L'UOMO PRUDENTE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Quel che xe nato in casa mia, fin adesso nissun lo sa; e no vogio esser mi quello che lo vaga a publicar.
Ho remedià con politica; me son contegnù con prudenza, e darò sesto(23) a tutto col tempo.
Brighella, el finzer a tempo, el dissimular quando giova, xe la vera virtù dell'omo savio e prudente.
Ti pensa a servirme con fedeltà, che in quanto a mi gh'ho spirito, gh'ho cuor, gh'ho giudizio da defender el mio onor al par de chi se sia.
(parte)
SCENA SETTIMA
BRIGHELLA solo.
BRIGH.
Resto de sasso.
Un omo de sta sorte l'è un prodigio del mondo.
Conosso adesso la mia temerità, per la qual me lusingava de esser un omo de garbo, e vedo che son un coccal; e dirò quel che ho sentio dir tante volte:
"L'omo senza prudenza tanto val,
Quanto val la manestra senza sal." (parte)
SCENA OTTAVA
Segue notte.
Camera di Beatrice con tavolino e lumi.
BEATRICE e COLOMBINA
COL.
Così è; sì, signora, l'ho sentita co' miei propri orecchi quella pettegola di vostra figliastra a dir male di voi.
Ne ha dette tante a vostro marito, ne ha dette tante! Cantava come un rosignuolo di maggio.
Gli ha riportate tutte le parole che avete dette contro di lui, ed oltre al vero ha aggiunto ancora molto del suo.
Se l'aveste veduta, come vi burlava bene.
Contraffaceva tutti i vostri gesti, tutte le vostre maniere, la vostra voce, e si torceva di qua, e si voltava di là.
Mi veniva voglia di pigliarla per quei capelli mal pettinati, e su quel viso patetico darle una dozzina di schiaffi spiritosi.
BEAT.
Basta, basta, Colombina, non ne posso più.
Sento che la rabbia mi rode, la collera mi divora.
Voglio che costei me la paghi; voglio a tutto costo metterla in disgrazia di quel babbeo di suo padre.
L'invenzione che abbiamo trovata per farla credere di mal costume più che non è, sarà ottima ed opportuna, e spero che riuscirà, come abbiamo fra di noi concertato.
Chiamami Arlecchino.
Facciamo ch'egli vada subito a ritrovar il signor Lelio ed il signor Florindo, e con bel modo facciamoli venire questa notte qui in casa.
Tu eseguirai quanto abbiamo stabilito, e se la cosa riesce secondo il disegno, mi leverò dinanzi agli occhi questa impertinente che mi perseguita.
COL.
E pure è vero bisogna guardarsi da' nasi dritti e da' colli torti.
Ora chiamo Arlecchino.
(parte)
SCENA NONA
BEATRICE sola.
BEATR.
In casa mia voggio poter fare quello che voglio.
Ho preso un vecchio per questo, che per altro non mi sarebbe mancato un giovinotto di buona grazia.
Benché sia nata povera e ordinaria, avevo più amanti io sola, che tutte insieme le ragazze del vicinato.
SCENA DECIMA
COLOMBINA, ARLECCHINO e detta
BEAT.
Senti, Arlecchino, tu devi andare verso il casino de' nobili, dove sogliono trovarsi il signor Lelio e il signor Florindo; li hai da condurre in disparte ambedue, ed hai a dir loro che dopo le quattro si portino a questa casa, che la porta ne sarà socchiusa.
Ma bada bene, e apri ben l'orecchio, e non far delle tue.
Questa ambasciata la devi lor fare separatamente.
Al signor Lelio dirai che l'invito è mio, e che io l'aspetto per andare con esso lui a prendere il fresco.
Al signor Florindo dirai poi che l'invita la signora Rosaura, per discorrer seco con libertà de' suoi amori.
ARL.
(Si va torcendo, dinotando la confusione che gli recano tante parole)
BEAT.
Hai capito? Eseguirai puntualmente?
ARL.
(Dice di sì)
BEAT.
Via.
Come dirai? (Qui Arlecchino imbroglia tutto il discorso; confonde i quattro nomi di Lelio, Florindo, Beatrice e Rosaura.
Ella gli va qualche cosa replicando, ed egli si va ora rimettendo, ora confondendo.
Finalmente mostra di aver ben capito, e parte)
SCENA UNDICESIMA
BEATRICE e COLOMBINA, poi PANTALONE
COL.
Arlecchino non si può negar che non sia sciocco, ma poi è altrettanto grazioso.
BEAT.
Mi serve con fedeltà, e perciò lo sopporto.
PANT.
(Vol piover, la volpe se consegia(24).
Ma troverò mi el modo de far andar via sta siora camariera.
Proverò con una invenzion de mandarla in campagna; e se no servirà, la scazzerò co le brutte).
(da sé)
COL.
Ecco quel vecchio tisico di vostro marito.
(piano a Beatrice)
BEAT.
Non crepa mai quest'anticaglia.
(piano a Colombina)
PANT.
Possio vegnir? Desturbio qualche negozio d'importanza?
BEAT.
Mi disturbate certo; appunto adesso volevo andarmene a letto.
PANT.
Senza cena?
BEAT.
Senza cena.
Mi duole il capo.
PANT.
No saveu che chi va a letto senza cena, tutta la notte se remena(25)? E col remenarve scoverzirè el povero Pantalon, e lu gramo vecchio se sfredirà(26).
(ridendo)
BEAT.
Eh, il gramo vecchio non si sfreddirà, poiché voglio dormir sola.
PANT.
Fe ben: megio soli che mal compagnai(27).
