L'UOMO DI MONDO, di Carlo Goldoni - pagina 5
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SMER.
In verità, sior Momolo, che me ne fe vegnir voggia.
MOM.
Cossa dirali la zente, co i vederà la lavandera co la scuffia e co i nei?
SMER.
Me burlerali?
MOM.
Per cossa v'hai da burlar? Sarala una novità? Farè anca vu, come che ha fatto le altre.
SMER.
Sior Momolo sarà el mio protettor.
MOM.
Manco mal, la sarave bella, che se mi ve metto alla luse del mondo, m'avessi po da impiantar.
Siben che no saressi la prima.
Ghe n'ho cognossù de quelle poche, che co le s'ha visto in tun poco de bona figura, le ha voltà la schena a chi gh'ha fatto del ben.
SMER.
Oh, mi no gh'è pericolo certo.
Se farò sto mistier, me arecorderò sempre del mio primo paron.
Ghe prometto de no parlar co nissun.
MOM.
No digo che no abbiè da parlar.
Chi va sul teatro ha da usar civiltà con tutti; e el xe un gran alocco quello che intende de voler far la guardia a le ballarine o a le cantatrici.
In scena trattè con tutti; parlè con chi ve vien a parlar; solamente ve dago un avertimento: co averè fenio el primo ballo, e che anderè a muarve per el secondo, no fe che vegna nissun in tel camerin: perché se savessi quanti che ho sentio co ste recchie a dir in Piazza all'amigo: oe! no ti sa? quella che balla cussì e cussì, alla lontana la par qualcossa, ma da rente, puina pegorina(38) che stomega.
SMER.
Se fusse in sto caso, che no so se ghe arriverò, me conseggierò sempre con vu, sior Momolo.
MOM.
Voleu che lo trovemo sto ballarin, che v'insegna a ballar?
SMER.
Per mi son qua; vardè pur vu, se disè da senno.
MOM.
L'è ditta.
Vago a trovarlo, e vel meno qua.
SMER.
Poveretta mi! come faroggio a imparar?
MOM.
El maestro ve insegnerà i passi, e mi ve insegnerò el pantominio.
SMER.
Coss'ela sta roba? Mi no me n'intendo.
MOM.
Vederè, vederè.
Smeraldina, parecchieve in gamba.
Buttè via el saon e la cenere.
Fideve de mi, e no v'indubitè.
Siora ballarina, la reverisso.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
SMERALDINA sola
SMER.
La sarave mo ben da rider, che i me vedesse anca mi co i cerchi e co la mantellina.
Allora poderave sposar sior Lucindo.
Ma cossa dirave sior Momolo? Oe, no alo ditto che fa cussì delle altre? Ben, farò l'istesso anca mi.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera in casa del Dottore Lombardi.
ELEONORA ed il DOTTORE
DOTT.
Cara figliuola, vorrei pur vedervi contenta.
ELEON.
La mia sfortuna vuole che io non lo sia.
DOTT.
Ho fatto e faccio per voi quello che ad un padre non converrebbe di fare.
Non siete né vecchia, né difettosa, per grazia del cielo, né senza una dote conveniente allo stato nostro.
Parecchi partiti mi si sono offerti por voi, e pure sapendo quanto gradireste avere per isposo il signor Momolo, non ho riguardo io stesso a parlargliene il primo.
ELEON.
Conosco quanto ben mi volete.
Così avesse egli una parte ben picciola del vostro amore per me.
DOTT.
Ma non mi dite che vi ha dato qualche segno di benevoglienza?
ELEON.
È vero; coll'occasione ch'egli veniva alla conversazione da noi...
DOTT.
Ecco dove ho mancato io.
Non doveva lasciar venire un giovinotto in casa.
Ma n'ha la colpa Lucindo.
ELEON.
Il signor Momolo per altro non si può dire che non sia giovane assai civile e modesto.
DOTT.
Ma pratica in certi luoghi, che non gli fan molto onore.
ELEON.
È la gioventù che glielo fa fare.
DOTT.
Oh basta, vedo che ne sei innamorata; e se mi parerà che voglia assodarsi, e che veramente ti voglia bene...
Eccolo appunto; l'ho mandato a chiamare ed è venuto immediatamente.
ELEON.
Se non mi volesse un poco di bene, non ci sarebbe venuto.
DOTT.
Ritirati, e lasciami parlare con lui.
ELEON.
Obbedisco.
(parte)
SCENA SECONDA
Il DOTTORE e MOMOLO
DOTT.
Vorrei pur liberarmi dal peso di questa figliuola, per poter dar moglie a Lucindo e levarlo dalle male pratiche.
MOM.
Servitor umilissimo, sior Dottor mio patron.
DOTT.
Servo del signor Momolo.
Scusate, se vi ho incomodato.
MOM.
Patron sempre.
Son qua a ricever i so comandi.
DOTT.
Deggio farvi un'interrogazione per parte di un amico mio, che poi vi dirò chi egli sia.
Ditemi in tutta confidenza, siete voi disposto a voler prender moglie?
MOM.
Mi maridarme? Difficilmente.
DOTT.
Ma perché mai? Siete solo, siete giovane, benestante, perché ricusate un accasamento, che torni comodo alla vostra costituzione?
MOM.
Perché el matrimonio me fa paura, e la più bella zoggia dell'omo xe la libertà.
DOTT.
Se tutti dicessero così, finirebbe il mondo.
MOM.
Per mi l'intendo cussì; lasso popolar el mondo da chi ghe n'ha voggia.
DOTT.
Non vi accomoderebbe una buona dote?
MOM.
Cossa serve la dota al dì d'ancuo? Se se riceve cento, se spende dusento; le mode xe arrivae all'eccesso, e a vestir una donna ghe vol un capital spaventoso.
DOTT.
Non è necessario di seguitare il costume degli altri; ogni uno fa come vuole, e quando aveste una moglie discreta...
MOM.
Trovarla una muggier discreta.
E po el galantomo bisogna che el la fazza comparir da par soo.
Ma questo fursi nol xe el mazor incomodo che daga la muggier al mario.
El ponto prencipal consiste, che co se xe maridai, s'ha perso la so libertà.
La muggier, per ordinario, vol saver tutto; bisogna renderghe conto dei passi che se fa, de le parole che se dise; bisogna torse la suggizion de compagnarle, o remetterse alla discrezion de chi le compagna; e po cento altre cosse, onde digo che se sta meggio cussì.
DOTT.
Non occorr'altro; compatitemi, se vi ho incomodato.
MOM.
Gnente, sior Dottor; la m'ha fatto grazia.
Ma za che son qua, me permettela che reverissa siora Leonora?
DOTT.
Perché no? Siete stato in casa mia tante volte, non vi ho mai impedito di farlo.
Aspettate, che ora l'avviserò.
MOM.
La me farà grazia.
DOTT.
Vi riverisco.
(Il giovane non parla poi tanto male.
Ho piacere che Eleonora senta da se medesima, e si disinganni.
Ascolterà, io spero, qualche altra proposizione).
(parte)
SCENA TERZA
MOMOLO, poi ELEONORA
MOM.
Ho capio el zergo.
Sior Dottor me vorave puzar sta so putta, e per questo el me va persuadendo de maridarme.
Certo che se avesse da far la tombola(39), la faria più tosto con questa che con un'altra, ma per adesso no me voggio ligar.
ELEON.
Bene obbligata, signor Momolo, della finezza.
MOM.
El xe mio debito, patrona.
Me parerave de mancar al mio dover, se capitando da so sior padre, no cercasse de reverirla.
ELEON.
Per altro, se non era per venir da mio padre, io non potea sperare di rivedervi.
MOM.
Basta un so comando per farme vegnir de zorno, de notte, e da tutte le ore.
ELEON.
Eh, so che voi non perdete il vostro tempo sì male.
MOM.
Anzi l'impiegherave benissimo, se me fosse lecito de incomodarla più spesso.
ELEON.
E ch'è, che v'impedisca di favorirmi?
MOM.
La vede ben, so sior padre so che el me vede volentiera, ma se mi abusasse della so bona grazia, el se poderia insospettir.
ELEON.
Mio padre anzi non fa che parlar di voi; vi vorrebbe sempre con lui, con me, padrone di questa casa.
MOM.
Se credesse sta cossa, me saveria profittar.
ELEON.
Quand'io ve la dico, la potete credere.
MOM.
Donca, siora Eleonora, se la me permette, vegnirò la sera a star con ela un per de ore almanco.
ELEON.
Due ore sole?
MOM.
Anca più, se la vol.
ELEON.
E non istareste meco per sempre?
MOM.
Sto sempre me dà un pochettin da pensar.
ELEON.
Deggio confessare, che voi avete molto più giudizio di me.
Dove si è inteso mai che una figlia civile parlasse con sì poca prudenza, com'io vi parlo? Non vi formalizzate per questo.
Compatite in me la passione che mi fa parlare.
MOM.
Adesso mo la me fa vegnir rosso, da galantomo.
ELEON.
Fate bene a scherzare: io me lo merito; priegovi solamente aver carità di me, e non dire a nessuno la mia debolezza.
MOM.
Cossa disela? La me offende a parlar cussì.
Son un galantomo.
ELEON.
Se non avessi stima di voi, non mostrerei premura d'avervi meco.
MOM.
Stupisso che la gh'abbia tanta bontà per mi, che so certo de no meritarla.
ELEON.
Ora voglio parlarvi con vera sincerità.
