L'UOMO PRUDENTE, di Carlo Goldoni - pagina 5
...
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Dov'è la signora Rosaura? (a Colombina)
BEAT.
Cercate la signora Rosaura, eh? Mi maraviglio di voi.
Siete un uomo incivile.
Avete commessa un'azione troppo indegna.
FLOR.
Ma, signora, l'affare è già accomodato.
Il signor Pantalone si contenta...
BEAT.
Se se ne contenta il signor Pantalone, non me ne contento io.
Che! Io dunque non conto per nulla in questa casa? Senza mia saputa si fanno i matrimoni? E voi avete per me sì poco rispetto?
FLOR.
L'occasione nella quale mi son ritrovato...
BEAT.
Sì sì, v'intendo; vorreste scusarvi, ma poco servono le vostre scuse, se non mi date una ben giusta soddisfazione.
FLOR.
Signora, comandate; sono pronto a far tutto, per comprovarvi il rispetto che professo alla vostra persona.
BEAT.
In questo punto dovete andarvene di casa mia.
FLOR.
Senza concludere il matrimonio?...
BEAT.
Differitelo ad altro tempo.
Vi avviserò io, quando mi parrà che si faccia.
FLOR.
Ma la signora Rosaura...
BEAT.
Ella dipende dal mio volere.
FLOR.
E il signor Pantalone?
BEAT.
Sarà mia cura di far con esso le vostre giustificazioni.
FLOR.
Almeno dar un addio alla sposa...
BEAT.
Questo è troppo.
Non mi mettete al punto di mortificarvi ambedue.
FLOR.
Mi par troppo amara...
BEAT.
Mi par troppo ardire il vostro.
FLOR.
Perdonate.
BEAT.
Partite.
FLOR.
Vi obbedisco.
(Oh femmina disturbatrice de' miei contenti!) (parte)
SCENA TERZA
BEATRICE e COLOMBINA
BEAT.
Vedi, se mi è riuscito di farlo partire?
COL.
Certo che in questa maniera sarebbe partito.
Pareva lo voleste sbalzare dalle finestre.
BEAT.
Mah, nelle occasioni conviene farsi rispettare e temere.
COL.
Orsù, signora padrona, l'ora è tarda; è tempo che io vada a rivedere mia madre.
BEAT.
Cara Colombina, non abbandonarmi.
COL.
E volete che io perda una sì bella eredità?
BEAT.
Chi t'assicura che ciò sia vero, e non sia un'invenzione di quel vecchio malizioso, per cacciarti di casa?
COL.
Sapete che non mi pare la pensiate male! Mia madre è stata qui, che son pochi giorni.
Ella non è tanto ricca, e vostro marito non mi può vedere.
Sarà meglio ch'io prima me n'assicuri; ne domanderò a qualche contadino, e se non è vero, voglio che mi senta quel volpone di vostro marito.
BEAT.
Ho sentito chiuder l'uscio dello scrittoio.
Il vecchio è levato, e non tarderà a venire in sala.
Ritiriamoci; ma prima torna a serrar quella camera.
COL.
Sì sì, non ci facciamo vedere, che non abbia a pensar male.
Eccola serrata, ed ecco le chiavi.
BEAT.
Oh, come vuol restar di stucco, non ritrovando Florindo in casa!
COL.
Con tutta la sua politica, questa volta gliel'abbiamo fatta.
BEAT.
E Rosaura vuol mangiar l'aglio davvero!
COL.
Suo danno, crepi pure quella bacchettonaccia maliziosa.
BEAT.
Ecco gente! andiamo.
(parte)
COL.
Oh, noi altre donne ne sappiamo una carta più del diavolo.
(parte)
SCENA QUARTA
PANTALONE solo.
PANT.
Xe ora che vaga a liberar sti poveri presonieri.
Ho slongà un pochetto la mia ora solita de levarme per la strachezza del viazo, e xe un poco tardi, e el sior Florindo me aspetterà con batticuor e paura.
Dise el proverbio: tutto el mal non vien per nuocer.
El bravo chimico sa dal velen cavar l'antidoto, e l'omo politico sa dal mal cavar el ben.
Cussì mi da un desordene spero cavar un ordene, e maridando mia fia, liberarme del mazor spin, che gh'abbia in ti occhi.
Co ste do righe de scrittura che ho fatto, se concluderà el matrimonio tra sior Florindo e Rosaura, e con quest'altra spero de tirar mio fio a sposar la fia del sior Pancrazio, ricca de sessanta mile ducati.
So che in quel pezzo de matto incocalio(44) per siora Diana, troverò delle difficoltà, ma spero co sta alzadura d'inzegno tirarlo in rede, senza che el se n'accorza, e se non altro far che quella pettegola se desgusta.
Scomenzemo da sti do desperai: ma prima vogio sentir Rosaura; vogio un poco che la me diga come xe andà el negozio de gersera, e come gh'intrava quel cagadonao(45) de sior Lelio.
Rosaura, xestu levada? Xestu vestia? Vien fuora, che te vogio parlar.
(apre con la chiave)
SCENA QUINTA
ROSAURA esce dalla camera, e detto.
ROS.
Eccomi, signor padre; che mi comandate?
PANT.
Fia mia, quel che xe stà, xè stà, e no te vogio rimproverar un fallo che podeva dir quindese(46), ma che fursi te farà vadagnar la partia.
Vogio da ti solamente saver come xe andà sto negozio, e come qua in camera con ti s'ha trovà sior Florindo e sior Lelio.
ROS.
Credetemi, non ne so nulla, da fanciulla onorata.
PANT.
Cossa favistu in sta camera?
ROS.
Aspettavo che Colombina mi portasse la cena.
PANT.
Ma sior Lelio gerelo una piatanza?
ROS.
Io non l'avevo veduto.
PANT.
Come no l'avevistu visto, se el te gera tanto vesin?
ROS.
Non l'ho veduto, perché ero all'oscuro.
PANT.
Ma perché star a scuro?
ROS.
Colombina spense il lume, e andò in cucina a riaccenderlo.
PANT.
Ah ah, Colombina ha stuà la luse, e la gera andada a impizzarla(47)? Ho capio tutto.
Quella desgraziada, quella ruccola(48) maledìa, xe stada quella che t'ha menà in camera i do pretendenti.
Fia mia, basta...
(La xe innocente, lo credo e lo tocco co man).
(da sé) Ma za che l'accidente ha portà cussì, bisogna uniformarse e sposar sior Florindo.
ROS.
Oh, questa cosa non mi dispiace niente.
PANT.
Donca ti ghe vol ben a sior Florindo?
ROS.
Se devo dire la verità, non gli voglio male.
PANT.
O via, manco mal.
Ancuo ti sarà contenta.
Ma avverti a esser una bona mugier, come ti xe stada una bona fia.
L'amor se coltiva colla confidenza, e se un mario e una mugier scomenza a viver deseparai, presto presto i deventa nemici.
Se ti ghe vol ben, ti ha da cercar de secondar le so inclinazion.
Se el te vol aliegra, e ti mostra allegria: se ti ghe piasi malinconica, e ti sospirando, ma solamente per ello, falo muover a compassion.
Se el te mena ai divertimenti, vaghe, ma co modestia; se el te tien in casa, staghe con rassegnazion.
Se l'è zeloso, schiva(49) tutte le occasion de darghe sospetto; se el se fida, no te abusar della so bontà.
Se l'è generoso, procura de regolarlo; se l'è avaro, procura de illuminarlo; e sora tutto se el cria, e se el te dà causa de criar, essi ti(50) la prima a taser, se pur xe pussibile che una donna sia la prima a sbassar la ose.
ROS.
Vi ringrazio di questi buoni avvertimenti.
Cercherò di valermene.
Ma il signor Florindo che fa? Dorme ancora?
PANT.
No so; la camera no l'ho gnancora averta; aspetta che adesso, se el xe levà, vôi che se concluda su do piè sto matrimonio.
(va per aprire)
ROS.
(Volesse il cielo! non vedo l'ora di sentirmi chiamare signora sposa).
(da sé)
PANT.
Sior Florindo, xela in letto? Nol responde, adesso anderò a veder se el dorme.
(a Rosaura, ed entra)
ROS.
Sì sì, fate prestino.
Che rabbia averà la signora Beatrice! Eh, ora non potrà farmi la padrona addosso.
PANT.
(Esce confuso, e guarda e riguarda dentro e fuori, e osserva bene la chiave)
ROS.
(Mi par confuso, che sarà mai?) (da sé) E bene, signor padre, che fa il signor Florindo?
PANT.
Eh sì, adesso adesso.
(torna in camera)
ROS.
Io non capisco questa sua confusione.
Voglio farmi animo; voglio andarvi anch'io.
Che sarà mai? Finalmente è mio sposo.
(vuol entrare; Pantalone esce e la trattiene)
PANT.
Dove andeu, sfazzada?
ROS.
Non mi dite nulla...
Andavo a vedere io..
PANT.
No abbiè ardir d'intrar in quella camera.
Sior Florindo no xe gnancora vostro mario.
ROS.
Ma almeno ditemi che cosa fa? È egli nel letto?
PANT.