No m'importa, gh'ho gusto che stè ben; e co sè contenta vu, son contento anca mi.
COL.
L'ho sempre detto che il signor Pantalone è un uomo di garbo.
PANT.
Madonna Colombina, gh'ho una cattiva niova da darve.
La gastalda(28) vostra siora mare(29), con reverenza parlando(30), sta mal, e tanto mal che fursi no l'arriverà a doman de sera.
COL.
Povera vecchia! Si vedeva che voleva campar poco.
PANT.
No ve despiase che la mora?
COL.
Mi dispiace, ma abbiamo da morir tutti.
PANT.
Domattina col mio calesso anderè a trovarla, perché la desidera, avanti de morir, de darve un abbrazzo.
BEAT.
No veh, Colombina, non andare.
PANT.
La sarave bella che la fia negasse alla mare sta consolazion!
COL.
Eh, considero che anzi le sarebbe di maggior dolore.
È meglio ch'io non vada.
PANT.
Basta, se no ti vol andar, lassa star.
Ma to sorella Lisetta sta co tanto de occhi a aspettar che la muora, per portar via i bezzi e tutta la roba de casa.
(Proverò st'altro sconzuro).
(da sé)
COL.
N'ha molta della roba mia madre?
PANT.
Cancaro! la gh'averà i so do o tre mile ducati al so comando.
COL.
Uh povera madre mia! E deve morire? (mostra di piangere)
PANT.
No ghe xe più remedio.
COL.
E mia sorella Lisetta porterà via tutto?
PANT.
Infallibilmente.
COL.
Uh povera madre mia! che dolore proverebbe, se non mi vedesse! Oh, voglio andarla a ritrovare senz'altro.
PANT.
(La medesina ha fatto operazion).
(da sé)
BEAT.
E mi vuoi lasciare qui sola?
COL.
Ma, signora padrona, si tratta della madre.
Io le voglio tutto il mio bene; la natura deve fare il suo effetto.
Non voglio che si dica che l'ho lasciata morire senza vederla.
Oh poverina! oh povera madre mia! (piange)
PANT.
(Vardè cossa che xe le donne, vardè!) (da sé)
BEAT.
(Basta, se vuoi andare, non mi oppongo, ma ricordati quel che t'ho detto circa Lelio e Florindo con Rosaura).
(piano a Colombina)
COL.
(Eh, signora sì; questo si farà stassera, ed io partirò domani).
Canchero, due mila ducati! Oh cara la mia mamma! Lisetta vuol tutto? Vengo, vengo mamma mia, vengo.
(parte)
SCENA DODICESIMA
BEATRICE e PANTALONE
PANT.
Siora mugier carissima, za che semo qua soli e che nissun ne sente, avanti che andè a dormir, vorave, se ve contentè, dirve quattro parole.
BEAT.
Dite pure.
E chi vi tiene che non parliate?
PANT.
Vegnì qua; sentemose un puoco, e parlemo d'amor e d'accordo.
BEAT.
Oh, io non sono stanca.
Potete parlar in piedi.
PANT.
No no, vogio che se sentemo; e a ciò no ve incomodè, tirerò mi le careghe(31).
Via, sentève, fia mia, e no me fe andar in collera.
(porta le sedie, e siede)
BEAT.
(Io non so di che umore sia la bestia; convien secondarlo).
(da sé) Eccomi.
Siete contento? (siede)
PANT.
Sì ben; cussì me piase; obbedienza e rassegnazion.
Abbiè pazienza, se ve sarò un pochetto fastidioso, e respondeme a ton(32).
BEAT.
Dite pure, ch'io v'ascolto.
(M'aspetto una gran seccatura).
(da sé)
PANT.
Quanti anni xe che sè mia mugier?
BEAT.
Saranno ormai tre anni.
PANT.
Donca ve recorderè quel che gieri, avanti che ve sposasse.
BEAT.
Me ne ricordo al certo.
Ero una povera giovane, ma dabbene e onorata.
Che vorreste dire per ciò?
PANT.
Dota no me n'avè dà.
BEAT.
Vi siete contentato così.
PANT.
Nobiltà in casa no me n'avè portà.
BEAT.
Son figlia di gente onorata, e tanto basta.
PANT.
Ve recordeu quali xe stai i nostri patti, quando v'ho tiolto(33)?
BEAT.
Oh, troppe cose mi avete dette; io di tutte non me ne ricordo.
PANT.
Oh ben, se no ve le recordè, ve le tornerò a metter in memoria.
Me par anca a mi che ve le siè desmentegae, e per questo sta sera torneremo a far la lizion.
Savè che mi no m'ho maridà né per vogia de mugier, né perché fusse innamorà delle vostre bellezze.
Son restà veduo con una fia alquanto semplizota, e poco bona per governar una casa: mio fio l'ho sempre visto inclinà piuttosto a desfar che a far, e innamorà delle frasche e delle spuzzette; onde per tirar avanti la casa, aver un poco de governo e tegnir in dover la servitù, son stà obbligà a maridarme.
Non ho cercà dota, perché no ghe n'ho bisogno.
Non ho cercà nobiltà, perché no vôi suggezion; ho procurà de aver una putta de casa, savia e modesta e povereta, perché, cognossendo da mi la so fortuna, tanto più la fusse obbligada a respettarme, obbedirme e volerme ben.
M'ha parso che vu fussi giusto a proposito per el mio bisogno.
Savevi cussì ben far, e tanto me parevi bona e savia, che m'ha parso de toccar el ciel col deo(34), quando che v'ho sposà.
Savè che v'ho dito allora, che in casa mia no ve saria mancà gnente, e credo che no ve possiè lamentar; ma savè anca che v'ho dito che in casa mia no vogio conversazion; che no vogio visite, che no vogio amicizie de zoventù.
