L'INCOGNITA, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Ah, se egli muore, se egli è ferito, se ei mi abbandona, sopra colei che il destino ha condotta nelle mie mani, giuro di fare la più crudele vendetta.
(parte)
SCENA NONA
Strada comune.
LELIO e BRIGHELLA
LEL.
Sì, lo giuro al cielo, o trovami tu Rosaura, o la tua vita la pagherà.
BRIGH.
Ma come oio da far a trovarla?
LEL.
Ella non può essere lungi da noi.
Fuori di questa terra non può essere andata.
Cercala, trovala e pensaci tu.
BRIGH.
No disela che gh'era un calesse preparado per condurla via? La sarà andada via.
LEL.
In quel calesse non sarà andata via certamente.
Il vetturino ha da pensare a guarire dai colpi del mio bastone, ed i cavalli non cammineran con tre gambe.
BRIGH.
L'ha bastonà el vetturin?
LEL.
Sì, e lo stesso farò di te.
BRIGH.
L'ha taià una gamba ai cavalli?
LEL.
Una a te ne taglierò, se non mi trovi Rosaura.
BRIGH.
Caro sior padron, i cavalli con tre gambe i pol camminar; ma mi con una sarà difficile.
LEL.
Non è tempo di facezie.
Cerca Rosaura, e in qualunque luogo ella sia, assicurati che la saprò involare, a dispetto di tutto il mondo.
BRIGH.
Mi farò tutte le diligenze per saverlo, e subito che so qualche cosa, l'avviserò.
LEL.
Non vi è stata cosa da me voluta, che ottenuta non l'abbia.
BRIGH.
La supplico in grazia: la m'ha dito che i s'ha battudo co sior conte; com'èla andada a fenir?
LEL.
È venuto mio padre e gli ha salvato la vita.
BRIGH.
Povero sior Pantalon!
LEL.
Ma che non torni; ma che non torni mio padre in un caso simile.
Giuro al cielo! Venirsi a esporre in difesa d'un mio nemico, quando ho la spada in mano? Mio padre ha poca prudenza.
SCENA DECIMA
PANTALONE ed i suddetti.
LEL.
Brighella, va, trova mio padre, e digli che non faccia più una cosa simile, perché..
perché...
Basta, digli che non ci torni.
PANT.
Cossa vorla dir, patron? Cossa sarà, se tornerò? La diga, cossa sarà? (a Lelio) Andè via de qua.
(a Brighella)
BRIGH.
Servitor umilissimo.
(in atto di partire)
LEL.
(Ehi, ci siamo intesi).
(piano a Brighella)
BRIGH.
(Non occorr'altro).
(a Lelio)
PANT.
Cossa gh'è? Segreti?
BRIGH.
Eh! Mi son galantomo.
La sa chi son.
(Sto sior Lelio me vol far perder el pan).
(da sé, parte)
PANT.
Caro el mio caro fio, ma fio, po fio, che ve lo digo de cuor, che razza de viver xe el vostro? Che razza de parlar? Vostro pare, per provvidenza del cielo, vien avvisà che ve trovè impegnà colla spada alla man; el corre, povero vecchio, el corre in soccorso della vostra vita, in difesa della libertà: el ve libera dal pericolo o de restar sulla botta, o de morir in una preson, e vu lo ringraziè in sta maniera? Un povero vecchio de sessantacinqu'anni, che ha sfadigà tutto el tempo de vita soa per vu, unicamente per vu, per farve ricco, cussì lo trattè? Anca in tempo che el rischia la vita per causa vostra, invece de rengraziarlo, de benedirlo, lo manazzè? Tocco de desgrazià, ti me manazzi? Se ghe tornerò, ti disi? Se ghe tornerò? No, no ghe tornerò più, no tornerò più dove che ti sarà ti; ma ti no ti tornerà dove che son mi.
Furbazzo! A sto eccesso ti xe arrivà? Orsù t'ho soffrio abbastanza, no te vôi più sopportar.
In casa mia no ghe star più a vegnir.
Chi manazza el pare, no xe degno d'averlo.
Chi sprezza un pare che gh'ha dà la vita, no merita compassion, no merita che lo soccorra el cielo, no merita che lo sostegna la terra.
LEL.
Dunque non mi volete più in casa?
PANT.
No, desgrazià, no te vôi.
LEL.
Servitor umilissimo.
(in atto di partire)
PANT.
Dove vastu?
LEL.
A provvedermi un alloggio.
PANT.
Cussì, co sta bella disinvoltura?
LEL.
Così placidamente, senza alterarmi.
Vi par molto, eh? che un figlio si senta scacciar dal padre, e non dia quattro cospetti uno più bello dell'altro.
PANT.
Ah Lelio, ti va in precipizio, e no ti lo sa.
LEL.
Benissimo; se ho d'andare in precipizio, fuori di casa vi anderò più presto.
PANT.
Ma varda se ti xe una bestia.
Varda se ti xe un omo strambo, un omo senza giudizio.
Invece de procurar de placarme, invece de pregarme, de sconzurarme che te tegna in casa, no ti ghe pensi, e ti me disi servitor umilissimo?
LEL.
Ho io da inginocchiarmi davanti mio padre, perché mi dia da mangiare e da dormire? Son vostro figlio, siete obbligato a farlo.
PANT.
Cussì ti parli a to pare?
LEL.
Io parlo schietto.
Non ho paura, quando dico la verità.
PANT.
Orsù, vame lontan, e vederemo se son obbligà a mantegnirte.
LEL.
Oh, mi manterrete anche lontano.
PANT.
Anca lontan? Come, cara ella?
LEL.
Col vostro grano, col vostro vino.
Ma che dico col vostro grano, col vostro vino? Col mio, col mio.
In questi poderi ci ho anch'io la mia parte.
