L'IMPOSTORE, di Carlo Goldoni - pagina 7
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Son buoni amici.
PANT.
(Manco mal, per adesso ho schivà l'impegno).
(da sé)
SCENA SESTA
Il DOTTORE POLISSENO, RIDOLFO e detti.
RID.
Riverisco il signor Pantalone; m'inchino al signor colonnello.
(ad Orazio)
PANT.
Ghe son servitor.
ORAZ.
Con tutto il cuore.
(abbracciando Ridolfo)
DOTT.
Amico, compatite s'io vengo a darvi incomodo.
Mio fratello mi ha condotto, posso dire quasi per forza, senza volermi dire il perché; eccolo qui, ora ci dirà egli il motivo.
(a Pantalone)
RID.
Sì, signore, or ora il saprete.
(al Dottore)
DOTT.
Confesso il vero, ho un poco di curiosità.
RID.
Signor Pantalone, vedendovi qui unito col signor colonnello, desidero sapere se niente avete concluso circa la richiesta fattavi della figliuola vostra.
PANT.
Ghe dirò, patron...
(a Ridolfo)
ORAZ.
Sì, amico, me la darà.
(a Ridolfo)
RID.
Me ne rallegro infinitamente.
PANT.
Glie la darò, se el cielo l'averà destinada per ello.
RID.
La dote si è stabilita?
PANT.
Circa la dota...
ORAZ.
Per la dote non vi è che dire, sono diecimila ducati.
DOTT.
(Ora capisco che cosa vogliono: ch'io stenda il contratto di nozze.
Questo pazzo me lo poteva dire).
(da sé, accennando Ridolfo)
RID.
Dunque ogni cosa è accomodata.
(a Pantalone)
PANT.
Ghe xe la solita difficoltà.
ORAZ.
Una freddura che non val niente.
RID.
In che consiste questa difficoltà? (a Pantalone)
PANT.
Che no ghe posso dar la dota senza una sicurezza.
RID.
A questo passo io v'aspettava.
Per questo son qui venuto, per questo ho fatto meco venire il Dottor mio fratello.
DOTT.
Acciò ch'io stenda il contratto.
RID.
No, acciò che voi facciate la sicurtà al signor Pantalone.
DOTT.
Io?
PANT.
Co sior Dottor se contenta, mi son più che contento.
ORAZ.
Il signor Dottore non vorrà per me quest'incomodo.
RID.
Anzi si farà gloria di poter servire il signor colonnello.
DOTT.
Ma, caro fratello, sapete pure che ho fatto un giuramentone grandissimo di non far sicurtà a nessuno.
RID.
Eh, che in queste cose i giuramenti non tengono.
A noi altri militari non si danno ad intendere queste scioccherie.
PANT.
Sior Dottor, se gh'avè delle difficoltà, in sta sorte de cosse no se fa complimenti.
RID.
Che difficoltà? Niente affatto; lo farà subito.
DOTT.
Perché non la fa lei, signor fratello, la sicurtà colla sua parte de' beni che ha consumata?
RID.
Se avessi i beni che ho consumati, non mi farei pregare, come voi fate, a usare un atto di gratitudine a chi vuol farmi del bene; né mi ridurrei a mangiare il poco pane che voi mi date, misto di rimproveri e di mala grazia.
DOTT.
Sentono, i miei signori? Ecco i ringraziamenti di un amoroso fratello, che dopo essersi rovinato lui, va rovinando me ancora.
ORAZ.
Io non intendo che per mia cagione s'accendano risse fra due fratelli.
Sono obbligato al signor Dottore di quanto sinora ha fatto per me; e se fra i danni che gli ha recato il fratello, conta quelli d'aver me introdotto in sua casa, son pronto a supplire a tutto, se il sagrifizio di cento zecchìni non è compensazione che basti.
DOTT.
Io i cento zecchini non li ho accettati.
ORAZ.
Non resta per questo ch'io non li abbia sagrificati e perduti.
RID.
Ah, povero me! Mio fratello vuol vedermi precipitato!
DOTT.
Io vedervi precipitato? Parvi poco quel che ho fatto sinora per voi?
RID.
Quel che avete fatto sinora non è niente, se non fate anche questo.
PANT.
(Sto sior el vol far tor a so fradello la medesina per forza).
(da sé)
ORAZ.
Lasciate, signore; non inquietate più per mia cagione il signor Dottore.
(a Ridolfo)
DOTT.
Ella non mi dice più auditore?
ORAZ.
Capisco che siete stanco della mia amicizia.
RID.
Vedete? Siamo rovinati, siamo precipitati; siete un traditore di voi medesimo e del vostro sangue.
(al Dottore)
DOTT.
Andiamo, che si faccia tutto.
Che vada tutto.
Son qua, signor Pantalone; faccio la sicurtà io per diecimila ducati.
(Se s'ha d'andar in rovina, si vada; quest'indiscreto di mio fratello non potrà dire che io non abbia fatto di tutto per contribuire alla sua fortuna).
(da sé)
PANT.
No, caro sior Dottor, compatime.
Questa la xe una cossa che fe per forza, e mi no l'ho da comportar, e mi la vostra piezaria no la devo accettar.
DOTT.
(Manco male).
(da sé)
ORAZ.
Bravo, signor Pantalone; ora capisco il mistero.
È un pretesto quello della sicurtà.
Mi avete lusingato per poi deridermi, ma giuro al cielo, me ne renderete conto.
PANT.
Me maraveggio, patron, son un galantomo, e se la compassion che gh'ho per el Dottor, fa sospettar de mi, son qua, son pronto a mantegnir la mia parola, e accetto la sigurtà.
DOTT.
(Un'altra nuova).
(da sé)
ORAZ.
Basta, in ogni forma; non deggio io accettare un'oblazione forzata del signor Dottore.
DOTT.
(Se ha riputazione, non la deve accettare).
(da sé)
RID.
Caro signor colonnello, caro amico, vero e leale che siete; vi supplico, vi scongiuro, accettate l'esibizione di mio fratello.
Credetemi, lo fa di buon cuore, lo fa per debito, lo fa per gratitudine all'amor vostro.
Accettatela per amor del cielo.
(ad Orazio)
DOTT.
(Si può sentir di peggio?) (da sé)
ORAZ.
Orsù, non voglio col mostrarmi ostinato far torto alla vostra buona amicizia.
Accetterò le grazie del signor Dottore.
DOTT.
(Obbligato della finezza).
(da sé)
PANT.
(Dottor, i ve fa far el latin a cavallo).
(piano al Dottore)
RID.
Ecco accomodato ogni cosa.
Mio fratello fa la sicurtà per il signor colonnello; il signor Pantalone l'accetta; il signor colonnello è contento; si stenda il contratto, e si facciano queste nozze.
PANT.
Bisogna dir qualcossa alla putta.
ORAZ.
Ma fatela una volta venire.
Parmi che oramai mi sia lecito di vederla.
PANT.
Adessadesso se sentirà...
RID.
Anderò io a chiamarla.
(in atto di partire)
PANT.
No la se incomoda, che anderò mi.
(lo trattiene)
SCENA SETTIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Signor padre, siamo in un grande impegno.
PANT.
Cossa xe stà?
OTT.
Fabio Cetronelli, penetrato avendo che vogliasi a lui mancar di parola, per dar Costanza in isposa al signor colonnello (s'inchina con affettazione), pretende soddisfazione, vuol far valere le sue ragioni, ed ha seco un buon numero di persone capaci di sostenerle.
DOTT.
(Sia ringraziato il cielo).
(da sé)
PANT.
Séntela, sior capitanio? Sior colonnello, séntela?
ORAZ.
Vi fa apprensione un fanatico?
RID.
Niente, signor Pantalone, siamo qui noi.
PANT.
Sale che el xe un muso capace de non aver paura de diese?
DOTT.
E poi, se ha degli amici con lui, bisogna temere qualche cosa di grande.
ORAZ.
Lo farò arrestare da' miei soldati.
RID.
Lo bastoneremo colle nostre mani.
DOTT.
Voi vi farete ammazzare.
RID.
Che ammazzare! Che sapete voi di queste cose, voi che non siete buono ad altro che a maneggiare la penna? Andiamo, signor colonnello, andiamo a far ritirare quest'insolente.
ORAZ.
Andate innanzi, amico, fate voi la scoperta; in ogni pericolo sarò sollecito al vostro fianco.
DOTT.
Perdoni, signor capitano, toccherebbe a lei, in un caso simile, a metterlo in soggezione.
OTT.
No, caro signor Dottore, la vita degli eroi è troppo preziosa, non si arrischia per così poco.
(ironicamente)
ORAZ.
Signor Pantalone, vostro figliuolo non è sazio ancor d'insultarmi.
PANT.
Orsù, qua se perdemo in chiaccole, e no se fa gnente; anderò mi a véder cossa che pretende sto sior, e siben che son vecchio, no gh'ho paura, perché se no so doperar la spada, gh'ho tanta lengua, che basta da dir le mie rason a fronte de chi che sia.
