZ.
Eh, in erba! L'erba è finita; il frutto è maturo; siamo alla raccolta vicini.
DOTT.
Queste patenti vengono?
ORAZ.
È venuto altro che patenti!
DOTT.
E che cosa è venuto?
RID.
Denari eh, signor colonnello?
ORAZ.
Denari a sacchi.
DOTT.
Rallegriamoci un poco.
L'oro consola.
ORAZ.
Eccoli qui.
(mostrando alcuni fogli a guisa di cambiati)
DOTT.
Della carta guardi quanta ne ho ancor io.
RID.
Oh, la vostra carta val poco.
Val più un pezzo di quella del signor colonnello.
ORAZ.
Ehi, tremila.
(mostrando a Ridolfo una cambiale)
RID.
E sarà la minore.
DOTT.
Tremila di che, signor capitano?
RID.
Potreste dirgli signor colonnello.
ORAZ.
Tremila zecchini, signor auditore.
DOTT.
Pagabili?...
ORAZ.
A vista.
DOTT.
Da chi?
ORAZ.
Da Salamone Rocca.
Lo conosce?
DOTT.
Lo conosco.
È mio cliente.
Chi è il traente della cambiale?
ORAZ.
Marzio Pagliarini.
DOTT.
Sì, è suo corrispondente.
Si potrebbe vedere?...
ORAZ.
La firma forse?
RID.
Via, che serve! Mettereste in dubbio la verità?
ORAZ.
No; ho piacere ch'egli la veda: che so io! Vi potrebbe essere qualche falsità.
Bisogna sempre dubitar degl'inganni.
Ho piacere che il signor Dottore la veda, e mi assicuri che sia la firma legittima.
Eccola qui, osservi.
(mostra la cambiale al Dottore)
DOTT.
Sì, certamente; questa è la solita sottoscrizione e la solita cifra della ragione Pagliarini.
ORAZ.
(Eh, io non fallo.
Quando vedo un carattere una volta, mi basta).
(da sé)
RID.
Via, signor sofistico, è soddisfatto? (al Dottore)
ORAZ.
Caro amico, il signor Dottore è un uomo di garbo, cauto, attento.
Così mi piacciono gli uomini.
Chi tutto crede, spesse volte si trova gabbato.
Non è vero, signor auditore?
DOTT.
Ne ha delle altre cambiali? (ad Orazio)
ORAZ.
Sì, ne ho altre due.
Una sopra il signor Pantalone de' Bisognosi, d'altri tremila zecchini a vista; e un'altra piccola, che non la esibisco nemmeno.
RID.
Piccola? Di che somma?
ORAZ.
Eh! una freddura.
Di cento zecchini.
DOTT.
Anche questi sono buoni.
Perché non la presenta? Perché non se la fa pagare?
ORAZ.
Me l'hanno mandata non so perché.
È sopra un amico; non me ne voglio servire.
DOTT.
In materia d'interesse, l'amicizia non pregiudica.
La consiglio a farla accettare per il buon ordine.
ORAZ.
In verità, non me ne curo.
DOTT.
Si può vedere questa piccola cambiale?
ORAZ.
Eccola qui; ma vi replico, non me ne curo.
(gli dà un altro foglio a guisa di cambiale)
DOTT.
Oh diamine! Sopra di me è la cambiale?
ORAZ.
Vi dico che non me n'importa.
RID.
Mio fratello è un galantuomo, la pagherà.
DOTT.
Ma...
è vero che son debitore a questo mio corrispondente di qualche somma, ma i conti non sono liquidati, e non credo arrivi il debito a questa somma.
ORAZ.
Basta, intendetevela con lui, che per me non ci penso.
DOTT.
Certa cosa è, che cento zecchini nel di lei caso sono una bagattella; scriverò all'amico, liquideremo i conti, e quello che gli dovrò dare, glielo darò.
ORAZ.
Fate una cosa, signor auditore.
Accettate la lettera per onor della firma; già io non me ne varrò.
DOTT.
Ma quando la lettera è accettata...
RID.
S'egli dice che non se ne varrà.
DOTT.
Eh, insegnatemi a passeggiare in cadenza, (caricandolo) e non a fare gl'interessi miei.
ORAZ.
Signore, favoritemi di quella cambiale.
(al Dottore)
DOTT.
Eccola; scriverò all'amico...
(gliela dà)
ORAZ.
Aspettate, vi farò vedere io come si fa.
(s'accosta al tavolino)
DOTT.
Che cosa intende di voler fare?
ORAZ.
Perdonate.
(scrive sulla cambiale medesima)
RID.
Fratello mio, badate bene, non vi precipitate voi, e non precipitate me ancora.
(piano al Dottore)
DOTT.
Io procedo onoratamente; quel che dico, è la verità.
Non sono debitore di quella somma.
(piano a Ridolfo)
RID.
Ma si potrebbe facilitare? Poco più, poco meno.
Si tratta di fare la nostra fortuna.
(piano al Dottore)
DOTT.
Il cielo lo voglia.
(piano a Ridolfo)
RID.
Testaccia maladetta! Mi fa una rabbia!
ORAZ.
Ecco fatto, signor auditore.
Tenga la sua cambiale.
(gli dà il foglio)
DOTT.
Come! Vi ha fatto sopra la ricevuta?
ORAZ.
Sì, signore, così si tratta cogli amici.
DOTT.
Ma se io questa somma non la devo pagare!
ORAZ.
Faccia conto d'averla pagata.
Scriverò al traente che la cambiale è soddisfatta, e non pensi ad altro.
DOTT.
Mi maraviglio, signore.
Io sono un galantuomo, sono un uomo d'onore.
I miei debiti non li pago così.
Domando liquidazione, e non carità.
Voglio pagare il giusto, e non voglio marche di disonore, d'impuntualità, di fede sospetta.
La ricevuta, senza il pagamento seguito rende vana, inutile la cambiale, onde si può laceraria, come ora faccio.
La rimanderò all'amico; narrerò il fatto; darò merito alla di lei generosità, ma nel tempo medesimo salverò l'onor mio e la mia illibata puntualità.
(parte)
SCENA SETTIMA
RIDOLFO ed ORAZIO.
RID.
Mio fratello è un pazzo.
ORAZ.
No, amico: egli è un onestissimo galantuomo, e certamente sempre più m'impegna a dargli prove della mia stima.
Lo farò ricco, lo farò grande, lo renderò felice.
RID.
Sì, mi piace infinitamente che mio fratello abbia del bene; ma vi raccomando la mia persona.
Ricordatevi, caro amico, che io sono stato il primo...
ORAZ.
Sì, egli è vero, e vedrete quello che farò per voi.
RID.
Lo stato maggiore è completo? Le piazze di tenente colonnello, di maggiore, le avete già conferite?
ORAZ.
Il tenente colonnello è già fatto.
Per il maggiore ho un impegno, ma si potrebbe vedere...
RID.
Via, vediamo.
ORAZ.
La persona che mi ha impegnato, ha sborsato a conto dugento zecchini: ora, per dirla, pare che non si trovi in istato di arrivare all'intiero sborso.
RID.
A quanto dovrebbe ascendere la somma per una tal piazza?
ORAZ.
Già sapete che da voi non voglio niente.
