L'UOMO PRUDENTE, di Carlo Goldoni - pagina 11
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Se sono innocenti, lo meritano per se stessi; se sono rei, lo merita il dolcissimo vostro cuore.
Sicuro, che se anco fossero rei, sarà maggior colpo nell'animo loro la vostra pietà, di quello far potessero i rigori della giustizia.
Signor Pantalone, ve lo ridico, consolatevi che sono assoluti.
PANT.
Ohimè...
No posso parlar...
Sior giudice...
Fioi, vegnì qua...
Me schioppa el cuor...
BARG.
Eccellentissimo signor giudice, chi mi paga le mie catture?
GIUD.
Quando il reo resta assoluto, è nulla la cattura e il processo.
NOT.
Anch'io ho scritto ed ho faticato, e vi ho rimesso la carta.
BARG.
Ma io intendo che si proceda coi rigori del fisco.
PANT.
Via, sior bareselo, buttè più bon, che savè che mi son galantomo.
BARG.
Tutti dicono esser galantuomini colle parole, ma i fatti poi non corrispondono.
PANT.
(T'ho capio).
(da sé) Ma mi son galantomo più dei altri; e che sia la verità, passando per la sala de sto palazzo ho visto a luser in terra e ho trovà sto relogio.
L'ho cognossuo che l'è vostro, l'ho tiolto su, e senza badar al valor e alla perfezion, onoratamente lo restituisso al so vero patron.
BARG.
È vero, questo è il mio orologio.
L'avevo perduto.
Vi ringrazio d'avermelo restituito.
Signor giudice, il signor Pantalone è un galantuomo, bisogna prestargli fede.
Assolva pure la di lui moglie e il di lui figliuolo, che quanto a me volentieri gli dono le mie catture.
(parte)
NOT.
(Questa bella frase del signor Pantalone mi pone in qualche sospetto).
(piano al Giudice)
GIUD.
Quello che ho fatto, ho fatto, e non mi pento di averlo fatto.
(al Notaio)
NOT.
Pazienza! Mi dispiace la carta...
(parte)
PANT.
Andemo, no perdemo più tempo.
Sior giudice, no so cossa dir.
El ciel la benedissa; el cielo la defenda da ogni desgrazia.
(E me varda mi de aver bisogno mai de sta sorte de grazie).
(da sé, parte)
BEAT.
(Fra il dolore, il rossore ed il pentimento, mi sento balzar il cuore nel seno).
(da sé) Signor giudice, rendo grazie alla vostra pietà.
(parte)
GIUD.
(Eppure colei non la credo tanto innocente.
Oh donne senza giudizio!) (da sé)
OTT.
(Povero padre! Poteva far di più per salvarmi?) (da sé) Signor giudice, a voi m'inchino.
GIUD.
Amate e rispettate il vostro genitore, che ben lo merita.
OTT.
(Questo rimprovero mi fa tremare).
(da sé, parte)
ROS.
(Ora sì, che sto fresca! Beatrice mi vorrà morta, e mio padre mi mangerà viva).
(da sé) Signor giudice, volete altro da me?
GIUD.
No no, andate pure.
Abbiate un poco di prudenza.
ROS.
Il cielo mi liberi dalle vostre mani.
(parte)
FLOR.
Non vorrei, signor giudice, che la mia denunzia sembrasse una calunnia.
GIUD.
Per questa volta vi passa bene, un'altra volta pensateci meglio.
FLOR.
(Se vengo più qui sopra, mi si rompa l'osso del collo).
(da sé, e parte)
GIUD.
Molto malagevole impegno è quello del giudice! Dover sempre imprimer timore, e dover sentire tutto giorno dolersi, piangere e sospirare! Io sono consolatissimo, quando posso assolvere e far bene.
Valendomi del sentimento di quel poeta:
"Giudice che pietoso assolve i rei,
Egual si fa nella clemenza ai Dei." (parte)
SCENA VENTESIMA
Camera di Pantalone con due porte.
LELIO e DIANA
LEL.
Vi dico, signora Diana, che giù per quella scala io non ci voglio andare, e non ci dovete andar nemmen voi.
DIA.
Questo è un vostro vano sospetto.
Ancorché fosse vero, che nella scala che dite vi fosse il trabocchetto, ora per l'appunto Pantalone avrà levato l'ordigno.
Eh via...
LEL.