(parte)
OTT.
Non voglio lasciar solo mio padre in un impegno di questa sorta.
(parte)
SCENA OTTAVA
RIDOLFO, ORAZIO ed il DOTTORE.
RID.
Se il signor Pantalone adoprerà le ragioni, noi useremo i fatti.
Andiamo, signor colonnello.
ORAZ.
Precedetemi, che vi seguo.
DOTT.
Non fate, caro fratello...
Saranno molti...
RID.
La mia spada non ha paura di dieci.
(parte)
DOTT.
Signor colonnello, non lo lasci andar solo, per carità.
ORAZ.
Vado subito in di lui soccorso.
(in atto di partire, ma dalla parte opposta)
DOTT.
È andato per di qua mio fratello.
ORAZ.
Voi non sapete le regole militari.
Sortendo io da quest'altra parte, arriverò il nemico alle spalle, ed attaccandolo alla coda, lo prenderemo in mezzo, ed egli coi suoi seguaci dovranno arrendersi e posare le armi.
(parte per dove era incamminato)
SCENA NONA
Il DOTTORE solo.
Parmi che in questa occasione non sia niente opportuno il militare strattagemma, ma che piuttosto il signor colonnello voglia sfuggir l'impegno.
E quel pazzo di mio fratello va, come si suol dire, colla pancia avanti al pericolo.
Io amo troppo questo mio fratello, e per lui vado a precipitarmi.
Questa sicurtà vuol essere la mia rovina.
Ma prima di farla, qualche cosa succederà.
Ecco qui un motivo di differirla; il cielo ne può provvedere degli altri, e poi nell'atto di stenderla si possono apporre tali e tante condizioni, che la rendano o inutile, o cauta almeno.
Alfine son d'una professione che sa i mezzi termini e i trabocchetti; e se tanti ne trovano gli avvocati per gli altri, la sarebbe bella che non ne sapessero trovar per se stessi.
Ma! Io non sono di quelli: pur troppo amo la verità, la schiettezza; e questo è quello che mi fa avere poca fortuna, poiché in oggi chi è più impostore, è più bravo, e si fa applauso a coloro che meglio la sanno dare ad intendere.
(parte)
SCENA DECIMA
Strada remota.
ORAZIO e BRIGHELLA.
ORAZ.
Vieni qui, Brighella, raccontami.
Ti sei dunque trovato presente alla rissa.
BRIGH.
Son arrivà in tempo che i s'era malamente taccadi el sior Ridolfo con Fabio Cetronelli; el sior Pantalon e el sior Dottor i fava de tutto per quietarli, ma se non arrivava mi con quattro dei nostri omeni a farli desmetter, succedeva del mal.
ORAZ.
Brighella mio, le cose principiano ad imbrogliarsi.
Ho due nemici che mi mettono in apprensione: questo Fabio Cetronelli, per ragione di gelosia, e forse d'interesse; e Ottavio, figlio del signor Pantalone, per certo spirito di collegiale, che lo rende ardito, non mi stima, non mi crede, e mi vuol tirare a cimento.
Sai tu bene che io non sono poi tanto vile, che abbia a farmi paura di tutto; ma se sfuggo gl'incontri, lo faccio per la situazione in cui mi ritrovo.
Se in un duello, se in una rissa, ammazzo uno di questi miei avversari, o mi conviene partire, o passare a delle violenze maggiori.
Chi ha la coscienza macchiata, ha sempre timore d'essere scoperto, onde mi conviene riflettere e stabilire una qualche risoluzione.
BRIGH.
La meggio de tutte l'è quella de mudar paese.
ORAZ.
Sì, così ho pensato ancor io.
Sollecitare la riscossione di quel denaro che si può avere, e andarsene.
BRIGH.
I tremile zecchini dal sior Salamon i ala avudi?
ORAZ.
No, non li ho avuti, e non li averò.
I mercanti ebrei non sono sì facili a lasciarsi gabbare.
Dice non aver avuto lettera d'avviso, e vuol aspettare d'averla.
BRIGH.
Se pol far la lettera d'avviso, come s'ha fatto la cambial.
ORAZ.
Non siamo più in tempo.
Anzi, s'egli ha scritto al suo corrispondente, questa è la maniera d'essere scoperti.
Convien andarsene; ma due cose mi premono innanzi di partire.
BRIGH.
Che son?
ORAZ.
Il vestiario del signor Pantalone, e la di lui figliuola.
Il primo l'averò domani.
Quell'altra m'ingegnerò di non perderla.
BRIGH.
Sior Orazio, no fe che l'amor ve minchiona.
ORAZ.
Oltre l'amore, vi è l'interesse.
Diecimila ducati in denaro contante.
BRIGH.
Basta; bisogna far presto.
ORAZ.
Fra oggi e domani.
Tu intanto non mi perder di vista; stammi sempre poco lontano, e se mi vedi in qualche impegno, accorri a liberarmene con qualche pretesto.
BRIGH.
In questo lassè far a mi.
Gh'è un altro imbrogietto adesso da comodar.
ORAZ.
Che cosa c'è?
BRIGH.
L'oste che ha dà da magnar ai soldadi, l'è qua colla lista, che el vorave esser pagà.
ORAZ.
Fallo venire avanti.
BRIGH.
Avì da pagarlo?
ORAZ.
Non importa, fallo venire.
BRIGH.
Gh'ho dà speranza che el sarà vivandier, ma tant'è tanto el vol esser pagà.
ORAZ.
Fallo venire, ti dico, e sta pronto quando ti chiamo.
BRIGH.
Benissimo, penseghe vu; e avertì ben che i soldadi i è de bon appetito, e che costù no ghe vol dar altro.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
ORAZIO, poi ARLECCHINO.
ORAZ.
Queste per me sono piccole cose.
Far tacere un oste è la cosa per altri la più difficile, e per me è la più facile.
ARL.
Fazz reverenza a vussustrissima.
ORAZ.
Buon giorno, galantuomo.
Siete voi l'oste che ha dato da mangìare alla mia gente?
ARL.
Per servirla.
ORAZ.
Appunto desiderava vedervi.
Siete stato soddisfatto?
ARL.
Lustrissimo sior no.
ORAZ.
Bene, farò che lo siate.
Avete il vostro conto?
ARL.
Lustrissimo sior sì.
ORAZ.
Lasciatelo a me vedere.
ARL.
Eccolo qua.
Me raccomand alla so carità, perché son poveromo, signor.
ORAZ.
O povero, o ricco che siate, questo non fa il caso.
Voglio che tutti sieno pagati, e con ogni puntualità ed esattezza.
Io sono un soldato onorato.
ARL.
El cielo la benediga, sior soldado, e ghe daga grazia de deventar caporal.
ORAZ.
Poveruomo, siete un poco semplice, non è vero? Non sapete ch'io sono il colonnello del reggimento?
ARL.
Mi, signor, de ste cosse no me n'intendo; me basta saver che vussioria l'è quello che m'ha da pagar.
ORAZ.
Sì, io vi devo pagare, e vi pagherò.
Vediamo il conto.
(legge)
ARL.
La vederà un conto da galantomo.
ORAZ.
Trenta boccali di vino, paoli quindici.
Che diavolo! quindici paoli trenta boccali di vino?
ARL.
Quest l'è el prezzo stabilido da chi comanda; no ghe mett un quattrin d'avantazo.
ORAZ.
È poco, caro amico, è pochissimo; se farete così, i miei soldati s'ubriacheranno con troppa facilità.
Mettete il vino un paolo al boccale; trenta boccali di vino, paoli trenta.
ARL.
(Eh, fina cussì el conto el se pol regolar).
(da sé)
ORAZ.
Siete di ciò contento?
ARL.
Quel che la fa, signor, sia ben fatto.
ORAZ.
Non l'avete già a male ch'io alteri il vostro conto, non è vero?
ARL.
Eh, no so po gnente pontiglioso.
ORAZ.
Pane, paoli due.
Oh bellissima! Due paoli di pane, e quindici paoli di vino!
ARL.
L'è el solito dei soldadi, signor.
ORAZ.
Eh, fateli pagare costoro.
" Pane, paoli quattro ".
ARL.
(L'è mo vera lu quel che ha dito el sior sargente, che i paga el doppio).
(da sé)
ORAZ.
Due capponi, otto paoli.
Orsù, voi non sapete fare il vostro mestiere.
Non sareste buono per fare il vivandiere in un reggimento.
ARL.
Eh, lo so, signor, che allora se mett el doppio; no credeva mo adesso...
ORAZ.
Tenete, andate a regolare il vostro conto, poi venite da me, che vi pagherò.
(gli rende il conto)
ARL.
(E intanto no vien quattrini).
(da sé) La fazza una cossa, signor, la summa l'è de quaranta paoli, la se figura che el conto sia giustà, e la me ne daga ottanta.
ORAZ.
No, non posso farlo.
Devo render conto ai soldati colla lista alla mano.
Regolatela, e poi venite.
ARL.