Basterebbe poter rendere a quel tale i suoi dugento zecchini.
RID.
Questa è cosa facile.
Si renderanno subito.
ORAZ.
L'avete voi questa somma?
RID.
Mio fratello.
ORAZ.
Potete dirglielo.
RID.
Glielo dico subito.
ORAZ.
Credete che li darà?
RID.
Li darà senz'altro.
ORAZ.
In confidenza, lo ha egli questo denaro?
RID.
Se non lo ha, lo troverà.
Per una fortuna simile si possono fare degli sforzi.
Vi sono de' beni, si possono ipotecare.
Amico, i dugento zecchini vi saranno, e l'obbligazione mia verso di voi sarà eterna.
ORAZ.
Vi raccomando di maneggiare col signor Pantalone l'affare della sua figliuola per me.
RID.
Non dubitate.
Sarà vostra senz'altro.
ORAZ.
Ha una difficoltà per la dote.
RID.
In che consiste?
ORAZ.
Vorrebbe che io gliel'assicurassi.
RID.
Addio.
Vi farà la sicurtà mio fratello.
(parte)
SCENA OTTAVA
ORAZIO solo.
Questi è uno che vuol far la fortuna di suo fratello.
Io frattanto cercherò di fare la mia; ma mi conviene far presto, perché oramai l'impostura va un poco troppo alla lunga, e per dir vero, mi stanco io medesimo d'imposturare e a poco per volta divengo odioso a me stesso.
Ah! chi l'avesse mai detto al mio povero padre ch'io dovessi così mal corrispondere all'amore che ebbe per me.
Scellerati amici, compagni indegni! Voi mi avete al precipizio condotto; e chi principia a sdrucciolare una volta, difficilmente si regge, o torna difficilmente nel buon sentiero.
Che sarà di me alla fine? Questo è il più funesto de' miei pensieri.
Abbandoniamolo: pensiamo a vivere alla giornata.
Vi sono degli impostori fortunatissimi.
Chi sa? Non forse...
allegramente.
(parte)
SCENA NONA
Camera in casa di Pantalone.
PANTALONE e FLAMINIO.
FLAM.
Alla guerra; signor sì.
Voglio andare alla guerra
PANT.
Eh via, caro ti, xestu matto? Cossa vustu andar a far alla guerra? Se no ti xe bon gnanca de tirar el collo a un pollastro, figurete se ti gh'averà coraggio de manizar un schioppo.
FLAM.
Che si adoperano gli schioppi alla guerra?
PANT.
Schioppi, spade, e quel che bisogna.
FLAM.
Schioppi, spade, cannoni.
Tinfete, tunfete; voglio andare alla guerra.
PANT.
Caro fio, chi t'ha messo sta malinconia in testa?
FLAM.
Alla guerra non vi è malinconia, signor padre.
Sempre allegria, sempre spassi, sempre divertimenti.
Alla gherre, alla gherre, alla gherre, la ralarà, la larà la.
(cantando e ballando)
PANT.
(Povero semplice! I lo fa zozo co gnente).
(da sé) Dime, caro ti; chi te vol menar alla guerra?
FLAM.
Il signor capitano.
Ed io, mi vedete io? Io porterò la bandiera.
PANT.
(Sto sior capitano l'ha messo su).
(da sé) El mestier del soldado, Flaminio caro, nol xe per ti.
FLAM.
Tant'è, ho questa invocazione.
Voglio andare alla guerra.
PANT.
Invocazion? Ti vol dir vocazion: no ti sa gnanca parlar.
Ma no la xe vocazion, el xe un mattezzo.
FLAM.
Sono cinque giorni che imparo a maneggiar la bandiera.
PANT.
E chi te insegna?
FLAM.
Ho veduto Ottavio mio fratello, e ho imparato come si fa.
PANT.
To fradello xe stà in collegio; l'ha imparà cento belle virtù, e volesse el cielo che t'avesse mandà in collegio anca ti, che no ti saressi un zocco, come che ti xe; mah, causa to mare che th'a volesto con ella, che t'ha coccolà, e la t'ha sassinà.
FLAM.
Senza andare in collegio, ho imparato a maneggiar la bandiera.
PANT.
Chi te l'ha dada la bandiera?
FLAM.
Me la son fatta da me.
PANT.
Come astu fatto?
FLAM.
Una camicia infilata in un bastone.
PANT.
Ah, povero mamalucco!
FLAM.
Domandatelo a mia sorella.
PANT.
Orsù, a monte ste freddure.
Badè al negozio, che preme.
Vostro fradello ha da tender ai studi, e vu avè da agiutar vostro padre.
FLAM.
Voglio andare alla guerra.
PANT.
Sior no.
(con autorità)
FLAM.
Non mi fate piangere.
PANT.
Povero bernardon!
FLAM.
Chi è Bernardone?
PANT.
Ti, caro.
FLAM.
Io? Non sono Flaminio io?
PANT.
Animo: andè a copiar quelle lettere.
FLAM.
Alla gherre, alla gherre, alla gherre.
(cantando)
PANT.
Pezzo de matto!
FLAM.
E mia sorella ha da venire con me.
PANT.
A cossa far?
FLAM.
A rattoppar la bandiera, quando sarà rotta.
PANT.
Mi, vedistu? te strapperò la bandiera, e te romperò el manego sulla testa.
FLAM.
Papà, non mi fate piangere.
PANT.
(Poverazzo! El me fa compassion), (da sé)
SCENA DECIMA
ORAZIO e detti.
ORAZ.
Oh, signor Pantalone...
PANT.
Oh giusto ella, signor capitanio.
FLAM.
Monsieur le capitain, quando alleron nous alla guerra?
PANT.
Védela sto povero putto? Sala che el sia un pochetto scemo de cervello, e che no la xe carità farlo deventar più matto de quel che 'l xe.
ORAZ.
Signore, compatitemi; io non credeva...
PANT.
Oh basta; l'avviso ghe serva, la lo lassa star, e no la ghe staga a parlar de cosse che no xe per ello.
ORAZ.
Mi meraviglio, signore; sapete quanta stima io ho per la vostra persona.
Pensava di fare un bene per lui e per voi, procurandogli un onorato impiego; ora che sento non essere di sua vocazione...
FLAM.
L'invocazione ce l'ho io.
PANT.
Séntela?
ORAZ.
Non ne parliamo più.
Signore, quando sarà all'ordine questo vestiario?
PANT.
Sta settimana mille abiti sarà terminadi.
ORAZ.
Benissimo.
E la cambiale di tremila zecchini quando vuol favorir di pagarla?
PANT.
La xe a vista, doverave pagarla subito.
Ma ella quando vorla pagar el vestiario?
ORAZ.
Quando sarà terminato.
PANT.
Poderessimo far un ziro.
ORAZ.
No, signore; le cose vanno fatte con regola.
La cambiale è a vista.
Subito che il vestiario è pronto, i suoi denari son preparati.
PANT.
E se el vestiario adesso fusse fenio, che difficoltà gh'averavela da far sto ziro.
ORAZ.
Se il vestiario fosse finito...
PANT.
La me lassa andar a dar un'occhiada.
ORAZ.
Ma intanto voi potreste...
PANT.
Torno subito.
ORAZ.
Perché avrei bisogno...
PANT.
La se ferma, che torno subito.
