L'UOMO PRUDENTE, di Carlo Goldoni - pagina 10
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(parte con due birri, gli altri restano)
SCENA QUINDICESIMA
Il NOTAIO dalla suddetta stanza, poi ARLECCHINO e birri.
NOT.
Qui non vi è nulla.
Buttate giù quest'altro uscio.
(I birri buttano giù l'uscio dell'altra stanza terrena, ed esce Arlecchino tutto lasso e cadente.
I birri lo reggono, ed egli si va appoggiando ad essi, e ora casca di qua, e ora di là)
NOT.
Animo, amico, che cosa avete?
ARL.
Fame.
NOT.
Chi siete?
ARL.
Fame.
NOT.
Che nome avete?
ARL.
Fame.
NOT.
Chi vi ha serrato là dentro?
ARL.
Fame.
NOT.
Costui non vuol parlare.
Legatelo bene, e conducetelo a Corte.
ARL.
(Gridando fame, fame, si lascia dai birri strascinar via)
NOT.
Mi pare uno sciocco, dubito che poco vi sarà da ricavare rapporto al venefizio di cui si tratta.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Sala del Giudice, con tavolino con sopra da scrivere, ed un processo, e due sedie.
Il GIUDICE a sedere, poi il NOTAIO
GIUD.
Questi rei sono troppo ostinati, non vogliono confessare; e se non riesce al notaio di rinvenire il corpo del delitto, la causa si vuol render difficile.
Ma eccolo appunto che viene.
(entra il Notaio) Ebbene, signor notaio, avete ritrovato il cane morto e la pentola avvelenata?
NOT.
Fu vana ogni mia diligenza; nulla di ciò si è potuto rinvenire.
Trovai chiusi in due stanze terrene un servitore ed una serva di Pantalone; credendoli intesi del fatto, li feci arrestare, ma costituiti poi con ogni accuratezza, ed esaminati altresì la signora Rosaura ed il signor Florindo, trovai che Pantalone li aveva fatti colà rinserrare per castigarli della loro insolenza, prima che fosse commesso l'attentato del venefizio di cui si tratta, onde li feci sciogliere e licenziare.
GIUD.
Ma senza il corpo del delitto come verremo in chiaro della verità per procedere contro de' rei? Voi vedete che non si tratta di un delitto di fatto transeunte, ma permanente.
NOT.
Se V.S.
Eccellentissima mi dà licenza, dirò essere necessario di venire al confronto.
La signora Rosaura e il signor Florindo protestano che manterranno in faccia a Beatrice ed Ottavio quanto hanno deposto; onde facciamoli venir tutti quattro, che forse un tal esperimento gioverà contro la loro ostinazione.
Darò io loro alcuni interrogatori, che mi comprometto di farli confessare senza tormenti.
GIUD.
Approvo il vostro parere.
Così si faccia.
Sedete.
(Notaio siede, suona il campanello)
SCENA DICIASSETTESIMA
BARGELLO e detti.
BARG.
Che comanda V.S.
Eccellentissima?
GIUD.
Conducete qui Beatrice ed Ottavio, detenuti per venefizio, ed altresì fate introdurre Rosaura Bisognosi e Florindo suo marito, chiamati a Corte come testimoni.
BARG.
Sarà ubbidita.
(parte)
GIUD.
Il caso è molto grave.
Una moglie ed un figlio tentar di avvelenare il marito ed il padre? Che iniquità! Voglio dare un terribile esempio.
Voglio usare tutti i rigori della giustizia.
NOT.
Ma specialmente bisogna severamente punir Beatrice, acciò queste mogli cattive imparino a trattar bene i loro mariti.
In oggi sono tanto arroganti, che non si può più vivere.
SCENA DICIOTTESIMA
BEATRICE ed OTTAVIO alla parte dritta, con birri e BARGELLO.
ROSAURA e FLORINDO alla parte sinistra, e detti.
GIUD.
