L'UOMO DI MONDO, di Carlo Goldoni - pagina 7
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Ghe batterè una man su la spalla, e lu con un salto l'anderà dall'altra banda.
Vu ghe correrè drio: lu el scamperà, e vu anderè in collera.
Quando che vu sarè in collera, a lu ghe vegnirà voggia de far pase; el ve pregherà, vu lo scazzerè; scamperè via, e lu ve correrà drio.
El se inzenocchierà, farè pase: vu, menando i penini, l'inviderè a ballar; anca elo, menando i pie, el dirà ballemo, e tirandove indrio, allegramente scomenzerè el padedù.
La prima parte allegra, la segonda grave, la terza una giga.
Procurerè de cazzarghe dentro sie o sette delle meggio arie da ballo che s'abbia sentio; farè tutti i passi che savè far, e che sia el padedù o da paesana, o da zardiniera, o da granatiera, o da statua, i passi sarà sempre i medesimi, le azion sarà sempre le istesse: correrse drio, scampar, pianzer, andar in collera, far pase, zirar i brazzi sora la testa, saltar in tempo e fora de tempo, menar i brazzi e le gambe e la testa e la vita e le spalle, e sora tutto rider sempre col popolo, e storzer un pochetto el collo co se passa arente i lumini, e far delle belle smorfie all'udienza, e una bella riverenza in ultima, e imparar ben tutte ste cosse a memoria, e farle con spirito e con franchezza; i cria brava, i sbatte le man, e dopo el primo anno, prima figura, dusento doppie, e i sonetti coi colombini.
SMER.
Sior Momolo, basta cussì, ho inteso tutto; m'impegno che vederè se la vostra lezion la farò pulito.
In verità dasseno, me par de esser ballarina a st'ora; andarave stassera in teatro.
MOM.
Vedeu? Sto coraggio, sta prontezza, sto ardir xe quello che fa più de tutto.
Cossa importa se no se sa gnanca el nome dei passi? Spirito ghe vol e bona grazia, e se se falla, tirar de longo.
Intanto, per un principio de bon augurio, tolè sto aneletto, che ve lo dono.
SMER.
Oh co bello! grazie, sior Momoletto.
SCENA TREDICESIMA
TRUFFALDINO con un uomo che porta varii vestiti, e detti
TRUFF.
Lustrissimo sior protettor, giusto de ela cercava.
MOM.
Son qua, monsù Truffaldin.
TRUFF.
Songio monsù?
MOM.
No se salo? Al fradello de madama Smeraldina se gh'ha da dir monsù Truffaldin.
TRUFF.
Vardè mo qua sto galantomo.
SMER.
Chi xelo quell'omo?
TRUFF.
Ho fatto portar dei abiti da vestirme da monsù.
SMER.
E chi pagherà?
TRUFF.
El protettor.
MOM.
El gh'ha rason.
Chi protegge una vertuosa, xe in obbligo de vestir tutta la fameggia.
TRUFF.
Proveme un abito da monsù.
Ma aspettè che me vaga a lavar le man, che sarà un anno che no me le ho lavade.
(vuol andare dov'è Lucindo)
SMER.
Eh n'importa, caro vu; ve le laverè.
TRUFF.
Eh, che so la creanza.
(come sopra)
SMER.
Sior no...
TRUFF.
Siora sì.
(va nella stanza suddetta)
SMER.
(Oh poveretta mi!) (da sé)
MOM.
Coss'è, siora, che vegnì verde? Gh'aveu qualche contrabando là drento?
SMER.
Me maraveggio dei fatti vostri.
Cossa songio? Una poco de bon?
TRUFF.
La favorissa, patron.
(uscendo dalla stanza suddetta, parla con Lucindo)
SMER.
Con chi parleu? (a Truffaldino)
TRUFF.
La resta servida.
No la staga là drento solo; la vegna coi altri in conversazion.
MOM.
Come! Sior Lucindo? A mi sto tradimento?
LUC.
(Esce timoroso, e saluta Momolo)
SMER.
Qua, sior Lucindo? Sconto in casa mia, senza che mi sappia gnente? Che baronada xe questa? Farme comparir in fazza de sto galantomo per una busiara? Andè via subito de sta casa, e no abbiè ardir de vegnirghe mai più.
Animo, digo; con chi parlio? O andè via, o che ve butto zo della scala.
(lo spinge via, e spingendo gli dice piano): (Va via, caro, e torna stassera).
TRUFF.
Animo, fora de sta casa onorata.
LUC.
(Senza parlare saluta, e se ne va)
MOM.
(Me la vorli pettar?) (da sé)
SMER.
Sior Momolo, no credo mai che pensè...
che mi sappia...
Proprio sento che me vien da pianzer.
(piange)
MOM.
Brava, adesso digo che deventerè una ballarina perfetta.
Capisso tutto; so benissimo che savevi che l'amigo ghe giera, ma la maniera co la qual l'avè mandà via, me fa cognosser che de mi gh'avè, se non amor, almanco un poco de suggizion.
Questo xe quel che me basta; da vu altre no se pol sperar gnente de più, e un cortesan de la mia sorte cognosse fin dove el se pol comprometter.
Dipenderà da vu el più e el manco che m'averò da impegnar a farve del ben.
Regoleve in causa.
Stassera ve manderò el ballarin.
TRUFF.
L'abito, lustrissimo sior protettor.
MOM.
Deghe un abito da spender tre o quattro zecchini, e po vegnì da mi, che ve pagherò.
(all'uomo ecc.)
TRUFF.
Vegnì via, vegnì a servir el fradello della ballarina.
(all'uomo, e parte con esso lui)
SMER.
Andeu via?
MOM.
Vago via.
SMER.
Tornereu?
MOM.
Tornerò.
SMER.
Me voleu ben?
MOM.
Eh, galiotta, te cognosso.
(parte)
SMER.
El dise che el me cognosse, ma nol xe a segno gnancora.
Poveretto! nu altre donne ghe ne savemo una carta de più del diavolo.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Camera nella locanda
BEATRICE, SILVIO, ELEONORA, il DOTTORE
SILV.
Consorte, ecco qui il signor Dottore colla sua signora figliuola, che hanno voluto prendersi l'incomodo di favorirvi.
BEAT.
Questo è un onore che io non merito.
ELEON.
Riconosco per mia fortuna il vantaggio di conoscere una persona di tanto merito.
DOTT.
Siamo qui ad esibire all'uno e all'altra la nostra umilissima servitù.
BEAT.
Troppa bontà, troppa gentilezza.
Favoriscano di accomodarsi.
DOTT.
Non vogliamo recarvi incomodo.
BEAT.
Un momento almeno per cortesia.
(tutti siedono)
ELEON.
Mi fa sperare mio padre che la signora verrà a stare con noi.
BEAT.
Sarebbe troppo grande il disturbo.
DOTT.
Senz'altro, ci hanno da favorire.
SILV.
Così è, signora Beatrice, egli mi ha obbligato ad accettar le sue grazie.
BEAT.
È una fortuna ben grande ch'io possa godere una sì amabile compagnia.
(verso Eleonora)
ELEON.
Averete occasione di compatirmi.
DOTT.
Voleva io che favorissero a pranzo, ma dice il signor Silvio che hanno gente a desinar con loro.
BEAT.
Sì, certo.
Aspettiamo un signore.
ELEON.
Non potrebbe venir con loro?
DOTT.
È forastiere quegli che aspettano?
SILV.
Non signore, è veneziano.
ELEON.
Tanto meglio.
BEAT.
Eccolo per l'appunto.
SCENA QUINDICESIMA
MOMOLO e detti
MOM.
Animo, putti.
Mettè su i risi.
(entrando parla verso la scena)
ELEON.
(Cieli! qui Momolo?) (da sé)
MOM.
