L'UOMO SOLO, di Luigi Pirandello - pagina 15
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Ma intravedendo su la piazza assolata l'ombra del cippo che sorgeva davanti la chiesa, come se quell'ombra si rizzasse d'improvviso dalla piazza, assumendo l'immagine di don Bartolo Scimpri, colossale, che scoteva il capo di nuovo in quella sua risata diabolica, diede un grido e s'abbandonò, inerte, tra le braccia della gente che lo trascinava.
LA VERITA'
Saru Argentu, inteso Tararà, appena introdotto nella gabbia della squallida Corte d'Assise, per prima cosa cavò di tasca un ampio fazzoletto rosso di cotone a fiorami gialli, e lo stese accuratamente su uno dei gradini della panca, per non sporcarsi, sedendo, l'abito delle feste, di greve panno turchino.
Nuovo l'abito, e nuovo il fazzoletto.
Seduto, volse la faccia e sorrise a tutti i contadini che gremivano, dalla ringhiera in giù, la parte dell'aula riservata al pubblico.
L'irto grugno raschioso, raso di fresco, gli dava l'aspetto d'uno scimmione.
Gli pendevano dagli orecchi due catenaccetti d'oro.
Dalla folla di tutti quei contadini si levava denso, ammorbante, un sito di stalla e di sudore, un lezzo caprino, un tanfo di bestie inzafardate, che accorava.
Qualche donna, vestita di nero, con la mantellina di panno tirata fin sopra gli orecchi, si mise a piangere perdutamente alla vista dell'imputato, il quale invece, guardando dalla gabbia, seguitava a sorridere e ora alzava una scabra manaccia terrosa, ora piegava il collo di qua e di là, non propriamente a salutare, ma a fare a questo e a quello degli amici e compagni di lavoro un cenno di riconoscimento, con una certa compiacenza.
Perché per lui era quasi una festa, quella, dopo tanti e tanti mesi di carcere preventivo.
E s'era parato come di domenica, per far buona comparsa.
Povero era, tanto che non aveva potuto neanche pagarsi un avvocato, e ne aveva uno d'ufficio; ma per quello che dipendeva da lui, ecco, pulito almeno, sbarbato, pettinato e con l'abito delle feste.
Dopo le prime formalità, costituita la giuria, il presidente invitò l'imputato ad alzarsi.
- Come vi chiamate?
- Tararà.
- Questo è un nomignolo.
Il vostro nome?
- Ah, sissignore.
Argentu, Saru Argentu, Eccellenza.
Ma tutti mi conoscono per Tararà.
- Va bene.
Quant'anni avete?
- Eccellenza, non lo so.
- Come non lo sapete?
Tararà si strinse nelle spalle e significò chiaramente con l'atteggiamento del volto, che gli sembrava quasi una vanità, ma proprio superflua, il computo degli anni.
Rispose:
- Abito in campagna, Eccellenza.
Chi ci pensa?
Risero tutti, e il presidente chinò il capo a cercare nelle carte che gli stavano aperte davanti:
- Siete nato nel 1873.
Avete dunque trentanove anni.
Tararà aprì le braccia e si rimise:
- Come comanda Vostra Eccellenza.
Per non provocare nuove risate, il presidente fece le altre interrogazioni, rispondendo da sé a ognuna: - È vero? - è vero? - Infine disse:
- Sedete.
Ora sentirete dal signor cancelliere di che cosa siete accusato.
Il cancelliere si mise a leggere l'atto d'accusa; ma a un certo punto dovette interrompere la lettura, perché il capo dei giurati stava per venir meno a causa del gran lezzo ferino che aveva empito tutta l'aula.
Bisognò dar ordine agli uscieri che fossero spalancate porte e finestre.
Apparve allora lampante e incontestabile la superiorità dell'imputato di fronte a coloro che dovevano giudicarlo.
Seduto su quel suo fazzolettone rosso fiammante, Tararà non avvertiva affatto quel lezzo, abituale al suo naso, e poteva sorridere; Tararà non sentiva caldo, pur vestito com'era di quel greve abito di panno turchino; Tararà infine non aveva alcun fastidio dalle mosche, che facevano scattare in gesti irosi i signori giurati, il procuratore del re, il presidente, il cancelliere, gli avvocati, gli uscieri, e finanche i carabinieri.
Le mosche gli si posavano su le mani, gli svolavano ronzanti sonnacchiose attorno alla faccia, gli s'attaccavano voraci su la fronte, agli angoli della bocca e perfino a quelli degli occhi: non le sentiva, non le cacciava, e poteva seguitare a sorridere.
Il giovane avvocato difensore, incaricato d'ufficio, gli aveva detto che poteva essere sicuro dell'assoluzione, perché aveva ucciso la moglie, di cui era provato l'adulterio.
Nella beata incoscienza delle bestie, non aveva neppur l'ombra del rimorso.
Perché dovesse rispondere di ciò che aveva fatto, di una cosa, cioè, che non riguardava altri che lui, non capiva.
Accettava l'azione della giustizia, come una fatalità inovviabile.
Nella vita c'era la giustizia, come per la campagna le cattive annate.
E la giustizia, con tutto quell'apparato solenne di scanni maestosi, di tocchi, di toghe e di pennacchi, era per Tararà come quel nuovo grande molino a vapore, che s'era inaugurato con gran festa l'anno avanti.
Visitandone con tanti altri curiosi il macchinario, tutto quell'ingranaggio di ruote, quel congegno indiavolato di stantuffi e di pulegge, Tararà, l'anno avanti, s'era sentita sorgere dentro e a mano a mano ingrandire, con lo stupore, la diffidenza.
Ciascuno avrebbe portato il suo grano a quel molino; ma chi avrebbe poi assicurato agli avventori che la farina sarebbe stata quella stessa del grano versato? Bisognava che ciascuno chiudesse gli occhi e accettasse con rassegnazione la farina che gli davano.
Così ora, con la stessa diffidenza, ma pur con la stessa rassegnazione, Tararà recava il suo caso nell'ingranaggio della giustizia.
Per conto suo, sapeva che aveva spaccato la testa alla moglie con un colpo d'accetta, perché, ritornato a casa fradicio e inzaccherato, una sera di sabato, dalla campagna sotto il borgo di Montaperto nella quale lavorava tutta la settimana da garzone, aveva trovato uno scandalo grosso nel vicolo dell'Arco di Spoto, ove abitava, su le alture di San Gerlando.
Poche ore avanti, sua moglie era stata sorpresa in flagrante adulterio insieme col cavaliere don Agatino Fiorìca.
La signora donna Graziella Fiorìca, moglie del cavaliere, con le dita piene d'anelli, le gote tinte di uva turca, e tutta infiocchettata come una di quelle mule che recano a suon di tamburo un carico di frumento alla chiesa, aveva guidato lei stessa in persona il delegato di pubblica sicurezza Spanò e due guardie di questura, là nel vicolo dell'Arco di Spoto, per la constatazione dell'adulterio.
Il vicinato non aveva potuto nascondere a Tararà la sua disgrazia, perché la moglie era stata trattenuta in arresto, col cavaliere, tutta la notte.
La mattina seguente Tararà, appena se la era vista ricomparire zitta zitta davanti all'uscio di strada, prima che le vicine avessero tempo d'accorrere, le era saltato addosso con l'accetta in pugno e le aveva spaccato la testa.
Chi sa che cosa stava a leggere adesso il signor cancelliere...
Terminata la lettura, il presidente fece alzare di nuovo l'imputato per l'interrogatorio.
- Imputato Argentu, avete sentito di che siete accusato?
Tararà fece un atto appena appena con la mano e, col suo solito sorriso, rispose:
- Eccellenza, per dire la verità, non ci ho fatto caso.
Il presidente allora lo redarguì con molta severità:
- Siete accusato d'aver assassinato con un colpo d'accetta, la mattina del 10 dicembre 1911, Rosaria Femminella, vostra moglie.
Che avete a dire in vostra discolpa? Rivolgetevi ai signori giurati e parlate chiaramente e col dovuto rispetto alla giustizia.
Tararà si recò una mano al petto, per significare che non aveva la minima intenzione di mancare di rispetto alla giustizia.
Ma tutti, ormai, nell'aula, avevano disposto l'animo all'ilarità e lo guardavano col sorriso preparato in attesa d'una sua risposta.
Tararà lo avvertì e rimase un pezzo sospeso e smarrito.
- Su, dite, insomma, - lo esortò il presidente.
- Dite ai signori giurati quel che avete da dire.
Tararà si strinse nelle spalle e disse:
- Ecco, Eccellenza.
Loro signori sono alletterati, e quello che sta scritto in codeste carte, lo avranno capito.
Io abito in campagna, Eccellenza.
Ma se in codeste carte sta scritto, che ho ammazzato mia moglie, è la verità.
E non se ne parla più.
Questa volta scoppiò a ridere, senza volerlo, anche il presidente.
- Non se ne parla più? Aspettate e sentirete, caro, se se ne parlerà...
- Intendo dire, Eccellenza, - spiegò Tararà, riponendosi la mano sul petto, - intendo dire, che l'ho fatto, ecco; e basta.
L'ho fatto...
sì, Eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati, l'ho fatto propriamente, signori giurati, perché non ne ho potuto far di meno, ecco; e basta.
- Serietà! serietà, signori! serietà! - si mise a gridare il presidente, scrollando furiosamente il campanello.
- Dove siamo? Qua siamo in una Corte di giustizia! E si tratta di giudicare un uomo che ha ucciso! Se qualcuno si attenta un'altra volta a ridere, farò sgombrare l'aula! E mi duole di dover richiamare anche i signori giurati a considerare la gravità del loro compito!
Poi, rivolgendosi con fiero cipiglio all'imputato:
- Che intendete dire, voi, che non ne avete potuto far di meno?
Tararà, sbigottito in mezzo al violento silenzio sopravvenuto, rispose:
- Intendo dire, Eccellenza, che la colpa non è stata mia.
- Ma come non è stata vostra?
Il giovane avvocato, incaricato d'ufficio, credette a questo punto suo dovere ribellarsi contro il tono aggressivo assunto dal presidente verso il giudicabile.
- Perdoni, signor presidente, ma così finiremo d'imbalordire questo pover uomo! Mi pare ch'egli abbia ragione di dire che la colpa non è stata sua, ma della moglie che lo tradiva col cavalier Fiorìca.
È chiaro!
- Signor avvocato, prego, - ripigliò, risentito, il presidente.
- Lasciamo parlare l'accusato.
A voi, Tararà: intendete dir questo?
Tararà negò prima con un gesto del capo, poi con la voce:
- Nossignore, Eccellenza.
La colpa non è stata neanche di quella povera disgraziata.
La colpa è stata della signora...
della moglie del signor cavaliere Fiorìca, che non ha voluto lasciare le cose quiete.
Che c'entrava, signor presidente, andare a fare uno scandalo così grande davanti alla porta di casa mia, che finanche il selciato della strada, signor presidente, è diventato rosso dalla vergogna a vedere un degno galantuomo, il cavaliere Fiorìca, che sappiamo tutti che signore è, scovato lì, in maniche di camicia e coi calzoni in mano, signor presidente, nella tana d'una sporca contadina? Dio solo sa, signor presidente, quello che siamo costretti a fare per procurarci un tozzo di pane!
Tararà disse queste cose con le lagrime agli occhi e nella voce, scotendo le mani innanzi al petto, con le dita intrecciate, mentre le risate scoppiavano irrefrenabili in tutta l'aula e molti anche si torcevano in convulsione.
Ma, pur tra le risa, il presidente colse subito a volo la nuova posizione in cui l'imputato veniva a mettersi di fronte alla legge, dopo quanto aveva detto.
Se n'accorse anche il giovane avvocato difensore, e di scatto, vedendo crollare tutto l'edificio della sua difesa, si voltò verso la gabbia a far cenno a Tararà di fermarsi.
Troppo tardi.
Il presidente, tornando a scampanellare furiosamente, domandò all'imputato:
- Dunque voi confessate che vi era già nota la tresca di vostra moglie col cavaliere Fiorìca?
- Signor presidente, - insorse l'avvocato difensore, balzando in piedi, - scusi...
ma io così...
io così...
- Che così e così! - lo interruppe, gridando, il presidente.
- Bisogna che io metta in chiaro questo, per ora!
- Mi oppongo alla domanda, signor presidente!
- Lei non può mica opporsi, signor avvocato.
L'interrogatorio lo faccio io!
- E io allora depongo la toga!
- Ma faccia il piacere, avvocato! Dice sul serio? Se l'imputato stesso confessa...
- Nossignore, nossignore! Non ha confessato ancora nulla, signor presidente! Ha detto soltanto che la colpa, secondo lui, è della signora Fiorìca, che è andata a far uno scandalo innanzi alla sua abitazione.
- Va bene! E può lei impedirmi, adesso, di domandare all'imputato se gli era nota la tresca della moglie col Fiorìca?
Da tutta l'aula si levarono, a questo punto, verso Tararà pressanti, violenti cenni di diniego.
Il presidente montò su tutte le furie e minacciò di nuovo lo sgombro dell'aula.
- Rispondete, imputato Argentu: vi era nota, sì o no, la tresca di vostra moglie?
Tararà, smarrito, combattuto, guardò l'avvocato, guardò l'uditorio, e alla fine:
- Debbo...
debbo dire di no? - balbettò.
- Ah, broccolo! - gridò un vecchio contadino dal fondo dell'aula.
Il giovane avvocato diede un pugno sul banco e si voltò, sbuffando, a sedere da un'altra parte.
- Dite la verità, nel vostro stesso interesse! - esortò il presidente l'imputato.
- Eccellenza, dico la verità, - riprese Tararà, questa volta con tutt'e due le mani sul petto.
- E la verità è questa: che era come se io non lo sapessi! Perché la cosa...
sì, Eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati; perché la cosa, signori giurati, era tacita, e nessuno dunque poteva venirmi a sostenere in faccia che io la sapevo.
Io parlo così, perché abito in campagna, signori giurati.
Che può sapere un pover uomo che butta sangue in campagna dalla mattina del lunedì alla sera del sabato? Sono disgrazie che possono capitare a tutti! Certo, se in campagna qualcuno fosse venuto a dirmi: «Tararà, bada che tua moglie se l'intende col cavalier Fiorìca», io non ne avrei potuto fare di meno, e sarei corso a casa con l'accetta a spaccarle la testa.
Ma nessuno era mai venuto a dirmelo, signor presidente; e io, a ogni buon fine, se mi capitava qualche volta di dover ritornare al paese in mezzo della settimana, mandavo avanti qualcuno per avvertirne mia moglie.
Questo, per far vedere a Vostra Eccellenza, che la mia intenzione era di non fare danno.
L'uomo è uomo, Eccellenza, e le donne sono donne.
Certo l'uomo deve considerare la donna, che l'ha nel sangue d'essere traditora, anche senza il caso che resti sola, voglio dire col marito assente tutta la settimana; ma la donna, da parte sua, deve considerare l'uomo, e capire che l'uomo non può farsi beccare la faccia dalla gente, Eccellenza! Certe ingiurie...
sì, Eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati; certe ingiurie, signori giurati, altro che beccare, tagliano la faccia all'uomo! E l'uomo non le può sopportare! Ora io, padroni miei, sono sicuro che quella disgraziata avrebbe avuto sempre per me questa considerazione; e tant'è vero, che io non le avevo mai torto un capello.