Il vostro merito non lo conoscete, e gli fate poca giustizia.
MOM.
La vol dir che fazzo una vita un poco troppo barona.
ELEON.
Non dico questo; ma certamente sareste in grado di fare una molto miglior figura.
MOM.
Cossa vorla far? Son ancora zovene.
ELEON.
Se perdete sì male i giorni della gioventù, che sperate voi da quelli della vecchiaia?
MOM.
La dise ben veramente; sarave ora che tendesse al sodo, ma gnancora no posso.
ELEON.
Non potete? Avete mai provato?
MOM.
Per dir el vero, no ho mai provà.
ELEON.
Come dunque a dir vi avanzate di non potere, se non avete cambiato? Provate, signor Momolo, e so che avete tanto cuore e tanto talento da regolar da voi stesso il vostro modo di vivere.
MOM.
Come oggio da far a principiar? La me insegna ela.
ELEON.
Io sono in grado da apprendere, non da insegnare.
MOM.
E pur, sotto una maestra de sta sorte, chi sa che no fasse profitto?
ELEON.
Voglio insegnarvi una cosa sola.
MOM.
Via mo, la diga.
ELEON.
Fate capitale di chi vi ama sinceramente.
MOM.
La lizion xe ottima, ma chi possio sperar che me voggia ben con sta sincerità che la dise?
ELEON.
Quelle persone che vi amano senza interesse.
MOM.
Al dì d'ancuo se ghe ne stenta a trovar.
ELEON.
Mi credete voi interessata?
MOM.
Ela? me vorla ben?
ELEON.
Basta così.
Conosco di essermi un poco troppo avanzata.
Compatitemi, e se siete in grado di credermi, non siate ingrato.
MOM.
Cercherò la maniera...
ELEON.
Con licenza, sono chiamata.
MOM.
La me lassa cussì sul più bello?
ELEON.
All'onore di riverirvi.
(parte)
SCENA QUARTA
MOMOLO solo
MOM.
Momolo saldi in gambe.
No far che l'amor o che la compassion te minchiona.
Varda ben che la libertà no ghe xe oro che la possa pagar.
Siora Eleonora la xe una putta de merito.
La parla ben, la pensa ben, la dise che la me vol ben, ma per tenderghe a ela, no voggio perderme mi.
Co se se vol maridar, bisogna resolverse de cambiar vita, e mi ancora me sento in gringola(40), e no me sento in caso de prencipiar.
(parte)
SCENA QUINTA
Strada.
OTTAVIO, poi MOMOLO
OTT.
Ci va del mio decoro, se cedo così vilmente le mie pretensioni.
Momolo è un uomo come son io, e son capace di farlo stare a dovere.
Codesti bravacci si danno dell'aria di superiorità, quando credono trovar del tenero ma se si mostra loro i denti, cangiano con facilità.
Se lo trovo, se mi provoca, se mi ci metto...
Eccolo per l'appunto.
Mi mette, per dir vero, in un po' d'apprensione, ma vo' mostrare di aver più coraggio di quello che internamente mi sento.
MOM.
(Velo qua, per diana.
Nol xe contento, se no lo fazzo spuar un poco de sangue).
(da sé) Sior Ottavio, la reverisso.
OTT.
Padrone mio riverito.
MOM.
Gran facende che la gh'ha da ste bande!
OTT.
Questa è una cosa che a voi non deve premere né punto né poco.
MOM.
Veramente, se ho da dir el vero, no me n'importa un bezzo.
Basta che stè lontan dalla casa de siora Eleonora,
per el resto non v'ho gnanca in mente.
OTT.
Ci comandate voi in casa della signora Eleonora?
MOM.
In casa no ghe comando.
Ma vu no voggio che gh'andè.
OTT.
Questo voglio impiegatelo con chi dipende da voi: non con i galantuomini della mia sorte.
MOM.
Sior galantomo caro, la se contenta de andar cento passi alla larga.
OTT.
A me?
MOM.
A ela, patron.
OTT.
Non vi bado, non so chi siate.
MOM.
No savè chi son? Vel dirò mi chi son.
Son uno, che se non anderè lontan da sti contorni, ve darà tante sberle(41), che ve farà saltar i denti fora de bocca.
OTT.
A me?
MOM.
A vu.
OTT.
Eh, giuro al cielo.
(mette mano alla spada)
MOM.
Via, sior canapiolo(42).
(mette mano ad un legno, che tiene attaccato alla cintola, sotto al ferraiuolo)
OTT.
Se non avete la spada...
MOM.
Co i omeni della vostra sorte questa xe la spada che dopero.
Vegnì avanti, se ve basta l'anemo.
OTT.
Sarebbe una viltà ch'io addrizzassi la spada contro un'arma sì disuguale.
MOM.
Ve farò veder mi, come che se fa.
(l'incalza)
OTT.
Bene, bene, vi tratterò come meritate.
(ritirandosi)
MOM.
Ve la scavezzerò quella spada.
(incalzandolo)
OTT.
Troverò la maniera di vendicarmi.
(parte)
SCENA SESTA
MOMOLO, poi LUDRO
MOM.
Me vien da rider de sti spadacini! i porta la spada e no i la sa doperar.
Tanti e tanti va in spada, perché no i gh'ha bezzi da comprarse un tabarro.
Sentili a parlar, i xe tanti Covielli; metteli alla prova, i xe tanti paggiazzi.
I crede che in sto paese no se sappia manizar la spada; ma mi darò scuola a quanti che i xe.
Insolenze no ghe ne fazzo, ma no voggio che nissun me zappa sui pie.
Cortesan, ma onorato.
Me despiase che son de botto al sutto de bezzi(43); bisognerà trovarghene.
Za, se spendo, spendo del mio; no son de quelli che fazza star.
LUD.
Schiavo sior Momolo.
MOM.
Schiavo, compare Ludro.
LUD.
Me despiase a darve una cattiva nova.
MOM.
Coss'è stà?
LUD.
Me despiase averve da dir che la piezaria, che m'avè fatto per quel foresto, toccherà a vu a pagarla.
MOM.
Son galantomo: la parola, che v'ho dà, ve la mantegnirò.
Se nol pagherà elo, pagherò mi.
LUD.
E po qualchedun v'averà da refar.
MOM.
Chi voleu che me refa?
LUD.
Oh bella! no se salo? La forestiera.
MOM.
Ti xe un gran baron, Ludro.
LUD.
Tra nualtri se cognossemo.
MOM.
Sastu cossa che gh'è da niovo?
LUD.
Cossa?
MOM.
Son senza bezzi.
LUD.
Mal.
Come me dareu i mi trenta zecchini?
MOM.
Questi xe el manco.
Me despiase che gh'ho do impegni da do bande: con quei foresti, e con una zovene che la voggio far ballarina.
LUD.
E senza bezzi l'orbo no canta.
MOM.
Te basta l'anemo de trovarme mille ducati?
LUD.
Perché no? Su cossa voleu che li trova?
MOM.
Son un galantomo.
Gh'ho dei capitali; no so bon per mille ducati?
LUD.
Li voressi sul fià(44).
MOM.
A uso de piazza, per un anno; farò una cambial, se occorre.
LUD.
Me inzegnerò de trovarli.
MOM.
Ve darò el vostro sbruffo(45).
LUD.
Me maraveggio; coi amici lo fazzo senza interesse.
Me basta che me dè i trenta zecchini della piezaria.
MOM.
Siben, ve li darò.
LUD.
Vado subito a trovar un amigo.
MOM.
Ma che no ghe sia brova(46).
LUD.
Lassè far a mi.
(Sta volta ghe dago una magnada coi fiocchi).
(da sé)
SCENA SETTIMA
MOMOLO, poi BRIGHELLA
MOM.
Fin che son zovene, me la voggio gòder.
Da qua un per de anni, fursi fursi me mariderò.
E co me marido, butto da banda la cortesanaria, e scomenzo a laorar sul sodo.
BRIGH.
Sior Momolo, cossa vol dir che no l'avemo più visto? Quella signora m'ha domandà de elo tre o quattro volte.
MOM.
Se savessi! gh'ho tanti intrighi; bisogneria che me podesse spartir in tre o quattro bande.
Diseghe se i se contenta, che vegnirò a disnar con lori.
BRIGH.
Senz'altro.
I l'aspetterà volentiera.
MOM.
Se vederemo donca.
BRIGH.
Vorla che parecchia per conto suo?
MOM.
S'intende, pagherò mi.
BRIGH.
Come m'oggio da contegnir?
MOM.
Ve dirò: no i me par persone de gran suggizion, e mi me regolo segondo le occasion.
I mi bezzi li voggio spender ben, goderli, senza buttarli via.
Feme un disnaretto in piccolo.
Femoli magnar alla cortesana, che fursi ghe piaserà: cento risi(47) colla meola(48) de manzo, e la so luganega(49) a torno via.
Un pezzo de carne de manzo, e comprèla su la Riva dei Schiaoni(50), che la pagherè diese soldi alla lira; ma sora tutto andè colla vostra staliera(51), e pesèla vu, che no i ve minchiona.
Comprè una polastra de meza vigogna(52), e no passè el tierzo del nonanta(53).
Se trovessi un per de foleghe(54) da spender ben una pittona(55), tiolèle.
Comprè un daotto(56) de salà coll'aggio, e un tràiro(57) de persutto.
Una lira de pomi da riosa, quattro fenocchi, e tre onzette de piasentin(58).
Ve manderò mi una canevetta de vin de casa.