Signor Florindo, l'ostinazione di questi inquisiti, che negano le loro colpe, impegna la vostra onestà a sostenere in faccia loro quanto avete deposto.
Ora si dovrà venire al confronto.
E se voi (alli due rei) avrete la temerità di negare, sapranno i tormenti strapparvi di bocca, vostro malgrado, la verità.
Signor notaio, scrivete.
SCENA DICIANNOVESIMA
PANTALONE e detti.
PANT.
Sior illustrissimo, la prego sospender per un momento, e degnarse de ascoltarme anca mi.
GIUD.
Parlate pure, ch'io non ricuso ascoltarvi.
Volete esser solo?
PANT.
Eh, no m'importa che ghe sia tutto el mondo.
Me stupisso che in t'una causa e in t'un processo, dove mi comparisso l'offeso, se vaga avanti senza ascoltarme.
Xe vero che el delitto de venefizio xe delitto pubblico, e per la pubblica vendetta se procede ex officio, ma xe anca vero che, dove se tratta dell'ingiuria o del danno, la parte offesa s'ha da ascoltar.
GIUD.
(Mi pare che non dica male).
(al Notaio, piano)
NOT.
(È vero, ma vi è sempre tempo).
(al Giudice)
GIUD.
(Per lo più voi altri notai mettete il carro avanti i buoi).
(al Notaio) E bene, che intendete dire perciò? (a Pantalone)
PANT.
Intendo de dir che se forma un processo ingiusto e desordenà.
Che la falsa quarela, dada contra mia mugier e mio fio, offende la reputazion de mi e della mia casa, e intendo che no se proceda più avanti.
GIUD.
Voi pretendete troppo, signor Pantalone.
L'accusa non si presume calunniosa, mentre l'accusatore è persona onesta.
PANT.
Cossa me parlela de presunzion? In t'una causa de sta sorte ghe vol altro che presunzion.
Fatti i vol esser, prove e testimoni: e siben che no son omo legal, no son però tanto indrio colle scritture(73), che no sappia anca mi che in criminal prima de tutto s'ha da cercar el corpo del delitto.
Dov'elo sto velen, che se dise parecchià per mi da mia mugier e mio fio? Dov'ela quella pignata, dove in vece del mio alimento bogiva(74) la mia morte? Dov'è quel can che se crede che sia morto in vece mia, e che m'abbia salvà la vita colla so morte? Questi i doverave esser i fondamenti della macchina de sto processo, e senza de questi la fabbrica no sta in piè, anzi la precipita e la se destruze.
Ma za che se tratta de una causa che xe tutta mia, vogio mi supplir alle mancanze del fisco e vogio mi presentar in offizio quel corpo del delitto, che fin adesso no s'ha trovà.
La favorissa, sior nodaro, de lezer la descrizion del can, che se dise morto in vece mia de velen.
NOT.
(Descrive un cane della tale statura, del tal colore, coi tali e tali contrassegni, come sarà stato veduto dagli spettatori)
PANT.
Sta cagna che no se trova, sto corpo de delitto che manca, el xe in te le mie man, lo gh'ho mi, e l'ho fatto portar qua per lume e disinganno della Giustizia.
Dè qua.
(chiama un suo servitore, da cui riceve la cagna viva) Eccola qua viva e sana; la confronta la statura, i colori, le macchie, i accidenti, el pelo, le recchie e el naso.
Questa xe la cagna che se credeva morta, ma no xe vero.
Qualche accidente l'averà stramortia, e l'umana ignoranza, credendo sempre el mal, pensando sempre al pezo, ha fatto creder alla semplice de mia fia e al gnoco de Florindo, che la fusse morta, e morta de velen.
(il Giudice ed il Notaio osservano la cagna, e con cenni approvano esser quella) Mancando donca el corpo del delitto, manca tutte le presunzion.
Ma come presumer mai se podeva che una mugier volesse velenar un mario, che un fio volesse velenar so pare? Una mugier per la qual ho abuo tanto amor e respetto, un fio per el qual ho abuo tanta tenerezza e passion? No, che no i xe capaci de un tradimento cussì crudel.
