L'UOMO PRUDENTE, di Carlo Goldoni - pagina 4
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O ressolveve de far a modo mio, o ve farò morir serada tra quattro muri.
(parte)
BEAT.
Ah, giuro al cielo! Io serrata fra quattro mura? Io lasciar le conversazioni? Io dipendere dai capricci d'un vecchio pazzo? No, non sarà mai vero; e se tu mediti di farmi morire fra quattro mura, può essere che prima a me riesca di farti morire per le mie mani.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Segue notte.
Camera con due porte in prospetto, con portiera, ed una sedia avanti.
COLOMBINA, conducendo per mano FLORINDO, all'oscuro.
FLOR.
Dunque mi assicuri che Arlecchino non ha errato?
COL.
Ha fatto l'ambasciata puntualmente.
FLOR.
Ed è la signora Rosaura che m'invita seco in questa notte?
COL.
Sì signore, per l'appunto.
FLOR.
Ma da me che vuole?
COL.
Oh, lo saprete da lei.
FLOR.
E la signora Beatrice che dirà?
COL.
Essa non ne sa nulla; che se lo risapesse, guai a me!
FLOR.
Non vorrei che nascesse qualche scandalo.
COL.
Venite meco, e non dubitate.
FLOR.
Ma tu mi porrai in qualche precipizio.
COL.
Eh, per l'appunto.
Qui a momenti verrà la signora Rosaura: ma avvertite di non iscoprirvi così subito, lasciate prima che vada a letto suo padre.
Quando sarà tempo, v'avviserò io.
FLOR.
Ma dove devo nascondermi?
COL.
Qui, dietro questa portiera.
(lo conduce ad una delle due porte)
FLOR.
Per amor del cielo, non mi tradire.
COL.
Uh, siete pur pusillanimo! Gli amanti devono essere coraggiosi nelle avventure amorose.
Sento gente, nascondetevi qui.
FLOR.
Amore, assistimi nell'impegno in cui sono.
(si nasconde sotto la porta)
COL.
Oh, vuol essere bella! Sinora l'affare va bene: attendiamo il resto.
Ma dimattina voglio andar da mia madre: canchero, due mila scudi! Mia sorella non me la ficca.
SCENA QUATTORDICESIMA
ROSAURA col lume e smoccolatoio, e detti.
ROS.
Colombina.
COL.
Signora.
ROS.
Questa sera non si cena?
COL.
Oh sì, altro che cenare! Vostro padre ha gridato con la moglie; stassera non si cena.
ROS.
Se egli ha gridato, non ho gridato io.
Mi sento fame, e voglio mangiare.
COL.
Eppure non dovreste aver fame.
ROS.
Perché?
COL.
Perché siete innamorata.
ROS.
Quanto a questo poi, l'amore non mi leva punto l'appetito.
COL.
Ma se vedeste il vostro signor Florindo, lasciereste qualunque lauta mensa?
ROS.
Oh, questo poi no; faccio più conto di una vivanda che mi piace, di quanti Florindi vi sono.
(Florindo fa de' moti d'ammirare)
COL.
Ma gli volete poi bene al signor Florindo?
ROS.
Orsù, non mi rompere il capo con simili discorsi.
Vammi a pigliare qualche cosa da cena; che io qui sedendo ti aspetto.
(siede)
COL.
Ora vado a servirvi.
(vuol smoccolare il lume, e lo spegne) Oh diamine! mi si è spento.
Aspettate che vado a riaccenderlo.
ROS.
Fa presto, che ho paura a stare al buio.
COL.
Vengo subito.
(Povera bambina!) (da sé)
(Parte, lascia il lume in terra spento)
ROS.
Guardate che sguaiata! Lasciarmi qui all'oscuro; a pericolo ch'io vegga qualche fantasma.
Oimè! solo a pensarlo mi sento venir freddo.
Parmi sentir non so che.
Oh povera me! che sarà mai?
SCENA QUINDICESIMA
COLOMBINA, tenendo per mano LELIO all'oscuro, e detti.
LEL.
Dubitavo che quello sciocco d'Arlecchino avesse equivocato.
COL.
No no, ha detto bene.
La signora Beatrice appunto v'aspettava.
Trattenetevi in questa camera alcun poco, finché il vecchio va a letto, e or ora verrà.
(sottovoce)
LEL.
Ma qui dove sono?
COL.
State zitto e aspettate.
(Ora la quaglia è nella rete, convien scoprirla).
(da sé, e parte)
LEL.
Io mi trovo nel bell'imbarazzo.
Queste donne mi vogliono precipitare.
ROS.
Eppure parmi di sentir gente.
Io tremo da capo a piedi.
LEL.
E quanto dura questa faccenda?
ROS.
E Colombina non viene.
LEL.
Vedo venir un lume.
Sarà la signora Beatrice.
ROS.
Questa sarà Colombina.
LEL.
Oimè, Pantalone! Dove m'ascondo?
(Corre per trovar luogo da celarsi, urta nella sedia dove sta Rosaura, e casca addosso la medesima)
ROS.
Aiuto, misericordia.
SCENA SEDICESIMA
PANTALONE con lume, e detti.
PANT.
Eh, che non lo posso creder...
Olà(38)! coss'è sto negozio? (vede Lelio vicino a Rosaura; Lelio s'alza e gli fa una riverenza) Servitor devotissimo.
Brava, siora fia, pulito.
Con tutta la vostra modestia, lo gh'avevi in traversa(39) l'amigo.
ROS.
Ma io, signor padre, non ne so nulla.
PANT.
Non ne so nulla? Oh che mozzina monzua! E vu, sior Lelio, adesso ho capio.
Finzevi de vegnir per Pasquin, e vegnivi per Marforio.
LEL.
Signore, quest'è un accidente impensato.
PANT.
Lo so anca mi che no aspettavi d'esser scoverto.
Orsù, qua no gh'è tempo da perder.
I rimproveri sarave inutili, el mal xe fatto.
Bisogna pensar al remedio.
Deve la man, sposeve, e in sta maniera tutte le cose le anderà a so segno.
LEL.
Oh, signore, perdonatemi...
PANT.
Coss'è sto perdonatemi? Me maravegio dei fatti vostri; o sposè mia fia, o co sto cortello ve scannerò co fa un porco.
(mette mano)
LEL.
(Sono nel bell'impegno).
(da sé)
PANT.
Animo, Rosaura, daghe la man.
ROS.
Oh, io non lo voglio assolutamente.
PANT.
No ti lo vuol? Ah, desgraziada, no ti lo vuol, e ti gieri de notte abbrazzada con ello? Presto, no perdemo più tempo; o reparè el mio onor colle vostre nozze, o lavarò le macchie col vostro sangue.
LEL.
(Fingerò di sposarla, per liberarmi da un tale imbroglio).
(da sé) Giacché così volete, eccomi pronto a darle la destra.
PANT.
Presto, ubbidisci, o te sgargato(40).
(minaccia Rosaura.)
ROS.
Ah povera me! Lo sposerò, lo sposerò.
Ecco la mano.
LEL.
Ecco che io la sposo...
(esce Florindo)
FLOR.
Adagio un poco, signori miei...
PANT.
Comuòdo! un altro? Cossa feu qua, sior?
FLOR.
Qui venni invitato dalla signora Rosaura.
PANT.
A do alla volta? (a Rosaura)
ROS.
Vi giuro, non ne so nulla in coscienza mia.
PANT.