Siora sì, el xe in letto; ghe dol un poco la testa, e el vol dormir.
Andè in te la vostra camera: ànemo.
ROS.
Siete in collera?
PANT.
Ànemo, ubbidì, se no volè che vaga in collera.
ROS.
Subito, eccomi, v'obbedisco.
Il ciel mi guardi di disgustarvi! (Ah, che io lascio gli occhi su quella porta, ed il cuore non si parte da quella camera).
(da sé, ed entra nella sua stanza)
SCENA SESTA
PANTALONE solo.
PANT.
Come! anca Florindo me tradisse? Furbazzo, indegno; cussì el me manca de fede? El me domanda la fia, e po el scampa(51) per no sposarla? Ma come alo fatto a scampar de camera? La porta gera serada.
Per de drento no se averze(52); e se s'averzisse, dopo no se puol serrar senza chiave.
Oh poveretto mi! adesso scomenzo a tremar: la mia reputazion scomenza a pericolar.
Ma gnente, forti, coraggio; troverò sior Florindo, lo cercherò mi, lo farò cercar da Brighella, e un poco colle bone, e un poco colle cattive, l'obbligherò a mantegnir la parola.
Vaga la casa e i copi(53), ma che se salva la reputazion.
(parte, lasciando aperta la porta)
SCENA SETTIMA
ROSAURA sola, poi ARLECCHINO
ROS.
Mio padre se n'è andato, ed io non posso a meno di non tornare in questa sala.
Oh, se potessi entrare in quella camera, quanto sarei contenta! Ma la modestia non lo permette.
Eppure, chi sa! forse il mio Florindo mi brama e mi sospira, ed a me non conviene consolarlo per ora.
ARL.
Siora Rosaura, co le lagrime ai occhi me rallegro del vostro matrimonio.
ROS.
Lo sai ancor tu che sono sposa, eh?
ARL.
Mo andè là, che avì fatt una gran bestialità!
ROS.
Per che causa ho fatto male?
ARL.
Se avevi pazienza, gh'era per vu un partido molto meio de questo.
ROS.
Qual era questo miglior partito?
ARL.
V'averave sposada mi.
ROS.
Pazzo che sei! non lasci mai le tue scioccherie.
ARL.
Coss'è ste scioccherie? Digh da bon, e non burlo.
ROS.
Orsù, se mi vuoi bene, fammi un piacere.
Entra lì nella camera, dove sta il signor Florindo nel letto, e fagli per me un'ambasciata.
ARL.
Per farve veder ch'a ve vui ben, lo farò: za per far ambassade son fatt'a posta.
ROS.
Digli che mando a vedere come sta, e desidero di vederlo.
ARL.
Gnora sì.
(entra nella camera, dove era Florindo)
ROS.
Almeno mi facesse dire che entrassi; dicendolo egli, non farei male.
ARL.
(Esce senza parlare)
ROS.
E bene, Arlecchino, che t'ha detto il signor Florindo?
ARL.
Niente affatto.
ROS.
Ma sta bene?
ARL.
Credo che nol staga né ben, né mal.
ROS.
Ma gli hai fatta l'ambasciata?
ARL.
Gnora sì.
ROS.
Ed egli che t'ha detto?
ARL.
Niente affatto.
ROS.
Va là, torna, e dimandagli se gli duole il capo.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) La testa no la ghe dol.
ROS.
Digli dunque perché non si leva.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) L'è za levà.
ROS.
Digli perché non viene a vedermi.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) El ghe vede poco.
ROS.
Caro Arlecchino, digli che, se mi vuol bene, si lasci da me vedere.
ARL.
Gnora sì.
(va, poi torna e dice) Adesso el vien.
ROS.
Digli che solleciti, e venga presto.
ARL.
Gnora sì.
(va, e dice di dentro) El vien, el vien, el se veste, e subito el vien.
ROS.
Oh me felice! Sento che il core mi balza in petto dall'allegrezza.
Arlecchino, viene o non viene?
ARL.
(Dice) Eccolo.
(e si vede alzar la portiera)
ROS.
Ecco il mio caro bene.
ARL.
(Esce vestito con giubba e parrucca, e fa delle riverenze a Rosaura)
ROS.
Eh scimunito, indiscreto! Che fai cogli abiti di Ottavio mio fratello? Il signor Florindo dov'è?
ARL.
Patrona cara, cerchelo vu, perché a mi no me dà l'anemo de trovarlo.
Ma in mancanza soa, son qua mi e m'esibiss mi.
ROS.
Come! non vi è Florindo?
ARL.
Gnora no.
ROS.
Eh! tu m'inganni.
ARL.
Nol gh'è, in conscienza mia.
ROS.
Non posso più; modestia, abbi pazienza.
(entra in camera di Florindo)
ARL.
Lu no gh'è certo.
L'è andà via, el l'ha impiantada.
Chi sa che no la me toga mi? (esce Rosaura dalla camera)
ROS.
Ah me infelice! ah me meschina! ah Florindo traditore! ah barbaro! ah inumano! Mi ha lasciata, mi ha tradita, se n'è fuggito.
ARL.
No ve desperè, son qua mi.
ROS.
Ho ben veduto il mio povero padre mesto e confuso.
Siamo assassinati.
Ah Florindo crudele, queste sono le promesse? son questi i giuramenti? Ahimè! mi sento morire.
(piange)
ARL.
Siora padroncina, no pianzì, che me fe pianzer anca mi.
ROS.
Mi manca il respiro, mi si oscura la luce, mi sento la morte nel seno; ma giacché devo morire, voglio spirare almeno su quel medesimo letto, su cui quel disleale ha riposato la scorsa notte.
ARL.
Eh, no fe sto sproposito.
ROS.
Sì, voglio morire, e se non basta ad uccidermi il dolore, mi darò la morte colle mie mani.
(entra in camera come sopra)
ARL.
Uh uh, che smanie, che desperazion! (osserva alla porta) La s'ha buttà sul letto, la pianze, la se despera.
L'è cussì desperada, no ghe ne vôi saver alter, e za che so cussì ben vestido, vôi andar a veder se trovo la me fortuna.
Le donne basta che le veda un bell'abit, subit le se innamora.
Basta che i abbia el formai sulla velada, se in ca no gh'è pan, non importa.
(parte)
SCENA OTTAVA
FLORINDO e BRIGHELLA
BRIGH.
E un omo della so sorte se lassa far paura da una donna?
FLOR.
Ma che dovevo io fare? Beatrice è la padrona di casa, mi ha scacciato come un briccone, ed io doveva restarmene così maltrattato?
BRIGH.
Me maravegio! el patron l'è el sior Pantalon.
El m'ha dito che, se la trovo, la conduga in casa, e el vol in tutti i modi che se concluda sto matrimonio.
FLOR.
E questo è quello che io desidero.
BRIGH.
Donca la torna in te la so camera.
L'aspetta el sior Pantalon.
No la se lassa veder da siora Beatrice, e a momenti tutto sarà accomodà.
FLOR.
Sì, Brighella, farò tutto per ottenere Rosaura.
In quella camera attenderò il signor Pantalone.
BRIGH.
La vaga presto, che vien siora Beatrice.
FLOR.
Vado subito.
(entra nella camera dov'è Rosaura)
BRIGH.
Vardè a che segno arriva la petulanza de una mugier cattiva! No la varda, per i so caprici, a precipitar la reputazion della casa.
SCENA NONA
BEATRICE e BRIGHELLA
BEAT.
Ecco qui il bel soggettino! Questo è il consigliere intimo del signor Pantalone: questo è il nostro direttore, il nostro maestro di casa, il nostro padrone.
BRIGH.
No so che motivo l'abbia de parlar con mi co sti sentimenti, né de darme sti titoli e sti rimproveri.
Son servitor de casa, servo tutti con fedeltà, e in quarant'anni che servo el sior Pantalon, non ho mai avù da lu una parola storta; mi a ella ghe porto tutto el respetto, ma no posso soffrir de sentirme caricar de titoli che no merito, e esser messo alla berlina senza rason.
BEAT.
Sentite come alza la voce codesto temerario!
BRIGH.
Anca temerario la me dise? Siora Beatrice, ghe porto respetto perché la xe mugier del mio patron; da resto, se no considerasse altro che la so nascita, ghe responderia de trionfo(54).
BEAT.
Ah petulante, arrogante, sfacciato; non so chi mi tenga, che non ti dia qualche cosa nel viso.
BRIGH.
La ghe penserà ben a farlo, perché po, sala, no varderò de precipitarme.
SCENA DECIMA
PANTALONE e detti.
FLORINDO e ROSAURA di quando in quando si fanno veder dietro la portiera.
PANT.
Coss'è? Coss'è stà? Cossa xe sto sussuro?
BEAT.
Ecco lì, il vostro dilettissimo servitore, la vostra spia, il vostro mezzano, alza la voce e alza le mani, e mi perde il rispetto; ed io ho da soffrire quest'oltraggio? E voi comportate che un servitoraccio maltratti vostra moglie? Oh cielo, a che stato sono ridotta! (piange)
BRIGH.
L'amigo l'è...
(sottovoce a Pantalone, che non gli bada)
PANT.