Tutto il vicinato può venire a testimoniare! Che ci ho da fare io, signori giurati, se poi quella benedetta signora, all'improvviso...
Ecco, signor presidente, Vostra Eccellenza dovrebbe farla venire qua, questa signora, di fronte a me, ché saprei parlarci io! Non c'è peggio...
mi rivolgo a voi, signori giurati, non c'è peggio delle donne cimentose! «Se suo marito», direi a questa signora, avendola davanti, «se suo marito si fosse messo con una zitella, vossignoria si poteva prendere il gusto di fare questo scandalo, che non avrebbe portato nessuna conseguenza, perché non ci sarebbe stato un marito di mezzo.
Ma con quale diritto vossignoria è venuta a inquietare me, che mi sono stato sempre quieto; che non c'entravo né punto, né poco; che non avevo voluto mai né vedere, né sentire nulla; quieto, signori giurati, ad affannarmi il pane in campagna, con la zappa in mano dalla mattina alla sera? Vossignoria scherza?» le direi, se l'avessi qua davanti questa signora.
«Che cosa è stato lo scandalo per vossignoria? Niente! Uno scherzo! Dopo due giorni ha rifatto pace col marito.
Ma non ha pensato vossignoria, che c'era un altro uomo di mezzo? e che quest'uomo non poteva lasciarsi beccare la faccia dal prossimo, e che doveva far l'uomo? Se vossignoria fosse venuta da me, prima, ad avvertirmi, io le avrei detto: "Lasci andare, signorina! Uomini siamo! E l'uomo, si sa, è cacciatore! Può aversi a male vossignoria d'una sporca contadina? Il cavaliere, con lei, mangia sempre pane fino, francese; lo compatisca se, di tanto in tanto, gli fa gola un tozzo di pane di casa, nero e duro!"».
Così le avrei detto, signor presidente, e forse non sarebbe accaduto nulla, di quello che purtroppo, non per colpa mia, ma per colpa di questa benedetta signora, è accaduto.
Il presidente troncò con una nuova e più lunga scampanellata i commenti, le risa, le svariate esclamazioni, che seguirono per tutta l'aula la confessione fervorosa di Tararà.
- Questa dunque è la vostra tesi? - domandò poi all'imputato.
Tararà, stanco, anelante, negò col capo.
- Nossignore.
Che tesi? Questa è la verità, signor presidente.
E in grazia della verità, così candidamente confessata, Tararà fu condannato a tredici anni di reclusione.
VOLARE
Cortesemente la morte, due anni fa, le aveva fatto una visitina di passata:
- No, comoda! comoda!
Solo per avvertirla che sarebbe ritornata tra poco.
Per ora, lì, da brava, a sedere su quella poltrona; in attesa.
Ma come, Dio mio? Così, senza più forza neanche di sollevare un braccio?
Brodi consumati, polli, che altro? Latte d'uccello; lingue di pappagallo...
Cari, i signori medici!
Prima che questo male la assolasse così, poteva almeno ajutare un poco le due povere figliuole, recandosi a cucire a giornata ora da questa ora da quella signora, che le davano da mangiare e qualche soldo; più per carità che per altro, lo capiva lei stessa.
Non ci vedeva quasi più; le dita avevano perduto l'agilità, le gambe la forza di mandare avanti il pedale della macchina.
Eh, ci galoppava, prima, su un pedale di macchina! Ora, invece...
Niente quasi, quel che portava a casa; ma pure poteva dire allora di non stare del tutto a carico delle figliuole.
Le quali lavoravano, poverine, dalla mattina alla sera, la maggiore a bottega, la minore a casa: astucci, scatole, sacchettini per nozze e per nascita: lavoro fino, delicato; ma che non fruttava quasi più nulla ormai.
Figurarsi che la maggiore, Adelaide, nella bottega dov'era anche addetta alla vendita e alla cassa, tirava in tutto tre lire al giorno.
Guadagnava un po' più la minore, col lavoro a cottimo; ma non trovava da lavorare ogni giorno, Nené.
Tutt'e tre, insomma, riuscivano a mettere insieme appena appena tanto da pagar la pigione di casa e da levarsi la fame; non sempre.
Ma ora, al principio di quell'inverno, anche Adelaide s'era ammalata, e come! Veramente avvertiva da un pezzo quello spasimo fisso alle reni; ma finché s'era potuta reggere, non ne aveva detto nulla.
Poi le si erano gonfiate le gambe e aveva dovuto farsi vedere da un medico.
- Dottore, che è?
Niente.
Cosa da nulla.
Nefrite.
State a letto tre o quattro mesi, ben riguardata dal fresco, con una bella fascia di lana attorno alla vita; letto, lana e latte; latte, lana e letto.
Tre elle.
La nefrite si cura così.
Quel guadagno fisso, su cui facevano il maggiore assegnamento, era venuto per tanto a mancare.
E allegramente! La padrona della bottega aveva promesso di serbare il posto ad Adelaide, e che intanto, per tutto il tempo della malattia, non avrebbe fatto venir meno il lavoro a Nené.
Ma con un pajo solo di mani che poteva fare adesso questa povera figliuola, cresciute le spese per la cura di due malate?
Tutto quello che avevano potuto mettere in pegno, lo avevano già messo.
Fosse morta lei, almeno, vecchia e ormai inutile! Adelaide, dal letto, pur con quel tarlo alle reni, ajutava la sorella, incollava i cartoncini, li rifilava.
Ma lei? Niente.
Neanche la colla in cucina poteva preparare.
Doveva rimanere lì, per castigo, lei, su quella poltrona, ad affliggere le due figliuole con la sua vista e i suoi lamenti.
Perché si lamentava, anche, per giunta! Sicuro.
Certi lamenti modulati, nel sonno.
La debolezza - bestialmente - la faceva lamentare così, appena socchiudeva gli occhi.
Per cui si sforzava di tenerli quanto più poteva aperti.
Ma che bello spettacolo, allora! Pareva una tomba, quella camera.
Senz'aria, senza luce, là, a mezzanino, in una delle vie più vecchie e più anguste, presso Piazza Navona.
(E dalla piazza, piena di sole nelle belle giornate, arrivavano in quella tomba gli allegri rumori della vita!)
Avrebbe tanto desiderato, la signora Maddalena, d'andare ad abitar lontano lontano, magari fuor di porta, non potendo dove sapeva lei.
Si sarebbe contentata anche su ai quartieri alti, magari in una stanza più piccola, ma non così oppressa dalle case di rimpetto.
Lì però eran più basse le pigioni, e vicina la bottega ove Adelaide doveva recarsi ogni mattina; quando vi si recava.
Tre lettini, in quella camera, un cassettone, un tavolino, un divanuccio e quattro sedie.
Puzzo di colla, tanfo di rinchiuso.
La povera Nené non aveva più tempo, e neanche voglia, per dir la verità, di fare un po' di pulizia.
Sul cassettone, ci si poteva scrivere col dito, tanta era la polvere.
Stracci e ritagli per terra.
E lo specchio, su quel cassettone, fin dall'estate scorsa, tutto ricamato dalle mosche.
Ma se non si curava più neanche della sua persona, quella povera figliuola...
Eccola là, tutta sbracata, senza busto, in sottanina e col corpetto sbottonato, e i capelli spettinati che le cascavano da tutte le parti.
Ma che seno e che respiro di gioventù!
S'era forse ingrassata un po'; ma era pur tanto bellina ancora! Un po' meno, forse, della sorella maggiore, che aveva un volto da Madonna, prima che il male glielo gonfiasse a quel modo.
Ma ormai Adelaide aveva trentasei anni.
Dieci di meno, Nené, perché tra l'una e l'altra c'erano stati tre maschi che il buon Dio aveva voluti per sé.
I maschi, che avrebbero potuto sostener la casa e formarsi facilmente uno stato, morti; e quelle due povere figliuole, invece, che le avevano dato e le davano tuttora tanto pensiero, quelle sì, le erano rimaste.
E non trovare in tanti anni da accasarsi, belline com'erano, sagge, modeste, laboriose.
Eppure, oh, se ne facevano, di matrimonii! Quanti sacchetti, quante scatoline ogni giorno! Ma li facevano per le altre, i sacchetti e le scatoline, le sue figliuole.
Uno solo s'era fatto avanti, l'inverno scorso: un bel tipo! Vecchio impiegato in ritiro, tutto ritinto, doveva aver messo da parte - chi sa come - una buona sommetta, perché prestava a usura.
Nené aveva detto di sì, solo per farle chiudere gli occhi meno disperatamente.
Ma poi s'era presto capito che tanta voglia di sposare colui non la aveva, e che invece...
Ma sì, tutt'a un tratto, s'era sparsa la voce che lo avevano messo dentro per offese al buon costume.
Così vecchio, e così...
Ma già, il mondo, tutto rivoltato! E non aveva avuto il coraggio di ripresentarsi, dopo tre mesi, appena uscito dal carcere? Prima nero come un corvo, e ora biondo come un canarino...
Per poco Nené non gli aveva fatto ruzzolar le scale.
Eppure ancora, laido vecchiaccio sfrontato, la seguiva e la infastidiva per via, quand'ella si recava a lasciare a bottega i sacchettini e le scatolette o a prender le commissioni.
Più che per Adelaide la signora Maddalena sentiva pietà per questa più piccola.
Perché Adelaide, almeno, da ragazzina, aveva goduto, mentre Nené era nata e cresciuta sempre in mezzo alla miseria.
Di tratto in tratto la signora Maddalena alzava gli occhi a un ritratto fotografico ingiallito e quasi svanito, appeso in cornice alla parete di faccia; e, contemplando quella figura d'uomo zazzeruto, tentennava amaramente il capo.
Lo aveva sposato per forza.
Ai suoi tempi, quel tomo lì, era stato un famoso baritono buffo.
Da giovane lei aveva studiato canto, perché aveva una bellissima voce di soprano sfogato.
Faceva all'amore, allora, con un giovanotto che forse l'avrebbe resa felice.
Ma la madre, donna terribile, un giorno - rimedio spiccio - l'aveva schiaffeggiata pulitamente al balcone, coram populo, mentre stava in dolce corrispondenza con l'innamorato seduto sul balcone dirimpetto.
Aveva esordito a Palermo, prima del 1860, al Carolino, e aveva fatto furore.
Eh, altro...
Ma quell'uomo là con la zazzera, che cantava con lei, innamorato cotto, l'aveva chiesta subito in moglie.
E subito, appena sposati, le aveva proibito di seguitare a cantare.
Per gelosia, pezzo d'imbecille! Sì, guadagnava tesori, lui, è vero, e la teneva come una regina, ma sempre incinta, e senza casa, di città in città, con un esercito di casse e di fagotti appresso.
E i denari, com'erano entrati, eran volati via.
Poi lui s'era ammalato, aveva perduto la voce di baritono buffo, e buonanotte ai sonatori! Lui, morto in un ospedale; e lei rimasta in mezzo alla strada con cinque figliuoli, tutti piccini così.
Non solo il corpo, ma pure l'anima si sarebbe venduta per dar da mangiare a quei piccini.
Aveva fatto di tutto; anche da serva, tre mesi; poi, i tre maschietti le erano morti fra gli stenti; e quelle due femminucce se le era tirate su, non sapeva più come neanche lei.
Eccole là.
- Piove, Nené?
- Piove.
Da quindici giorni pioveva, signori miei, senza smettere un momento.
E per l'umidaccio che la acchiappava subito alle reni, Adelaide, ecco, non si poteva tenere neppure a sedere sul letto.
Oh! sonavano alla porta.
E chi poteva essere con quella bella giornata?
La signora Elvira, che piacere!, la padrona della bottega d'Adelaide.
S'era incomodata a venir lei stessa a pagare fino in casa la settimana? Quanta bontà...
No?
- No, care mie, - prese a dire la signora Elvira, deponendo nelle mani di Nené l'ombrello sgocciolante e poi un fazzoletto e poi la borsetta, per tirarsi su e commiserare le sue sottane zuppe da strizzare.
In gioventù, una trentina d'anni fa, si doveva esser molto compiaciuta di se stessa, quella signora Elvira, se con tanta ostinazione aveva voluto conservarsi tal quale, coi capelli biondi d'allora e il roseo delle guance e il rosso delle labbra e quella ridicola formosità del busto e dei fianchi.
Sapendo di non poter più ingannare nessuno e neanche se stessa, si ritruccava quella sua povera maschera sciupata con violento dispetto per rappresentare almeno per qualche momento, di sfuggita, davanti allo specchio quella lontana immagine di gioventù passata invano, ahimè.
Se non che, certe volte, se ne dimenticava; e allora il contrasto fra quella truccatura di rosea zitellina e la sguajataggine della vecchia inacidita, strideva buffissimo e sconcio.
- No no, care mie, - seguitò.
- Bontà, scusate, bontà fino a un certo punto! Se non mi sfogo, schiatto.
Dov'è la tasca? Eccola qua! Leggi, leggi tu, anima mia; leggi qua!
- Che cos'è? - domandò la signora Maddalena dalla poltrona, costernata.
La signora Elvira porse a Nené una lettera e rispose con le mani per aria:
- Che cos'è? Centoquattordici lire di ritenuta! Bisogna che mi vuoti il cuore dalla bile, o schiatto! Sono parti da fare a una come me? Ma dico..
Lo sa Dio quel che sto patendo per voi a bottega, per serbare il posto a Lalla, e tu intanto, anima mia, qua...
centoquattordici lire di ritenuta? Impazzisco.
- Ma che c'entro io? - fece Nené.
- Che c'entri tu? - rimbeccò pronta quella.
- E il lavoro chi l'ha fatto?
- Non io sola.
- Tu per la maggior parte; tu che vuoi prendertene sempre più di quello che puoi fare! Ed ecco che ne viene.
Hai visto? Piombi la sera tardi a bottega, approfitti che non ho tempo di vedere e che mi fido di te...
Ah, cara mia, no! Io non le pago.
Centoquattordici lire? Fossi matta! Ci ho colpa anch'io, che non ho sorvegliato.
Pagheremo, metà io, metà tu.
- E con che pago io? - fece Nené, quasi ridendo.
- Me lo sconti col lavoro, - rispose la signora Elvira.
- Oh bella, toh! Cominciando da questa settimana.
- Signora Elvira...
- Non sento ragioni!
- Ma guardi come siamo tutt'e tre! Se ci toglie...
Domani viene il padron di casa per la pigione...
- E tu non gliela dare!
- Come non gliela do? Siamo in arretrato di due mesi.
Ci butta in mezzo alla strada.
Creda, signora Elvira, che le vogliono fare una soperchieria, perché il lavoro...
- Zitta, zitta, bella mia, non mi parlare del lavoro! - la interruppe quella.
- Ridammi il paracqua e ringrazia Dio, anima mia, se non ti volto le spalle, come dovrei.