M'avè promesso de farlo, l'avè zurà; v'ho credesto; ma adesso vedo tutto el contrario.
Casa mia xe deventada un redutto(35), la mia porta xe sempre spalancada; chi va e chi vien.
Circa alle mode, sè deventada la piavola de Franza(36); se spende alla generosa; se tratta alla granda; e quel ch'è pezo, el mario nol se considera un figo, se ghe perde el respetto, nol se obedisse, e el se reduse a ste do estreme necessità: o de soffrir con rossor el vostro contegno, o de precipitar la famegia per remediarghe.
Considerè se cussì se pol durar.
Vardè vu, se sta vita la posso far.
Beatrice, ho parlà, tocca adesso a risponder a vu.
BEAT.
Vi risponderò in poche parole, che circa al rispettarvi non ho preteso di perdervi il rispetto, ma vi ho sempre considerato per quello che siete.
In quanto al vestire, se non vi piace così, porterò quello che mi farete, anderò vestita come volete; ma in quanto poi alla conversazione, non credo che pretendiate ch'io abbia a intisichire.
PANT.
No vogio che deventè tisica, ma ghe xe altro modo de conversar.
Se pratica delle amighe; se va con elle alla commedia; qualche volta anca a qualche festin.
Se zioga, se cena, se sta allegramente, con zente da par soo, tutti marii e mugier; ma voler praticar sti cagazibetto, sti cascamorti, sti sporchi, che va per le piazze e per le botteghe a vantarse de quel che xe e de quel che no xe; star le ore co le ore s'una carega sentai, senza far gnente, e solamente parlar in recchia, sospirar e voltar i occhi come spiritai, Beatrice cara, no sta ben, no par bon, no se puol, no se deve e no vogio.
BEAT.
Dunque, per quel ch'io sento, voi siete geloso.
PANT.
No, fia mia, no son zeloso.
No ve fazzo sto torto de crederve capace de mal.
Zelosia vol dir sospetto, e chi sospetta, xe degno d'esser tradio.
Parlo per quel che vedo; digo per quel che sento.
El mondo xe composto più de zente cattiva, che de zente bona.
Facilmente se crede più el mal, che el ben.
Chi sa el vostro contegno, no crederà che siè quella donna onorata che sè.
Quella zente che pratichè, gh'ha poco bon nome, e dise el proverbio: Vustu saver chi l'è? varda chi el pratica.
Onde adesso no ve parlo da mario, ve parlo da pare; lassè ste amicizie, muè(37) conversazion; tegnì un altro stil, che sarà megio per vu.
BEAT.
Io vi voglio parlare con libertà, né vi voglio adulare.
Tutto farò, ma lasciar le mie conversazioni è impossibile.
PANT.
Lassar le vostre conversazion xe impussibile? Adesso no ve parlo più da pare! ma da mario.
Beatrice, o pensè a muar vita, o parecchieve a muar aria.
(s'alza) Se ve abusè della libertà, saverò el modo de metterve in suggizion.
V'ho fatto patrona della mia casa, delle mie sostanze, del mio cuor, ma no del mio onor; e no sarà mai vero, che vogia sopportar che una donna matta se metta sotto i piè la reputazion de casa Bisognosi.
O ressolveve de far a modo mio, o ve farò morir serada tra quattro muri.
(parte)
BEAT.
Ah, giuro al cielo! Io serrata fra quattro mura? Io lasciar le conversazioni? Io dipendere dai capricci d'un vecchio pazzo? No, non sarà mai vero; e se tu mediti di farmi morire fra quattro mura, può essere che prima a me riesca di farti morire per le mie mani.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Segue notte.
Camera con due porte in prospetto, con portiera, ed una sedia avanti.
COLOMBINA, conducendo per mano FLORINDO, all'oscuro.
FLOR.
Dunque mi assicuri che Arlecchino non ha errato?
COL.
Ha fatto l'ambasciata puntualmente.
FLOR.
Ed è la signora Rosaura che m'invita seco in questa notte?
COL.
Sì signore, per l'appunto.
FLOR.
Ma da me che vuole?
COL.
Oh, lo saprete da lei.
FLOR.
E la signora Beatrice che dirà?
COL.
Essa non ne sa nulla; che se lo risapesse, guai a me!
FLOR.
Non vorrei che nascesse qualche scandalo.
COL.
Venite meco, e non dubitate.
FLOR.
Ma tu mi porrai in qualche precipizio.
COL.
Eh, per l'appunto.
Qui a momenti verrà la signora Rosaura: ma avvertite di non iscoprirvi così subito, lasciate prima che vada a letto suo padre.
Quando sarà tempo, v'avviserò io.
FLOR.
Ma dove devo nascondermi?
COL.
Qui, dietro questa portiera.
(lo conduce ad una delle due porte)
FLOR.
Per amor del cielo, non mi tradire.
COL.
Uh, siete pur pusillanimo! Gli amanti devono essere coraggiosi nelle avventure amorose.
Sento gente, nascondetevi qui.
FLOR.
Amore, assistimi nell'impegno in cui sono.
(si nasconde sotto la porta)
COL.
Oh, vuol essere bella! Sinora l'affare va bene: attendiamo il resto.
Ma dimattina voglio andar da mia madre: canchero, due mila scudi! Mia sorella non me la ficca.
SCENA QUATTORDICESIMA
ROSAURA col lume e smoccolatoio, e detti.
ROS.
Colombina.
COL.
Signora.
ROS.
Questa sera non si cena?
COL.
Oh sì, altro che cenare! Vostro padre ha gridato con la moglie; stassera non si cena.