Come! Brighella ha abuo tanto ardir de perder el respetto a mia mugier? Un servitor ha la temeritae de cambiar parole colla so patrona?
BRIGH.
Ma bisogna che la sappia...
PANT.
Tasi, impertinente, asenazzo: per qual se sia rason, per qual se sia strapazzo che la te avesse fatto, no ti dovevi mai azardarte de alzar la ose, e de rebecarte(55), come se no ghe fusse differenza da ella a ti.
BRIGH.
E aveva da soffrir senza parlar?...
(L'amigo l'è drento...).
(a Pantalone)
PANT.
Sior sì, avevi da soffrir.
Chi magna el pan dei altri, ha da soffrir: e quando no se vol o no se pol soffrir, se domanda licenza, e se va a far i fatti soi, ma no se responde, no se fa el bell'umor.
BRIGH.
La senta, ghe digo che...
(piano)
PANT.
Finalmente la xe mia mugier, e vogio che la sia respettada quanto mi, e più de mi.
E vu, sier tocco de petulante, andè subito via de sta casa.
BRIGH.
Come! un servitor della mia sorte, che per quarant'anni l'ha servida con tanta fedeltà...
PANT.
Se m'avè servio con fedeltà, avè fatto el debito vostro, e mi v'ho pagà pontualmente.
E se ve resto qualcossa de salario, faremo i conti, e ve salderò.
Intanto tolè sti vinticinque ducati a conto, e andè a far i fatti vostri.
(gli dà una borsa)
BRIGH.
La prego de compatimento...
PANT.
No gh'è compatimento che tegna.
Andè via subito.
Tolè sti bezzi, o ve li trago in tel muso.
BRIGH.
Ben! Co la vol cussì, cussì sia: tiogo i vinticinque ducati, e me la batto.
Pazienza! (Questo l'è un castigo che no me despiase: e intanto i amici i se diverte a quattr'occhi).
(da sé, e parte)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE e BEATRICE
BEAT.
(Gran prodigio che mio marito abbia cacciato di casa Brighella, per amor mio!) (da sé)
PANT.
Vedeu, fia mia, come se fa a castigar i servitori, che no gh'ha respetto per i so patroni? Imparè; perché ve vogio ben, perché fazzo stima de vu, v'ho dà sta sodisfazion.
Doveressi mo adesso anca vu far l'istesso verso de mi, e licenziar de sta casa Colombina e Arlecchin, che con tanta temerità i tratta co mi, come se fusse el gastaldo(56), e no i me considera per quel che son.
BEAT.
Quanto a questo poi, Colombina e Arlecchino fanno il mio servizio; a voi non so che abbiano perduto il rispetto, e non mi sento di licenziarli.
PANT.
Benissimo; imparerò a mie spese.
Un'altra volta me saverò regolar.
Ma Colombina e Arlecchin...
BEAT.
Ma Colombina e Arlecchino ci staranno a vostro dispetto.
Già v'eravate ingegnato di fingere la malattia della gastalda per far partir Colombina, ma si è scoperto il vero, e siete restato deluso.
PANT.
Fia mia, no me vogio scaldar el sangue.
Questo xe un negozio del qual ghe ne parleremo a so tempo.
BEAT.
Oh via, mutiamo discorso.
Mi rallegro, signor Pantalone, che avete fatta sposa la vostra figliuola.
PANT.
(No la sa gnente che l'amigo se l'ha battua(57)).
(da sé) Cossa voleu far? Xe megio cussì.
L'anderà fora de casa, e vu sarè libera de sto intrigo.
BEAT.
Avete fatti gli abiti a questa sposa? (ridendo)
PANT.
Ho ordinato el bisogno per far le cosse pulito.
BEAT.
E quando seguiranno questi sponsali?
PANT.
Oh presto, presto.
BEAT.
Quanto mi vien da ridere!
PANT.
Perché ve vien da rider? (Stè a veder che la sa tutto).
(da sé)
BEAT.
E si fa un matrimonio in casa, senza che io ne sappia nulla? Bravo, così mi piace.
PANT.
L'occasion ha portà cussì.
Ringraziè quella desgraziada della vostra cameriera, e preghè el cielo che la se fenissa cussì.
BEAT.
E vi credete che questo bel matrimonio debba seguire?
PANT.
Lo credo seguro.
BEAT.
Quanto v'ingannate! Andate, andate a correr dietro al signor sposo.
Se vostra figliuola non ha altro marito, vuol invecchiare fanciulla.
PANT.
Donca savè la baronada che el m'ha fatto, e ve ne ridè?
BEAT.
Lo so e me ne rido, perché io sono quella che ha fatto partire il signor Florindo; né avrà più ardire di tornarci, né s'azzarderà più di trattare un tal matrimonio.
PANT.
Beatrice, qua scomenzè a toccarme dove che me diol.
No cerchè altro che de perseguitar quella povera putta, e par che abbiè ambizion de strapazzar l'onor de sta povera casa.
Me maravegio però de sior Florindo, che ascoltando vu più de mi, tradissa in sta maniera una putta innocente, e un omo d'onor come che son mi.
BEAT.
Eh, questi sono scherzi della gioventù.
PANT.
Queste le xe baronae, che merita una schioppetada.
Sior Florindo ha da sposar mia fia, o el se farà cognosser per un omo infame.
SCENA DODICESIMA
FLORINDO e ROSAURA escon di camera, e detti.
FLOR.
Florindo è uomo onorato, ed è di Rosaura consorte.
PANT.
Come!
BEAT.
Che vedo?
PANT.
Sior Florindo, vu sè mario de mia fia?
FLOR.
Sì signore, ella ne ha avuta la fede.
PANT.
Fia mia, ti xe novizza de sior Florindo? (a Rosaura)
ROS.
Signor sì, l'abbiamo aggiustata fra di noi.
PANT.
Siora Beatrice, cossa diseu? No se pol far un matrimonio senza de vu.
Sior Florindo no averà più ardir de metter i pi in sta casa.
(burlandosi di Beatrice) Se Rosaura non sposa altri che Florindo, la se vol invecchiar fanciulla.
E questi sono scherzi della gioventù.
Ah, ah, ah, quanto me vien da rider!
BEAT.
(La rabbia mi divora.
Sento che la bile mi affoga.
Voglio partire, per non dargli piacere colle mie smanie).
(da sé) Sempre non riderete.
Se non mi vendico, mi fulmini il cielo, mi strascini un demone nell'inferno.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
PANTALONE, ROSAURA e FLORINDO
PANT.
El ciel ghe fazza la grazia.
Sior Florindo, coss'è sta metamorfosi? Ora mi vedete, ora non mi vedete?
FLOR.
Già dalla signora Beatrice avete inteso come sono stato costretto ad uscire.
Brighella poi mi ha illuminato e mi ha qui ricondotto.
Per celarmi da vostra moglie, rientrai in questa stanza, ove piangente e quasi morta trovai la mia cara Rosaura.
La consolai colla mia presenza, la presi per la mano, e stavamo sotto quella portiera ad aspettare il momento fortunato per presentarci a voi, senza l'odioso aspetto della signora Beatrice.
ROS.
Perdonatemi, se ho trasgredito il vostro comando.
Un eccesso di amore e di dolore mi ha trasportata in quella camera, ove avrei terminato di vivere, se non giungeva Florindo.
PANT.
Orsù, no parlemo altro, sè mario e mugier.
Sior Florindo, no la creda che me vogia prevaler de sta congiuntura per maridar mia fia senza dota, come fa tanti pari e tante mare al dì d'ancuo(58): gh'ho destinà sie mille ducati, e questa xe la so carta de dota.
Mille ghe ne darò alla man, per far qualche spesa che ghe vol per el sposalizio, e cinque mille ghe ne darò, quando la m'averà dito dove la li vuol segurar.
FLOR.
Questo è tutto effetto della vostra bontà.
Io non lo merito e non lo cerco.
PANT.
Questo xe un atto de giustizia.
Mia fia no xe bastarda, e xe dover che la gh'abbia la so dota.
ROS.
Signor padre, se me lo permettete, voglio condurre il signor Florindo a vedere la mia cagnolina, che ha partorito l'altro giorno tre canini che paion dipinti.
PANT.
Sì sì, ménelo a veder quel che ti vol: faghe veder tutto, che l'è paron(59).
FLOR.
Dunque con sua licenza, signor suocero.
PANT.
Sior zenero, la se comoda.
FLOR.
Ah, che di me non v'è uomo più contento nel mondo! (parte)
ROS.
(Voglio più bene a Florindo, che non voglio a mio padre, e ancor più che non volevo a mia madre.
Poverino! mi fa tante carezze!) (da sé, e parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
PANTALONE, poi OTTAVIO
PANT.
A veder sti do novizzi, me se resvegia alla memoria quei tempi antighi, quando anca mi co mia mugier Pandora...
Quella la giera una donna de garbo.
Sia maledìo quando ho tiolto custìa.
Ma co l'è fatta, bisogna lodarla.
OTT.
(Pensoso passa davanti a Pantalone, si cava il cappello, e non parla)
PANT.
(La luna ha fatto el tondo).