(Sti tremile zecchini no li vorave pagar).
(da sé, e parte)
SCENA UNDICESIMA
ORAZIO e FLAMINIO.
ORAZ.
(Basta, in ogni caso, vengano i zecchini, vengano gli abiti, anche di quelli si fa denaro).
(da sé)
FLAM.
(Voglio andare alla guerra).
(da sé)
ORAZ.
(La difficoltà consiste nel trasportarli, ma che vengano, e il modo si troverà).
(da sé)
FLAM.
Signor capitano.
ORAZ.
Che c'è, signor Flaminio?
FLAM.
Voglio andare alla guerra.
ORAZ.
Il signor padre non vuole.
FLAM.
Se non vuol lui, voglio io.
ORAZ.
Ma io non posso, se egli non vuole.
FLAM.
Non mi fate piangere.
ORAZ.
No, povero ragazzo, non piangete.
Anderemo alla guerra.
FLAM.
E porterò la bandiera.
ORAZ.
E vi farete onore.
FLAM.
E la spada?
ORAZ.
Anche la spada.
FLAM.
E lo schioppo?
ORAZ.
Anche lo schioppo.
FLAM.
Non si potrebbe fare a meno di portar lo schioppo?
ORAZ.
Chi porta la bandiera, non porta lo schioppo.
FLAM.
Io porterò la bandiera.
ORAZ.
Farete tutto quel che volete.
Starete con me, e sarete padrone, come sarò io.
FLAM.
E m'insegnerete a tirar di spada.
ORAZ.
V'insegnerò ogni cosa.
Ma, caro amico, ho bisogno d'un servizio da voi.
FLAM.
Ve ne farò anche due, anche sette, anche cento.
ORAZ.
Avrei bisogno di dir una parola a vostra sorella.
FLAM.
E perché non gliela dite?
ORAZ.
Vostro signor padre, vostro fratello maggiore non vogliono che ella parli con nessuno; e a me preme di dirle una cosa.
FLAM.
Vi farò parlar io con lei.
ORAZ.
Ma bisognerebbe farlo che nessuno lo sapesse.
FLAM.
Quando non ci sarà nessuno, vi avviserò.
ORAZ.
Via, da bravo.
FLAM.
Ma mia sorella ci ha da essere?
ORAZ.
Se ho da parlare con lei!
FLAM.
Volete venire adesso?
ORAZ.
Ora ci sarà il signor Pantalone.
FLAM.
Proviamo.
ORAZ.
Proviamo.
FLAM.
Vi farò vedere come gioco la bandiera.
ORAZ.
Benissimo; verrò col pretesto di veder le vostre virtù.
FLAM.
La gioco con due mani, e con una mano.
ORAZ.
E con una mano!
FLAM.
Bandiera bianca.
ORAZ.
Segno di pace.
FLAM.
E poi anderemo alla guerra.
ORAZ.
E poi anderemo alla guerra.
SCENA DODICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Fratello, andate a casa, che il signor padre vi vuole.
FLAM.
Signor sì, subito.
Andiamo, signor capitano.
ORAZ.
Perdonatemi; ora non vi posso servire.
FLAM.
Andiamo a giocar la bandiera.
ORAZ.
Un'altra volta, signore.
FLAM.
Andiamo, se volete parlare con mia sorella.
OTT.
Il signor capitano vuol parlare a Costanza?
ORAZ.
(Eh, caro signore, il vostro povero fratello non sa quello che si dica).
(piano ad Ottavio)
FLAM.
Venite, o non venite? (ad Orazio)
OTT.
Andate a casa, vi dico.
(a Flaminio)
FLAM.
Voi non mi comandate.
OTT.
Comanda il padre, e voi obbedite.
FLAM.
Anderò alla guerra, e non obbedirò più nessuno.
Ehi, dirò a mia sorella che le volete parlare.
"Alla gherre, alla gherre, alla gherre, la ra la la larà lalara là".
(cantando e ballando parte)
SCENA TREDICESIMA
OTTAVIO ed ORAZIO.
ORAZ.
(Questo sciocco mi ha quasi posto in un brutto impegno).
(da sé)
OTT.
(Costui l'ho per un impostore; e non vi è pericolo che gli creda).
(da sé)
ORAZ.
È un peccato che in una famiglia d'uomini saggi, come la vostra, siavi un giovane di sì poco spirito.
OTT.
Disgrazia per lui, e disgrazia per tutti noi.
ORAZ.
Si può sentir di peggio? Andar dicendo che io voglio parlare alla vostra signora sorella!
OTT.
Saprete bene, che alle figlie onorate non si parla sì facilmente.
ORAZ.
Lo so, signore, e voi sarete ben persuaso, che io sono un offiziale d'onore.
OTT.
Formate un reggimento nuovo, non è vero, signore?
ORAZ.
Verissimo; ed il vostro signor padre ne è pienamente informato.
OTT.
L'esercizio che fate fare a' vostri soldati, con qual sistema lo regolate?
ORAZ.
L'esercizio militare ognuno sa che cos'è.
OTT.
Ma non tutti lo fanno nella stessa maniera.
ORAZ.
È verissimo.
(Non vorrei che costui m'imbrogliasse).
(da sé)
OTT.
Il vostro è alla francese, o alla prussiana?
ORAZ.
Alla prussiana: esercizio moderno.
OTT.
In fatti è il più difficile, ma il più sicuro.
In collegio, per una specie di divertimento, c'insegnavano qualche cosa di militare.
Favorite in grazia, per mio lume, che differenza ci è fra l'esercizio francese e l'esercizio prussiano?
ORAZ.
Oh, molta differenza, molta.
ORAZ.
Ma pure?
ORAZ.
Perdonate.
Troppo lunga sarebbe una tal descrizione; e poi, chi non è del mestiere, non può intendere così presto la differenza.
OTT.
Per esempio, in quanti tempi alla prussiana si fa un movimento?
ORAZ.
Un movimento! Questo non è un termine che da noi si usi.
OTT.
Mi spiegherò.
In quanti tempi alla prussiana si presentan l'armi?
ORAZ.
(Diavolo!) (da sé) Bisogna vedere in che situazione si trova il soldato.
OTT.
Per esempio: ha l'arme in spalla; in quanti tempi fa egli la presentazione?
ORAZ.
Oh, oh, la presentazione! Che termine ridicolo! Perdonatemi: voi non sapete niente.
OTT.
Ho dubbio che voi ne sappiate meno di me.
ORAZ.
Verrò a scuola da voi, signore.
OTT.
Sarei capace di darvela.
ORAZ.
Capace di dare lezione a me? Vi compatisco, perché siete figliuolo del signor Pantalone.
Non sapete voi che io ho comandato l'esercizio a tre e quattromila uomini a fuoco vivo, alla presenza de' generali, marescialli e de' potentati?
OTT.
Sì, lo credo.
Favoritemi dire come formisi il centro vuoto.
ORAZ.
Sì, bravo; il centro vuoto.
OTT.
Il battaglione carrè, come va comandato?
ORAZ.
Orsù, giacché vedo che avete dei buoni principii, del genio e della disposizione, verrò in ora più comoda ad istruirvi, e in poco tempo m'impegno di mettervi in istato di comandare un esercito.
OTT.
