L'UOMO SOLO, di Luigi Pirandello - pagina 3
...
.
- Uh...
uh...
uh...
l'Italia!...
hanno fatto l'Italia...
che bella cosa, uh, l'Italia...
ponti e strade...
uh...
illuminazione...
esercito e marina...
uh...
uh...
uh...
istruzione obbligatoria...
e se voglio restar somaro? nossignore! istruzione obbligatoria...
tasse! e Piccarone paga...
Pagava poco o nulla, veramente, a furia di sottilissimi cavilli, che stancavano ed esasperavano la pazienza più esercitata.
Concludeva sempre così:
- Che c'entro io? Le ferrovie? Non viaggio.
L'illuminazione? Non esco di sera.
Non pretendo nulla io; grazie; non voglio nulla.
Un po' d'aria soltanto, per respirare.
L'avete fatta anche voi, l'aria? Debbo pagare anche l'aria che respiro?
S'era infatti appartato in quella sua villetta, ritirato dalla professione, che pure fino a pochi anni addietro gli aveva dato lauti guadagni.
Ne doveva aver messi da parte parecchi.
A chi li avrebbe lasciati, alla sua morte? Non aveva parenti, né prossimi né lontani.
E i biglietti di banca magari, sì, avrebbe potuto portarseli giù con sé, in quella bella cassa da morto che s'era fatta riporre.
Ma la villetta? e il podere laggiù al Cannatello?
Quando Dolcemàscolo, in compagnia de' due contadini, si fece innanzi al cancello, Turco, il canaccio di guardia, come se avesse compreso che l'oste veniva per lui, si fogò furibondo contro le sbarre.
Il vecchio servo accorso non fu buono a trattenerlo e allontanarlo.
Bisognò che Piccarone, il quale se ne stava a leggere nel chiosco in mezzo al giardinetto, lo chiamasse col fischio e lo tenesse poi agguantato per il collare, finché il servo non venne a incatenarlo.
Dolcemàscolo, che la sapeva lunga, s'era vestito di domenica e, bello raso, tra quei due poveri contadini che ritornavano stanchi e cretosi dal lavoro, appariva più del solito prosperoso e signorile, con un certo viso latte e rosa, ch'era una bellezza a vedere, e la simpatia di quel porretto peloso sulla guancia destra, presso la bocca, arricciolato.
Entrò nel chiosco esclamando, con finta ammirazione:
- Gran bel cane! Gran bella bestia! Che guardia! Vale tant'oro quanto pesa.
Piccarone, con le ciglia aggrottate e gli occhi socchiusi, grugnì più volte, assentendo col capo a quegli elogi; poi disse:
- Che volete? Sedete.
E indicò gli sgabelletti di ferro, disposti giro giro nel chiosco.
Dolcemàscolo ne trasse uno avanti, presso la tavola, dicendo ai due contadini:
- Sedete là, voi.
Vengo da Vossignoria, uomo di legge, per un parere.
Piccarone aprì gli occhi.
- Non faccio più l'avvocato, caro mio, da tanto tempo.
- Lo so, - s'affrettò a soggiungere Dolcemàscolo.
- Vossignoria però è uomo di legge antico.
E mio padre, sant'anima, mi diceva sempre: «Segui gli antichi, figlio mio!».
So poi quant'era coscienzioso Vossignoria nella professione.
Dei giovani avvocatucci d'oggi poco mi fido.
Non voglio attaccar lite con nessuno, badi! Fossi matto...
Sono venuto qua per un semplice parere, che Vossignoria solo mi può dare.
Piccarone richiuse gli occhi:
- Parla, t'ascolto.
- Vossignoria sa, - cominciò Dolcemàscolo.
Ma Piccarone ebbe uno scatto e uno sbuffo:
- Uh, quante cose so io! Quante ne sai tu! So, so, sa...
E vieni al caso, caro mio!
Dolcemàscolo rimase un po' male; tuttavia sorrise e ricominciò:
- Sissignore.
Volevo dire che Vossignoria sa che ho sullo stradone una trattoria...
- Del Cacciatore, sì: ci sono passato tante volte.
- Andando al Cannatello, già.
E avrà veduto allora certamente che su lo sporto, sotto la pergola, tengo sempre esposta un po' di roba: pane, frutta, qualche presciutto.
Piccarone accennò di sì col capo, poi aggiunse misteriosamente:
- Veduto e sentito anche, qualche volta.
- Sentito?
- Che sanno di rena, figliuolo.
Capirai, la polvere dello stradone...
Basta, vieni al caso.
- Ecco, sissignore, - rispose Dolcemàscolo, ingollando.
- Poniamo che io su lo sporto tenga esposta un po' di...
salsiccia, putacaso.