Mia mugier xe el specchio dell'onestà; mio fio l'esempio dell'ubbidienza.
El cielo m'ha dà una mugier che no merito, un fio che me rende consolazion.
La mia famegia xe sempre stada benedia dalla pase; la mia casa xe sempre stada l'abitazion dell'amor.
Mai tra de nu no xe passà una cattiva parola; mai da sti do innocenti ho abuo un desgusto.
Mia mugier attenta a assisterme con carità; mio fio impegnà a servirme con fedeltà.
Mi ho sempre procurà de contentarli.
I ho trattai no da marcante, ma da zentilomo; mai gh'ho fatto mancar, no dirò el so bisogno, ma quanto i saveva desiderar.
Donca per che motivo se puol creder mai che i me volesse velenar? Quando se tratta de presumer un delitto, bisogna esaminar se ghe giera rason de cometterlo.
Né mi meritava da lori sta crudeltà, né lori i giera capaci de concepirla.
(Beatrice e Ottavio s'inteneriscono e piangono) La i varda in viso, sior giudice, per carità; la veda se quelle idee le xe capace de tradimenti.
I pianze, poveretti, i pianze dal dolor de sentirse cussì a placitar(75); i pianze per el dolor de un mario e de un pare afflitto e appassionà, per veder una mugier innocente, un fio senza colpa in figura de rei, ligai e presentai in fazza della Giustizia.
No, cari, no pianzè; passerà sto nuvolazzo(76) che manazza(77) tempesta, tornerà el sol della nostra pase.
Vegnì qua, lassè che ve abrazza, che ve strenza al petto, in segno de quella sicurezza che gh'ho del vostro amor, del ben che ve vogio, e della speranza de vederve presto fuora de sti pericoli, senza macchia della nostra reputazion.
(abbraccia ora l'uno, ora l'altro, piangendo)
GIUD.
(Qual naturale eloquenza han mai i Veneziani!) (piano al Notaio)
NOT.
(Bisogna far forza per non arrendersi!) (al Giudice, come sopra)
BEAT.
Ah mio adorato consorte, eccomi, che pentita...
PANT.
(La tira un poco lontana dal tribunale, e le parla sottovoce) Zitto, anema mia, zitto, no parlar; questo no xe liogo da scuse e da pentimenti.
Se el cielo ve inspira qualche bon sentimento per mi, trattegnilo anca un puoco; a casa poderè sfogarve, e consolar sto povero vecchio, che ve vol tanto ben.
BEAT.
(Mi sento scoppiar il core).
(da sé, rimettendosi)
OTT.
Ah caro padre, se fui sedotto...
PANT.
(Fa lo stesso, come ha fatto con Beatrice) Tasi, e no parlar in sto liogo.
No scoverzimo i pettoloni(78) senza proposito.
No mancherà tempo de sepellir in te le lagreme ogni cattiva memoria.
Da ti no vogio altre scuse che ubbidienza e respetto.
GIUD.
(Guardate come son tutti inteneriti).
(piano al Notaio)
NOT.
(Quasi quasi farebbon piangere anche me).
(piano al Giudice)
ROS.
(Io resto stordita!) (piano a Florindo)
FLOR.
(Vostro padre è un grand'uomo.
Noi abbiamo fatto il male, ed egli vi ha rimediato).
(a Rosaura, come sopra)
PANT.
Sior giudice, mancando el corpo del delitto, e mancando ogni presunzion, no credo che la gh'averà difficoltà de dichiararli innocenti e liberarli da ste miserie.
GIUD.
Signor Florindo, voi, che per asserto zelo della vita di vostro suocero, foste l'accusatore del venefizio, che dite in confronto dell'arringa del signor Pantalone?
FLOR.
Dico che troppo facile fui a prestar fede ad una vana apparenza, qualificata dalle illusioni di Rosaura mia consorte, onde, in quanto a me, mi ritratto dalla querela, convinto dall'evidenza in contrario, e pentito d'aver cagionata una tal vessazione ad una famiglia che non la merita.