Patroni.
Le compatissa...
Cossa vedio? Sior Dottor? Siora Leonora?
BEAT.
Li conoscete dunque.
MOM.
Se li cognosso? e come! Sior Dottor xe el più caro amigo che gh'abbia, e siora Leonora xe una patrona che venero e che rispetto.
(con tenerezza)
ELEON.
Il signor Momolo si prende spasso di me.
BEAT.
(Alle parole e ai gesti parmi che fra di loro vi sieno degli amoretti.
Mi dispiace un simile incontro).
(da sé)
SILV.
Ho piacere che siensi ritrovate insieme da noi persone che si conoscono e sono in buona amicizia.
Il signor Dottore e la signora Eleonora possono favorire di restar a pranzo con noi.
Che dice il signor Momolo?
MOM.
Magari! Son contentissimo.
Adesso subito, con so licenza.
(vuol partire)
BEAT.
Dove andate, signore?
MOM.
La vede ben, un disnaretto parecchià per tre, no pol bastar per cinque.
Vederemo de repiegar.
ELEON.
(Il signor Momolo, a quel ch'io sento, è il provveditore).
(da sé)
SILV.
Non vi prendete pena per questo.
Parlerò io con il locandiere.
DOTT.
Facciamo così, signori.
Il pranzo da noi sarà bello e lesto.
La casa nostra è pochi passi lontana.
Andiamo tutti a mangiare quel poco che ci darà la nostra cucina.
SILV.
Che dice il signor Momolo?
MOM.
Cossa dise siora Leonora?
ELEON.
Io non c'entro, signore.
(sostenuta)
DOTT.
Via, risolviamo, che l'ora è tarda.
BEAT.
Dispensateci, signore, per questa mattina.
(Capisco che questa giovane è innamorata).
(da sé)
ELEON.
(La mia compagnia le dà soggezione).
(da sé)
DOTT.
Signor Silvio, vedete voi di persuaderla.
SILV.
Via, non ricusiamo le grazie di questo signore, giacché il signor Momolo viene con esso noi.
ELEON.
(Anche al marito preme la compagnia che non dispiace alla moglie).
(da sé)
BEAT.
Ora non ho volontà di vestirmi.
DOTT.
Se stiamo qui dirimpetto!
SILV.
Possiamo andare come ci ritroviamo.
BEAT.
Conviene unire le robe nostre.
DOTT.
Si chiude la stanza, e si portan via le chiavi.
ELEON.
(Ci viene mal volentieri; lo conosco).
(da sé)
MOM.
Via, siora Beatrice, da brava.
Andemo in casa de sior Dottor, che staremo meggio.
Cossa disela, siora Leonora?
ELEON.
Siete curioso davvero.
Se dipendesse da me!...
MOM.
Se dipendesse da ela, son certo che la dirave: andemo.
BEAT.
All'incontrario; io credo ch'ella anderebbe senza di noi.
ELEON.
Perché credete questo, signora?
BEAT.
Perché mi pare che la nostra compagnia non abbia la fortuna di soddisfarvi.
ELEON.
Dite piuttosto che a voi piace meglio la picciola conversazione.
SILV.
Orsù, se la cosa si mette in cerimonia o in puntiglio, la conversazione è finita.
Signor Dottore, accettiamo le vostre cortesi esibizioni.
Consorte, senz'altre repliche, andiamo.
DOTT.
Bravo, così mi piace.
BEAT.
(Prevedo qualche sconcerto).
(da sé)
MOM.
(Son un pochetto intrigà, ma me caverò fora).
(da sé)
SILV.
Permetta la signora Eleonora che io abbia l'onor di servirla.
(le offre la mano)
ELEON.
Riceverò le sue grazie.
Via, signor Momolo, serva la signora Beatrice.
MOM.
Vorla ela, sior Dottor?
DOTT.
Oh, io non sono al caso.
Tocca a voi.
BEAT.
La strada è breve; non ho bisogno che nessuno per me s'incomodi.
(parte)
ELEON.
(Che affettazione! Tanto peggio mi fan pensare).
(parte con Silvio)
DOTT.
Via, non lasciate andar sola quella signora.
(a Momolo)
MOM.
Se no la vol...
(Stago fresco da galantomo).
(da sé, indi parte)
DOTT.
Parmi ch'egli abbia un poco di soggezione per Eleonora.
Se fosse vero! chi sa? (parte)
SCENA SEDICESIMA
Strada colla casa del Dottore e colla locanda
OTTAVIO, BECCAFERRO, TAGLIACARNE
OTT.
Amici, il signor Momolo è colà dentro in quella locanda.
Aspettate ch'egli esca, e quando è escito, bastonatelo bene.
Sarò poco lontano, e tosto che averete fatto il vostro dovere, ecco i quattro zecchini; sono qui preparati per voi.
Vien gente: mi ritiro per non esser veduto.
(parte)
BECCAF.
Mi dispiace aver che fare con Momolo.
TAGLIAC.
Anch'io ne ho dispiacere, ma due zecchini per uno...
BECCAF.
Ritiriamoci; stiamo a vedere.
TAGLIAC.
Conviene operar con giudizio.
(si ritirano)
SCENA DICIASSETTESIMA
SILVIO dando braccio ad ELEONORA.
MOMOLO dando braccio a BEATRICE.
Il DOTTORE
DOTT.
La porta è aperta, favoriscano di passare.
SILV.
Andiamo dunque.
ELEON.
Passi prima la signora Beatrice.
MOM.
Se sior Dottor me permette, gh'ho una bottiglia de vin de Cipro vecchio da quattr'anni; voria che se la bevessimo sta mattina.
DOTT.
Bene; la beveremo.
MOM.
Se la me dà licenza, la vago a tior.
(a Beatrice)
BEAT.
Oh sì, signore, andate.
Già ve l'ho detto, so andar da me; non ho bisogno di braccio.
(con un poco di sprezzatura, ed entra)
ELEON.
(Le belle caricature!) (da sé, ed entra con Silvio)
DOTT.
Fate presto.
Non vi fate aspettare.
(a Momolo, ed entra)
MOM.
Vegno subito.
SCENA DICIOTTESIMA
MOMOLO, BECCAFERRO, TAGLIACARNE
MOM.
Mi no me par de esser inamorà de siora Leonora, e pur la me dà un pochetto de suggizion.
Cossa mo vuol dir? Mi no saverave...
(Tagliacarne e Beccaferro vanno girando e cercando di prenderlo in mezzo)
MOM.
Chi xe sti musi proibiti? Cossa zireli da ste bande? (I suddetti, vedendosi guardare da Momolo, si mettono in qualche soggezione e parlano fra di loro)
MOM.
(Ho capio.
No credo de inganarme.
Costori xe qua per mi.
O che i vol cavarme qualcossa, o che i me vol far qualche affronto.
Li ho visti stamattina a parlar co sior Ottavio.
Chi sa che sto sior no i abbia messi all'ordene per saludarme? Gnente paura.
A mi).
(da sé) Galantomeni, favorì, vegnì avanti, ve bisogna gnente? Voleu bezzi? Voleu roba? Gh'aveu bisogno de protezion? Basta che averzì la bocca, sarè servidi.
Momolo xe cortesan, amigo dei amici; fazzo volentiera servizio a tutti, e in t'una occasion, son pronto a tutto.
Comandè, fradei, comandè.
BECCAF.
Niente, signore, siamo qui passeggiando...
TAGLIAC.
(Per dire il vero, un galantuomo della sua sorte non merita quest'affronto).
(piano a Beccaferro)
MOM.
Vegnì qua, tolè una presa de tabacco.
BECCAF.
Obbligato.
(prende tabacco)
TAGLIAC.
Favorisce? (gli chiede tabacco)
MOM.
Patron anca della scatola, se volè.