Nello scender ch'io feci, tentai bel bello col piede ciascun gradino, e sentii che il quinto volea mancarmi di sotto i piedi, se non ero prevenuto e non mi ritiravo per tempo.
DIA.
Vi dico che questa è apprensione.
LEL.
Io non voglio arrischiar la vita.
DIA.
Che dunque? Dobbiamo stare qui eternamente?
LEL.
Aspettiamo la sera, e col favor delle tenebre scenderemo dalla finestra.
DIA.
Bel pensiere! (ridendo)
LEL.
Opportuno, mia signora.
DIA.
Sento gente.
LEL.
Torniamo a nasconderci.
(entra nella sua camera)
DIA.
Per esser uomo, è più vile di me.
(entra nella sua)
SCENA VENTUNESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Ah Giove, ah Giove, ve ringrazio con tutto el cuor.
Me xe riussio finalmente de salvar la reputazion.
Tutti chi m'incontra, se rallegra con mi, e persuasi che Beatrice e Ottavio fusse innocenti, i compatisse la so desgrazia, e i gh'ha invidia della mia fortuna.
Me par, se no me inganno, d'aver intenerio quei cuori de sasso.
Ah, se fusse vero, no ghe sarave a sto mondo un omo più felice de mi.
SCENA VENTIDUESIMA
BEATRICE e detto.
BEAT.
(S'inginocchia alla dritta, e parla piangendo) Ecco a' vostri piedi, o mio adorato consorte, una moglie ingrata e crudele, indegna del vostro amore.
Confesso che, acciecata dalle furiose passioni, ho avuto la empietà di procurare la vostra morte; ma ora, pentita di cuore, convinta e intenerita dal vostro amore e dalla vostra pietà, vi chiedo umilmente perdono, e vi supplico di non negarmi la grazia, ch'io vi possa baciar la mano.
SCENA VENTITREESIMO
OTTAVIO e detti.
OTT.
(S'inginocchia dall'altra parte, pure piangendo) Amorosissimo mio genitore, eccovi dinanzi gli occhi un figlio traditore, inumano, degno dell'odio vostro e di mille morti.
Confesso di aver cooperato alla vostra morte, ancorché tardi, e fuor di tempo, abbia tentato di ripararla.
Ed ora avendo in odio me stesso, vi chiedo pietà, e vi supplico e vi scongiuro a concedermi il prezioso dono d'imprimervi un bacio su quella mano adorata.
PANT.
(Dà una mano a ciascuno di essi, piangendo) Tiolè, tiolè, cuor mio, vissere mie, leveve su, lassè che ve abrazza, che ve struccola(79), che ve basa.
No parlemo più del passà.
Ve perdono; sì, ve perdono, e se sarè co mi una bona mugier e un fio ubbidiente, ve sarò sempre mario affettuoso e pare desvisserà.
SCENA VENTIQUATTRESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Signor padre, io sono stata la cagione di tanti vostri rammarichi, ma finalmente, considerando che io l'ho fatto per timore della vostra morte, concedetemi un benigno perdono.
PANT.
Sì, fia mia, te perdono.
Ma no me far più de ste burle.
Co t'ho dito de taser, no ti dovevi parlar.
ROS.
Allora aveva di già parlato.
PANT.
No me fazzo maravegia, perché la testa delle donne la xe come un caratello(80).
Quel che intra per i spinelli(81) o delle recchie, o dei occhi, subito va fuora per el coccon(82) della bocca.
SCENA VENTICINQUESIMA
FLORINDO e detti.
FLOR.
Io, signor Pantalone, fui quegli che per salvare la vostra vita portai le istanze alla Giustizia contro la signora Beatrice e al signor Ottavio.
Ciò feci spronato dall'amore di genero, onde spero che voi mi perdonerete, non men di quelli che ho creduto d'essere in necessità di offendere, siccome vivamente li prego.
PANT.
No posso desapprovar la vostra condotta.
Ma mi che penso diversamente dai altri, ringrazio el cielo che la sia andada cussì.
Ve scuso e ve perdono; e sul mio esempio no gh'è pericolo che mio fio e mia mugier no i fazza con vu l'istesso.
OTT.
Come cognato e vero amico vi abbraccio.
BEAT.
Io vi protesto tutta l'amicizia ed il rispetto.
Ma, caro consorte, giacché siete così facile a conceder grazie, un'altra ardirei domandarvene.