Ora, Vossignoria...
forse questo...
già!...
stavo per dire di nuovo...
ma è un mio vezzo...
Vossignoria forse non lo sa, ma di questi giorni abbiamo il passo delle quaglie.
Dunque, per lo stradone, cacciatori, cani, continuamente.
Vengo, vengo al caso! Passa un cane, signor Cavaliere, spicca un salto e m'afferra la salsiccia dallo sporto.
- Un cane?
- Sissignore.
Io mi precipito dietro, e con me questi due poveracci ch'erano entrati nella bottega per comperarsi un po' di companatico prima di recarsi in campagna, al lavoro.
È vero, sì o no? Corriamo tutti e tre insieme, appresso al cane; ma non riusciamo a raggiungerlo.
Del resto, anche a raggiungerlo, Vossignoria mi dica che avrei potuto farmene più di quella salsiccia addentata e strascinata per tutto lo stradone...
Inutile raccattarla! Ma io riconosco il cane; so a chi appartiene.
- U...
un momento, - interruppe a questo punto Piccarone.
- Non c'era il padrone?
- Nossignore! - rispose subito Dolcemàscolo.
- Tra quei cacciatori là non c'era.
Si vede che il cane era scappato di casa.
Bestie da fiuto, capirà, sentono la caccia, soffrono a star chiusi: scappano.
Basta.
So, come le ho detto, a chi appartiene il cane; lo sanno anche questi due amici miei, presenti al furto.
Ora Vossignoria, uomo di legge, mi deve dire semplicemente se il padrone del cane è tenuto a risarcirmi del danno, ecco!
Piccarone non pose tempo a rispondere:
- Sicuro che è tenuto, figliuolo.
Dolcemàscolo balzò dalla gioja, ma subito si contenne; si volse a' due contadini:
- Avete sentito? Il signor avvocato dice che il padrone del cane è tenuto a risarcirmi del danno.
- Tenutissimo, tenutissimo, - raffermò Piccarone.
- T'avevano detto forse di no?
- Nossignore, - rispose Dolcemàscolo gongolante, giungendo le mani.
- Ma Vossignoria mi deve perdonare se, da povero ignorante come sono, ho fatto debolmente un giro così lungo per venirle a dire che Vossignoria deve pagarmi la salsiccia, perché il cane che me l'ha rubata è proprio il suo, Turco.
Piccarone stette un pezzo a guardare Dolcemàscolo come allocchito; poi, tutt'a un tratto, abbassò gli occhi e si mise a leggere nel libraccio che teneva aperto su la tavola.
I due contadini si guardarono negli occhi; Dolcemàscolo alzò una mano per far loro cenno di non fiatare.
Piccarone, fingendo tuttavia di leggere, si grattò il mento con una mano, grugnì, disse:
- Dunque Turco è stato?
- Glielo posso giurare, signor Cavaliere! - esclamò Dolcemàscolo, alzandosi in piedi e incrociando le mani sul petto per dar solennità al giuramento.
- E sei venuto qua, - riprese, cupo e calmo, Piccarone, - con due testimoni, eh?
- Nossignore! - negò subito Dolcemàscolo.
- Per il caso che Vossignoria non avesse voluto credere alle mie parole.
- Ah, per questo? - borbottò Piccarone.
- Ma io ti credo, caro mio.
Siedi.
Sei un gran dabbenuomo.
Ti credo e ti pago.
Godo fama di mal pagatore, eh?
- Chi lo dice, signor Cavaliere?
- Tutti lo dicono! E lo credi anche tu, va' là.
Due...
uh...
due testimoni...
- Per la verità, tanto per lei, quanto per me!
- Bravo, sì: tanto per me, quanto per te; dici bene.
Le tasse ingiuste, caro mio, non voglio pagare; ma quel ch'è giusto, sì, lo pago volentieri; l'ho sempre pagato.
Turco t'ha rubato la salsiccia? Dimmi quant'è e te la pago.
Dolcemàscolo, venuto con la prevenzione di dover combattere chi sa che battaglia contro i cavilli e le insidie di quel vecchio rospo, di fronte a tanta remissione, s'abbiosciò a un tratto, mortificato.
- Una sciocchezza, signor Cavaliere, - disse.
- Saranno stati una ventina di rocchi, poco più poco meno.
Non mette quasi conto di parlarne.
- No no, - rispose Piccarone, fermo.
- Dimmi quant'è: te la devo e te la voglio pagare.
Subito, figliuolo mio! Tu lavori; hai patito un danno; devi essere risarcito.
Quant'è?
Dolcemàscolo si strinse nelle spalle, sorrise e disse:
- Venti rocchi di quei grossi...
due chili...
a una lira e venti il chilo...
