L'UOMO DI MONDO, di Carlo Goldoni - pagina 3
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No me ne offendo del sospetto che le gh'ha de mi, perché gnancora no le me cognosse.
Ma co le saverà chi xe Momolo Bisognosi, no le parlerà più cussì.
LUD.
Sior Momolo xe un marcante onorato, ghe l'attesto mi.
MOM.
No, compare, sparagné la vostra testimonianza, che la me fa poco onor.
Se pol saver la causa de sta contesa?
BEAT.
Ve la dirò io, signore.
Questo garbato giovine ha tirato a giocar mio marito...
LUD.
Mi no l'ho tirà.
El xe stà elo...
MOM.
O vu, o elo, quala xe la question?
LUD.
La question xe questa.
L'ha perso trenta zecchini sulla parola, e nol li vol pagar.
MOM.
Sior foresto, la me perdona: co se perde, se paga.
SILV.
Io non dico di non pagare; ma chiedo il tempo che ad ogni galantuomo si accorda.
Domani lo pagherò.
MOM.
El dise ben, e vu no podè parlar.
(a Ludro)
LUD.
Me feu vu, sior Momolo, la sigurtà che nol vaga via?
MOM.
Chi xela ela, sior, se xe lecito de saverlo? (a Silvio)
SILV.
Silvio Aretusi è il mio nome ed il mio cognome.
Ed ho una lettera di trecento zecchini sopra un banchiere, di che ora vi farò vedere la verità.
MOM.
No la s'incomoda altro.
Conosso alla ciera la zente onesta; i forestieri me fa peccà, e in sto caso ghe son stà anca mi qualche volta.
Sior Ludro, vardeme mi.
Ve fazzo la piezaria; e se sto sior no ve paga, vegnì doman a sta istessa ora da mi, e troverè i vostri trenta zecchini.
LUD.
Me maraveggio.
Sior Momolo xe patron de tutto.
Doman vegnirò da ela.
MOM.
Lasseve veder ancuo a qualche ora, che v'ho da parlar.
LUD.
Co(19) la comanda, sior Momolo; ghe son servitor.
Patron reverito.
A un'altra più bella.
Se sta volta l'ho servida mal, un'altra volta la se referà.
( Silvio, e parte)
SCENA DECIMA
SILVIO, BEATRICE, MOMOLO
SILV.
Signore, vi sono bene obbligato che, anche senza conoscermi, abbiate voluto liberarmi da una simile vessazione.
MOM.
Gnente, signor.
I galantomeni xe obligai a far dei boni offizi co i pol.
BEAT.
È bene un birbonaccio colui.
Fa torto alla vostra patria.
MOM.
Prima de tutto, si ben che el parla venezian, mi no so de che paese che el sia; ma quando che el fusse anca de sta città, la vede ben, tutto el mondo è paese; dei boni e dei cattivi per tutto se ghe ne trova.
A Venezia, generalmente parlando, e se ama e se stima assae el forestier, ma ghe xe qualche persona tressa(20), ghe xe dei dretti che vive sull'avantazo, come se trova per tutto el mondo, e specialmente in ti paesi grandi.
SILV.
Dite bene, signore.
Questa volta ci sono inciampato.
Per altro i trenta zecchini li troverò, e voi non resterete...
MOM.
No la se metta in pena per questo.
La se comoda, che no m'importa a sborsarli mi, e la me li darà co la poderà.
Cossa gh'ha nome sta zentildonna?(21) (verso Beatrice)
BEAT.
Beatrice, per servirla.
MOM.
Oh, che bel nome! de che paese?
BEAT.
Romana ai suoi comandi
MOM.
Molto compita.
Xeli vegnui per star un pezzo a Venezia?
SILV.
Avevo idea di trattenermivi il carnovale.
BEAT.
Ma se i danari li perde al gioco, abbiamo finito di divertirci.
MOM.
No la se toga pena per questo.
Finalmente la perdita no xe granda, e a Venezia se se pol devertir col poco e co l'assae.
E po, se le se degnerà de lassarse servir, le troverà in mi un bon amigo e un so umilissimo servitor.
BEAT.
(Pare un galantuomo a vederlo, ma mi spaventa l'esempio di quell'altro).
(da sé)
SILV.
Vorrei vedere il mercante sopra di cui ho la cambiale ad uso.
Voi lo conoscerete.
MOM.
No vorla? Son del mistier anca mi.
La me diga el nome.
SILV.
Ho la lettera nel baule, or ora la ritroverò.
MOM.
La vaga a torla, che ghe saverò dir.
SILV.
Eh, vi è tempo.
Goderò per ora la vostra compagnia.
MOM.
Da qua un'ora i marcanti i se trova tutti a Rialto.
La vaga a trovar la lettera.
(Vorave che el dasse liogo(22) sto sior).
(da sé)
SILV.
Vado subito, ed ora torno.
(parte)
MOM.
Che la se comoda pur.
La diga, signora, xela più stada a Venezia? (a Beatrice)
BEAT.
Non signore, questa è la prima volta.
MOM.
La vederà un paese che ghe piaserà.
Ma per cognosserlo sto paese, bisogna praticarlo.
La troverà una cortesia in tutti, che xe nostra particolar.
Le donne specialmente qua le pol dir de esser in tel so centro.
Semo omeni de bon cuor, e se la se degnerà de far l'esperienza in mi, spero che no la formerà cattivo concetto della nostra nazion.
BEAT.
Son persuasa di quello mi dite.
Vedo dalla vostra buona maniera che siete un signore di tutto garbo.
MOM.
Gnente, patrona.
Mi no gh'ho nissun merito.
Me vanto solamente de esser un omo schietto e sincero, onorato e civil.
BEAT.