(Oh, adesso sì che la prudenza de Pantalon ha squasi perso la tramontana).
(da sé)
FLOR.
Signor Pantalone, confesso che la situazione in cui mi trovate, merita i vostri rimproveri ed i rigori del vostro sdegno, ma amore sia il difensore della mia causa.
Amo la signora Rosaura, e se non isdegnate di avermi per genero, ve la dimando in consorte.
PANT.
Cossa dise sior Lelio?
LEL.
Io gliela cedo con tutto il cuore.
PANT.
E vu la tiolè, siben che sior Lelio giera qua a brazzadei(41)? (a Florindo)
FLOR.
Ciò poco m'importa.
Un accidente non conclude.
PANT.
Oh, el xe de bon stomego.
E ti cossa distu? (a Rosaura)
ROS.
Io direi...
ma mi vergogno...
PANT.
Ah, ti te vergogni, ah! Desgraziada, a do alla volta, e ti te vergogni?
ROS.
Il cielo mi castighi, se ne sapevo nulla.
PANT.
Via, animo, di' su quel che ti vol dir.
ROS.
Direi, che se avessi a maritarmi...
oh, mi vergogno davvero.
PANT.
(La me fa una rabbia, che la mazzaria).
(da sé) Mo fenìssila una volta.
ROS.
Quando avessi a maritarmi, prenderei il signor Florindo.
PANT.
(Manco mal che la l'ha dita).
Orsù, ho inteso tutto.
Sior Florindo, domattina la discorreremo.
FLOR.
Dunque partirò...
PANT.
No no, no la se la passa co sta disinvoltura.
Quella xe la camera de mio fio, che za per sta sera no vien; là ghe xe un letto, questa xe una luse.
(prende il candeliere che aveva Rosaura).
La vaga a repossar, e domattina se parleremo.
FLOR.
Ma signore...
PANT.
Manco chiacole(42).
La vaga, se no la vol che se scaldemo el sangue.
FLOR.
Per obbedirvi, anderò dove v'aggrada.
ROS.
Signor padre, ho d'andare ancor io con lui?
PANT.
Sentì, la povera vergognosa.
E ti gh'averessi tanto bon stomego?
ROS.
Credeva...
basta, mi rimetto.
PANT.
Sior Florindo, xe tardi, la resta servida.
FLOR.
V'obbedisco.
Addio, signora Rosaura.
(entra in camera)
ROS.
Serva, signor Florindo.
(Quanto è bellino!) (da sé)
PANT.
(Serra Florindo in camera colle chiavi) Questa xe fatta.
A vu, siora, in te la vostra camera.
ROS.
Senza cena?
PANT.
Anemo, digo, no me fe andar in collera...
ROS.
Senza lume?
PANT.
Tiolè sto poco de mocolo.
(tira fuori un poco di cerino)
ROS.
Ma io ho paura...
PANT.
Fenimola, andè a dormir, siora melodia(43); che adessadesso...
ROS.
Vado, vado, non mi sgridate, che mi fate svegliare i vermini.
(entra nell'altra camera)
PANT.
(La serra colle chiavi) Doman se descorrerà con più comodo.
LEL.
Signor Pantalone, io me ne posso andare.
PANT.
Ve dirò, no meriteressi che ve fasse andar vivo co le vostre gambe, ma che ve fasse portar via in quattro.
No lo fazzo, perché gh'ho viscere umane in petto, e amo el mio prossimo come mi medesimo; anzi, in vece de trattarve mal, come meritè, ve vogio dar un avertimento da amigo e da fradello carnal.
L'avertimento xe questo: mia mugier e mia fia no le vardè né poco, né troppo; in casa mia no ghe stè più a vegnir; e sora tutto, del caso che xe successo sta sera, vardè de non parlar con nissun.
Se ve trovè in lioghi dove ghe sia donne de casa Bisognosi, finzè de no cognosserle e tirè de longo; perché se averè ardir de accostarve a casa mia, ve lo confido con segretezza, in t'un scalin della scala ghe xe un trabuchello, che, levando un certo ferro che so mi, se volterà sottossora, e ve precipiterà in t'un pozzo de chiodi e de rasadori; e se no vegnirè in casa mia, ma cercherè de trovarve in altri lioghi co mia mugier o mia fia, o se gh'averè ardir de parlar de sto accidente, gh'ho diese zecchini in scarsela da farve dar una schioppetada in te la schena, senza che sappiè da che banda la vegna.
Ve lo digo con flemma, senza andar in collera; prevaleve dell'avviso, e regoleve colla vostra prudenza.
LEL.
Signor Pantalone, vi ringrazio infinitamente dell'avviso; me ne saprò prevalere.
Sulla scala il trabocchetto...
PANT.
E zoso el pozzo de chiodi.
LEL.
Dieci zecchini in tasca...
PANT.
Per farve dar una schioppetada.
LEL.
Obbligatissimo alle sue grazie.
PANT.
Patron mio riveritissimo.
LEL.
Rendo grazie alla sua cortesia.
PANT.
È debito della mia servitù.
LEL.
Ella è troppo gentile.
PANT.
Fazzo giustizia al so merito.
LEL.
Averò memoria delle sue grazie.
PANT.
E mi no me desmentegherò de servirla.
LEL.
Ci siamo intesi.
PANT.
La m'ha capio.
LEL.
Ella non ha parlato ad un sordo.
PANT.
E ella no l'ha da far con un orbo.
LEL.
Signor Pantalone, la riverisco.
PANT.
Sior Lelio, ghe son servitor.
LEL.
(Trabocchetto! alla larga.
Ma! pur troppo è vero.
Tutte le donne sono trabocchetti).
(da sé, e parte)
PANT.
Vogio andarghe drio.
No vorave, che passando per camera de mia mugier, el trabucasse con ella.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Giorno.
Segue la stessa camera, con due porte chiuse.
BEATRICE e COLOMBINA
BEAT.
Questo dunque è il bell'esito che hanno avuto le nostre invenzioni? Rosaura per castigo or ora sarà maritata col signor Florindo?
COL.
Così è; quel politicone di vostro marito, senza punto scaldarsi il sangue, l'ha accomodata così.
BEAT.
Oh, questa poi non la posso tollerare; ci va della mia riputazione, che colei trionfi ad onta mia.
COL.
Il signor Pantalone ha serrato il signor Florindo in quella camera, e stamattina, levato che sarà, concluderà senz'altro questo matrimonio.
BEAT.
È assai che non si sia ancora alzato!
COL.
È stanco dal viaggio; per altro egli s'alza sempre di buon mattino.
BEAT.
E Florindo sposerà Rosaura senza dir nulla a me, e senza averne il mio assenso?
COL.
Oh, lo farà senz'altro.
BEAT.
Se gli potessi parlare, non lo farebbe.
Se sapessi in che modo aprir quella camera, mi darebbe l'animo di sturbar ogni cosa.
COL.
Il modo d'aprirla è facile: sapete pure che tutte le chiavi di queste camere sono simili; colla vostra si può aprire anche questa.
Ma è ben vero che non mi par decente che due donne aprano la camera d'un uomo, che può essere ancora a letto, il ciel sa in qual positura.
BEAT.
Fa così, batti all'uscio: chiama Florindo, domanda s'egli è levato.
Se dice di sì, digli che vi è chi gli vuol parlare, e apri; eccoti la mia chiave.
COL.
Non mi dispiace; così farò.
(va alla camera di Florindo)
BEAT.