(E poi venite!) (da sé) Intanto mo no la poderia darme qualche cossa a conto?
ORAZ.
Volentieri: che cosa vorreste a conto?
ARL.
La me daga a conto...
sessanta paoli.
ORAZ.
È poco.
Non avete da dar da cena ai soldati? È poco.
Vi darò cento paoli.
ARL.
Mi po me rimetto a tutto quello che la comanda.
ORAZ.
Eccovi cento paoli a conto.
(cercando per le tasche)
ARL.
(Cussì l'è un bel far l'osto! Metter el doppio, e quattrini subito).
(da sé)
ORAZ.
Diavolo! Mi sono scordato la borsa.
ARL.
Oimè!
ORAZ.
Niente, niente.
Brighella.
(chiama)
SCENA DODICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Illustrissimo.
ORAZ.
Date a questo galantuomo cento paoli a conto.
BRIGH.
La servo.
(cercando per le tasche)
ARL.
(Manco mal).
(da sé)
BRIGH.
Oh! la borsa è voda, signor; ho pagà le reclute, no m'è restà un soldo.
ARL.
(Ahi! che dolori!) (da sé)
ORAZ.
Ma questo galantuomo ha da esser pagato.
BRIGH.
El se pagherà.
ORAZ.
Subito voglio che sia pagato.
BRIGH.
La fazza un ordine, che el sia pagà.
ORAZ.
Avete il calamaro?
BRIGH.
Sì, signor, el sargente ha sempre el so calamar.
Eccolo qua; ecco la carta.
ARL.
La favorissa, con quel ordene chi me pagherà?
ORAZ.
Il mio cassiere.
ARL.
E chi elo el so cassier?
ORAZ.
Il signor dottor Polisseno; lo conoscete?
ARL.
Lo conosso.
ORAZ.
Bene, anderete da lui.
Venite qui, sargente, accostate il vostro cappello tanto che io possa scrivere.
BRIGH.
Perché no vorla accomodarse in qualche bottega?
ORAZ.
Oibò; qui, qui, in piedi, alla militare.
BRIGH.
La se comoda come la comanda.
(gli presenta il suo cappello, ed Orazio scrive)
ARL.
(El doppio; pagà subito.
L'è la più bella cossa del mondo).
(da sé)
ORAZ.
(Ora lo faccio pagar, come va pagato).
(scrivendo, piano a Brighella)
BRIGH.
(Qualche bella invenzion?) (piano ad Orazio)
ORAZ.
(Sì, bella e ridicola.
Sa leggere costui?) (piano a Brighella)
BRIGH.
(Mi credo de sì).
(piano ad Orazio)
ARL.
(In pochi anni farò anca mi come tanti altri.
Vago via a piè, e torno in carrozza).
(da sé)
ORAZ.
(Questo viglietto converrebbe sigillarlo, acciò costui non lo leggesse).
(piano a Brighella)
BRIGH.
(Ho bollin, ho sigillo, ho tutto el bisogno).
(piano ad Orazio)
ORAZ.
(Il sigillo l'ho io, dammi da sigillare).
(piano a Brighella)
BRIGH.
(Ecco el bisogno).
(piano ad Orazio)
ORAZ.
(Sigilla il viglietto) Tenete, portatelo al signor Dottore, ed egli subito vi pagherà.
ARL.
Cento paoli?
ORAZ.
Cento paoli.
ARL.
A conto?
ORAZ.
A conto.
ARL.
E sempre ho da metter el doppio?
ORAZ.
Sempre il doppio.
ARL.
E pagà subito?
ORAZ.
Subito pagato.
ARL.
(No dago sta profession per quella de un maester de casa.
El doppio? Squasi squasi no lo mette gnanca i procuratori).
(da sé, e parte)
SCENA TREDICESIMA
ORAZIO e BRIGHELLA.
ORAZ.
Che ti pare? L'ho io pagato bene?
BRIGH.
Benissimo.
Ma saria curioso de saver cossa contien quella lettera.
ORAZ.
Ti dirò; siccome i soldati sono all'osteria, e vi devono stare tutta la notte vegnente per lo meno...
SCENA QUATTORDICESIMA
RIDOLFO e detti.
RID.
Amico, ho necessità di parlarvi.
(ad Orazio)
ORAZ.
Eccomi qui con voi.
RID.
Vorrei che fossimo soli.
ORAZ.
Ritiratevi.
(a Brighella)
BRIGH.
(Lo saverò un'altra volta).
(da sé, e parte)
SCENA QUINDICESIMA
ORAZIO e RIDOLFO.
RID.
Lo sapete l'impegno nel quale per cagion vostra ritrovato mi sono?
ORAZ.
Lo so, e nel momento ch'io veniva in vostro soccorso, una staffetta mi arrestò con due lettere, e la curiosità mi spinse ad aprirle.
RID.
Una staffetta? Che novità ci sono?
ORAZ.
Buonissime.
Le patenti sono per viaggio, ed a momenti saranno qui.
RID.
La patente ancora del maggiore del reggimento?
ORAZ.
Sì, tutte.
RID.
E per chi la disporrete voi?
ORAZ.
Per il mio caro amico Ridolfo.
RID.
Effetto della vostra bontà.
ORAZ.
Che avevate voi da dirmi da solo a solo?
RID.
Vo' che pensiamo a far risolvere il signor Pantalone a darvi la sua figliuola, ad onta di quell'insolente di Fabio.
ORAZ.
Questo è quello che a me preme infinitamente.
Per dirvela, ne sono estremamente invaghito.
RID.
Ora, secondo me, il modo sarebbe questo...
ORAZ.
Colui che di là viene, non è egli Fabio?
RID.
Sì, è desso; che pretende l'audace?
ORAZ.
Non vi riscaldate subito, amico; prendiamo la cosa con indifferenza a principio, e veggiamo quale idea lo conduca.
RID.
Attacchiamolo a dirittura, alla militare.
ORAZ.
No, sarebbe soverchieria attaccarlo in due.
Fate a modo mio, trattiamolo con disinvoltura.
SCENA SEDICESIMA
FABIO e detti.
FAB.
Schiavo, signori.
RID.
(Si calza il cappello in testa, e non risponde)
ORAZ.
Padrone mio; vi riverisco divotamente.
FAB.
Con voi, signore, ho bisogno di ragionare.
(ad Orazio)
ORAZ.
Eccomi qui, disposto ad ascoltarvi, ed a servirvi se occorre.
RID.
(Questa sua dissimulazione mi pare troppa viltà) (da sé)
FAB.
Mi conoscete voi? (ad Orazio)
ORAZ.
Non ho l'onor di conoscervi.
RID.
Non lo sapete chi è? Fabio Cetronelli, vostro rivale in amore; ardito, pretendente...
ORAZ.
Zitto, quietatevi, signor Ridolfo.
FAB.
Per ora non rispondo ad un fanatico che m'insulta; a voi mi volgo, signore, e dicovi, qualunque siate, che il signor Pantalone de' Bisognosi ha promessa a me la sua figlia, e che ora mancami di parola, perché posto in soggezione da voi; però, se siete uomo d'onore, conoscete la giustizia che a me si deve, e non ponete ostacolo al conseguimento di quella felicità, che mi son procurata con tre anni continui di servitù.
RID.
Voi pretendete invano...
ORAZ.
State zitto, vi prego.
(a Ridolfo) Con tre anni di servitù vi siete acquistata una bella felicità! Bel conto che fa di voi la signora Costanza! Se io l'amo, egli perché da essa fui invitato ad amare; che però, avendo voi gettate invano le lagrime di tre anni, v'insegni la prudenza a non procacciarvi un malanno.
FAB.
La maniera con cui mi rispondete, è ingiuriosa a me non solo, ma alla mia bella ancora; tant'è, signor capitano, se siete un uomo d'onore, me ne avete da render conto; sendo io sicuro che la vostra onestà non lascierà prevalervi della soverchieria.
ORAZ.
Di ciò potete esser certo...
RID.
Io prenderò le parti del signor capitano...
ORAZ.
Ma frenatevi, per carità.
(Non dubitare, che ti darò gusto).
(da sé)
FAB.
Fra voi e me ci sarà tempo di disputare, qualche altro articolo (a Ridolfo) Per ora si contenti di meco battersi il signor capitano.
ORAZ.
Eleggete il luogo.
FAB.
Eccolo.
Questo è opportuno.
ORAZ.
Bastavi a primo sangue?
FAB.
Non limita il mio sdegno la sua vendetta.
(pone mano alla spada)
ORAZ.
(Brighella non sarà lontano).
(pone mano anch'egli)
FAB.
Posso assicurarmi di un mio nemico che resta qui spettatore? (ad Orazio, additando Ridolfo)
ORAZ.
Egli è un uomo d'onore.
RID.
Sono un uffiziale onorato.
FAB.
Andiamo dunque.
(si pone in guardia)
ORAZ.
Andiamo.
(si battono qualche poco)
SCENA DICIASSETTESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Lustrissimo.