(Mi va a genio, da vero, questo signor Veneziano).
(da sé)
MOM.
(Me par che ghe scomenza a bisegar in tel cuor).
(da sé)
BEAT.
Siete ammogliato, signore?
MOM.
No, la veda.
Son putto(23), per obbedirla.
BEAT.
Se aveste moglie, vi avrei pregato di far ch'io la conoscessi, per avere un poco di compagnia.
MOM.
Posso servirla mi, se la se contenta.
BEAT.
È vero, ma la cosa è diversa.
MOM.
La diga: so consorte xelo zeloso?
BEAT.
Oh, questo poi no.
Non ha ragione di esserlo né per il mio merito, né per il mio costume.
MOM.
Circa al merito, lo compatiria se el fusse zeloso, ma una donna prudente no ghe deve dar occasion.
BEAT.
Propriamente è portato a non prendersi pena di certe cose.
MOM.
Donca me sarà permesso de poderla servir.
BEAT.
Discretamente, perché no?
MOM.
Certo che no me torò quella libertà che no me se convien.
Ma, per esempio, se me tolesse la confidenza che disnessimo insieme, se poderave?
BEAT.
Io mi persuado di sì.
MOM.
Andar in maschera?
BEAT.
Ancora; con mio marito.
MOM.
Se lasserala servir?
BEAT.
Da un uomo onesto, come voi mostrate di essere, non saprei ricusare di essere favorita.
MOM.
Semo in parola.
La me daga la man.
BEAT.
Perché ho da darvi la mano?
MOM.
Per la parola che la me dà.
BEAT.
Non vi è bisogno.
Ci siamo intesi.
MOM.
Cossa gh'ala paura? No gh'ho miga la rogna.
BEAT.
Ecco la mano.
MOM.
In segno de respetto.
(le bacia la mano)
BEAT.
Troppo gentile.
MOM.
Tutto ai so comandi.
BEAT.
Andiamo a vedere, se mio marito ha ritrovato la lettera.
MOM.
Aspettemolo, che el vegnirà.
BEAT.
No, no, è meglio che andiamo.
MOM.
Eh via.
(tenero)
BEAT.
Andiamo, vi dico.
(Non vorrei che mio marito s'insospettisse di qualche cosa).
(da sé)
MOM.
La servo dove che la comanda.
(Oh, che bell'incontro che xe stà questo! Se andasse anca i trenta zecchini, sto muso ghe ne merita più de cento).
(partono)
SCENA UNDICESIMA
Strada, come nella prima scena.
ELEONORA alla finestra della propria casa, poi OTTAVIO
ELEON.
Ma! Sono sfortunata io.
Tanto amore ho per Momolo, ed egli così poco di me si cura.
Passa dinanzi alla porta della mia casa: si ferma sotto le mie finestre, e in vece di cercare di me, va a divertirsi nella locanda; e sa il cielo con chi.
Faceva meglio a non dirmelo la cameriera, che ora non proverei questa pena.
Voglio almeno aspettare ch'egli esca, non per rimproverarlo, che con lui le cattive non giovano, ma almeno gli servirò di rossore.
Mi vo lusingando che un giorno abbia a conoscere la finezza dell'amor mio, ma dubito di dover penar lungamente.
Quanti partiti ho lasciati per lui! Il povero mio padre vorrebbe pur vedermi contenta.
Ecco qui quello sguaiato d'Ottavio.
Vorrei ritirarmi dalla finestra; ma non vuò perdere l'occasione di veder Momolo.
Dovrebbe passare, e andarsene costui.
Sa che io non gli bado, che mio padre non lo vuol sentire; e Lucindo, mio fratello, gliel'ha detto liberamente che non istia ad inquietarmi.
OTT.
(Passando la saluta)
ELEON.
(Non gli risponde al saluto)
OTT.
Né meno per civiltà? (ad Eleonora)
ELEON.
Serva sua.
OTT.
Gran disgrazia è la mia.
ELEON.
Chi così vuol, così merita.
OTT.
Merito peggio ancora, volendo continuare ad amare un'ingrata; ma non posso staccarmi questa passione dal cuore.
ELEON.
Non siete ancora chiarito che nessuno di casa mia, quand'io volessi farlo, consentirebbe ch'io vi parlassi?
OTT.
Cospetto di bacco! da voi soffrirò tutto, ma i vostri di casa me la pagheranno.
E colui di Momolo, che è cagione di tutto, giuro al cielo avrà che fare con me.
ELEON.
Questo non è luogo da far chiassate.
OTT.
Sono un galantuomo, e questi affronti non mi si debbono, e non li voglio soffrire.
(alzando la voce)
ELEON.
(Entra, e chiude la finestra)
SCENA DODICESIMA
OTTAVIO, poi LUCINDO dalla sua casa, poi MOMOLO dalla locanda.
OTT.
Anche di più? Serrarmi la finestra in faccia? Non son chi sono, se non mi vendico.
(strepitando)
LUC.
Quante volte vi si ha da dire, signore, che non vi accostiate alla nostra casa?
OTT.
Né voi, né chi che sia me lo può impedire.
LUC.
Troverò persone che vi faranno desistere.
OTT.
Chi saranno quelli che avranno tanto potere? Il vostro Momolo forse? Non lo stimo né lui, né voi, né dieci della vostra sorte.
LUC.
Questo è un parlare da quell'insolente che siete.
OTT.
A me, temerario? (cacciando la spada)
LUC.
Così si tratta? (Si pone in difesa colla spada.
Si tirano dei colpi)
MOM.
(Esce dalla locanda) Alto, alto, fermève; tolè su el fodro, che i cani no ghe pissa drento.
OTT.
Per causa vostra, signore.
(a Momolo, con isdegno)
LUC.