Mia madre mi ha partorito in casa, ho da vivere anch'io.
PANT.
Ben; vederemo quel che te tocca per giustizia, e te lo darò.
LEL.
Eh, che la giustizia io me la fo da me stesso.
PANT.
Da ti stesso?
LEL.
Sì, da me stesso.
Se i contadini non vorranno morire bastonati, mi daranno il mio bisogno.
PANT.
Oh poveretto mi! A sto eccesso ti arrivi? De sta sorte de cosse ti xe capace? Sassinar to pare? Robarghe le vissere? Farlo morir desperà? Ma ghe troverò remedio.
Ricorrerò alla giustizia, te farò metter in t'una preson.
LEL.
Di ciò me ne rido.
I birri non si azzarderanno accostarsi.
PANT.
I te mazzerà.
LEL.
E allora tutti sarete contenti.
PANT.
Ah Lelio, te prego per carità, mua vita, caro Lelio, per amor del cielo, mua vita.
LEL.
Orsù, se volete ch'io muti vita, fatemi voi mutare stato.
PANT.
Ma come? Farò tutto quello che poderò.
Dime come oio da far a farte muar stato?
LEL.
Datemi moglie.
PANT.
Via; perché no? Troveremo un bon partio, e son contento.
LEL.
Il partito l'ho ritrovato.
Rosaura mi piace.
Datemi quella, e può essere che mi vedrete cambiato.
PANT.
Ma ti vol sposar una che no se sa chi la sia?
LEL.
A me non importa saper chi ella sia; mi piace, e tanto mi basta.
PANT.
No, caro Lelio, la reputazion no vol che accorda sto matrimonio, e po ti sa pur che Florindo la vol per elo, che ti xe stà in cimento d'esser mazzà per sta putta.
LEL.
Che cimento? Ammazzerò Florindo e quanti pretenderanno impedirmi ch'io sposi Rosaura.
Se incontro colui, lo voglio crivellare colla mia spada...
Sentite, signore, se mi trovate in un caso simile, non vi arrischiate a difenderlo.
Quando mi accieca la collera, non conosco nessuno.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Oh povero Pantalon! Oh povero pare desfortunà! Gh'ho un unico fio, e el me dà tanto da suspirar.
Per causa soa ho resecà el negozio in città, e me son retirà in campagna, e me contento de viver in t'una terra, acciò le occasion e le pratiche della città no lo fazza precipitar.
Ma qua femo pezo che mai.
L'ozio della campagna l'ha precipità.
Nol parla d'altro che de dar, de struppiar, de mazzar.
In sto liogo nol gh'ha suggizion de nessun.
Qua la giustizia no ghe fa paura.
Ma ricorrerò al governator, me butterò ai so piè, lo pregherò de trovar la maniera de farmelo andar lontan.
El xe el mio unico fio, ghe vôi ben più che a mi medesimo; ma se no penso a correggerlo, se no gh'averò cura de castigarlo, sarò mi credesto a parte delle so colpe, sarò mi quello che le averà fomentade, e me crederò sempre in debito de tutto quel mal che averò perdonà a un fio discolo, a un fio vizioso e baron.
(parte)
SCENA DODICESIMA
Campagna con prospetto di palazzino.
FLORINDO solo.
FLOR.
Oh me infelice! Dov'è la mia adorata Rosaura? Ah, che se io non la trovo, mi voglio uccidere colle mie mani.
Chi sa non l'abbia raggiunta Lelio? Chi sa ch'ella non sia fra le di lui braccia? Oh pensiere che mi tormenta! Oh rabbia che mi divora!
SCENA TREDICESIMA
ROSAURA alla finestra del palazzo.
BRIGHELLA dietro un albero, che osserva, ed il suddetto.
ROS.
Ah Florindo mio!
FLOR.
Rosaura, voi qui? Voi in casa della signora Beatrice?
ROS.
Oh Dio! Ci sono per mia sventura.
FLOR.
Cieli! Che vi è accaduto?
ROS.
Non posso dirvi di più.
Andate voi dal signor Ottavio, gettatevi ai suoi piedi, procurate ricuperarmi.
FLOR.
Sì, lo farò.
Ma voi con chi siete?
ROS.
Addio.
Beatrice mi chiama, non posso più trattenermi.
(entra)
BRIGH.
(Ho visto tanto che basta; vado a avvisar el padron).
(da sé, parte)
FLOR.
Qual confusione è la mia? Rosaura in casa di Beatrice? Come? Per qual ragione? Sospira? Si lagna? Oh cieli! Che sarà mai? Oh sì, temo che Beatrice medesima, la quale pretende da me non so se mi dica amore o servitù, abbia scoperto il nuovo affetto mio per Rosaura, e ne abbia concepita una specie di gelosia.
Se così è, conviene levar la maschera.
Anderò io dal signor Ottavio, gli svelerò l'arcano, impetrerò la sua protezione, ed egli ch'è uomo giusto ed onesto, non mi saprà negare la mia Rosaura.
La porta di dietro è ancora rinchiusa; mi converrà fare il giro ed entrar per l'altra maggiore.
Ah, pur troppo è vero, non si può giungere ad una felicità, senza passare per mezzo a mille spasimi, a mille rancori.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
S'apre la porta del palazzo, da cui escono ROSAURA, ARLECCHINO e due Uomini.
ARL.
Cara siora, mi no so gnente: comanda chi deve, obbedisce chi puole.
Mi fazzo quel che comanda la mia patrona.
ROS.
Ma che ti ha comandato la tua padrona?
ARL.
L'ha comandà a mi e ai mi camerada, che ve menemo alla posta, che demo sta carta al mastro de posta, e mi no so altro.
L'è una carta che pesa, bisogna che denter ghe sia qualche sella da cavallo.
ROS.