(da sé) Com'ela, sior fio? Sempre inmusonà(60), sempre colle cegie revoltae(61)? Sè un omo molto bisbetico.
OTT.
Mah, bisogna esserlo per forza.
Un uomo che non ha il suo bisogno, si vergogna di comparire fra gli altri.
PANT.
No gh'avè el vostro bisogno? cossa ve manca? Trenta ducati al mese da buttar via, no i ve basta?
OTT.
Non mi bastano, signor no, non mi bastano.
PANT.
Via via, no me magnè; se no i ve basta, cresceremo la dosa; ve ne darò dei altri.
(Vôi chiaparlo colle bone).
(da sé)
OTT.
Cospetto! cospetto! Come ho da far io nell'impegno in cui sono?
PANT.
In che impegno seu? Via, se la xe cossa lecita, e che se possa, ve agiuterò mi.
OTT.
Ho bisogno di cento doppie.
Sono in impegno di prestarle ad un amico, e non posso fare di meno.
PANT.
O amigo, o amiga, o imprestar, o donar, le cento doppie ve le darò mi.
OTT.
Eh, mi burlate voi.
PANT.
Tanto xe vero che no ve burlo, quanto che in sto momento ve posso consolar.
In sta borsa no gh'è cento doppie, ma ghe xe mille ducati, che ho parecchiai per dar a sior Florindo, mario de mia fia e vostro cugnà, a conto de dota; questi ve li dago a vu; servive delle cento doppie per supplir all'impegno, e del resto faremo i conti colle vostre mesate.
Seu contento?
OTT.
Contentissimo.
(prende la borsa) (Che novità è questa? Mio padre vuol morire).
(da sé)
PANT.
Cussì, come che te diseva, fio mio, ho maridà to sorella co sior Florindo, cittadin de bona casa e de mediocre fortuna.
Ghe dago sie mille ducati; mille subito, e cinque mille col me li averà segurai.
Per cinque mille bisogna che li prometta, e bisogna che anca ti ti te sottoscrivi, acciò, in caso della mia morte, no i possa dubitar che ghe manca la dota.
OTT.
Ma io sono figlio di famiglia come posso obbligarmi? Potreste emanciparmi, e allora...
PANT.
Siben che son marcante, ghe ne so un puoco anca de legge.
Quando el fio de famegia se obbliga alla presenza del pare, s'intende che el pare ghe daga facoltà de obbligarse, e l'obbligazion sussiste come se el fusse emancipà.
OTT.
Farò come volete.
PANT.
Olà.
Da scriver.
(servi portano tavolino, e da scrivere) Via, sottoscrivi ste do carte de dota, tutte do compagne: una per sior Florindo, e una per nu.
OTT.
(Non vorrei mi facesse qualche cavalletta!) (da sé) Ma lasciate prima ch'io la legga, se l'ho da sottoscrivere...
PANT.
Siben, gh'avè rason.
Lezè pur; soddisfeve.
(gli dà il contratto con Florindo)
OTT.
(Legge piano)
PANT.
(Eh cagadonao! giusto adesso te la ficco).
(da sé)
OTT.
Sta bene, ecco ch'io mi sottoscrivo: Io, Ottavio Bisognosi affermo e prometto quanto sopra, ed in fede mano propria.
PANT.
Fe l'istesso in quest'altra compagna.
(gli dà un altro foglio)
OTT.
Benissimo: Io, Ottavio Bisognosi, ecc.
(fa come sopra.
Frattanto che Ottavio si sottoscrive, Pantalone colla mano opera ch'egli non legga)
PANT.
(Oh, adesso son contento).
(da sé) Bisognerà po che ti pensi a maridarte anca ti.
OTT.
Eh, per me v'è tempo.
Parliamo d'altro.
Signor padre, se vi contentate, vi è la signora Diana che vorrebbe dirvi una parola.
Se vi pare di accordarle questa grazia, ora la fo venire.
(Giacché la luna è buona, vo tentar la mia sorte).
(da sé)
PANT.
Perché no voressi che l'ascoltasse? Songio qualche prencipe da no me degnar? Anzi la me fa onor: diseghe pur che la vegna.
OTT.
Vado dunque a introdurla...
(vuol partire)
PANT.
Oe disè, saveu gnente vu cossa che la vogia?
OTT.
Lo so e non lo so, ma bensì posso dirvi, che se in questo che lei richiederà, vi è bisogno del mio assenso, di questo ne sarete sicuro.
(La signora Diana, che ha dello spirito, otterrà forse più di quello potrei ottenere io, se parlassi.
E poi ella è donna, e da mio padre esigerà più riguardo).
(da sé, e parte)
SCENA QUINDICESIMA
PANTALONE, poi DIANA
PANT.
Sta carta, sta sottoscrizion carpida, so anca mi che no la pol impedir che mio fio se marida con chi el vol lu, ma spero che la servirà per metter delle disunion tra Ottavio e siora Diana; e a mi per adesso me basta cussì.
Xe ben vero però che per aver el mio intento, sta volta no me son servido della prudenza, ma d'un scaltro ripiego, che me fa poco onor.
Me vergogno d'averlo fatto, no la xe più da omo prudente, no la xe degna de mi, ma l'amor del pare qualche volta trasporta, e se se trova in certe occasion dove, abbandonandose alla passion, la prudenza non ha tempo de illuminar.
No vorave che gnanca l'aria savesse el modo che ho tegnù per carpir sta sottoscrizion.
Me ne servirò con cautela; farò che mio fio no lo diga a nissun, perché no vorave mai che qualchedun de quelli che me crede omo savio, tolesse in sto fatto esempio da mi, e imparasse a valerse della finzion, la qual in ogni tempo, in ogni occasion, deve esser aborrida, condannada, come l'aborrisso e la condanno anca mi.
DIA.
Signor Pantalone, veramente parrà strano ch'io venga in casa vostra a parlarvi di un affare che doveva essere diversamente trattato; ma la bontà che ieri ho scoperta in voi verso di me, e lo stato in cui presentemente mi trovo, mi obbligano a far questo passo.
PANT.
Se la m'avesse degnà d'un so comando, sarave vegnù fin a casa a servirla; ma za che la s'ha degnà de vegnirme a onorar, la parla pur liberamente, che me farò gloria de ubbidirla, per quanto se estenderà le mie forze.
DIA.
(Qui bisogna levarsi la maschera, e svelare ogni arcano).
Il signor Ottavio, vostro figliuolo, mostra di essere di me invaghito, e mi ha data la fede di sposo.
Io non volevo accettare una tale offerta, senza prima assicurarmi del vostro assenso, ed egli mi fa sperare che voi non siate per opporvi alle nostre nozze.
L'affare però è delicato, e tuttoché io sia vedova, ciò non ostante non voglio più a lungo tollerare la frequenza delle sue visite, senza una conclusione.
Ecco il motivo per cui vi do il presente incomodo; desidero sapere la vostra intenzione sopra di ciò, e alla buona disposizione, che in voi spero di ritrovare, aggiungo le mie preghiere, pel desiderio che tengo di unirmi in parentado con una sì degna e rispettata famiglia.
PANT.
Siora Diana, ella me fa più onor che no merito, e no me stimerave degno d'aver per niora una zentil donna de tanta stima.
Ghe digo ben che mio fio degenera dal so sangue, trattando con ella cussì mal, e tiolendose spasso d'una persona che merita tutta la venerazion e el respetto.
DIA.
Come! si prende spasso di me? Con che fondamento lo dite?
PANT.
La perdona l'interrogazion impropria: sala lezer(62)?
DIA.
So leggere al certo.
PANT.
Cognossela el carattere de mio fio?
DIA.
Lo conosco.
PANT.
Donca la leza; giusto ancuo(63) Ottavio ha sottoscritto el contratto colla fia de sior Pancrazio Aretusi.
La varda: Ottavio Bisognosi prometto sposar la signora Eleonora Aretusi...
e per dote e nome di dote ducati sessanta mille.
(legge qua e là, facendo accompagnar Diana coll'occhio)
DIA.
Dunque Ottavio così mi tradisce? mi schernisce così?
PANT.
Me despiase infinitamente; ma no ghe xe più remedio.
La fazza che l'avvertimento ghe serva per l'avegnir.
Coi fioi de famegia no la se ne impazza.
Lustrissima, possio servirla in altro? (La medesina ha fatto un'ottima operazion).
(da sé)
DIA.
Ah per amor del cielo, signor Pantalone...
PANT.
Con so bona grazia, bisogna che vaga in mezà(64).
(Inghioti sta pillola, e impara a far zoso la zoventù).
(da sé, e parte)
SCENA SEDICESIMA
DIANA, poi OTTAVIO
DIA.
Chi intese mai più barbaro tradimento? E lo scellerato, per maggior mio scorno, mi manda a farmi deridere da suo padre?
OTT.
E bene come andò la faccenda?
DIA.
Come andò, eh? Come per l'appunto desiderava la tua perfidia.
Sarai contento, or che mi hai svergognata in faccia del tuo medesimo genitore.
OTT.
Come? Che dite?
DIA.
Ma perché non dirmelo tu, scellerato? Perché non svelarmi colla tua bocca il segreto che avevi nel cuore? Perché farmelo saper da tuo padre?