E per el pan, magneremo del vostro.
Ve darò qualcossa per el fogo; la camera la paga un tanto al zorno i foresti: onde, co dago un da vinti(59) al camerier, andaremo ben.
Cossa diseu, compare?
BRIGH.
Sior Momolo, sè deventà un gran economo.
MOM.
Amigo, secondo el vento se navega.
Co ghe n'è, no se varda; co no ghe n'è, la se sticca(60).
Porteve ben; savè che son galantomo; ve referò in altri incontri.
BRIGH.
Sè patron de tutto, e se ve occorre de più, comandè; spenderò mi.
MOM.
No, amigo; ve ringrazio.
No fazzo debiti.
In te le occasion me regolo co la scarsela.
BRIGH.
Bravo.
Cussì fa i galantomeni.
E nualtri avemo più gusto de guadagnar poco, e esser pagadi subito, invece de guadagnar assae, e suspirar i bezzi dei mesi.
Vago a avisar i foresti, vago a spender, e a mezzo dì sarà pronto.
(parte)
SCENA OTTAVA
MOMOLO, poi TRUFFALDINO
MOM.
Pur troppo ghe xe tanti de quelli che ordena e no paga mai.
In sta maniera i se fa nasar(61), e i paga la roba el doppio.
Mi xe vero che in fin de l'anno spendo assae, ma m'impegno che tanto me val cento ducati a mi, quanto a un altro cento zecchini.
TRUFF.
Lustrissimo.
MOM.
Schiavo, compare Truffa(62).
TRUFF.
Mia sorella l'aspetta.
MOM.
Vago adess'adesso(63) a trovarla.
TRUFF.
Ela la verità, che volì che la fazza la ballarina?
MOM.
Certo; la voggio metter all'onor del mondo.
TRUFF.
Anderala colla scuffia?
MOM.
Sior sì, scuffia, cerchi, andrien sciolto, mantellina e cornetta(64).
TRUFF.
Co l'è cussì, bisognerà, lustrissimo sior protettor, che la pensa al fradelo della ballarina.
MOM.
Certo che no avè d'andar vestio cussì malamente.
TRUFF.
Poderoggio portar la spada?
MOM.
Siguro.
TRUFF.
La diga, lustrissimo sior protettor, poderoggio metterme la perrucca coi groppi?
MOM.
No voleu? El fradello d'una ballarina!
TRUFF.
Me darali del sior?
MOM.
E come! poderè andar anca vu in te le botteghe da caffè a parlar de le novità, a dir mal del prossimo, a taggiar dei teatri, a zogar alle carte, a far el generoso alle spalle de vostra sorella, e far la vita de Michielazzo: come fa i pari e i fradelli delle ballarine, delle virtuose e de tutte quelle povere grame, che se sfadiga in teatro per mantegnir i vizi de tanti e tanti, che no gh'ha voggia de sfadigar.
TRUFF.
Bisognerà mo che andemo a star in qualch'altro paese.
MOM.
Per cossa?
TRUFF.
No voria, con tutta la spada al fianco e con tutta la perrucca a groppi, che i me disesse che ho fatto el facchin.
MOM.
Cossa importa? lassè che i diga.
Dè un'occhiada intorno a tanti altri pari o fradelli de virtuose.
Vederè tanti e tanti dorai e inarzentai, e cossa giereli? Servitori, staffieri, garzoni de bottega e cosse simili.
Se dise: no me dir quel che giera, dime quel che son.
No passa un mese, che ve desmenteghè anca vu d'aver fatto el facchin, e ve parerà de esser qualcossa de bon.
TRUFF.
Bisognerà che gh'abbia anca mi la mia intrada.
MOM.
Certo: fondada su le possession de vostra sorella.
TRUFF.
No poderave anca mi far qualcossa in teatro?
MOM.
Vu no avè da far gnente.
I fradelli delle ballarine no i fa gnente.
Vu v'avè da levar tardi la mattina, bever la vostra chioccolata, vestirve e andar a spassizar in Piazza, o a sentarve in t'una bottega.
Andarè a casa a tola parecchiada, e se ghe xe protettori, magnar e bever senza veder e senza sentir.
Tutto el vostro dafar ha da consister in questo: la sera in teatro, in udienza, a sbatter le man co balla vostra sorella.
Forti, allegramente, e viva monsù Truffaldin.
(parte)
SCENA NONA
TRUFFALDINO, poi il DOTTORE
TRUFF.
Quanto tempo che l'è, che vado studiando la maniera de viver senza far gnente.
L'ho pur trovada.
DOTT.
Galantuomo.
TRUFF.
Signor.
DOTT.
Volete venire a portare un sacco di farina?
TRUFF.
A mi portar farina? Saviu chi son mi?
DOTT.
Non siete voi un facchino?
TRUFF.
Ve ne mentì per la gola.
Son un tocco de fradello de una ballarina.
E a mi se me porta respetto, e feme grazia, sior Dottor, de dir a sior Lucindo vostro fiol, che in casa mia nol staga mai più a vegnir, che no l'ardissa de far l'amor con Smeraldina mia sorella, né de dir de volerla sposar, perché una ballarina no se degna de un spiantà de la so sorte, e chi vol vegnir in casa nostra, le vol esser doppie e zecchini.
(parte)
SCENA DECIMA
Il DOTTORE solo, poi SILVIO e BRIGHELLA
DOTT.
Amico, amico, sentite...
Come! mio figlio va in casa di sua sorella? L'amoreggia? Parla di sposarla? A tempo costui mi ha avvertito.
Ci troverò rimedio.
Povero disgraziato! in casa di una ballerina? Starebbe fresco; non basta in un anno quello che io ho guadagnato in dieci.
BRIGH.
Eccola là, quello l'è el sior Dottor che la cerca.
(a Silvio)
SILV.
Vi ringrazio; non occorre altro.
(a Brighella)
BRIGH.
Servitor umilissimo.
Vado a parecchiar el disnar.
DOTT.
Come si precipita la gioventù! Ma sarà mio pensiere...
SILV.
Servitor, mio signore.
(al Dottore)
DOTT.
Servitor umilissimo.
SILV.
Favorisca vedere se questa lettera viene a lei.
(dandogli una lettera)
DOTT.
Per appunto.
Viene a me.
Permetta ch'io veda.
(apre e legge) Ella dunque è il signor Silvio Aretusi romano?
SILV.
Per obbedirla.
DOTT.
E la sua signora dov'è?
SILV.
Nella locanda, ove siamo alloggiati, da messer Brighella.
DOTT.
L'amico mi raccomanda lor signori, ed io li prego venir in casa mia, ove staranno un po' meglio forse di quel che stiano nella locanda.
SILV.
Signore, io non intendo d'incomodarvi.
DOTT.
Assolutamente V.S.
mi ha da far questo piacere.
SILV.
Per oggi almeno abbiamo gente a desinare con noi.
DOTT.
Bene, dunque verrò con Eleonora, mia figlia e vostra serva, a far una visita alla signora vostra, e questa sera favorirete da noi.
SILV.
Troppo gentile, signore.
Verrò io a fare il mio dovere colla signora vostra figliuola.
DOTT.
Se volete passare, siete padrone.
SILV.
Verrò a conoscere una mia padrona.
(partono)
SCENA UNDICESIMA
Camera di Smeraldina
SMERALDINA e LUCINDO
SMER.
Caro Lucindo, abbiè un poco de pazienza.
Se parlo con Momolo, lo fazzo per interesse, ma el mio cuor el xe tutto per vu.
LUC.
Questa cosa mi fa morire di gelosia.
SMER.
Se fussi in stato de sposarme, lo lasserave subito, ma no podè per adesso, per amor de vostro padre, e mi no so come far a viver.
Sior Momolo m'ha promesso che el me vol far insegnar a ballar, e el vol che fazza la ballarina.
LUC.
Tanto peggio...
SMER.
Tanto meggio, che sarò in stato de vadagnar, e quando no gh'averò più bisogno de Momolo, lo licenzierò de casa.
LUC.
Non potrete farlo.
S'egli vi aiuta per farvi cambiare stato, sarà sempre padrone di casa vostra.
SMER.
Giusto! figureve! Lassè pur che el fazza e che el spenda, troverò ben mi la maniera de liberarme.
LUC.
Non vorrei trovarmi io in un impegno...
SMER.
I batte.
Lassè che vaga a veder.
(va, poi torna)
LUC.
Per altro, non so lodare in Smeraldina l'ingratitudine che mostra verso di quel galantuomo...
SMER.
Presto, scondeve, che xe qua Momolo.
LUC.
Eccomi in un altro imbarazzo.
SMER.
Scondeve, e no abbiè paura.
LUC.
Il cielo me la mandi buona.
(si ritira in un'altra stanza)
SMER.
Se arrivo a ballar, so ben che voggio far anca mi la mia maledetta figura.
SCENA DODICESIMA
MOMOLO e detti
MOM.
Son qua, fia mia.
SMER.
Caro Momolo, ve fe molto aspettar.
Savè pur che no gh'ho altra compagnia che la vostra, e senza de vu no posso star un momento.
MOM.
S'alo più visto sior Lucindo?
SMER.
Oh, nol ghe vien più in casa mia, no ghe xe pericolo.
MOM.
Se el ghe vien, se lo so, se lo trovo, lo taggio in quarti co fa un polastro.
SMER.
Fideve de mi, ve digo.
Savè che ve voggio ben; me maraveggio gnanca, che disè ste cosse.
MOM.