Disè, amici, aveu disnà?
BECCAF.
Non ancora.
TAGLIAC.
Le cose vanno male.
Si mangia poco.
MOM.
Amici, me faressi un servizio?
TAGLIAC.
Comandate.
MOM.
Stamattina ho ordenà qua alla locanda de missier Brighella un disnaretto per mi e per do forestieri.
L'occasion ha portà, che andemo tutti a disnar qua a casa del sior Dottor.
Brighella bisogna che lo paga, e me despiase che quella roba nissun no la gode.
Me faressi el servizio de andar vualtri do da parte mia a magnar quei quattro risi, quel per de foleghe e quelle altre bagatelle, che xe parecchiae?
TAGLIAC.
Perché no, quando si tratta di far piacere?
BECCAF.
Basta che vossignoria avvisi Brighella.
MOM.
Vago a tor una bottiglia che ho lassà alla locanda, e co sta occasion ghe lo digo, e godevela in bona pase.
(vuol partire, poi torna indietro)
TAGLIAC.
Come si può bastonare un galantuomo di questa sorte? (a Beccaferro)
BECCAF.
Mi dispiace per i due zecchini.
(a Tagliacarne)
MOM.
Avanti de avisar Brighella, vorave pregarve d'un altro servizio.
Co mi no avè d'aver suggizion.
Son omo del mondo, e so come che la va.
Diseme, da quei galantomeni che sè, da boni amici e fradelli, diseme se aspettè nissun, se sè qua per mi, se ve xe stà dà nissun ordene de recamarme le spalle.
Ve prometto, da cortesan onorato, de no parlar co nissun: e el vostro disnar, tanto e tanto, xe parecchià.
Anzi sentì se ve parlo da amigo e da galantomo.
Se qualchedun v'ha promesso quattro, sie, otto zecchini, son qua mi: no vôi che perdè un bagattin.
BECCAF.
Siamo galantuomini, non vogliamo di più di quello che è giusto.
Ci sono stati promessi quattro zecchini soli.
MOM.
Per reffilarme mi.
TAGLIAC.
Sì signore, ma cogli uomini della vostra sorte non abbiamo cuore di farlo.
MOM.
Anca sì che xe stà sior Ottavio, che v'ha ordenà sto servizio?
TAGLIAC.
Per l'appunto.
MOM.
Sentì, amici: mi ve darò sie zecchini se bastonè sior Ottavio, e el vostro disnar.
BECCAF.
No, sei zecchini non li vogliamo; ci bastano i quattro.
TAGLIAC.
Sì, siete un galantuomo, e non vi vogliamo far pagare di più d'un altro.
MOM.
Anemo donca; vago a dar ordene per vu e po savè chi son.
Vegnime a trovar, e ve dago i vostri quattro zecchini.
(Se la me va fatta, la bissa beccherà el zaratan).
(da sé, ed entra nella locanda)
SCENA DICIANNOVESIMA
BECCAFERRO, TAGLIACARNE, poi OTTAVIO
BECCAF.
Questi è un uomo che merita essere servito.
TAGLIAC.
Meglio è pigliare quattro zecchini da lui, che dieci da un altro.
BECCAF.
Ma poi, amico, bisognerà che ce ne andiamo, perché in questo paese chi ne fa una di queste, non ne fa due.
TAGLIAC.
Sì, ce ne andremo subito.
Quattro zecchini pagheranno il viaggio.
BECCAF.
Dove troveremo il signor Ottavio?
TAGLIAC.
Dovrebbe essere poco lontano, secondo ch'egli ci ha detto.
BECCAF.
Proviamo un poco, s'egli ci sentisse.
Eh, ehm.
TAGLIAC.
(Fischia)
BECCAF.
Signor Ottavio, signor Ottavio.
(da più parti, sotto voce)
OTT.
E bene, cosa volete?
TAGLIAC.
Abbiamo bisogno di vossignoria.
OTT.
Non avete fatto ancora?
BECCAF.
Senza di lei non si può far niente.
OTT.
Non è stato qui Momolo? L'ho pur sentito alla voce.
TAGLIAC.
C'è stato.
OTT.
Perché non avete fatto l'obbligo vostro?
TAGLIAC.
Lo faremo or ora.
OTT.
Tornerà Momolo?
TAGLIAC.
Tornerà.
OTT.
Animo dunque, io mi ritiro.
BECCAF.
Se vossignoria si ritira, non faremo niente.
OTT.
Io non ci voglio essere.
TAGLIAC.
Anzi ci ha da essere.
(lo bastonano)
OTT.
Ahi, traditori, aiuto! (i due bravacci partono)
SCENA VENTESIMA
MOMOLO ed OTTAVIO
MOM.
Coss'è, coss'è stà?
OTT.
Sono assassinato.
MOM.
Gnente, sior Ottavio.
Per adesso feme la ricevuta a conto.
Un'altra volta ve darò el vostro resto.
(entra in casa del Dottore)
OTT.
Oh, mi sta bene! Ecco quel che succede a chi vuol usare soverchieria.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera in casa del Dottore
ELEONORA e BEATRICE
BEAT.
Appunto, signora Eleonora, desideravo che terminasse la tavola per parlarvi da solo a solo.
Permettetemi che io vi dica aver conosciuto benissimo, che avete dell'inclinazione per il signor Momolo...
ELEON.
Sono una fanciulla...
BEAT.
Egli è vero, e non siete per questo da essere rimproverata, né sopra di ciò intendo io di discorrere.
Quel che ho voglia di dirvi, risguarda soltanto la mia persona...
ELEON.
Voi siete finalmente...
BEAT.
Permettetemi ch'io finisca il mio ragionamento.
Sono una donna d'onore, signora mia, e le parole vostre e i vostri delicati motteggi mi fanno dubitare che sospettiate di me.
Stimo il signor Momolo, gli sono obbligata per qualche piacere ch'egli ha fatto a mio marito, ma non sono capace...
ELEON.
Non vi è bisogno...
BEAT.
Sì, signora.
Vi è bisogno che voi sappiate che io non sono capace di certi amori sospetti, e che temendo di disgustarvi, siate certa che il signor Momolo non lo tratterò più, fino ch'io resti in Venezia.
ELEON.
Non mi crediate così indiscreta...
BEAT.
So il mio dovere in questo...
ELEON.
Volete parlar voi sola?
BEAT.
Compatitemi.
Si tratta dell'onor mio.
ELEON.
Vi confesso ch'io l'amo; confesserò ben anche che ho avuto di voi qualche picciola gelosia, fondata unicamente sul vostro merito; ma vi son altre che mi fan sospirare, e che non hanno né il vostro carattere, né la vostra virtù.
Pure mi lusingo di vincerlo colla sofferenza.
BEAT.
Certamente coi giovani di quell'età e di quello spirito non si può sperar di vincere diversamente.
ELEON.
Eccolo alla volta nostra.
BEAT.
A rivederci, amica.
ELEON.
Restate...
BEAT.
No, certo.
So le mie convenienze.
(parte)
SCENA SECONDA
ELEONORA, poi MOMOLO
ELEON.
Parmi vedere in lui un certo rispetto verso di me, che un giorno potrebbe anche cangiarsi in amore.
MOM.
Siora Leonora, la prego de compatirme.
L'averà ben capio dal carattere de quella signora, se mi gh'ho nissuna cattiva intenzion.
ELEON.
Son persuasa di questo.
E credo che siate tanto indifferente con lei, quanto lo siete con me.
MOM.
No, patrona, ghe xe qualche differenza, e gnanca tanto pochetta.
ELEON.
Chi sta peggio da lei a me?
MOM.
No so gnente.
So che co ve vedo, me sento un certo bisegamento in tel cuor, che in mi xe qualcossa de straordinario.
ELEON.