OTT.
Ma io rimango attonito.
Che v'ha detto mio padre?
DIA.
Va, sposa la signora Eleonora; prenditi la pingue dote di sessanta mila ducati, ma non ti lusingare ch'io lasciar voglia invendicati i miei torti.
OTT.
Signora Diana, ve l'ho detto; mio padre è un vecchio furbo; vi avrà dato ad intendere lucciole per lanterne.
DIA.
Ancor fingi? Ancor mi schernisci? Lo conosco il tuo carattere; pur troppo hai tu sottoscritta in un foglio la tua fortuna e la mia morte.
OTT.
Ma di che foglio parlate? Si può sapere?
DIA.
Lo devo ripetere per mio rossore e per tuo contento; lessi il contratto nuziale da te sottoscritto colla signora Eleonora Aretusi.
OTT.
Dov'è questo contratto?
DIA.
Tuo padre l'aveva e l'ha tuttavia nelle mani.
OTT.
E quando l'ho io sottoscritto?
DIA.
Oggi, barbaro, oggi tu l'hai firmato.
OTT.
Eh, che sbagliate! Poc'anzi ho sottoscritto il contratto nuziale di mia sorella col signor Florindo.
DIA.
Inventami delle favole! So leggere, e conosco il tuo carattere.
Dice la scrittura: Ottavio Bisognosi affermo e prometto quanto sopra, ed in fede mano propria.
OTT.
Ah, mio padre mi ha tradito; quel foglio ch'io credei simile all'altro...
Io non lo lessi...
me ne fidai...
Ah, dove arriva la malizia d'un uomo! Diana mia, siamo entrambi traditi: io sono innocente.
Mio padre, prevalendosi della mia buona fede, ha carpita fraudolentemente la mia sottoscrizione.
DIA.
Eh, dà ad intendere simili scioccherie a de' bambini, non alle donne mie pari.
Sei un bugiardo, sei un ingannatore.
OTT.
Ma credetemi...
DIA.
No, che non ti voglio più credere Mi hai ingannata abbastanza.
Ma avrò ancor io coraggio bastante per dimenticarmi di te, se tu l'avesti d'abbandonarmi.
OTT.
Sentite, Diana...
Vi giuro...
DIA.
Taci, spergiuro, non irritar lo sdegno del cielo.
Ti lascio per non mai più rivederti.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
OTTAVIO, poi BEATRICE
OTT.
Fermatevi...
(va per seguirla, Beatrice lo chiama)
BEAT.
Signor Ottavio, trattenetevi, non vi lasciate trasportare dal dolore.
Già intesi il tutto, e dico che vostro padre è una fiera crudele.
OTT.
Signora Beatrice, mio padre vuol la mia morte.
BEAT.
Sarebbe meglio ad esso il morire, quel vecchio pazzo disumanato.
OTT.
Crepasse pure in questo momento.
BEAT.
Sta a voi il rendervi felice.
OTT.
Come?
BEAT.
Accelerando la morte a quel barbaro.
OTT.
Ah! che mai dite? La natura aborrisce quest'attentato.
BEAT.
In esso però la natura non parla a favor del figliuolo e della moglie.
Egli ne insegna a disumanarci, mentre colla sua crudeltà toglie la vita ad entrambi.
OTT.
Pur troppo egli ci vuol tutti morti; e non veggo altro rimedio per noi, che prevenirlo.
Ma non avrei cuore di farlo.
BEAT.
L'avrei ben io questo cuore; mi basterebbe il vostro soccorso.
(È giunta a segno la mia passione per Lelio, il mio odio per quel vecchio insensato, che mi impedisce ogni mia felicità; son già risoluta ad ogni più atroce misfatto).
(tra sé)
OTT.
(Dopo aver passeggiato un poco, pensando) (Ah, conviene risolversi.
La mia disperazione è all'estremo).
(tra sé) E come potremo eseguir le nostre vendette? (a Beatrice)
BEAT.
Provvedetemi d'un buon veleno, e a me lasciate la cura.
OTT.
Ah signora Beatrice, finalmente egli è a me padre, a voi marito.
BEAT.
(È già fatto il gran passo; mi son scoperta, e se non lo riduco all'effetto, io sono perduta).
(tra sé) Non merita questi dolci nomi un barbaro padre, un marito crudele.
Egli vuol l'eccidio di tutti noi, e noi colle mani alla cintola aspetteremo ch'egli trionfi colla nostra morte? Alla fine ha vissuto abbastanza; se gli possono accorciare pochi momenti di vita, e noi vi guadagniamo la nostra quiete, i nostri contenti.
Io mi libero da una così tormentosa catena, e voi, divenendo l'assoluto padron di voi stesso e di tutte le ricchezze di quell'avarissimo vecchio, potete sposarvi la signora Diana, e godere seco felici i giorni tutti di vostra vita.
Altrimenti vi converrà abbandonarla, sposar un'altra, e veder la povera Diana precipitarsi e morire dalla disperazione: avrete voi questo cuore?
OTT.
A questa orribile idea non posso resistere.
Diana parla al mio cuore con maggior forza del padre.
Tutto si faccia per salvar la sua vita e il mio amore.
Attendetemi, che col veleno tra pochi momenti ritorno.
(parte)
BEAT.
Ed io non tarderò a porlo in opera.
Privarmi delle mie conversazioni? Minacciar di serrarmi tra quattro mura? Proibire a Lelio che più non ponga piede in mia casa? Maritar Rosaura a mio dispetto, beffeggiarmi, ridersi, burlarsi di me? Ho giurato vendetta, e la eseguirò...
Ma qual vendetta ho io determinato di fare? Oimè! la più orribile, la più detestabile che dar si possa.
Avvelenare il marito? Può darsi azione più barbara, più nera, più abbominevole? Ah! che tremo in pensarlo.
Tremo per il rimorso, per i pericoli, per il timore; scoperto che fosse il mio tradimento, sarebbe lo stato mio peggiore molto a quello che ora par che mi aggravi.
Sarei in odio del cielo, in odio del mondo...
Ma sono in impegno.
Ah maledetto impegno! Fremo di sdegno, e mi sento ardere per la vergogna.
Che farò? Che risolverò? Non saprei.
Voglia il cielo che Pantalone non mi provochi d'avvantaggio.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
Cortile in casa di Pantalone.
COLOMBINA, poi ARLECCHINO
COL.
Eppure quel vecchiaccio del mio padrone mi aveva gabbata, se la padrona non mi faceva aprir gli occhi.
Mia madre sta molto bene, ed io era una pazza a lasciarmi levar di casa con sì bel pretesto; è ben vero però che il vecchio non mi può vedere e non mi lascerà mai aver pace, onde se mi viene occasione di maritarmi, lo voglio fare, e allora uscirò di casa con riputazione.
Vi sarebbe Arlecchino, che non mi dispiace: è un poco sciocco, ma per la moglie non è male che il marito sia sciocco.
Eccolo appunto, ed è vestito cogli abiti del signor Ottavio; qualcuna delle sue solite galanterie.
E come sta bene!
ARL.
Largo, largo al fior della nobiltà.
COL.
Buon giorno, Arlecchino.
ARL.
Addio, bella zitella.
(con sussiego)
COL.
Che vuol dire che stai così sussiegato meco?
ARL.
La mia nobiltà non s'abbassa colle femmine cucinanti.
COL.
Che! sei diventato nobile?
ARL.
Non vedi l'abito?
COL.
L'abito non fa il nobile.
ARL.
E pur al dì d'ozi basta un bell'abit per aver del lustrissimo.
COL.
Hai ragione.
Dunque di me non ti degni?
ARL.
No certo.
COL.
E pur so che tu mi volevi bene.
ARL.
E te ne voria ancora, se non fusse incavalierà.
COL.
E se io fossi indamata, mi vorresti allora bene?
ARL.
Siguro: te amaria quanto la pupilla degli occhi miei.
COL.
Illustrissimo signore, si contenti d'aspettare un pochino, pochino.
(Voglio secondar il di lui umore).
(da sé)
ARL.
Andate, andate, bella ragazza, che noi vi aspettiamo.
(Fino che torna Colombina, Arlecchino fa delle buffonerie, affettando l'aria nobile, facendo riverenze e pavoneggiandosi; poi torna Colombina, con tabarrino e cuffia da dama)
COL.
Cavaliere, a voi m'inchino.
ARL.
Bella dama, a voi mi prostro.
COL.
Un cavaliere non istà bene senza la dama.
ARL.
Né la dama sta bene senza del cavaliere.
COL.
Dunque se vi compiacete...
ARL.
Dunque se vi degnate...
COL.
Io v'offro la mia destra.
ARL.
Ed io la mia sinistra.
SCENA DICIANNOVESIMA
PANTALONE in disparte, che osserva, e detti.
COL.
E con la mano vi consacro il mio cuore.
ARL.
E con la mia vi dono la coratella.
COL.
Col laccio d'Imeneo le nostre nobiltà si congiungano.
ARL.
Per far razza de nobili birbantelli.
PANT.
(Fa cenno da sé che vuol burlarli, e parte)
COL.
Ah, ch'io peno d'amore!
ARL.