Ma intanto rispondetemi a quello ch'io vi domando.
ORAZ.
Ecco qui un mio sargente.
Questa sorta di freddure si domandano a lui, non ad un uffiziale della mia qualità.
SCENA QUATTORDICESIMA
BRIGHELLA e detti.
ORAZ.
Che c'è di nuovo, sargente?
BRIGH.
Nove reclute, signor.
ORAZ.
Andiamole a vedere.
OTT.
E così vi levate d'impegno.
ORAZ.
Prima di parlare, pensate bene con chi parlate.
Cogli uffiziali del mio rango non si scherza in materie si mili.
OTT.
Se vi chiamate offeso, son pronto a darvi soddisfazione.
ORAZ.
No, amico, vi compatisco, perché siete figliuol del signor Pantalone.
(parte con Brighella)
SCENA QUINDICESIMA
OTTAVIO solo.
Sempre più mi confermo nell'opinione che costui sia un furbo, un ingannatore; la maniera civile con cui l'ho interrogato, non meritava ch'ei rispondesse villanamente ma giudico che ei ne sappia di guerra, quanto io ne so di musica; e se ora ho principiato a tasteggiarlo soltanto farò di lui l'intiera scoperta.
Lode sia sempre al mio buon genitore, che mi ha in un collegio fatto educare, ove insegnandosi, oltre le scienze, anche le belle arti, escono giovani eruditi, colti, e delle cose migliori istruiti.
Mio padre è preso di mira da quest'incognito; dubito ch'ei lo voglia ingannare, ma io veglierò tanto sulla sua condotta, che non gli darò campo di farlo, valendomi in ciò non di quegli studi che nelle scuole ho appresi, ma di quella sana politica e direzione, che conversando con persone di spirito in una dotta comunità, facilmente s'imprime nella nostra mente e nel nostro tenero cuore.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera in casa di PANTALONE,
ORAZIO e FLAMINIO.
FLAM.
Venite, che ora non c'è nessuno.
ORAZ.
Lo so che vostro padre è andato ai suoi magazzini; ma vostro fratello dov'è?
FLAM.
Mio fratello è andato non mi ricordo dove, ma se non torna a casa, non vi è pericolo che venga qui.
ORAZ.
Bravissimo.
E se ritorna a casa?
FLAM.
Se torna a casa, lo sapremo anche noi.
ORAZ.
E se mi trova qui, che cosa dirà?
FLAM.
Io poi non posso sapere che cosa dirà.
ORAZ.
Bisognerebbe spicciarsi presto.
Avete avvisata la signora Costanza?
FLAM.
L'ho avvisata; mi ha detto che or ora verrà qui da voi.
ORAZ.
Ha mostrato piacere, quando le avete detto che io le voleva parlare?
FLAM.
Non lo so, da giovine da bene; non lo so, da soldato onorato.
ORAZ.
Che gesti ha fatto, quando le avete parlato di me? Ve ne ricordate?
FLAM.
Sì, me ne ricordo.
Ha fatto il bocchino, è divenuta rossa, pareva che si vergognasse, mi ha detto vengo subito, e poi è corsa a guardarsi nello specchio.
ORAZ.
(Si vede che costei ha dell'inclinazione per me) (da sé) Ma quando viene? Il tempo vola, e noi possiamo essere sorpresi.
FLAM.
Or ora verrà.
Intanto vi farò vedere come gioco la bandiera.
ORAZ.
No, caro amico, ciò si farà un'altra volta: fatemi grazia di sollecitar a venire la signora Costanza, o noi andiamo da lei.
FLAM.
Facciamo come volete...
ma zitto, che sento venir qualcheduno.
ORAZ.
Che sia vostra sorella?
FLAM.
Sì, è ella senz'altro.
La conosco al tìcchete tàcchete delle scarpette.
ORAZ.
Eccola per l'appunto.
È dessa.
FLAM.
Via, presto, non vi fate pregare.
(verso la scena)
ORAZ.
Torna indietro? Perché? (a Flaminio)
FLAM.
Venite qui; non vi vergognate.
(come sopra)
SCENA SECONDA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Che volete voi da Costanza? (a Flaminio con isdegno, venendo dalla parte opposta)
FLAM.
Oh! siete già ritornato?
ORAZ.
(Ecco il motivo per cui la fanciulla si è ritirata).
(da sé)
OTT.
Vossignoria che pretende da mia sorella? (ad Orazio)
ORAZ.
Io? Nulla, signore.
La domandava il fratello vostro.
OTT.
Rispondetemi, sciocco, per qual motivo volevate voi ch'ella qui venisse? (a Flaminio)
FLAM.
Voleva che venisse...
ORAZ.
(Gli fa de' cenni, perché non parli di lui)
FLAM.
No, non voleva che venisse.
(non intendendo Orazio)
OTT.
Ma se vi ho inteso chiamarla; perché l'avete chiamata? (a Flaminio)
FLAM.
L'ho chiamata...
ORAZ.
(Come sopra)
FLAM.
L'ho chiamata, e non l'ho chiamata.
(come sopra)
OTT.
(Accorgendosi della soggezione di Flaminio, si volta a un tratto, e vede qualche gesto di Orazio, il quale cerca di coprirlo, componendosi)
ORAZ.
(Vorrei uscirne a bene, se io potessi).
(da sé)
OTT.
Il signor capitano saprà meglio dirmi di questo stolido, per qual motivo accostavasi mia sorella.
ORAZ.
Io posso dirvi soltanto il motivo che qui mi ha condotto, ed è la riscossione d'una cambiale di tremìla zecchini.
OTT.
Chi la deve pagare?
ORAZ.
Il signor Pantalone.
OTT.
(Prima ch'egli la paghi, ci voglio essere ancora io).
(da sé)
FLAM.
Ma che deve importare a voi che venga qui mia sorella? (ad Ottavio)
OTT.
Vi ha forse pregato il signor capitano, che la faceste venire?
ORAZ.
Signore, io non so nulla, io non l'ho richiesto di questa cosa.
FLAM.
Oh, non dite bugie, che il cielo vi castigherà.
(dà Orazio)
ORAZ.
Mi maraviglio di voi.
(a Flaminio)
FLAM.
Ed io mi maraviglio di mio fratello, che è venuto più presto di quello che doveva venire; che se tardava mezz'ora, voi le avreste parlato, senza che nessuno avesse saputo niente,
ORAZ.
Signore, vostro fratello è un pazzo.
OTT.
È vero, si conosce che è tale.
Ritiratevi un poco, ho da discorrere col signor capitano.
(a Flaminio)
ORAZ.
(Sono sempre più in impegno.
Maledetto amore!) (da sé)
OTT.
Fatemi il piacere di ritirarvi.
(a Flaminio)
FLAM.
State molto qui? (ad Ottavio)
OTT.
Pochissimo.
FLAM.
Bene; dirò a mia sorella, che quando sarete andato via, potrà venire allora a parlare col signor capitano (parte)
SCENA TERZA
ORAZIO ed OTTAVIO.
ORAZ.
(Misero me! Se n'esco con costui, non m'impiccio mai più).
(da sé)
OTT.
Signor capitano, i pazzi pur troppo, per debolezza di spirito, dicono sovente la verità.
Vi prevalete della sua innocenza per un fine sospetto; e però a me dovete voi render conto di questa vostra condotta.