Se non tutto in una volta, sconterai a poco a poco, in considerazione, bada bene! di tua sorella che mi lasciò sempre contenta e di tua madre.
C'è malattie; compatisco.
Ti do la metà, e basta.
Statevi bene.
Posò il denaro sul cassettone, e scappò via.
Le tre donne rimasero un pezzo a guardarsi negli occhi senza fiatare.
La signora Maddalena e Adelaide s'erano accorte, e lei stessa, Nené, sapeva bene, che veramente la manifattura di quelle scatoline per un dolciere d'Aquila lasciava molto a desiderare.
Premeva a Nené di raggranellare il mensile per il padrone di casa, e aveva lavorato anche di notte, con le mani stanche e gli occhi imbambolati dal sonno.
Ora, con la giunta di quelle poche lire, il mensile per il padrone di casa lo metteva insieme; ma non restava nulla per la settimana ventura.
Cioè, restavano i debiti coi fornitori, i quali certo, non ricevendo neppure il piccolo acconto promesso, non le avrebbero fatto più credito per un'altra settimana.
Stimando vano ogni sfogo di parole, si stettero zitte tutt'e tre.
Nello sguardo della madre però e in quello d'Adelaide parve a Nené di scorgere come un rimprovero per quel lavoro eseguito male; quel rimprovero che forse avrebbero voluto rivolgerle a tempo e che non le avevano rivolto per delicatezza, giacché vivevano ormai alle spalle di lei.
Parve anche a Nené che quel poco denaro lasciato lì sul cassettone dalla padrona della bottega fosse dato come in elemosina a lei che aveva lavorato, non perché lo meritasse, ma solamente per riguardo alla sorella che se ne stava a letto e alla madre che se ne stava in poltrona.
Così infatti aveva detto colei.
Non meritava dunque nessuna considerazione, lei come lei, pur essendo ridotta in quello stato, peggio d'una serva? E sissignori! Per disgrazia, a un certo punto, ad Adelaide scappò un sospiro in forma di domanda:
- E ora come si fa?
- Come si fa? - rispose agra Nené.
- Si fa così, che mi corico anch'io e staremo a guardar dal letto tutte e tre come piove.
Tin tin tin - di nuovo alla porta.
Un'altra visita? La provvidenza, questa volta.
Un'amica di Nené.
Una spilungona miope, tutta collo, dai capelli rossi crespi; e gli occhi ovati e una bocca da pescecane.
Ma tanto buona, poverina! Da più d'un anno non si faceva vedere.
Ora veniva tutta festante, vestita bene, ad annunziare all'amica il suo prossimo matrimonio.
Sposava, sposava anche lei, e pareva non ci sapesse credere lei stessa.
Stringeva forte forte le braccia a Nené nel darle l'annunzio, e rideva (con quella bocca!) e per miracolo non saltava dalla gioja, senza pensare che lì, in quella camera squallida, c'erano due povere malate e che la sua amica, tanto più giovane, tanto più bellina di lei...
Oh, ma ella era venuta per un buon fine! Sapeva delle malattie, sapeva delle angustie, e aveva pensato subito alla sua Nené.
Ecco: per commissionarle i sacchettini dei confetti.
Li voleva fatti da lei.
Cento.
E belli, belli, belli li voleva, e senza risparmio.
Pagava lui, lo sposo.
- Un ottimo posto, sai! Segretario al Ministero della Guerra.
E un anno meno di me.
Un bel giovine, sì.
Eccolo qua!
Aveva il ritratto con sé: lo aveva portato apposta per farlo vedere a Nené.
Bello, eh? E tanto buono, e tanto innamorato: uh, pazzo addirittura! Fra una settimana le nozze.
Bisognava dunque che fossero fatti presto, quei sacchettini.
Parlò sempre lei in quella mezz'oretta che si trattenne in casa dell'amica.
Più non poteva, perché era già tardi: alle cinque e mezzo lui usciva dal Ministero, volava da lei, e guai se non la trovava a casa.
- Geloso?
- No, Dio liberi! Geloso no, ma non vuol perdere neanche un minutino, capisci? Oh, senti, Nené mia: senza cerimonie tra noi! Tu avrai certo bisogno di qualche anticipazioncina per le spese...
- No, cara, - le disse subito Nené.
- Non ho proprio bisogno di nulla.
Va' pure tranquilla.
- Proprio di nulla? E allora, cento, eh?
- Cento, ti servo io.
E rallegramenti!
La sposina corse a baciare la signora Maddalena, poi Adelaide; baciò e ribaciò Nené, bacioni di cuore, e via.
Le tre donne, questa volta, non tornarono a guardarsi negli occhi.
La madre li richiuse, mentre le labbra le fremevano di pianto.
Adelaide li volse senza sguardo al soffitto.
Poco dopo, Nené scoppiò in una fragorosa risata.
- Bello davvero, oh, quello sposino!
- Fortune! - sospirò, dalla poltrona, la madre.
Adelaide, dal letto:
- Imbecille!
L'ombra s'era addensata nella camera.
E spiccava solo, in quell'ombra, un fazzoletto bianco sulle ginocchia della madre, e il bianco della rimboccatura del lenzuolo sul letto d'Adelaide.
Ai vetri della finestra, lo squallore dell'ultimo crepuscolo.
- Intanto, - riprese la madre, che non si scorgeva quasi più, - l'anticipazione...
Sei andata a dirle che non ne avevi bisogno...
- Già! Come farai? - soggiunse Adelaide.
Nené guardò l'una e l'altra, poi alzò le spalle e rispose:
- Semplicissimo! Non glieli farò.
- Come? Se hai preso l'impegno! - disse la madre.
E Nené:
- Mi prenderò il gusto di farla sposare senza sacchettini.
Oh, a lei poi non glieli fo, non glieli fo e non glieli fo! Questo piacere me lo voglio prendere.
Non glieli fo.
La madre e la sorella non insistettero, sicure che la mattina dopo, ripensandoci meglio, Nené si sarebbe recata a provvedersi a credito della stoffa per quel lavoro di cui c'era tanto bisogno.
Ma tutta la notte Nené s'agitò in continue smanie sul letto.
Il padrone di casa venne nelle prime ore della giornata e si portò via tutto il denaro.
- Piove, Nené?
Pioveva anche quel giorno; e tutta la notte era piovuto.
Nené rifece il suo lettino; ajutò la madre a vestirsi; l'adagiò pian piano sulla poltrona; rifece anche il letto di lei e aggiustò alla meglio quello di Adelaide, che volle provarsi a seder di nuovo, sorretta dai guanciali.
Ma perché? Se non c'era proprio nulla da fare...
Stettero in silenzio per un lungo pezzo.
Poi la madre disse:
- E pettinati almeno, Nené! Non posso più vederti così arruffata!
- Mi pettino, e poi? - domandò Nené, riscotendosi.
- E poi...
poi t'acconci un po' - aggiunse la madre.
- Non vuoi davvero andare per quei sacchettini?
- Dove vado? con che vado? - gridò Nené, scattando in piedi, rabbiosamente.
- Potresti da lei...
- Da chi?
- Dalla tua amica, con una scusa...
- Grazie!
- Oh, per me, sai, - disse allora, stanca, la madre, - se mi lasci morire così, tanto meglio!
Nené non rispose, lì per lì; ma sentì in quel breve silenzio crescere in sé l'esasperazione; alla fine proruppe:
- Ma se non basto! se non basto! Non vedete? M'arrabatto e, per far più presto, invece di guadagnare, la ritenuta a quella strega ritinta! e qua i sacchettini alla giraffa sposa, che li vuol belli...
Non ne posso più! Che vita è questa?
Adelaide allora balzò dal letto, pallida, risoluta:
- Qua la veste! Dammi la veste! Torno a bottega!
Nené accorse per costringerla a rimettersi a letto; la madre si protese, spaventata, dalla poltrona; ma Adelaide insisteva, cercando di svincolarsi dalla sorella.
- La veste! la veste!
- Sei matta? Vuoi morire?
- Morire.
Lasciami!
- Adelaide! Ma dici sul serio?
- Lasciami, ti dico!
- Ebbene, va'! - disse allora Nené, lasciandola.
- Voglio vederti!
Adelaide, lasciata, si sentì mancare; si sorresse al letto; sedette sulla seggiola, lì, in camicia; si nascose il volto con le mani e ruppe in pianto.
- Ma non fare storie! - le disse allora Nené.
- Non prendere altro fresco, e non scherziamo!
La ajutò a ricoricarsi.
- Esco io, più tardi, - poi disse, facendosi davanti allo specchio sul cassettone, e ravviandosi dopo tanti giorni i capelli con un tale gesto, che la madre dalla poltrona rimase a mirarla per un lungo pezzo, atterrita.
Non disse altro Nené.
Prima d'uscire, col cappello già in capo, stette a lungo, a lungo, presso la finestra a guardar fuori, attraverso i vetri bagnati dalla pioggia.
Sul davanzale di quella finestra, in un angolo, era rimasta dimenticata una gabbietta, dalle gretole irrugginite, infradiciata ora dalla pioggia che cadeva da tanti giorni.
In quella gabbietta era stata per circa due mesi una passerina caduta dal nido, nei primi giorni della scorsa primavera.
Nené l'aveva allevata con tante cure; poi, quando aveva creduto ch'essa fosse in grado di volare, le aveva aperto lo sportellino della gabbia:
- Godi!
Ma la passeretta - chi sa perché! - non aveva voluto prendere il volo.
Per due giorni lo sportellino era rimasto aperto.
Accoccolata sulla bacchetta, sorda agli inviti dei passeri che la chiamavano dai tetti vicini, aveva preferito di morir lì, nella gabbia, mangiata da un esercito di formiche venute su per il muro da una finestrella ferrata del pianterreno, dov'era forse una dispensa.
Proprio così.
Quella passeretta era stata uccisa dalle formiche in una notte mangiata dalle formiche, sciocca, per non aver voluto volare.
Per non aver voluto cedere all'invito, forse, d'un vecchio passero spennacchiato, ch'era stato in gabbia anch'esso tre mesi, una volta, per offese al buon costume.
Ebbene, no.
Dalle formiche, no, lei non si sarebbe lasciata mangiare.
- Nené, - chiamò la madre, per scuoterla.
Ma Nené uscì di fretta, senza salutar nessuno.
Mandò i denari, ogni giorno.
Non la rividero più.
IL COPPO
Che bevuto! No.
Appena tre bicchieri.
Forse il vino lo eccitava più del solito, per l'animo in cui era dalla mattina, e anche per ciò che aveva in mente di fare, quantunque non ne fosse ancora ben sicuro.
Già da parecchio tempo aveva un certo pensiero segreto, come in agguato e pronto a scattar fuori al momento opportuno.
Lo teneva riposto, quasi all'insaputa di tutti i suoi doveri che stavano come irsute sentinelle a guardia del reclusorio della sua coscienza.
Da circa venti anni, egli vi stava carcerato, a scontare un delitto che, in fondo, non aveva recato male se non a lui.
Ma sì! Chi aveva ucciso lui infine, se non se stesso? chi strozzato, se non la propria vita?
E, per giunta, la galera.
Da venti anni.
Vi s'era chiuso, da sé; se li era piantati a guardia da sé, con la bajonetta in canna, tutti quegl'irsuti doveri, così che, non solo non gli lasciassero mai intravedere una probabile lontana via di scampo, ma non lo lasciassero più nemmeno respirare.
Qualche bella ragazza gli aveva sorriso per via?
- All'erta, sentinellàaa!
- All'erta stòòò!
Qualche amico gli aveva proposto di scappar via con lui in America?
- All'erta, sentinellàaa!
- All'erta stòòò!
E chi era più lui, adesso? Ecco qua: uno che faceva schifo, propriamente schifo, a se stesso, se si paragonava a quello che avrebbe potuto e dovuto essere.
Un gran pittore! Sissignori: mica di quelli che dipingono per dipingere...
alberi e case...
montagne e marine...
fiumi, giardini e donne nude.
Idee voleva dipingere lui; idee vive, in vivi corpi di immagini.
Come i grandi!
Bevuto...
eh, un tantino sì, aveva bevuto.
Ma tuttavia, parlava bene.
- Nardino, parli bene.
Nardino.
Sua moglie lo chiamava così, Nardino.
Perdio, ci voleva coraggio! Un nome come il suo: Bernardo Morasco, divenuto in bocca a sua moglie Nardino.
Ma, povera donna, così lo capiva lei...
ino, ino...
ino, ino...
E Bernardo Morasco, passando il ponte, da Ripetta al Lungotevere dei Mellini, si rincalcò con una manata il cappellaccio su la folta chioma riccioluta, già brizzolata, e piantò gli occhi sbarrati ilari parlanti in faccia a una povera signora attempatella, che gli passava accanto, seguita da un barboncino nero, lacrimoso, che reggeva in bocca un involto.
La signora sussultò dallo spavento e al barboncino cadde di bocca l'involto.
Il Morasco restò un momento mortificato e perplesso.
Aveva forse detto qualche cosa a quella signora? Oh Dio! Non aveva avuto la minima intenzione d'offenderla.
Parlava con sé; - di sua moglie, parlava...
- povera donna anche lei!
Si scrollò.
Ma che povera donna, adesso! Sua moglie era ricca, i suoi quattro figliuoli erano ricchi, adesso.
Suo suocero era finalmente crepato.
E così, dopo vent'anni di galera, egli aveva finito di scontare la pena.
Vent'anni addietro, quando ne aveva venticinque, aveva rapito a un usurajo la figliuola.
Poverina, che pietà! Timida timida, pallida pallida e con la spalla destra un tantino più alta dell'altra.
Ma lui doveva pensare all'Arte; non alle donne.
Le donne, lui, non le aveva potute mai soffrire.
Per quello che da una donna poteva aver bisogno, quella poverina, anche quella poverina bastava.
Ogni tanto, con gli occhi chiusi, là e addio.
La dote, che s'aspettava, non era però venuta.
Quell'usurajo del suocero, dopo il ratto, non s'era dato per vinto; e tutti allora si erano attesi da lui che, fallito il colpo, abbandonasse quella disgraziata all'ira del padre e al «disonor!».
Buffoni! Come in un libretto d'opera.
Lui? Ecco qua, invece, come s'era ridotto lui, per non dare questa soddisfazione alla gente e a quell'infame usurajo!
Non solo non aveva avuto mai una parola aspra per quella poverina, ma per non far mancare il pane prima a lei, poi ai quattro figliuoli che gli erano nati - via, sogni! via, arte! via, tutto!
Là, tordi, per tutti i negozianti di quadretti di genere: cavalieri piumati e vestiti di seta che si battono a duello in cantina; cardinali parati di tutto punto che giuocano a scacchi in un chiostro; ciociarette che fanno all'amore in piazza di Spagna; butteri a cavallo dietro una staccionata; tempietti di Vesta con tramonti al torlo d'uovo; rovine d'acquedotti in salsa di pomodoro; poi, tutti i peggio fattacci di cronaca per le pagine a colori dei giornali illustrati: tori in fuga e crolli di campanili, guardie di finanza e contrabbandieri in lotta, salvataggi eroici e pugilati alla Camera dei deputati...