GIUD.
E voi, signora Rosaura, con qual fondamento avete confermata la deposizione del signor Florindo?
ROS.
Non mi confondete.
I vostri termini io non li intendo.
GIUD.
Perché avete detto che la cagna era morta?
ROS.
Perché non credevo che fosse viva.
GIUD.
Ma perché non aveva ad esser viva?
ROS.
Perché credevo che fosse morta.
GIUD.
Ma ora è morta, o viva?
ROS.
La morta è morta, e la viva è viva.
PANT.
Ah caro sior giudice, no la daga mazor tormento a un povero pare, col torse spasso d'una fia semplice e senza el chiaro lume della rason.
No sentela el fondamento de quelle belle risposte? La credeva morta, la credeva viva, la morta è morta, e la morta è viva? Su sto bel principio s'ha fondà el discorso de sior Florindo, co sto bel fondamento l'è vegnù a denunziar.
Mi bisogna sentirme, mi bisogna ascoltarme.
A mi, se i fusse rei, complirave che i fusse castigai, a mi doverave premer de metter in siguro la mia vita insidiada e perseguitada; ma mi son quello che nega la denunzia, che convince el denunziante, che prova non esser vero el delitto, e mi son quello, che azonzendo alle rason più sode e più vere le lagreme più calde e più vive, cavae dal fondo del cuor, prostrà ai piè de sto Tribunal, domando e giustizia e pietà: giustizia per do poveri innocenti falsamente accusai; pietà per un povero vecchio, ferio nella parte più delicata, che xe l'onor.
La giustizia li assolve, la pietà me consola; e se la giustizia dovesse ancora sospender la grazia, la pietà sia quella che me conceda un'anticipata consolazion.
GIUD.
Signor Pantalone, alzatevi e consolatevi.
La mancanza del corpo del delitto, la deficienza di prove, la ritrattazione dei denunzianti, rendono finora nullo il processo, e fanno sperare la libera assoluzione degli imputati.
È ben vero però che il fisco potrebbe passare a diligenze maggiori, specialmente circa alla vita, ai costumi e al domestico loro contegno, ma in grazia della vostra difesa, della vostra tenerezza, della vostra bontà, usando quell'arbitrio che a me danno le leggi, liberamente li assolvo.
Se sono innocenti, lo meritano per se stessi; se sono rei, lo merita il dolcissimo vostro cuore.
Sicuro, che se anco fossero rei, sarà maggior colpo nell'animo loro la vostra pietà, di quello far potessero i rigori della giustizia.
Signor Pantalone, ve lo ridico, consolatevi che sono assoluti.
PANT.
Ohimè...
No posso parlar...
Sior giudice...
Fioi, vegnì qua...
Me schioppa el cuor...
BARG.
Eccellentissimo signor giudice, chi mi paga le mie catture?
GIUD.
Quando il reo resta assoluto, è nulla la cattura e il processo.
NOT.
Anch'io ho scritto ed ho faticato, e vi ho rimesso la carta.
BARG.
Ma io intendo che si proceda coi rigori del fisco.
PANT.
Via, sior bareselo, buttè più bon, che savè che mi son galantomo.
BARG.
Tutti dicono esser galantuomini colle parole, ma i fatti poi non corrispondono.
PANT.
(T'ho capio).
(da sé) Ma mi son galantomo più dei altri; e che sia la verità, passando per la sala de sto palazzo ho visto a luser in terra e ho trovà sto relogio.
L'ho cognossuo che l'è vostro, l'ho tiolto su, e senza badar al valor e alla perfezion, onoratamente lo restituisso al so vero patron.
BARG.
È vero, questo è il mio orologio.
L'avevo perduto.
Vi ringrazio d'avermelo restituito.
Signor giudice, il signor Pantalone è un galantuomo, bisogna prestargli fede.