Egli ha perduto il rispetto a voi ed a tutta la nostra casa.
(a Momolo)
MOM.
Animo, digo, in semola quelle cantinele(24).
OTT.
Non crediate già di mettermi in soggezione.
MOM.
Voleu fenirla, o voleu che ve daga una sleppa(25)? (ad Ottavio)
OTT.
A me? Se non fosse viltà ferire un uomo disarmato, v'insegnerei a parlare.
Provvedetevi di una spada.
(a Momolo)
MOM.
Eh, sangue de diana.
Lassè veder.
(leva la spada a Lucindo) A vu sior bravazzo.
(Si tirano con Ottavio, e Momolo lo disarma )
OTT.
Ah, maledetta fortuna!
MOM.
Tolè, sior, la vostra spada; andè da vostra sorella, e diseghe da parte mia, che se sto sior averà più ardir de vegnirla a insolentar, ghe lo inchioderò su la porta.
(a Lucindo) E vu tolè el vostro speo(26); e andè a imparar avanti de metterve coi cortesani della mia sorte.
(ad Ottavio, dandogli la sua spada)
OTT.
(Se non mi vendico, non son chi sono).
(da sé, e parte)
LUC.
Se non venivate voi, forse forse l'avrei ucciso.
MOM.
Eh, compare, se no vegniva mi, el ve inspeava come un quaggiotto.
LUC.
Voi mi credete di poco spirito, e non lo sono.
MOM.
Lassemo andar ste malinconie.
Diseme: cossa fa siora Eleonora? Stala ben?
LUC.
Starebbe bene, se non sospirasse per voi.
MOM.
Me despiase che me disè sta cossa.
Ma, caro amigo, savè che omo che son; me piase gòder el mondo.
LUC.
Basta, io non voglio entrarvi più di così; ci pensi lei.
MOM.
Giusto cussì, lassemo correr.
Vegnimo a un altro proposito.
Me xe sta dito, che andè in casa de una certa Smeraldina lavandera.
Xela la veritae?
LUC.
Io? non la conosco nemmeno.
(Come diavolo lo ha saputo?) (da sé)
MOM.
Co no xe vero, gh'ho gusto.
E se mai fosse vero, sappiè che in quella casa ghe pratico mi, e dove che vago mi, no voggio che ghe vaga nissun.
Ve serva de avviso, e no digo altro.
Saludè siora Leonora.
(parte)
LUC.
Ci vado e ci vorrei andare da Smeraldina.
Momolo mi dà un poco di soggezione.
Ma cosa sarà finalmente? Proverò di andarvi nelle ore ch'ei non ci va; quella giovane mi vuol bene; non spendo niente, e non la voglio perdere, se posso far a meno.
(entra in casa)
SCENA TREDICESIMA
Camera male addobbata, in casa di Truffaldino
SMERALDINA con una cesta di panni sporchi, e TRUFFALDINO
TRUFF.
Dov'et stada fin adesso?
SMER.
No vedè, dove che son stada? A tor sti drappi da lavar, da sfadigarme, per mantegnirme mi, e per mantegnirve vu.
Vardè là un omo grando e grosso come un aseno; nol xe gnanca bon da vadagnarse el pan.
TRUFF.
Cossa se vadagna a far el facchin?
SMER.
Ghe xe dei facchini, che colle so fadighe i mantien la so casa.
TRUFF.
Bisogna mo veder, siora dottora, se mi gh'ho voia de sfadigarme, come che fa costori.
SMER.
Perché sè un porco.
TRUFF.
Lassemo i complimenti da banda.
Gh'è gnente da magnar in casa?
SMER.
Gnente affatto.
TRUFF.
Brava! polito! che donna de garbo!
SMER.
E ti cossa m'astu portà? me xe sta pur dito, che sta mattina i t'ha visto a portar un baul.
TRUFF.
Ti gh'ha le to spie, brava.
T'ali mo dito, che i m'abbia pagà?
SMER.
Siguro che i t'ha pagà.
TRUFF.
T'ali mo dito, che ho zogà, e che ho perso?
SMER.
I m'ha anca dito, che ti xe un poco de bon; e mi te digo, che me vôi levar sto crucio da torno, che me vôi maridar, e de ti no ghe vôi pensar né bezzo, né bagatin.
TRUFF.
Sorella, no me abbandonar.
SMER.
Strussio co fa una cagna, e no me avanzo mai da comprarme né una traversa(27), né un fazzoletto da collo.
TRUFF.
Sorella, no me abbandonar.
SMER.
Come voleu che fazza a tirar avanti cussì?
TRUFF.
No me abbandonar, cara sorella.
SMER.
A far la lavandera al dì d'ancuo se vadagna poco; va mezi i bezzi in legne e in saon, e fina l'acqua bisogna comprar.
TRUFF.
Ma mi bisogna che parla schietto, da galantomo, e da bon fradello; ti è una matta a sfadigarte per cussì poco.
SMER.
Cossa magneressimo, se no fusse mi?
TRUFF.
Cara sorella, gh'è pur quel caro sior Momolo, che l'è el più bon galantomo del mondo, che el gh'ha dei bezzi, che el te vuol ben.
Lassa che el vegna qualche volta a trovarte; ogni volta che el vien, el te dona qualcossa a ti, el me dona qualcossa anca a mi.
No star a lavar; no fruar cussì la to zoventù.
Fa a mio modo, che gh'ho più giudizio de ti.
SMER.
Mi anca qualche volta lasseria che el vegnisse, perché el xe un putto proprio e civil, e el m'ha dito che el me vuol far del ben; ma per dirte la verità, el xe un certo omo sutilo, che el me fa paura.