Fa presto, prima che il vecchio si levi.
COL.
Signor Florindo.
(batte)
SCENA SECONDA
FLORINDO di dentro, e dette.
FLOR.
Chi è? Chi mi chiama?
COL.
Siete levato?
FLOR.
Sono levato e vestito; ed aspetto d'uscir di prigione.
COL.
Se non vi è di disturbo, vi è persona che vi vorrebbe parlare.
FLOR.
Ma se non posso uscire.
COL.
Ora vi apro.
(apre l'uscio, e Florindo esce)
FLOR.
Dov'è la signora Rosaura? (a Colombina)
BEAT.
Cercate la signora Rosaura, eh? Mi maraviglio di voi.
Siete un uomo incivile.
Avete commessa un'azione troppo indegna.
FLOR.
Ma, signora, l'affare è già accomodato.
Il signor Pantalone si contenta...
BEAT.
Se se ne contenta il signor Pantalone, non me ne contento io.
Che! Io dunque non conto per nulla in questa casa? Senza mia saputa si fanno i matrimoni? E voi avete per me sì poco rispetto?
FLOR.
L'occasione nella quale mi son ritrovato...
BEAT.
Sì sì, v'intendo; vorreste scusarvi, ma poco servono le vostre scuse, se non mi date una ben giusta soddisfazione.
FLOR.
Signora, comandate; sono pronto a far tutto, per comprovarvi il rispetto che professo alla vostra persona.
BEAT.
In questo punto dovete andarvene di casa mia.
FLOR.
Senza concludere il matrimonio?...
BEAT.
Differitelo ad altro tempo.
Vi avviserò io, quando mi parrà che si faccia.
FLOR.
Ma la signora Rosaura...
BEAT.
Ella dipende dal mio volere.
FLOR.
E il signor Pantalone?
BEAT.
Sarà mia cura di far con esso le vostre giustificazioni.
FLOR.
Almeno dar un addio alla sposa...
BEAT.
Questo è troppo.
Non mi mettete al punto di mortificarvi ambedue.
FLOR.
Mi par troppo amara...
BEAT.
Mi par troppo ardire il vostro.
FLOR.
Perdonate.
BEAT.
Partite.
FLOR.
Vi obbedisco.
(Oh femmina disturbatrice de' miei contenti!) (parte)
SCENA TERZA
BEATRICE e COLOMBINA
BEAT.
Vedi, se mi è riuscito di farlo partire?
COL.
Certo che in questa maniera sarebbe partito.
Pareva lo voleste sbalzare dalle finestre.
BEAT.
Mah, nelle occasioni conviene farsi rispettare e temere.
COL.
Orsù, signora padrona, l'ora è tarda; è tempo che io vada a rivedere mia madre.
BEAT.
Cara Colombina, non abbandonarmi.
COL.
E volete che io perda una sì bella eredità?
BEAT.
Chi t'assicura che ciò sia vero, e non sia un'invenzione di quel vecchio malizioso, per cacciarti di casa?
COL.
Sapete che non mi pare la pensiate male! Mia madre è stata qui, che son pochi giorni.
Ella non è tanto ricca, e vostro marito non mi può vedere.
Sarà meglio ch'io prima me n'assicuri; ne domanderò a qualche contadino, e se non è vero, voglio che mi senta quel volpone di vostro marito.
BEAT.
Ho sentito chiuder l'uscio dello scrittoio.
Il vecchio è levato, e non tarderà a venire in sala.
Ritiriamoci; ma prima torna a serrar quella camera.
COL.
Sì sì, non ci facciamo vedere, che non abbia a pensar male.
Eccola serrata, ed ecco le chiavi.
BEAT.
Oh, come vuol restar di stucco, non ritrovando Florindo in casa!
COL.
Con tutta la sua politica, questa volta gliel'abbiamo fatta.
BEAT.
E Rosaura vuol mangiar l'aglio davvero!
COL.
Suo danno, crepi pure quella bacchettonaccia maliziosa.
BEAT.
Ecco gente! andiamo.
(parte)
COL.
Oh, noi altre donne ne sappiamo una carta più del diavolo.
(parte)
SCENA QUARTA
PANTALONE solo.
PANT.
Xe ora che vaga a liberar sti poveri presonieri.
Ho slongà un pochetto la mia ora solita de levarme per la strachezza del viazo, e xe un poco tardi, e el sior Florindo me aspetterà con batticuor e paura.
Dise el proverbio: tutto el mal non vien per nuocer.
El bravo chimico sa dal velen cavar l'antidoto, e l'omo politico sa dal mal cavar el ben.
Cussì mi da un desordene spero cavar un ordene, e maridando mia fia, liberarme del mazor spin, che gh'abbia in ti occhi.
Co ste do righe de scrittura che ho fatto, se concluderà el matrimonio tra sior Florindo e Rosaura, e con quest'altra spero de tirar mio fio a sposar la fia del sior Pancrazio, ricca de sessanta mile ducati.
So che in quel pezzo de matto incocalio(44) per siora Diana, troverò delle difficoltà, ma spero co sta alzadura d'inzegno tirarlo in rede, senza che el se n'accorza, e se non altro far che quella pettegola se desgusta.
Scomenzemo da sti do desperai: ma prima vogio sentir Rosaura; vogio un poco che la me diga come xe andà el negozio de gersera, e come gh'intrava quel cagadonao(45) de sior Lelio.
Rosaura, xestu levada? Xestu vestia? Vien fuora, che te vogio parlar.
(apre con la chiave)
SCENA QUINTA
ROSAURA esce dalla camera, e detto.
ROS.
Eccomi, signor padre; che mi comandate?
PANT.
Fia mia, quel che xe stà, xè stà, e no te vogio rimproverar un fallo che podeva dir quindese(46), ma che fursi te farà vadagnar la partia.
Vogio da ti solamente saver come xe andà sto negozio, e come qua in camera con ti s'ha trovà sior Florindo e sior Lelio.
ROS.
Credetemi, non ne so nulla, da fanciulla onorata.
PANT.
Cossa favistu in sta camera?
ROS.
Aspettavo che Colombina mi portasse la cena.
PANT.
Ma sior Lelio gerelo una piatanza?
ROS.
Io non l'avevo veduto.
PANT.
Come no l'avevistu visto, se el te gera tanto vesin?
ROS.
Non l'ho veduto, perché ero all'oscuro.
PANT.
Ma perché star a scuro?
ROS.
Colombina spense il lume, e andò in cucina a riaccenderlo.
PANT.
Ah ah, Colombina ha stuà la luse, e la gera andada a impizzarla(47)? Ho capio tutto.
Quella desgraziada, quella ruccola(48) maledìa, xe stada quella che t'ha menà in camera i do pretendenti.
Fia mia, basta...
(La xe innocente, lo credo e lo tocco co man).
(da sé) Ma za che l'accidente ha portà cussì, bisogna uniformarse e sposar sior Florindo.
ROS.
Oh, questa cosa non mi dispiace niente.
PANT.
Donca ti ghe vol ben a sior Florindo?
ROS.
Se devo dire la verità, non gli voglio male.
PANT.
O via, manco mal.
Ancuo ti sarà contenta.
Ma avverti a esser una bona mugier, come ti xe stada una bona fia.
L'amor se coltiva colla confidenza, e se un mario e una mugier scomenza a viver deseparai, presto presto i deventa nemici.
Se ti ghe vol ben, ti ha da cercar de secondar le so inclinazion.