ORAZ.
Torno a ripetervi, che sono qui in cerca del signor Pantalone, per interessi che passano fra lui e me per una cambiale, per il vestiario de' miei soldati, e per cose simili.
Io non ho ardito di domandare la sorella vostra.
Ma s'ella ha qualche inclinazione per me, se il signor Flaminio, mosso piuttosto dalle preghiere sue che da altro, ha procurato che io le parlassi, sono un uomo d'onore incapace d'abusarmi delle finezze di una giovane onesta, incapacissimo di oltraggiar una casa onorata, e nemmeno con il pensiero oserei di tradire l'amicizia, la fede, la delicatezza dell'onor mio.
OTT.
Supponete voi dunque, che mia sorella possa avere dell'inclinazione per voi?
ORAZ.
Sì, signore: ho qualche ragione di crederlo; e vi dirò di più ancora, se nol sapete, aver io tutta la stima ed il più tenero amore verso di lei.
OTT.
Non dite poco, signor capitano.
ORAZ.
Ho fatto dire assai più al signor vostro padre.
OTT.
Che gli avete voi fatto dire?
ORAZ.
Che desidero la di lui figliuola in isposa.
OTT.
E qual risposta ne avete voi riportata?
ORAZ.
Favorevole più ch'io non mi era creduto.
OTT.
Mio padre non mi ha ancor detto nulla.
ORAZ.
Non crederà necessario di dirvelo.
OTT.
Credo ben io necessario d'illuminarlo.
ORAZ.
Di che, signore?
OTT.
Di meglio assicurarsi dell'esser vostro, prima di sagrificare una figlia.
ORAZ.
L'esser mio gli è noto bastantemente,
OTT.
Con qual fondamento?
ORAZ.
Con quello delle mie lettere e delle mie cambiali.
OTT.
Eh! signore, vi sono dei belli spiriti in questo mondo.
ORAZ.
Che vorreste voi dire?
OTT.
Ho sentito in collegio raccontare di belle storie di caratteri, di firme e di bravure d'ingegno.
ORAZ.
Come! Mi taccereste voi d'impostore?
OTT.
Non ardisco di farlo; ma quando voi dubitaste che ciò di voi si temesse, sareste in impegno d'onore di giustificar l'esser vostro.
ORAZ.
Come parrebbe a voi che io dovessi giustificarlo?
OTT.
Di qual paese siete, signore?
ORAZ.
Sono di questo mondo.
OTT.
Il mondo è pieno d'uomini onesti e d'impostori indegni.
ORAZ.
In quale di queste due classi intendereste voi collocarmi?
OTT.
Datevi meglio a conoscere, e non avrò riguardo veruno a dirvi in faccia la mia sentenza.
ORAZ.
La maniera vostra di rispondere è una manifesta temerità.
OTT.
La condotta vostra è una manifesta impostura.
ORAZ.
Se non foss'io in casa vostra, vi farei conoscere chi sono.
OTT.
Usciamo in questo momento.
ORAZ.
Uscirò anche troppo presto per voi.
Vo' prima attendere vostro padre.
Vo' esigere il mio denaro, e poi, signor gradasso, ci proveremo.
Vedrete la differenza che passa fra il fioretto e la spada.
OTT.
Voglio vederla adesso questa differenza.
ORAZ.
Di qui non esco, senza il pagamento della cambiale.
OTT.
Giuro al cielo.
(mette mano alla guardia della spada)
ORAZ.
Perdereste il rispetto alla vostra casa?
OTT.
No; ad onta della mia collera, conosco il dover mio.
Non posso in casa mia attaccarvi; ma posso ben dirvi, che siete un vile.
ORAZ.
Ed io posso rispondervi, che siete un temerario.
OTT.
Chi in casa mia m'insulta, o esca per soddisfarmi, o lo farò tosto balzare da una finestra.
SCENA QUARTA
PANTALONE e detti.
PANT.
Cossa gh'è? Coss'è sto strepito? Cossa xe stà?
OTT.
Signore, permettetemi ch'io vi dica...
ORAZ.
Alle corte, signor Pantalone, mi favorisca de' miei tremila zecchini.
PANT.
La sappia che el vestiario xe all'ordene, e che doman a mezzo zorno la gh'averà i so abiti a casa.
OTT.
(Freme da sé)
ORAZ.
Non voglio altri abiti: voglio il pagamento della cambiale.
PANT.
Come! La m'ha ordenà el vestiario, la me l'ha fatto far, e adesso no la lo vol? Che novità xe questa?
ORAZ.
Non voglio aver altro che far con voi, per non soffrire impertinenze maggiori da vostro figlio.
PANT.
Coss'è? Cossa gh'astu fatto? (ad Ottavio)
OTT.
Ah signor padre, prima di dargli fede, assicuratevi meglio della verità della sua persona.
PANT.
Cossa vorressistu dir?
ORAZ.
Meno ciarle, signore, ecco la cambiale, a vista.
Pagatela.
(gli presenta il solito foglio)
OTT.
Prima di pagarla, esaminatela bene.
(a Pantalone)
ORAZ.
Udite la sfacciataggine di vostro figlio? M'imputa di falsario.
La riconoscete voi questa firma? Siete voi uno sciocco, uno stolido, che non ravvisate i caratteri de' vostri corrispondenti? Soffrirete voi un pedante, che per essere stato a scaldar le panche di una università, pretende dar legge al mondo, correggere il padre, ed offendere le persone d'onore? Ma, giuro al cielo, non lo farà impunemente.
Me ne farò render conto.
Pagatemi intanto i tremila zecchini.
PANT.
Ottavio, fin adesso t'ho credesto un putto de garbo, ma vedo che ti xe un strambazzo.
Cussì ti parli dei galantomeni che no ti cognossi? Cussì ti dà del buffon a to pare? Sta firma xe legittima, la cognosso, e la devo pagar.
ORAZ.
Pagatela dunque, signore...
PANT.
L'averia da pagar, ma avendo fatto el vestiario, fenio e tutto, faremo el ziro de sta cambial, e chi s'averà da dar, pagherà.
ORAZ.
Vi dico che non voglio altro vestiario.
PANT.
Me maraveggio, la m'ha da mantegnir la parola.
ORAZ.
L'insolenze del figlio mi disimpegnano di più trattare col padre.
Domani marcerò altrove colla mia gente, e voi pensate a pagarmi.
PANT.
Vedistu, tocco de anemalazzo? (ad Ottavio)
OTT.
Vi prego di lasciarmi dire...
PANT.
Tasi là.
Caro sior capitanio, la prego de compatirlo.
In grazia mia la lo compatissa; la sa quanta stima, quanto rispetto che gh'ho per ella.
Finalmente, se el fio l'ha offesa, el padre no ghe n'ha colpa.
(Se noi tol sti abiti, la xe la mia ruvina).
(da sé)
ORAZ.
Voi meritate che facciasi per la bontà vostra ogni sagrifizio; ma l'onore non mi permette quietarmi senza una giusta soddisfazione da chi m'ha offeso.
PANT.
La gh'ha rason.
Animo, sior, domandèghe scusa.
(ad Ottavio)
OTT.
Caro padre, pria di obbligarmi a un tal passo, permettetemi che io vi renda ragione...