No parlemo altro.
Sappiè, fia mia, che ho trovà el maestro.
El vegnirà ogni zorno a insegnarve, e el se impegna in tre o quattro mesi metterve in stato de ballar in teatro, e no miga solamente a figurar, ma el se impegna de farve far anca un padedù.
SMER.
Un padedù! Cossa xelo sto padedù?
MOM.
Un ballo figurà col compagno, con tutti i so passi che ghe vol, e col so bel pantomimo.
SMER.
E el pantomim? cossa vorlo dir?
MOM.
Le azion mute che se fa in te la introduzion del ballo, e anca in tel ballo istesso: cosse concertae tra l'omo e la donna, che za, per el più, da l'udienza no se capisse una maledetta.
SMER.
E mi mo le saveroggio far?
MOM.
Non ve indubitè gnente.
Tra el ballarin e mi ve insegneremo pulito; e co avè imparà un per de padedù, ghe ne poderè far cento, che za i xe tutti compagni.
Per esempio, vegnirè fora colla rocca filando, o con un secchio a trar dell'acqua, o con una vanga a zappar.
El vostro compagno vegnirà fora, o colla carriola a portar qualcossa, o colla falce a taggiar el gran, o colla pippa a fumar, e siben che la scena fusse una sala, tanto e tanto, se vien fora a far da contadini o da marineri.
El vostro compagno no ve vederà: vu anderè a cercarlo, e e lu ve scazzerà via.
Ghe batterè una man su la spalla, e lu con un salto l'anderà dall'altra banda.
Vu ghe correrè drio: lu el scamperà, e vu anderè in collera.
Quando che vu sarè in collera, a lu ghe vegnirà voggia de far pase; el ve pregherà, vu lo scazzerè; scamperè via, e lu ve correrà drio.
El se inzenocchierà, farè pase: vu, menando i penini, l'inviderè a ballar; anca elo, menando i pie, el dirà ballemo, e tirandove indrio, allegramente scomenzerè el padedù.
La prima parte allegra, la segonda grave, la terza una giga.
Procurerè de cazzarghe dentro sie o sette delle meggio arie da ballo che s'abbia sentio; farè tutti i passi che savè far, e che sia el padedù o da paesana, o da zardiniera, o da granatiera, o da statua, i passi sarà sempre i medesimi, le azion sarà sempre le istesse: correrse drio, scampar, pianzer, andar in collera, far pase, zirar i brazzi sora la testa, saltar in tempo e fora de tempo, menar i brazzi e le gambe e la testa e la vita e le spalle, e sora tutto rider sempre col popolo, e storzer un pochetto el collo co se passa arente i lumini, e far delle belle smorfie all'udienza, e una bella riverenza in ultima, e imparar ben tutte ste cosse a memoria, e farle con spirito e con franchezza; i cria brava, i sbatte le man, e dopo el primo anno, prima figura, dusento doppie, e i sonetti coi colombini.
SMER.
Sior Momolo, basta cussì, ho inteso tutto; m'impegno che vederè se la vostra lezion la farò pulito.
In verità dasseno, me par de esser ballarina a st'ora; andarave stassera in teatro.
MOM.
Vedeu? Sto coraggio, sta prontezza, sto ardir xe quello che fa più de tutto.
Cossa importa se no se sa gnanca el nome dei passi? Spirito ghe vol e bona grazia, e se se falla, tirar de longo.
Intanto, per un principio de bon augurio, tolè sto aneletto, che ve lo dono.
SMER.
Oh co bello! grazie, sior Momoletto.
SCENA TREDICESIMA
TRUFFALDINO con un uomo che porta varii vestiti, e detti
TRUFF.
Lustrissimo sior protettor, giusto de ela cercava.
MOM.
Son qua, monsù Truffaldin.
TRUFF.
Songio monsù?
MOM.
No se salo? Al fradello de madama Smeraldina se gh'ha da dir monsù Truffaldin.
TRUFF.
Vardè mo qua sto galantomo.
SMER.
Chi xelo quell'omo?
TRUFF.
Ho fatto portar dei abiti da vestirme da monsù.
SMER.
E chi pagherà?
TRUFF.
El protettor.
MOM.
El gh'ha rason.
Chi protegge una vertuosa, xe in obbligo de vestir tutta la fameggia.
TRUFF.
Proveme un abito da monsù.
Ma aspettè che me vaga a lavar le man, che sarà un anno che no me le ho lavade.
(vuol andare dov'è Lucindo)
SMER.
Eh n'importa, caro vu; ve le laverè.
TRUFF.
Eh, che so la creanza.
(come sopra)
SMER.
Sior no...
TRUFF.
Siora sì.
(va nella stanza suddetta)
SMER.
(Oh poveretta mi!) (da sé)
MOM.
Coss'è, siora, che vegnì verde? Gh'aveu qualche contrabando là drento?
SMER.
Me maraveggio dei fatti vostri.
Cossa songio? Una poco de bon?
TRUFF.
La favorissa, patron.
(uscendo dalla stanza suddetta, parla con Lucindo)
SMER.
Con chi parleu? (a Truffaldino)
TRUFF.
La resta servida.
No la staga là drento solo; la vegna coi altri in conversazion.
MOM.
Come! Sior Lucindo? A mi sto tradimento?
LUC.
(Esce timoroso, e saluta Momolo)
SMER.
Qua, sior Lucindo? Sconto in casa mia, senza che mi sappia gnente? Che baronada xe questa? Farme comparir in fazza de sto galantomo per una busiara? Andè via subito de sta casa, e no abbiè ardir de vegnirghe mai più.
Animo, digo; con chi parlio? O andè via, o che ve butto zo della scala.
(lo spinge via, e spingendo gli dice piano): (Va via, caro, e torna stassera).
TRUFF.
Animo, fora de sta casa onorata.
LUC.
(Senza parlare saluta, e se ne va)
MOM.
(Me la vorli pettar?) (da sé)
SMER.
Sior Momolo, no credo mai che pensè...
che mi sappia...
Proprio sento che me vien da pianzer.
(piange)
MOM.
Brava, adesso digo che deventerè una ballarina perfetta.
Capisso tutto; so benissimo che savevi che l'amigo ghe giera, ma la maniera co la qual l'avè mandà via, me fa cognosser che de mi gh'avè, se non amor, almanco un poco de suggizion.
Questo xe quel che me basta; da vu altre no se pol sperar gnente de più, e un cortesan de la mia sorte cognosse fin dove el se pol comprometter.
Dipenderà da vu el più e el manco che m'averò da impegnar a farve del ben.
Regoleve in causa.
Stassera ve manderò el ballarin.
TRUFF.
L'abito, lustrissimo sior protettor.
MOM.
Deghe un abito da spender tre o quattro zecchini, e po vegnì da mi, che ve pagherò.
(all'uomo ecc.)
TRUFF.
Vegnì via, vegnì a servir el fradello della ballarina.
(all'uomo, e parte con esso lui)
SMER.
Andeu via?
MOM.
Vago via.
SMER.
Tornereu?
MOM.
Tornerò.
SMER.
Me voleu ben?
MOM.
Eh, galiotta, te cognosso.
(parte)
SMER.
El dise che el me cognosse, ma nol xe a segno gnancora.
Poveretto! nu altre donne ghe ne savemo una carta de più del diavolo.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Camera nella locanda
BEATRICE, SILVIO, ELEONORA, il DOTTORE
SILV.
Consorte, ecco qui il signor Dottore colla sua signora figliuola, che hanno voluto prendersi l'incomodo di favorirvi.
BEAT.
Questo è un onore che io non merito.
ELEON.
Riconosco per mia fortuna il vantaggio di conoscere una persona di tanto merito.
DOTT.
Siamo qui ad esibire all'uno e all'altra la nostra umilissima servitù.
BEAT.
Troppa bontà, troppa gentilezza.
Favoriscano di accomodarsi.
DOTT.
Non vogliamo recarvi incomodo.
BEAT.
Un momento almeno per cortesia.
(tutti siedono)
ELEON.
Mi fa sperare mio padre che la signora verrà a stare con noi.
BEAT.
Sarebbe troppo grande il disturbo.
DOTT.
Senz'altro, ci hanno da favorire.
SILV.
Così è, signora Beatrice, egli mi ha obbligato ad accettar le sue grazie.
BEAT.
È una fortuna ben grande ch'io possa godere una sì amabile compagnia.
(verso Eleonora)
ELEON.
Averete occasione di compatirmi.
DOTT.
Voleva io che favorissero a pranzo, ma dice il signor Silvio che hanno gente a desinar con loro.
BEAT.
Sì, certo.
Aspettiamo un signore.
ELEON.
Non potrebbe venir con loro?
DOTT.
È forastiere quegli che aspettano?
SILV.
Non signore, è veneziano.
ELEON.
Tanto meglio.
BEAT.
Eccolo per l'appunto.
SCENA QUINDICESIMA
MOMOLO e detti
MOM.
Animo, putti.
Mettè su i risi.
(entrando parla verso la scena)
ELEON.
(Cieli! qui Momolo?) (da sé)
MOM.
Patroni.
Le compatissa...
Cossa vedio? Sior Dottor? Siora Leonora?
BEAT.
Li conoscete dunque.
MOM.
Se li cognosso? e come! Sior Dottor xe el più caro amigo che gh'abbia, e siora Leonora xe una patrona che venero e che rispetto.
(con tenerezza)
ELEON.
Il signor Momolo si prende spasso di me.