ROS.
Se egli ha gridato, non ho gridato io.
Mi sento fame, e voglio mangiare.
COL.
Eppure non dovreste aver fame.
ROS.
Perché?
COL.
Perché siete innamorata.
ROS.
Quanto a questo poi, l'amore non mi leva punto l'appetito.
COL.
Ma se vedeste il vostro signor Florindo, lasciereste qualunque lauta mensa?
ROS.
Oh, questo poi no; faccio più conto di una vivanda che mi piace, di quanti Florindi vi sono.
(Florindo fa de' moti d'ammirare)
COL.
Ma gli volete poi bene al signor Florindo?
ROS.
Orsù, non mi rompere il capo con simili discorsi.
Vammi a pigliare qualche cosa da cena; che io qui sedendo ti aspetto.
(siede)
COL.
Ora vado a servirvi.
(vuol smoccolare il lume, e lo spegne) Oh diamine! mi si è spento.
Aspettate che vado a riaccenderlo.
ROS.
Fa presto, che ho paura a stare al buio.
COL.
Vengo subito.
(Povera bambina!) (da sé)
(Parte, lascia il lume in terra spento)
ROS.
Guardate che sguaiata! Lasciarmi qui all'oscuro; a pericolo ch'io vegga qualche fantasma.
Oimè! solo a pensarlo mi sento venir freddo.
Parmi sentir non so che.
Oh povera me! che sarà mai?
SCENA QUINDICESIMA
COLOMBINA, tenendo per mano LELIO all'oscuro, e detti.
LEL.
Dubitavo che quello sciocco d'Arlecchino avesse equivocato.
COL.
No no, ha detto bene.
La signora Beatrice appunto v'aspettava.
Trattenetevi in questa camera alcun poco, finché il vecchio va a letto, e or ora verrà.
(sottovoce)
LEL.
Ma qui dove sono?
COL.
State zitto e aspettate.
(Ora la quaglia è nella rete, convien scoprirla).
(da sé, e parte)
LEL.
Io mi trovo nel bell'imbarazzo.
Queste donne mi vogliono precipitare.
ROS.
Eppure parmi di sentir gente.
Io tremo da capo a piedi.
LEL.
E quanto dura questa faccenda?
ROS.
E Colombina non viene.
LEL.
Vedo venir un lume.
Sarà la signora Beatrice.
ROS.
Questa sarà Colombina.
LEL.
Oimè, Pantalone! Dove m'ascondo?
(Corre per trovar luogo da celarsi, urta nella sedia dove sta Rosaura, e casca addosso la medesima)
ROS.
Aiuto, misericordia.
SCENA SEDICESIMA
PANTALONE con lume, e detti.
PANT.
Eh, che non lo posso creder...
Olà(38)! coss'è sto negozio? (vede Lelio vicino a Rosaura; Lelio s'alza e gli fa una riverenza) Servitor devotissimo.
Brava, siora fia, pulito.
Con tutta la vostra modestia, lo gh'avevi in traversa(39) l'amigo.
ROS.
Ma io, signor padre, non ne so nulla.
PANT.
Non ne so nulla? Oh che mozzina monzua! E vu, sior Lelio, adesso ho capio.
Finzevi de vegnir per Pasquin, e vegnivi per Marforio.
LEL.
Signore, quest'è un accidente impensato.
PANT.
Lo so anca mi che no aspettavi d'esser scoverto.
Orsù, qua no gh'è tempo da perder.
I rimproveri sarave inutili, el mal xe fatto.
Bisogna pensar al remedio.
Deve la man, sposeve, e in sta maniera tutte le cose le anderà a so segno.
LEL.
Oh, signore, perdonatemi...
PANT.
Coss'è sto perdonatemi? Me maravegio dei fatti vostri; o sposè mia fia, o co sto cortello ve scannerò co fa un porco.
(mette mano)
LEL.
(Sono nel bell'impegno).
(da sé)
PANT.
Animo, Rosaura, daghe la man.
ROS.
Oh, io non lo voglio assolutamente.
PANT.
No ti lo vuol? Ah, desgraziada, no ti lo vuol, e ti gieri de notte abbrazzada con ello? Presto, no perdemo più tempo; o reparè el mio onor colle vostre nozze, o lavarò le macchie col vostro sangue.
LEL.
(Fingerò di sposarla, per liberarmi da un tale imbroglio).
(da sé) Giacché così volete, eccomi pronto a darle la destra.
PANT.
Presto, ubbidisci, o te sgargato(40).
(minaccia Rosaura.)
ROS.
Ah povera me! Lo sposerò, lo sposerò.
Ecco la mano.
LEL.
Ecco che io la sposo...
(esce Florindo)
FLOR.
Adagio un poco, signori miei...
PANT.
Comuòdo! un altro? Cossa feu qua, sior?
FLOR.
Qui venni invitato dalla signora Rosaura.
PANT.
A do alla volta? (a Rosaura)
ROS.
Vi giuro, non ne so nulla in coscienza mia.
PANT.
(Oh, adesso sì che la prudenza de Pantalon ha squasi perso la tramontana).
(da sé)
FLOR.
Signor Pantalone, confesso che la situazione in cui mi trovate, merita i vostri rimproveri ed i rigori del vostro sdegno, ma amore sia il difensore della mia causa.
Amo la signora Rosaura, e se non isdegnate di avermi per genero, ve la dimando in consorte.
PANT.
Cossa dise sior Lelio?
LEL.
Io gliela cedo con tutto il cuore.
PANT.
E vu la tiolè, siben che sior Lelio giera qua a brazzadei(41)? (a Florindo)
FLOR.