Ci sputavano sopra, adesso, moglie e figliuoli, a queste sue belle fatiche, da cui per tanti anni era venuto loro un così scarso pane! Gli toccava anche questo, per giunta: la commiserazione derisoria di coloro per cui si era sacrificato, martoriato, distrutto.
Diventati ricchi, che rispetto più, che considerazione potevano avere per uno che si era arrabattato a metter su sconci pupazzi e caricature per lasciarli tant'anni quasi morti di fame?
Ah, ma, perdio, voleva aver l'orgoglio di sputare anche lui ora, a sua volta, su quella ricchezza, e di provarne schifo; ora che non poteva più servirgli per attuare quel sogno che gliel'aveva fatto un tempo desiderare.
Era ricco anche lui, allora, ricco d'anima e di sogni!
Che scherno, l'eredità del suocero, tutto quel denaro ora che il sentimento della vita gli s'era indurito in quella realtà ispida, squallida, come in un terreno sterpigno, pieno di cardi spinosi e di sassi aguzzi, nido di serpi e di gufi! Su questo terreno, ora, la pioggia d'oro! Che consolazione! E chi gli dava più la forza di strappare tutti quei cardi, di portar via tutti quei sassi, di schiacciare la testa a tutti quei serpi, di dare la caccia a tutti quei gufi? Chi gli dava più la forza di rompere quel terreno e rilavorarlo, perché vi nascessero i fiori un tempo sognati? Ah, quali fiori più, se ne aveva perduto finanche il seme! Là, i pennacchioli di quei cardi...
Tutto era ormai finito per lui.
Se n'era accorto bene, vagando quella mattina; libero finalmente, fuori della sua carcere, poiché la moglie e i figliuoli non avevano più bisogno di lui.
Era uscito di casa, col fermo proposito di non ritornarvi mai più.
Ma non sapeva ancora che cosa avrebbe fatto, né dove sarebbe andato a finire.
Vagava, vagava; era stato sul Gianicolo, e aveva mangiato in una trattoria lassù...
e bevuto, sì, bevuto...
più, più di tre bicchieri...
la verità! Era stato anche a Villa Borghese.
Stanco, s'era sdrajato per più ore su l'erba d'un prato, e...
sì, forse per il vino...
aveva anche pianto, sentendosi perduto come in una lontananza infinita; e gli era parso di ricordarsi di tante cose, che forse per lui non erano mai esistite.
La primavera, l'ebbrezza del primo tepore del sole su la tenera erba dei prati, i primi fiorellini timidi e il canto degli uccelli.
Quando mai, per lui, avevano cantato così giojosamente gli uccelli?
Che strazio, in mezzo a quel primo verde, così vivido e fresco d'infanzia, sentirsi grigi i capelli, arida la barba.
Sapersi vecchio.
Riconoscere che nessun grido poteva più erompere a lui dall'anima, che avesse la gioja di quei trilli, di quel cinguettio; nessun pensiero più, nessun sentimento nascere a lui nella mente e nel cuore, che avessero la timidità gentile di quei primi fiorellini, la freschezza di quella prima erba dei prati; riconoscere che tutta quella delizia per le anime giovani, si convertiva per lui in una infinita angoscia di rimpianto.
Passata per sempre, la sua stagione.
Chi può dire, d'inverno, quale tra tanti alberi sia morto? Tutti pajono morti.
Ma, appena viene la primavera, prima uno, poi un altro, poi tanti insieme, rifioriscono.
Uno solo, che tutti gli altri finora avevano potuto credere come loro, resta spoglio.
Morto.
Era lui.
Fosco, angosciato, era uscito da Villa Borghese; aveva attraversato Piazza del Popolo, imboccato via Ripetta; poi sentendosi per questa via soffocare, aveva passato il ponte, e giù per il Lungotevere dei Mellini.
Mortificato ancora per lo sgarbo involontario fatto a quella signora dal barboncino nero, incontrò là un mortorio che procedeva lento lento sotto gli alberi rinverditi, con la banda in testa.
Dio, come stonava quella banda! Meno male che il morto non poteva più sentirla.
E tutto quel codazzo d'accompagnatori...
Ah, la vita!
Ecco, si poteva felicemente definire così, la vita: l'accordo della grancassa coi piattini.
Nelle marce funebri, grancassa e piattini non suonano più d'accordo.
La grancassa rulla, a tratti, per conto suo, come se ci avesse i cani in corpo; e i piattini, cing! e ciang! per conto loro.
Fatta questa bella riflessione e salutato il morto, riprese ad andare.
Quando fu al Ponte Margherita, si rifermò.
Dove andava? Non si reggeva più su le gambe dalla stanchezza.
Perché aveva preso per via Ripetta? Ora, passando il Ponte Margherita, si ritrovava di nuovo quasi di fronte a Villa Borghese.
No, via: avrebbe seguito da quest'altra parte il Lungotevere fino al nuovo ponte Flaminio.
Ma perché? Che voleva fare, insomma? Niente...
Andare, andare, finché c'era luce.
Oltre ponte Flaminio finiva l'arginatura; ma il viale seguitava spazioso, alto sul fiume, a scarpa su le sponde naturali, con una lunga staccionata per parapetto.
A un certo punto, Bernardo Morasco scorse un sentieruolo, che scendeva tra la folta erba della scarpata giù alla sponda; passò sotto alla staccionata e scese alla sponda, abbastanza larga lì e coperta anch'essa di folta erba.
Vi si sdrajò.
Le ultime fiamme del crepuscolo trasparivano dai cipressi di Monte Mario, lì quasi dirimpetto, e davano alle cose che nell'ombra calante ritenevano ancora per poco i colori come uno smalto soavissimo che a mano a mano s'incupiva vie più, e riflessi di madreperla alle tranquille acque del fiume.
Il silenzio profondo, quasi attonito, era lì presso però, non rotto, ma per così dire animato da un certo cupo tonfo cadenzato, a cui seguiva ogni volta uno sgocciolio vivo.
Incuriosito, Bernardo Morasco si rizzò sul busto a guardare, e vide dalla sponda allungarsi nel fiume come la punta d'una chiatta nera, terminata in una solida asse, che reggeva due coppi, due specie di nasse di ferro giranti per la forza stessa dell'acqua.
Appena un coppo si tuffava, l'altro veniva fuori dalla parte opposta, sgocciolante.
Non aveva mai veduto quell'arnese da pesca; non sapeva che fosse, né che significasse; e rimase a lungo stupito e accigliato a mirarlo, compreso quasi da un senso di mistero per quel lento moto cadenzato di quei due coppi là, che si tuffavano uno dopo l'altro nell'acqua, per non prender che acqua.
L'inutilità di quel girare monotono d'un così grosso e cupo ordegno gli diede una tristezza infinita.
Si riaccasciò su l'erba.
Gli parve che tutto fosse vano nella vita come il girare di quei due coppi nell'acqua.
Guardò il cielo, in cui erano già spuntate le prime stelle, ma pallide per l'imminente alba lunare.
Si annunziava una serata di maggio deliziosa, e più nera e più amara si faceva a mano a mano la malinconia di Bernardo Morasco.
Ah, chi gli levava più dalle spalle quei venti anni di galera, perché anche lui potesse godere di quella delizia? Quand'anche fosse riuscito a rinnovarsi l'animo, cacciandone via tutti i ricordi che ormai sempre gli avrebbero amareggiato lo scarso piacere di vivere, come avrebbe potuto rinnovarsi il corpo già logoro? Come andar più con quel corpo in cerca d'amore? Senza amore, senz'altro bene era passata per lui la vita, che poteva, oh sì, poteva esser bella! E tra poco sarebbe finita...
E nessuna traccia sarebbe rimasta di lui, che pure aveva un tempo sognato d'avere in sé la potenza di dare un'espressione nuova, un'espressione sua alle cose...
Ah, che! Vanità! Quel coppo che il fiume del tempo faceva girare, tuffare nell'acqua, per non prendere che acqua...
Tutt'a un tratto, s'alzò.
Appena in piedi, gli parve strano che si fosse alzato.
Avvertì che non si era alzato da sé, ma che era stato messo in piedi da una spinta interiore, non sua, forse di quel pensiero riposto, come in agguato dentro di lui, da tanti anni.
Era dunque venuto il momento?
Si guardò attorno.
Non c'era nessuno.
C'era il silenzio che, formidabilmente sospeso, attendeva il fruscio dell'erba a un primo passo di lui verso il fiume.
E c'erano tutti quei fili d'erba, che sarebbero rimasti lì, tali e quali, sotto il chiarore umido e blando della luna, anche dopo la sua scomparsa da quella scena.
Bernardo Morasco si mosse per la sponda, ma solo quasi per curiosità di osservare da vicino quello strano ordegno da pesca.
Scese su la chiatta, in cui stava confitto verticalmente un palo, presso i due coppi giranti.
Ecco: reggendosi a quel palo, egli avrebbe potuto spiccare un salto, balzar dentro a uno di quei coppi, e farsi scodellare nel fiume.
Bello! Nuovo! Sì...
E afferrò con tutt'e due le mani il palo, come per far la prova; e, sorridendo convulso, aspettò che il coppo che or ora si tuffava di là nell'acqua facesse il giro.
Come venne fuori di qua, man mano alzandosi, mentre quell'altro si tuffava, veramente fece un balzo e vi si cacciò dentro, con gli occhi strizzati, i denti serrati, tutto il volto contratto nello spasimo dell'orribile attesa.
Ma che? Il peso del suo corpo aveva arrestato il movimento? Rimaneva in bilico dentro il coppo?
Riaprì gli occhi, stordito di quel caso, fremente, quasi ridente...
Oh Dio, non si moveva più?
Ma no, ecco, ecco...
La forza del fiume vinceva...
il coppo riprendeva a girare...
Perdio, no...
aveva atteso troppo...
quell'esitazione, quell'arresto momentaneo dell'ordegno per il peso del suo corpo gli era già sembrato uno scherzo, e quasi ne aveva riso...
Ora, oh Dio, guardando in alto, mentre il coppo si risollevava, vide come schiantarsi tutte le stelle del cielo; e istintivamente, in un attimo, preso dal terrore, Bernardo Morasco stese un braccio al palo, tutte e due le braccia, vi s'abbrancò con uno sforzo così disperato, che alla fine sguizzò dal coppo in piedi su la chiatta.
Il coppo, con un tonfo violentissimo per lo strappo, si rituffò schizzandogli una zaffata d'acqua addosso.
Rabbrividì e rise, quasi nitrì di nuovo, convulso, volgendo gli occhi in giro, come se avesse fatto lui, ora, uno scherzo al fiume, alla luna, ai cipressi di Monte Mario.
E l'incanto della notte gli apparve ritrovato, con le stelle ben ferme e brillanti nel cielo, e quelle sponde e quella pace e quel silenzio.
LA TRAPPOLA
No, no, come rassegnarmi? E perché? Se avessi qualche dovere verso altri, forse sì.
Ma non ne ho! E allora perché?
Stammi a sentire.
Tu non puoi darmi torto.
Nessuno, ragionando così in astratto, può darmi torto.
Quello che sento io, senti anche tu, e sentono tutti.
Perché avete tanta paura di svegliarvi la notte? Perché per voi la forza alle ragioni della vita viene dalla luce del giorno.
Dalle illusioni della luce.
Il bujo, il silenzio, vi atterriscono.
E accendete la candela.
Ma vi par triste, eh? triste quella luce di candela.
Perché non è quella la luce che ci vuole per voi.
Il sole! il sole! Chiedete angosciosamente il sole, voialtri! Perché le illusioni non sorgono più spontanee con una luce artificiale, procacciata da voi stessi con mano tremante.
Come la mano, trema tutta la vostra realtà.
Vi si scopre fittizia e inconsistente.
Artificiale come quella luce di candela.
E tutti i vostri sensi vigilano tesi con ispasimo, nella paura che sotto a questa realtà, di cui scoprite la vana inconsistenza, un'altra realtà non vi si riveli, oscura, orribile: la vera.
Un alito...
che cos'è? Che cos'è questo scricchiolio?
E, sospesi nell'orrore di quell'ignota attesa, tra brividi e sudorini, ecco davanti a voi in quella luce vedete nella camera muoversi con aspetto e andatura spettrale le vostre illusioni del giorno.
Guardatele bene; hanno le vostre stesse occhiaje enfiate e acquose, e la giallezza della vostra insonnia, e anche i vostri dolori artritici.
Sì, il rodio sordo dei tofi alle giunture delle dita.
E che vista, che vista assumono gli oggetti della camera! Sono come sospesi anch'essi in una immobilità attonita, che v'inquieta.
Dormivate con essi lì attorno.
Ma essi non dormono.
Stanno lì, così di giorno, come di notte.
La vostra mano li apre e li chiude, per ora.
Domani li aprirà e chiuderà un'altra mano.
Chi sa quale altra mano...
Ma per loro è lo stesso.
Tengono dentro, per ora, i vostri abiti, vuote spoglie appese, che hanno preso il grinzo, le pieghe dei vostri ginocchi stanchi, dei vostri gomiti aguzzi.
Domani terranno appese le spoglie aggrinzite d'un altro.
Lo specchio di quell'armadio ora riflette la vostra immagine, e non ne serba traccia; non serberà traccia domani di quella d'un altro.
Lo specchio, per sé, non vede.
Lo specchio è come la verità.
Ti pare ch'io farnetichi? ch'io parli a mezz'aria? Va' là, che tu m'intendi; e intendi anche più ch'io non dica, perché è molto difficile esprimere questo sentimento oscuro che mi domina e mi sconvolge.
Tu sai come ho vissuto finora.
Sai che ho provato sempre ribrezzo, orrore, di farmi comunque una forma, di rapprendermi, di fissarmi anche momentaneamente in essa.
Ho fatto sempre ridere i miei amici per le tante...
come le chiamate? alterazioni, già, alterazioni de' miei connotati.
Ma avete potuto riderne, perché non vi siete mai affondati a considerare il mio bisogno smanioso di presentarmi a me stesso nello specchio con un aspetto diverso, di illudermi di non esser sempre quell'uno, di vedermi un altro!
Ma sì! Che ho potuto alterare? Sono arrivato, è vero, anche a radermi il capo, per vedermi calvo prima del tempo; e ora mi sono raso i baffi, lasciando la barba; o viceversa; ora mi sono raso baffi e barba; o mi son lasciata crescer questa ora in un modo, ora in un altro, a pizzo, spartita sul mento, a collana...
Ho giocato coi peli.
Gli occhi, il naso, la bocca, gli orecchi, il torso, le gambe, le braccia, le mani, non ho potuto mica alterarli.
Truccarmi, come un attore di teatro? Ne ho avuto qualche volta la tentazione.
Ma poi ho pensato che, sotto la maschera, il mio corpo rimaneva sempre quello...
e invecchiava!
Ho cercato di compensarmi con lo spirito.
Ah, con lo spirito ho potuto giocar meglio!
Voi pregiate sopra ogni cosa e non vi stancate mai di lodare la costanza dei sentimenti e la coerenza del carattere.