PANT.
Domandè pur.
Voleu el sangue? Tutto lo sparzerò per vu, la mia cara colonna.
BEAT.
Colombina e Arlecchino hanno perduto il pane per mia cagione.
Son qui, che chiedono pietà; vi prego rimetterli in grazia vostra, assicurandovi che muteranno costume col nostro esempio.
PANT.
Volentiera; tutto quel che volè; che i vegna pur, za che per accidente so che i xe stai cavai fuora de caponera(83).
Ma basta che anca vu ve contentè che torna in casa Brighella, che doverave esser poco lontan.
BEAT.
Ne sono contentissima.
Basta che voi lo vogliate.
SCENA VENTISEIESIMA
BRIGHELLA, poi COLOMBINA, poi ARLECCHINO e detti.
BRIGH.
Za che in desparte ho sentio la grazia che i mi paroni s'ha degnà de farme, con tutta umiltà l'accetto, e ghe prometto servitù fedel, respetto immutabile e obbedienza fina alla morte.
PANT.
Caro Brighella, te vogio ben.
COL.
Signor padrone, eccovi dinanzi la vostra povera cameriera, che per essere stata impertinente, avete con ragion castigata.
Da qui avanti vedrete ch'io sarò obbediente come una cagnolina, e acciò non vi succedano più disgrazie, vi farò sempre la pappa colle mie mani.
PANT.
Se ti gh'averà giudizio, sarà megio per ti.
ARL.
Sior padron, son qua ai vostri piedi; mi ve compatisso vu, vu compatime mi, e quel che stà, è stà.
PANT.
Za so che da ti no se pol aver de megio.
Compatisso la to alocagine, e basta che ti sii fedel.
SCENA VENTISETTESIMA
DIANA e detti.
DIA.
Giacché vedo giubilar tutti in un mar di contenti, m'azzardo anch'io di presentarmi al signor Pantalone.
PANT.
Come gh'intrela ella? Come xela qua?
DIA.
Venni invitata dalla signora Beatrice.
BEAT.
È vero, prima che fossi arrestata.
OTT.
Signora Diana, voi mi vedete cambiato per opera dello sviscerato amor di mio padre; sappiate che il mio cambiamento è universale, e che mi trovo costretto a sagrificare all'obbedienza giurata al mio genitore anche l'amore che aveva per voi.
DIA.
Pazienza! Confesso non esser degna di un tanto bene, e compatisco lo stato in cui vi trovate.
PANT.
Ah caro fio! (E pur quella poverazza me fa peccà).
(da sé)
SCENA ULTIMA
LELIO e detti.
LEL.
Giacché la sorte mi fece a parte dei vostri contenti, non voglio lasciare di consolarmi con voi, mio veneratissimo signor Pantalone.
PANT.
Anca ella? Come?
LEL.
Anch'io fui qui chiamato dalla signora Beatrice.
BEAT.
Pur troppo è vero; ma ora comincio ad aborrire il mio passato costume.
PANT.
(Me despiase che sta zente ha sentio tutto e no vorave che i parlasse; bisogna obligarli).
(da sé) Sior Lelio e siora Diana, in segno de quella stima che fazzo de lori, ghe vorave proponer un mio pensier, ma vorave mo anca che i se degnasse de accettar el mio bon cuor, senza rimproverarme de troppo ardir.
DIA.
Io dipenderò da' vostri voleri.
LEL.
Sarò pronto esecutore de' vostri comandi.
PANT.
Siora Diana, me togo la libertà de offerirghe sie mille ducati, acciò la se trova un mario adattà alla so condizion; e se sior Lelio xe contento, pregherò siora Diana che a ello, co la dota, la ghe daga la man e el cuor.
Cossa diseli?
DIA.
Io son contenta.
(Altro non cercava che di maritarmi).
(da sé)
LEL.
Ed io mi chiamo felice.
(Sei mila ducati non si trovano così facilmente).
(da sé)
PANT.
Anca questa xe fatta.
Adesso sì che son veramente contento; ma siccome a sto mondo no se pol dar un omo contento, cussì me aspetto a momenti la morte.
No m'importa; morirò volentiera co la consolazion d'aver redotto de una mugier capricciosa una compagna amorosa, de un fio scavezzo un agnello ubbidiente, de zente discola persone savie e da ben.