(ad Orazio)
ORAZ.
Permettetemi.
(a Fabio, abbassando la punta e ritirandosi) Che c'è di nuovo?
BRIGH.
Un corrier espresso, spedido dalla Corte, deve comunicar affari de sommo rimarco con vussustrissima.
ORAZ.
Traspiraste nulla di quel che porta il corriere?
BRIGH.
El gh'ha patenti, denari, ordini e commissioni, e fra le altre cose, le bandiere del reggimento.
RID.
Le bandiere del reggimento?
ORAZ.
Le bandiere? (si cava il cappello) Signore, il mio dovere mi chiama a baciare gli stendardi mandatimi dal mio sovrano.
(a Fabio)
FAB.
Che stendardi? Dovete battervi meco.
RID.
Son qua io per lui.
Andate, amico, a sviluppar le patenti? (ad Orazio) Meco battetevi, se avete volontà di morire.
(a Fabio)
FAB.
Con esso lui il mio sdegno...
ORAZ.
Battetevi con Ridolfo, egli è un altro me stesso.
(parte)
FAB.
Giuro al cielo...
(vuol seguirlo)
BRIGH.
Alto là, signor.
La porta rispetto ai colonnelli de sta qualità.
(lo ferma, indi parte)
SCENA DICIOTTESIMA
FABIO e RIDOLFO.
FAB.
Teco dunque sfogherò la mia ira.
(contro Ridollo)
RID.
Niente più desidero, che castigare la tua baldanza.
(pone mano e si battono lungamente, sin che Ridollo resta ferito gravemente) Non posso reggermi più.
(barcollando si ritira)
FAB.
Impara ad esser men temerario.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa del Dottor Polisseno.
RIDOLFO con un braccio al collo fasciato, ed il DOTTORE.
DOTT.
Ecco qui, signor fratello, il primo frutto del di lei valor militare: una ferita in un braccio.
RID.
Non è niente.
DOTT.
E niente sia.
Me ne rallegro; ma dice il chirurgo che dubita della puntura di un tendìne, e se questo è vero, aspettatevi una cura lunga e tediosa.
RID.
Eh! che sa il chirurgo? Noi altri militari ce ne ridiamo delle ferite.
DOTT.
Sì, i militari hanno le membra differenti da quelle degli altri.
RID.
Il valore lo spirito e la fatica sono cose che danno un moto straordinario al sangue, e gl'infondono un balsamo che rende più sanabili le ferite.
DOTT.
Questa, fratello mio, è da Capitano Coviello.
RID.
Che cosa sapete voi? Dì queste cose non se n'intende chi non è militare.
DOTT.
E voi da quando in qua siete diventato tale?
RID.
lo primieramente ho il genio guerriero; e poi, da che pratico il signor colonnello, ho acquistato sempre nuovi lumi e maggior valore.
DOTT.
Sì, è valorosissimo il signor colonnello.
Due volte ha lasciato voi nella peste, e si è valorosamente ritirato.
RID.
Oh bella! bisogna sapere il perché.
La prima volta lo ha trattenuto una staffetta colla nuova che venivano le patenti.
DOTT.
E la seconda?
RID.
Un corriere colle patenti e colle bandiere.
(nel nominare le bandiere, si cava il cappello)
DOTT.
Sono venute le patenti? Sono arrivate le bandiere?
RID.
Sì, signore, cavatevi il cappello quando le nominate.
DOTT.
Servitor umilissimo.
(si cava il cappello) Le avete voi vedute queste bandiere?
RID.
Non ancora.
DOTT.
Chi ve l'ha detto che sono venute?
RID.
Il signor colonnello.
DOTT.
Ah! ve l'ha detto lui!...
RID.
Sto a vedere che non lo crediate.
DOTT.
Sì! a poco per volta mi sono avvezzato a credere ogni cosa.
RID.
Mettete in ordine tutte le cose vostre, perché a momenti si marcerà.
DOTT.
Per me non ho da far gran cose, cred'io.
La casa non la vo' toccare.
Sentirò per dove s'ha da marciare, se pure è vero.
RID.
Ancora, se pure è vero?
DOTT.
Non lo sapete il proverbio? Non si dice quattro, se non è nel sacco.
RID.
Voi mi fareste dir quattro davvero.
Sono venute le bandiere: le bandiere, intendete? (cavandosi il cappello)
DOTT.
L'ho inteso, ed ho fatto loro umilissima riverenza.
(cavandosi il cappello) In ogni modo io son lesto quando abbisogni.
RID.
E questa sicurtà quando la faremo?
DOTT.
S'ha da fare questa sicurtà?
RID.
Che domande! S'ha da fare sicuro.
DOTT.
Ma se il signor Pantalone...
RID.
Il signor Pantalone l'accetta.
DOTT.
E Fabio Cetronelli?
RID.
L'ammazzerò.
DOTT.
Come lo avete ferito.
RID.
Lo passerò da una parte all'altra.
DOTT.
Come un ranocchio.
RID.
Orsù, ci vuol per me un abito magnifico, per la carica di maggiore del reggimento.
DOTT.
A proposito, un'altra nuova.
RID.
Gallonato.
DOTT.
Diamantato.
RID.
Pazzie!
DOTT.
Pazzo voi.
RID.
A me?
DOTT.
Al signor maggiore, se sarà vero.
RID.
Se sarà vero?
DOTT.
Se sarà vero.
RID.
Ma se...
DOTT.
Sono venute le bandiere.
(cavandosi il cappello)
RID.
E per questo?...
DOTT.
E per questo, se sarà vero.
RID.
Mi mangerei dalla rabbia...
SCENA SECONDA
ARLECCHINO e detti.
ARL.
Con grazia, se pol intrar? (avanzandosi)
DOTT.
Quando siete entrato, è segno che si può entrare.
ARL.
Cussì diseva anca mi.
RID.
Buon giorno, vivandiere.
ARL.
Servitor umilissimo.
Cossa sala vussioria della carica de vivandier?
RID.
Non l'ho da sapere io? Sono il maggiore del reggimento.
ARL.
Vussioria l'è el maggior?
RID.
Sì; io sono il maggiore.
ARL.
Compatime, sior, no l'è vero gnente.
RID.
Come, non è vero?
ARL.
No l'è vero, perché in sto reggimento gh'è dei soldadi grandi, che son maggiori de vussioria.
RID.
Povero sciocco!
DOTT.
Non lo sapete chi è? (a Ridolfo) E bene, galantuomo, che cosa posso fare per voi?
ARL.
La me pol pagar, se la vol.
DOTT.
Pagarvi di che?
ARL.
De quel che ho d'aver.
DOTT.
Ma da chi?
ARL.
Dai soldadi.
DOTT.
Che c'entro io coi soldati?
ARL.
Oh bella! No elo vussioria el cassier?
DOTT.
Io cassiere?
RID.
No, amico, mio fratello non è il cassiere, è l'auditore del reggimento.
DOTT.
Se sarà vero.
RID.
Se sarà vero? (con ira)
DOTT.
Sono venute le bandiere? (a Ridolfo)
RID.
Sì, sono venute.
(con ira)
DOTT.
Sarà vero.
ARL.
Sal lezer vussioria? (al Dottore)
DOTT.
A un dottore tu domandi se sa leggere?
ARL.
Elo dottor de leze, o de medesina?
DOTT.
Sì, caro, sono dottor di legge.
ARL.
Quand l'è dottor de leze, el saverà lezer.
Che la leza sta carta, e la varda a chi la va.
DOTT.
Questo è un viglietto che viene a me.
ARL.
Donca l'è vussioria che m'ha da pagar.
DOTT.
Ma di che?
ARL.
Cento paoli, signor.
RID.
Aprite il viglietto, e sentite che cosa contiene.
(al Dottore) Quello è carattere del signor colonnello.
DOTT.
Sentiamo che cosa dice.
(apre)
ARL.
E la favorissa de sbrigarme presto.
DOTT.
Ritiratevi per un momento.
(ad Arlecchino)
ARL.
Signor sì, me retiro e aspetto i cento paoli.
El conto l'ha giustà el sior colonnello.
El doppio, e pagà subito.
(parte)
RID.
Vorrei sentire ancor io.
(al Dottore, accennando al viglietto)
DOTT.
È giusto.
Il signor maggiore!
RID.
Se pure è vero?
DOTT.
Sono venute le bandiere.
(s'accosta a Ridolfo, e legge) Signor Auditore.
RID.
Sentite? Signor Auditore.
(al Dottore)
DOTT.
Tiriamo innanzi.
"Il latore della presente è un oste che, oltre l'estorsioni praticate a' miei soldati, ha tenuto mano alla deserzione di alcuni di essi, e merita di esser punito.
Io non voglio ricorrere per ciò al Tribunale del paese, e non avendo il Reggimento completo, non posso condannarlo alla militare; però V.S., come Auditore, lo trattenga cautamente in sua casa, sino alle mie ulteriori disposizioni.
- Sbocchia Colonnello".
RID.