Ah, ch'io spirito dalla fame!
COL.
Venga nel mio feudo, che potrà saziarsi.
ARL.
E qual è il vostro feudo?
COL.
La cucina.
ARL.
Questo è un marchesato, che val più di un regno.
COL.
Colà troverà i suoi sudditi.
ARL.
E chi sono li sudditi?
COL.
Alesso, fritto, ragù, arrosto e stufato.
ARL.
Io mi mangio in un giorno il marchesato.
PANT.
(Torna con quattro uomini, ai quali ordina con cenni ciò che devono fare, e resta in disparte.
I quattro uomini s'avanzano; due prendono in mezzo Colombina e due Arlecchino.
Essi vorrebbero parlare, ma gli uomini li minacciano e li fanno star cheti.
Levano loro gli abiti da cavaliere e dama, sempre senza parlare, e Pantalone se ne ride; poi mettono in capo a Colombina un zendale, e addosso ad Arlecchino uno straccio di ferraiuolo; danno loro mano uno per parte, e li conducono via, sempre alla mutola, Colombina da una parte e Arlecchino dall'altra.
COL.
Addio, cavaliere.
(verso Arlecchino, partendo)
ARL.
Addio, dama.
(nella stessa maniera, e sospirando parte)
PANT.
Serèli ben in quei magazzeni fina a stassera, che po li manderemo dove che i ha d'andar.
SCENA VENTESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Furbazzi! se pol far pezo? A poco alla volta lori giera i paroni, e mi el servitor.
Che i staga ancuo in caponera; doman i manderò in t'un altro paese.
A poco alla volta pol esser che me riessa de dar regola a sta nave, combattua dalla borrasca de tante contrarietà.
Col giudizio, coi ripieghi, coi bezzi e colla prudenza, spero superar le tempeste d'una cattiva mugier, el vento d'un cattivo fio, i scogi d'una pessima servitù, e arrivando al porto della pase e della quiete, contar con gloria i pericoli, e recordarme con giubilo delle passae desgrazie.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Cucina con finestra, in casa di Pantalone, con fuoco acceso e varie pentole al focolare.
Tavolino con un tondo ed un cucchiaio.
CUOCO che lavora, poi BEATRICE con vari fogli in mano.
BEAT.
(Di dentro) Arlecchino, Colombina, Arlecchino.
(esce) Non si sentono, non si trovano; eh assolutamente è così: il vecchio me li ha fatti sparire.
Giuro al cielo, l'avrai finita una volta, vecchiaccio indegno.
Questo veleno mi libererà dalla tua tormentosa catena.
Ma Colombina non c'è, e non so come mi fare.
Costui mi dà soggezione...
or l'ho pensata bene.
Così si faccia.
Ehi, cuoco.
CUO.
Illustrissima.
BEAT.
Avete molto che fare?
CUO.
S'immagini, son solo.
BEAT.
Anch'io son sola, per grazia del vostro signor padrone, che ha licenziata tutta la servitù, ed ho bisogno di far recapitare questi due fogli.
CUO.
Ma io non posso; vede bene, ho le pentole al fuoco.
BEAT.
Bisogna andarvi assolutamente.
CUO.
E se le vivande anderanno a male?
BEAT.
Vada al diavolo tutto, ma questo s'ha da fare.
CUO.
Il padrone griderà.
BEAT.
La padrona son io.
CUO.
E il desinar chi lo farà?
BEAT.
Il boia che t'appicchi.
Va, e porta questi viglietti, e non replicare.
CUO.
Comanda chi può, obbedisca chi deve.
A chi vanno, illustrissima?
BEAT.
Questo va al signor Lelio Anselmi, e questo alla signora Diana Ardenti.
Recali subito, e fatti dare la risposta.
CUO.
Sarà puntualmente servita.
Ma la supplico far dar un'occhiata alle pentole...
(Oh maledetta!) (da sé)
BEAT.
Che vi è in quelle pentole?
CUO.
In questa un ragù di polli alla francese; in questa un pezzo di carne pasticciata; in questa dell'erbe per una zuppa santé; in questa quattro maccheroni per la servitù; e in questa la panatella per il signor Pantalone.
BEAT.
Non dubitare, che se capiterà alcuno, farò assistere alla cucina.
CUO.
Ma...
non potrebbe mandar questi due viglietti...
BEAT.
Animo, non più parole.
CUO.
Vado subito.
(Uh, che diavolaccio è costei!) (da sé, e parte)
SCENA SECONDA
BEATRICE, poi OTTAVIO
BEAT.
Può darsi che il veleno produca colla morte di Pantalone qualche disordine, perciò voglio procurare di avere in casa qualche compagnia: mentre in tali casi uno aiuta l'altro.
Ma già che in quel pentolino vi è la panatella di Pantalone, quella sarà a proposito per fare l'operazione.
Ecco in questa poca polvere le mie vendette.
(va al focolare, e mette il veleno nella pentola) Mangiala, che buon pro ti faccia.
Non avrebbe da andar troppo in lungo l'effetto di questo veleno, poiché la dose è molto caricata.
OTT.
Signora Beatrice.
(affannato)
BEAT.
Che vi è di nuovo?
OTT.
Avete ricevuto da quella donna il foglio sigillato col veleno?
BEAT.
Certo, l'ho avuto.
OTT.
Datemelo, datemelo.
BEAT.
Perché?
OTT.
Datemelo, e non pensate altro.
BEAT.
È già messo in opera.
OTT.
Come? L'ha bevuto mio padre?
BEAT.
No, ma è in una di quelle pentole, che sono al fuoco.
OTT.
In quale?
BEAT.
In una di quelle.
OTT.
Le butterò tutte sossopra.
Ah, che il rimorso mi rode il cuore! Sento un'inquietudine che mi tormenta.
La natura, inorridita di così atroce delitto, mi rimprovera già di parricida.
BEAT.
(Oimè, son perduta! Bisogna ingannarlo).
(da sé)
OTT.
Ho già persuasa la signora Diana della mia innocenza; e se mio padre non approva le nostre nozze, noi le faremo senza di lui; benché m'abbia egli fatto sottoscrivere quel foglio, un matrimonio segreto tronca qualunque promessa.
Non sia mai vero ch'io cooperi alla morte di chi mi ha data la vita.
BEAT.
Avete ragione, anch'io ne cominciava a sentir della pena; voi siete figlio, e vi sentite muovere dal nome di padre; anch'io finalmente son moglie, e il vostro esempio mi risveglia l'amore del consorte.
Credetemi, lo facevo più per voi che per me.
(S'egli riconciliato con Diana, più non cura le sue vendette, io non voglio trascurare le mie).
(da sé)
OTT.
Qual è dunque la pentola in cui bolle il veleno?
BEAT.
Sì, caro Ottavio, figlio veramente amoroso e prudente.
(va al focolare, e prende un'altra pentola ed un cucchiaio) Eccovi in quest'erbe, destinate per una zuppa da darsi al povero Pantalone, l'arsenico che mi avete mandato.
Gittatele giù da quella finestra nel fiume, e si disperda con esse la memoria del nostro errore.
(Purché l'effetto succeda, accada poi ciò che vuole).
(da sé)
OTT.
Vaso indegno, ricolmo d'iniquità, vatti a seppellire nell'acque, anzi nel fondo d'abisso.
(getta la pentola dalla finestra.)
BEAT.
(Povere erbe, non hanno colpa veruna).
(da sé)
OTT.
Ora son contento.
BEAT.
Deh, in un perpetuo silenzio si nasconda il tentativo.
OTT.
Ci va egualmente della mia, che della vostra salvezza.
Or che ho salvato mio padre, torno più lieto dalla mia sposa.
(parte)
BEAT.
Va, che l'hai veramente salvato.
Povero stolto! e tu pensavi che ti volessi dire la verità? Se non volevi che tuo padre morisse, non mi dovevi provvedere il veleno: che quando una donna disperata ha l'arme in mano di vendicarsi, morirebbe piuttosto che tralasciare di farlo.
(parte)
SCENA TERZA
ROSAURA, con un cane in braccio.
ROS.
O che prodigio! la signora Beatrice in cucina, e intorno le pentole! Suo danno! Mio padre ha licenziato Colombina per cagion sua; faccia ora da sé.
Ma gran discorsi faceva qui con mio fratello! Mi pare che abbia gettata una pentola dalla finestra.
Oh che pazzi! Ma non v'è nemmeno il cuoco.
Vorrei dare un poco di pappa alla mia cagnolina.
Adesso adesso, piccina, aspetta, guarderò io se c'è nulla per te.
(va al focolare) Oh, ecco appunto della pappa; sarà di mio padre.
Non importa.
Un poca anco a Perlina, e poi un poca ancora a Moschina tua sorella, sai.
Vieni, cara, vieni.
(Leva della panatella dalla pentola con un cucchiaio, e la mette in un tondino in terra, vicino al focolare; poi mette in terra Perlina, acciò vada a mangiare, ed essa, dopo annasatala, fugge dentro alle scene.
Rosaura rientra nella scena per ripigliare la cagna fuggita, e ne porta fuori un'altra simile a quella, ma di legno, dipinta come Perlina e ad essa somigliantissima, la quale dal popolo viene perciò creduta Perlina, e la pone vicino al tondino della panatella, come se fosse la prima cagna; poi dice) O via mangia, che ora vado a prender Moschina.