BEAT.
(Alle parole e ai gesti parmi che fra di loro vi sieno degli amoretti.
Mi dispiace un simile incontro).
(da sé)
SILV.
Ho piacere che siensi ritrovate insieme da noi persone che si conoscono e sono in buona amicizia.
Il signor Dottore e la signora Eleonora possono favorire di restar a pranzo con noi.
Che dice il signor Momolo?
MOM.
Magari! Son contentissimo.
Adesso subito, con so licenza.
(vuol partire)
BEAT.
Dove andate, signore?
MOM.
La vede ben, un disnaretto parecchià per tre, no pol bastar per cinque.
Vederemo de repiegar.
ELEON.
(Il signor Momolo, a quel ch'io sento, è il provveditore).
(da sé)
SILV.
Non vi prendete pena per questo.
Parlerò io con il locandiere.
DOTT.
Facciamo così, signori.
Il pranzo da noi sarà bello e lesto.
La casa nostra è pochi passi lontana.
Andiamo tutti a mangiare quel poco che ci darà la nostra cucina.
SILV.
Che dice il signor Momolo?
MOM.
Cossa dise siora Leonora?
ELEON.
Io non c'entro, signore.
(sostenuta)
DOTT.
Via, risolviamo, che l'ora è tarda.
BEAT.
Dispensateci, signore, per questa mattina.
(Capisco che questa giovane è innamorata).
(da sé)
ELEON.
(La mia compagnia le dà soggezione).
(da sé)
DOTT.
Signor Silvio, vedete voi di persuaderla.
SILV.
Via, non ricusiamo le grazie di questo signore, giacché il signor Momolo viene con esso noi.
ELEON.
(Anche al marito preme la compagnia che non dispiace alla moglie).
(da sé)
BEAT.
Ora non ho volontà di vestirmi.
DOTT.
Se stiamo qui dirimpetto!
SILV.
Possiamo andare come ci ritroviamo.
BEAT.
Conviene unire le robe nostre.
DOTT.
Si chiude la stanza, e si portan via le chiavi.
ELEON.
(Ci viene mal volentieri; lo conosco).
(da sé)
MOM.
Via, siora Beatrice, da brava.
Andemo in casa de sior Dottor, che staremo meggio.
Cossa disela, siora Leonora?
ELEON.
Siete curioso davvero.
Se dipendesse da me!...
MOM.
Se dipendesse da ela, son certo che la dirave: andemo.
BEAT.
All'incontrario; io credo ch'ella anderebbe senza di noi.
ELEON.
Perché credete questo, signora?
BEAT.
Perché mi pare che la nostra compagnia non abbia la fortuna di soddisfarvi.
ELEON.
Dite piuttosto che a voi piace meglio la picciola conversazione.
SILV.
Orsù, se la cosa si mette in cerimonia o in puntiglio, la conversazione è finita.
Signor Dottore, accettiamo le vostre cortesi esibizioni.
Consorte, senz'altre repliche, andiamo.
DOTT.
Bravo, così mi piace.
BEAT.
(Prevedo qualche sconcerto).
(da sé)
MOM.
(Son un pochetto intrigà, ma me caverò fora).
(da sé)
SILV.
Permetta la signora Eleonora che io abbia l'onor di servirla.
(le offre la mano)
ELEON.
Riceverò le sue grazie.
Via, signor Momolo, serva la signora Beatrice.
MOM.
Vorla ela, sior Dottor?
DOTT.
Oh, io non sono al caso.
Tocca a voi.
BEAT.
La strada è breve; non ho bisogno che nessuno per me s'incomodi.
(parte)
ELEON.
(Che affettazione! Tanto peggio mi fan pensare).
(parte con Silvio)
DOTT.
Via, non lasciate andar sola quella signora.
(a Momolo)
MOM.
Se no la vol...
(Stago fresco da galantomo).
(da sé, indi parte)
DOTT.
Parmi ch'egli abbia un poco di soggezione per Eleonora.
Se fosse vero! chi sa? (parte)
SCENA SEDICESIMA
Strada colla casa del Dottore e colla locanda
OTTAVIO, BECCAFERRO, TAGLIACARNE
OTT.
Amici, il signor Momolo è colà dentro in quella locanda.
Aspettate ch'egli esca, e quando è escito, bastonatelo bene.
Sarò poco lontano, e tosto che averete fatto il vostro dovere, ecco i quattro zecchini; sono qui preparati per voi.
Vien gente: mi ritiro per non esser veduto.
(parte)
BECCAF.
Mi dispiace aver che fare con Momolo.
TAGLIAC.
Anch'io ne ho dispiacere, ma due zecchini per uno...
BECCAF.
Ritiriamoci; stiamo a vedere.
TAGLIAC.
Conviene operar con giudizio.
(si ritirano)
SCENA DICIASSETTESIMA
SILVIO dando braccio ad ELEONORA.
MOMOLO dando braccio a BEATRICE.
Il DOTTORE
DOTT.
La porta è aperta, favoriscano di passare.
SILV.
Andiamo dunque.
ELEON.
Passi prima la signora Beatrice.
MOM.
Se sior Dottor me permette, gh'ho una bottiglia de vin de Cipro vecchio da quattr'anni; voria che se la bevessimo sta mattina.
DOTT.
Bene; la beveremo.
MOM.
Se la me dà licenza, la vago a tior.
(a Beatrice)
BEAT.
Oh sì, signore, andate.
Già ve l'ho detto, so andar da me; non ho bisogno di braccio.
(con un poco di sprezzatura, ed entra)
ELEON.
(Le belle caricature!) (da sé, ed entra con Silvio)
DOTT.
Fate presto.
Non vi fate aspettare.
(a Momolo, ed entra)
MOM.
Vegno subito.
SCENA DICIOTTESIMA
MOMOLO, BECCAFERRO, TAGLIACARNE
MOM.
Mi no me par de esser inamorà de siora Leonora, e pur la me dà un pochetto de suggizion.
Cossa mo vuol dir? Mi no saverave...
(Tagliacarne e Beccaferro vanno girando e cercando di prenderlo in mezzo)
MOM.
Chi xe sti musi proibiti? Cossa zireli da ste bande? (I suddetti, vedendosi guardare da Momolo, si mettono in qualche soggezione e parlano fra di loro)
MOM.
(Ho capio.
No credo de inganarme.
Costori xe qua per mi.
O che i vol cavarme qualcossa, o che i me vol far qualche affronto.
Li ho visti stamattina a parlar co sior Ottavio.
Chi sa che sto sior no i abbia messi all'ordene per saludarme? Gnente paura.
A mi).
(da sé) Galantomeni, favorì, vegnì avanti, ve bisogna gnente? Voleu bezzi? Voleu roba? Gh'aveu bisogno de protezion? Basta che averzì la bocca, sarè servidi.
Momolo xe cortesan, amigo dei amici; fazzo volentiera servizio a tutti, e in t'una occasion, son pronto a tutto.
Comandè, fradei, comandè.
BECCAF.
Niente, signore, siamo qui passeggiando...
TAGLIAC.
(Per dire il vero, un galantuomo della sua sorte non merita quest'affronto).
(piano a Beccaferro)
MOM.
Vegnì qua, tolè una presa de tabacco.
BECCAF.
Obbligato.
(prende tabacco)
TAGLIAC.
Favorisce? (gli chiede tabacco)
MOM.
Patron anca della scatola, se volè.
Disè, amici, aveu disnà?
BECCAF.
Non ancora.
TAGLIAC.
Le cose vanno male.
Si mangia poco.
MOM.
Amici, me faressi un servizio?
TAGLIAC.
Comandate.
MOM.
Stamattina ho ordenà qua alla locanda de missier Brighella un disnaretto per mi e per do forestieri.
L'occasion ha portà, che andemo tutti a disnar qua a casa del sior Dottor.
Brighella bisogna che lo paga, e me despiase che quella roba nissun no la gode.
Me faressi el servizio de andar vualtri do da parte mia a magnar quei quattro risi, quel per de foleghe e quelle altre bagatelle, che xe parecchiae?
TAGLIAC.
Perché no, quando si tratta di far piacere?
BECCAF.
Basta che vossignoria avvisi Brighella.
MOM.
Vago a tor una bottiglia che ho lassà alla locanda, e co sta occasion ghe lo digo, e godevela in bona pase.
(vuol partire, poi torna indietro)
TAGLIAC.
Come si può bastonare un galantuomo di questa sorte? (a Beccaferro)
BECCAF.
Mi dispiace per i due zecchini.
(a Tagliacarne)
MOM.
Avanti de avisar Brighella, vorave pregarve d'un altro servizio.
Co mi no avè d'aver suggizion.
Son omo del mondo, e so come che la va.
Diseme, da quei galantomeni che sè, da boni amici e fradelli, diseme se aspettè nissun, se sè qua per mi, se ve xe stà dà nissun ordene de recamarme le spalle.
Ve prometto, da cortesan onorato, de no parlar co nissun: e el vostro disnar, tanto e tanto, xe parecchià.
Anzi sentì se ve parlo da amigo e da galantomo.
Se qualchedun v'ha promesso quattro, sie, otto zecchini, son qua mi: no vôi che perdè un bagattin.
BECCAF.
Siamo galantuomini, non vogliamo di più di quello che è giusto.
Ci sono stati promessi quattro zecchini soli.
MOM.
Per reffilarme mi.
TAGLIAC.
Sì signore, ma cogli uomini della vostra sorte non abbiamo cuore di farlo.