Ciò poco m'importa.
Un accidente non conclude.
PANT.
Oh, el xe de bon stomego.
E ti cossa distu? (a Rosaura)
ROS.
Io direi...
ma mi vergogno...
PANT.
Ah, ti te vergogni, ah! Desgraziada, a do alla volta, e ti te vergogni?
ROS.
Il cielo mi castighi, se ne sapevo nulla.
PANT.
Via, animo, di' su quel che ti vol dir.
ROS.
Direi, che se avessi a maritarmi...
oh, mi vergogno davvero.
PANT.
(La me fa una rabbia, che la mazzaria).
(da sé) Mo fenìssila una volta.
ROS.
Quando avessi a maritarmi, prenderei il signor Florindo.
PANT.
(Manco mal che la l'ha dita).
Orsù, ho inteso tutto.
Sior Florindo, domattina la discorreremo.
FLOR.
Dunque partirò...
PANT.
No no, no la se la passa co sta disinvoltura.
Quella xe la camera de mio fio, che za per sta sera no vien; là ghe xe un letto, questa xe una luse.
(prende il candeliere che aveva Rosaura).
La vaga a repossar, e domattina se parleremo.
FLOR.
Ma signore...
PANT.
Manco chiacole(42).
La vaga, se no la vol che se scaldemo el sangue.
FLOR.
Per obbedirvi, anderò dove v'aggrada.
ROS.
Signor padre, ho d'andare ancor io con lui?
PANT.
Sentì, la povera vergognosa.
E ti gh'averessi tanto bon stomego?
ROS.
Credeva...
basta, mi rimetto.
PANT.
Sior Florindo, xe tardi, la resta servida.
FLOR.
V'obbedisco.
Addio, signora Rosaura.
(entra in camera)
ROS.
Serva, signor Florindo.
(Quanto è bellino!) (da sé)
PANT.
(Serra Florindo in camera colle chiavi) Questa xe fatta.
A vu, siora, in te la vostra camera.
ROS.
Senza cena?
PANT.
Anemo, digo, no me fe andar in collera...
ROS.
Senza lume?
PANT.
Tiolè sto poco de mocolo.
(tira fuori un poco di cerino)
ROS.
Ma io ho paura...
PANT.
Fenimola, andè a dormir, siora melodia(43); che adessadesso...
ROS.
Vado, vado, non mi sgridate, che mi fate svegliare i vermini.
(entra nell'altra camera)
PANT.
(La serra colle chiavi) Doman se descorrerà con più comodo.
LEL.
Signor Pantalone, io me ne posso andare.
PANT.
Ve dirò, no meriteressi che ve fasse andar vivo co le vostre gambe, ma che ve fasse portar via in quattro.
No lo fazzo, perché gh'ho viscere umane in petto, e amo el mio prossimo come mi medesimo; anzi, in vece de trattarve mal, come meritè, ve vogio dar un avertimento da amigo e da fradello carnal.
L'avertimento xe questo: mia mugier e mia fia no le vardè né poco, né troppo; in casa mia no ghe stè più a vegnir; e sora tutto, del caso che xe successo sta sera, vardè de non parlar con nissun.
Se ve trovè in lioghi dove ghe sia donne de casa Bisognosi, finzè de no cognosserle e tirè de longo; perché se averè ardir de accostarve a casa mia, ve lo confido con segretezza, in t'un scalin della scala ghe xe un trabuchello, che, levando un certo ferro che so mi, se volterà sottossora, e ve precipiterà in t'un pozzo de chiodi e de rasadori; e se no vegnirè in casa mia, ma cercherè de trovarve in altri lioghi co mia mugier o mia fia, o se gh'averè ardir de parlar de sto accidente, gh'ho diese zecchini in scarsela da farve dar una schioppetada in te la schena, senza che sappiè da che banda la vegna.
Ve lo digo con flemma, senza andar in collera; prevaleve dell'avviso, e regoleve colla vostra prudenza.
LEL.
Signor Pantalone, vi ringrazio infinitamente dell'avviso; me ne saprò prevalere.
Sulla scala il trabocchetto...
PANT.
E zoso el pozzo de chiodi.
LEL.
Dieci zecchini in tasca...
PANT.
Per farve dar una schioppetada.
LEL.
Obbligatissimo alle sue grazie.
PANT.
Patron mio riveritissimo.
LEL.
Rendo grazie alla sua cortesia.
PANT.
È debito della mia servitù.
LEL.
Ella è troppo gentile.
PANT.
Fazzo giustizia al so merito.
LEL.
Averò memoria delle sue grazie.
PANT.
E mi no me desmentegherò de servirla.
LEL.
Ci siamo intesi.
PANT.
La m'ha capio.
LEL.
Ella non ha parlato ad un sordo.
PANT.
E ella no l'ha da far con un orbo.
LEL.
Signor Pantalone, la riverisco.
PANT.
Sior Lelio, ghe son servitor.
LEL.
(Trabocchetto! alla larga.
Ma! pur troppo è vero.
Tutte le donne sono trabocchetti).
(da sé, e parte)
PANT.
Vogio andarghe drio.
No vorave, che passando per camera de mia mugier, el trabucasse con ella.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Giorno.
Segue la stessa camera, con due porte chiuse.
BEATRICE e COLOMBINA
BEAT.
Questo dunque è il bell'esito che hanno avuto le nostre invenzioni? Rosaura per castigo or ora sarà maritata col signor Florindo?
COL.
Così è; quel politicone di vostro marito, senza punto scaldarsi il sangue, l'ha accomodata così.
BEAT.
Oh, questa poi non la posso tollerare; ci va della mia riputazione, che colei trionfi ad onta mia.