Permettetemi che io mi faccia interprete del vostro cuore.
Un'occulta simpatia lo fa inclinare forse alla mia persona, e voi, nemico del vostro medesimo cuore, volete opporvi alle sue inclinazioni.
MOM.
Ve dirò, siora Leonora; no me oppono all'inclinazion del cuor, ma ve digo ben che, per ascoltarlo, no voggio perder la libertà.
ELEON.
Dunque per me non vi è speranza veruna.
MOM.
(No la voria desgustar).
(da sé) Chi sa? Pol darse, col tempo, che me mua de opinion.
ELEON.
Bramo una consolazione da voi, senza che perdiate la libertà.
MOM.
Comandème.
ELEON.
Se chiedo, temo che mi neghiate il favore.
MOM.
Me fe torto a dubitar.
Fora dell'impegno d'un matrimonio, ve prometto tutto quel che volè.
ELEON.
Voi per ora non vi volete ammogliare.
MOM.
No certo.
ELEON.
Ma non siete determinato di voler vivere sempre così.
MOM.
Certo, che me poderave scambiar.
ELEON.
Promettetemi dunque, che risolvendo di maritarvi, non isposerete altra donna che me.
MOM.
Sì, ve lo prometto.
Ma vu avereu pazienza de aspettar che me vegna sta volontà?
ELEON.
Sì, certo, ve lo prometto, ve lo giuro, vi aspetterò.
MOM.
E se stasse dies'anni?
ELEON.
Per tutto il tempo della mia vita.
È troppo grande l'amore che ho per voi.
La sola speranza basta per consolarmi.
MOM.
Patti chiari.
Con tutto sto impegno mi no vôi suggizion.
No gh'ha da esser pettegolezzi de zelosia.
ELEON.
Mi riporterò sempre alla vostra discrezione.
MOM.
(Questo el xe un amor particolar).
(da sé)
ELEON.
(Spero colla cortesia di obbligarlo).
(da sé)
MOM.
Siora Leonora, a bon reverirla, vago dalla mia ballarina.
ELEON.
Pazienza.
Ricordatevi qualche volta di me.
MOM.
(Se stago troppo, me cusino de fatto).
(da sé) Brava, cussì me piase.
Pol esser che in sta maniera la indivinè.
A revederse.
ELEON.
Addio, caro.
MOM.
Bondì...
(tenero) (Oe, Momolo, forti in gambe).
(da sé, e parte)
ELEON.
È una gran pazienza la mia, dover soffrire la gelosia senza dimostrarla.
Basta, confido nel tempo.
Momolo non ha il cuore di sasso; si piegherà, se non altro, al merito della mia tolleranza.
(parte)
SCENA TERZA
Strada colla casa e colla locanda
LUDRO, poi MOMOLO
LUD.
No ghe vôi andar in casa de sior Dottor.
Xe meggio che l'aspetta qua sior Momolo.
Se vago desuso, e che el diavolo fazza che qualchedun senta sto negozio che ghe voggio far far, i me rebalta a drettura.
El xe avisà, el doverave vegnir.
Zitto, che el xe elo.
MOM.
Seu qua, sior Ludro?
LUD.
Son qua.
Xe da sta mattina in qua, che cammino.
Al dì d'ancuo se stenta a trovar bezzi, specialmente senza pegno.
MOM.
Li aveu trovai?
LUD.
A forza de suori ho trovà i mille ducati.
MOM.
Bravo.
Dove xeli?
LUD.
A pian, che ghe xe da discorrer.
MOM.
Coss'è? Scomenzemio a contar sul trenta?
LUD.
Oibò.
L'amigo che fa el servizio, no xe de quelli che voggia scortegar la pelle ai galantomeni.
El se contenta de un onesto vadagno: nol pretende più del sie per cento; mezzo per cento al mese, a uso de piazza.
MOM.
Benissimo; fin qua no gh'è mal.
LUD.
El negozio bisogna che ve contentè de farlo per tre anni.
MOM.
E se i so bezzi ghe li dago avanti?
LUD.
Degheli co volè, ma el contratto bisogna farlo per tre anni.
MOM.
Femolo per tre anni.
Al sie per cento.
LUD.
Mille ducati al sei per cento importa sessanta ducati all'anno.
Tre fia sessanta, cento e ottanta; el pro de tre anni importa cento e ottanta ducati, e questi bisogna dargheli subito, avanti tratto.
MOM.
E se ghe li dago avanti?
LUD.
No ghe li darè; ma se anca ghe li dessi, co xe pagà, xe pagà.
Donca de mille ducati resta ottocento e vinti; batter cento e diese ducati, che m'avè da dar per la sigurtà del forestier...
MOM.
Questi ve li darò doman, se elo no ve pagherà.
LUD.
Caro sior Momolo, per vu xe l'istesso.
Resta settecento e diese ducati; batter da questi la mia sanseria sul corpo dei mille ducati, al do per cento (che manco no me podè dar), resta siecento e nonanta ducati, e questi ve obbligherè a pagarli in tre rate a dusento e trenta ducati all'anno, e no so che grossi(65).
MOM.
Donca, compare Ludro, questi xe tresento e diese ducati de manco che me vien in scarsela, e ho da pagar el pro de mille; e de più, pagando un terzo all'anno de capital, ho sempre da pagar el pro dell'intiero.
Un bel negozio che me volè far far! Ma pazenzia! per una volta se pol far un sproposito.
Andemo a tor i bezzi, e farò la cambial.
LUD.
(Se lo so, che el gh'ha da cascar).
(da sé) Aspettè; bisogna che ve averta d'un'altra cossa.
Sappiè che l'amigo no gh'ha altro che tresento ducati in bezzi, e el resto el ve lo darà in tanta marcanzia.
MOM.
Semo qua co la solita stoccada.
Che marcanzia xela?
LUD.
Bella e bona, che se saverè far, ghe vadagnerè drento.
MOM.
Via, sentimo che sorte de roba che el me vol dar.
LUD.
Tolè, questa xe la nota dei capi de marcanzia che el gh'ha da darve; e se questa no ve serve, no ghe xe altro.
MOM.
Sentimo: (legge, di quando in quando scuotendosi) Otto lettiere da letto, quattro de ferro e quattro de legno intaggià, co i so pomoli dorai, senza una tara immaginabile, a rason de trenta ducati l'una, val ducati dusento e quaranta.
Una botta de vin guasto da far acquavita, mastelli dodese, a rason de cinque ducati al mastello, val ducati sessanta, e la botta ducati diese.
Caregoni de bulgaro quattro, a diese ducati l'un, ducati quaranta.
Scatole da perucche numero cento, a mezzo ducato l'una, val ducati cinquanta.
Do ferriade da balcon, ducati cinquanta.
Guanti de camozza ducati vinti, e el resto in tanti corni de buffalo a peso, in rason de sie ducati la lira.
Ah, tocco de fio e de fionazzo, questi xe contratti da proponer a un galantomo della mia sorte? Tiolè, sior poco de bon, e diseghe a quel furbazzo, vostro compagno, che ha fatto sta nota, che no son desperà, e che gh'ho ancora diese ducati da farghe scavezzar i brazzi a elo e anca a vu.
LUD.
Mi me sfadigo per farve servizio, e vu cussì me trattè?
MOM.
Andè via de qua, che adessadesso me scaldo, e se la me monta, ve ne arecorderè per un pezzo.
LUD.
Deme i mi trenta zecchini.
MOM.
Ve li darò quando che vorrò, sior baro da carte.
LUD.
Son un galantomo; e no se tratta cussì.
MOM.
No zigar, che te dago un pie in te la panza.
LUD.
E se no me darè i mi bezzi...
(forte)
MOM.
Via, sior furbazzo.
(gli vuol dare)
SCENA QUARTA
Il DOTTORE di casa e detti
DOTT.