E perché? Ma sempre per la stessa ragione! Perché siete vigliacchi, perché avete paura di voi stessi, cioè di perdere - mutando - la realtà che vi siete data, e di riconoscere, quindi, che essa non era altro che una vostra illusione, che dunque non esiste alcuna realtà, se non quella che ci diamo noi.
Ma che vuol dire, domando io, darsi una realtà, se non fissarsi in un sentimento, rapprendersi, irrigidirsi, incrostarsi in esso? E dunque, arrestare in noi il perpetuo movimento vitale, far di noi tanti piccoli e miseri stagni in attesa di putrefazione, mentre la vita è flusso continuo, incandescente e indistinto.
Vedi, è questo il pensiero che mi sconvolge e mi rende feroce!
La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si incrosta e assume forma.
Ogni forma è la morte.
Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprendende in questo flusso continuo, incandescente e indistinto, è la morte.
Noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s'arresta mai, e fissati per la morte.
Dura ancora per un breve spazio di tempo il movimento di quel flusso in noi, nella nostra forma separata, staccata e fissata; ma ecco, a poco a poco si rallenta; il fuoco si raffredda; la forma si dissecca; finché il movimento non cessa del tutto nella forma irrigidita.
Abbiamo finito di morire.
E questo abbiamo chiamato vita!
Io mi sento preso in questa trappola della morte, che mi ha staccato dal flusso della vita in cui scorrevo senza forma, e mi ha fissato nel tempo, in questo tempo!
Perché in questo tempo?
Potevo scorrere ancora ed esser fissato più là, almeno, in un'altra forma, più là...
Sarebbe stato lo stesso, tu pensi? Eh sì, prima o poi...
Ma sarei stato un altro, più là, chi sa chi e chi sa come; intrappolato in un'altra sorte; avrei veduto altre cose, o forse le stesse, ma sotto aspetti diversi, diversamente ordinate.
Tu non puoi immaginare l'odio che m'ispirano le cose che vedo, prese con me nella trappola di questo mio tempo; tutte le cose che finiscono di morire con me, a poco a poco! Odio e pietà! Ma più odio, forse, che pietà.
È vero, sì, caduto più là nella trappola, avrei allora odiato quell'altra forma, come ora odio questa; avrei odiato quell'altro tempo, come ora questo, e tutte le illusioni di vita, che noi morti d'ogni tempo ci fabbrichiamo con quel po' di movimento e di calore che resta chiuso in noi, del flusso continuo che è la vera vita e non s'arresta mai.
Siamo tanti morti affaccendati, che c'illudiamo di fabbricarci la vita.
Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte...
Un altro essere in trappola!
- Qua, caro, qua; comincia a morire, caro, comincia a morire...
Piangi, eh? Piangi e sguizzi...
Avresti voluto scorrere ancora? Sta' bonino, caro! Che vuoi farci? Preso, co-a-gu-la-to, fissato...
Durerà un pezzetto! Sta' bonino...
Ah, finché siamo piccini, finché il nostro corpo è tenero e cresce e non pesa, non avvertiamo bene d'esser presi in trappola! Ma poi il corpo fa il groppo; cominciamo a sentirne il peso; cominciamo a sentire che non possiamo più muoverci come prima.
Io vedo, con ribrezzo, il mio spirito dibattersi in questa trappola, per non fissarsi anch'esso nel corpo già leso dagli anni e appesito.
Scaccio subito ogni idea che tenda a raffermarsi in me; interrompo subito ogni atto che tenda a divenire in me un'abitudine; non voglio doveri, non voglio affetti, non voglio che lo spirito mi s'indurisca anch'esso in una crosta di concetti.
Ma sento che il corpo di giorno in giorno stenta vie più a seguire lo spirito irrequieto; casca, casca, ha i ginocchi stanchi e le mani grevi...
vuole il riposo! Glielo darò.
No, no, non so, non voglio rassegnarmi a dare anch'io lo spettacolo miserando di tutti i vecchi, che finiscono di morir lentamente.
No.
Ma prima...
non so, vorrei far qualche cosa d'enorme, d'inaudito, per dare uno sfogo a questa rabbia che mi divora.
Vorrei, per lo meno...
- vedi queste unghie? affondarle nella faccia d'ogni femmina bella che passi per via, stuzzicando gli uomini, aizzosa.
Che stupide, miserabili e incoscienti creature sono tutte le femmine! Si parano, s'infronzolano, volgono gli occhi ridenti di qua e di là, mostrano quanto più possono le loro forme provocanti; e non pensano che sono nella trappola anch'esse, fissate anch'esse per la morte, e che pur l'hanno in sé la trappola, per quelli che verranno!
La trappola, per noi uomini, è in loro, nelle donne.
Esse ci rimettono per un momento nello stato di incandescenza, per cavar da noi un altro essere condannato alla morte.
Tanto fanno e tanto dicono, che alla fine ci fanno cascare, ciechi, infocati e violenti, là nella loro trappola.
Anche me! Anche me! Ci hanno fatto cascare anche me! Ora, di recente.
Sono perciò così feroce.
Una trappola infame! Se l'avessi veduta...
Una madonnina.
Timida, umile.
Appena mi vedeva, chinava gli occhi e arrossiva.
Perché sapeva che io, altrimenti, non ci sarei mai cascato.
Veniva qua, per mettere in pratica una delle sette opere corporali di misericordia: visitare gl'infermi.
Per mio padre, veniva; non già per me; veniva per aiutare la mia vecchia governante a curare, a ripulire il mio povero padre, di là...
Stava qui, nel quartierino accanto, e s'era fatta amica della mia governante, con la quale si lagnava del marito imbecille, che sempre la rimbrottava di non esser buona a dargli un figliuolo.
Ma capisci com'è? Quando uno comincia a irrigidirsi, a non potersi più muovere come prima, vuol vedersi attorno altri piccoli morti, teneri teneri, che si muovano ancora, come si moveva lui quand'era tenero tenero; altri piccoli morti che gli somiglino e facciano tutti quegli attucci che lui non può più fare.
È uno spasso lavar la faccia ai piccoli morti, che non sanno ancora d'esser presi in trappola, e pettinarli e portarseli a spassino.
Dunque, veniva qua.
- Mi figuro, - diceva con gli occhi bassi, arrossendo, - mi figuro che strazio dev'esser per lei, signor Fabrizio, vedere il padre da tanti anni in questo stato!
- Sissignora, - le rispondevo io sgarbatamente, e le voltavo le spalle e me n'andavo.
Sono sicuro, adesso, che appena voltavo le spalle per andarmene, lei rideva, tra sé, mordendosi il labbro per trattenere la risata.
Io me n'andavo perché, mio malgrado, sentivo d'ammirar quella femmina, non già per la sua bellezza (era bellissima, e tanto più seducente, quanto più mostrava per modestia di non tenere in alcun pregio la sua bellezza); la ammiravo, perché non dava al marito la soddisfazione di mettere in trappola un altro infelice.
Credevo che fosse lei; e invece, no; non mancava per lei; mancava per quell'imbecille.
E lei lo sapeva, o almeno, se non proprio la certezza, doveva averne il sospetto.
Perciò rideva; di me, di me rideva, di me che l'ammiravo per quella sua presunta incapacità.
Rideva in silenzio, nel suo cuore malvagio, e aspettava.
Finché una sera...
Fu qua, in questa stanza.
Ero al bujo.
Sai che mi piace veder morire il giorno ai vetri d'una finestra e lasciarmi prendere e avviluppare a poco a poco dalla tenebra, e pensare: - «Non ci sono più!» pensare: - «Se ci fosse uno in questa stanza, si alzerebbe e accenderebbe un lume.
Io non accendo il lume, perché non ci sono più.
Sono come le seggiole di questa stanza, come il tavolino, le tende, l'armadio, il divano, che non hanno bisogno di lume e non sanno e non vedono che io sono qua.
Io voglio essere come loro, e non vedermi e dimenticare di esser qua».
Dunque, ero al bujo.
Ella entrò di là, in punta di piedi, dalla camera di mio padre, ove aveva lasciato acceso un lumino da notte, il cui barlume si soffuse appena appena nella tenebra quasi senza diradarla, a traverso lo spiraglio dell'uscio.
Io non la vidi; non vidi che mi veniva addosso.
Forse non mi vide neanche lei.
All'urto, gittò un grido; finse di svenire, tra le mie braccia, sul mio petto.
Chinai il viso; la mia guancia sfiorò la guancia di lei; sentii vicino l'ardore della sua bocca anelante, e...
Mi riscosse, alla fine, la sua risata.
Una risata diabolica.
L'ho qua ancora, negli orecchi! Rise, rise, scappando, la malvagia! Rise della trappola che mi aveva teso con la sua modestia; rise della mia ferocia: e d'altro rise, che seppi dopo.
È andata via, da tre mesi, col marito promosso professor di liceo in Sardegna.
Vengono a tempo certe promozioni.
Io non vedrò il mio rimorso.
Non lo vedrò.
Ma ho la tentazione, in certi momenti, di correre a raggiungere quella malvagia e di strozzarla prima che metta in trappola quell'infelice cavato così a tradimento da me.
Amico mio, sono contento di non aver conosciuto mia madre.
Forse, se l'avessi conosciuta, questo sentimento feroce non sarebbe nato in me.
Ma dacché m'è nato, sono contento di non aver conosciuto mia madre.
Vieni, vieni; entra qua con me, in quest'altra stanza.
Guarda!
Questo è mio padre.
Da sette anni, sta lì.
Non è più niente.
Due occhi che piangono; una bocca che mangia.
Non parla, non ode, non si muove più.
Mangia e piange.
Mangia imboccato; piange da solo; senza ragione; o forse perché c'è ancora qualche cosa in lui, un ultimo resto che, pur avendo da settantasei anni principiato a morire, non vuole ancora finire.
Non ti sembra atroce restar così, per un punto solo, ancora preso nella trappola, senza potersi liberare?
Egli non può pensare a suo padre che lo fissò settantasei anni addietro per questa morte, la quale tarda così spaventosamente a compirsi.
Ma io, io posso pensare a lui; e penso che sono un germe di quest'uomo che non si muove più; che se sono intrappolato in questo tempo e non in un altro, lo debbo a lui!
Piange, vedi? Piange sempre così...
e fa piangere anche me! Forse vuol essere liberato.
Lo libererò, qualche sera, insieme con me.
Ora comincia a far freddo; accenderemo, una di queste sere, un po' di fuoco...
Se ne vuoi profittare...
No, eh? Mi ringrazii? Sì, sì, andiamo fuori, andiamo fuori, amico mio.
Vedo che tu hai bisogno di rivedere il sole, per via.
NOTIZIE DEL MONDO
I.
In tutto, due lagrimucce, tre ore coi gomiti sul tavolino, la testa tra le mani; sissignori: a forza di strizzarmi il cuore, eccole qua nel fazzoletto: proprio due, spremute agli angoli degli occhi.
Da buoni amici, caro Momo, facciamo a metà.
Una per te morto, una per me vivo.
Ma sarebbe meglio, credi, che me le prendessi tutt'e due per me.
Come un vecchio muro cadente sono rimasto, Momino, a cui una barbara mano abbia tolto l'unico puntello.
(Bella, eh? la barbara mano.) Ma non so piangere, lo sai.
Mi ci provo, e riesco solo a farmi più brutto, e faccio ridere.
Sai che bell'idea piuttosto m'è venuta? di mettermi ogni sera a parlare da solo con te, qua, a dispetto della morte.
Darti notizia di tutto quanto avviene ancora in questo porco mondaccio che hai lasciato e di ciò che si dice e di ciò che mi passa per il capo.
E così mi parrà di continuarti la vita, riallacciandoti a essa con le stesse fila che la morte ha spezzate.
Non trovo altro rimedio alla mia solitudine.
Ridotto monaco di clausura nel convento della tua amicizia, nessuna parte di me è rimasta aperta a una relazione, sia pur lontana, con altri esseri viventi.
E ora...
mi vedi? ora che non ho più nulla da fare per te come in questi tre ultimi giorni dopo la tua morte, eccomi qua solo, in questa casa che non mi par mia, perché la vera casa mia era la tua.
Sentirai, sentirai, se mi ci metto per davvero, che bellissimi paragoni ti farò! Intanto, oltre a quello del muro cadente e della barbara mano, pigliati quest'altro del monaco di clausura.
Ho comperato un lume, lo vedi? Bello, di porcellana, col globo smerigliato.
Prima non ne sentivo bisogno, perché le sere le passavo da te, e per venirmene a letto qua mi bastava un mozzicone di candela, che spesso mi davi tu.
Ora tanto è il silenzio, Momino, che lo sento ronzare.
Un ronzio, sai? che pare piuttosto degli orecchi, quando ti s'otturano.
Eh, tu l'hai otturati bene adesso, Momino mio! E m'immagino difatti che questo ronzio venga da lontano lontano.
Da dove sei tu.
Ed ecco, lo ascolto con piacere; mi ci metto dietro col pensiero, e vado e vado, finché - guarda, guarda, Momino, è venuta! - una terza lagrimuccia, di sperduta malinconia.
Ma sarà per me, se permetti: mi sento davvero così solo!
Su, avanti, avanti.
Vorrei proprio fartela vedere ancora, vedere e sentire, la vita, anche col tempo che fa, anche coi minimi mutamenti che vi succedono.
Che se questo mondaccio sa e può fare a meno di tutti quelli che se ne vanno, di te non so né posso fare a meno io; e perciò, a dispetto della morte, bisogna che il mondo per mio mezzo continui a vivere per te, e tu per lui; o se no, me ne vado anch'io, e buona notte; me ne vado perché mi parrà proprio di non aver più ragione di restarci.
Tanto, è stata sempre così per me la vita: a lampi e a cantonate.
Non sono riuscito a vederci mai niente.
Ogni tanto, un lampo; ma per veder che cosa? una cantonata.
Vale a dire, Momino, la coscienza che ti si para davanti di soprassalto: la coscienza d'una bestialità che abbiamo detto o fatto, tra le tante di cui al bujo non ci siamo accorti.
Basta, diventerò l'uomo più curioso della terra: spierò, braccherò, andrò in giro tutto il giorno per raccoglier notizie e impressioni, che poi la sera ti comunicherò, qua, per filo e per segno.
Tanta vita, lo so, come sfugge a me, sfuggirà anche a te: la vita, per esempio, degli altri paesi; ma (cosa che non ho mai fatta) leggerò anche i giornali per farti piacere; e ti saprò dire se quella cara nostra sorella Francia, se quella prepotente Germaniaccia...
Ah Dio mio, Momo, forse le notizie politiche non t'interessano più? Non è possibile: erano ormai quasi tutta la tua vita e dobbiamo seguitare a fare come ogni sera, quando, dopo cena, il portinajo ti portava su il giornale e tu, leggendolo, a qualche notizia, battevi forte il pugno sulla tavola e io restavo perplesso tra i bicchieri che saltavano e i tuoi occhiacci che mi fissavano di sui cerchi delle lenti insellate sempre un po' a sghimbescio sul tuo naso grosso.
Te la pigliavi con me; mi apostrofavi, come se io poveretto, che non mi sono mai occupato di politica, rappresentassi davanti a te tutto il popolo italiano.