Quanto bene ch'io voglio a queste bestioline! Ma più però al mio sposino! (Parte.
La finta cagnina, essendo snodata e raccomandata a vari fili, orditi al di sopra del teatro e ai laterali di esso, si fa giuocare, come se il veleno in lei operasse.
Si vede fare dei contorcimenti, dei salti e dei capitomboli, e finalmente si vede stesa in terra, come morta.
Rosaura torna colla medesima cagna di prima, che finge sia Moschina, sorella e simile a Perlina) Cara la mia Moschina, andiamo a mangiare la pappa colla sorellina.
Ma che vedo! Perlina, che fai? Non mangia! È sdraiata! Par morta! O me infelice, che sarà mai? Perlina, Perlina dico.
Non si muove.
È dura, dura; quanta robaccia ha rigettata! Povera me! Perlina mia.
(intanto che le va intorno, taglia i fili che la reggono, e la tira avanti) È morta; senz'altro è morta! Povera Perlina! Perlina mia! Oimè, che dolore ch'io provo! Oimè, non posso più!
SCENA QUARTA
FLORINDO e detta.
FLOR.
Sposa, che avete? Che mai v'è accaduto di male? Perché gridate sì forte?
ROS.
Ah, caro Florindo, mirate là la mia Perlina, morta così in un tratto.
FLOR.
Me ne dispiace, ma poi non mi pare che una bestia esiga tanto dolore.
ROS.
Eh, dite bene voi altri uomaccioni, che avete il cuor duro.
FLOR.
Ma aveva male? Com'è morta?
ROS.
Era sana, sanissima.
Le ho dato a mangiare di quella pappa, ed è subito morta.
FLOR.
Guardate come vien nera: pare avvelenata.
ROS.
Certo, altro che veleno non può essere stato.
FLOR.
Osserviamo questa panatella.
Vi è della polvere cristallina.
Di dove l'avete presa? (osserva il tondino)
ROS.
Da quella pentola.
FLOR.
Vediamola un poco.
Capperi! vedete voi quella spuma? Quello è veleno.
ROS.
E vi mancò poco non ne mangiasse anco Moschina.
Vanne, vanne, cara, che l'odore non ti facesse morire.
(manda dentro la cagna vera)
FLOR.
E per chi deve servire questo pan cotto?
ROS.
È solito mangiarlo mio padre.
FLOR.
Dov'è il cuoco?
ROS.
Io non lo so.
Questa mattina non si vede.
FLOR.
(Qui vi è qualche tradimento).
(da sé) Ma chi attende al fuoco, nessuno?
ROS.
Poco fa vidi la signora Beatrice che vi attendeva, e mi parve ponesse del sale nelle pentole.
FLOR.
Buono!
ROS.
E con essa vi era Ottavio mio fratello.
FLOR.
Meglio!
ROS.
E fra di loro pareva che contendessero.
FLOR.
Ah indegni!
ROS.
E Ottavio gettò una pentola dalla finestra.
FLOR.
Ah traditori!
ROS.
Ma perché dite loro simili ingiurie?
FLOR.
Perché, eh? Semplice che siete! Beatrice ed Ottavio volevano avvelenare il signor Pantalone, e se quella povera bestia non lo scopriva, vostro padre innanzi sera moriva.
ROS.
Misera me, che sento? Povero genitore! mi vien da piangere solo nel figurarmelo.
FLOR.
Ma state cheta, e non parlate a nessuno.
Lasciate qui questa cagna, e qui questa pentola.
Ora io rimedierò al tutto.
(Tacere un simil fatto sarebbe un fomentare le loro perfide iniquità.
Chi risparmia i rei, sagrifica gl'innocenti).
(da sé, e parte)
SCENA QUINTA
ROSAURA, poi PANTALONE
ROS.
Ecco lì, poverina! Chi me l'avesse mai detto, che dovesse così miseramente morire! Mi sento strappare il cuore.
PANT.
Fia mia, cossa fastu in cusina?
ROS.
(Piangendo corre ad abbracciar Pantalone) Ah, caro padre, siete vivo, e vivrete per prodigio del cielo.
PANT.
Perché? Cossa xe stà?
ROS.
Riconoscete la vita da quella povera bestiolina.
PANT.
Perlina xe morta?
ROS.
Sì, me ne dispiace, ma più sarei afflitta se foste morto voi in di lei vece, mio caro papà.
PANT.
Ma cossa gh'intrio mi(65) con una cagna?
ROS.
Se non moriva ella, dovevate morir voi.
PANT.
Mi(66) no t'intendo.
ROS.
Ella è morta di veleno.
PANT.
E per questo?
ROS.
Il veleno è in quella pentola...
PANT.
Avanti mo.
ROS.
In quella pentola vi è una panatella...
PANT.
E cussì?
ROS.
Quella panatella era destinata per voi.
PANT.
Aseo(67)! vien qua, fia mia, di' pian che nissun ne senta.
Come xelo sto negozio? Cossa sastu? Come lo sastu?
ROS.
Ecco il testimonio di quel che io dico.
Perlina è morta.
La signora Beatrice e Ottavio mio fratello sono stati i carnefici di quella povera sventurata, e lo volevano essere di voi.
PANT.
Via, no pol esser.
Ti xe matta.
La cagna sarà morta per altre cause.
Varda ben a no parlar.
Varda ben a no dir gnente a nissun.
Che se ti parli, te depeno de fia.
ROS.
Io non parlerò con nessuno.
Ma quello che vi dico, è la verità.
PANT.
No xe vero gnente.
So mi che no xe vero gnente.
ROS.
Eppure questa volta v'ingannate...
PANT.
Anemo, andè via de qua, che questo nol xe liogo per vu.
ROS.
La mia povera cagna...
PANT.
La cagna lassela qua...
ROS.
La vorrei...
PANT.
No me fe andar in collera.
Andè via.
ROS.
Obbedisco.
(Anderò a piangere con libertà).
(da sé, parte)
SCENA SESTA
PANTALONE solo.
PANT.
Gran provvidenza del cielo, che assiste l'innocenza! Sti do traditori i me voleva morto, e col sacrifizio d'una bestia el ciel me salva la vita.
Pur troppo vedo dal color e dalla bava de sta povera cagna, che la xe morta de velen, e quella xe la solita pignatela della mia panada.
Ah, Beatrice crudel! ah, Ottavio desumanà! cossa ve falo sto povero vecchio? Perché no aspettar che la morte natural, che poco pol tardar a vegnir a trovarlo, ve lo leva dai occhi senza la macchia de un tradimento? Povero Pantalon! Una mugier sollevada dal fango, un fio arlevà con tanto amor, tutti do congiurai a procurarme la morte! E perché? La mugier per farse ridicola colle conversazion; el fio per precipitarse col matrimonio.
Oh povera umanità! L'omo se fabbrica da so posta i precipizi, e el compra colle iniquità la so propria rovina.
Cossa ogio da far in sto caso? Taser xe mal; parlar xe pezo.
Se taso, ghe filo el lazzo(68); se parlo, tutto el mondo lo sa.
Tasendo, xe in pericolo la mia vita; parlando, pericola la reputazion della casa.
Prudenza e consegio.
Orsù, qua bisogna ziogar de testa.
Remediarghe, ma senza strepito.
Quel che ho fatto de Colombina e de Arlecchin, farò de Beatrice.
La farò serar in t'un liogo, che gnanca l'aria lo saverà, e no mancherà pretesti per farla creder o in villa, o ammalada.
Mio fio lo manderò in Levante, e me libererò in sta maniera de do nemici, senza sacrificarli e senza publicar i desordini della mia casa.
Sta pignata, sto piatto e sta cagna bisogna farli sparir, acciò no s'abbia un zorno a trovar el testimonio delle so indegnità e delle mie vergogne.
Marii(69) troppo boni, pari troppo amorosi, specchieve in mi, e considerè che quando l'omo se marida, el se fabbrica delle volte un lazzo colle so man, e quando ghe nasse un fio, per el più ghe nasse un nemigo.
(parte)
SCENA SETTIMA
Camera con varie porte e tavolino.
BEATRICE e LELIO
BEAT.
Ma venite.
Di che avete paura?
LEL.
Eh, signora mia, mi ricordo del complimento del signor Pantalone.
Mi sovviene del trabocchetto.
BEAT.
Per liberarvi da simile malinconia, vi ho condotto io stessa su per le scale.
LEL.
E de' due uomini della schioppettata, come anderà?
BEAT.
Non dubitate.
Vi giuro sull'onor mio che Pantalone fra poco non sarà più in istato né di comandare, né di vendicarsi.
LEL.
M'affido alle vostre parole, come feci al vostro viglietto, e per ubbidirvi...
BEAT.
Ditemi, signor Lelio, e parlatemi con libertà: avete voi veramente affetto per me? Sdegnereste voi l'occasion di esser mio sposo?
LEL.
Signora, siete maritata.
BEAT.
E se fossi vedova?
LEL.
Mi farei gloria d'aspirare alle vostre nozze.