Sentite? Ecco il primo ingresso alla vostra carica.
DOTT.
Principio bene, se principio dal fare il carceriere e lo sbirro!
RID.
Eh! Spropositi! Questo è un ripiego.
DOTT.
Come volete ch'io faccia a trattenere costui?
RID.
Lasciate fare a me.
DOTT.
Fratello carissimo, l'azione non mi pare molto onorata.
RID.
Che scrupoli! Sarà la prima volta che un giudice, un ministro, mandi a chiamare un reo sospetto, o lo riceva dai superiori mandato, e lo trattenga poi per cautela?
DOTT.
Va bene, ma si chiama lo sbirro per assicurarsi della persona.
RID.
Nel militare non si adoprano sbirri.
DOTT.
E chi dunque?...
RID.
I soldati.
DOTT.
Dove sono questi soldati?
RID.
Io farò venire sei granatieri con baionetta in canna; lo prenderanno fra l'armi, e lo condurranno al profosso.
DOTT.
E intanto?
RID.
Intanto lasciate fare a me.
Lo tratterrò in discorsi, finché giungano i granatieri.
DOTT.
Portatevi bene, signor capitano tenente.
RID.
Signor maggiore potete dire.
DOTT.
Se sarà vero.
RID.
Se...
se...
Voi mi volete far dare al diavolo.
(parte sdegnato)
SCENA TERZA
DOTTORE solo.
Possibile che io non possa adattarmi a credere perfettamente tutto quello che dicono rapporto al signor colonnello? Ora credo, ora non credo.
Prese le cose in distanza, il desiderio me le fa credere: sul punto di verificarle, principio con l'animo a dubitare.
Sono venute le bandiere.
L'ho da credere? Si vedranno.
Le donne sogliono dire: Il cuore me lo dice, e quando il cuore mi dice una cosa...
Quasi quasi direi anch'io lo stesso.
Il cuore mi dice che il signor colonnello, il signor maggiore e il signor auditore abbiano a formare il più bel terno di questo mondo.
(parte)
SCENA QUARTA
Luogo campestre coll'osteria d'Arlecchino.
ORAZIO e BRIGHELLA.
ORAZ.
Che c'è di nuovo? Hai tu sentito il tamburo? (incontrandosi con Brighella)
BRIGH.
Non solo ho sentido el tamburo, ma da quella montagnola che è là, ho visto un destaccamento de soldadi marciar verso de sto paese.
ORAZ.
Chi credi tu che possano essere?
BRIGH.
Le pol esser reclute, el pol esser un destaccamento per dar la muda a qualche presidio, el pol esser un passaggio de truppe; cossa volì che sappia?
ORAZ.
Sai di che nazione sieno? Conosci l'uniforme?
BRIGH.
Li ho visti da lontan; no i ho podesti distinguer ben; el m'ha parso però un uniforme compagno al nostro.
ORAZ.
Che fosse qualche partita del reggimento da cui siamo fuggiti, che andasse in traccia di disertori?
BRIGH.
Qua no gh'è pericolo.
Semo zoso de stato.
ORAZ.
Basta; in ogni forma non è bene lasciarsi vedere.
BRIGH.
Certo co sto abito intorno se dà in te l'occhio.
ORAZ.
Senti il tamburo.
Sono qui vicini.
BRIGH.
Andemose a retirar.
ORAZ.
Qui, nell'osteria.
BRIGH.
L'osteria l'è el primo logo che da sta zente sarà visità.
ORAZ.
Facciamo così; buttiamo abbasso l'insegna.
(col bastone e colla spada getta a terra l'insegna)
BRIGH.
Za Arlecchin no vien per adesso.
ORAZ.
No, il signor auditore lo trattiene per ordine mio.
BRIGH.
L'ha principià la so carica el sior auditor.
ORAZ.
Principiata e finita.
(entra nell'osteria)
BRIGH.
Dubito che anca nu presto finiremo la nostra; ma za per mi ho preparà un recipe da salvarme, e salvà mi, no ghe penso de altri.
(entra e chiude)
SCENA QUINTA
Sentesi in qualche distanza toccare il tamburo; indi s'avanza un TENENTE di fanteria alla testa di vari soldati, che marciano in ordine militare col loro Sargente e loro Caporali.
Avanzati che sono, ed ordinati in file, il Tenente grida ad alta voce Alto, facendo segno col bastone al tamburo, il quale s'accheta, ed i soldati si fermano.
Dopo di ciò il Tenente fa diversi comandi colla regola militare ai soldati, i quali restano poi in buona ordinanza, collo schioppo in spalla.
SCENA SESTA
Un SOLDATO di quelli di ORAZIO e detti.
SOL.
(In qualche distanza la cenno al Tenente che gli vorrebbe parlare e consegnargli una carta)
TEN.
Accostatevi.
(al Soldato)
SOL.
Devo presentare questo viglietto a V.S.
illustrissima.
TEN.
Chi lo manda?
SOL.
Non lo so, signore.
Me l'ha dato uno ch'io non conosco.
TEN.
Siete voi di questo paese?
SOL.
No, signore, son forestiero.
TEN.
Soldato di queste truppe?
SOL.
Son soldato non so nemmen io di chi.
TEN.
Che vuol dire?
SOL.
Favorisca di leggere.
TEN.
Quell'uniforme è compagno del nostro.
SOL.
È vero, signore.
TEN.
Di qual reggimento siete?
SOL.
D'un reggimento...
Legga, signore, che qualche cosa saprà.
TEN.
Sentiamo.
(apre e legge)
"Signor Offiziale.
Due disertori del suo reggimento si trovano qui nascosti.
Uno di essi è pronto a svelare il compagno, e di più dargli nelle mani da venti uomini belli e vestiti, se ne ha di bisogno, purché gli sia accordata l'impunità.
Il lator del presente è un onorato galantuomo.
A lui è pregato il signor Offiziale dire la sua intenzione, e dar la parola d'onore se sia lecito a chi scrive potersi francamente presentar ".
(Bellissimo avvenimento! Sono in traccia di disertori, e due ne trovo, dove meno me li aspettava.
Ho bisogno dì far reclute, e me ne vengono offerte in buon numero, vestite ancora.
L'occasione non s'ha da perdere.
Qui conviene facilitare, tanto più che senza dipender dal Governo, usar non posso in paese straniero della mia autorità).
(da sé) Galantuomo, accostatevi.
(chiama il Soldato in disparte, dove non possa essere dagli altri inteso)
SOL.
Sono ad obbedirla.
TEN.
Ditemi, non sareste già voi quello che ha scritto?
SOL.
Io non so scrivere, signore, e se sapessi scrivere, non mi sarei fatto soldato.
TEN.
Quanto tempo è che siete soldato?
SOL.
Pochi giorni; mi hanno promesso l'ingaggio, e non ho avuto niente, e non ho nemmeno avuto la paga.
TEN.
Quello che ha scritto, lo conoscete? Ditemi la verità; già io vi giuro da offiziale d'onore, che non gli voglio far male.
SOL.
Quando la mi dice così, le confesserò che lo conosco benissimo, e le dirò che egli ha nome Brighella, e si dice che sia sargente.
TEN.
Orsù, andate da questo tale, ditegli che sicuramente, sulla mia parola, venga a parlare con me, che non gli sarà fatto verun insulto.
SOL.
Vado subito a consolarlo.
(fa la sua riverenza, e parte)
SCENA SETTIMA
Il TENENTE co' suoi soldati, come sopra; poi BRIGHELLA.
TEN.
Vero è ch'io non ho autorità d'accordare l'impunità ad un disertore che me ne scopre un altro: ma essendo in uno stato estero, ed offerendomi gente d'armi, bella e vestita, posso compromettermi d'ottenergli il perdono, e in caso diverso, posso procurargli almeno la sua libertà.
BRIGH.
(Dalla parte dell'osteria, ma non dalla porta) Ecco ai so piedi, lustrissimo sior tenente, un poveromo, che confida in te la so pietà, e in te la fede che la s'ha degnà de farme assicurar.
TEN.
Mi conoscete?
BRIGH.
Lustrissimo sì.
Siben che non era della so compagnia, ho l'onor de conosserla, e son qua a svelarghe colui che è stà causa della mia diserzion, che l'è un pezzo de carne de collo, ma come va.
SCENA OTTAVA
ORAZIO ad una finestra sotto il tetto dell'osteria, e detti.
ORAZ.
(Ah scellerato! Brighella mi tradisce.
Fuggasi e si deluda l'indegno).
(si ritira)
BRIGH.
Oltre a questo, posso offerir a V.S.
illustrissima della bellissima zente; ghe dirò po come fatta, come vestida...
TEN.
Basta così; questo non è luogo per discorrere più lungamente sopra di ciò.
Ritiriamoci in altro sito meno esposto e meno sospetto.
BRIGH.
Se la comanda, podemo entrar in sta osteria.
TEN.
È un'osteria questa?
BRIGH.
Sì, signor; el mio camerada, per politica, ha buttà zoso l'insegna.