Se el te vol aliegra, e ti mostra allegria: se ti ghe piasi malinconica, e ti sospirando, ma solamente per ello, falo muover a compassion.
Se el te mena ai divertimenti, vaghe, ma co modestia; se el te tien in casa, staghe con rassegnazion.
Se l'è zeloso, schiva(49) tutte le occasion de darghe sospetto; se el se fida, no te abusar della so bontà.
Se l'è generoso, procura de regolarlo; se l'è avaro, procura de illuminarlo; e sora tutto se el cria, e se el te dà causa de criar, essi ti(50) la prima a taser, se pur xe pussibile che una donna sia la prima a sbassar la ose.
ROS.
Vi ringrazio di questi buoni avvertimenti.
Cercherò di valermene.
Ma il signor Florindo che fa? Dorme ancora?
PANT.
No so; la camera no l'ho gnancora averta; aspetta che adesso, se el xe levà, vôi che se concluda su do piè sto matrimonio.
(va per aprire)
ROS.
(Volesse il cielo! non vedo l'ora di sentirmi chiamare signora sposa).
(da sé)
PANT.
Sior Florindo, xela in letto? Nol responde, adesso anderò a veder se el dorme.
(a Rosaura, ed entra)
ROS.
Sì sì, fate prestino.
Che rabbia averà la signora Beatrice! Eh, ora non potrà farmi la padrona addosso.
PANT.
(Esce confuso, e guarda e riguarda dentro e fuori, e osserva bene la chiave)
ROS.
(Mi par confuso, che sarà mai?) (da sé) E bene, signor padre, che fa il signor Florindo?
PANT.
Eh sì, adesso adesso.
(torna in camera)
ROS.
Io non capisco questa sua confusione.
Voglio farmi animo; voglio andarvi anch'io.
Che sarà mai? Finalmente è mio sposo.
(vuol entrare; Pantalone esce e la trattiene)
PANT.
Dove andeu, sfazzada?
ROS.
Non mi dite nulla...
Andavo a vedere io..
PANT.
No abbiè ardir d'intrar in quella camera.
Sior Florindo no xe gnancora vostro mario.
ROS.
Ma almeno ditemi che cosa fa? È egli nel letto?
PANT.
Siora sì, el xe in letto; ghe dol un poco la testa, e el vol dormir.
Andè in te la vostra camera: ànemo.
ROS.
Siete in collera?
PANT.
Ànemo, ubbidì, se no volè che vaga in collera.
ROS.
Subito, eccomi, v'obbedisco.
Il ciel mi guardi di disgustarvi! (Ah, che io lascio gli occhi su quella porta, ed il cuore non si parte da quella camera).
(da sé, ed entra nella sua stanza)
SCENA SESTA
PANTALONE solo.
PANT.
Come! anca Florindo me tradisse? Furbazzo, indegno; cussì el me manca de fede? El me domanda la fia, e po el scampa(51) per no sposarla? Ma come alo fatto a scampar de camera? La porta gera serada.
Per de drento no se averze(52); e se s'averzisse, dopo no se puol serrar senza chiave.
Oh poveretto mi! adesso scomenzo a tremar: la mia reputazion scomenza a pericolar.
Ma gnente, forti, coraggio; troverò sior Florindo, lo cercherò mi, lo farò cercar da Brighella, e un poco colle bone, e un poco colle cattive, l'obbligherò a mantegnir la parola.
Vaga la casa e i copi(53), ma che se salva la reputazion.
(parte, lasciando aperta la porta)
SCENA SETTIMA
ROSAURA sola, poi ARLECCHINO
ROS.
Mio padre se n'è andato, ed io non posso a meno di non tornare in questa sala.
Oh, se potessi entrare in quella camera, quanto sarei contenta! Ma la modestia non lo permette.
Eppure, chi sa! forse il mio Florindo mi brama e mi sospira, ed a me non conviene consolarlo per ora.
ARL.
Siora Rosaura, co le lagrime ai occhi me rallegro del vostro matrimonio.
ROS.
Lo sai ancor tu che sono sposa, eh?
ARL.
Mo andè là, che avì fatt una gran bestialità!
ROS.
Per che causa ho fatto male?
ARL.
Se avevi pazienza, gh'era per vu un partido molto meio de questo.
ROS.
Qual era questo miglior partito?
ARL.
V'averave sposada mi.
ROS.
Pazzo che sei! non lasci mai le tue scioccherie.
ARL.
Coss'è ste scioccherie? Digh da bon, e non burlo.
ROS.
Orsù, se mi vuoi bene, fammi un piacere.
Entra lì nella camera, dove sta il signor Florindo nel letto, e fagli per me un'ambasciata.
ARL.
Per farve veder ch'a ve vui ben, lo farò: za per far ambassade son fatt'a posta.
ROS.
Digli che mando a vedere come sta, e desidero di vederlo.
ARL.
Gnora sì.
(entra nella camera, dove era Florindo)
ROS.
Almeno mi facesse dire che entrassi; dicendolo egli, non farei male.
ARL.
(Esce senza parlare)
ROS.
E bene, Arlecchino, che t'ha detto il signor Florindo?
ARL.
Niente affatto.
ROS.
Ma sta bene?
ARL.
Credo che nol staga né ben, né mal.
ROS.
Ma gli hai fatta l'ambasciata?
ARL.
Gnora sì.
ROS.
Ed egli che t'ha detto?
ARL.
Niente affatto.
ROS.
Va là, torna, e dimandagli se gli duole il capo.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) La testa no la ghe dol.
ROS.
Digli dunque perché non si leva.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) L'è za levà.
ROS.
Digli perché non viene a vedermi.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) El ghe vede poco.
ROS.
Caro Arlecchino, digli che, se mi vuol bene, si lasci da me vedere.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) Adesso el vien.
ROS.
Digli che solleciti, e venga presto.
ARL.
Gnora sì.
(va, e dice di dentro) El vien, el vien, el se veste, e subito el vien.
ROS.
Oh me felice! Sento che il core mi balza in petto dall'allegrezza.
Arlecchino, viene o non viene?
ARL.
(Dice) Eccolo.
(e si vede alzar la portiera)
ROS.
Ecco il mio caro bene.
ARL.
(Esce vestito con giubba e parrucca, e fa delle riverenze a Rosaura)
ROS.
Eh scimunito, indiscreto! Che fai cogli abiti di Ottavio mio fratello? Il signor Florindo dov'è?
ARL.
Patrona cara, cerchelo vu, perché a mi no me dà l'anemo de trovarlo.
Ma in mancanza soa, son qua mi e m'esibiss mi.
ROS.
Come! non vi è Florindo?
ARL.
Gnora no.
ROS.
Eh! tu m'inganni.
ARL.
Nol gh'è, in conscienza mia.
ROS.
Non posso più; modestia, abbi pazienza.
(entra in camera di Florindo)
ARL.
Lu no gh'è certo.
L'è andà via, el l'ha impiantada.
Chi sa che no la me toga mi? (esce Rosaura dalla camera)
ROS.
Ah me infelice! ah me meschina! ah Florindo traditore! ah barbaro! ah inumano! Mi ha lasciata, mi ha tradita, se n'è fuggito.
ARL.
No ve desperè, son qua mi.
ROS.
Ho ben veduto il mio povero padre mesto e confuso.
Siamo assassinati.
Ah Florindo crudele, queste sono le promesse? son questi i giuramenti? Ahimè! mi sento morire.