BEAT.
Vien gente; ritiratevi in quella camera.
LEL.
Io sono in curiosità di sapere per qual cagione mi avete ordinato di venir qui.
BEAT.
Ritiratevi, dico, e saprete ogni cosa.
LEL.
Vi obbedisco.
(Che labirinto è mai questo!) (da sé, entra in una camera)
SCENA OTTAVA
BEATRICE, poi DIANA
BEAT.
Spero passar più felicemente i miei giorni col signor Lelio.
Egli è giovane, e di buon gusto.
DIA.
Signora Beatrice, eccomi a ricevere i vostri comandi.
BEAT.
Siate la ben venuta, signora Diana, non vi ho incomodata per me, ma per il signor Ottavio.
DIA.
Che posso fare per lui?
BEAT.
Presto avrà bisogno di voi.
DIA.
Per qual cagione?
BEAT.
Suo padre sta male; se morisse, voi gli rasciughereste le lagrime?
DIA.
Lo farei volentieri.
BEAT.
Credo anch'io che non vi dispiacerebbe la morte di Pantalone.
DIA.
Certo ch'ei m'è nemico, ma finalmente è padre d'Ottavio.
BEAT.
Bene bene, c'intendiamo.
Favorite, ritiratevi in questa camera, che or ora sono con voi.
DIA.
E Ottavio dov'è?
BEAT.
Può tardar poco a venire.
DIA.
Attenderò dunque le vostre grazie.
BEAT.
Non mancherò a' miei doveri.
DIA.
Amore, a te mi raccomando.
(entra nell'altra camera)
SCENA NONA
BEATRICE, poi OTTAVIO
BEAT.
La presenza di Diana gioverà molto per tener in freno Ottavio, quand'egli vedrà morire suo padre.
OTT.
(Eppure non sono ancor quieto; il cuore mi presagisce qualche sinistro).
(da sé, turbato)
BEAT.
Che avete, signor Ottavio, che mi sembrate sospeso?
OTT.
Ho incontrato mio padre, che scendeva le scale.
Mi guardò torvo, non mi disse parola, e pareva gli uscisse il pianto dagli occhi.
BEAT.
E bene! Che perciò?
OTT.
Non vorrei avesse penetrato quello che si tramava contro di lui.
BEAT.
Non lo sappiamo che voi ed io.
Io certamente non ho parlato.
Se voi non l'aveste fatto...
OTT.
Guardimi il cielo; se dubitar potessi che ciò si svelasse, mi darei la morte colle mie mani.
BEAT.
Sentite quanta gente sale le scale!
OTT.
Certo, questo è un gran romore.
BEAT.
Chi son coloro?
OTT.
Non li conosco
BEAT.
S'avanzano.
OTT.
Che mai sarà?
SCENA DECIMA
BIRRI, BARGELLO, NOTAIO e detti.
I birri fermano Ottavio, e gli levano la spada.
Il Bargello ferma Beatrice.
I due si lagnano dell'affronto.
Il Bargello li fa tacere con buona grazia.
Il Notaio dice al Bargello che li conduca in prigione, ed egli lascia a lui quattro birri per far le necessarie perquisizioni.
Il Bargello e i birri conducono via Beatrice e Ottavio.
Il Notaio dice ai birri che facciano diligenza per trovare un cane morto di veleno e una pentola di pan cotto; e tutti partono per eseguire.
SCENA UNDICESIMA
LELIO da una camera e DIANA dall'altra.
LEL.
Che vidi!
DIA.
Che intesi!
LEL.
Signora Diana.
(vedendosi l'un l'altro)
DIA.
Signor Lelio.
(vedendosi l'un l'altro)
LEL.
Voi qui?
DIA.
Voi in questa casa?
LEL.
Io ci sono per mia disgrazia.
DIA.
Ed io per mia mala ventura.
LEL.
Avete veduto?
DIA.
Pur troppo.
Povero Ottavio! di lui che sarà?
LEL.
Male assai, e peggio per la signora Beatrice.
DIA.
Colui, vestito di nero, che disse di veleno?
LEL.
Dubito che volessero suonarla al povero Pantalone.
Certe parole mi ha dette la signora Beatrice.
DIA.
Disse a me pur qualche cosa che mi fa dubitare.
Ma noi in questa casa non stiamo bene.
LEL.
Certo che venendo sorpresi, potremmo cadere in sospetto di complici.
DIA.
Dunque partiamo...
Ma sento gente.
LEL.
Dubito che sia Pantalone.
DIA.
Non ci lasciamo vedere.
LEL.
Ritiriamoci nelle nostre camere.
DIA.
Partiremo in miglior congiuntura.
(entra in camera)
LEL.
Ora sì, che se mi vedesse, sarebbe il tempo di usar l'ordigno del trabocchetto.
(entra nella sua camera)
SCENA DODICESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Come! i zaffi(70) in casa! Beatrice ligada! mio fio in preson! Donca xe stà parlà.
Donca se sa dalla giustizia quel che con tanto zelo procurava de sconder! Povera la mia reputazion! povera la mia casa! Adesso sì che scomenzo a perder la carta del navegar, e la bussola più no me serve.
Perder la mugier no sarave gnente, anzi el sarave per mi un gran vadagno el perder una cossa cussì cattiva.
Perder un fio sarave poco, perché finalmente perderave un sicario, un traditor; dei bezzi no me importa: come che i xe vegnui, i pol andar, e el cielo che me li ha dai, me li pol anca tior.
La vita poco la stimo.
Ho vivesto abbastanza e la morte de poco la me pol minchionar.
Ah, l'onor xe quello che me sta sull'anema! L'onor xe quel tesoro che no gh'ha prezzo, che vive anca dopo la morte e che, perso una volta, se stenta a recuperar.
Questa xe la gran perdita, che adesso me fa zavariar(71).
Questo in te le mie desgrazie xe el tormento più grando.
Cossa dirà el mondo de mi? Come se parlerà della mia famegia? In che stima sarogio tegnù? Xe vero che mi no son complice dei delitti della mugier e del fio; ma el fio e la mugier le xe do persone tanto taccae al pare e al mario, che per forza bisogna che l'uno partecipa dell'onor e del disonor dei altri.
Se mia mugier xe infamada, l'infamia casca sora de mi; se mio fio xe condannà, mi ho a soffrir i desordeni della condanna.
Cossa donca(72) ogio da far? Viver in mezzo a tanti rossori? A un omo che stima la reputazion, come mi, xe impossibile.
Darme la morte colle mie man? Me tiorave el dolor, ma crescerave l'infamia della mia casa.
Donca cossa ressolvio de far? Prudenza, che ti m'ha sempre assistio in te le mie desgrazie, no ti gh'ha gnente da suggerirme in t'un caso de tanta importanza? Ti me abbandoni sul più bello? Anemo, adesso xe tempo de far cognosser al mondo che la prudenza xe la medesina universal dei animi travagiai, e che colla prudenza l'omo pol superar tutte le contrarietà del destin.
Sì, te sento, te intendo, ti me incoragissi, ti me dà anemo, ti me dà speranza.
Sì ben, el partìo no me despiase...
se poderave muarghe le carte in man...
el can l'ho buttà via...
la pignata xe andada...
manca el corpo del delitto...
Mi son l'offeso...
La Giustizia no poderà condannar...
So quel che digo...
La piaga xe fresca, el remedio sarà ancora a tempo.
Parlerò, pregherò, spenderò, pianzerò, se bisogna, sparzerò tutto el sangue, pur che se salva l'onor.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Cortile con due porte terrene, o sian magazzini.
NOTAIO e birri.
NOT.
Eppure non si trovano né questo cane, né questa pentola.
La signora Rosaura ed il signor Florindo asseriscono che dovevano essere nella cucina.
Saranno stati nascosti.
Facciamo ogni diligenza per ritrovarli.
Buttate giù queste porte.
(I birri buttano giù una porta, dalla quale esce Colombina)
SCENA QUATTORDICESIMA
COLOMBINA e detti.
COL.
Buona gente, il cielo vi benedica, che mi avete liberata da quella carcere.
NOT.
Chi vi ha serrata là dentro?
COL.
Credo siano stati certi bricconi indegni de' birri, che non si dà al mondo peggior gente di quella, ma questi almeno sono galantuomini, che mi hanno liberata.
NOT.
(Signori galantuomini, il complimento è tutto vostro).
(ai birri) Ma perché vi hanno rinserrata? (a Colombina)
COL.
Per nulla.
Che venga la rabbia a quanti birri vi sono.
Credetemi, se ne trovassi uno, lo vorrei trucidare colle mie mani.
NOT.
(Costei forse saprà qualche cosa del veleno).
(da sé) Legatela, e conducetela a Corte.
Frattanto io anderò a visitare questa stanza.
(entra nella stanza terrena.
I birri legano Colombina)
COL.
Come! ancor voi mi legate? Non sareste già...
Oh me meschina! sentite, se ho detto male dei birri, ho inteso di dire di quei cattivi.
Ma dove mi conducete? Ah povera Colombina! Finora colle mie bellezze mi riuscì di legare, ed ora mi conviene esser legata.
(parte con due birri, gli al
...
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