Vien qualche volte da mi sior Lucindo, e el m'ha dito che nol vol che la ghe vegna.
TRUFF.
Vedistu? Sior Momolo gh'ha rason.
Lucindo l'è un fiol de fameia: spiantà, senza un soldo, che no te pol dar gnente.
Gnanca mi in casa mia no gh'ho gusto che ghe sia galline, che no fazza el vovo.
SMER.
In quanto a ti, no ti pensi altro che a magnar, e a bever, e andar a spasso.
TRUFF.
L'è mo, che de quanti mistieri ho provà, no trovo el meio de questo.
SMER.
E ti voressi trovar in casa la tola parecchiada.
TRUFF.
E sentarme a tola in conversazion.
SMER.
E che i galantomeni porta.
TRUFF.
E chi no porta, se ghe sera la porta.
SMER.
E mi me vôi maridar.
TRUFF.
Sorella, no me abbandonar.
SMER.
E se sior Lucindo me vol, lo togo.
TRUFF.
E se sior Lucindo no me donerà gnente, qua nol ghe vegnirà.
SMER.
Chi comanda in sta casa, mi o ti?
TRUFF.
Qualche volta ti, qualche volta mi.
SMER.
Quando xela sta qualche volta?
TRUFF.
Co i porta, ti comandi ti.
Co no i porta, comando mi.
SMER.
Tocco de matto.
Senti che i batte; varda chi è.
TRUFF.
E po ti dirà che no fazzo mai gnente.
(va a vedere)
SMER.
Magari che sior Lucindo me tolesse, ma so sior pare no vorà.
Certo che sior Momolo me fa del ben, e no lo vorave perder, ma no so quala far.
TRUFF.
(L'è qua quel spiantà de Lucindo, ma no ghel voio dir).
(da sé)
SMER.
Chi ha battù?
TRUFF.
Un poveretto che domandava la carità.
SMER.
Senti che i torna a batter.
TRUFF.
Oh la va longa la musica.
(torna a vedere)
SMER.
M'ha dito sior Momolo, che nol vol che fazza più sto mistier; che el vol che fazza qualcossa de più utile e de manco fadiga; se no me marido, bisognerà che me inzegna.
TRUFF.
(Maledetto colù, nol vol andar via).
(da sé)
SMER.
Sta volta chi giera?
TRUFF.
Uno che ha fallà la porta.
SMER.
Che no sia qualcun che me porta dei drappi.
TRUFF.
Se el fusse un de quei che porta, l'averave lassà vegnir.
SMER.
I torna a batter.
TRUFF.
Lassa che i batta.
SMER.
Voggio andar a veder mi.
TRUFF.
Anderò mi.
SMER.
No, no, voggio andar mi.
(va a vedere)
TRUFF.
Schiavo sior.
La ghe averze; e el vien desuso.
Se nol me dona almanco un da diese, lo butto zo de la scala.
Ho una fame che no posso più.
SCENA QUATTORDICESIMA
LUCINDO, SMERALDINA, TRUFFALDINO
SMER.
Poveretto, i l'ha fatto star de fora quel che sta ben(28)!
LUC.
Credevo non mi voleste più in vostra casa.
TRUFF.
El gh'ha del strolego sior Lucindo.
LUC.
È dunque vero che non mi volete?
SMER.
Chi dise sta cossa? me maraveggio.
Sior Lucindo? el xe paron, e vu no ve ne stè a impazzar.
(a Truffaldino)
TRUFF.
Tutto el zorno el vien qua, e no se pol descorer dei so interessi.
LUC.
Avete qualche affare con vostra sorella? Fate pure i fatti vostri, io non vi do soggezione.
SMER.
Eh gnente, caro fio(29), lasselo dir, che el xe matto.
TRUFF.
Gierimo qua che discorrevimo tra de nu, come che avemo da far sta mattina a comprar da disnar; né mi, né mia sorella no gh'avemo un soldo.
LUC.
(L'intendo il briccone, ma io non ho niente da dargli) (da sé).
SMER.
Lassè che el diga, no ghe badè.
Per grazia del cielo e de le mie fadighe, el nostro bisognetto el gh'avemo.
TRUFF.
Via donca, dame d'andar a spender.
SMER.
Vustu taser, tocco de desgrazià?
TRUFF.
Vedela, sior? no la ghe n'ha un per la rabbia, e no la se degna de domandar.
Mi mo son un omo tutto pien de umiltà: me favorissela mezo ducato in prestio, che ghe lo restituirò quando che me marido?
LUC.
Ve lo darei volentieri, ma in tasca non ne ho presentemente.
TRUFF.
No gh'avè bezzi in scarsela? e vegnì in casa dei galantomeni senza bezzi in scarsela?
SMER.
Voleu taser, o voleu che ve serra fora de la porta? (a Truffaldino)
LUC.
Caro amico, compatitemi; sapete che sono un figlio di famiglia.
TRUFF.
I fioli de fameggia no i va in te le case de le putte con sta libertà.
Con che intenzion vegniu da me sorella, patron?
SMER.
Debotto ti me fa andar zo co fa Chiara matta(30).
TRUFF.
Tasè, siora, che mi son el fradello, e a mi me tocca a defender la reputazion de la casa.
LUC.
Io non intendo pregiudicarvi.
TRUFF.
La se contenta de andar via de qua.
LUC.
Così mi scacciate?
SMER.
E mi voggio che el staga qua.
TRUFF.
Se no l'anderà via per la porta, el butterò zo dei balconi.
LUC.
Soffro le vostre insolenze per rispetto di Smeraldina.
SMER.
Sì, caro fio, soffrilo per amor mio.
TRUFF.
Comando mi in sta casa.
LUC.
Mi scacciate perché non ho denari in tasca; ma può essere che io ne abbia, e non voglia averne.