MOM.
Anca sì che xe stà sior Ottavio, che v'ha ordenà sto servizio?
TAGLIAC.
Per l'appunto.
MOM.
Sentì, amici: mi ve darò sie zecchini se bastonè sior Ottavio, e el vostro disnar.
BECCAF.
No, sei zecchini non li vogliamo; ci bastano i quattro.
TAGLIAC.
Sì, siete un galantuomo, e non vi vogliamo far pagare di più d'un altro.
MOM.
Anemo donca; vago a dar ordene per vu e po savè chi son.
Vegnime a trovar, e ve dago i vostri quattro zecchini.
(Se la me va fatta, la bissa beccherà el zaratan).
(da sé, ed entra nella locanda)
SCENA DICIANNOVESIMA
BECCAFERRO, TAGLIACARNE, poi OTTAVIO
BECCAF.
Questi è un uomo che merita essere servito.
TAGLIAC.
Meglio è pigliare quattro zecchini da lui, che dieci da un altro.
BECCAF.
Ma poi, amico, bisognerà che ce ne andiamo, perché in questo paese chi ne fa una di queste, non ne fa due.
TAGLIAC.
Sì, ce ne andremo subito.
Quattro zecchini pagheranno il viaggio.
BECCAF.
Dove troveremo il signor Ottavio?
TAGLIAC.
Dovrebbe essere poco lontano, secondo ch'egli ci ha detto.
BECCAF.
Proviamo un poco, s'egli ci sentisse.
Eh, ehm.
TAGLIAC.
(Fischia)
BECCAF.
Signor Ottavio, signor Ottavio.
(da più parti, sotto voce)
OTT.
E bene, cosa volete?
TAGLIAC.
Abbiamo bisogno di vossignoria.
OTT.
Non avete fatto ancora?
BECCAF.
Senza di lei non si può far niente.
OTT.
Non è stato qui Momolo? L'ho pur sentito alla voce.
TAGLIAC.
C'è stato.
OTT.
Perché non avete fatto l'obbligo vostro?
TAGLIAC.
Lo faremo or ora.
OTT.
Tornerà Momolo?
TAGLIAC.
Tornerà.
OTT.
Animo dunque, io mi ritiro.
BECCAF.
Se vossignoria si ritira, non faremo niente.
OTT.
Io non ci voglio essere.
TAGLIAC.
Anzi ci ha da essere.
(lo bastonano)
OTT.
Ahi, traditori, aiuto! (i due bravacci partono)
SCENA VENTESIMA
MOMOLO ed OTTAVIO
MOM.
Coss'è, coss'è stà?
OTT.
Sono assassinato.
MOM.
Gnente, sior Ottavio.
Per adesso feme la ricevuta a conto.
Un'altra volta ve darò el vostro resto.
(entra in casa del Dottore)
OTT.
Oh, mi sta bene! Ecco quel che succede a chi vuol usare soverchieria.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa del Dottore
ELEONORA e BEATRICE
BEAT.
Appunto, signora Eleonora, desideravo che terminasse la tavola per parlarvi da solo a solo.
Permettetemi che io vi dica aver conosciuto benissimo, che avete dell'inclinazione per il signor Momolo...
ELEON.
Sono una fanciulla...
BEAT.
Egli è vero, e non siete per questo da essere rimproverata, né sopra di ciò intendo io di discorrere.
Quel che ho voglia di dirvi, risguarda soltanto la mia persona...
ELEON.
Voi siete finalmente...
BEAT.
Permettetemi ch'io finisca il mio ragionamento.
Sono una donna d'onore, signora mia, e le parole vostre e i vostri delicati motteggi mi fanno dubitare che sospettiate di me.
Stimo il signor Momolo, gli sono obbligata per qualche piacere ch'egli ha fatto a mio marito, ma non sono capace...
ELEON.
Non vi è bisogno...
BEAT.
Sì, signora.
Vi è bisogno che voi sappiate che io non sono capace di certi amori sospetti, e che temendo di disgustarvi, siate certa che il signor Momolo non lo tratterò più, fino ch'io resti in Venezia.
ELEON.
Non mi crediate così indiscreta...
BEAT.
So il mio dovere in questo...
ELEON.
Volete parlar voi sola?
BEAT.
Compatitemi.
Si tratta dell'onor mio.
ELEON.
Vi confesso ch'io l'amo; confesserò ben anche che ho avuto di voi qualche picciola gelosia, fondata unicamente sul vostro merito; ma vi son altre che mi fan sospirare, e che non hanno né il vostro carattere, né la vostra virtù.
Pure mi lusingo di vincerlo colla sofferenza.
BEAT.
Certamente coi giovani di quell'età e di quello spirito non si può sperar di vincere diversamente.
ELEON.
Eccolo alla volta nostra.
BEAT.
A rivederci, amica.
ELEON.
Restate...
BEAT.
No, certo.
So le mie convenienze.
(parte)
SCENA SECONDA
ELEONORA, poi MOMOLO
ELEON.
Parmi vedere in lui un certo rispetto verso di me, che un giorno potrebbe anche cangiarsi in amore.
MOM.
Siora Leonora, la prego de compatirme.
L'averà ben capio dal carattere de quella signora, se mi gh'ho nissuna cattiva intenzion.
ELEON.
Son persuasa di questo.
E credo che siate tanto indifferente con lei, quanto lo siete con me.
MOM.
No, patrona, ghe xe qualche differenza, e gnanca tanto pochetta.
ELEON.
Chi sta peggio da lei a me?
MOM.
No so gnente.
So che co ve vedo, me sento un certo bisegamento in tel cuor, che in mi xe qualcossa de straordinario.
ELEON.
Permettetemi che io mi faccia interprete del vostro cuore.
Un'occulta simpatia lo fa inclinare forse alla mia persona, e voi, nemico del vostro medesimo cuore, volete opporvi alle sue inclinazioni.
MOM.
Ve dirò, siora Leonora; no me oppono all'inclinazion del cuor, ma ve digo ben che, per ascoltarlo, no voggio perder la libertà.
ELEON.
Dunque per me non vi è speranza veruna.
MOM.
(No la voria desgustar).
(da sé) Chi sa? Pol darse, col tempo, che me mua de opinion.
ELEON.
Bramo una consolazione da voi, senza che perdiate la libertà.
MOM.
Comandème.
ELEON.
Se chiedo, temo che mi neghiate il favore.
MOM.
Me fe torto a dubitar.
Fora dell'impegno d'un matrimonio, ve prometto tutto quel che volè.
ELEON.
Voi per ora non vi volete ammogliare.
MOM.
No certo.
ELEON.
Ma non siete determinato di voler vivere sempre così.
MOM.
Certo, che me poderave scambiar.
ELEON.
Promettetemi dunque, che risolvendo di maritarvi, non isposerete altra donna che me.
MOM.
Sì, ve lo prometto.
Ma vu avereu pazienza de aspettar che me vegna sta volontà?
ELEON.
Sì, certo, ve lo prometto, ve lo giuro, vi aspetterò.
MOM.
E se stasse dies'anni?
ELEON.
Per tutto il tempo della mia vita.
È troppo grande l'amore che ho per voi.
La sola speranza basta per consolarmi.
MOM.
Patti chiari.
Con tutto sto impegno mi no vôi suggizion.
No gh'ha da esser pettegolezzi de zelosia.
ELEON.
Mi riporterò sempre alla vostra discrezione.
MOM.
(Questo el xe un amor particolar).
(da sé)
ELEON.
(Spero colla cortesia di obbligarlo).
(da sé)
MOM.
Siora Leonora, a bon reverirla, vago dalla mia ballarina.
ELEON.
Pazienza.
Ricordatevi qualche volta di me.
MOM.
(Se stago troppo, me cusino de fatto).
(da sé) Brava, cussì me piase.
Pol esser che in sta maniera la indivinè.
A revederse.
ELEON.
Addio, caro.
MOM.
Bondì...
(tenero) (Oe, Momolo, forti in gambe).
(da sé, e parte)
ELEON.
È una gran pazienza la mia, dover soffrire la gelosia senza dimostrarla.
Basta, confido nel tempo.
Momolo non ha il cuore di sasso; si piegherà, se non altro, al merito della mia tolleranza.
(parte)
SCENA TERZA
Strada colla casa e colla locanda
LUDRO, poi MOMOLO
LUD.
No ghe vôi andar in casa de sior Dottor.
Xe meggio che l'aspetta qua sior Momolo.
Se vago desuso, e che el diavolo fazza che qualchedun senta sto negozio che ghe voggio far far, i me rebalta a drettura.
El xe avisà, el doverave vegnir.
Zitto, che el xe elo.
MOM.
Seu qua, sior Ludro?
LUD.
Son qua.
Xe da sta mattina in qua, che cammino.
Al dì d'ancuo se stenta a trovar bezzi, specialmente senza pegno.
MOM.
Li aveu trovai?
LUD.
A forza de suori ho trovà i mille ducati.
MOM.
Bravo.
Dove xeli?
LUD.
A pian, che ghe xe da discorrer.
MOM.
Coss'è? Scomenzemio a contar sul trenta?
LUD.
Oibò.
L'amigo che fa el servizio, no xe de quelli che voggia scortegar la pelle ai galantomeni.
El se contenta de un onesto vadagno: nol pretende più del sie per cento; mezzo per cento al mese, a uso de piazza.
MOM.
Benissimo; fin qua no gh'è mal.
LUD.