(piange)
ARL.
Siora padroncina, no pianzì, che me fe pianzer anca mi.
ROS.
Mi manca il respiro, mi si oscura la luce, mi sento la morte nel seno; ma giacché devo morire, voglio spirare almeno su quel medesimo letto, su cui quel disleale ha riposato la scorsa notte.
ARL.
Eh, no fe sto sproposito.
ROS.
Sì, voglio morire, e se non basta ad uccidermi il dolore, mi darò la morte colle mie mani.
(entra in camera come sopra)
ARL.
Uh uh, che smanie, che desperazion! (osserva alla porta) La s'ha buttà sul letto, la pianze, la se despera.
L'è cussì desperada, no ghe ne vôi saver alter, e za che so cussì ben vestido, vôi andar a veder se trovo la me fortuna.
Le donne basta che le veda un bell'abit, subit le se innamora.
Basta che i abbia el formai sulla velada, se in ca no gh'è pan, non importa.
(parte)
SCENA OTTAVA
FLORINDO e BRIGHELLA
BRIGH.
E un omo della so sorte se lassa far paura da una donna?
FLOR.
Ma che dovevo io fare? Beatrice è la padrona di casa, mi ha scacciato come un briccone, ed io doveva restarmene così maltrattato?
BRIGH.
Me maravegio! el patron l'è el sior Pantalon.
El m'ha dito che, se la trovo, la conduga in casa, e el vol in tutti i modi che se concluda sto matrimonio.
FLOR.
E questo è quello che io desidero.
BRIGH.
Donca la torna in te la so camera.
L'aspetta el sior Pantalon.
No la se lassa veder da siora Beatrice, e a momenti tutto sarà accomodà.
FLOR.
Sì, Brighella, farò tutto per ottenere Rosaura.
In quella camera attenderò il signor Pantalone.
BRIGH.
La vaga presto, che vien siora Beatrice.
FLOR.
Vado subito.
(entra nella camera dov'è Rosaura)
BRIGH.
Vardè a che segno arriva la petulanza de una mugier cattiva! No la varda, per i so caprici, a precipitar la reputazion della casa.
SCENA NONA
BEATRICE e BRIGHELLA
BEAT.
Ecco qui il bel soggettino! Questo è il consigliere intimo del signor Pantalone: questo è il nostro direttore, il nostro maestro di casa, il nostro padrone.
BRIGH.
No so che motivo l'abbia de parlar con mi co sti sentimenti, né de darme sti titoli e sti rimproveri.
Son servitor de casa, servo tutti con fedeltà, e in quarant'anni che servo el sior Pantalon, non ho mai avù da lu una parola storta; mi a ella ghe porto tutto el respetto, ma no posso soffrir de sentirme caricar de titoli che no merito, e esser messo alla berlina senza rason.
BEAT.
Sentite come alza la voce codesto temerario!
BRIGH.
Anca temerario la me dise? Siora Beatrice, ghe porto respetto perché la xe mugier del mio patron; da resto, se no considerasse altro che la so nascita, ghe responderia de trionfo(54).
BEAT.
Ah petulante, arrogante, sfacciato; non so chi mi tenga, che non ti dia qualche cosa nel viso.
BRIGH.
La ghe penserà ben a farlo, perché po, sala, no varderò de precipitarme.
SCENA DECIMA
PANTALONE e detti.
FLORINDO e ROSAURA di quando in quando si fanno veder dietro la portiera.
PANT.
Coss'è? Coss'è stà? Cossa xe sto sussuro?
BEAT.
Ecco lì, il vostro dilettissimo servitore, la vostra spia, il vostro mezzano, alza la voce e alza le mani, e mi perde il rispetto; ed io ho da soffrire quest'oltraggio? E voi comportate che un servitoraccio maltratti vostra moglie? Oh cielo, a che stato sono ridotta! (piange)
BRIGH.
L'amigo l'è...
(sottovoce a Pantalone, che non gli bada)
PANT.
Come! Brighella ha abuo tanto ardir de perder el respetto a mia mugier? Un servitor ha la temeritae de cambiar parole colla so patrona?
BRIGH.
Ma bisogna che la sappia...
PANT.
Tasi, impertinente, asenazzo: per qual se sia rason, per qual se sia strapazzo che la te avesse fatto, no ti dovevi mai azardarte de alzar la ose, e de rebecarte(55), come se no ghe fusse differenza da ella a ti.
BRIGH.
E aveva da soffrir senza parlar?...
(L'amigo l'è drento...).
(a Pantalone)
PANT.
Sior sì, avevi da soffrir.
Chi magna el pan dei altri, ha da soffrir: e quando no se vol o no se pol soffrir, se domanda licenza, e se va a far i fatti soi, ma no se responde, no se fa el bell'umor.
BRIGH.
La senta, ghe digo che...
(piano)
PANT.
Finalmente la xe mia mugier, e vogio che la sia respettada quanto mi, e più de mi.
E vu, sier tocco de petulante, andè subito via de sta casa.
BRIGH.
Come! un servitor della mia sorte, che per quarant'anni l'ha servida con tanta fedeltà...
PANT.
Se m'avè servio con fedeltà, avè fatto el debito vostro, e mi v'ho pagà pontualmente.
E se ve resto qualcossa de salario, faremo i conti, e ve salderò.
Intanto tolè sti vinticinque ducati a conto, e andè a far i fatti vostri.
(gli dà una borsa)
BRIGH.
La prego de compatimento...
PANT.
No gh'è compatimento che tegna.
Andè via subito.
Tolè sti bezzi, o ve li trago in tel muso.
BRIGH.
Ben! Co la vol cussì, cussì sia: tiogo i vinticinque ducati, e me la batto.
Pazienza! (Questo l'è un castigo che no me despiase: e intanto i amici i se diverte a quattr'occhi).
(da sé, e parte)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE e BEATRICE
BEAT.
(Gran prodigio che mio marito abbia cacciato di casa Brighella, per amor mio!) (da sé)
PANT.
Vedeu, fia mia, come se fa a castigar i servitori, che no gh'ha respetto per i so patroni? Imparè; perché ve vogio ben, perché fazzo stima de vu, v'ho dà sta sodisfazion.
Doveressi mo adesso anca vu far l'istesso verso de mi, e licenziar de sta casa Colombina e Arlecchin, che con tanta temerità i tratta co mi, come se fusse el gastaldo(56), e no i me considera per quel che son.
BEAT.
Quanto a questo poi, Colombina e Arlecchino fanno il mio servizio; a voi non so che abbiano perduto il rispetto, e non mi sento di licenziarli.
PANT.
Benissimo; imparerò a mie spese.
Un'altra volta me saverò regolar.
Ma Colombina e Arlecchin...
BEAT.
Ma Colombina e Arlecchino ci staranno a vostro dispetto.
Già v'eravate ingegnato di fingere la malattia della gastalda per far partir Colombina, ma si è scoperto il vero, e siete restato deluso.
PANT.
Fia mia, no me vogio scaldar el sangue.
Questo xe un negozio del qual ghe ne parleremo a so tempo.
BEAT.
Oh via, mutiamo discorso.
Mi rallegro, signor Pantalone, che avete fatta sposa la vostra figliuola.
PANT.
(No la sa gnente che l'amigo se l'ha battua(57)).
(da sé) Cossa voleu far? Xe megio cussì.
L'anderà fora de casa, e vu sarè libera de sto intrigo.