TEN.
Costui dove si trova?
BRIGH.
Là dentro, signor.
La manda una pattuglia, e i lo trova là caldo caldo.
TEN.
Caporale.
(ad un Caporale de' suoi) Fate fare a sei granatieri baionetta in canna, entrate in quell'osteria, e assicuratevi d'uno...
Come si chiama? Com'è vestito? Ditelo al caporale.
(a Brighella)
BRIGH.
L'è un tal Orazio Sbocchia.
(al Caporale)
CAP.
Lo conosco benissimo.
TEN.
Presto dunque, conducetelo fra le armi.
(Il Caporale sceglie sei granatieri; fa far loro baionetta in canna ad uso militare, e ponendoli a due a due, egli alla testa, entrano nell'osteria aperta colle chiavi da Brighella)
TEN.
Ma questa gente che voi mi offerite, che uomini sono? Da chi ingaggiati? Da chi arrolati?
BRIGH.
Quel furbo d'Orazio, signor, l'ha fatt zo sta povera zente.
El se finz capitanio, colonnello, l'inganna tutti; e siccome a sti poverazzi nol ghe dà da magnar, i ho speranzadi mi de metterli in qualche bon reggimento, e i è tutti contenti, e no i vede l'ora de esser arroladi, e de poder tirar la so paga.
TEN.
Sono niente pratici dell'esercizio?
BRIGH.
Gh'ho insegnà mi qualcossa.
TEN.
Li uniremo con questi del mio distaccamento.
BRIGH.
La vederà che i ghe farà onor.
TEN.
E voi con questo merito potete sperare di essere ricompensato.
BRIGH.
La vede ben, i abiti solamente i val dei denari molti.
TEN.
Ecco il caporale che torna.
Non v'ha nessun prigioniero.
(Il Caporale con li sei granatieri, come sopra, ritornano, usciti dall'osteria)
CAP.
Signore, Orazio Sbocchia non è altrimenti nell'osteria.
(al Tenente)
BRIGH.
Che el sia fuggido per l'altra porta?
TEN.
Se colui non si trova, perde il merito l'accusatore.
Caporale, assicuratevi di Brighella: sia condotto là dentro, e custodito con sentinella a vista.
BRIGH.
Ma mi non ho colpa, signor...
TEN.
Tant'è, eseguite.
(al Caporale, il quale dai sei granatieri fa prendere in mezzo Brighella, e lo conducon all'osteria)
BRIGH.
L'ho fatta bella.
Son cascà mi in te la fossa che ho scavà per el mio compagno.
(entra nell'osteria fra soldati)
TEN.
Vi è altra gente in quell'osteria? (al Caporale)
CAP.
Vi sono dei soldati che vorrebbero venir con noi.
Io non so che imbroglio sia...
TEN.
Conduceteli fuori, e si uniscano a questi nostri quando essi mostrino desiderarlo.
CAP.
Farò il mio dovere.
(entra nell'osteria)
TEN.
Pare difficile che uno sia fuggito senza intelligenza dell'altro.
Tutti costoro sono sospetti, e devo bene assicurarmi della verità, prima di prestar fede alle parole loro.
A buon conto non trascurerò di acquistar questa gente, e circa gli abiti, a chi spetterà il pagamento, non lo defrauderò certamente.
SCENA NONA
Dalla parte dell'osteria, donde prima era uscito Brighella viene il Caporale coi seguito de' soldati d'Orazio, in ordine militare, col loro tamburo, e detti.
Avanzati fino un certo segno, il Caporale dicendo Alto, li fa fermare.
TEN.
Bella gente! Uniamoli colla nostra.
(al Caporale)
CAP.
Faccia ella il comando.
Pare che l'intendano bene.
TEN.
Colui che è arrestato, non li ha male istruiti.
Attenti.
(Qui il Tenente comanda in maniera che i soldati avventizi s'uniscono a' suoi; indi a tutti uniti fa vari comandi ed ordina vari movimenti militari a piacere de' recitanti o direttori di essi, secondo che saranno da gente pratica bene istruiti; dopo di che, posta la gente in ordine di marciare, col tamburo battente, il Tenente alla testa, marciano tutti dentro alla scena.)
SCENA DECIMA
Camera in casa di Pantalone.
PANTALONE ed OTTAVIO
OTT.
Caro signor padre, permettetemi che con tutta umiltà e rispetto vi dica, che l'interesse dee prevalere fino ad un certo segno, ma la fede...
ah signore, la fede è il miglior capitale delle persone onorate.
PANT.
Per che motivo, sior dottor della favetta, me feu sta lizion?
OTT.
Torno a chiedervi umilmente scusa; Fabio Cetronelli ebbe da voi la parola...
PANT.
Fabio Cetronelli xe un strambazzo; l'è vegnù a casa nostra a fame delle bulae: lo savè pur.
OTT.
Chi gli ha dato motivo di mettersi a tal cimento?
PANT.
Chi ghe l'ha dà? La so stramberia.
OTT.
Ah signor padre, perdonatemi.
Un uomo d'onore, che vedesi mancar di parola, è compatibile se non sa frenare lo sdegno.
PANT.
E po l'ha squasi mazzà sior Ridolfo.
OTT.
Ridolfo lo ha provocato, ha voluto battersi seco lui per forza.
PANT.
Scuselo quanto che volè; ve digo che el xe un omo pericoloso, e no me fido a darghe mia fia.
OTT.
Per amor del cielo, scusatemi.
Queste riflessioni si dovevano fare prima di dargli parola.
PANT.
Saralo questo el primo contratto de nozze che sia andà a monte?
OTT.
No, signore.
Se ne sciolgono tutto giorno, ma con qualche onesta ragione.
PANT.
Chi ve sente vu, sior, mi son una bestia senza rason.
OTT.
No, signor padre, difenderò l'onor vostro a costo di spargere tutto il mio sangue: ma qui, fra noi, posso dirvi che Orazio vi ha affascinato.
PANT.
Sto sior Orazio, per dir la verità, capitanio o colonnello che el sia, el m'ha messo un pochetto in sconcerto; sto vestiario che el m'ha fatto far, me costa assae e se nol lo tiol, la xe per mi una mezza ruvina.
OTT.
Eh caro signore, peggio per voi, se lo prende.
Finalmente la roba, quantunque rimanga nei magazzini, se non si vende un giorno, si vende l'altro; ma s'egli vi porta via gli abiti, e non li paga, perdete tutto, senza speraza di ricuperar cosa alcuna.
PANT.
Vedeu? No savè cossa che ve disè.
Con una cambial che ghe doverave pagar, de tremile zecchini, squasi squasi se pareggia el conto dell'importar del vestiario
OTT.
Questa cambiale di tremila zecchini non potrebbe essere falsificata?
PANT.
Via.
Cossa diavolo diseu? Chi v'ha insegnà sospettar dei omeni in sta maniera?
OTT.
Degli uomini che non si conoscono, degli uomini che non rendono conto dell'esser loro, non è colpevole il dubitare; e nel caso nostro viene autenticato il ragionevole mio sospetto da un altro mercante, che non crede ad Orazio come voi credete.
PANT.
Chi xelo questo?
OTT.
Il signor Salamone, uomo onorato, ma cauto e circospetto.
Sopra di lui Orazio ha una cambiale simile di tremila zecchini a vista, ma egli non gliela paga, se prima non ha ordini replicati dal supposto traente: con ciò viene a sospettare di quello che l'esibisce, e Orazio non insiste, segno manifesto di qualche interno rimorso.
PANT.
Voleu che ve la diga, che sta cossa me fa sospettar anca mi?
OTT.
Aprite gli occhi, signor padre.
Vi sono degl'impostori moltissimi per il mondo.
PANT.
Caro fio, no so cossa dir.
Mi, quel che fazz lo fazzo per ben; per mantegnir onoratamente la mia fameggia.
Savè anca vu quanto che ho speso fin adesso per mantegnirve in collegio con reputazion.
OTT.
Vi pare di aver gettato il denaro?
PANT.
No, fio mio, lo benedisso mille volte, e non ho speso bezzi al mondo con più profitto de questi.
Sto solo avviso che me dà adesso el vostro amor, la vostra prudenza, recompensa tutte le spese che ho fatto in tanti anni per vu.
OTT.
Voglia il cielo ch'io possa in ogni tempo mostrarvi...
SCENA UNDICESIMA
Il DOTTOR POLISSENO e detti.
DOTT.
Oh di casa! (dentro)
OTT.
Il dottor Polisseno.
(a Pantalone)
PANT.
Felo vegnir avanti.
(ad Ottavio)
OTT.
Anche questo signor Dottore è bene imbrogliato con il degnissimo signor capitano.
(parte)
PANT.
Pur troppo l'è la verità.
Nualtri mercanti semo esposti a cento pericoli.
Se no se crede, no se fa negozi; se se crede, se rischia de perder tutto.
Oh che mondo! oh che mondo!
SCENA DODICESIMA
Il DOTTOR POLISSENO, OTTAVIO ed il suddetto.