PANT.
No voggio altre rason.
Co comando, voggio esser obbedio; domandèghe scusa.
OTT.
Sì, lo farò; i comandi assoluti d'un padre sono leggi inviolabili ad un figliuolo.
Signore, vi chiedo scusa.
Sarete ben persuaso, che ad un tal passo non è la viltà che mi guida, ma il rispetto soltanto, e l'obbedienza ad un padre.
A lui sagrificare saprei la vita medesima, che da lui riconosco; molto più frenar posso, per compiacerlo, gli stimoli d'un giusto sdegno, di un'onorata vendetta.
Torno a ripetere, vi chiedo scusa.
Eccovi obbedito, signore.
(a Pantalone) Ecco adempito alla volontà vostra, ed al mio dovere; partirò per maggior rispetto: ma nel momento ch'io parto, permettetemi che vi avvertisca d'invigilare un po' meglio sulla condotta di vostra figlia, e di chi s'introduce nella nostra casa; protestandovi col più umile figliale ossequio, che mi scorderò anche della obbedienza medesima, dove si tratterà di difendere il decoro della nostra onorata famiglia.
(parte)
SCENA QUINTA
PANTALONE ed ORAZIO.
PANT.
(Siestu benedìo.
Come che el parla pulito!) (da sé)
ORAZ.
(Questo ragazzaccio vuol essere la mia rovina).
(da sé)
PANT.
Sior capitanio carissimo, no so cossa che voggia dir Ottavio della condotta de mia fia, e de chi vien in sta casa.
In fatti, vago osservando...
vu savevi che giera al magazen; per cossa seu vegnù qua in tempo che no me podevi trovar?
ORAZ.
Io non sapeva che foste ne' magazzini.
Son qui venuto per i tremila zecchini.
PANT.
El vestiario xe all'ordine.
Doman la lo gh'averà.
ORAZ.
Basta, son un uomo d'onore, ho data la mia parola, lo prenderò, ma con un patto.
PANT.
Con che patto?
ORAZ.
Che ponghiate freno agl'impeti di vostro figlio, che l'obblighiate a portarmi rispetto, e a non darmi nuovi motivi di disgustarmi.
PANT.
In questo so quel che ho da far.
Ottavio gh'ha giudizio, e me posso comprometter della so ubbidienza.
ORAZ.
Perché poi, in caso diverso, mi scorderò ch'egli sia cosa vostra, e lo passerò colla spada da parte a parte.
PANT.
Aseo! No, sior capitanio, no vegniremo a sti passi.
Ottavio ne ghe darà più sto motivo.
Ma la prego anca ella, co mi no son in casa, no la daga da sospettar.
ORAZ.
De' galantuomini così facilmente non si sospetta.
PANT.
Ma, la vede ben, dove che ghe xe delle putte...
ORAZ.
A proposito di questa vostra figliuola, so pure che qualche cosa in mio nome vi è stato detto.
PANT.
È verissimo, e giusto per questo se ha motivo de invigilar un pochetto de più.
ORAZ.
Mi è stato fatto sperare, che voi non siate per isdegnare la mia richiesta.
PANT.
Veramente el xe un onor, che se degna de farme el sior capitanio; ma la vede ben, mandar una putta fora del so paese, senza saver dove che l'abbia d'andar...
ORAZ.
Quando voi l'appoggiate ad un galantuomo, da per tutto non può star che bene.
PANT.
Bisogna sentir cossa che la dise anca ella.
ORAZ.
È giusto.
Sentiamola.
Fatela venire, ed interroghiamola.
PANT.
Ma no, cara ella, sta sorte de domande no le se fa in pubblico; lo farò mi a quattr'occhi.
ORAZ.
Intanto, supponendo ch'ella non dica di no, siete voi disposto a dire di sì?
PANT.
Bisogna che senta cossa dise anca i so fradelli.
ORAZ.
Ho inteso; voi cercate i pretesti per darmi una negativa.
Dei due fratelli suoi, uno è stolido, l'altro è superbo.
Ma voi, se siete un uomo di senno, avete da dispor della figlia senza dipender da loro, e se non lo fate, congetturo il malanimo che avete meco, e saprò ricordarmene nelle occasioni.
PANT.
Sior capitanio, ghe parlerò schietto.
La mazor difficoltà la gh'ho circa la dota.
La vorla senza dota?
ORAZ.
Non è onor vostro offrire una figlia senza la dote.
PANT.
Né mi intendo de maridarla per carità.
La so dota xe diesemile ducati.
Ma la vede ben, xe giusto che la ghe sia sicurada.
ORAZ.
Non basta per sua assicurazione il mio reggimento?
PANT.
El reggimento va alla guerra, i lo taggìa a pezzi, e la dota va sotto terra.
ORAZ.
Siete troppo sofisfico, signor Pantalone!
PANT.
E po ghe dirò anca.
La sa che son in parola de darla a sior Fabio, zovene del paese, fio de un galantomo mio amigo...
ORAZ.
Ora poi, con questo confronto all'onor mio ingiurioso, mi ponete in impegno di dirvi, che se non fate stima di me, io non faccio stima di voi.
Finiamola una volta, tronchiamo il nostro commercio; pagatemi i miei tremila zecchini.
PANT.
Mo la se scalda molto presto, el mio caro sior capitanio.
No la me lassa gnanca fenir de dir.
Con tutto l'impegno, con tutta l'amicizia col sior Fabio, ho trovà un pretesto per cavarme, se occorre; ma torno a dirghe, la difficoltà consiste in te la sicurtà della dota.
ORAZ.
Bene; a questa si provvederà.
PANT.
E allora ghe la darò.
ORAZ.
Bravo, galantuomo; siete mio suocero da questo punto.
PANT.
E mi scomenzo a considerarla come mio zenero.
ORAZ.
Mi volete bene?
PANT.
Benon, benonazzo.
ORAZ.
Fatemi un piacere.
PANT.
Comandè, caro.
ORAZ.
Lasciatemi dir due parole sole alla mia sposa.
PANT.
Caro fio, xe ancora presto.
ORAZ.
Caro suocero, caro padre, non mi negate questa picciola grazia.
PANT.
Bisogna véder...
bisogna sentir...
ORAZ.
Servitor devotissimo.
(in atto di partire)
PANT.
Dove andeu?
ORAZ.
A battermi col primo che incontro.
PANT.
Per che rason?
ORAZ.
Per la disperazione in che mi mette la crudeltà d'un suocero ingrato.
(come sopra)
PANT.
Vegnì qua, fermeve.
(Se l'incontra mio fio, el lo sbudella a drettura).
(da sé)
ORAZ.
E bene, che risolvete?
PANT.
Aspettè un pochetto...
sento zente.
ORAZ.
Che qui non venga nessuno.
Che non interrompano gli affari nostri.
PANT.
Xe el dottor Polisseno con so fradello; l'oggio da mandar via?
ORAZ.
No, che vengano.
Son buoni amici.
PANT.
(Manco mal, per adesso ho schivà l'impegno).
(da sé)
SCENA SESTA
Il DOTTORE POLISSENO, RIDOLFO e detti.
RID.
Riverisco il signor Pantalone; m'inchino al signor colonnello.
(ad Orazio)
PANT.
Ghe son servitor.
ORAZ.