Come? Vuol ella forse mandarmi via di qui senza dirmi nulla?
ARL.
Mi no so altro; andemo e no perdemo più tempo.
ROS.
Oh Dio! Dov'è andato Florindo? Era qui poc'anzi; per mia sventura è partito.
ARL.
Animo, camerade, andemo.
(alli due uomini)
ROS.
No, non sarà mai vero ch'io venga.
ARL.
Sangue de mi, se no vegnerì, ve porteremo.
(afferrandola per un braccio)
ROS.
Lasciatemi, o scellerati.
ARL.
Qua no gh'è altro, bisogna vegnir.
(vogliono condurla via)
SCENA QUINDICESIMA
LELIO con spada alla mano, ed i suddetti.
LEL.
Indietro, canaglia, indietro.
(colla spada incalza gli uomini)
ARL.
(Salva, salva; anderò dal master della posta, e se no ghe posso portar la donna, ghe porterò sto viglietto).
(fuggendo)
ROS.
(Ahi, destino crudele!) (da sé)
LEL.
Siete pur giunta nelle mie mani.
(prendendola per la mano)
ROS.
Lasciatemi, per pietà.
LEL.
Che lasciarvi? Venite meco.
ROS.
Ah no, lasciatemi.
LEL.
Prima di lasciar voi, lascierò la vita.
ROS.
Oh Dio! Dove mi conducete?
LEL.
In luogo di sicurezza.
Andiamo.
(la tira per forza)
ROS.
Ahi, ahi!
LEL.
Vieni, vieni, ragazza.
Dopo avere gridato un poco, ti placherai.
(parte con Rosaura)
SCENA SEDICESIMA
Camera di Ottavio.
OTTAVIO e FLORINDO.
OTT.
Caro Florindo, da quando in qua vi siete voi acceso delle bellezze di questa incognita?
FLOR.
Son da sei mesi ch'ella è venuta ad abitar nella nostra terra.
Appena la vidi, il di lei volto mi piacque, ma più mi piacquero i suoi costumi, quando ebbi agio di conversare con esso lei.
OTT.
Ma chi è questa donna? Si può sapere?
FLOR.
Vi dirò.
Ella è figlia di padre nobile, ed un giro di strane vicende l'ha qui condotta...
SCENA DICIASSETTESIMA
BEATRICE ed i suddetti.
BEAT.
Bella gioia, signor Ottavio, mi avete data in custodia!
OTT.
Di chi intendete voi di parlare?
BEAT.
Di quella onestissima giovane ch'è venuta stamane per il fresco a domandarvi pietà.
FLOR.
Oh Dio! Signora, parlate voi di Rosaura?
BEAT.
Sì, di Rosaura, avete voi delle premure per lei?
OTT.
Non lo sapete? Il nostro Florindo la vuol sposare.
(a Beatrice)
BEAT.
Sì? Evviva il signor Florindo.
Quando la sposerete? (a Florindo)
FLOR.
Signora, non mi tormentate.
Rosaura è nelle vostre camere?
BEAT.
Rosaura è molto più lontana che non credete.
FLOR.
Oimè! Dove?
OTT.
Non è ella in custodia vostra? (a Beatrice)
BEAT.
La sfacciatella mi è fuggita di mano.
FLOR.
Ella anderà in traccia di me.
BEAT.
No, v'ingannate.
Ella andò in traccia di Lelio; lo ha ritrovato, ed è con esso fuggita.
FLOR.
(Ah, costei la nasconde).
(da sé)
OTT.
Possibile che ciò sia vero?
BEAT.
Non lo ponete in dubbio.
Ciò è seguito alla vista degli occhi miei.
Lo vidi dalla finestra delle mie camere, e tre dei vostri servi la videro nelle braccia di Lelio.
OTT.
Io resto attonito.
Che dite voi di questa strana avventura? (a Florindo)
FLOR.
Rosaura non può essere fuggita.
O è stata rapita, o è stata scacciata: chiunque sia il traditore, me ne farò render conto.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
OTTAVIO e BEATRICE.
BEAT.
Vedete? Questo è quel che si guadagna a ricevere in casa delle persone che non si conoscono.
OTT.
Io non mi pento d'aver usati degli atti di pietà ad una ch'io mi lusingava li meritasse.
BEAT.
Ciò vi serva d'avvertimento.
Gente incognita non ne ricevete mai più.
OTT.
Vi ha ella detto nulla dell'esser suo?
BEAT.
Sì, cose varie mi ha detto; ma io le credo favole.
Da una donna che si è scoperta bugiarda, non si può sperare la verità.
OTT.
Di che paese ha detto di essere?
BEAT.
Non mi ricordo se sarda o siciliana; di uno di questi due regni assolutamente.
Anzi, ora che mi sovviene, ella si fa e dell'uno e dell'altro.
OTT.
Nata non può essere in due paesi.
BEAT.
In uno è nata, e nell'altro allevata.
OTT.
Ma il natale dove lo ha avuto?
BEAT.
Se vi dico che non me ne ricordo.
(Poco l'ho intesa e meno mi son curata d'intenderla).
(da sé)
OTT.
È nobile veramente?
BEAT.
A sentir lei, è di sangue reale.
OTT.
Ma come dice essere in questo stato?
BEAT.
Tante cose mi ha dette, che troppo vi vorrebbe a rammentarsene.
Il padre fuggito, la madre quasi violata, due fratelli uccisi; un vecchio l'ha raccolta bambina...
Cose, vi dico, da formare il più bel romanzo del mondo.
OTT.
Ma voi in sostanza non sapete niente.
BEAT.
Non so e non m'importa sapere.
OTT.
Che stravaganza è mai questa? Siete donna, e non avete avuto curiosità di sapere? In verità, questa volta sono più curioso di voi.
In quella giovane vi è qualche cosa di stravagante.