- Vigliacchi! Vigliacchi!
E quella sera che, terribilmente indignato, volevi dal terrazzino buttar giù nel fiume le tue medaglie garibaldine? Faceva un tempaccio! Pioveva a dirotto.
E nel vederti così acceso manifestai l'opinione, ricordi? che non mettesse conto per questi porci d'Italia che tu rischiassi di prendere un malanno, uscendo sul terrazzino, sotto la pioggia.
Come mi guardasti! Ma io t'ammiravo, sai? T'ammiravo tanto tanto, perché mi sembravi un ragazzo, in quei momenti, e spesso non sapevo trattenermi dal dirtelo e tu t'arrabbiavi e perfino m'ingiuriavi, quando alle tue ire focose opponevo questa mia bella faccia di luna piena, sorridente e stizzosa.
Ti facevo uscir dai gangheri talvolta e dirne d'ogni colore.
A qualcuna più grossa, tranquillissimo, ti domandavo:
- E come la ragioni?
E tu, rosso come un gambero, con gli occhi schizzanti dalle orbite:
- La ragiono, che sei un somaro!
Quanto mi ci divertivo! E mi suona ancora negli orecchi la tua voce, quando, con gli occhi chiusi, mi dicevi, quasi recitando a memoria:
- Per le anime lente e pigre come la tua, per le anime che non sanno cavar nulla da sé, tutto per forza è muto e senza valore.
E questo, perché non mi sapevo cavar dall'anima tutta quella candida santa ingenuità che tu cavavi dalla tua per vestirne uomini e cose.
E quante volte non ti vidi parar così della bianca stola della tua sincerità qualche mala bestia, della quale ti bisognava un morso o un calcio per riconoscere la vera natura.
Ma tu volevi veder per forza tutto buono e tutto bello il mondo; e spesso ci riuscivi, perché è proprio in noi il modo e il senso delle cose; e segue appunto da ciò la diversità dei gusti e delle opinioni; e segue pure che, s'io voglio farti vedere ancora il mondo, bisogna che mi provi a guardarlo con gli occhi tuoi.
E come farò?
Per cominciare, m'immagino che debbano interessarti maggiormente le cose che ti stavano più vicine; quelle, per esempio, di casa tua: tua moglie...
Ah Momaccio, Momaccio, che tradimento! lasciamelo dire.
Tante cose ti perdonai in vita: questa, no; né te la perdonerò mai.
Tua moglie.
Se ai morti, nell'ozio della tomba, venisse in mente di porre un catalogo dei torti e delle colpe che ora si pentono avere nel decorso della loro vita commessi, catalogo che un bel giorno sarebbe edificante apparisse nella parte posteriore delle tombe, come il rovescio delle menzogne spesso incise nella lapide; tu nel tuo dovresti mettere soltanto:
SPOSAI.
A.
LVI.
ANNI.
UNA.
DONNA.
DI XXX.
Basterebbe.
Senti.
Mi par chiaro come la luce del sole che tu sei morto così precipitosamente per causa sua.
Non ti ripeterò qui, adesso, le ragioni che ti dissi cinque anni fa, nel giorno più brutto della mia vita, e delle quali facesti a tue spese la più trista delle esperienze.
E poi, io dico, perché? che ti mancava? Stavamo così bene tutti e due insieme, in santa pace.
Nossignori.
La moglie.
E sostenere che non era vero che la casa come ce l'eravamo fatta a poco a poco con quei miei vecchi mobili e con gli altri comperati di combinazione, ti potesse bastare; e quella bella polvere di vecchiaja che s'era ormai posata e distesa per noi su tutte le cose della vita, perché noi con un dito ci divertissimo a scriverci sopra: vanità; e le care quiete abitudini che s'erano già da un pezzo stabilite tra noi, con la compagnia delle nostre bestioline, le due coppie di canarini, a cui badavo io, Ragnetta a cui badavi tu (e spesso, quand'era in caldo, ricordi? La lisciavi, e ti sgraffiava) e le due stupidissime tartarughe, marito e moglie, Tarà e Tarù, che ci davano motivo a tante sapientissime considerazioni, là nel terrazzino pieno di fiori.
Sostenere, santo Dio, che sempre - come Tarù - ne avevi sentito il bisogno, tu, d'una moglie (all'età tua, vergognosaccio!), e che io non ti potevo compatire, perché le donne, io...
Traditore, traditore e fanatico!
Non facevi delle donne anche tu la stessissima mia stima prima che venisse su a cangiarti in un momento da così a così la bella mademoiselle delle due stanze d'abbasso, con la scusa di vedere quei fiori del terrazzino, che su a te attecchivano e giù a mademoiselle, nei vasi sul davanzale della finestra, non volevano attecchire?
Maledetto terrazzino!
- Uh che bellezza! uh che meraviglia! E chi li coltiva così bene tutti questi fiori?
E tu, subito:
- Io!
Come se tutti i semi, a uno a uno, per trovarteli, le gambe non me le fossi rotte io per intere giornate, pezzo d'ingrato! Ma il bisogno di farti subito bello davanti a quella mademoiselle esclamativa...
A vederti tutt'a un tratto quel lustro di vecchio ubriaco negli occhi piccini piccini, e liquefare in certi sorrisi da scemo, ti avrei bastonato, ti avrei bastonato, parola d'onore.
E quando lei disse che giù con la mamma malata non faceva altro che parlare di noi due, della dolcezza della nostra vita in comune:
- Due poveri vecchi, - m'affrettai a dirle (ti ricordi?) guardandola con certi occhi da farla sprofondare tre palmi sottoterra dalla vergogna.
Tu lo notasti, e subito, imbecille (lasciamelo dire):
- No, sa? vecchio lui solo, signorina! e brontolone, e seccatore.
Non creda mica alla dolcezza della nostra vita! Sapesse che arrabbiature mi fa prendere!
Passati ora una mano sulla coscienza: mi meritavo questo da te?
Lasciamo andare.
Ti castigai.
Questa casa che tengo in affitto da cinque anni, rappresentò il castigo per te; non ostante che poco dopo il tuo matrimonio non avessi saputo tener duro e avessi ripreso a vivere quasi tutto il giorno con te.
Ma il letto a casa tua, no, mai più!
E ogni notte, sai, prima di lasciarti, pregavo tutti i venti della terra che andassero a prendere e rovesciassero su Roma un uragano, perché tu provassi rimorso nel vedermi andar via solo, povero vecchio, a dormire altrove, mentre prima il mio lettuccio era accanto al tuo e tenevamo calda la cameretta nostra.
Avrei voluto, guarda, in una di queste notti di pioggia e di vento, ammalarmi, per accrescerti il rimorso; anche morire...
- sì, sono arrivato ad assaporare il tossico di queste voluttà.
Ma io, ahimè! ho la pelle dura, io; e sei morto tu, invece, tu e per causa di lei - lasciamelo dire!
Ah Momino, Momino: corrotta veramente la Francia! Si diventa per forza o così enfatici o così sdolcinati a parlar francese, specialmente delle donne e con le donne! La signorina d'abbasso, sapendo che tu insegnavi il francese, voleva parlare il francese con te:
- Oh que vous êetes gentil, monsieur Momino, de m'apprendre à prononcer si poliment le français!
Vedi? E ora torno a maledire il momento che a tua insaputa mi posi con impegno a fartelo ottenere quel posticino alle tecniche.
Stando con me, non ti sarebbe mancato mai nulla; invece, professor di francese, enfasi, enfasi, credesti di poterti permettere di prender moglie all'età tua, e ti rovinasti.
Non ci si pensi più.
Tu sai che sentimenti nutra io per tua moglie: tuttavia, non dubitare, ti darò frequenti notizie anche di lei.
Ma voglio riallacciare le fila proprio dal momento che il mondo per te si fece vano; dal momento che, sentendoti colpire improvvisamente dalla morte, a tavola, mentre si cenava, alla mia esclamazione: «Non è niente! non è niente!» rispondesti:
- L'ora di dire addio.
Furono le tue ultime parole.
Il giorno appresso, alle nove del mattino, dopo tredici ore di agonia: morto.
Mi parrà sempre d'udire nel silenzio della notte il tremendo rantolo della tua agonia.
Che cosa orribile, Momino, rantolare a quel modo! Non mi pareva vero che lo potessi far tu! E ti sei tutto...
ah Dio! il letto, la camicia...
Tu sempre così pulito! E quell'arrangolio fischiante, che faceva venir la disperazione a chi ti stava vicino, di non poterti far nulla...
E non dimenticherò mai, mai, la lugubre veglia della notte appresso, con tutte le finestre aperte sul fiume.
Vegliare di notte un morto, con un fiume che si sente scorrere sotto; affacciarsi alla finestra e vedere andar piccola piccola l'ombra di qualche passante sul ponte illuminato...
Intanto, bisogna dire la verità: tua moglie t'ha pianto molto, sai? e seguita.
Io no, ma, stordito come sono ancora, ho pensato a tutto, io.
Mezzanotte, Momino: l'ora solita.
Me ne vado a letto.
Che silenzio! Mi pare che tutta la notte intorno sia piena della tua morte.
E questo ronzio del lumetto...
Basta.
Qua, nella camera attigua, per me, un letto candido e soffice.
Tu chiuso in una doppia cassa in quel grottino al Pincetto, Numero 51, povero Momino mio!
Non ho il coraggio di dirti buona notte.
II.
Oggi mi sono accorto che anche i cimiteri sono fatti per i vivi.
Questo del Verano, poi, addirittura una città ridotta.
I poveri, peggio che a pianterreno; i ricchi, palazzine di vario stile, giardinetto intorno, cappella dentro; e coltiva quello un giardiniere vivo e pagato, e officia in questa un prete vivo e pagato.
Per esser giusti, ecco due posti usurpati ai morti di professione, nel loro stesso domicilio.
Vi sono poi strade, piazze, viali, vicoli e vicoletti, ai quali farebbero bene a porre un nome, perché i visitatori vi si potessero meglio orientare: il nome del morto più autorevole: Via (o vicolo) Tizio; Viale (o piazza) Cajo.
Quando sarò anch'io dei vostri, Momo, se ci riuniamo qualche notte in assemblea, vedrai che farò questa e altre proposte, sia per l'affermazione, sia per la tutela dei nostri diritti e della nostra dignità.
Che te ne pare, intanto, stasera, di queste mie riflessioni? Con questo po' di vita che mi resta, non mi sento più di qua, caro Momo, dacché tu sei morto; e vorrei spenderlo, questo po' di resto, per darvi come posso, qualche sollazzo.
Ma scommetto che ora tu mi dici al solito che queste mie riflessioni non sono originali.
Bada ch'era davvero curiosa (ora te lo voglio dire), che tutto quello che mi scappava di bocca in tua presenza tu pretendevi d'averlo letto in qualche libro, del quale spesso dicevi di non rammentarti né il titolo né l'autore.
Io di me non presumo troppo: non leggo mai nulla, tranne qualche libro antico, di tanto in tanto.
So - questo è vero - che, se mi picchio un po' su la fronte, sento, perdio, che vi sta di casa un cervello; ma ignorante, sì; più di me è difficile trovarne un altro.
Visto però che spesso i men savii sono coloro che si persuadono saper più, e fanno intanto le più scervellate pazzie; dovrei vergognarmene, non me ne vergogno.
Torniamo alla città ridotta.
Tua moglie ha commesso, secondo me, una di quelle sciocchezze, che non ho saputo mai tollerare in silenzio.
Giudicane tu: si è impegnata nella spesa insostenibile d'una sepoltura privilegiata e temporanea per te.
Giacer morto in una tomba gentilizia o nel campo dei poveri o, nuda spoglia, ai piedi d'un albero o in fondo al mare o dove che sia, non è tutt'uno? Ugo Foscolo dice prima di sì, e poi di no, per certe sue nobili ragioni sociali e civili.
Tu forse la pensi come Ugo Foscolo.
Io no.
Più vado avanti, io, e più odio la società e la civiltà.
Ma lasciamo questo discorso.
Fosse almeno una tomba fissa! Nossignori.
Approfittando che nel Verano c'è pure l'est locanda, tua moglie ha preso a pigione per te uno di quei grottini detti loculi: venticinque lire per tre mesi, e poi dieci lire in più per ogni mese, dopo i tre.
Ora, capirai, questa spesa a mano a mano crescente, di qui a sette, otto mesi, tua moglie non potrà più, certo, sostenerla.
E allora che avverrà?
Ma ella spera, dice, in uno sgombero.
Mi spiego.
Sai che nel cimitero, qualche volta, avvengono pure gli sgomberi, precisamente come in città? Sì.
I morti sgomberano.
O per dir meglio, i vivi superstiti, andando via da Roma, poniamo, per domiciliarsi in un'altra città, coi bauli e gli altri arredi di casa si portano via anche i loro morti, dei quali svendono la casa vecchia per comperarne loro una nuova nell'altro cimitero.
Che sciocco! le dico a te codeste cose, che ci stai e devi saperle.
Ma io questa la imparo adesso, fresca fresca.
Ora, intendi? tua moglie spera in una di queste certo non frequenti occasioni.
Io penso però che ella conta su tante cose che le verranno certo a fallire; e prima, che con tutta quella sua bravura nel parlar francese le debba durare tanto affetto e tal pensiero per te (ti chiedo licenza di dubitarne); e poi, che possa far tanti risparmi da accumulare quanto basti a comperar questa tomba, diciamo così, di seconda mano.
E la pigione del loculo, in tutto questo tempo, chi la paga? Capisco che la pagherò io, - mi par di sentirmelo gridare da una vocina dentro la cassaforte qui accanto - ma ciò non toglie che non sia una segnalata pazzia.
E giacché siamo a questi discorsi angustiosi, intratteniamocene ancora un po'.
Sai che sono metodico e meticoloso e che soglio tener conto di tutto.
Sto facendo la nota delle spese mensili e ci sono anche quelle che ho fatte per te.
Vogliamo parlare un po' d'interessi come prima?
Ho cercato di far tutto, Momino mio (trasporto funebre, sotterramento, eccetera), con decenza, salvando quella modestia che tu hai tanto raccomandato nel tuo testamento.
Ma mi sono accorto che a Roma quasi quasi costa più il morire che il vivere, che pur costa tanto, e tu lo sai.
Se te la facessi vedere, questa noticina presentatami jeri dall'agente della nuova Società di pompe funebri, ti metteresti le mani ai capelli.
Eppure, prezzi di concorrenza, bada! Ma quello che m'ha fatto groppo è stato il pretino unto e bisunto della parrocchia qua di San Rocco, che ha voluto venti lire per spruzzarti un po' d'acqua su la bara e belarti un requiem...
Ah, quando muojo io, niente! Già, al fuoco! È più spiccio e più pulito.
Ognuno però la pensa a modo suo; e, pure da morti, abbiamo la debolezza di volerci in un modo, anziché in un altro.
Basta.
Interessi.
Sai che ancora un po' di quel che avevo, mi resta; sai che i bisogni miei sono limitatissimi e che ormai nessun desiderio più m'invoglia di sperare; tranne quello di morir presto, sperare che sia senza avvedermene.