Che cosa c'è? Signor Momolo, con chi l'avete?
MOM.
La gh'ho con quel poco de bon.
DOTT.
Che cosa vi ha egli fatto?
MOM.
Gnente, gnente.
LUD.
Adessadesso ve svergogno in fazza de tutto el mondo.
MOM.
Mi no fazzo cosse che m'abbia da far vergognar.
Sior sì, son in caso d'aver bisogno de mille ducati; ghe l'ho ditto a costù, el me li ha trovai con un stocco de sta natura, che de mille ducati ghe ne aveva a pena tresento.
Un omo d'onor ste cosse nol le pol sopportar.
DOTT.
Meriterebbero la galera questi sicari della povera gioventù.
LUD.
Basta, arecordeve i mi trenta zecchini.
MOM.
Son galantomo, doman ve li farò aver forsi a casa; ma andè via subito.
LUD.
Benissimo; tornè da mi, che ve servirò pulito.
MOM.
No ve indubitè, che no ghe torno più, compare.
LUD.
(Za sta roba che Momolo no ha volesto, troverò qualcun altro che la torrà.
Dei desperai ghe n'è sempre).
(da sé, e parte)
SCENA QUINTA
MOMOLO ed il DOTTORE
MOM.
Cossa diseu, che razza de zente che se trova a sto mondo?
DOTT.
Guai a quelli che han bisogno di loro.
MOM.
Veramente xe un poco de vergogna che mi me trova in sto caso, ma, grazie al cielo, gh'ho tanto al mondo, che con un anno solo de regola posso remetterme facilmente; e sta insolenza de Ludro prencipia a illuminarme, e farme toccar con man a cossa se se reduse colla mala regola, e col no pensar ai so interessi.
DOTT.
Quantunque, per dir il vero, vi piaccia un po' troppo l'allegria, si sente dalle vostre parole che avete buon fondo, e solo che vogliate farlo, si può vedere da voi una ragionevole mutazione.
Per l'avvenire consigliatevi colla vostra prudenza, ma intanto, se le vostre urgenze vi obbligano a rimediare a qualche impegno, a qualche disordine, signor Momolo, fra gli amici non ci vogliono cerimonie: mille ducati li ho, grazie al cielo, e sono a vostra disposizione.
MOM.
Son confuso per tanta bontà che gh'avè per mi.
Se sarò in bisogno, me prevalerò delle vostre grazie.
DOTT.
Non occorre vergognarsi cogli amici.
Ecco qui una borsa con cento zecchini, e il resto dei mille ducati sono pronti, sempre che li vogliate.
MOM.
Per farve veder che fazzo capital delle vostre grazie, torrò trenta zecchini in prestio, per pagar una piezaria.
Gh'ho qualche debito, ma i me crede, e pagherò quanto prima, e senza aggravarme de più, me regolerò in te le spese.
DOTT.
Eccovi trenta zecchini e più, se volete.
MOM.
Andemo, che ve farò la ricevuta.
DOTT.
Mi maraviglio; coi giovani della vostra sorte non vi è bisogno di ricevuta.
MOM.
Sempre più me trovo obbligà e confuso.
Credeme, sior Dottor, che pensando ai mi desordeni me vien malinconia.
DOTT.
Eh, caro amico, io ho motivo di rattristarmi da vero.
MOM.
Per cossa?
DOTT.
Per causa di mio figliuolo.
MOM.
Coss'alo fatto sior Lucindo?
DOTT.
Avete osservato, che oggi non è nemmeno venuto a pranzo?
MOM.
Xe vero.
Cossa vol dir?
DOTT.
Ho scoperto ch'egli ha la pratica di una ragazza, che dicesi voglia fare la ballerina.
MOM.
Pur troppo xe vero.
Mi no gh'aveva coraggio de dirvelo; ma ghe l'ho visto in casa più di una volta.
DOTT.
Ci andate voi da colei?
MOM.
Sior sì, ghe vago qualche volta.
DOTT.
Per amor del cielo, vi supplico, vedete di far in modo che mio figliuolo non ci vada, che non si precipiti.
MOM.
Lassè far a mi, ve prometto che nol gh'anderà.
DOTT.
Ma non vorrei, per allontanar Lucindo, che v'impegnaste voi con la donna.
MOM.
No, no; son anzi in caso de disimpegnarme.
DOTT.
Caro signor Momolo, abbiate a cuore la vostra riputazione.
MOM.
Con un poco di tempo le cosse anderà pulito.
DOTT.
Pensate a maritarvi.
MOM.
Ghe penserò, chi sa che no me rissolva?
DOTT.
Ma prima, ehi, in confidenza, pensate a cambiar vita.
MOM.
Certo che bisognerà...
DOTT.
Vi raccomando l'affare di mio figliuolo.
(parte)
MOM.
Nol xe stà a disnar a casa; pol esser benissimo che el sia dall'amiga, e che la cara siora Smeraldina scomenza a far el mestier della ballarina colle scondariole.
Vôi andar subito, e se lo trovo...
Gran obbligazion che gh'ho co sto sior Dottor! A bon conto pagherò sta piezaria, per no far dir de mi da quel desgrazià.
Un cortesan onorato xe stimà da tutti; e anca in miseria, co no s'intacca la pontualità, se pol dir a tutti l'anemo soo, e no xe mai perso tutto, co resta el capital dell'onor.
(parte)
SCENA SESTA
Camera di Smeraldina, con tavola apparecchiata per mangiare e lumi
SMERALDINA e LUCINDO
SMER.
Stemo un poco in allegria tra de nu.
Magnemo un bocconcin in pase; za sior Momolo de sera no vien.
LUC.
Non vorrei che capitasse quel diavolo di vostro fratello.
SMER.
Se el vegnirà, lo sentiremo.
Lassè far a mi, che lo farò taser.
Via sentève, e magnemo.
(siedono)
LUC.
Che dirà vostro fratello, se ci vede mangiare?
SMER.
Cossa porlo dir? Magnemio gnente del soo?
LUC.
Se sa che voi mi avete dato l'anello da impegnare, povero me!
SMER.
Vardè che casi! l'anello xe mio, el me xe stà donà, posso far quel che voggio.
LUC.
Chi ve l'ha dato? Il signor Momolo?
SMER.
Sì ben, Momolo me l'ha dà.
LUC.
Un giorno spero che anch'io sarò in caso di regalarvi.
SMER.
Me basta che me voggiè ben.
LUC.
Mi dispiace in verità; ho rossore a pensare che, in vece di donarvi qualche cosa del mio, abbia dovuto, per fare una piccola cena, impegnare un vostro anelletto.
SMER.
Mo via, fenila; no parlè de ste cosse, ve darave altro che un anello.
Se vadagnerò, sarè paron de tutto.
LUC.
Le cose mie non anderanno sempre così.
SMER.
Sentì sto potacchietto che ho fatto co le mie man.
LUC.
Buono da vero.
Tutto quello che fate voi, è squisito.
SMER.
Disè, Lucindo, me sposereu?
LUC.
Non passa un anno, che voi siete mia moglie.
SCENA SETTIMA
TRUFFALDINO e detti
TRUFF.
Patroni, bon pro ghe fazza.
LUC.
L'ho detto.
SMER.
Chi v'ha averto la porta?
TRUFF.
L'ho averta mi.
SMER.
Senza chiave? Come aveu fatto?
TRUFF.
Ho cazzà la spada in te la sfesa della porta.
Ho alzà el saltarello(66) e ho averto, patrona.
SMER.
Caspita, donca bisogna che fazza giustar la porta.
Me arecordo che una volta anca sior Momolo ha averto cussì.
Voggio dar el caenazzo.
TRUFF.
La diga, cara madama, chi gh'ha insegnà la maniera de trattar?