Orsù, manderò a chiamare Colombina, ch'è quella in casa di cui è stata alloggiata in questi sei mesi, ed ella ci dirà il vero.
BEAT.
Sì, mandatela a chiamare, ne avrò piacere.
(Vo' sapere come Florindo si è innamorato).
(da sé)
OTT.
Oh, chi l'avesse mai detto, che quella giovane che mostrava esser sì buona, fosse per cadere in simile debolezza? Signora consorte, ecco che cosa siete voi altre donne.
(parte)
BEAT.
Che cosa siam noi? Niente meno degli uomini.
Soggette siamo noi pure alle umane passioni, e queste qualche volta ci trasportano, ci violentano.
Io che sospirava il momento di questa lunga villeggiatura, unicamente per il piacere di conversar con Florindo, vengo e lo trovo acceso d'amore, in atto di dar la mano di sposo, e ho da soffrirlo placidamente? Non ho da scuotermi? Non ho da dolermi? Eh, sarei stupida se lo facessi.
Florindo è un mal creato, ed io lo tratto com'egli merita, quando deludendo le sue speranze, mi vendico col suo dolore.
Pensai di fargli sparir l'amata; ma il caso l'ha in braccio condotta del suo rivale.
Ciò mi giova assai più; poiché vengo ad ottenere il mio intento senza il pericolo di essere in me scoperta la cagione della sua fuga.
Chi prende impegno con una donna, ci pensi bene, poiché o non gli riesce poi ritirarsi, volendo, o se lo fa con violenza, non è sicuro dalla femminile vendetta.
(parte)
SCENA DICIANNOVESIMA
Camera d'osteria.
LELIO e ROSAURA.
LEL.
Via, non piangete.
Siete con un galantuomo, con un uomo che vi vorrà sempre bene.
ROS.
Sono con uno che mi vuol morta.
LEL.
No, cara, vi voglio viva, e non morta.
ROS.
Ditemi, per pietà, dove siamo?
LEL.
Oh sì, in questo vi appagherò.
Noi siamo in una camera dell'osteria della Posta.
ROS.
Oh Dio! Una giovine onesta sopra d'un'osteria? E voi, signore, fate così poco conto dell'onor mio?
LEL.
Cara Rosaura, vi vuol pazienza.
Siamo in una terra.
Qui è impossibile ritrovar una casa che vi ricoveri.
ROS.
Che cosa volete far voi di me?
LEL.
Sposarvi.
ROS.
Sposarmi in un luogo così indecente?
LEL.
Questa è una cosa che si può far da per tutto.
ROS.
No, signor Lelio, non sarà mai.
LEL.
Giuro al cielo, siete nelle mie mani.
ROS.
Mi sposerete per forza?
LEL.
Perché no?
ROS.
Un tal matrimonio sarebbe nullo.
LEL.
Bene, lasciate ch'io vi sposi, e poi annullatelo, se non vi torna comodo.
ROS.
Le vostre parole mostrano di volermi in ogni modo infelice; ma io vi replico che follemente sperate...
LEL.
Che follemente? Tu sei una scioccherella, non sei degna dell'amor mio, e se ho pensato sinora a farti mia per affetto, ora lo faccio per punire la tua baldanza.
(Proverò a spaventarla).
(da sé)
ROS.
In ogni guisa mi sono orribili le vostre passioni, e sono pronta a morire prima di permettere che vi accostiate.
LEL.
Quand'è così, morite, se vi dà l'animo, e contrastatemi il possesso della vostra bellezza.
(s'avanza per afferrarla)
ROS.
Cieli, aiuto, pietà!
LEL.
Ora siete nelle mie mani.
ROS.
Oimè! (cade svenuta)
LEL.
Eccola svenuta.
Ora che devo fare? Una donna svenuta è lo stesso come se fosse morta.
Che voglio io imperversare coi morti, o coi mezzi morti? Bisogna pensare a farla rinvenire, se si può.
Chiamerò l'oste, e qualche soccorso mi presterà.
(apre la porta)
SCENA VENTESIMA
FLORINDO colla spada alla mano, e detti.
FLOR.
Traditore, ti ho colto.
LEL.
Eh, giuro al cielo, non è più tempo.
Ora la tua vita è nelle mie mani.
(guadagnando la spada a Florindo, con uno stile alla mano)
FLOR.
Saziati nel mio sangue.
LEL.
Con questo stile ti voglio cavar il cuore.
Ma prima osserva la tua bella; osservala in mio potere, svenuta per amor mio.
FLOR.
Oh Dio! Dammi la morte, perfido, dammi la morte.
SCENA VENTUNESIMA
BARGELLO coi birri, ed i suddetti.
BARG.
Alto, ferma, la Corte.
LEL.
Indietro, o ch'io v'uccido.
(i birri arrestano Florindo)
BARG.
Questo è preso.
Conducetelo alla prigione (ai birri)
FLOR.
Infelice Rosaura, ti raccomando alla clemenza del cielo.
(parte coi birri)
LEL.
Che fate qui voi altri? Perché di qui non andate? (al Bargello)
BARG.
Signor Lelio, favorisca venir colle buone; non si faccia maltrattare.
LEL.
Eh temerario! Così parli con me? Vi ucciderò quanti siete.
(i birri lo circondano, egli si difende, e tutti confusamente partono)
ROS.
Oimè! Dove sono? Non vedo Lelio; la porta è aperta: qual nume tutelar mi difese?
SCENA VENTIDUESIMA
Il MASTRO di posta, ARLECCHINO e ROSAURA.
MAST.
(È questa la donna di cui parlate?) (ad Arlecchino)
ARL.
(Sior sì, l'è questa).
ROS.
(Costui è il servo della signora Beatrice).
(da sé, osservando Arlecchino)
MAST.