Che si diceva? Ah, dico: che debbo farmene di questo poco che mi resta? Lasciarlo, dopo morto, in opere di carità? Prima di tutto, chi sa come e dove andrebbe a finire; poi, io non ho di queste tenerezze tardive per il prossimo in generale.
Il prossimo, io voglio sapere come si chiama.
Orbene, poiché certe cose si scrivono meglio che non si dicano a voce, ho scritto a tua moglie che era mia ferma intenzione, e che anzi stimavo come dovere, continuare a fare per la vedova dell'unico amico mio quel ch'ero solito di fare per lui: contribuire, cioè, alle spese di casa.
Momo, prenditi questo decottino a digiuno.
Sai come m'ha risposto tua moglie? M'ha ringraziato, prima di tutto, come si può ringraziare un qualunque estraneo; ma lasciamo andare; ha poi soggiunto che, per il momento, sì, dice, purtroppo si vede costretta a non ricusare i miei graziosi favori, perché avendo dischiavacciato lo stipetto, dove tu eri solito di riporre il sudor delle tue fatiche, dice, non vi ha trovato che sole lire cinquanta, con le quali evidentemente, dice, non è possibile pagar la pigione di casa che scade il giorno quindici, saldare alcuni conti con parecchi fornitori di commestibili e farsi un modesto abito da lutto di assoluta necessità.
Indovinerai dalle frasi che ti ho trascritte chi ha dettato a tua moglie questa lettera: i graziosi favori, il dischiavacciato, il sudor delle tue fatiche non possono uscire che dalla bocca di tuo cognato...
cioè, no: verrebbe a essere di te cognato di tua moglie, è vero? il signor Postella, insomma, il quale - te ne avverto di passata - ha preso definitivamente domicilio in casa tua insieme con la sua metà, e dormono nella stessa camera in cui sei morto, in cui dormivamo tu e io.
Andiamo avanti.
La lettera mi annunziava, seguitando, alcuni disegni per l'avvenire: che tua moglie, cioè, spera, o almeno desidera, di trovar da lavorare in casa, o qualche dignitoso collocamento in una nobile famiglia, come lettrice o istitutrice, mettendo a profitto, dice, i preziosi ammaestramenti che tu le lasciasti in unica e cara eredità.
Ma non ti dar pensiero neanche di questo.
Finché ci sono qua io, sta' pur sicuro che non ne farà di nulla.
Intanto la lettera terminava con questa frase: «E fiducialmente La saluto!» - Fiducialmente! Dove va a pescarle le espressioni tuo cognato? Bada che è buffo sul serio!
E a proposito del dischiavacciato: la chiave dello stipetto dove l'hai lasciata? Non si è potuta trovare: e quel linguajo, lo vedi, ha dovuto ricorrere al dischiavacciamento.
Questi napoletani, quando parlano l'italiano...
Ma, chi sa! la troppa fretta d'aprire non gli avrà forse lasciato cercar bene e trovare la chiave...
Mi dispiace per lo stipetto, ch'era roba nostra in comune: lo stipetto di mia madre, una santa reliquia per me.
Basta.
Parliamo d'altro.
Questa notte la mia giacca, posata su la poltrona a piè del letto, d'accordo col lumino da notte relegato sul pavimento in un angolo della camera, s'è divertita a farmi provare un soprassalto, combinandomi uno scherzetto d'ombra.
Dopo aver dormito un pezzo con la faccia al muro, nel voltarmi mi sono mezzo svegliato e ho avuto la momentanea impressione che qualcuno fosse seduto su la poltrona.
Ho subito pensato a te.
Ma perché mi sono spaventato?
Ah se tu potessi veramente, anche come una fantasima, farti vedere da me, le notti; venire qua comunque a tenermi compagnia!
Ma già, potendo, tu te n'andresti da tua moglie, ingrato! Ella però ti chiuderebbe la porta in faccia, sai? o scapperebbe via dallo spavento.
E allora tu te ne verresti qua da me, per essere consolato; e io seduto come sono adesso davanti al tavolino, e tu di fronte a me, converseremmo insieme, come ai bei tempi...
Ti farei trovare ogni sera una buona tazza di caffè e tu, caffeista, giudicheresti se lo faccio meglio io, o tua moglie; la pipetta e il giornale.
Così te lo leggeresti da te il giornale; perché io, sai, non c'è verso: non ci resisto; mi ci sono provato tre volte e ho dovuto smettere subito.
Mi sono confortato pensando che se io, vivo, posso farne a meno, a più forte ragione potrai farne a meno tu, ormai, non è vero?
Dimmi di sì, ti prego.
Tornando questa mattina dal cimitero, mi son sentito chiamare per Via Nazionale:
- Signor Aversa! Signor Aversa!
Mi volto; il nipote del notajo Zanti, uno di quei giovanotti che tu (non so perché) chiamavi discinti.
Mi stringe la mano e mi dice:
- Quel povero signor Gerolamo! Che pena!
Chiudo gli occhi e sospiro.
E il giovinotto:
- Dica, signor Tommaso, e la moglie...
la vedova?
- Piange, poverina.
- Me l'immagino! Andrò oggi stesso a fare il mio dovere...
Molte visite di condoglianza riceverà tua moglie, Momino.
E se fosse brutta e vecchia? Nessuna.
Anche a costo di parer crudele, bisogna che io ti abitui a queste notizie.
Con l'andar del tempo, temo non debba dartene di assai peggiori.
La vita è trista, amico mio, e chi sa quali e quante amarezze ci riserba.
Mezzanotte.
Dormi in pace.
III.
Che buffoni, amico mio, che buffoni!
Sono venuti stamane a trovarmi il signor Postella e quella montagna di carne ch'egli ha il coraggio di chiamare la sua metà.
Sono venuti a trovarmi per chiarire, dice, la lettera che jeri mi scrisse tua moglie.
Capisci che fa tuo cognato? Prima scrive in quella razza di maniera, e poi viene a chiarire.
Basta...
L'intima e vera ragione della sua visita d'oggi però avrà pur bisogno, vedrai, d'esser chiarita meglio da una seconda visita, domani.
Io almeno non ho saputo vederci chiaro abbastanza.
M'è parso soltanto di dover capire che il signor Postella intende di far doppio giuoco e ho voluto metter subito le carte in tavola.
Veramente, prima l'ho lasciato dire e dire.
Plinio insegna che le donnole, innanzi che combattano con le serpi, si muniscono mangiando ruta.
Io fo meglio: mi munisco lasciando parlare il signor Postella; assorbisco il succo del suo discorso; poi lo mordo col suo stesso veleno.
Ah, se avessi visto come si mostrava afflitto della lettera di tua moglie: afflittissimo! E siccome non la finiva più, a un certo punto, per consolarlo, gli ho detto:
- Senta, caro signor Postella, lei ha non so se la disgrazia o la fortuna di possedere uno stile.
Dote rara! se la guardi! Dica un po', è forse pentito di quello che m'ha fatto scrivere jeri dalla moglie dell'amico mio?
Poveretto, non se l'aspettava.
Ha battuto per lo meno cento volte di seguito le palpebre, per quel tic nervoso che tu gli sai; poi col risolino scemo di chi non vuol capire e finge di non aver capito:
- Come come?
La moglie non ha detto nulla, ma per lei ha scricchiolato la seggiola su cui stava seduta.
- Sì, badi, - ho ripreso io, impassibile - non desidererei di meglio, signor mio.
E allora è venuta fuori la spiegazione, durante la quale ho molto ammirato Postella moglie, che pendeva dalle labbra del marito e approvava col capo quasi a ogni parola, lanciandomi di tanto in tanto qualche sguardo, come per dirmi:
«Ma sente come parla bene?»
Io non so se quel baccellone di piano abbia mai posseduto un cervello; certo è che ora, se lo ha, non lo tiene più in esercizio, tale e tanta fiducia ripone in quello del marito, che è uno, sì, ma basta, secondo lei, per tutti e due, e ne avanza.
Per farla breve, il signor Postella ha confermato d'averla scritta lui la lettera; ma, beninteso! per espresso incarico di tua moglie, che nel dolore, dice, al quale tuttavia è in preda, non sentendosi in grado, dice, di stenderla lei, gliene suggerì i termini.
Egli, il signor Postella, ne fu dolentissimo, ed ecco, me ne dava una prova con la sua visita d'oggi.
Dall'altro canto però ha voluto scusar tua moglie, e che la scusassi anch'io considerando le delicate ragioni, dice, che le avevano consigliato di farmi scrivere in quel modo.
E qui s'è chiarito un equivoco, o meglio, un malinteso.
Tua moglie, nel leggere la mia lettera - dove (promettendole che avrei continuato a far per lei quello che facevo per te) io avevo usato la frase contribuire alle spese di casa - ha capito, dice, ch'io volessi seguitare a vivere come per l'addietro, e cioè più a casa tua, che in queste tre stanzette mie...
Ma, nel dirmi questo, le palpebre del signor Postella parevano addirittura impazzite sotto il mio sguardo a mano a mano più sdegnoso e sprezzante.
Io non mi faccio ombra d'illusione su la natura dei sentimenti di tua moglie per me: le antipatie sono reciproche.
Ma non tua moglie, Momo, lui, lui, il signor Postella ha temuto invece che fosse mia intenzione seguitare nel solito andamento di vita, come se tu non fossi morto; guarda, ci metterei le mani sul fuoco.
E avrà persuaso tua moglie a scrivermi a quel modo, dandole a intendere che la gente, altrimenti, avrebbe potuto malignare su lei e su me.
Si è assicurato così, che nessuno verrà più a molestarlo in casa di tua moglie.
Ma d'altra parte, poi, ha temuto che io, nel vedermi messo alla porta, per risposta, avrei chiuso la bocca al mio sacchetto, e allora, capisci? è venuto tutto sorridente a farmi scuse e cerimonie, che vorrebbero essere uncini per tirarmi a pagare.
- Ma stia tranquillo, caro signor Postella! - gli ho detto.
- Stia tranquillo e rassicuri la signora, ch'io non verrò a disturbarla che assai di raro...
- E stavo per aggiungere: «Tanto per saperne dare qualche notizia a Momino».
Ma qui proteste calorosissime del signor Postella, alle quali ha stimato opportuno di partecipare anche la moglie, ma con la mimica soltanto, quasi per rafforzare e rendere più efficaci i gesti del piccolo marito, che d'ajuto di parole non aveva bisogno.
Nelle ore pomeridiane di oggi, mi sono poi recato a casa tua, per intendermi con tua moglie.
Che impressione, Momo, la tua casa senza di te! La nostra, la nostra casa, Momino, senza di noi! Quei mobili nostri lì, subito dopo l'entratina, nella sala da pranzo con la portafinestra che dà sul terrazzino...
Quella vecchia tavola massiccia, quadrata, che comperammo, Dio mio, trentadue anni fa in quella rivendita di mobili, per così poco...
A rivederla, Momino, adesso, sotto la lampada a sospensione con quel berrettone rosso di cartavelina con cui l'ha parata tua moglie per paralume (eleganze di donnette nuove, che, lo sai, mi diedero subito ai nervi, appena tua moglie le portò; perché poi, tra l'altro, bisognava accorgersi che erano una stonatura tra la ruvida semplicità d'una casa patriarcale come la nostra) - basta, che dicevo? Ah, quella tavola, a rivederla...
Il tuo posto...
Ci stava su Ragnetta, sai? E m'è parsa più magra, povera bestiolina! Le ho grattato un po' la testa, come facevi tu, dietro le orecchie.
Nel mezzo della tavola, intanto, sul tappeto ho visto che c'era il solito portafiori; e nel portafiori, garofani freschi.
Non ho potuto fare a meno di notarli, perché - capirai - in una casa da cui è uscito un morto appena otto giorni fa...
quei fiori freschi...
- Ma forse erano dei vasi del terrazzino.
Fatto sta, a ogni modo, che tua moglie ha potuto pensar di coglierli e di metterli lì, sulla tavola, e non davanti al tuo ritratto sul cassettone.
Basta.
Appena mi vide, uno scoppio di pianto.
Io ho avuto come un singhiozzo nella gola, e volentieri avrei dato un gran pugno in faccia al signor Postella che, additandomela, quasi facesse la spiegazione d'un fenomeno in un baraccone da fiera, ha esclamato:
- Così da otto giorni: non mangia, non dorme..
«E la lasci piangere, signor mio, finché ne ha la buona volontà!», m'è venuto quasi di gridargli.
Ora, io non nego che possa esser vera la notizia del signor Postella; ma perché ha voluto darmela? Ha forse avuto il sospetto ch'io non volessi credere? Dunque, può non esser vero? Oh Dio, come sono spesso imbecilli le persone scaltre.
- Non posso farle coraggio, cara Giulia, perché sono più sconsolato di lei, - ho detto a tua moglie.
- Pianga, pianga pure, giacché Lei ha codesto benedetto dono delle lagrime: Momo ne merita molte.
Ho sentito a questo punto un sospirone di tua cognata, che se ne stava con le mani intrecciate sul ventre, e mi sono interrotto per guardarla.
Ella ha guardato invece, con que' suoi occhi bovini, il marito, come per domandargli se aveva fatto male a sospirare e se stava in decretis.
- Perla d'uomo! - ha esclamato il signor Postella rispondendo allo sguardo della moglie e scrollando il capo.
- Perla d'uomo!
Di' grazie al signor Postella, Momino.
Non ho potuto dirglielo io, perché, non so, quella sua faccia, quei suoi modi mi mettono un tal prurito nelle mani, che, se dovessi fargli una carezza sento che lo schiaffeggerei voluttuosamente.
Egli se ne accorge e mi sorride.
Bella occupazione intanto, piangere e poter dire: «Non ho altro da fare!».
Ho pensato questo guardando tua moglie, mentre io, impedito dai sospiri e dalle esclamazioni dei coniugi Postella, non potevo più parlare di te e non sapevo che dire e rimanevo lì impacciato e stizzito.
Fui sul punto d'alzarmi e andarmene senza salutar nessuno; ma poi m'è sovvenuto lo scopo della visita, e ho detto senz'altro:
- Sono venuto, Giulia, per dirle che la sua lettera di jeri mi ha recato molto dispiacere.
Questa mattina suo cognato, in casa mia, mi ha spiegato il malinteso sorto a cagione d'una mia frase...
Il signor Postella, che aveva drizzato le orecchie, qui m'interruppe, battendo le palpebre.
- Prego, prego...
- O parla lei, o parlo io! - gli ho intimato, brusco.
- Oh, ma...
Parli lei...
- Dunque mi lasci dire.
Prima di tutto, lei, cara Giulia, non doveva ringraziarmi affatto, di nulla.
- Come no? - fece a questo punto tua moglie, senza levar gli occhi dal fazzoletto.
- Proprio così, - le ho risposto io.
- Son conti, Giulia, che ci faremo poi insieme Momo e io, nel mondo di là.
Lei sa che, tra me e lui, non ci fu mai né tuo né mio.
Non vedo la ragione d'un cambiamento, adesso.
Momo per me non è morto.
Lasciamo questo discorso.
Se poi a Lei fa dispiacere ch'io venga qualche volta a pregarla di valersi di me in tutte le sue opportunità, me lo dica francamente, che io...