Assolva pure la di lui moglie e il di lui figliuolo, che quanto a me volentieri gli dono le mie catture.
(parte)
NOT.
(Questa bella frase del signor Pantalone mi pone in qualche sospetto).
(piano al Giudice)
GIUD.
Quello che ho fatto, ho fatto, e non mi pento di averlo fatto.
(al Notaio)
NOT.
Pazienza! Mi dispiace la carta...
(parte)
PANT.
Andemo, no perdemo più tempo.
Sior giudice, no so cossa dir.
El ciel la benedissa; el cielo la defenda da ogni desgrazia.
(E me varda mi de aver bisogno mai de sta sorte de grazie).
(da sé, parte)
BEAT.
(Fra il dolore, il rossore ed il pentimento, mi sento balzar il cuore nel seno).
(da sé) Signor giudice, rendo grazie alla vostra pietà.
(parte)
GIUD.
(Eppure colei non la credo tanto innocente.
Oh donne senza giudizio!) (da sé)
OTT.
(Povero padre! Poteva far di più per salvarmi?) (da sé) Signor giudice, a voi m'inchino.
GIUD.
Amate e rispettate il vostro genitore, che ben lo merita.
OTT.
(Questo rimprovero mi fa tremare).
(da sé, parte)
ROS.
(Ora sì, che sto fresca! Beatrice mi vorrà morta, e mio padre mi mangerà viva).
(da sé) Signor giudice, volete altro da me?
GIUD.
No no, andate pure.
Abbiate un poco di prudenza.
ROS.
Il cielo mi liberi dalle vostre mani.
(parte)
FLOR.
Non vorrei, signor giudice, che la mia denunzia sembrasse una calunnia.
GIUD.
Per questa volta vi passa bene, un'altra volta pensateci meglio.
FLOR.
(Se vengo più qui sopra, mi si rompa l'osso del collo).
(da sé, e parte)
GIUD.
Molto malagevole impegno è quello del giudice! Dover sempre imprimer timore, e dover sentire tutto giorno dolersi, piangere e sospirare! Io sono consolatissimo, quando posso assolvere e far bene.
Valendomi del sentimento di quel poeta:
"Giudice che pietoso assolve i rei,
Egual si fa nella clemenza ai Dei." (parte)
SCENA VENTESIMA
Camera di Pantalone con due porte.
LELIO e DIANA
LEL.
Vi dico, signora Diana, che giù per quella scala io non ci voglio andare, e non ci dovete andar nemmen voi.
DIA.
Questo è un vostro vano sospetto.
Ancorché fosse vero, che nella scala che dite vi fosse il trabocchetto, ora per l'appunto Pantalone avrà levato l'ordigno.
Eh via...
LEL.
Nello scender ch'io feci, tentai bel bello col piede ciascun gradino, e sentii che il quinto volea mancarmi di sotto i piedi, se non ero prevenuto e non mi ritiravo per tempo.
DIA.
Vi dico che questa è apprensione.
LEL.
Io non voglio arrischiar la vita.
DIA.
Che dunque? Dobbiamo stare qui eternamente?
LEL.
Aspettiamo la sera, e col favor delle tenebre scenderemo dalla finestra.
DIA.
Bel pensiere! (ridendo)
LEL.
Opportuno, mia signora.
DIA.
Sento gente.
LEL.
Torniamo a nasconderci.
(entra nella sua camera)
DIA.
Per esser uomo, è più vile di me.
(entra nella sua)
SCENA VENTUNESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Ah Giove, ah Giove, ve ringrazio con tutto el cuor.
Me xe riussio finalmente de salvar la reputazion.
Tutti chi m'incontra, se rallegra con mi, e persuasi che Beatrice e Ottavio fusse innocenti, i compatisse la so desgrazia, e i gh'ha invidia della mia fortuna.
Me par, se no me inganno, d'aver intenerio quei cuori de sasso.
Ah, se fusse vero, no ghe sarave a sto mondo un omo più felice de mi.