(Dite alla padrona che sarà servita.
Ho letto il viglietto, ho trovato dentro il denaro.
Il calesse è pronto.
Ditele che fra un quarto d'ora la giovane sarà partita).
(ad Arlecchino)
ARL.
(Benissimo).
ROS.
(Che dicono mai fra di loro? Mi trema il cuore).
(da sé)
ARL.
Siora incognita reverita, ghe son servitor.
La fazza bon viazo, la me voia ben, e ghe baso milan.
(parte)
MAST.
Favorisca, signora, resti servita.
ROS.
Dove?
MAST.
Qui non istà bene.
ROS.
Ma dove mi volete condurre?
MAST.
In un luogo dove starà meglio.
ROS.
Deh, per pietà...
MAST.
Meno ciarle; io non ho tempo da perdere.
ROS.
Andiamo; andiamo a morire.
(parte col Mastro di posta)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di Beatrice.
BEATRICE ed ARLECCHINO.
BEAT.
Vieni qui, che cosa diavolo dici?
ARL.
Ghe digo cussì che Rosaura l'è montada in calesse e l'è andada via.
BEAT.
Ma come? Se Lelio l'ha involata e l'ha seco condotta?
ARL.
Ben, el l'ha menada all'ostaria; i è vegnù i sbirri, e i sbirri ha menà via l'ostaria.
BEAT.
Vedi che non si può credere alle tue parole? Perché dici hanno condotto via l'osteria?
ARL.
Voio dir la zente che era all'ostaria.
BEAT.
E chi vi era?
ARL.
Gh'era...
gh'era...
BEAT.
Florindo?
ARL.
Giusto elo.
BEAT.
E l'hanno i birri condotto via?
ARL.
Gnora sì.
BEAT.
E Rosaura?
ARL.
L'è montada in calesse.
BEAT.
E Lelio?
ARL.
Anca lu.
BEAT.
Anche Lelio in calesse?
ARL.
No in calesse.
BEAT.
Ma dove?
ARL.
L'è andà via.
L'ha fatto scampar i sbirri, el s'ha defeso, e el s'ha salvà.
BEAT.
Ma, e Rosaura?
ARL.
Oh, quante volte che ve l'ho dito! L'è montada in calesse e l'è andada via.
BEAT.
Chi l'ha fatta andar via?
ARL.
Mi.
BEAT.
Tu? Come?
ARL.
Col viglietto che m'avì dà.
BEAT.
L'hai forse dato al mastro di posta?
ARL.
Giusto a lu.
BEAT.
Ed egli l'ha fatta partire per ordine mio?
ARL.
Gnora sì.
BEAT.
(Ora intendo.
Rosaura è partita, per l'ordine che aveva dato).
(da sé) E Florindo è prigione?
ARL.
L'è in preson.
Mi l'ho visto a chiappar.
BEAT.
(Povero giovane! Farò ogni sforzo per liberarlo).
(da sé) Con Rosaura è partito nessuno?
ARL.
Un omo dell'ostaria.
BEAT.
(Appunto secondo la commissione che ho data).
(da sé) Sento gente; guarda chi è.
ARL.
La servo.
(parte, poi ritorna)
BEAT.
Ancorché sdegnata sia con Florindo, non ho cuore di soffrirlo in carcere.
Or ch'è partita Rosaura, e che sarà fra poco da mia sorella in Napoli fatta passar nel ritiro, Florindo si scorderà di colei e mi chiederà scusa dell'indegna azione commessa.
ARL.
Sala chi è?
BEAT.
E bene, chi è?
ARL.
La posta.
BEAT.
Come la posta? Vuoi forse dire il mastro della posta?
ARL.
Giusto lu.
BEAT.
(Verrà a rendermi conto della sua attenzione in servirmi).
(da sé) Digli che passi...
ma no, fermati.
(Vien mio marito, non vo' che mi veda parlar con costui).
(da sé) Digli che parta e torni verso la sera.
ARL.
Gnora sì.
Vanne, ferma, digli, senti.
Sia maledetto i matti.
(parte)
SCENA SECONDA
BEATRICE, OTTAVIO e COLOMBINA.
OTT.
Signora Beatrice, ecco Colombina; ella ci darà contezza della bella incognita.
BEAT.
Quel bella lo potevate risparmiare.
COL.
(Già, queste signore elle sole vogliono esser belle).
(da sé)
BEAT.
Diteci, quella donna, Rosaura è vostra congiunta?
COL.
(Quella donna? Gran superbiaccia!) (da sé) No signora, non è niente di mio.
BEAT.
Come ha fatto Florindo a innamorarsi di lei?
OTT.
Consorte mia, questa interrogazione non ha niente che fare con quello che noi vogliamo sapere.
Garbata giovane, venite qui.
COL.
(Oh, il signor finanziere tratta un po' meglio).
(da sé) Che mi comanda?
OTT.
Ditemi: questa Rosaura chi è?
COL.
Vi dirò: sei mesi sono giunse in questa terra un uomo civile, di età avanzata, nominato Ridolfo, il quale mi ha conosciuta in Napoli, quando andava alle fiere colla mia povera madre, ed è stato anch'egli parecchie volte a villeggiare da noi.
Venne, come diceva, un giorno a ritrovarmi e aveva seco Rosaura.
Mi pregò di tenerla per qualche tempo in mia compagnia, promettendo pagar per essa le spese, e in fatti mi diede subito dieci ducati.
A vedere dieci ducati in una volta saltai come un daino; ma a quest'ora, per dirla, me ne ha mangiati più di trenta.
Però non importa, le voglio bene.
(E prego il cielo di ritrovarla).
(da sé, si asciuga gli occhi)
BEAT.
E Florindo come si è introdotto?
OTT.
Aspettate.