- Ma che dice mai, signor Tommaso! - esclamò tua moglie, interrompendomi.
- Questa qui, lei lo sa bene, è casa sua; non è casa mia.
Mi venne fatto, non so perché, di guardare il signor Postella.
Egli aprì subito le braccia mostrandomi le palme delle mani e fece col capo una mossettina e sorrise come per confermare le parole di tua moglie.
Faccia tosta! Mi sarei alzato; l'avrei preso per il bavero della giacca; gli avrei detto: «È casa mia? ne conviene? mi faccia dunque il piacere di levarmisi dai piedi!».
La moglie se ne stava quatta, musando, come una botta.
- È la casa di Momo, - ho risposto a Giulia infine, sillabando.
- La casa di suo marito, non è mia.
- Ma se tutto qua appartiene a lei...
- Scusi, tutta quanta la casa non l'ha forse lasciata a lei, suo marito?
- Momo, - mi rispose tua moglie - non poteva lasciarmi ciò che non gli apparteneva.
- Come no? - ho esclamato io.
- Ma che va pensare lei adesso?
- Vuole che non ci pensi? Ma si metta un po' al posto mio...
Vede come sono rimasta?
- Scusi, se lei non vuole tener conto di me, della casa che è sua, dell'ottima compagnia che potranno tenerle tanto sua sorella quanto il suo signor cognato...
- Io la ringrazio, signor Tommaso, e me le dichiaro gratissima per tutta la vita.
Ma i suoi beneficii non posso più accettarli...
Ci pensi, e m'intenderà...
Per ora non mi sento in grado di dirle altro...
Ne riparleremo, se non le dispiace, un'altra volta.
Sono rimasto stordito, Momino, come se mi avessero dato una gran legnata tra capo e collo.
Tua moglie s'è alzata, ed è scappata via per nascondermi un nuovo scoppio di pianto.
Ho guardato il signor Postella, che mi ricambiò lo sguardo con aria di trionfo, come se volesse dire: «Vede che i termini della lettera erano proprio di lei?».
Poi ha chiuso gli occhi ed ha aperto di nuovo le braccia, ma con un'altra espressione, stringendosi nelle spalle, come per significare:
«È fatta così! Bisogna compatirla...»
Secondo sospirone di tua cognata.
Stavo per prendere il cappello e il parapioggia, quando il signor Postella con la mano mi fece segno d'attendere, misteriosamente.
Andò nella camera che è già divenuta sua e, poco dopo, ritornò con una scatolina in mano, nella quale ho veduto i tuoi tre anelli, l'orologio d'oro con la catena, due spille e la tabacchiera d'argento.
- Signor Aversa, se per caso volesse qualche ricordo dell'amico...
- Oh, grazie, non s'incomodi! - mi sono affrettato a dirgli.
- Caro signor Postella, non ne ho bisogno.
- Intendo benissimo...
Ma sa, siccome fa sempre piacere possedere qualche oggetto appartenuto a una persona cara, credo che...
- Grazie, grazie, no: vada a riporli, signor Postella.
- Se lo fa per Giulia, - ha insistito tuo cognato - le faccio notare che, essendo oggetti da uomo, credo che...
Guardi, prenda l'orologio...
- Ma se non vuol nulla!...
- si arrischiò di sospirare a questo punto Postella moglie.
- Tu non t'immischiare! - le diede subito su la voce il marito.
- Il signor Tommaso lo fa per cerimonia.
L'orologio solo, via...
se lo prenda...
- Permetti? - riprese con timidezza la moglie.
- Codesto orologio, Casimiro mio, al povero Momo lo aveva regalato appunto il signor Tommaso, quando tornò dal suo viaggio in Isvizzera...
- Ah sì? - fece il signor Postella rivolto a me, quasi con stupore, e mi parve che l'istinto predace gli sfavillasse negli occhi.
- Ah sì? Scusi, e allora mi spieghi: sente che rumore fa?
E m'è toccato, Momino, di spiegargli il congegno del tuo orologio automatico: il martelletto che balza col moto della persona e carica così la macchina senza bisogno d'altra corda, ecc.
ecc.
Ti risparmio le frasi ammirative del signor Postella.
L'orso sogna pere, Momino: e di qui a qualche mese (e forse meno) se per caso ti venisse in mente di saper che ora è, va' a domandarlo a tuo cognato, va'.
Ti avverto intanto che è mezzanotte, col mio.
IV.
Come ti senti, Momino?
Di' la verità: tu ti devi sentir male.
Abbiamo tratto oggi dal loculo N.
51 al Pincetto la tua cassa per allogarla definitivamente in una modesta tomba che ti ho fatto costruire a mie spese per rimediare al primo errore di tua moglie, e che spettacolo, Momino! che spettacolo! L'ho ancora davanti agli occhi e non me lo posso levare.
Dissero i portantini che non ne avevano veduto mai uno simile; e trattarono quella tua cassa come una cosa molto pericolosa, non solo per loro, ma anche per noi che assistevamo alla cerimonia, voglio dire tua moglie, io, e i coniugi Postella che erano venuti con lei.
Pericolosa, Momino, perché, sai? quella tua cassa di zinco s'era tutta così enormemente gonfiata e deformata, che da un momento all'altro, Dio liberi, avrebbe potuto scoppiare.
I portantini spiegarono naturalmente il fenomeno, attribuendolo cioè a uno straordinario sviluppo di gas.
Ma dalla fretta con cui il signor Postella accolse questa spiegazione per vincere lo sbigottimento da cui tutti a quella vista fummo invasi, mi sorse all'improvviso il sospetto che, oscuramente, dalla prima impressione di quella tua cassa così gonfiata un rimorso gli fosse nato, che non al gas, ma a ben altro si dovesse attribuire la causa di quella tua enorme gonfiatura.
E ti confesso che mi sentii rimordere anch'io Momino, per tutte le notizie che t'ho date.
Temetti veramente, che la presenza nostra ti potesse far dare da un istante all'altro, a non star zitti, una così formidabile sbuffata, da scagliarci addosso quella tua cassa squarciata in mille pezzi da ogni parte.
Ma queste notizie, amico mio, tu dovresti ormai sapere perché e con che cuore io te le do; e non essere come gli altri che s'ostinano a non volere intendere perché venga tanta crudele apparenza di riso a tutto ciò che mi scappa dalla bocca.
Come vuoi che faccia io, se mi diventa subito palese la frode che chiunque voglia vivere, solo perché vive, deve pur patire dalle proprie illusioni?
La frode è inevitabile, Momo, perché necessaria è l'illusione.
Necessaria la trappola che ciascuno deve, se vuol vivere, parare a se stesso.
I più non l'intendono.
E tu hai un bel gridare: - Bada! bada! - Chi se l'è parata, appunto perché se l'è parata, ci dà dentro, e poi si mette a piangere e a gridare ajuto.
Ora non ti pare che la crudeltà sia di questa beffa che fa a tutti la vita? E intanto dicono ch'è mia, solo perché io l'ho preveduta.
Ma posso mai fingere di non capire, come tanti fanno, la vera ragione per cui quello ora piange e grida ajuto, e mostrare d'esser cieco anch'io, quando l'ho preveduta?
Tu dici:
- L'hai preveduta, perché tu non senti nulla!
Ma come e che potrei vedere e prevedere veramente, se non sentissi nulla, Momino? E come aver questo riso che par tanto crudele? Questa crudeltà di riso, anzi, tanto più è sincera, quanto e dove più sembra voluta, perché appunto strazia prima degli altri me stesso là dove esteriormente si scopre come un giuoco ch'io voglia fare, crudele.
Parlando a te così, per esempio, di tutte queste amarezze, che dovrebbero esser tue, e sono invece mie.
Sai, poverina? era molto contenta però, oggi, tua moglie, e me lo diceva ritornando dal Verano, di saperti collocato bene ora, secondo i tuoi meriti in una tomba pulita, nuova e tutta per te.
L'ho accompagnata fino al portone di casa, poi, dopo il tramonto, mi sono recato a passeggiare lungo la riva destra del Tevere oltre il recinto militare, in prossimità del Poligono.
E qua ho assistito a una scenetta commovente, o che m'ha commosso per la speciale disposizione di spirito in cui mi trovavo.
Per la vasta pianura, che serve da campo d'esercitazione alle milizie, una coppia di cavalli lasciati in libertà si spassavano a rincorrere un loro puledretto vivacissimo, il quale, springando di qua e di là e facendo mille sgambetti e giravolte, dimostrava di prender tanta allegrezza di quel giuoco.
E anche il padre e la madre pareva che da tutto quel grazioso tripudio del figlio si sentissero d'un tratto ritornati giovani e in quel momento d'illusione si obliassero.
Ma poco dopo, d'un tratto, come se nella corsa un'ombra fosse passata loro davanti, s'impuntarono, scossero più volte, sbruffando, la testa e, stanchi e tardi, col collo basso andarono a sdrajarsi poco discosto.
Invano il figlio cercò di scuoterli, di aizzarli novamente alla corsa e al gioco; rimasero lì serii e gravi, come sotto il peso d'una grande malinconia; e uno, che doveva essere il padre, scrollando lentamente la testa alle tentazioni del puledrino, mi parve che con quel gesto volesse significargli: «Figlio, tu non sai ciò che t'aspetta...»
L'ombra già calata su la vasta pianura, faceva apparir fosco nell'ultima luce Monte Mario col cimiero dei cupi cipressi ritti nel cielo denso di vapori cinerulei, dai quali per uno squarcio in alto la luna assommava come una bolla.
Cattivo tempo, domani, Momino!
Eh, comincia a far freddo, e ho bisogno d'un soprabito nuovo e d'un nuovo parapioggia.
Ho preso l'abitudine, sai? di stare ogni notte a guardare a lungo il cielo.
Penso: «Qualcosa di Momino forse sarà ancora per aria, sperduta qua in mezzo ai nuovi misteriosi spettacoli che gli saranno aperti davanti».
Perché sono nell'idea che c'è chi muore maturo per un'altra vita e chi no, e che quelli che non han saputo maturarsi su la terra siano condannati a tornarci, finché non avranno trovata la via d'uscita.
Tu, per tanti rispetti, t'eri ben maturato per un'altra vita superiore; ma poi, all'ultimo, volesti commettere la bestialità di prender moglie, e vedrai che ti faranno tornare soltanto per questo.
Neanch'io, per dir la verità, mi sento maturo per un'altra vita.
Ahimè, per maturarmi bene, dovrei, con questo stomacuccio di taffetà che mi son fatto, digerir tante cose, che non riesco neppure a mandar giù: quel tuo signor Postella, per esempio!
Quanto mi piacerebbe, se ci facessero tornare tutti e due insieme! Sono sicuro che, pur non avendo memoria della nostra vita anteriore, noi ci cercheremmo su la terra e saremmo amici come prima.
Non rammento più dov'abbia letto d'una antica credenza detta del Grande Anno, che la vita cioè debba riprodursi identica fin nei menomi particolari, dopo trenta mil'anni, con gli stessi uomini, nelle medesime condizioni d'esistenza, soggetti alla stessa sorte di prima, e non solo dotati dei sentimenti d'una volta, ma anche vestiti degli stessi panni: riproduzione, insomma, perfetta.
Sarei propenso a immaginare tal credenza abbia avuto origine dal sogno di due esseri felici; ma poi non riesco a spiegarmi perché essi abbiano voluto assegnare un periodo così lungo al ritorno della loro felicità.
Certo l'idea non poteva venire in mente a un disgraziato; e forse a nessuno oggi al mondo farebbe piacere la certezza che di qui a trenta mil'anni si ripeterà questa bella fantocciata dell'esistenza nostra.
Il forte è morire.
Morto, credo che nessuno vorrebbe rinascere.
Che ne dici, Momino? Ah, tu già: ci hai qua tua moglie; me ne dimenticavo.
Bisogna sempre parlare per conto proprio, a questo mondaccio.
...Mentre scrivo, in un bicchier d'acqua sul tavolino è caduto un insetto schifoso, esile, dalle ali piatte, a sei piedi, dei quali gli ultimi due lunghi, finissimi, atti a springare.
Mi diverto a vederlo nuotare come un disperato, e osservo con ammirazione quanta fiducia esso serbi nell'agile virtù di que' due suoi piedi.
Morrà certo ostinandosi a credere che essi sono ben capaci di springare anche sul liquido, ma che intanto qualcosina attaccata alle estremità gl'impicci nel salto; difatti, riuscendo vano ogni sforzo, coi piè davanti, nettandoli vivacemente, cerca distrigarsene.
Lo salvo, Momino, sì o no?
Se lo salvo, esso senza dubbio ne darà merito ai suoi piedi: affoghi dunque! E se invece fosse una graziosa farfallina rassegnata a morire? L'avrei tratta fuori da un pezzo, accuratamente...
Oh carità umana corrotta dall'estetica!
Ecco, o insetto infelice, il salvataggio: caccio la punta di questa penna nell'acqua, poi ti farò asciugare un po' al calore del lume e infine ti metterò fuori della finestra.
Ma l'acqua in cui sei caduto, se permetti, non la berrò.
E di qui a poco tu, attirato novamente dal lume, forse rientrerai nella stanza e verrai a punzecchiarmi con la piccola proboscide velenosa.
Ognuno fa il suo mestiere nella vita: io, quello del galantuomo, e t'ho salvato.
Addio!
Notte serena.
Mi trattengo un po' alla finestra a contemplare le stelle sfavillanti.
Zrì, di tratto in tratto.
È un pipistrello invisibile, che svola curioso, qui, davanti al vano luminoso aperto nel bujo della piazza deserta.
Zrì: e par che mi domandi: «Che fai?»
- Scrivo a un morto, amico pipistrello! E tu che fai? Che cosa è mai codesta tua vita nottambula? Svoli, e non lo sai; come io, del resto, non so che cosa sia la mia; io che pure so tante cose, le quali in fondo non mi hanno reso altro servizio che quello di crescere innanzi a gli occhi miei, alla mia mente, il mistero, ingrandendomelo con le cognizioni della pretesa scienza: bel servizio davvero!
Che diresti tu, amico pipistrello, se a un tuo simile venisse in mente di scoprire un apparecchio da aggiustarti sotto le ali per farti volare più alto e più presto? Forse dapprima ti piacerebbe, ma, e poi?
Quel che importa non è volare più presto o più piano, più alto o più basso, ma sapere perché si vola.
E perché dovrebbe affrettarsi la tartaruga condannata a vivere una lunghissima vita?
Nelle nostre favole intanto chiamiamo tarda e pigra la tartaruga, la quale, per aver tanto tempo davanti a sé, non si dà nessuna fretta, e chiamiamo pauroso il coniglio che al primo vederci scappa via.
Ma se ai topi di campagna, ai grilli, alle lucertole, agli uccelli, noi domandassimo notizia del coniglio, chi sa che cosa ci risponderebbero, non certo però, che sia una bestia paurosa.
O che forse pretenderebbero gli uomini che, al loro cospetto, il coniglio si rizzasse su due piedi e movesse loro incontro per farsi prendere e uccidere? Meno male che il coni