BEAT.
Avete fatti gli abiti a questa sposa? (ridendo)
PANT.
Ho ordinato el bisogno per far le cosse pulito.
BEAT.
E quando seguiranno questi sponsali?
PANT.
Oh presto, presto.
BEAT.
Quanto mi vien da ridere!
PANT.
Perché ve vien da rider? (Stè a veder che la sa tutto).
(da sé)
BEAT.
E si fa un matrimonio in casa, senza che io ne sappia nulla? Bravo, così mi piace.
PANT.
L'occasion ha portà cussì.
Ringraziè quella desgraziada della vostra cameriera, e preghè el cielo che la se fenissa cussì.
BEAT.
E vi credete che questo bel matrimonio debba seguire?
PANT.
Lo credo seguro.
BEAT.
Quanto v'ingannate! Andate, andate a correr dietro al signor sposo.
Se vostra figliuola non ha altro marito, vuol invecchiare fanciulla.
PANT.
Donca savè la baronada che el m'ha fatto, e ve ne ridè?
BEAT.
Lo so e me ne rido, perché io sono quella che ha fatto partire il signor Florindo; né avrà più ardire di tornarci, né s'azzarderà più di trattare un tal matrimonio.
PANT.
Beatrice, qua scomenzè a toccarme dove che me diol.
No cerchè altro che de perseguitar quella povera putta, e par che abbiè ambizion de strapazzar l'onor de sta povera casa.
Me maravegio però de sior Florindo, che ascoltando vu più de mi, tradissa in sta maniera una putta innocente, e un omo d'onor come che son mi.
BEAT.
Eh, questi sono scherzi della gioventù.
PANT.
Queste le xe baronae, che merita una schioppetada.
Sior Florindo ha da sposar mia fia, o el se farà cognosser per un omo infame.
SCENA DODICESIMA
FLORINDO e ROSAURA escon di camera, e detti.
FLOR.
Florindo è uomo onorato, ed è di Rosaura consorte.
PANT.
Come!
BEAT.
Che vedo?
PANT.
Sior Florindo, vu sè mario de mia fia?
FLOR.
Sì signore, ella ne ha avuta la fede.
PANT.
Fia mia, ti xe novizza de sior Florindo? (a Rosaura)
ROS.
Signor sì, l'abbiamo aggiustata fra di noi.
PANT.
Siora Beatrice, cossa diseu? No se pol far un matrimonio senza de vu.
Sior Florindo no averà più ardir de metter i pi in sta casa.
(burlandosi di Beatrice) Se Rosaura non sposa altri che Florindo, la se vol invecchiar fanciulla.
E questi sono scherzi della gioventù.
Ah, ah, ah, quanto me vien da rider!
BEAT.
(La rabbia mi divora.
Sento che la bile mi affoga.
Voglio partire, per non dargli piacere colle mie smanie).
(da sé) Sempre non riderete.
Se non mi vendico, mi fulmini il cielo, mi strascini un demone nell'inferno.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
PANTALONE, ROSAURA e FLORINDO
PANT.
El ciel ghe fazza la grazia.
Sior Florindo, coss'è sta metamorfosi? Ora mi vedete, ora non mi vedete?
FLOR.
Già dalla signora Beatrice avete inteso come sono stato costretto ad uscire.
Brighella poi mi ha illuminato e mi ha qui ricondotto.
Per celarmi da vostra moglie, rientrai in questa stanza, ove piangente e quasi morta trovai la mia cara Rosaura.
La consolai colla mia presenza, la presi per la mano, e stavamo sotto quella portiera ad aspettare il momento fortunato per presentarci a voi, senza l'odioso aspetto della signora Beatrice.
ROS.
Perdonatemi, se ho trasgredito il vostro comando.
Un eccesso di amore e di dolore mi ha trasportata in quella camera, ove avrei terminato di vivere, se non giungeva Florindo.
PANT.
Orsù, no parlemo altro, sè mario e mugier.
Sior Florindo, no la creda che me vogia prevaler de sta congiuntura per maridar mia fia senza dota, come fa tanti pari e tante mare al dì d'ancuo(58): gh'ho destinà sie mille ducati, e questa xe la so carta de dota.
Mille ghe ne darò alla man, per far qualche spesa che ghe vol per el sposalizio, e cinque mille ghe ne darò, quando la m'averà dito dove la li vuol segurar.
FLOR.
Questo è tutto effetto della vostra bontà.
Io non lo merito e non lo cerco.
PANT.
Questo xe un atto de giustizia.
Mia fia no xe bastarda, e xe dover che la gh'abbia la so dota.
ROS.
Signor padre, se me lo permettete, voglio condurre il signor Florindo a vedere la mia cagnolina, che ha partorito l'altro giorno tre canini che paion dipinti.
PANT.
Sì sì, ménelo a veder quel che ti vol: faghe veder tutto, che l'è paron(59).
FLOR.
Dunque con sua licenza, signor suocero.
PANT.
Sior zenero, la se comoda.
FLOR.
Ah, che di me non v'è uomo più contento nel mondo! (parte)
ROS.
(Voglio più bene a Florindo, che non voglio a mio padre, e ancor più che non volevo a mia madre.
Poverino! mi fa tante carezze!) (da sé, e parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
PANTALONE, poi OTTAVIO
PANT.
A veder sti do novizzi, me se resvegia alla memoria quei tempi antighi, quando anca mi co mia mugier Pandora...
Quella la giera una donna de garbo.
Sia maledìo quando ho tiolto custìa.
Ma co l'è fatta, bisogna lodarla.
OTT.
(Pensoso passa davanti a Pantalone, si cava il cappello, e non parla)
PANT.
(La luna ha fatto el tondo).
(da sé) Com'ela, sior fio? Sempre inmusonà(60), sempre colle cegie revoltae(61)? Sè un omo molto bisbetico.
OTT.
Mah, bisogna esserlo per forza.
Un uomo che non ha il suo bisogno, si vergogna di comparire fra gli altri.
PANT.
No gh'avè el vostro bisogno? cossa ve manca? Trenta ducati al mese da buttar via, no i ve basta?
OTT.
Non mi bastano, signor no, non mi bastano.
PANT.
Via via, no me magnè; se no i ve basta, cresceremo la dosa; ve ne darò dei altri.
(Vôi chiaparlo colle bone).
(da sé)
OTT.
Cospetto! cospetto! Come ho da far io nell'impegno in cui sono?
PANT.
In che impegno seu? Via, se la xe cossa lecita, e che se possa, ve agiuterò mi.
OTT.
Ho bisogno di cento doppie.
Sono in impegno di prestarle ad un amico, e non posso fare di meno.
PANT.
O amigo, o amiga, o imprestar, o donar, le cento doppie ve le darò mi.
OTT.
Eh, mi burlate voi.
PANT.
Tanto xe vero che no ve burlo, quanto che in sto momento ve posso consolar.
In sta borsa no gh'è cento doppie, ma ghe xe mille ducati, che ho parecchiai per dar a sior Florindo, mario de mia fia e vostro cugnà, a conto de dota; questi ve li dago a vu; servive delle cento doppie per supplir all'impegno, e del resto faremo i conti colle vostre mesate.
Seu contento?
OTT.
Contentissimo.
(prende la borsa) (Che novità è questa? Mio padre vuol morire).
(da sé)
PANT.
Cussì, come che te diseva, fio mio, ho maridà to sorella co sior Florindo, cittadin de bona casa e de mediocre fortuna.