(a Beatrice) Dite, Colombina carissima, quello che ve l'ha consegnata, vi ha detto chi ella fosse?
COL.
Mi ha detto essere una giovane assai civile che per salvare la di lei vita era forzato tenerla occulta in un luogo lontano dalla città, e che da lì a pochi mesi sarebbe venuto a prenderla, o per ricondurla in Napoli, o per nasconderla in qualche luogo ancor più remoto di questa terra.
OTT.
E non sapete niente di più?
COL.
Ho detto tutto quello ch'io so.
BEAT.
Ora posso chiederle di Florindo? (ad Ottavio)
OTT.
Abbiate sofferenza.
Gran premura avete di questo Florindo! Dalla giovane avete mai ricavato niente? (a Colombina)
COL.
Niente affatto.
Ella sa qualche cosa, ma non vuol parlare.
OTT.
Ha detto di esser nobile?
COL.
Sì, questo l'ha detto.
OTT.
Ha detto nulla di che paese ella sia?
COL.
Per quel che si sente, pare non sappia nemmen ella dove sia nata precisamente.
OTT.
È mai uscita a dire, essere stata in pericolo per qualche amoretto?
COL.
Mi ha giurato più volte non essere stata mai innamorata.
BEAT.
Poverina! E appena ha veduto Florindo, subito si è accesa d'amore.
COL.
Oh, son passati più di tre mesi ch'ella non lo voleva nemmen salutare.
BEAT.
Poi come ha principiato?
COL.
Dai un giorno, dai l'altro; la seguitava per tutto; veniva a passar le notti sotto la sua finestra.
La povera giovane, vedendo l'amore e la fedeltà di quell'amabil giovanetto, non ha potuto resistere.
BEAT.
Come ha fatto egli a venire in casa? Gli avete fatto voi la mezzana?
COL.
Signora, mi perdoni...
OTT.
Cara signora Beatrice, questa è una cantilena stucchevole.
Voi badate a ricercare quello che a noi non deve premere né poco, né molto.
BEAT.
Certo; a me non preme; ne dimandava per semplice curiosità.
(Non mancherà tempo di ricercar costei per minuto).
(da sé) Se avete altre interrogazioni da farle, fatele pure, ch'io mi ritiro; parmi però che il soggetto di cui si tratta, non meriti tanta cura.
(Vadasi a liberare, se fia possibile, il carcerato, e sia la mia pietà un maggiore stimolo alla di lui gratitudine).
(da sé, e parte)
SCENA TERZA
OTTAVIO e COLOMBINA.
OTT.
Che avete voi, che piangete?
COL.
Parlando di Rosaura, non posso trattenere le lagrime.
OTT.
Per qual ragione?
COL.
Mi è sparita, non so dire dov'ella sia.
OTT.
A voi non è noto ciò che l'è accaduto con Lelio?
COL.
Oimè! Non so nulla, Lelio la perseguitava.
OTT.
Sì, la perseguitava.
Ella è una pazzerella; ella è fuggita con Lelio.
COL.
Ah signore, non è possibile.
La più onesta giovane non praticai di Rosaura.
OTT.
Ma se è fuggita con Lelio!
COL.
Perdonatemi.
Non lo posso credere.
Rosaura è onesta, e se il vero non dico, mi fulmini il cielo.
OTT.
Dunque Lelio l'avrà rapita.
COL.
Se così fosse, impetrerei per essa la vostra protezione.
OTT.
Un'altra volta m'impegnai stamane a proteggerla.
COL.
Deh, non l'abbandonate.
OTT.
La farò rintracciare.
Se fia possibile, la troverò e se Lelio l'avrà temerariamente insultata, me ne renderà stretto conto.
COL.
Che siate benedetto! Il cielo vi feliciti per mille anni.
SCENA QUARTA
MINGONE e detti.
MING.
Signore, questo viglietto viene a lei.
(dà il viglietto e parte)
OTT.
Leggiamo.
COL.
(Povera Rosaura! Nelle mani di Lelio?) (da sé)
OTT.
Chi scrive è Rosaura.
(a Colombina)
COL.
Dov'è? Dove si ritrova? Povera sventurata!
OTT.
Udite.
Signore, sono in carcere e ne ringrazio i numi, i quali mi hanno preservata da una sventura maggiore.
Ricorro a voi, che siete l'unico che possa in questa terra soccorrere un'infelice.
Spero che mi userete gli atti della vostra pietà, e non abbandonerete alla disperazione la vostra serva Rosaura.
Sentite? (a Colombina)
COL.
Deh, non tardate a soccorrere la sventurata.
OTT.
Sì, vado tosto a indagar dal governatore la causa della sua carcerazione.
Farò tutto per renderle assistenza e soccorso, quando ella di ciò sia degna, e tale sia veramente, quale voi me l'avete amorosamente dipinta.
(parte)
COL.
Povera la mia Rosaura! ma più povera me, se torna il vecchio Ridolfo e non la trova più meco! Il povero mio marito è alla campagna e non sa nulla di ciò.
Oh, voglia il cielo che vada bene, che Rosaura torni a casa come era prima; ma lo credo difficile.
(parte)
SCENA QUINTA
Camera nell'osteria.
ELEONORA, RIDOLFO, CAMERIERE dell'osteria.
CAM.
Restino qui serviti.
Questa è la camera migliore dell'osteria.
ELEON.
Certa Colombina la conoscete voi? (al Cameriere)
CAM.
Sì, signora, la conosco.
ELEON.
È ella qui in Aversa?
CAM.
Vi è senz'altro.
ELEON.
Ridolfo, facciamola a noi venire?
RID.
Anderò io a ricercar Colombina.
Già ho pratica della terra.
ELEON.
Sì, andate e conducete con voi Rosaura.
RID.
Sarà tutta lieta nel rivederci.
ELEON.