COL.
Il signor Pantalone ha serrato il signor Florindo in quella camera, e stamattina, levato che sarà, concluderà senz'altro questo matrimonio.
BEAT.
È assai che non si sia ancora alzato!
COL.
È stanco dal viaggio; per altro egli s'alza sempre di buon mattino.
BEAT.
E Florindo sposerà Rosaura senza dir nulla a me, e senza averne il mio assenso?
COL.
Oh, lo farà senz'altro.
BEAT.
Se gli potessi parlare, non lo farebbe.
Se sapessi in che modo aprir quella camera, mi darebbe l'animo di sturbar ogni cosa.
COL.
Il modo d'aprirla è facile: sapete pure che tutte le chiavi di queste camere sono simili; colla vostra si può aprire anche questa.
Ma è ben vero che non mi par decente che due donne aprano la camera d'un uomo, che può essere ancora a letto, il ciel sa in qual positura.
BEAT.
Fa così, batti all'uscio: chiama Florindo, domanda s'egli è levato.
Se dice di sì, digli che vi è chi gli vuol parlare, e apri; eccoti la mia chiave.
COL.
Non mi dispiace; così farò.
(va alla camera di Florindo)
BEAT.
Fa presto, prima che il vecchio si levi.
COL.
Signor Florindo.
(batte)
SCENA SECONDA
FLORINDO di dentro, e dette.
FLOR.
Chi è? Chi mi chiama?
COL.
Siete levato?
FLOR.
Sono levato e vestito; ed aspetto d'uscir di prigione.
COL.
Se non vi è di disturbo, vi è persona che vi vorrebbe parlare.
FLOR.
Ma se non posso uscire.
COL.
Ora vi apro.
(apre l'uscio, e Florindo esce)
FLOR.
Dov'è la signora Rosaura? (a Colombina)
BEAT.
Cercate la signora Rosaura, eh? Mi maraviglio di voi.
Siete un uomo incivile.
Avete commessa un'azione troppo indegna.
FLOR.
Ma, signora, l'affare è già accomodato.
Il signor Pantalone si contenta...
BEAT.
Se se ne contenta il signor Pantalone, non me ne contento io.
Che! Io dunque non conto per nulla in questa casa? Senza mia saputa si fanno i matrimoni? E voi avete per me sì poco rispetto?
FLOR.
L'occasione nella quale mi son ritrovato...
BEAT.
Sì sì, v'intendo; vorreste scusarvi, ma poco servono le vostre scuse, se non mi date una ben giusta soddisfazione.
FLOR.
Signora, comandate; sono pronto a far tutto, per comprovarvi il rispetto che professo alla vostra persona.
BEAT.
In questo punto dovete andarvene di casa mia.
FLOR.
Senza concludere il matrimonio?...
BEAT.
Differitelo ad altro tempo.
Vi avviserò io, quando mi parrà che si faccia.
FLOR.
Ma la signora Rosaura...
BEAT.
Ella dipende dal mio volere.
FLOR.
E il signor Pantalone?
BEAT.
Sarà mia cura di far con esso le vostre giustificazioni.
FLOR.
Almeno dar un addio alla sposa...
BEAT.
Questo è troppo.
Non mi mettete al punto di mortificarvi ambedue.
FLOR.
Mi par troppo amara...
BEAT.
Mi par troppo ardire il vostro.
FLOR.
Perdonate.
BEAT.
Partite.
FLOR.
Vi obbedisco.
(Oh femmina disturbatrice de' miei contenti!) (parte)
SCENA TERZA
BEATRICE e COLOMBINA
BEAT.
Vedi, se mi è riuscito di farlo partire?
COL.
Certo che in questa maniera sarebbe partito.
Pareva lo voleste sbalzare dalle finestre.
BEAT.
Mah, nelle occasioni conviene farsi rispettare e temere.
COL.
Orsù, signora padrona, l'ora è tarda; è tempo che io vada a rivedere mia madre.
BEAT.
Cara Colombina, non abbandonarmi.
COL.
E volete che io perda una sì bella eredità?
BEAT.
Chi t'assicura che ciò sia vero, e non sia un'invenzione di quel vecchio malizioso, per cacciarti di casa?
COL.
Sapete che non mi pare la pensiate male! Mia madre è stata qui, che son pochi giorni.
Ella non è tanto ricca, e vostro marito non mi può vedere.
Sarà meglio ch'io prima me n'assicuri; ne domanderò a qualche contadino, e se non è vero, voglio che mi senta quel volpone di vostro marito.
BEAT.
Ho sentito chiuder l'uscio dello scrittoio.
Il vecchio è levato, e non tarderà a venire in sala.
Ritiriamoci; ma prima torna a serrar quella camera.
COL.
Sì sì, non ci facciamo vedere, che non abbia a pensar male.
Eccola serrata, ed ecco le chiavi.
BEAT.
Oh, come vuol restar di stucco, non ritrovando Florindo in casa!
COL.
Con tutta la sua politica, questa volta gliel'abbiamo fatta.
BEAT.
E Rosaura vuol mangiar l'aglio davvero!
COL.
Suo danno, crepi pure quella bacchettonaccia maliziosa.
BEAT.
Ecco gente! andiamo.
(parte)
COL.
Oh, noi altre donne ne sappiamo una carta più del diavolo.
(parte)
SCENA QUARTA
PANTALONE solo.
PANT.
Xe ora che vaga a liberar sti poveri presonieri.
Ho slongà un pochetto la mia ora solita de levarme per la strachezza del viazo, e xe un poco tardi, e el sior Florindo me aspetterà con batticuor e paura.