DOTT.
Riverisco il signor Pantalone.
PANT.
Fazzo reverenza a sior dottor Polisseno.
Cossa alo da comandarme?
DOTT.
Caro amico, sono venuto a sfogarmi un poco con voi.
Avete sentito con che bel garbo mi vogliono obbligare a una sicurtà?
PANT.
Ho capio tutto, e mi averè sentìo cossa che ho resposo.
OTT.
Signor Dottore, favorisca dire con quella lealtà che è propria di lei, che fede ha nel signor Orazio?
DOTT.
Per dir il vero, pochissima: ma mio fratello m'empie il capo di cose...
non so niente; ora dice che sono arrivate le patenti, le bandiere...
PANT.
Le bandiere? Mo caspita! Le xe arrivae le bandiere, el negozio xe fatto.
OTT.
Che! non si possono fare delle bandiere dove si vuole?
PANT.
Certo che anca queste le se poderia far con malizia.
DOTT.
E poi nessuno le ha vedute queste bandiere.
PANT.
Pezo.
OTT.
Signori miei, credetelo a me: costui è un furbo.
DOTT.
È un pezzo che lo vado temendo.
PANT.
Vederè che la sarà cussì.
Mio fio sa quel ch'el dise.
SCENA TREDICESIMA
RIDOLFO e detti.
RID.
Schiavo di lor signori.
(frettoloso)
PANT.
Servitor suo.
DOTT.
Che nuova c'è?
RID.
Tutto quello che ha principio, ha fine.
DOTT.
Massima incontrastabile.
RID.
Sinora si è parlato assai del signor capitano.
Ora siamo allo scoprimento della verità.
PANT.
Elo un furbo?
DOTT.
È un impostore?
OTT.
- Si verifica il mio sospetto?
RID.
Che furbo! Che impostore! Che andate voi sospettando? Escite di questa casa, e vedrete il paese pieno d'armati.
DOTT.
E ciò che vuol dire?
RID.
Vuol dire, signor incredulo, che unitisi li corrispondenti del signor capitano colle genti da loro fatte, son qui arrivati, ed il reggimento è completo.
PANT.
Subito donca ghe vorrà el vestiario.
RID.
Sono tutti vestiti, signore, tutti coll'uniforme e le armi loro.
PANT.
Come xela donca? El m'ha burlà.
RID.
Il signor capitano Orazio, ora già colonnello, non è capace di burlare nessuno.
OTT.
Chi vi ha detto, signore, che questi armati sieno del suo reggimento?
RID.
A voi non rispondo.
Voi non sapete nulla.
OTT.
Ed io rispondo a voi che spessissimo di qua passano truppe.
RID.
Eh! tornate in collegio, che ne avete ancor di bisogno.
OTT.
Mi maraviglio di voi...
PANT.
Tasè là.
(ad Ottavio)
OTT.
Vi farò vedere...
PANT.
Tasè là; e andè via subito.
OTT.
Obbedisco.
(parte mordendosi il dito)
SCENA QUATTORDICESIMA
Il DOTTOR POLISSENO, PANTALONE e RIDOLFO.
RID.
Troppo fuoco ha il signor Ottavio.
Non è bene educato.
PANT.
In questo mo, sior, perdonenle, che disè mal.
El caldo xe un effetto de natura, un stimolo de delicatezza; ma el reprimerlo per obbedienza la xe una bella virtù, el xe un effetto d'un'ottima educazion.
DOTT.
Bravissimo, signor Pantalone.
RID.
Basta, sia comunque esser si voglia, il reggimento è completo, e domani lo vedrete squadronato colle bandiere.
DOTT.
Se pur è vero.
RID.
Maledettissima ostinazione! Ecco qui il signor colonnello.
SCENA QUINDICESIMA
ORAZIO e detti.
ORAZ.
(Misero me! Son perduto!) (da sé, confuso)
RID.
Mi rallegro con voi, signor colonnello.
ORAZ.
Di che, signore?
RID.
Dell'arrivo fortunato di tutta la vostra gente.
Ora il reggimento sarà completo.
ORAZ.
Sì, è completo.
(confusamente)
PANT.
Ma i abiti, patron? I dise che la zente è vestida.
ORAZ.
Sì, è vestita...
ma vestiario vecchio...
Domani vestirete voi.
PANT.
Voleva ben dir mi!
DOTT.
Che ha, signor colonnello, che mi pare un poco confuso?
ORAZ.
Vi pare poco imbarazzo questo? Arrivarmi a ridosso tanta gente, e queste cambiali nessuno le vuol pagare? Signor Pantalone, ho bisogno di denaro.
RID.
Bisogna dargliene, signor Pantalone.
PANT.
E i abiti?
ORAZ.
Per gli abiti si parlerà.
Ora vuol esser denaro.
RID.
Denaro vuol essere, e non parole.
(a Pantalone)
PANT.
Denaro, denaro! A proposito di denaro, anca mi, signor, aspetto lettere dal corrispondente.
ORAZ.
Che lettere? Mi maraviglio di voi.
La cambiale è a vista; pagatela o, giuro al cielo, mi farò giustizia colle mie mani.
RID.
Pagatela, signor Pantalone, che sarà meglio voi.
PANT.
Come! In casa mia prepotenze?
DOTT.
Fratello, abbiate giudizio.
ORAZ.
Animo, dico, fuori il denaro.
(a Pantalone)
RID.
Denaro, signor Pantalone.
SCENA SEDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Signore, un tenente, accompagnato da un caporale con granatieri, desidera di parlarvi.
(a Pantalone)
PANT.
Son qua.
ORAZ.
(Misero me!) (da sé) Sarà un mio...
Sì, signore, andate...
poi per la cambiale...
basta, ne parleremo.
(Mi potessi almeno nascondere).
(da sé, e parte confusamente per la parte opposta all'ingresso)
PANT.
Coss'è sto negozio?
RID.
Se non pagherete, sarà peggio per voi.
(a Pantalone)
DOTT.
Voi non c'entrate.
(a Ridolfo)
PANT.
Andemo a véder cossa che vol sto sior tenente.
RID.
Verrà per ordine del colonnello a farvi star a dovere.
Povero signor Pantalone! Verrò con voi per vostra salute.
Il maggiore del reggimento può unicamente in questo caso giovarvi.
PANT.
No so cossa dir.
Sarà quel che piaserà al cielo.
Andemo, fio mio, no me abbandonè.
(ad Ottavio) Dottor, vegnì via anca vu.
(parte)
OTT.
Non mi staccherò da mio padre.
(parte)
DOTT.
Son qui; almeno colle parole.
(parte)
RID.
Dia denaro alla truppa, ed ogni cosa passerà bene.
Anche il maggiore deve principiare ad aver la sua paga.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Altra camera remota in casa di Pantalone, con un armadio nel fondo.
FLAMINIO ed ORAZIO.
ORAZ.
Caro amico, nascondetemi in qualche luogo.
FLAM.
Nascondervi? Perché?
ORAZ.
Per fare una burla al signor Pantalone.
FLAM.
Una burla?
ORAZ.
Sì, per allegria, per divertimento.
FLAM.
Vi condurrò a nascondervi in camera di mia sorella.
ORAZ.
No, no; qui in queste camere, in questo appartamento, vicino al tetto, non vi è un nascondiglio, un sottoscala, un qualche luogo segreto?
FLAM.
Vi potete nascondere...
aspettate.
(pensando)
ORAZ.
Ma fate presto.
FLAM.
Nascondetevi nella capponaia.
ORAZ.
Eh, scioccherie.
Colà mi vederebbono.
FLAM.
Volete andare sul tetto?
ORAZ.
Sì, anderò sul tetto.
Per dove si va?
FLAM.
Si va per di qui.
(accenna l'alto della stanza)
ORAZ.
Ma come?
FLAM.
Ci vuole la scala a mano.
ORAZ.
E dov'è? Presto.
FLAM.
È nell'altra stanza.
Volete che la vada a prendere?
ORAZ.
Sì, presto, per amor del cielo.
FLAM.
Questa burla vi preme assai.
ORAZ.
Mi preme, spicciatevi.
E sopra tutto, venga chi che sia, non dite nulla che mi sia nascosto.
FLAM.
Non dubitate.
ORAZ.
Giuratelo.
FLAM.
Da fanciullo da bene.
ORAZ.
Sento gente.
La scala, presto.
FLAM.
Subito.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
ORAZIO solo.
Se posso andare sul tetto, cercherò di salvarmi.
Brighella mi ha tradito.
Ma! Così va! I traditori si tradiscono fra di loro.
Misero me! Il calpestio s'avanza.
La scala non viene.
Non sono a tempo...
mi celerò in quest'armadio.
(va a chiudersi in un armadio)
SCENA DICIANNOVESIMA
Il CAPORALE del distaccamento con sei granatieri ed il suddetto nell'armadio nascosto
CAP.
In questa casa è nascosto; il padrone ci ha dato la libertà di cercarlo.