SMER.
E cussì? cossa diressi? Sior Lucindo ha portà una cenetta, e se la magnemo.
LUC.
Compatite se mi sono presa una tal libertà.
TRUFF.
No me lamento che abbiè portà la cena; me maraveggio che se magna senza de mi.
SMER.
Via, sentève, e magnè anca vu.
LUC.
Caro amico, non vi prendete collera.
TRUFF.
Co vegnirè co ste bone maniere, no dirò gnente.
Sè patron de casa a tutte le ore.
Animo, che se magna, che se beva, e che se staga allegramente.
SMER.
Mio fradello po, el xe de bon cuor.
TRUFF.
Co se tratta de ste cosse, ghe stago.
(si mette a mangiare)
SCENA OTTAVA
MOMOLO e detti
MOM.
Bravi, pulito, me ne consolo.
LUC.
Povero me! (si alza)
SMER.
(Si alza, subito che lo vede) Vedeu, sior Momolo, le belle bravure de mio fradello? Nol vol in casa sior Lucindo; e po, per una strazza de cena, el lo fa vegnir a mio marzo despetto.
Gh'ho una rabbia maledetta.
Vedeu, siori, per causa vostra sior Momolo crederà che sia una finta, una busiara; credeme, sior, da putta da ben, mi no ghe n'ho colpa.
(a Momolo)
MOM.
Sì, fia mia, ve lo credo.
So che sè una putta schietta e sincera.
Vardè che baronade! Poverazza! Far vegnir la zente, che ghe despiase co fa el zucchero ai golosi.
Lassemo andar sti descorsi che no conclude; sior Lucindo, v'ho da parlar.
LUC.
Caro signor Momolo, vi prego di compatirmi.
MOM.
Per mi ve compatisso e stracompatisso.
Son omo de sto mondo anca mi, e so cossa che pol sta sorte de musi su la povera zoventù.
SMER.
Coss'è, sior? cossa voressi dir?
MOM.
Gnente.
Lasseme parlar.
TRUFF.
Patroni reveriti; sento che i gh'ha dei interessi da discorrer.
Lori i dà incomodo a mi, mi posso dar incomodo a lori; onde, acciò che tutti gh'abbia la so libertà, togo suso ste bagatelle, e vado a devertirme in cusina.
(prende la roba da mangiare, e parte)
MOM.
Bravo, monsù Truffaldin.
Sior Lucindo caro, son qua per vu; son vegnù per cercarve vu; ho trovà la porta averta, e son vegnù avanti.
SMER.
L'averè averta col cortelo, come che avè fatto dell'altre volte.
MOM.
No so gnente.
Aveva da vegnir, e son vegnù.
LUC.
Vi torno a dire, compatitemi...
MOM.
Sappiè, putto caro, che vostro sior padre xe fora de elo per causa vostra.
Poverazzo! dopo che l'ha fatto tanto per vu, xela questa la recompensa che ghe dà so fio? El padre a sfadigar per l'onor, per el mantenimento della so casa, e el fio a perder el so tempo, a sacrificar la so zoventù cussì malamente? Me dirè che l'ho fatto anca mi; ma mi son solo, no gh'ho padre da obbedir, no gh'ho sorelle da maridar.
No considerè che la vostra mala condotta pol pregiudicar a quella putta che gh'avè in casa, e che sul dubbio che possiè far un sproposito, nissun se azarderà de sposarla? Vergogneve de vu medesimo, e se la vergogna no basta, sentì cossa che ve digo da parte de vostro padre, e ste parole lighevele al cuor.
O cambiar vita, o cambiar paese.
O una carica in Venezia, se farè a modo de chi ve vol ben, o un capotto da mariner, se farè el bell'umor.
LUC.
A me un capotto da marinaro?
MOM.
Sior sì, a vu.
Xe stà mandà su la nave dei musi meggio del vostro, co no i ha volesto far ben.
Vostro padre xe risoluto, e mi me impegno de darghe man.
LUC.
Che dite voi, Smeraldina?
SMER.
A mi me domandè? cossa ghe pensio dei fatti vostri? (Adesso me preme Momolo, fina che el me mette in stato de vadagnar).
(da sé)
LUC.
Capisco che l'interesse vi fa parlare così, e se in voi prevale l'interesse all'amore, penso anch'io a' casi miei, e stabilisco di non precipitarmi per cagion vostra.
Signor Momolo, vi prego, accomodatela voi con mio padre; farò tutto quello ch'egli vorrà.
MOM.
Andè là; aspetteme al caffè, che vegno.
Ve menerò mi da vostro sior padre, e la giusteremo.
LUC.
Addio, Smeraldina.
SMER.
Bon viazo.
LUC.
(Che crudeltà! Era pur pazzo io a coltivarla).
(da sé)
SMER.
(Me despiase; ma bisogna dissimular).
(da sé)
LUC.
Se ci vengo più, mi si scavezzi l'osso del collo.
(parte)
SCENA NONA
MOMOLO e SMERALDINA
SMER.
Bravo; avè fatto ben.
(a Momolo) (Za gh'ho speranza che el torna).
(da sé)
MOM.
Vedeu se so far? Ho visto che Lucindo ve vegniva a insolentar, che no lo podè veder, che ve preme el vostro Momolo, e ho trovà la maniera de cazzarlo via.
(Ti te inganni, se ti credi che no te cognossa.) (da sé)
SMER.
Sto ballarin l'aveu gnancora trovà?
MOM.
Ho parlà con diversi, ma tutti m'ha dito che butterè via el tempo, che spenderemo dei bezzi e no faremo gnente.
SMER.
Per cossa?
MOM.
Perché per prencipiar a imparar a ballar, ghe vol zoventù, e vu gh'averè i ossi duri.
SMER.
Vardè che sesti! Songio qualche vecchia? no gh'ho gnancora disdott'anni.
MOM.
Colla fodra.
SMER.
De botto me fe vegnir suso el mio mal.
MOM.
No, cara colonna, no ve instizzè, che vegnirè verde.
SMER.
Se no imparo a ballar, cossa donca voleu che fazza? Imparerò a cantar.
MOM.
Pezo; a ora che abbiè imparà, vegnì in età de desmetter.
SMER.
Ma cossa faroggio donca?
MOM.
La lavandera.
SMER.
Adesso vedo el ben che me volè.
Cussì se burla le putte?
MOM.
Povera innocentina!
SMER.
Per causa vostra ho lassà andar tante bone occasion.
MOM.
Me despiase dasseno, ma no posso pianzer.
SMER.
Co vegnì per burlar, andè via de sta casa, e no ghe stè più a vegnir.
MOM.
Sì, fia, anderò.
No ve scaldè el sangue.
SMER.
Tante promesse che m'avè fatto, e cussì me ingannè?
MOM.
Me par fin adesso d'aver fatto el mio debito, da galantomo.
SMER.
Eh, caro sior Momolo, credeu che no cognossa da cossa vien sta muanza? semo larghi de bocca, e stretti de borsa.
Ma no poderè dir, che in casa mia v'abbiè rovinà.
MOM.
Mi no digo sta cossa.
SMER.
Cossa aveu speso da mi? delle freddure che me vergogno.
Dov'ele ste ricchezze che m'avè promesso?
MOM.
Ho fatto quel che ho podesto, e se avessi avù giudizio, averave fatto de più.
SMER.
Eh caro sior, i xe tutti pretesti.
MOM.
Tutto quel che volè.
SCENA DECIMA
Un SERVITORE e detti
SERV.
È qui il signor Momolo?
SMER.
Chi v'ha averto la porta?
SERV.
Me l'ha aperta il signor Lucindo.
Signore, di lei cercava.
Ho da dargli questa lettera con questa scatola.
MOM.
Da parte de chi?
SERV.
Legga la lettera, e lo saprà.