Dise el proverbio: tutto el mal non vien per nuocer.
El bravo chimico sa dal velen cavar l'antidoto, e l'omo politico sa dal mal cavar el ben.
Cussì mi da un desordene spero cavar un ordene, e maridando mia fia, liberarme del mazor spin, che gh'abbia in ti occhi.
Co ste do righe de scrittura che ho fatto, se concluderà el matrimonio tra sior Florindo e Rosaura, e con quest'altra spero de tirar mio fio a sposar la fia del sior Pancrazio, ricca de sessanta mile ducati.
So che in quel pezzo de matto incocalio(44) per siora Diana, troverò delle difficoltà, ma spero co sta alzadura d'inzegno tirarlo in rede, senza che el se n'accorza, e se non altro far che quella pettegola se desgusta.
Scomenzemo da sti do desperai: ma prima vogio sentir Rosaura; vogio un poco che la me diga come xe andà el negozio de gersera, e come gh'intrava quel cagadonao(45) de sior Lelio.
Rosaura, xestu levada? Xestu vestia? Vien fuora, che te vogio parlar.
(apre con la chiave)
SCENA QUINTA
ROSAURA esce dalla camera, e detto.
ROS.
Eccomi, signor padre; che mi comandate?
PANT.
Fia mia, quel che xe stà, xè stà, e no te vogio rimproverar un fallo che podeva dir quindese(46), ma che fursi te farà vadagnar la partia.
Vogio da ti solamente saver come xe andà sto negozio, e come qua in camera con ti s'ha trovà sior Florindo e sior Lelio.
ROS.
Credetemi, non ne so nulla, da fanciulla onorata.
PANT.
Cossa favistu in sta camera?
ROS.
Aspettavo che Colombina mi portasse la cena.
PANT.
Ma sior Lelio gerelo una piatanza?
ROS.
Io non l'avevo veduto.
PANT.
Come no l'avevistu visto, se el te gera tanto vesin?
ROS.
Non l'ho veduto, perché ero all'oscuro.
PANT.
Ma perché star a scuro?
ROS.
Colombina spense il lume, e andò in cucina a riaccenderlo.
PANT.
Ah ah, Colombina ha stuà la luse, e la gera andada a impizzarla(47)? Ho capio tutto.
Quella desgraziada, quella ruccola(48) maledìa, xe stada quella che t'ha menà in camera i do pretendenti.
Fia mia, basta...
(La xe innocente, lo credo e lo tocco co man).
(da sé) Ma za che l'accidente ha portà cussì, bisogna uniformarse e sposar sior Florindo.
ROS.
Oh, questa cosa non mi dispiace niente.
PANT.
Donca ti ghe vol ben a sior Florindo?
ROS.
Se devo dire la verità, non gli voglio male.
PANT.
O via, manco mal.
Ancuo ti sarà contenta.
Ma avverti a esser una bona mugier, come ti xe stada una bona fia.
L'amor se coltiva colla confidenza, e se un mario e una mugier scomenza a viver deseparai, presto presto i deventa nemici.
Se ti ghe vol ben, ti ha da cercar de secondar le so inclinazion.
Se el te vol aliegra, e ti mostra allegria: se ti ghe piasi malinconica, e ti sospirando, ma solamente per ello, falo muover a compassion.
Se el te mena ai divertimenti, vaghe, ma co modestia; se el te tien in casa, staghe con rassegnazion.
Se l'è zeloso, schiva(49) tutte le occasion de darghe sospetto; se el se fida, no te abusar della so bontà.
Se l'è generoso, procura de regolarlo; se l'è avaro, procura de illuminarlo; e sora tutto se el cria, e se el te dà causa de criar, essi ti(50) la prima a taser, se pur xe pussibile che una donna sia la prima a sbassar la ose.
ROS.
Vi ringrazio di questi buoni avvertimenti.
Cercherò di valermene.
Ma il signor Florindo che fa? Dorme ancora?
PANT.
No so; la camera no l'ho gnancora averta; aspetta che adesso, se el xe levà, vôi che se concluda su do piè sto matrimonio.
(va per aprire)
ROS.
(Volesse il cielo! non vedo l'ora di sentirmi chiamare signora sposa).
(da sé)
PANT.
Sior Florindo, xela in letto? Nol responde, adesso anderò a veder se el dorme.
(a Rosaura, ed entra)
ROS.
Sì sì, fate prestino.
Che rabbia averà la signora Beatrice! Eh, ora non potrà farmi la padrona addosso.
PANT.
(Esce confuso, e guarda e riguarda dentro e fuori, e osserva bene la chiave)
ROS.
(Mi par confuso, che sarà mai?) (da sé) E bene, signor padre, che fa il signor Florindo?
PANT.
Eh sì, adesso adesso.
(torna in camera)
ROS.
Io non capisco questa sua confusione.
Voglio farmi animo; voglio andarvi anch'io.
Che sarà mai? Finalmente è mio sposo.
(vuol entrare; Pantalone esce e la trattiene)
PANT.
Dove andeu, sfazzada?
ROS.
Non mi dite nulla...
Andavo a vedere io..
PANT.
No abbiè ardir d'intrar in quella camera.
Sior Florindo no xe gnancora vostro mario.
ROS.
Ma almeno ditemi che cosa fa? È egli nel letto?
PANT.
Siora sì, el xe in letto; ghe dol un poco la testa, e el vol dormir.
Andè in te la vostra camera: ànemo.
ROS.
Siete in collera?
PANT.
Ànemo, ubbidì, se no volè che vaga in collera.
ROS.
Subito, eccomi, v'obbedisco.