Con tutto il cuore.
(abbracciando Ridolfo)
DOTT.
Amico, compatite s'io vengo a darvi incomodo.
Mio fratello mi ha condotto, posso dire quasi per forza, senza volermi dire il perché; eccolo qui, ora ci dirà egli il motivo.
(a Pantalone)
RID.
Sì, signore, or ora il saprete.
(al Dottore)
DOTT.
Confesso il vero, ho un poco di curiosità.
RID.
Signor Pantalone, vedendovi qui unito col signor colonnello, desidero sapere se niente avete concluso circa la richiesta fattavi della figliuola vostra.
PANT.
Ghe dirò, patron...
(a Ridolfo)
ORAZ.
Sì, amico, me la darà.
(a Ridolfo)
RID.
Me ne rallegro infinitamente.
PANT.
Glie la darò, se el cielo l'averà destinada per ello.
RID.
La dote si è stabilita?
PANT.
Circa la dota...
ORAZ.
Per la dote non vi è che dire, sono diecimila ducati.
DOTT.
(Ora capisco che cosa vogliono: ch'io stenda il contratto di nozze.
Questo pazzo me lo poteva dire).
(da sé, accennando Ridolfo)
RID.
Dunque ogni cosa è accomodata.
(a Pantalone)
PANT.
Ghe xe la solita difficoltà.
ORAZ.
Una freddura che non val niente.
RID.
In che consiste questa difficoltà? (a Pantalone)
PANT.
Che no ghe posso dar la dota senza una sicurezza.
RID.
A questo passo io v'aspettava.
Per questo son qui venuto, per questo ho fatto meco venire il Dottor mio fratello.
DOTT.
Acciò ch'io stenda il contratto.
RID.
No, acciò che voi facciate la sicurtà al signor Pantalone.
DOTT.
Io?
PANT.
Co sior Dottor se contenta, mi son più che contento.
ORAZ.
Il signor Dottore non vorrà per me quest'incomodo.
RID.
Anzi si farà gloria di poter servire il signor colonnello.
DOTT.
Ma, caro fratello, sapete pure che ho fatto un giuramentone grandissimo di non far sicurtà a nessuno.
RID.
Eh, che in queste cose i giuramenti non tengono.
A noi altri militari non si danno ad intendere queste scioccherie.
PANT.
Sior Dottor, se gh'avè delle difficoltà, in sta sorte de cosse no se fa complimenti.
RID.
Che difficoltà? Niente affatto; lo farà subito.
DOTT.
Perché non la fa lei, signor fratello, la sicurtà colla sua parte de' beni che ha consumata?
RID.
Se avessi i beni che ho consumati, non mi farei pregare, come voi fate, a usare un atto di gratitudine a chi vuol farmi del bene; né mi ridurrei a mangiare il poco pane che voi mi date, misto di rimproveri e di mala grazia.
DOTT.
Sentono, i miei signori? Ecco i ringraziamenti di un amoroso fratello, che dopo essersi rovinato lui, va rovinando me ancora.
ORAZ.
Io non intendo che per mia cagione s'accendano risse fra due fratelli.
Sono obbligato al signor Dottore di quanto sinora ha fatto per me; e se fra i danni che gli ha recato il fratello, conta quelli d'aver me introdotto in sua casa, son pronto a supplire a tutto, se il sagrifizio di cento zecchìni non è compensazione che basti.
DOTT.
Io i cento zecchini non li ho accettati.
ORAZ.
Non resta per questo ch'io non li abbia sagrificati e perduti.
RID.
Ah, povero me! Mio fratello vuol vedermi precipitato!
DOTT.
Io vedervi precipitato? Parvi poco quel che ho fatto sinora per voi?
RID.
Quel che avete fatto sinora non è niente, se non fate anche questo.
PANT.
(Sto sior el vol far tor a so fradello la medesina per forza).
(da sé)
ORAZ.
Lasciate, signore; non inquietate più per mia cagione il signor Dottore.
(a Ridolfo)
DOTT.
Ella non mi dice più auditore?
ORAZ.
Capisco che siete stanco della mia amicizia.
RID.
Vedete? Siamo rovinati, siamo precipitati; siete un traditore di voi medesimo e del vostro sangue.
(al Dottore)
DOTT.
Andiamo, che si faccia tutto.
Che vada tutto.
Son qua, signor Pantalone; faccio la sicurtà io per diecimila ducati.
(Se s'ha d'andar in rovina, si vada; quest'indiscreto di mio fratello non potrà dire che io non abbia fatto di tutto per contribuire alla sua fortuna).
(da sé)
PANT.
No, caro sior Dottor, compatime.
Questa la xe una cossa che fe per forza, e mi no l'ho da comportar, e mi la vostra piezaria no la devo accettar.
DOTT.
(Manco male).
(da sé)
ORAZ.
Bravo, signor Pantalone; ora capisco il mistero.
È un pretesto quello della sicurtà.
Mi avete lusingato per poi deridermi, ma giuro al cielo, me ne renderete conto.
PANT.
Me maraveggio, patron, son un galantomo, e se la compassion che gh'ho per el Dottor, fa sospettar de mi, son qua, son pronto a mantegnir la mia parola, e accetto la sigurtà.
DOTT.
(Un'altra nuova).
(da sé)
ORAZ.
Basta, in ogni forma; non deggio io accettare un'oblazione forzata del signor Dottore.
DOTT.
(Se ha riputazione, non la deve accettare).
(da sé)
RID.
Caro signor colonnello, caro amico, vero e leale che siete; vi supplico, vi scongiuro, accettate l'esibizione di mio fratello.
Credetemi, lo fa di buon cuore, lo fa per debito, lo fa per gratitudine all'amor vostro.
Accettatela per amor del cielo.
(ad Orazio)
DOTT.
(Si può sentir di peggio?) (da sé)
ORAZ.
Orsù, non voglio col mostrarmi ostinato far torto alla vostra buona amicizia.
Accetterò le grazie del signor Dottore.
DOTT.
(Obbligato della finezza).
(da sé)
PANT.
(Dottor, i ve fa far el latin a cavallo).
(piano al Dottore)
RID.
Ecco accomodato ogni cosa.
Mio fratello fa la sicurtà per il signor colonnello; il signor Pantalone l'accetta; il signor colonnello è contento; si stenda il contratto, e si facciano queste nozze.
PANT.
Bisogna dir qualcossa alla putta.
ORAZ.
Ma fatela una volta venire.
Parmi che oramai mi sia lecito di vederla.
PANT.
Adessadesso se sentirà...
RID.
Anderò io a chiamarla.
(in atto di partire)
PANT.
No la se incomoda, che anderò mi.
(lo trattiene)
SCENA SETTIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Signor padre, siamo in un grande impegno.
PANT.
Cossa xe stà?
OTT.
Fabio Cetronelli, penetrato avendo che vogliasi a lui mancar di parola, per dar Costanza in isposa al signor colonnello (s'inchina con affettazione), pretende soddisfazione, vuol far valere le sue ragioni, ed ha seco un buon numero di persone capaci di sostenerle.
DOTT.
(Sia ringraziato il cielo).
(da sé)
PANT.
Séntela, sior capitanio? Sior colonnello, séntela?
ORAZ.
Vi fa apprensione un fanatico?