SMER.
La sarà qualche morosetta.
Chi ela sta pettegola, che manda a cercar sior Momolo in casa mia?
MOM.
(Apre la lettera, e osserva la soscrizione) (Siora Eleonora? Sentiamo cossa che la sa dir).
(da sé) Aspettè da basso, che ve darò la risposta.
(al Servitore)
SERV.
Benissimo.
(parte)
MOM.
Con grazia, siora, che leza sta lettera.
(a Smeraldina)
SMER.
La se comoda, zentilomo.
(con ironia)
MOM.
(Si ritira da una parte e legge):
Carissimo signor Momolo.
Avendo inteso dal mio signor padre che vi trovate ora in qualche necessità, mi prendo la libertà, di nascosto del medesimo, di mandarvi le mie gioje acciò ve ne serviate.
Pregovi di accettare questo contrassegno dell'amor mio, e almeno aver riguardo di non valervene in pregiudizio della mia passione; e colla maggior sincerità del cuore mi dico
Vostra per sempre
Eleonora Lombardi.
(Sta azion de sta putta me fa restar incantà.
Privarse delle so zoggie per mi?) (da sé)
SMER.
E cussì, ala letto, patron?
MOM.
(Una putta no pol far de più de cussì.) (da sé) (aprendo la scatola)
SMER.
(Cossa mai ghe xe in quella scatola?) (da sé)
MOM.
(Vardè, poverazza! i so recchini, i so anelli, el zogielo.
Tutto la m'ha mandà).
(da sé, osservando le gioje)
SMER.
(Zoggie! che el le abbia tolte per mi?) (da sé)
MOM.
(No la merita che ghe fazza torto).
(da sé)
SMER.
(Chi sa che quel che l'ha ditto, nol l'abbia ditto per provarme, e che quelle zoggie...
Se savesse come far a far pase...).
(da sé)
MOM.
(Quando una donna se priva delle zoggie, l'è tutto quello che la pol far per amor).
(da sé)
SMER.
Sior Momolo, che belle zoggie! (dolcemente)
MOM.
Ve piasele? (affettando tenerezza)
SMER.
De chi xele?
MOM.
De una putta che so che la me vol ben.
SMER.
Mi certo ve n'ho sempre volesto, e sempre ve ne vorrò.
MOM.
Donna finta, donna ingrata; credeu che no veda e che no cognossa, che ste carezze che adesso me fe, le tende a far l'amor co ste zoggie? Queste no xe per vu.
No sè degna né de ele, né de mi.
Per vostra confusion, sappiè che siora Leonora Lombardi, savendo le mie indigenze, m'ha mandà ste zoggie, perché me ne serva.
Grazie al cielo, no ghe n'averò bisogno, perché mancandome vu, me mancarà una picciola sansughetta.
Ve ringrazio, che colla vostra ingratitudine m'avè averto i occhi.
Fe conto de no averme mai né visto, né cognossù, e mi col vostro esempio, col vostro specchio, me varderò in avegnir de trattar con zente della vostra sorte, finta, ingrata, e sollevada dal fango.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
SMERALDINA, poi TRUFFALDINO
SMER.
Oggio mo fatto una bella cossa? I ho persi tutti do in t'una volta.
Adesso sì che stago fresca.
Se Momolo sposa siora Eleonora, no gh'è più pericolo che Lucindo vegna da mi.
E el mio anello che gh'ho dà da impegnar?
TRUFF.
Dove xe andà el protettor?
SMER.
Fradello caro, tolè su la cesta, e andemo dai nostri aventori a tor suso la biancaria da lavar.
(parte)
TRUFF.
Come! Madama Smeraldina? Monsù Truffaldin? Ela matta mia sorella? Ho promesso de voler viver senza far gnente; son galantomo; la mia parola la vôi mantegnir.
(parte)
SCENA DODICESIMA
Camera in casa del Dottore.
ELEONORA, BEATRICE, SILVIO, il DOTTORE
DOTT.
Ecco, signor Silvio, dugento zecchini che ho riscosso per lei dal mercante, ancorché non sia spirato il giorno della cambiale.
SILV.
Sono tenuto alle vostre grazie.
Mi stava sul cuore un impegno di trenta zecchini; ho piacere di poter comparire.
BEAT.
Signor Silvio, badate bene di non giocare.
SILV.
Non vi è pericolo.
Giacché la sorte ci fa godere una sì gentil compagnia, voglio che il resto del carnovale ce lo godiamo in Venezia con buona pace.
ELEON.
Sì, caro signor Silvio, siate compiacente colla signora Beatrice, che ben lo merita.
SCENA TREDICESIMA
OTTAVIO e detti, poi MOMOLO
OTT.
Signori, compatite se vengo innanzi.
DOTT.
In questa casa che vuole vossignoria?
OTT.
Ho ricevuto un affronto dal signor Momolo, e ne pretendo soddisfazione.
DOTT.
Egli non abita qui, signore.
OTT.
Ma so che ci viene frequentemente; però il rispetto che ho per voi, mi fa far questo passo, altrimenti mi prenderò io stesso quelle soddisfazioni che mi competono.
MOM.
E Momolo xe capace de darve sodisfazion in ogni maniera; ma se penserè meggio alle cosse passade, vederè, sior Ottavio, che quel che avè ricevesto, ve l'avè merità.
Vu avè trovà do omeni per farme far un insulto; se lo riceveva, toccava a vu a sodisfarme.
Me xe riussìo de valerme delle vostre arme istesse per vendicarme; cossa podeu pretender da mi? Vu domandè sodisfazion del fatto, mi la pretendo per l'intenzion.
Semo dal pari per la pretesa, podemo esser dal pari mettendo in taser quel che xe stà; e de più, per quella differenza che pol passar tra l'intenzion e el fatto, alla presenza de ste degne persone ve domando scusa.
Seu contento gnancora?
OTT.
Per questa parte son soddisfatto, ma circa alla nostra rivalità nel cuore della signora Eleonora...
DOTT.
Qui c'entro io, signore.
Di mia figlia dispongo io, e non so come c'entrate voi a pretenderla, in tempo che non ho veruna intenzione ch'ella sia vostra.
OTT.
Questo è un altro discorso; ma quando la figlia avesse della inclinazione per me...
ELEON.
Compatitemi, signor Ottavio: non ne ho mai avuta, e non ne averò.
OTT.
Pazienza.
Vi sposerete al signor Momolo, che menando una vita discola, vi farà pentire d'averlo preferito ad uno che si protesta d'amarvi.
MOM.
Ponto e virgola a sto discorso; m'avè toccà in un tasto che xe assae delicato, e che me obbliga adesso a far quella dichiarazion, che voleva far da qua a qualche zorno.
Sior Dottor, la vita da cortesan che fin adesso ho fatto, no merita che ve domanda una putta, ma le massime che ho fissà per l'avegnir, spero che un zorno la poderà meritar.
Deme tempo da farve cognosser quel cambiamento che prometto del mio costume...
ELEON.
Senz'aspettar più oltre, mio padre ha tanta fede in voi, che assolutamente vi crede.
MOM.
E vu, fia mia?
ELEON.
Ed io, se il genitore l'accorda, ad occhi chiusi di voi mi fido.
BEAT.
Le buone parti del signor Momolo meritano che gli si presti tutta la fede.
SILV.
Non mi scorderò mai il favore che fatto mi avete.
Eccovi i trenta zecchini; vi prego farli avere a colui...
MOM.
Sarà mezz'ora che m'ho tolto la libertà de dargheli, essendo certo che da vu i me sarave stai remborsadi.
Li togo adesso con una man, e con l'altra i restituisso a sto galantomo, che me li aveva imprestai.
DOTT.
Voi siete l'uomo più onorato di questo mondo.