SCENA VENTIDUESIMA
BEATRICE e detto.
BEAT.
(S'inginocchia alla dritta, e parla piangendo) Ecco a' vostri piedi, o mio adorato consorte, una moglie ingrata e crudele, indegna del vostro amore.
Confesso che, acciecata dalle furiose passioni, ho avuto la empietà di procurare la vostra morte; ma ora, pentita di cuore, convinta e intenerita dal vostro amore e dalla vostra pietà, vi chiedo umilmente perdono, e vi supplico di non negarmi la grazia, ch'io vi possa baciar la mano.
SCENA VENTITREESIMO
OTTAVIO e detti.
OTT.
(S'inginocchia dall'altra parte, pure piangendo) Amorosissimo mio genitore, eccovi dinanzi gli occhi un figlio traditore, inumano, degno dell'odio vostro e di mille morti.
Confesso di aver cooperato alla vostra morte, ancorché tardi, e fuor di tempo, abbia tentato di ripararla.
Ed ora avendo in odio me stesso, vi chiedo pietà, e vi supplico e vi scongiuro a concedermi il prezioso dono d'imprimervi un bacio su quella mano adorata.
PANT.
(Dà una mano a ciascuno di essi, piangendo) Tiolè, tiolè, cuor mio, vissere mie, leveve su, lassè che ve abrazza, che ve struccola(79), che ve basa.
No parlemo più del passà.
Ve perdono; sì, ve perdono, e se sarè co mi una bona mugier e un fio ubbidiente, ve sarò sempre mario affettuoso e pare desvisserà.
SCENA VENTIQUATTRESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Signor padre, io sono stata la cagione di tanti vostri rammarichi, ma finalmente, considerando che io l'ho fatto per timore della vostra morte, concedetemi un benigno perdono.
PANT.
Sì, fia mia, te perdono.
Ma no me far più de ste burle.
Co t'ho dito de taser, no ti dovevi parlar.
ROS.
Allora aveva di già parlato.
PANT.
No me fazzo maravegia, perché la testa delle donne la xe come un caratello(80).
Quel che intra per i spinelli(81) o delle recchie, o dei occhi, subito va fuora per el coccon(82) della bocca.
SCENA VENTICINQUESIMA
FLORINDO e detti.
FLOR.
Io, signor Pantalone, fui quegli che per salvare la vostra vita portai le istanze alla Giustizia contro la signora Beatrice e al signor Ottavio.
Ciò feci spronato dall'amore di genero, onde spero che voi mi perdonerete, non men di quelli che ho creduto d'essere in necessità di offendere, siccome vivamente li prego.
PANT.
No posso desapprovar la vostra condotta.
Ma mi che penso diversamente dai altri, ringrazio el cielo che la sia andada cussì.
Ve scuso e ve perdono; e sul mio esempio no gh'è pericolo che mio fio e mia mugier no i fazza con vu l'istesso.
OTT.
Come cognato e vero amico vi abbraccio.
BEAT.
Io vi protesto tutta l'amicizia ed il rispetto.
Ma, caro consorte, giacché siete così facile a conceder grazie, un'altra ardirei domandarvene.
PANT.
Domandè pur.
Voleu el sangue? Tutto lo sparzerò per vu, la mia cara colonna.
BEAT.
Colombina e Arlecchino hanno perduto il pane per mia cagione.
Son qui, che chiedono pietà; vi prego rimetterli in grazia vostra, assicurandovi che muteranno costume col nostro esempio.
PANT.
Volentiera; tutto quel che volè; che i vegna pur, za che per accidente so che i xe stai cavai fuora de caponera(83).
Ma basta che anca vu ve contentè che torna in casa Brighella, che doverave esser poco lontan.
BEAT.
Ne sono contentissima.
Basta che voi lo vogliate.
SCENA VENTISEIESIMA
BRIGHELLA, poi COLOMBINA, poi ARLECCHINO e detti.
BRIGH.