Sarà più lieta, quando saprà le nuove felici che le rechiamo.
RID.
Ardo di volontà d'abbracciarla.
(parte)
SCENA SESTA
ELEONORA sola.
ELEON.
Povera Rosaura, ella è stata finora un giuoco della fortuna; ma spero che questa instabile deità, fissato il chiodo alla ruota, stanca sarà di perseguitare una sventurata innocente.
Io sarò l'araldo felice dei suoi contenti.
Per la brama di essere la prima a mirar col labbro ridente l'afflitta giovane, ho bene impiegato questo piccolo viaggio, il quale, tutto che non ecceda le dieci miglia, comodo certamente non mi è riuscito.
(siede) Stanca sono, e la stanchezza al riposo m'invita.
Se non torna Ridolfo, sola addormentarmi non deggio.
Ma il sonno sempre più mi violenta.
Oh Dio! Un momento solo di quiete.
(s'addormenta)
SCENA SETTIMA
LELIO, la suddetta, poi il CAMERIERE.
LEL.
Non v'è l'oste? Non vi son camerieri? Non vi è nessuno che sappia rendermi conto...
Come! Rosaura ancora svenuta? Che vedo? Questa non è Rosaura; ma se non è Rosaura, non è cosa da gettar via.
Sola all'osteria della Posta chi mai può essere? Oh buono! Sarà un'avventuriera, ed io mi lascierò fuggir dalle mani una sì bell'avventura? Sarei ben pazzo, se lo facessi.
CAM.
Signore, che fa ella qui? Nelle camere dei forestieri non s'entra con questa libertà.
(a Lelio)
LEL.
Briccone! Così parli con me? (gli dà uno schiaffo)
ELEON.
Oimè! (si sveglia)
CAM.
A me uno schiaffo?
LEL.
Sì, a te, e per giunta un carico di bastonate.
(lo bastona)
CAM.
Ahi, ahi, aiuto! (parte)
ELEON.
Misera me! In qual luogo son io venuta?
LEL.
Prendi, e impara.
(chiude la porta)
ELEON.
Signore, chi siete voi?
LEL.
Un galantuomo.
ELEON.
Da me che volete?
LEL.
Niente, signora, non vi sgomentate.
ELEON.
Che fate in questa camera?
LEL.
Ci sono venuto a caso.
ELEON.
Perché chiusa avete la porta?
LEL.
Per non essere disturbato.
ELEON.
Ma che pretendete?
LEL.
Niente altro che esibirvi la mia servitù.
ELEON.
Sapete voi chi son io?
LEL.
Non ho l'onor di conoscervi.
ELEON.
Entrate in camera d'una donna che non conoscete?
LEL.
Un uomo d'onore può entrar da per tutto.
ELEON.
Gli uomini d'onore non perdono il rispetto alle dame.
LEL.
Siete dama? Compatitemi.
(si cava il cappello) Con tutto il rispetto.
(s'inchina)
ELEON.
Contentatevi di uscir di qui.
LEL.
Come! Per essere una dama mi discacciate? Credete voi ch'io sia qualche uomo di villa?
ELEON.
Qualunque voi siate, avete commessa un'azione indegna.
LEL.
Perché un'azione indegna?
ELEON.
Entrar in camera d'una donna che dorme? Chiuder la porta? Che pretendete voi di fare colla porta chiusa?
LEL.
Se la porta chiusa vi offende, ecco che per obbedirvi io l'apro.
(apre la porta)
ELEON.
(Tornasse almeno Ridolfo).
(da sé)
LEL.
Ora sarete contenta.
ELEON.
Sarò contenta, se voi uscirete da questa stanza.
LEL.
Sono un uomo d'onore, e voi m'offendete se mi scacciate.
ELEON.
Restatevi dunque, ed io partirò.
(va per partire)
LEL.
No signora, non partirete.
(l'arresta)
ELEON.
Mi userete voi un'impertinenza?
LEL.
Vi pregherò di soffrirmi.
ELEON.
Ditemi, che volete?
LEL.
Placatevi, e parlerò.
ELEON.
Parlate; vi ascolterò, se lo meritate.
LEL.
Signora, qui non sono venuto per voi; ma poiché la sorte ha offerto ai miei lumi il vostro bel volto, sarei stato indegno di un bene, se non mi fossi trattenuto a mirarlo.
ELEON.
Chi siete voi?
LEL.
Son uno che si darà a conoscere, se voi avrete la bontà di manifestarvi.
ELEON.
Né io vi dirò il mio nome, se voi a me non isvelate il vostro.
LEL.
Dunque seguiteremo a discorrere senza esserci conosciuti.
ELEON.
Spero che di qui partirete.
LEL.
Per ora sarà difficile.
ELEON.
Vi farò pentire della vostra insolenza.
LEL.
Ora conosco che siete una gran signora.
Principiate a parlare con dei termini gravi.
ELEON.
In questa terra son conosciuta.
LEL.
Io non vi conosco..
ELEON.
Mi darò a conoscere al signor Ottavio del Bagno, ed egli mi farà rendere soddisfazione.
LEL.
Ottavio del Bagno? Lo conoscete voi?
ELEON.
Io non l'ho mai veduto; ma so esser egli informato della mia casa.
LEL.
Signora, eccolo ai vostri piedi.
ELEON.
Voi Ottavio? Il capo dei finanzieri?
LEL.
Sì, il vostro servo.
ELEON.
Perdonatemi se vi ho aspramente trattato, e concedetemi ch'io vi dica, che in villa non siete quell'uomo prudente che vi reputa la città.
LEL.
Vi dirò, la libertà della villa concede qualche cosa di più.
Signora, vi domando perdono.
ELEON.
Non vi credeva capace di una simile debolezza.
LEL.
Scusatemi, ve ne prego, e onoratemi di far che io conosca la dama, con cui favello.