Però se aggradite la mano di mia figliuola, disponetene liberamente.
MOM.
Cara Leonora, ve son tanto obbligà, che se no basta la man e el cuor, son pronto a darve el mio sangue e la mia vita istessa.
ELEON.
Mi fate piangere per la consolazione.
OTT.
Dunque io posso andarmene, senza sperare più oltre.
MOM.
Se volè quattro confetti, sè patron.
OTT.
Come in un tratto può sperarsi da voi un simile cambiamento?
MOM.
Bisogna che me giustifica, per no far sospettar la mia ressoluzion mal fondada.
(Siora Leonora, delle bone azion no s'avemo da vergognar).
(da sé) Vedeu sta putta? L'ha avudo coraggio, credendome in necessità, de spropriarse delle so zoggie per mi.
Sior Dottor, compatì l'amor de una putta, che adesso xe più mia che vostra.
Tolè, siora Leonora, le vostre zoggie, e in contracambio ve fazzo el sacrifizio della mia libertà, che xe la zoggia preziosa, che fin adesso con tanta zelosia ho custodido, e che al vostro merito sarà giustamente sacrificada.
DOTT.
Oh quanta consolazione io provo nel veder contenta la mia figliuola! Mancami ora, per esser pienamente felice, veder cambiato il vivere del mio figliuolo.
MOM.
Anca per sta parte sarè contento.
Sior Lucindo, vegnì pur avanti.
SCENA QUATTORDICESIMA
LUCINDO e detti
LUC.
Non ho coraggio.
MOM.
Vostro sior padre xe pronto a perdonarve, se farè quel che m'avè promesso de far.
LUC.
Sì, ve lo confermo, ve lo giuro sull'onor mio.
MOM.
Sior Dottor, perdoneghe su la mia parola.
DOTT.
Caro figlio, ti rimetto nell'amor mio.
Fammi avere consolazione di te prima ch'io mora.
LUC.
Con queste lacrime...
MOM.
Non occorr'altro.
Tutto xe giustà.
Se sior Dottor se contenta, siora Leonora, deme la man.
DOTT.
Sì, figlia, son contentissimo...
SCENA QUINDICESIMA
SMERALDINA, TRUFFALDINO e detti
MOM.
Cossa feu qua, siori? Che ardir xe el vostro?
SMER.
Mi no son qua né per vu, né per sior Lucindo, che no gh'ho più in te la mente né uno, né l'altro.
Vedo che tutte le mie grandezze xe andae in fumo, e che per viver bisognerà che torna a lavar.
Son vegnua solamente per dir a sior Lucindo, in presenza vostra, e in presenza de so sior pare, che se nol vol vegnir più da mi, no me n'importa, ma che almanco el me daga el mio anello.
MOM.
Quello che v'ho dà mi fursi?
SMER.
Sior sì, quello.
MOM.
Cossa ghe n'aveu fatto? (a Lucindo)
LUC.
Arrossisco nel dirlo.
L'ho impegnato per due zecchini.
DOTT.
Vedi a cosa riducono le male pratiche?
SMER.
Sior, son sempre stada una putta onesta, e sior Momolo lo pol dir.
MOM.
Me despiase che, se mi lo dirò, pochi lo crederà, ma ve protesto che la xe delle più onorate.
Se gh'avesse i do zecchini, ve li darave, ma doman ve li farò aver.
DOTT.
Non vi è bisogno di questo.
Eccovi due zecchini, e andate, che il cielo vi benedica.
(dà due zecchini a Smeraldina)
SMER.
Pazenzia.
Merito pezo.
Me giera messa in gringola de portar la scuffia, ma vedo che bisogna che me sfadiga al mastello, se vôi magnar.
Ma sarà meggio cussì; almanco quel poco che gh'averò, el sarà ben vadagnà, perché ho sentio a dir, a proposito de certe fegure, che la farina del diavolo la va tutta in semola.
(parte)
MOM.
La gh'ha pensà un pochetto tardi, ma la xe a tempo.
TRUFF.
Siori, vorave dir una parola anca mi.
DOTT.
Via, che cosa volete dire?
TRUFF.
Se mai i gh'avesse bisogno de facchin, che i se arecorda de monsù Truffaldin.
(parte)
MOM.
Bravo, el l'ha dita in rima.
ELEON.
Ma qui si sta in piedi, senza far niente.
MOM.
Ho capio.
So cossa che vorressi far.
Deme la man.
DOTT.
Sì, figlia, dagli la mano.
ELEON.
Con tutto il core.
(dà la mano a Momolo)
OTT.
Servitor umilissimo di lor signori.
(parte)
MOM.
Bon viazo.
Quello l'intende ben.
Per elo no gh'è più speranza, e el se la batte pulito.
Siora Beatrice, la perdona se no continuo nell'impegno de servirla, perché la vede adesso chi me tocca servir.
Sior Dottor, sior missier carissimo, ve ringrazio de tutto, e spero che per mi no ve averè da pentir.
Cugnà, se la mia maniera de viver fin adesso v'ha servio de cattivo esempio, procurerò in avegnir de darve motivo de imparar a viver da mi.
Son stà cortesan, ma cortesan onorato, e anca in mezzo alle debolezze della zoventù, co ghe xe un fondo de onestà, se sta saldi in cassa, e facilmente se cognosse el debole, se mua costume, e se xe capaci de una vertuosa ressoluzion.
Fine della Commedia.
NOTE DELL'AUTORE:
(1) Termine con cui in Venezia si chiamano i facchini, quando si ha bisogno dell'opera loro.
(2) Babbuino.
(3) Buscarsi.
(4) Passarsela bene.
(5) Una lira e mezza di moneta corrente.
(6) Ballo solito della gente bassa.
(7) Ragazze.
(8) Gergo che significa notte.
(9) Termine de' gondolieri, che vuol dire alla dritta.
(10) Luogo dove si radunano i mercanti.
(11) Sito del Canal Grande.
(12) Gergo che significa volto.
(13) Se sono spiantati.
(14) A precipizio.
(15) Colazione, o merenda.
(16) Rissa.
(17) Sopraggiunto.
(18) Termine, in questo caso, scherzevole.
(19) Quando.
(20) Di cattivo costume.
(21) Termine di civiltà in questo caso.
(22) Che si allontanasse.
(23) In senso di giovanetto ancor libero.
(24) Che ponga la spada nella crusca, per ischerno.
(25) Schiaffo.
(26) Spiedo, per ischerno.
(27) Grembiale.
(28) Frase che vuol dire moltissimo.
(29) Modo di dire affettuoso.
(30) Pazza, nota in Venezia, che soleva strillare per le strade.
(31) Bugiardo.
(32) Piangere.
(33) Singhiozzare.
(34) Levarti dalle miserie.
(35) Al dì d'oggi.
(36) Ragazzetta.
(37) Sfiatarsi gridando.
(38) Ricotta di pecora.
(39) Capitombolo vuol dir qui nel laccio.
(40) In brio.
(41) Schiaffi.
(42) Uomo da niente.
(43) Vicino ad esser senza denaro.
(44) Sul fiato, senza pegno.
(45) Mancia.
(46) Inganno ovvero ususra.
(47) Modo di dire, che spiega una minestra di riso.
(48) Midolla.
(49) Salsiccia.
(50) Luogo così nominato.
(51) Stadera.
(52) Di mezza qualità.
(53) Il terzo di novanta soldi, cioè trenta.
(54) Uccelli acquatici.
(55) Trenta soldi.
(56) Otto soldi.
(57) Cinque soldi.
(58) Cacio parmigiano.
(59) Venti soldi.
(60) Si misura.
(61) Svergognare.
(62) Nome accorciato di Truffaldino.
(63) Or ora.
(64) Colle code.
(65) Rotti del ducato veneziano.
(66) Saliscendi.
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