Ghe dago sie mille ducati; mille subito, e cinque mille col me li averà segurai.
Per cinque mille bisogna che li prometta, e bisogna che anca ti ti te sottoscrivi, acciò, in caso della mia morte, no i possa dubitar che ghe manca la dota.
OTT.
Ma io sono figlio di famiglia come posso obbligarmi? Potreste emanciparmi, e allora...
PANT.
Siben che son marcante, ghe ne so un puoco anca de legge.
Quando el fio de famegia se obbliga alla presenza del pare, s'intende che el pare ghe daga facoltà de obbligarse, e l'obbligazion sussiste come se el fusse emancipà.
OTT.
Farò come volete.
PANT.
Olà.
Da scriver.
(servi portano tavolino, e da scrivere) Via, sottoscrivi ste do carte de dota, tutte do compagne: una per sior Florindo, e una per nu.
OTT.
(Non vorrei mi facesse qualche cavalletta!) (da sé) Ma lasciate prima ch'io la legga, se l'ho da sottoscrivere...
PANT.
Siben, gh'avè rason.
Lezè pur; soddisfeve.
(gli dà il contratto con Florindo)
OTT.
(Legge piano)
PANT.
(Eh cagadonao! giusto adesso te la ficco).
(da sé)
OTT.
Sta bene, ecco ch'io mi sottoscrivo: Io, Ottavio Bisognosi affermo e prometto quanto sopra, ed in fede mano propria.
PANT.
Fe l'istesso in quest'altra compagna.
(gli dà un altro foglio)
OTT.
Benissimo: Io, Ottavio Bisognosi, ecc.
(fa come sopra.
Frattanto che Ottavio si sottoscrive, Pantalone colla mano opera ch'egli non legga)
PANT.
(Oh, adesso son contento).
(da sé) Bisognerà po che ti pensi a maridarte anca ti.
OTT.
Eh, per me v'è tempo.
Parliamo d'altro.
Signor padre, se vi contentate, vi è la signora Diana che vorrebbe dirvi una parola.
Se vi pare di accordarle questa grazia, ora la fo venire.
(Giacché la luna è buona, vo tentar la mia sorte).
(da sé)
PANT.
Perché no voressi che l'ascoltasse? Songio qualche prencipe da no me degnar? Anzi la me fa onor: diseghe pur che la vegna.
OTT.
Vado dunque a introdurla...
(vuol partire)
PANT.
Oe disè, saveu gnente vu cossa che la vogia?
OTT.
Lo so e non lo so, ma bensì posso dirvi, che se in questo che lei richiederà, vi è bisogno del mio assenso, di questo ne sarete sicuro.
(La signora Diana, che ha dello spirito, otterrà forse più di quello potrei ottenere io, se parlassi.
E poi ella è donna, e da mio padre esigerà più riguardo).
(da sé, e parte)
SCENA QUINDICESIMA
PANTALONE, poi DIANA
PANT.
Sta carta, sta sottoscrizion carpida, so anca mi che no la pol impedir che mio fio se marida con chi el vol lu, ma spero che la servirà per metter delle disunion tra Ottavio e siora Diana; e a mi per adesso me basta cussì.
Xe ben vero però che per aver el mio intento, sta volta no me son servido della prudenza, ma d'un scaltro ripiego, che me fa poco onor.
Me vergogno d'averlo fatto, no la xe più da omo prudente, no la xe degna de mi, ma l'amor del pare qualche volta trasporta, e se se trova in certe occasion dove, abbandonandose alla passion, la prudenza non ha tempo de illuminar.
No vorave che gnanca l'aria savesse el modo che ho tegnù per carpir sta sottoscrizion.
Me ne servirò con cautela; farò che mio fio no lo diga a nissun, perché no vorave mai che qualchedun de quelli che me crede omo savio, tolesse in sto fatto esempio da mi, e imparasse a valerse della finzion, la qual in ogni tempo, in ogni occasion, deve esser aborrida, condannada, come l'aborrisso e la condanno anca mi.
DIA.
Signor Pantalone, veramente parrà strano ch'io venga in casa vostra a parlarvi di un affare che doveva essere diversamente trattato; ma la bontà che ieri ho scoperta in voi verso di me, e lo stato in cui presentemente mi trovo, mi obbligano a far questo passo.
PANT.
Se la m'avesse degnà d'un so comando, sarave vegnù fin a casa a servirla; ma za che la s'ha degnà de vegnirme a onorar, la parla pur liberamente, che me farò gloria de ubbidirla, per quanto se estenderà le mie forze.
DIA.
(Qui bisogna levarsi la maschera, e svelare ogni arcano).
Il signor Ottavio, vostro figliuolo, mostra di essere di me invaghito, e mi ha data la fede di sposo.
Io non volevo accettare una tale offerta, senza prima assicurarmi del vostro assenso, ed egli mi fa sperare che voi non siate per opporvi alle nostre nozze.
L'affare però è delicato, e tuttoché io sia vedova, ciò non ostante non voglio più a lungo tollerare la frequenza delle sue visite, senza una conclusione.
Ecco il motivo per cui vi do il presente incomodo; desidero sapere la vostra intenzione sopra di ciò, e alla buona disposizione, che in voi spero di ritrovare, aggiungo le mie preghiere, pel desiderio che tengo di unirmi in parentado con una sì degna e rispettata famiglia.
PANT.
Siora Diana, ella me fa più onor che no merito, e no me stimerave degno d'aver per niora una zentil donna de tanta stima.
Ghe digo ben che mio fio degenera dal so sangue, trattando con ella cussì mal, e tiolendose spasso d'una persona che merita tutta la venerazion e el respetto.
DIA.
Come! si prende spasso di me? Con che fondamento lo dite?
PANT.
La perdona l'interrogazion impropria: sala lezer(62)?
DIA.
So leggere al certo.
PANT.
Cognossela el carattere de mio fio?
DIA.
Lo conosco.
PANT.
Donca la leza; giusto ancuo(63) Ottavio ha sottoscritto el contratto colla fia de sior Pancrazio Aretusi.
La varda: Ottavio Bisognosi prometto sposar la signora Eleonora Aretusi...
e per dote e nome di dote ducati sessanta mille.
(legge qua e là, facendo accompagnar Diana coll'occhio)
DIA.
Dunque Ottavio così mi tradisce? mi schernisce così?
PANT.
Me despiase infinitamente; ma no ghe xe più remedio.
La fazza che l'avvertimento ghe serva per l'avegnir.
Coi fioi de famegia no la se ne impazza.
Lustrissima, possio servirla in altro? (La medesina ha fatto un'ottima operazion).
(da sé)
DIA.
Ah per amor del cielo, signor Pantalone...
PANT.
Con so bona grazia, bisogna che vaga in mezà(64).
(Inghioti sta pillola, e impara a far zoso la zoventù).
(da sé, e parte)
SCENA SEDICESIMA
DIANA, poi OTTAVIO
DIA.
Chi intese mai più barbaro tradimento? E lo scellerato, per maggior mio scorno, mi manda a farmi deridere da suo padre?
OTT.
E bene come andò la faccenda?
DIA.
Come andò, eh? Come per l'appunto desiderava la tua perfidia.
Sarai contento, or che mi hai svergognata in faccia del tuo medesimo genitore.
OTT.
Come? Che dite?
DIA.