ELEON.
Eleonora son io dei conti di Castel Rosso.
LEL.
Oh nobilissima dama! Servitore io sono della vostra famiglia, ch'io reputo per una delle più cospicue di questo regno.
(Sia maledetto, se so nemmen che vi sia).
(da sé)
ELEON.
(Non mi altero di vantaggio, poiché d'Ottavio ne posso aver di bisogno).
(da sé)
LEL.
Ma, contessa mia, per qual motivo siete venuta in Aversa? Ditemi, siete sola?
ELEON.
Ecco la persona che mi ha accompagnata.
LEL.
Chi è quel vecchio?
ELEON.
È un cavaliere siciliano; povero, ma onorato.
SCENA OTTAVA
RIDOLFO e detti.
RID.
Chi è questo signore? (ad Eleonora)
ELEON.
Egli è il signor Ottavio del Bagno.
RID.
Oh signore, vi riverisco.
Il cielo mi offre opportunamente l'occasione di conoscervi, in tempo che della vostra assistenza ho estrema necessità.
LEL.
(Che diavolo sarà mai?) (da sé) Eccomi pronto a servirvi.
Comandatemi.
RID.
Contessa, la vostra infelice Rosaura è carcerata.
ELEON.
Oimè, che sento!
LEL.
Dov'è carcerata Rosaura?
RID.
In queste carceri del governatore.
ELEON.
Per quale cagione?
LEL.
Io, io la libererò.
(La fortuna mi offre l'occasione di farla mia).
(da sé)
RID.
Io ho saputo la cosa confusamente...
Mi dicono che un certo Lelio...
Vi è nessun che ci senta? (osservando la porta)
LEL.
No, no, non vi è nessuno: parlate.
RID.
Un certo Lelio bravone, impertinente...
(si guarda intorno per paura)
LEL.
(Ah vecchio disgraziato!) (da sé)
RID.
Un figlio di un mercante, che inquieta il paese, che solleva il popolo, che vive di prepotenza.
(guarda come sopra)
LEL.
(Or ora lo bastono).
(da sé)
RID.
Costui ha tentato rapir Rosaura.
Gli è sortito di farlo.
Fu sorpreso con essa in questa istessa osteria, e la povera giovane è carcerata.
ELEON.
E di quel temerario che cosa avvenne?
LEL.
(Maledetta!) (da sé)
RID.
Non lo so.
I birri lo volean prendere, e dicono si difendesse; spero che l'averanno ucciso.
LEL.
(Or ora non posso più trattenermi).
(da sé, freme)
RID.
Signore, vedo che voi fremete all'udire simili iniquità.
Per amor del cielo, assisteteci, liberate quella povera sventurata, e se Lelio non fosse estinto, e se quell'indegno fosse tuttavia in Aversa, procurate che sia fatto arrestare, che sia punito, ed abbia quella pena che merita un assassino.
LEL.
Ma voi parlate assai male.
RID.
Poco dico a quel ch'egli merita.
Perfido, scellerato.
LEL.
Ah vecchio indegno! Sai tu con chi parli?
RID.
Oimè!
LEL.
Io son quel Lelio che tu maltratti, e se non fossi canuto, ti balzerei ai piedi la testa.
ELEON.
Come! Non siete voi il finanziere?
LEL.
Sono il diavolo che vi porti.
Così si parla di me?
ELEON.
E voi così trattate coi forestieri?
LEL.
Giuro al cielo, non so chi mi tenga...
RID.
Via, ammazzatemi.
Io non mi difendo.
LEL.
Vecchio temerario, insolente.
(lo getta in terra, e parte)
RID.
Oimè.
ELEON.
Oh Dio! Alzatevi.
RID.
È partito?
ELEON.
Sì, è partito.
RID.
Andiamo dal governatore.
(parte)
ELEON.
Quanti accidenti! Quante disgrazie! Oh cielo! Dove anderà a finire l'inviluppo di tali e tante avventure? (parte)
SCENA NONA
Camera d'Ottavio.
OTTAVIO, ROSAURA, poi MINGONE.
OTT.
Eccovi in libertà.
A me il governatore non ha ritardata la grazia, affidatosi al carattere mio, che non sa proteggere che con giustizia.
Or siete di bel nuovo nella mia casa, ma di qui non si esce, se prima non mi rendete sincero conto di voi medesima.
ROS.
Signore, non ho mai ricusato di dire tutto quello ch'io so.
OTT.
Chi è di là?
MING.
Comandi.
OTT.
Dite alla padrona che venga qui.
MING.
Signore, ella non è in casa; è uscita collo sterzo, e credo sia andata dal governatore.
(parte)
OTT.
Sarà andata anch'essa a pregare per voi.
Orsù, sediamo, e parlatemi con libertà.
ROS.
(Oh Dio! Che mai sarà di Florindo?) (da sé, siede)
OTT.
Rasserenatevi.
Che mai vi rende così turbata?
ROS.
Compatitemi, per pietà...
OTT.
Ditemi liberamente; vi ascolterò con amore e vi assisterò con impegno.
ROS.
Quanto so, ve lo dirò prontamente.
Mio padre nacque nobile siciliano; aveva una bella moglie, e questa fu per lui la più fatale disgrazia.
Un cavaliere se ne invaghì.
Tentò vincere il di lei cuore, ma sempre invano.
Acciecato da pazzo amore, provò insultarla, si difese la casta donna; passò l'empio alla violenza, ella con uno stile lo minacciò, ed egli con un pugnale l'uccise.
Mio padre, per vendicar la morte della consorte, non potendo farlo colla strage dell'uccisore, fece trafiggere una sua figliuola, e il cavaliere nemico, benché lontano, fece privar di vita due miei innocenti fratelli.
Ecco disfatta l'una e l'al
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