TRUFF.
Sior Lucindo, mi son un galantomo.
Do bone parole me quieta subito.
Lo gh'averavela sto mezo ducato?
LUC.
Vi torno a dire, non l'ho.
TRUFF.
E mi ve torno a dir, che mia sorella l'è una putta da maridar, e no se vien a farghe perder le so fortune.
SMER.
Lassè che el diga.
Vegnighe, che sè paron.
LUC.
Quando Smeraldina è contenta...
TRUFF.
Se ela l'è contenta, mi no son contento.
Animo, fora de sta casa.
LUC.
Voi mi volete precipitare.
SMER.
No femo strepiti, che se sussurerà la contrada.
LUC.
Me ne anderò dunque.
SMER.
(Andè, e tornerè co no ghe sarà più mio fradello).
(piano a Lucindo)
TRUFF.
Coss'eli sti secreti? Vôi saver anca mi.
LUC.
Vado via dunque.
TRUFF.
A bon viazo.
LUC.
Addio, cara.
(piano a Smeraldina, prendendole la mano)
TRUFF.
Zoso quelle man, che le putte no le se tocca.
LUC.
Se non fosse per Smeraldina...
Basta...
è meglio ch'io me ne vada.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
TRUFFALDINO, SMERALDINA, poi MOMOLO
SMER.
Aveu mo fatto una bella cossa?
TRUFF.
Siora sì, ho fatto el mio debito.
In sta casa no ghe voggio nissun.
Lavè i vostri drappi, tendè a vu, e no ve fe svergognar.
SMER.
Sè ben deventà un omo de garbo da poco in qua.
TRUFF.
I batte, voggio andar a veder chi è.
(va a vedere)
SMER.
Se el crede de comandar, el la falla.
Co se vol comandar in casa, la se mantien.
Sto tocco de baron bisogna che lo mantegna mi, e po el vol far el dottor? Sior Lucindo me piase, so che el gh'ha bona intenzion, e el ghe vegnirà a so marzo despetto.
TRUFF.
(Parlando con Momolo che lo seguita) La resta servida, sior Momolo; l'è patron de vegnir a tutte le ore.
Mia sorella sarà tutta contenta.
Velo qua el sior Momolo, feghe ciera, che l'è un galantomo che merita.
SMER.
(Con questo el se contenta, perché el gh'ha dei bezzi) (da sé).
MOM.
Smeraldina, no me saludè gnanca?
SMER.
Sior sì, l'ho reverida.
TRUFF.
Presto una carega a sior Momolo.
(porta una sedia) Sentève anca vu arente de elo.
(porta un'altra sedia)
MOM.
Fin adesso me fa più cortesie el fradello de la sorella.
Via, siora Smeraldina, senteve qua.
SMER.
(Bisogna che finza per el mio interesse).
(siede) Son qua, sior Momolo, son a servirla.
Ve contenteu, fradello, che staga vesina? (a Truffaldino)
TRUFF.
Coi galantomeni de sta sorte me contento.
La diga, sior Momolo, gh'averavela mezzo ducato da imprestarme?
MOM.
E mezzo, e uno, e tutto quel che volè.
TRUFF.
Ho ditto mezzo, ma se l'è intiero, la me fa più servizio.
SMER.
(In sta maniera el deventa bon).
(da sé)
MOM.
Tolè, questo el xe un ducato.
(dà un ducato a Truffaldino)
TRUFF.
Grazie, farò la restituzion.
MOM.
Gnente.
Tegnivelo, che vel dono.
TRUFF.
Questi i è omeni da farghene conto.
Me dala licenzia, che vaga a far un servizio?
MOM.
Andè pur dove volè.
TRUFF.
Se no tornasse presto, n'importa.
MOM.
Stè anca fina doman, se volè.
TRUFF.
Sorella, ve lasso in compagnia de sto sior.
So che sè in bone man.
Sior Momolo, ghe son servitor, ghe raccomando mia sorella, che la ghe fazza compagnia fin che torno.
Con altri no la lasseria; ma co sior Momolo? Se gh'avesse diese sorelle, ghe le consegneria.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
SMERALDINA e MOMOLO
SMER.
(I ducati gh'ha sta bella virtù).
(da sé)
MOM.
Diseme, siora.
Quanto xe che no vedè Lucindo?
SMER.
Mi sior Lucindo? No so gnanca che el sia a sto mondo.
MOM.
Me posso fidar?
SMER.
Oh, la pol star co i so occhi serrai.
MOM.
Me xe sta ditto che el ghe vien da vu.
SMER.
Male lengue, sior Momolo; no xe vero gnente.
MOM.
Se ve disesse mo, che me l'ha ditto vostro fradello?
SMER.
(Oh che baron!) Come lo porlo dir? Se el dise sta cossa, el xe un busiaro(31); che el vegna sto galiotto, che el me sentirà; proprio da la rabbia me vien da pianzer(32).
MOM.
Via, non sarà vero.
No stè a fiffar(33); savè che ve voggio ben, e quel che ve digo, ve lo digo per ben.
Mi da vu no vôi gnente altro che bona amicizia e schiettezza de cuor.
SMER.
In materia de sincerità, ghe ne troverè poche putte sincere co fa mi.
MOM.
Se ve vien occasion de maridarve, mi ve mariderò; ma con uno che gh'abbia da mantegnirve, no con zente che ve fazza morir dalla fame.
SMER.
Certo che se posso cavarme da ste miserie, lo farò volentiera.
E in specie per causa de mio fradello, che nol vol far gnente, e el vol che lo mantegna mi.
MOM.
A far la lavandera cossa podeu vadagnar?
SMER.
Gnanca la polenta da cavarse la fame.