Za che in desparte ho sentio la grazia che i mi paroni s'ha degnà de farme, con tutta umiltà l'accetto, e ghe prometto servitù fedel, respetto immutabile e obbedienza fina alla morte.
PANT.
Caro Brighella, te vogio ben.
COL.
Signor padrone, eccovi dinanzi la vostra povera cameriera, che per essere stata impertinente, avete con ragion castigata.
Da qui avanti vedrete ch'io sarò obbediente come una cagnolina, e acciò non vi succedano più disgrazie, vi farò sempre la pappa colle mie mani.
PANT.
Se ti gh'averà giudizio, sarà megio per ti.
ARL.
Sior padron, son qua ai vostri piedi; mi ve compatisso vu, vu compatime mi, e quel che stà, è stà.
PANT.
Za so che da ti no se pol aver de megio.
Compatisso la to alocagine, e basta che ti sii fedel.
SCENA VENTISETTESIMA
DIANA e detti.
DIA.
Giacché vedo giubilar tutti in un mar di contenti, m'azzardo anch'io di presentarmi al signor Pantalone.
PANT.
Come gh'intrela ella? Come xela qua?
DIA.
Venni invitata dalla signora Beatrice.
BEAT.
È vero, prima che fossi arrestata.
OTT.
Signora Diana, voi mi vedete cambiato per opera dello sviscerato amor di mio padre; sappiate che il mio cambiamento è universale, e che mi trovo costretto a sagrificare all'obbedienza giurata al mio genitore anche l'amore che aveva per voi.
DIA.
Pazienza! Confesso non esser degna di un tanto bene, e compatisco lo stato in cui vi trovate.
PANT.
Ah caro fio! (E pur quella poverazza me fa peccà).
(da sé)
SCENA ULTIMA
LELIO e detti.
LEL.
Giacché la sorte mi fece a parte dei vostri contenti, non voglio lasciare di consolarmi con voi, mio veneratissimo signor Pantalone.
PANT.
Anca ella? Come?
LEL.
Anch'io fui qui chiamato dalla signora Beatrice.
BEAT.
Pur troppo è vero; ma ora comincio ad aborrire il mio passato costume.
PANT.
(Me despiase che sta zente ha sentio tutto e no vorave che i parlasse; bisogna obligarli).
(da sé) Sior Lelio e siora Diana, in segno de quella stima che fazzo de lori, ghe vorave proponer un mio pensier, ma vorave mo anca che i se degnasse de accettar el mio bon cuor, senza rimproverarme de troppo ardir.
DIA.
Io dipenderò da' vostri voleri.
LEL.
Sarò pronto esecutore de' vostri comandi.
PANT.
Siora Diana, me togo la libertà de offerirghe sie mille ducati, acciò la se trova un mario adattà alla so condizion; e se sior Lelio xe contento, pregherò siora Diana che a ello, co la dota, la ghe daga la man e el cuor.
Cossa diseli?
DIA.
Io son contenta.
(Altro non cercava che di maritarmi).
(da sé)
LEL.
Ed io mi chiamo felice.
(Sei mila ducati non si trovano così facilmente).
(da sé)
PANT.
Anca questa xe fatta.
Adesso sì che son veramente contento; ma siccome a sto mondo no se pol dar un omo contento, cussì me aspetto a momenti la morte.
No m'importa; morirò volentiera co la consolazion d'aver redotto de una mugier capricciosa una compagna amorosa, de un fio scavezzo un agnello ubbidiente, de zente discola persone savie e da ben.
Sia dito a gloria della verità, questa xe tutta opera della prudenza, la qual, come calamita fedel, voltandose sempre alla tramontana del ponto d'onor e della giustizia, anca in te l'alto mar dei travagi insegna al bon nocchier a schivar i scogi delle disgrazie e trovar el porto della vera felicità.
Fine della Commedia
NOTE:
(1) Corte bandia: tripudio.
(2) Cagadonao, disgraziato.
(3) Mugier, moglie.
(4) Ben vegnuo, ben venuto.