Il ciel mi guardi di disgustarvi! (Ah, che io lascio gli occhi su quella porta, ed il cuore non si parte da quella camera).
(da sé, ed entra nella sua stanza)
SCENA SESTA
PANTALONE solo.
PANT.
Come! anca Florindo me tradisse? Furbazzo, indegno; cussì el me manca de fede? El me domanda la fia, e po el scampa(51) per no sposarla? Ma come alo fatto a scampar de camera? La porta gera serada.
Per de drento no se averze(52); e se s'averzisse, dopo no se puol serrar senza chiave.
Oh poveretto mi! adesso scomenzo a tremar: la mia reputazion scomenza a pericolar.
Ma gnente, forti, coraggio; troverò sior Florindo, lo cercherò mi, lo farò cercar da Brighella, e un poco colle bone, e un poco colle cattive, l'obbligherò a mantegnir la parola.
Vaga la casa e i copi(53), ma che se salva la reputazion.
(parte, lasciando aperta la porta)
SCENA SETTIMA
ROSAURA sola, poi ARLECCHINO
ROS.
Mio padre se n'è andato, ed io non posso a meno di non tornare in questa sala.
Oh, se potessi entrare in quella camera, quanto sarei contenta! Ma la modestia non lo permette.
Eppure, chi sa! forse il mio Florindo mi brama e mi sospira, ed a me non conviene consolarlo per ora.
ARL.
Siora Rosaura, co le lagrime ai occhi me rallegro del vostro matrimonio.
ROS.
Lo sai ancor tu che sono sposa, eh?
ARL.
Mo andè là, che avì fatt una gran bestialità!
ROS.
Per che causa ho fatto male?
ARL.
Se avevi pazienza, gh'era per vu un partido molto meio de questo.
ROS.
Qual era questo miglior partito?
ARL.
V'averave sposada mi.
ROS.
Pazzo che sei! non lasci mai le tue scioccherie.
ARL.
Coss'è ste scioccherie? Digh da bon, e non burlo.
ROS.
Orsù, se mi vuoi bene, fammi un piacere.
Entra lì nella camera, dove sta il signor Florindo nel letto, e fagli per me un'ambasciata.
ARL.
Per farve veder ch'a ve vui ben, lo farò: za per far ambassade son fatt'a posta.
ROS.
Digli che mando a vedere come sta, e desidero di vederlo.
ARL.
Gnora sì.
(entra nella camera, dove era Florindo)
ROS.
Almeno mi facesse dire che entrassi; dicendolo egli, non farei male.
ARL.
(Esce senza parlare)
ROS.
E bene, Arlecchino, che t'ha detto il signor Florindo?
ARL.
Niente affatto.
ROS.
Ma sta bene?
ARL.
Credo che nol staga né ben, né mal.
ROS.
Ma gli hai fatta l'ambasciata?
ARL.
Gnora sì.
ROS.
Ed egli che t'ha detto?
ARL.
Niente affatto.
ROS.
Va là, torna, e dimandagli se gli duole il capo.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) La testa no la ghe dol.
ROS.
Digli dunque perché non si leva.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) L'è za levà.
ROS.
Digli perché non viene a vedermi.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) El ghe vede poco.
ROS.
Caro Arlecchino, digli che, se mi vuol bene, si lasci da me vedere.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) Adesso el vien.
ROS.
Digli che solleciti, e venga presto.
ARL.
Gnora sì.
(va, e dice di dentro) El vien, el vien, el se veste, e subito el vien.
ROS.
Oh me felice! Sento che il core mi balza in petto dall'allegrezza.
Arlecchino, viene o non viene?
ARL.
(Dice) Eccolo.
(e si vede alzar la portiera)
ROS.
Ecco il mio caro bene.
ARL.
(Esce vestito con giubba e parrucca, e fa delle riverenze a Rosaura)
ROS.
Eh scimunito, indiscreto! Che fai cogli abiti di Ottavio mio fratello? Il signor Florindo dov'è?
ARL.
Patrona cara, cerchelo vu, perché a mi no me dà l'anemo de trovarlo.
Ma in mancanza soa, son qua mi e m'esibiss mi.
ROS.
Come! non vi è Florindo?
ARL.
Gnora no.
ROS.
Eh! tu m'inganni.
ARL.
Nol gh'è, in conscienza mia.
ROS.
Non posso più; modestia, abbi pazienza.
(entra in camera di Florindo)
ARL.
Lu no gh'è certo.
L'è andà via, el l'ha impiantada.
Chi sa che no la me toga mi? (esce Rosaura dalla camera)
ROS.
Ah me infelice! ah me meschina! ah Florindo traditore! ah barbaro! ah inumano! Mi ha lasciata, mi ha tradita, se n'è fuggito.
ARL.
No ve desperè, son qua mi.
ROS.
Ho ben veduto il mio povero padre mesto e confuso.
Siamo assassinati.
Ah Florindo crudele, queste sono le promesse? son questi i giuramenti? Ahimè! mi sento morire.
(piange)
ARL.
Siora padroncina, no pianzì, che me fe pianzer anca mi.
ROS.
Mi manca il respiro, mi si oscura la luce, mi sento la morte nel seno; ma giacché devo morire, voglio spirare almeno su quel medesimo letto, su cui quel disleale ha riposato la scorsa notte.
ARL.
Eh, no fe sto sproposito.
ROS.
Sì, voglio morire, e se non basta ad uccidermi il dolore, mi darò la morte colle mie mani.
(entra in camera come sopra)
ARL.
Uh uh, che smanie, che desperazion! (osserva alla porta) La s'ha buttà sul letto, la pianze, la se despera.
L'è cussì desperada, no gh
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