El negozio bisogna che ve contentè de farlo per tre anni.
MOM.
E se i so bezzi ghe li dago avanti?
LUD.
Degheli co volè, ma el contratto bisogna farlo per tre anni.
MOM.
Femolo per tre anni.
Al sie per cento.
LUD.
Mille ducati al sei per cento importa sessanta ducati all'anno.
Tre fia sessanta, cento e ottanta; el pro de tre anni importa cento e ottanta ducati, e questi bisogna dargheli subito, avanti tratto.
MOM.
E se ghe li dago avanti?
LUD.
No ghe li darè; ma se anca ghe li dessi, co xe pagà, xe pagà.
Donca de mille ducati resta ottocento e vinti; batter cento e diese ducati, che m'avè da dar per la sigurtà del forestier...
MOM.
Questi ve li darò doman, se elo no ve pagherà.
LUD.
Caro sior Momolo, per vu xe l'istesso.
Resta settecento e diese ducati; batter da questi la mia sanseria sul corpo dei mille ducati, al do per cento (che manco no me podè dar), resta siecento e nonanta ducati, e questi ve obbligherè a pagarli in tre rate a dusento e trenta ducati all'anno, e no so che grossi(65).
MOM.
Donca, compare Ludro, questi xe tresento e diese ducati de manco che me vien in scarsela, e ho da pagar el pro de mille; e de più, pagando un terzo all'anno de capital, ho sempre da pagar el pro dell'intiero.
Un bel negozio che me volè far far! Ma pazenzia! per una volta se pol far un sproposito.
Andemo a tor i bezzi, e farò la cambial.
LUD.
(Se lo so, che el gh'ha da cascar).
(da sé) Aspettè; bisogna che ve averta d'un'altra cossa.
Sappiè che l'amigo no gh'ha altro che tresento ducati in bezzi, e el resto el ve lo darà in tanta marcanzia.
MOM.
Semo qua co la solita stoccada.
Che marcanzia xela?
LUD.
Bella e bona, che se saverè far, ghe vadagnerè drento.
MOM.
Via, sentimo che sorte de roba che el me vol dar.
LUD.
Tolè, questa xe la nota dei capi de marcanzia che el gh'ha da darve; e se questa no ve serve, no ghe xe altro.
MOM.
Sentimo: (legge, di quando in quando scuotendosi) Otto lettiere da letto, quattro de ferro e quattro de legno intaggià, co i so pomoli dorai, senza una tara immaginabile, a rason de trenta ducati l'una, val ducati dusento e quaranta.
Una botta de vin guasto da far acquavita, mastelli dodese, a rason de cinque ducati al mastello, val ducati sessanta, e la botta ducati diese.
Caregoni de bulgaro quattro, a diese ducati l'un, ducati quaranta.
Scatole da perucche numero cento, a mezzo ducato l'una, val ducati cinquanta.
Do ferriade da balcon, ducati cinquanta.
Guanti de camozza ducati vinti, e el resto in tanti corni de buffalo a peso, in rason de sie ducati la lira.
Ah, tocco de fio e de fionazzo, questi xe contratti da proponer a un galantomo della mia sorte? Tiolè, sior poco de bon, e diseghe a quel furbazzo, vostro compagno, che ha fatto sta nota, che no son desperà, e che gh'ho ancora diese ducati da farghe scavezzar i brazzi a elo e anca a vu.
LUD.
Mi me sfadigo per farve servizio, e vu cussì me trattè?
MOM.
Andè via de qua, che adessadesso me scaldo, e se la me monta, ve ne arecorderè per un pezzo.
LUD.
Deme i mi trenta zecchini.
MOM.
Ve li darò quando che vorrò, sior baro da carte.
LUD.
Son un galantomo; e no se tratta cussì.
MOM.
No zigar, che te dago un pie in te la panza.
LUD.
E se no me darè i mi bezzi...
(forte)
MOM.
Via, sior furbazzo.
(gli vuol dare)
SCENA QUARTA
Il DOTTORE di casa e detti
DOTT.
Che cosa c'è? Signor Momolo, con chi l'avete?
MOM.
La gh'ho con quel poco de bon.
DOTT.
Che cosa vi ha egli fatto?
MOM.
Gnente, gnente.
LUD.
Adessadesso ve svergogno in fazza de tutto el mondo.
MOM.
Mi no fazzo cosse che m'abbia da far vergognar.
Sior sì, son in caso d'aver bisogno de mille ducati; ghe l'ho ditto a costù, el me li ha trovai con un stocco de sta natura, che de mille ducati ghe ne aveva a pena tresento.
Un omo d'onor ste cosse nol le pol sopportar.
DOTT.
Meriterebbero la galera questi sicari della povera gioventù.
LUD.
Basta, arecordeve i mi trenta zecchini.
MOM.
Son galantomo, doman ve li farò aver forsi a casa; ma andè via subito.
LUD.
Benissimo; tornè da mi, che ve servirò pulito.
MOM.
No ve indubitè, che no ghe torno più, compare.
LUD.
(Za sta roba che Momolo no ha volesto, troverò qualcun altro che la torrà.
Dei desperai ghe n'è sempre).
(da sé, e parte)
SCENA QUINTA
MOMOLO ed il DOTTORE
MOM.
Cossa diseu, che razza de zente che se trova a sto mondo?
DOTT.
Guai a quelli che han bisogno di loro.
MOM.
Veramente xe un poco de vergogna che mi me trova in sto caso, ma, grazie al cielo, gh'ho tanto al mondo, che con un anno solo de regola posso remetterme facilmente; e sta insolenza de Ludro prencipia a illuminarme, e farme toccar con man a cossa se se reduse colla mala regola, e col no pensar ai so interessi.
DOTT.
Quantunque, per dir il vero, vi piaccia un po' troppo l'allegria, si sente dalle vostre parole che avete buon fondo, e solo che vogliate farlo, si può vedere da voi una ragionevole mutazione.
Per l'avvenire consigliatevi colla vostra prudenza, ma intanto, se le vostre urgenze vi obbligano a rimediare a qualche impegno, a qualche disordine, signor Momolo, fra gli amici non ci vogliono cerimonie: mille ducati li ho, grazie al cielo, e sono a vostra disposizione.
MOM.
Son confuso per tanta bontà che gh'avè per mi.
Se sarò in bisogno, me prevalerò delle vostre grazie.
DOTT.
Non occorre vergognarsi cogli amici.
Ecco qui una borsa con cento zecchini, e il resto dei mille ducati sono pronti, sempre che li vogliate.
MOM.
Per farve veder che fazzo capital delle vostre grazie, torrò trenta zecchini in prestio, per pagar una piezaria.
Gh'ho qualche debito, ma i me crede, e pagherò quanto prima, e senza aggravarme de più, me regolerò in te le spese.
DOTT.
Eccovi trenta zecchini e più, se volete.
MOM.
Andemo, che ve farò la ricevuta.
DOTT.
Mi maraviglio; coi giovani della vostra sorte non vi è bisogno di ricevuta.
MOM.
Sempre più me trovo obbligà e confuso.
Credeme, sior Dottor, che pensando ai mi desordeni me vien malinconia.
DOTT.
Eh, caro amico, io ho motivo di rattristarmi da vero.
MOM.
Per cossa?
DOTT.
Per causa di mio figliuolo.
MOM.
Coss'alo fatto sior Lucindo?
DOTT.
Avete osservato, che oggi non è nemmeno venuto a pranzo?
MOM.
Xe vero.
Cossa vol dir?
DOTT.
Ho scoperto ch'egli ha la pratica di una ragazza, che dicesi voglia fare la ballerina.
MOM.
Pur troppo xe vero.
Mi no gh'aveva coraggio de dirvelo; ma ghe l'ho visto in casa più di una volta.
DOTT.
Ci andate voi da colei?
MOM.
Sior sì, ghe vago qualche volta.
DOTT.
Per amor del cielo, vi supplico, vedete di far in modo che mio figliuolo non ci vada, che non si precipiti.
MOM.
Lassè far a mi, ve prometto che nol gh'anderà.
DOTT.
Ma non vorrei, per allontanar Lucindo, che v'impegnaste voi con la donna.
MOM.
No, no; son anzi in caso de disimpegnarme.
DOTT.
Caro signor Momolo, abbiate a cuore la vostra riputazione.
MOM.
Con un poco di tempo le cosse anderà pulito.
DOTT.
Pensate a maritarvi.
MOM.
Ghe penserò, chi sa che no me rissolva?
DOTT.
Ma prima, ehi, in confidenza, pensate a cambiar vita.
MOM.
Certo che bisognerà...
DOTT.
Vi raccomando l'affare di mio figliuolo.
(parte)
MOM.
Nol xe stà a disnar a casa; pol esser benissimo che el sia dall'amiga, e che la cara siora Smeraldina scomenza a far el mestier della ballarina colle scondariole.
Vôi andar subito, e se lo trovo...
Gran obbligazion che gh'ho co sto sior Dottor! A bon conto pagherò sta piezaria, per no far dir de mi da quel desgrazià.
Un cortesan onorato xe stimà da tutti; e anca in miseria, co no s'intacca la pontualità, se pol dir a tutti l'anemo soo, e no xe mai perso tutto, co resta el capital dell'onor.
(parte)
SCENA SESTA
Camera di Smeraldina, con tavola apparecchiata per mangiare e lumi
SMERALDINA e LUCINDO
SMER.
Stemo un poco in allegria tra de nu.