(5) Care raìse, care viscere.
(6) Cara fia, cara figlia: termine di tenerezza, che si usa con tutte le donne di confidenza.
(7) Carega, sedia.
(8) Putta, ragazza.
(9) Gh'avè rason, avete ragione.
(10) Novizza, sposa.
(11) Inmusonà, adirato.
(12) Oh che fio, per metafora: oh che briccone.
(13) Luse, torzo: lumi, torcia.
(14) Mi, io.
(15) Do amazai, per metafora, due ganimedi.
(16) La machina, per metafora, la cicisbea.
(17) Desmestegando, accostumando
(18) Incocalio, reso stupido.
(19) Fio, figlio.
(20) Nassuo, nato.
(21) Canapioli, giovinastri.
(22) Véntoli, ventagli, ovvero roste.
(23) Darò sesto, darò regola.
(24) Proverbio.
(25) Proverbio.
Se remena, si rimescola.
(26) Se sfredirà, si raffredderà.
(27) Proverbio.
(28) Gastalda, moglie del custode della casa di campagna.
(29) Mare, madre.
(30) Con reverenza parlando: ironia, rispetto all'aver dato della signora alla madre di Colombina.
(31) Careghe, sedie.
(32) A ton, a proposito.
(33) V'ho tiolto, vi ho preso, cioè, vi ho sposato.
(34) Col deo, col dito.
Proverbio.
(35) Redutto, ridotto.
(36) La piavola de Franza, la bambola, che vien di Francia in Italia per la moda del vestire.
(37) Muè, mutate.
(38) Olà, ammirazione.
(39) Traversa, grembiale
(40) Te sgargato, ti scanno.
(41) A brazzadei, abbracciato: frase burlevole.
(42) Chiacole, chiacchere.
(43) Melodia, flemmatica.
(44) Incocalio, incantato.
(45) Cagadonao, disgraziato.
(46) Un fallo che podeva dir quindese.
Alludesi per metafora al gioco del pallon grosso, nel quale ogni fallo conta quindici per gli avversari.
(47) Impizzarla, accenderla.
(48) Ruccola, erba amara odorosa che si mangia in insalata; metaforicamente vuol dir mezzana.
(49) Schiva, fuggi.
(50) Essi ti, sii tu.
(51) Scampa, fugge.
(52) Averze, apre
(53) Vaga la casa e i copi, vada la casa e il tetto.
(54) Responder de trionfo.
Alludesi al gioco denominato Trionfo; vuol dire: rispondere alla stessa maniera, dar una carta del medesimo colore.
(55) Rebecarte, rivoltarti.
(56) Gastaldo, custode della casa di campagna.
(57) Se l'ha battua, ne n'è andato.
(58) Al dì d'ancuo, al dì d'oggi.
(59) Paron, patrone.
(60) Inmusonà, con faccia brusca.
(61) Colle cegie revoltae, accigliato.
(62) Sala lezer? sa leggere?
(63) Ancuo, oggi.
(64) Mezà, dicesi ad una stanza che serve a uso di studio o di negozio.
(65) Mi, io
(66) Come sopra.
(67) Aseo, aceto, espressione di maraviglia.
(68) Filar el lazzo, dar motivo di seguitar a far male.
(69) Marii, mariti.
(70) Zaffi, birri.
(71) Zavariar, delirare.
(72) Donca, dunque.
(73) Tanto indrio colle scritture, esser ignorante.
(74) Bogiva, bolliva.
(75) Placitar, accusar in pubblico.
(76) Nuvolazzo, nuvola pregna d'acqua.
(77) Manazza, minaccia.
(78) I pettoloni, i mancamenti.
(79) Struccolar, stringere.
(80) Caratello, picciola botte.
(81) Spinelli, piccioli fori.
(82) Coccon, turacciolo, e si prende per il maggior foro del botticino, a cui s'adatta il turacciolo.
(83) Caponera, gabbione in cui si nutriscono i capponi.
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