RID.
Niente, signor Pantalone, siamo qui noi.
PANT.
Sale che el xe un muso capace de non aver paura de diese?
DOTT.
E poi, se ha degli amici con lui, bisogna temere qualche cosa di grande.
ORAZ.
Lo farò arrestare da' miei soldati.
RID.
Lo bastoneremo colle nostre mani.
DOTT.
Voi vi farete ammazzare.
RID.
Che ammazzare! Che sapete voi di queste cose, voi che non siete buono ad altro che a maneggiare la penna? Andiamo, signor colonnello, andiamo a far ritirare quest'insolente.
ORAZ.
Andate innanzi, amico, fate voi la scoperta; in ogni pericolo sarò sollecito al vostro fianco.
DOTT.
Perdoni, signor capitano, toccherebbe a lei, in un caso simile, a metterlo in soggezione.
OTT.
No, caro signor Dottore, la vita degli eroi è troppo preziosa, non si arrischia per così poco.
(ironicamente)
ORAZ.
Signor Pantalone, vostro figliuolo non è sazio ancor d'insultarmi.
PANT.
Orsù, qua se perdemo in chiaccole, e no se fa gnente; anderò mi a véder cossa che pretende sto sior, e siben che son vecchio, no gh'ho paura, perché se no so doperar la spada, gh'ho tanta lengua, che basta da dir le mie rason a fronte de chi che sia.
(parte)
OTT.
Non voglio lasciar solo mio padre in un impegno di questa sorta.
(parte)
SCENA OTTAVA
RIDOLFO, ORAZIO ed il DOTTORE.
RID.
Se il signor Pantalone adoprerà le ragioni, noi useremo i fatti.
Andiamo, signor colonnello.
ORAZ.
Precedetemi, che vi seguo.
DOTT.
Non fate, caro fratello...
Saranno molti...
RID.
La mia spada non ha paura di dieci.
(parte)
DOTT.
Signor colonnello, non lo lasci andar solo, per carità.
ORAZ.
Vado subito in di lui soccorso.
(in atto di partire, ma dalla parte opposta)
DOTT.
È andato per di qua mio fratello.
ORAZ.
Voi non sapete le regole militari.
Sortendo io da quest'altra parte, arriverò il nemico alle spalle, ed attaccandolo alla coda, lo prenderemo in mezzo, ed egli coi suoi seguaci dovranno arrendersi e posare le armi.
(parte per dove era incamminato)
SCENA NONA
Il DOTTORE solo.
Parmi che in questa occasione non sia niente opportuno il militare strattagemma, ma che piuttosto il signor colonnello voglia sfuggir l'impegno.
E quel pazzo di mio fratello va, come si suol dire, colla pancia avanti al pericolo.
Io amo troppo questo mio fratello, e per lui vado a precipitarmi.
Questa sicurtà vuol essere la mia rovina.
Ma prima di farla, qualche cosa succederà.
Ecco qui un motivo di differirla; il cielo ne può provvedere degli altri, e poi nell'atto di stenderla si possono apporre tali e tante condizioni, che la rendano o inutile, o cauta almeno.
Alfine son d'una professione che sa i mezzi termini e i trabocchetti; e se tanti ne trovano gli avvocati per gli altri, la sarebbe bella che non ne sapessero trovar per se stessi.
Ma! Io non sono di quelli: pur troppo amo la verità, la schiettezza; e questo è quello che mi fa avere poca fortuna, poiché in oggi chi è più impostore, è più bravo, e si fa applauso a coloro che meglio la sanno dare ad intendere.
(parte)
SCENA DECIMA
Strada remota.
ORAZIO e BRIGHELLA.
ORAZ.
Vieni qui, Brighella, raccontami.
Ti sei dunque trovato presente alla rissa.
BRIGH.
Son arrivà in tempo che i s'era malamente taccadi el sior Ridolfo con Fabio Cetronelli; el sior Pantalon e el sior Dottor i fava de tutto per quietarli, ma se non arrivava mi con quattro dei nostri omeni a farli desmetter, succedeva del mal.
ORAZ.
Brighella mio, le cose principiano ad imbrogliarsi.
Ho due nemici che mi mettono in apprensione: questo Fabio Cetronelli, per ragione di gelosia, e forse d'interesse; e Ottavio, figlio del signor Pantalone, per certo spirito di collegiale, che lo rende ardito, non mi stima, non mi crede, e mi vuol tirare a cimento.
Sai tu bene che io non sono poi tanto vile, che abbia a farmi paura di tutto; ma se sfuggo gl'incontri, lo faccio per la situazione in cui mi ritrovo.
Se in un duello, se in una rissa, ammazzo uno di questi miei avversari, o mi conviene partire, o passare a delle violenze maggiori.
Chi ha la coscienza macchiata, ha sempre timore d'essere scoperto, onde mi conviene riflettere e stabilire una qualche risoluzione.
BRIGH.
La meggio de tutte l'è quella de mudar paese.
ORAZ.
Sì, così ho pensato ancor io.
Sollecitare la riscossione di quel denaro che si può avere, e andarsene.
BRIGH.
I tremile zecchini dal sior Salamon i ala avudi?
ORAZ.
No, non li ho avuti, e non li averò.
I mercanti ebrei non sono sì facili a lasciarsi gabbare.
Dice non aver avuto lettera d'avviso, e vuol aspettare d'averla.
BRIGH.
Se pol far la lettera d'avviso, come s'ha fatto la cambial.
ORAZ.
Non siamo più in tempo.
Anzi, s'egli ha scritto al suo corrispondente, questa è la maniera d'essere scoperti.
Convien andarsene; ma due cose mi premono innanzi di partire.
BRIGH.
Che son?
ORAZ.
Il vestiario del signor Pantalone, e la di lui figliuola.
Il primo l'averò domani.
Quell'altra m'ingegnerò di non perderla.
BRIGH.
Sior Orazio, no fe che l'amor ve minchiona.
ORAZ.
Oltre l'amore, vi è l'interesse.
Diecimila ducati in denaro contante.
BRIGH.
Basta; bisogna far presto.
ORAZ.
Fra oggi e domani.
Tu intanto non mi perder di vista; stammi sempre poco lontano, e se mi vedi in qualche impegno, accorri a liberarmene con qualche pretesto.
BRIGH.
In questo lassè far a mi.
Gh'è un altro imbrogietto adesso da comodar.
ORAZ.
Che cosa c'è?
BRIGH.
L'oste che ha dà da magnar ai soldadi, l'è qua colla lista, che el vorave esser pagà.
ORAZ.
Fallo venire avanti.
BRIGH.
Avì da pagarlo?
ORAZ.
Non importa, fallo venire.
BRIGH.
Gh'ho dà speranza che el sarà vivandier, ma tant'è tanto el vol esser pagà.
ORAZ.
Fallo venire, ti dico, e sta pronto quando ti chiamo.
BRIGH.
Benissimo, penseghe vu; e avertì ben che i soldadi i è de bon appetito, e che costù no ghe vol dar altro.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
ORAZIO, poi ARLECCHINO.
ORAZ.
Queste per me sono piccole cose.
Far tacere un oste è la cosa per altri la più difficile, e per me è la più facile.
ARL.
Fazz reverenza a v
...
[Pagina successiva]