Usiamo ogni diligenza per rinvenirlo.
SCENA VENTESIMA
FLAMINIO colla scala a mano, e detti
FLAM.
(S'avanza colla scala sollecitamente, non vedendo il Caporale e i soldati)
CAP.
Alto lì.
(a Flaminio)
FLAM.
(Lascia cadere la scala, e resta tremante)
CAP.
Chi siete voi?
FLAM.
Sono il signor Flaminio per obbedirla.
(tremando)
CAP.
Siete di questa casa?
FLAM.
Sono figlio legittimo e naturale del padrone di questa casa.
CAP.
Che cosa fate di questa scala?
FLAM.
Per andar sul tetto.
CAP.
A far che volete andare sul tetto?
FLAM.
Non ci vado io, che ho paura a andare sul tetto.
CAP.
Chi dunque ci deve andare?
FLAM.
L'amico...
l'avete veduto?
CAP.
Io non ho veduto nessuno.
FLAM.
No eh? Dunque si sarà nascosto.
CAP.
Chi è quello che si sarà nascosto?
FLAM.
Eh niente! Per una burla.
CAP.
Parlate, presto, dite la verità.
Chi si è nascosto? Dove si è nascosto?
FLAM.
Se volete ch'io parli, non mi fate paura.
CAP.
No, non dubitate.
Non sono qui né per farvi male, né per farvi paura.
Ditemi tutto con verità.
(Questi è un sempliciotto, per quello ch'io vedo).
(da sé)
FLAM.
Vi dirò, io non so dove si sia nascosto; ma se anche lo sapessi, non ve lo potrei dire.
CAP.
No? Perché?
FLAM.
Perché ho giurato di non dirlo a nessuno.
CAP.
Almeno ditemi il nome di quello che si voleva nascondere.
FLAM.
Oh, questo ve lo dirò volentieri.
CAP.
Via, ditelo.
FLAM.
Non me ne ricordo.
CAP.
Era forse un certo capitano Orazio?
FLAM.
Sì bravo: era lui.
CAP.
E non sapete dove si sia nascosto?
FLAM.
Non lo so certamente.
Voleva andar sul tetto ma senza la scala non ci sarà andato.
CAP.
Era qui dunque.
FLAM.
Era qui.
CAP.
Per di là non è andato.
FLAM.
No l'avrei veduto.
CAP.
Per di qua l'avrei veduto io.
FLAM.
Se non siete orbo.
CAP.
Dunque dovrebbe esser qui...
FLAM.
Lo direbbe anche il mio cane.
CAP.
Ma dove si può egli esser nascosto?
FLAM.
Lo domanderete a lui, quando avrà fatto la burla.
CAP.
Ehi! Potrebbe esser in quell'armadio?
FLAM.
Perché no? Anch'io mi nascondeva colà, quando sfuggiva la scuola.
CAP.
Vediamo dunque.
Attenti.
(ai granatieri, accostandosi all'armadio)
ORAZ.
(Apre l'armadio da sé, esce con una pistola alla mano che vuole sparare, ma ella non prende fuoco)
CAP.
Arrestatelo.
(ai granatieri, quali rivoltano l'armi contro di Orazio)
FLAM.
Aiuto.
Genti.
Papà.
(fugge via)
SCENA VENTUNESIMA
ORAZIO il CAPORALE e sei granatieri
ORAZ.
Sì, m'arrendo; giacché così vuole il destino.
CAP.
Prendetelo fra le armi.
(gli leva la spada, i granatieri lo circondano)
SCENA ULTIMA
PANTALONE, il DOTTOR POLISSENO, OTTAVIO, RIDOLFO, TENENTE, e detti
CAP.
Eccolo, signor tenente.
Si è ritrovato, e con una pistola alla mano tentò resistere alle nostre armi.
TEN.
Pagherà il fio di tutte le sue colpe.
ORAZ.
Signore, ascoltatemi, se non siete inumano.
La mia nascita è assai civile; la disperazione mi fece fare soldato; la sinderesi mi obbligò a disertare, e l'esempio di tanti altri m'insegnò la scuola degl'impostori.
Falsi caratteri, mentite impronte, macchine, falsità, estorsioni, sono colpe da me commesse dopo la diserzione.
Son reo di morte, il confesso, ma voi mi potete salvare.
Voi solo potete farmi quel bene, che un Consiglio di guerra non ha arbitrio di altrui concedere, che un re medesimo avrebbe soggezion d'accordare; potete farlo senza marca di disonore, senza timore d'imputazione, ed eccone il fondamento.
Un reo che trovato sia in uno stato alieno, o non s'arresta, o con facilità si rilascia.
Eccovi aperto il campo di usare la vostra pietà verso d'un infelice, di praticare un atto eroico in faccia a questi, che aspettano forse di conoscer chi siete dalle prove della vostra virtù.
Signore, colle mie suppliche intendo muovervi per questa parte.
Se ciò non vi tocca il cuore, è disperato il mio caso né aspettate da me atti di maggiore viltà.
TEN.
Amico, la vostra rettorica fa conoscere che vi hanno fatto studiare, ma che male siete riuscito, usando a danno vostro quel talento medesimo che il cielo vi avea per vostro bene concesso.
Non è vero che stia in mia mano il darvi la libertà; ma quando ancora ciò fosse, ho appresa la massima, che il perdono concesso ai rei la cagione sia de' nuovi loro misfatti.
Dovrete con noi venir dinanzi al vostro e mio Generale: verravvi Brigliella ancora, e deciderà il Consiglio di guerra.
DOTT.
Io intanto ringrazio il signor colonnello della patente che mi voleva dare d'auditore, donandogli, per iscarico di sua coscienza, tutto quello che mi ha mangiato, e consolandomi delle sue bandiere.
Posso dire, se pure è vero? (a Ridolfo)
RID.
Sì, pur troppo egli è vero che è un perfido, è un impostore.
Arrossisco della mia debolezza, e a voi, caro fratello, chiedo un amoroso perdono.
PANT.
E i miei abiti? Cossa ghe ne faroggio?
ORAZ.
Non mi affliggete d'avvantaggio.
Tutti quanti qui siete, carnefici mi sembrate, che lacerate il mio cuore.
PANT.
Ve paremo tanti boia? E vu me parè un bel galiotto.
Sior tenente, quei vintiquattro abiti coi qua xe vestia quella zente che vien adesso con ella, i xe roba mia, glie li ho dadi mi, e nol li ha pagai.
TEN.
Bene, lo dirò al colonnello.
OTT.
Signor padre, vorrei supplicarvi d'una grazia.
PANT.
Parla, fio mio, domanda quel che ti vol! siestu benedetto, che ti m'ha avvisà per mio ben.
OTT.
Vorrei che quei ventiquattro abiti li donaste a me.
PANT.
Sì, volontiera, te li dono; prego el cielo che i te li paga, e to sorella sarà muggier de sior Fabio.
OTT.
Sente, signor tenente? Quegli abiti, quelle armi, sono cosa mia.
TEN.
Procurerò che siate soddisfatto.
OTT.
Ciò non mi preme, poiché alla presenza vostra, di quegli abiti, di quelle armi, faccio un dono ad Orazio; ma siccome egli forse non sarà in istato di poterne godere, questi per sua cagione resteranno liberi al reggimento.
In gratificazione dell'amor mio, e di un accidente che rende Orazio al suo reggimento benefico, una grazia chiedo al signor tenente, ed è questa: che siccome Orazio è stato preso in casa nostra, che è una casa onorata, libero sia dalla morte, e con questa fermissima condizione al suo Generale lo presenti.
Mi si dirà forse: non posso farlo, non lo posso promettere.
Signore, perdonatemi, l'avete a promettere, l'avete a fare.
Il governatore, da me avvisato, con quest'unica condizione vi lascerà trasportare i due disertori.
Altrimenti spedirà una staffetta alla capitale, che giungerà forse in tempo per liberarli.
Senza ricorrere a tali estremi, gradite il dolce modo che io vi propongo, accettate la lieve offerta che vi esibisco, promettete per la di lui vita, e ritornate con una preda, che se non porta alle truppe vostre il terrore, recherà almeno un esempio del vostro zelo e della nostra docilità.
PANT.
Tiò; siestu benedetto.
(gli dà un bacio)
TEN.
Persuaso dalle vostre buone ragioni, vi do parola che salvo egli sarà dalla morte.
DOTT.
(È una buona ragione ventiquattro abiti).
(da sé)
ORAZ.
Sempre più confuso ed atterrito io resto col confronto di sì bella virtù all'aspetto delle mie colpe.
Le detesto, le abomino, le maledico; e voglia il cielo che il resto di quella vita che menerò fra gli stenti, vaglia a scontare i miei passati delitti, e apprenda almeno dall'esempio il mondo, che poco dura e malamente termina la vita pessima dell'Impostore.
Fine della Commedia
1 Della Letteratura Veneziana, Libri otto di Marco Foscarini cavaliere e Procuratore.
In Padova, 1752.
Edizione magnifica.
50
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