Se no fusse sior Momolo, per so bontà, che no me agiutasse, poveretta mi.
MOM.
Mi, cara fia, fazzo quel che posso; ma ghe vuol altro a cavarve dai fanghi(34).
Bisognerave che pensessi a far qualcossa che ve dasse dell'utile.
SMER.
Cossa mai poderavio far?
MOM.
Sè zovene; gh'avè del spirito gh'avè una vita ben fatta, doveressi imparar a ballar.
SMER.
E po?
MOM.
E po far el mistier de la ballarina.
Al dì d'ancuo(35) le ballarine le fa tesori; questo el xe el secolo delle ballarine.
Una volta se andava all'opera per sentir a cantar, adesso se ghe va per veder a ballar; e le ballarine, che cognosse el tempo, le se fa pagar ben.
SMER.
Co avesse da andar sul teatro, mi farave più volentiera la cantatrice.
MOM.
No, fia mia, no ve conseggio per gnente.
No sè putella(36), e a far la cantatrice ghe vuol dei anni.
Solfeggiar, sbraggiar(37), spender dei bezzi assae in ti maestri, e delle volte se trova de quelli, che i sassina le povere scolare e per chiapar la mesata i dise che le se farà brave, si ben che no le gh'ha gnente de abilità.
Figureve, o no gh'avè petto, o che la ose no se pol unir, o che ve manca el trillo, e no acquistando concetto bisogna, in vece de cantar delle arie in teatro, cantar in casa dei duetti amorosi.
Per una ballarina basta che la gh'abbia bon sesto, bona disposizion, e sora tutto un bon muso; con tre o quattro mesi de lizion, la se butta fora, se no altro, per figurar.
Mi ve starò al fianco, ve provederò de maestro, ve cercherò un impressario che ve toga, e ghe donerò tre o quattro zecchini secretamente.
Co ballerè, anderò da basso a sbatter le man, e farò sbatter da tutti i mi amici, e da una dozena de barcarioli.
Regalerò el maestro dei balli, acciò che el ve fazza far una bona fegura; farò che el vostro compagno se contenta de far quel padedù che averè imparà a memoria, senza bisogno de ascoltar i violini.
Ve farò far i sonetti; ve compagnerò al teatro co la gondola, ve farò un palco; insoma no passa un anno che se sente a dir: prima figura madama Smeraldina, in compagnia de monsù Giandussa.
SMER.
In verità, sior Momolo, che me ne fe vegnir voggia.
MOM.
Cossa dirali la zente, co i vederà la lavandera co la scuffia e co i nei?
SMER.
Me burlerali?
MOM.
Per cossa v'hai da burlar? Sarala una novità? Farè anca vu, come che ha fatto le altre.
SMER.
Sior Momolo sarà el mio protettor.
MOM.
Manco mal, la sarave bella, che se mi ve metto alla luse del mondo, m'avessi po da impiantar.
Siben che no saressi la prima.
Ghe n'ho cognossù de quelle poche, che co le s'ha visto in tun poco de bona figura, le ha voltà la schena a chi gh'ha fatto del ben.
SMER.
Oh, mi no gh'è pericolo certo.
Se farò sto mistier, me arecorderò sempre del mio primo paron.
Ghe prometto de no parlar co nissun.
MOM.
No digo che no abbiè da parlar.
Chi va sul teatro ha da usar civiltà con tutti; e el xe un gran alocco quello che intende de voler far la guardia a le ballarine o a le cantatrici.
In scena trattè con tutti; parlè con chi ve vien a parlar; solamente ve dago un avertimento: co averè fenio el primo ballo, e che anderè a muarve per el secondo, no fe che vegna nissun in tel camerin: perché se savessi quanti che ho sentio co ste recchie a dir in Piazza all'amigo: oe! no ti sa? quella che balla cussì e cussì, alla lontana la par qualcossa, ma da rente, puina pegorina(38) che stomega.
SMER.
Se fusse in sto caso, che no so se ghe arriverò, me conseggierò sempre con vu, sior Momolo.
MOM.
Voleu che lo trovemo sto ballarin, che v'insegna a ballar?
SMER.
Per mi son qua; vardè pur vu, se disè da senno.
MOM.
L'è ditta.
Vago a trovarlo, e vel meno qua.
SMER.
Poveretta mi! come faroggio a imparar?
MOM.
El maestro ve insegnerà i passi, e mi ve insegnerò el pantominio.
SMER.
Coss'ela sta roba? Mi no me n'intendo.
MOM.
Vederè, vederè.
Smeraldina, parecchieve in gamba.
Buttè via el saon e la cenere.
Fideve de mi, e no v'indubitè.
Siora ballarina, la reverisso.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
SMERALDINA sola
SMER.
La sarave mo ben da rider, che i me vedesse anca mi co i cerchi e co la mantellina.
Allora poderave sposar sior Lucindo.
Ma cossa dirave sior Momolo? Oe, no alo ditto che fa cussì delle altre? Ben, farò l'istesso anca mi.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera in casa del Dottore Lombardi.
ELEONORA ed il DOTTORE
DOTT.
Cara figliuola, vorrei pur vedervi contenta.
ELEON.
La mia sfortuna vuole che io non lo sia.
DOTT.
Ho fatto e faccio per voi quello che ad un padre non converrebbe di fare.
Non siete né vecchia, né difettosa, per grazia del cielo, né senza una dote conveniente allo stato nostro.
Parecchi partiti mi si sono offerti por voi, e pure sapendo quanto gradireste avere per isposo il signor Momolo, non ho riguardo io stesso a parlargliene il primo.
ELEON.
Conosco quanto ben mi volete.
Così avesse egli una parte ben picciola del vostro amore per me.
DOTT.