Ma perché non dirmelo tu, scellerato? Perché non svelarmi colla tua bocca il segreto che avevi nel cuore? Perché farmelo saper da tuo padre?
OTT.
Ma io rimango attonito.
Che v'ha detto mio padre?
DIA.
Va, sposa la signora Eleonora; prenditi la pingue dote di sessanta mila ducati, ma non ti lusingare ch'io lasciar voglia invendicati i miei torti.
OTT.
Signora Diana, ve l'ho detto; mio padre è un vecchio furbo; vi avrà dato ad intendere lucciole per lanterne.
DIA.
Ancor fingi? Ancor mi schernisci? Lo conosco il tuo carattere; pur troppo hai tu sottoscritta in un foglio la tua fortuna e la mia morte.
OTT.
Ma di che foglio parlate? Si può sapere?
DIA.
Lo devo ripetere per mio rossore e per tuo contento; lessi il contratto nuziale da te sottoscritto colla signora Eleonora Aretusi.
OTT.
Dov'è questo contratto?
DIA.
Tuo padre l'aveva e l'ha tuttavia nelle mani.
OTT.
E quando l'ho io sottoscritto?
DIA.
Oggi, barbaro, oggi tu l'hai firmato.
OTT.
Eh, che sbagliate! Poc'anzi ho sottoscritto il contratto nuziale di mia sorella col signor Florindo.
DIA.
Inventami delle favole! So leggere, e conosco il tuo carattere.
Dice la scrittura: Ottavio Bisognosi affermo e prometto quanto sopra, ed in fede mano propria.
OTT.
Ah, mio padre mi ha tradito; quel foglio ch'io credei simile all'altro...
Io non lo lessi...
me ne fidai...
Ah, dove arriva la malizia d'un uomo! Diana mia, siamo entrambi traditi: io sono innocente.
Mio padre, prevalendosi della mia buona fede, ha carpita fraudolentemente la mia sottoscrizione.
DIA.
Eh, dà ad intendere simili scioccherie a de' bambini, non alle donne mie pari.
Sei un bugiardo, sei un ingannatore.
OTT.
Ma credetemi...
DIA.
No, che non ti voglio più credere Mi hai ingannata abbastanza.
Ma avrò ancor io coraggio bastante per dimenticarmi di te, se tu l'avesti d'abbandonarmi.
OTT.
Sentite, Diana...
Vi giuro...
DIA.
Taci, spergiuro, non irritar lo sdegno del cielo.
Ti lascio per non mai più rivederti.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
OTTAVIO, poi BEATRICE
OTT.
Fermatevi...
(va per seguirla, Beatrice lo chiama)
BEAT.
Signor Ottavio, trattenetevi, non vi lasciate trasportare dal dolore.
Già intesi il tutto, e dico che vostro padre è una fiera crudele.
OTT.
Signora Beatrice, mio padre vuol la mia morte.
BEAT.
Sarebbe meglio ad esso il morire, quel vecchio pazzo disumanato.
OTT.
Crepasse pure in questo momento.
BEAT.
Sta a voi il rendervi felice.
OTT.
Come?
BEAT.
Accelerando la morte a quel barbaro.
OTT.
Ah! che mai dite? La natura aborrisce quest'attentato.
BEAT.
In esso però la natura non parla a favor del figliuolo e della moglie.
Egli ne insegna a disumanarci, mentre colla sua crudeltà toglie la vita ad entrambi.
OTT.
Pur troppo egli ci vuol tutti morti; e non veggo altro rimedio per noi, che prevenirlo.
Ma non avrei cuore di farlo.
BEAT.
L'avrei ben io questo cuore; mi basterebbe il vostro soccorso.
(È giunta a segno la mia passione per Lelio, il mio odio per quel vecchio insensato, che mi impedisce ogni mia felicità; son già risoluta ad ogni più atroce misfatto).
(tra sé)
OTT.
(Dopo aver passeggiato un poco, pensando) (Ah, conviene risolversi.
La mia disperazione è all'estremo).
(tra sé) E come potremo eseguir le nostre vendette? (a Beatrice)
BEAT.
Provvedetemi d'un buon veleno, e a me lasciate la cura.
OTT.
Ah signora Beatrice, finalmente egli è a me padre, a voi marito.
BEAT.
(È già fatto il gran passo; mi son scoperta, e se non lo riduco all'effetto, io sono perduta).
(tra sé) Non merita questi dolci nomi un barbaro padre, un marito crudele.
Egli vuol l'eccidio di tutti noi, e noi colle mani alla cintola aspetteremo ch'egli trionfi colla nostra morte? Alla fine ha vissuto abbastanza; se gli possono accorciare pochi momenti di vita, e noi vi guadagniamo la nostra quiete, i nostri contenti.
Io mi libero da una così tormentosa catena, e voi, divenendo l'assoluto padron di voi stesso e di tutte le ricchezze di quell'avarissimo vecchio, potete sposarvi la signora Diana, e godere seco felici i giorni tutti di vostra vita.
Altrimenti vi converrà abbandonarla, sposar un'altra, e veder la povera Diana precipitarsi e morire dalla disperazione: avrete voi questo cuore?
OTT.
A questa orribile idea non posso resistere.
Diana parla al mio cuore con maggior forza del padre.
Tutto si faccia per salvar la sua vita e il mio amore.
Attendetemi, che col veleno tra pochi momenti ritorno.
(parte)
BEAT.
Ed io non tarderò a porlo in opera.
Privarmi delle mie conversazioni? Minacciar di serrarmi tra quattro mura? Proibire a Lelio che più non ponga piede in mia casa? Maritar Rosaura a mio dispetto, beffeggiarmi, ridersi, burlarsi di me? Ho giurato vendetta, e la eseguirò...
Ma qual vendetta ho io determinato di fare? Oimè! la più orribile, la più detestabile che dar si possa.
Avvelenare il marito? Può darsi azione più barbara, più nera, più abbominevole? Ah! che tremo in pensarlo.
Tremo per il rimorso, per i pericoli, per il timore; scoperto che fosse il mio tradimento, sarebbe lo stato mio peggiore molto a quello che ora par che mi aggravi.
Sarei in odio del cielo, in odio del mondo...
Ma sono in impegno.
Ah maledetto impegno! Fremo di sdegno, e mi sento ardere per la vergogna.
Che farò? Che risolverò? Non saprei.
Voglia il cielo che Pantalone non mi provochi d'avvantaggio.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
Cortile in casa di Pantalone.
COLOMBINA, poi ARLECCHINO
COL.
Eppure quel vecchiaccio del mio padrone mi aveva gabbata, se la padrona non mi faceva aprir gli occhi.
Mia madre sta molto bene, ed io era una pazza a lasciarmi levar di casa con sì bel pretesto; è ben vero però che il vecchio non mi può vedere e non mi lascerà mai aver pace, onde se mi viene occasione di maritarmi, lo voglio fare, e allora uscirò di casa con riputazione.
Vi sarebbe Arlecchino, che non mi dispiace: è un poco sciocco, ma per la moglie non è male che il marito sia sciocco.
Eccolo appunto, ed è vestito cogli abiti del signor Ottavio; qualcuna delle sue solite galanterie.
E come sta bene!
ARL.
Largo, largo al fior della nobiltà.
COL.
Buon giorno, Arlecchino.
ARL.
Addio, bella zitella.
(con sussiego)
COL.
Che vuol dire che stai così sussiegato meco?
ARL.
La mia nobiltà non s'abbassa colle f
...
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