Sia dito a gloria della verità, questa xe tutta opera della prudenza, la qual, come calamita fedel, voltandose sempre alla tramontana del ponto d'onor e della giustizia, anca in te l'alto mar dei travagi insegna al bon nocchier a schivar i scogi delle disgrazie e trovar el porto della vera felicità.
Fine della Commedia
NOTE:
(1) Corte bandia: tripudio.
(2) Cagadonao, disgraziato.
(3) Mugier, moglie.
(4) Ben vegnuo, ben venuto.
(5) Care raìse, care viscere.
(6) Cara fia, cara figlia: termine di tenerezza, che si usa con tutte le donne di confidenza.
(7) Carega, sedia.
(8) Putta, ragazza.
(9) Gh'avè rason, avete ragione.
(10) Novizza, sposa.
(11) Inmusonà, adirato.
(12) Oh che fio, per metafora: oh che briccone.
(13) Luse, torzo: lumi, torcia.
(14) Mi, io.
(15) Do amazai, per metafora, due ganimedi.
(16) La machina, per metafora, la cicisbea.
(17) Desmestegando, accostumando
(18) Incocalio, reso stupido.
(19) Fio, figlio.
(20) Nassuo, nato.
(21) Canapioli, giovinastri.
(22) Véntoli, ventagli, ovvero roste.
(23) Darò sesto, darò regola.
(24) Proverbio.
(25) Proverbio.
Se remena, si rimescola.
(26) Se sfredirà, si raffredderà.
(27) Proverbio.
(28) Gastalda, moglie del custode della casa di campagna.
(29) Mare, madre.
(30) Con reverenza parlando: ironia, rispetto all'aver dato della signora alla madre di Colombina.
(31) Careghe, sedie.
(32) A ton, a proposito.
(33) V'ho tiolto, vi ho preso, cioè, vi ho sposato.
(34) Col deo, col dito.
Proverbio.
(35) Redutto, ridotto.
(36) La piavola de Franza, la bambola, che vien di Francia in Italia per la moda del vestire.
(37) Muè, mutate.
(38) Olà, ammirazione.
(39) Traversa, grembiale
(40) Te sgargato, ti scanno.
(41) A brazzadei, abbracciato: frase burlevole.
(42) Chiacole, chiacchere.
(43) Melodia, flemmatica.
(44) Incocalio, incantato.
(45) Cagadonao, disgraziato.
(46) Un fallo che podeva dir quindese.
Alludesi per metafora al gioco del pallon grosso, nel quale ogni fallo conta quindici per gli avversari.
(47) Impizzarla, accenderla.
(48) Ruccola, erba amara odorosa che si mangia in insalata; metaforicamente vuol dir mezzana.
(49) Schiva, fuggi.
(50) Essi ti, sii tu.
(51) Scampa, fugge.
(52) Averze, apre
(53) Vaga la casa e i copi, vada la casa e il tetto.
(54) Responder de trionfo.
Alludesi al gioco denominato Trionfo; vuol dire: rispondere alla stessa maniera, dar una carta del medesimo colore.
(55) Rebecarte, rivoltarti.
(56) Gastaldo, custode della casa di campagna.
(57) Se l'ha battua, ne n'è andato.
(58) Al dì d'ancuo, al dì d'oggi.
(59) Paron, patrone.
(60) Inmusonà, con faccia brusca.
(61) Colle cegie revoltae, accigliato.
(62) Sala lezer? sa leggere?
(63) Ancuo, oggi.
(64) Mezà, dicesi ad una stanza che serve a uso di studio o di negozio.
(65) Mi, io
(66) Come sopra.
(67) Aseo, aceto, espressione di maraviglia.
(68) Filar el lazzo, dar motivo di seguitar a far male.
(69) Marii, mariti.
(70) Zaffi, birri.
(71) Zavariar, delirare.
(72) Donca, dunque.
(73) Tanto indrio colle scritture, esser ignorante.
(74) Bogiva, bolliva.
(75) Placitar, accusar in pubblico.
(76) Nuvolazzo, nuvola pregna d'acqua.
(77) Manazza, minaccia.
(78) I pettoloni, i mancamenti.
(79) Struccolar, stringere.
(80) Caratello, picciola botte.
(81) Spinelli, piccioli fori.
(82) Coccon, turacciolo, e si prende per il maggior foro del botticino, a cui s'adatta il turacciolo.
(83) Caponera, gabbione in cui si nutriscono i capponi.
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