Ma non mi dite che vi ha dato qualche segno di benevoglienza?
ELEON.
È vero; coll'occasione ch'egli veniva alla conversazione da noi...
DOTT.
Ecco dove ho mancato io.
Non doveva lasciar venire un giovinotto in casa.
Ma n'ha la colpa Lucindo.
ELEON.
Il signor Momolo per altro non si può dire che non sia giovane assai civile e modesto.
DOTT.
Ma pratica in certi luoghi, che non gli fan molto onore.
ELEON.
È la gioventù che glielo fa fare.
DOTT.
Oh basta, vedo che ne sei innamorata; e se mi parerà che voglia assodarsi, e che veramente ti voglia bene...
Eccolo appunto; l'ho mandato a chiamare ed è venuto immediatamente.
ELEON.
Se non mi volesse un poco di bene, non ci sarebbe venuto.
DOTT.
Ritirati, e lasciami parlare con lui.
ELEON.
Obbedisco.
(parte)
SCENA SECONDA
Il DOTTORE e MOMOLO
DOTT.
Vorrei pur liberarmi dal peso di questa figliuola, per poter dar moglie a Lucindo e levarlo dalle male pratiche.
MOM.
Servitor umilissimo, sior Dottor mio patron.
DOTT.
Servo del signor Momolo.
Scusate, se vi ho incomodato.
MOM.
Patron sempre.
Son qua a ricever i so comandi.
DOTT.
Deggio farvi un'interrogazione per parte di un amico mio, che poi vi dirò chi egli sia.
Ditemi in tutta confidenza, siete voi disposto a voler prender moglie?
MOM.
Mi maridarme? Difficilmente.
DOTT.
Ma perché mai? Siete solo, siete giovane, benestante, perché ricusate un accasamento, che torni comodo alla vostra costituzione?
MOM.
Perché el matrimonio me fa paura, e la più bella zoggia dell'omo xe la libertà.
DOTT.
Se tutti dicessero così, finirebbe il mondo.
MOM.
Per mi l'intendo cussì; lasso popolar el mondo da chi ghe n'ha voggia.
DOTT.
Non vi accomoderebbe una buona dote?
MOM.
Cossa serve la dota al dì d'ancuo? Se se riceve cento, se spende dusento; le mode xe arrivae all'eccesso, e a vestir una donna ghe vol un capital spaventoso.
DOTT.
Non è necessario di seguitare il costume degli altri; ogni uno fa come vuole, e quando aveste una moglie discreta...
MOM.
Trovarla una muggier discreta.
E po el galantomo bisogna che el la fazza comparir da par soo.
Ma questo fursi nol xe el mazor incomodo che daga la muggier al mario.
El ponto prencipal consiste, che co se xe maridai, s'ha perso la so libertà.
La muggier, per ordinario, vol saver tutto; bisogna renderghe conto dei passi che se fa, de le parole che se dise; bisogna torse la suggizion de compagnarle, o remetterse alla discrezion de chi le compagna; e po cento altre cosse, onde digo che se sta meggio cussì.
DOTT.
Non occorr'altro; compatitemi, se vi ho incomodato.
MOM.
Gnente, sior Dottor; la m'ha fatto grazia.
Ma za che son qua, me permettela che reverissa siora Leonora?
DOTT.
Perché no? Siete stato in casa mia tante volte, non vi ho mai impedito di farlo.
Aspettate, che ora l'avviserò.
MOM.
La me farà grazia.
DOTT.
Vi riverisco.
(Il giovane non parla poi tanto male.
Ho piacere che Eleonora senta da se medesima, e si disinganni.
Ascolterà, io spero, qualche altra proposizione).
(parte)
SCENA TERZA
MOMOLO, poi ELEONORA
MOM.
Ho capio el zergo.
Sior Dottor me vorave puzar sta so putta, e per questo el me va persuadendo de maridarme.
Certo che se avesse da far la tombola(39), la faria più tosto con questa che con un'altra, ma per adesso no me voggio ligar.
ELEON.
Bene obbligata, signor Momolo, della finezza.
MOM.
El xe mio debito, patrona.
Me parerave de mancar al mio dover, se capitando da so sior padre, no cercasse de reverirla.
ELEON.
Per altro, se non era per venir da mio padre, io non potea sperare di rivedervi.
MOM.
Basta un so comando per farme vegnir de zorno, de notte, e da tutte le ore.
ELEON.
Eh, so che voi non perdete il vostro tempo sì male.
MOM.
Anzi l'impiegherave benissimo, se me fosse lecito de incomodarla più spesso.
ELEON.
E ch'è, che v'impedisca di favorirmi?
MOM.
La vede ben, so sior padre so che el me vede volentiera, ma se mi abusasse della so bona grazia, el se poderia insospettir.
ELEON.
Mio padre anzi non fa che parlar di voi; vi vorrebbe sempre con lui, con me, padrone di questa casa.
MOM.
Se credesse sta cossa, me saveria profittar.
ELEON.
Quand'io ve la dico, la potete credere.
MOM.
Donca, siora Eleonora, se la me permette, vegnirò la sera a star con ela un per de ore almanco.
ELEON.
Due ore sole?
MOM.
Anca più, se la vol.
ELEON.
E non istareste meco per sempre?
MOM.
Sto sempre me dà un pochettin da pensar.
ELEON.
Deggio confessare, che voi avete molto più giudizio di me.
Dove si è inteso mai che una figlia civile parlasse con sì poca prudenza, com'io vi parlo? Non vi formalizzate per questo.
Compatite in me la passione che mi fa parlare.
MOM.
Adesso mo la me fa vegnir rosso, da galantomo.
ELEON.
Fate bene a scherzare: io me lo merito; priegovi solamente aver carità di me, e non dire a nessuno la mia debolezza.