Magnemo un bocconcin in pase; za sior Momolo de sera no vien.
LUC.
Non vorrei che capitasse quel diavolo di vostro fratello.
SMER.
Se el vegnirà, lo sentiremo.
Lassè far a mi, che lo farò taser.
Via sentève, e magnemo.
(siedono)
LUC.
Che dirà vostro fratello, se ci vede mangiare?
SMER.
Cossa porlo dir? Magnemio gnente del soo?
LUC.
Se sa che voi mi avete dato l'anello da impegnare, povero me!
SMER.
Vardè che casi! l'anello xe mio, el me xe stà donà, posso far quel che voggio.
LUC.
Chi ve l'ha dato? Il signor Momolo?
SMER.
Sì ben, Momolo me l'ha dà.
LUC.
Un giorno spero che anch'io sarò in caso di regalarvi.
SMER.
Me basta che me voggiè ben.
LUC.
Mi dispiace in verità; ho rossore a pensare che, in vece di donarvi qualche cosa del mio, abbia dovuto, per fare una piccola cena, impegnare un vostro anelletto.
SMER.
Mo via, fenila; no parlè de ste cosse, ve darave altro che un anello.
Se vadagnerò, sarè paron de tutto.
LUC.
Le cose mie non anderanno sempre così.
SMER.
Sentì sto potacchietto che ho fatto co le mie man.
LUC.
Buono da vero.
Tutto quello che fate voi, è squisito.
SMER.
Disè, Lucindo, me sposereu?
LUC.
Non passa un anno, che voi siete mia moglie.
SCENA SETTIMA
TRUFFALDINO e detti
TRUFF.
Patroni, bon pro ghe fazza.
LUC.
L'ho detto.
SMER.
Chi v'ha averto la porta?
TRUFF.
L'ho averta mi.
SMER.
Senza chiave? Come aveu fatto?
TRUFF.
Ho cazzà la spada in te la sfesa della porta.
Ho alzà el saltarello(66) e ho averto, patrona.
SMER.
Caspita, donca bisogna che fazza giustar la porta.
Me arecordo che una volta anca sior Momolo ha averto cussì.
Voggio dar el caenazzo.
TRUFF.
La diga, cara madama, chi gh'ha insegnà la maniera de trattar?
SMER.
E cussì? cossa diressi? Sior Lucindo ha portà una cenetta, e se la magnemo.
LUC.
Compatite se mi sono presa una tal libertà.
TRUFF.
No me lamento che abbiè portà la cena; me maraveggio che se magna senza de mi.
SMER.
Via, sentève, e magnè anca vu.
LUC.
Caro amico, non vi prendete collera.
TRUFF.
Co vegnirè co ste bone maniere, no dirò gnente.
Sè patron de casa a tutte le ore.
Animo, che se magna, che se beva, e che se staga allegramente.
SMER.
Mio fradello po, el xe de bon cuor.
TRUFF.
Co se tratta de ste cosse, ghe stago.
(si mette a mangiare)
SCENA OTTAVA
MOMOLO e detti
MOM.
Bravi, pulito, me ne consolo.
LUC.
Povero me! (si alza)
SMER.
(Si alza, subito che lo vede) Vedeu, sior Momolo, le belle bravure de mio fradello? Nol vol in casa sior Lucindo; e po, per una strazza de cena, el lo fa vegnir a mio marzo despetto.
Gh'ho una rabbia maledetta.
Vedeu, siori, per causa vostra sior Momolo crederà che sia una finta, una busiara; credeme, sior, da putta da ben, mi no ghe n'ho colpa.
(a Momolo)
MOM.
Sì, fia mia, ve lo credo.
So che sè una putta schietta e sincera.
Vardè che baronade! Poverazza! Far vegnir la zente, che ghe despiase co fa el zucchero ai golosi.
Lassemo andar sti descorsi che no conclude; sior Lucindo, v'ho da parlar.
LUC.
Caro signor Momolo, vi prego di compatirmi.
MOM.
Per mi ve compatisso e stracompatisso.
Son omo de sto mondo anca mi, e so cossa che pol sta sorte de musi su la povera zoventù.
SMER.
Coss'è, sior? cossa voressi dir?
MOM.
Gnente.
Lasseme parlar.
TRUFF.
Patroni reveriti; sento che i gh'ha dei interessi da discorrer.
Lori i dà incomodo a mi, mi posso dar incomodo a lori; onde, acciò che tutti gh'abbia la so libertà, togo suso ste bagatelle, e vado a devertirme in cusina.
(prende la roba da mangiare, e parte)
MOM.
Bravo, monsù Truffaldin.
Sior Lucindo caro, son qua per vu; son vegnù per cercarve vu; ho trovà la porta averta, e son vegnù avanti.
SMER.
L'averè averta col cortelo, come che avè fatto dell'altre volte.
MOM.
No so gnente.
Aveva da vegnir, e son vegnù.
LUC.
Vi torno a dire, compatitemi...
MOM.
Sappiè, putto caro, che vostro sior padre xe fora de elo per causa vostra.
Poverazzo! dopo che l'ha fatto tanto per vu, xela questa la recompensa che ghe dà so fio? El padre a sfadigar per l'onor, per el mantenimento della so casa, e el fio a perder el so tempo, a sacrificar la so zoventù cussì malamente? Me dirè che l'ho fatto anca mi; ma mi son solo, no gh'ho padre da obbedir, no gh'ho sorelle da maridar.
No considerè che la vostra mala condotta pol pregiudicar a quella putta che gh'avè in casa, e che sul dubbio che possiè far un sproposito, nissun se azarderà de sposarla? Vergogneve de vu medesimo, e se la vergogna no basta, sentì cossa che ve digo da parte de vostro padre, e ste parole lighevele al cuor.
O cambiar vita, o cambiar paese.
O una carica in Venezia, se farè a modo de chi ve vol ben, o un capotto da mariner, se farè el bell'umor.
LUC.
A me un capotto da marinaro?
MOM.
Sior sì, a vu.
Xe stà mandà su la nave dei musi meggio del vostro, co no i ha volesto far ben.
Vostro padre xe risoluto, e mi me impegno de darghe man.
LUC.
Che dite voi, Smeraldina?
SMER.
A mi me domandè? cossa ghe pensio dei fatti vostri? (Adesso me preme Momolo, fina che el me mette in stato de vadagnar).
(da sé)
LUC.
Capisco che l'interesse vi fa parlare così, e se in voi prevale l'interesse all'amore, penso anch'io a' casi miei, e stabilisco di non precipitarmi per cagion vostra.
Signor Momolo, vi prego, accomodatela voi con mio padre; farò tutto quello ch'egli vorrà.
MOM.
Andè là; aspetteme al caffè, che vegno.
Ve menerò mi da vostro sior padre, e la giusteremo.
LUC.
Addio, Smeraldina.
SMER.
Bon viazo.
LUC.
(Che crudeltà! Era pur pazzo io a coltivarla).
(da sé)
SMER.
(Me despiase; ma bisogna dissimular).
(da sé)
LUC.
Se ci vengo più, mi si scavezzi l'osso del collo.
(parte)
SCENA NONA
MOMOLO e SMERALDINA
SMER.
Bravo; avè fatto ben.
(a Momolo) (Za gh'ho speranza che el torna).
(da sé)
MOM.
Vedeu se so far? Ho visto che Lucindo ve vegniva a insolentar, che no lo podè veder, che ve preme el vostro Momolo, e ho trovà la maniera de cazzarlo via.
(Ti te inganni, se ti credi che no te cognossa.) (da sé)
SMER.
Sto ballarin l'aveu gnancora trovà?
MOM.
Ho parlà con diversi, ma tutti m'ha dito che butterè via el tempo, che spenderemo dei bezzi e no faremo gnente.
SMER.
Per cossa?
MOM.
Perché per prencipiar a imparar a ballar, ghe vol zoventù, e vu gh'averè i ossi duri.
SMER.
Vardè che sesti! Songio qualche vecchia? no gh'ho gnancora disdott'anni.
MOM.
Colla fodra.
SMER.
De botto me fe vegnir suso el mio mal.
MOM.
No, cara colonna, no ve instizzè, che vegnirè verde.
SMER.
Se no imparo a ballar, cossa donca voleu che fazza? Imparerò a cantar.
MOM.
Pezo; a ora che abbiè imparà, vegnì in età de desmetter.
SMER.
Ma cossa faroggio donca?
MOM.
La lavandera.
SMER.
Adesso vedo el ben che me volè.
Cussì se burla le putte?
MOM.
Povera innocentina!
SMER.
Per causa vostra ho lassà andar tante bone occasion.
MOM.
Me despiase dasseno, ma no posso pianzer.
SMER.
Co vegnì per burlar, andè via de sta casa, e no ghe stè più a vegnir.
MOM.
Sì, fia, anderò.
No ve scaldè el sangue.
SMER.
Tante promesse che m'avè fatto, e cussì me ingannè?
MOM.
Me par fin adesso d'aver fatto el mio debito, da galantomo.
SMER.
Eh, caro sior Momolo, credeu che no cognossa da cossa vien sta muanza? semo larghi de bocca, e stretti de borsa.
Ma no poderè dir, che in casa mia v'abbiè rovinà.
MOM.
Mi no digo sta cossa.
SMER.
Cossa aveu speso da mi? delle freddure che me vergogno.
Dov'ele ste ricchezze che m'avè promesso?
MOM.
Ho fatto quel che ho podesto, e se avessi avù giudizio,
...
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