MOM.
Cossa disela? La me offende a parlar cussì.
Son un galantomo.
ELEON.
Se non avessi stima di voi, non mostrerei premura d'avervi meco.
MOM.
Stupisso che la gh'abbia tanta bontà per mi, che so certo de no meritarla.
ELEON.
Ora voglio parlarvi con vera sincerità.
Il vostro merito non lo conoscete, e gli fate poca giustizia.
MOM.
La vol dir che fazzo una vita un poco troppo barona.
ELEON.
Non dico questo; ma certamente sareste in grado di fare una molto miglior figura.
MOM.
Cossa vorla far? Son ancora zovene.
ELEON.
Se perdete sì male i giorni della gioventù, che sperate voi da quelli della vecchiaia?
MOM.
La dise ben veramente; sarave ora che tendesse al sodo, ma gnancora no posso.
ELEON.
Non potete? Avete mai provato?
MOM.
Per dir el vero, no ho mai provà.
ELEON.
Come dunque a dir vi avanzate di non potere, se non avete cambiato? Provate, signor Momolo, e so che avete tanto cuore e tanto talento da regolar da voi stesso il vostro modo di vivere.
MOM.
Come oggio da far a principiar? La me insegna ela.
ELEON.
Io sono in grado da apprendere, non da insegnare.
MOM.
E pur, sotto una maestra de sta sorte, chi sa che no fasse profitto?
ELEON.
Voglio insegnarvi una cosa sola.
MOM.
Via mo, la diga.
ELEON.
Fate capitale di chi vi ama sinceramente.
MOM.
La lizion xe ottima, ma chi possio sperar che me voggia ben con sta sincerità che la dise?
ELEON.
Quelle persone che vi amano senza interesse.
MOM.
Al dì d'ancuo se ghe ne stenta a trovar.
ELEON.
Mi credete voi interessata?
MOM.
Ela? me vorla ben?
ELEON.
Basta così.
Conosco di essermi un poco troppo avanzata.
Compatitemi, e se siete in grado di credermi, non siate ingrato.
MOM.
Cercherò la maniera...
ELEON.
Con licenza, sono chiamata.
MOM.
La me lassa cussì sul più bello?
ELEON.
All'onore di riverirvi.
(parte)
SCENA QUARTA
MOMOLO solo
MOM.
Momolo saldi in gambe.
No far che l'amor o che la compassion te minchiona.
Varda ben che la libertà no ghe xe oro che la possa pagar.
Siora Eleonora la xe una putta de merito.
La parla ben, la pensa ben, la dise che la me vol ben, ma per tenderghe a ela, no voggio perderme mi.
Co se se vol maridar, bisogna resolverse de cambiar vita, e mi ancora me sento in gringola(40), e no me sento in caso de prencipiar.
(parte)
SCENA QUINTA
Strada.
OTTAVIO, poi MOMOLO
OTT.
Ci va del mio decoro, se cedo così vilmente le mie pretensioni.
Momolo è un uomo come son io, e son capace di farlo stare a dovere.
Codesti bravacci si danno dell'aria di superiorità, quando credono trovar del tenero ma se si mostra loro i denti, cangiano con facilità.
Se lo trovo, se mi provoca, se mi ci metto...
Eccolo per l'appunto.
Mi mette, per dir vero, in un po' d'apprensione, ma vo' mostrare di aver più coraggio di quello che internamente mi sento.
MOM.
(Velo qua, per diana.
Nol xe contento, se no lo fazzo spuar un poco de sangue).
(da sé) Sior Ottavio, la reverisso.
OTT.
Padrone mio riverito.
MOM.
Gran facende che la gh'ha da ste bande!
OTT.
Questa è una cosa che a voi non deve premere né punto né poco.
MOM.
Veramente, se ho da dir el vero, no me n'importa un bezzo.
Basta che stè lontan dalla casa de siora Eleonora,
per el resto non v'ho gnanca in mente.
OTT.
Ci comandate voi in casa della signora Eleonora?
MOM.
In casa no ghe comando.
Ma vu no voggio che gh'andè.
OTT.
Questo voglio impiegatelo con chi dipende da voi: non con i galantuomini della mia sorte.
MOM.
Sior galantomo caro, la se contenta de andar cento passi alla larga.
OTT.
A me?
MOM.
A ela, patron.
OTT.
Non vi bado, non so chi siate.
MOM.
No savè chi son? Vel dirò mi chi son.
Son uno, che se non anderè lontan da sti contorni, ve darà tante sberle(41), che ve farà saltar i denti fora de bocca.
OTT.
A me?
MOM.
A vu.
OTT.
Eh, giuro al cielo.
(mette mano alla spada)
MOM.
Via, sior canapiolo(42).
(mette mano ad un legno, che tiene attaccato alla cintola, sotto al ferraiuolo)
OTT.
Se non avete la spada...
MOM.
Co i omeni della vostra sorte questa xe la spada che dopero.
Vegnì avanti, se ve basta l'anemo.
OTT.
Sarebbe una viltà ch'io addrizzassi la spada contro un'arma sì disuguale.
MOM.
Ve farò veder mi, come che se fa.
(l'incalza)
OTT.
Bene, bene, vi tratterò come meritate.
(ritirandosi)
MOM.
Ve la scavezzerò quella spada.
(incalzandolo)
OTT.
Troverò la maniera di vendicarmi.
(parte)
SCENA SESTA
MOMOLO, poi LUDRO
MOM.
Me vien da rider de sti spadacini! i porta la spada e no i la sa doperar.
Tanti e tanti va in spada, perché no i gh'ha bezzi da comprarse un tabarro.
Sentili a parlar, i xe tanti
...
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