- Così a poco la vendi? - domandò Piccarone.
- Capirà, - rispose Dolcemàscolo, tutto miele.
- Vossignoria non l'ha mangiata.
Gliela faccio pagare (non vorrei...) gliela faccio pagare per quanto costa a me.
- Nient'affatto! - negò Piccarone.
- Se non l'ho mangiata io, l'ha mangiata il mio cane.
Dunque, si dice...
a occhio, due chili.
Va bene a due lire il chilo?
- Faccia come crede.
- Quattro lire.
Benone.
Ora dimmi un po', figliuolo mio: venticinque meno quattro, quanto fanno? Ventuno, se non m'inganno.
Bene.
Mi dai ventuna lira e non ne parliamo più.
Dolcemàscolo, lì per lì, credette d'aver inteso male.
- Come dice?
- Ventuna lira, - ripeté placido Piccarone.
- Qua ci sono due testimoni, per la verità, tanto per me, quanto per te, va bene? Tu sei venuto da me per un parere.
Ora, io, i pareri, figliuolo mio, i consulti legali, li faccio pagare venticinque lire.
Tariffa.
Quattro te ne devo di salsicce; dammene ventuna, e non se ne parli più.
Dolcemàscolo lo guardò in faccia, perplesso, se ridere o piangere, non volendo credere che dicesse sul serio e parendogli tuttavia che non scherzasse.
- Io a...
a lei? - balbettò.
- Mi par chiaro, figliuolo, - spiegò Piccarone.
- Tu fai l'oste; io, debolmente, l'avvocato.
Ora, come io non nego il tuo diritto al risarcimento, così tu non negherai il mio per i lumi che m'hai chiesti e che t'ho dati.
Adesso sai che se un cane ti ruba la salsiccia, il padrone del cane è tenuto a fartene indenne.
Lo sapevi prima? No! Le cognizioni si pagano, caro mio.
Ho penato e speso tanto io per apprenderle! Credi che ti faccia celia?
- Ma sissignore! - confessò Dolcemàscolo con le lagrime in pelle, aprendo le braccia.
- Io le abbono le salsicce, signor Cavaliere: sono un povero ignorante; mi perdoni, e non ne parliamo più davvero.
- Ah no, ah no, caro mio! - esclamò Piccarone.
- Non abbono niente io.
Il diritto è diritto, tanto per te quanto per me.
Pago io, pago, voglio pagare.
Pagare ed esser pagato.
Stavo qua a studiare, come vedi; m'hai fatto perdere un'ora di tempo.
Ventuna lira.
Tariffa.
Se non ne sei ben persuaso, da' ascolto a me, caro: va' da un altro avvocato a domandare se mi spetti o no questo compenso.
Ti do tre giorni.
Se in capo al terzo giorno non mi avrai pagato, sta' pur sicuro, figliuolo mio, che ti cito.
- Ma signor Cavaliere! - scongiurò di nuovo Dolcemàscolo a mani giunte, alterandosi però in volto improvvisamente.
Piccarone alzò il mento, alzò le mani:
- Non sento ragioni.
Ti cito!
Dolcemàscolo allora perdette il lume degli occhi.
L'ira lo acciuffò.
Che era il danno? Niente.
Alle beffe pensò, che avrebbe avute, che già indovinava guardando le facce allegre di quei due contadini: lui che si credeva tanto scaltro, lui che s'era impegnato di spuntarla e già aveva quasi toccato con mano la vittoria.
Tale impeto gli diede il vedersi preso, ora, quando meno se l'aspettava, nella sua stessa ragna, che si trovò d'un tratto mutato in bestia feroce.
- Ah, perciò, - disse, accostandoglisi, con le mani levate e contratte, - perciò è così ladro il suo cane? L'ha addottorato lei!
Piccarone si levò in piedi, torbido, levò un braccio:
- Esci fuori! Risponderai anche d'ingiurie a un galantuomo che...
- Galantuomo? - ruggì Dolcemàscolo, afferrandogli quel braccio e scotendoglielo furiosamente.
I due contadini si precipitarono per trattenerlo; ma tutt'a un tratto, che è che non è, il vecchio si abbandonò appeso inerte per quel braccio alle mani violente di Dolcemàscolo.
E come questi, allibito, le aprì, cascò prima a sedere su lo sgabello, traboccò poi da un lato e rotolò per terra giù tutto in un fascio.
Di fronte al terrore de' due contadini, Dolcemàscolo contrasse il volto, come per uno spasimo di riso.
O che? Non lo aveva nemmeno toccato.
Quelli si chinarono sul giacente, gli mossero un braccio.
- Scappate...
scappate...
Dolcemàscolo li guardò entrambi, come inebetito.
Scappare?
S'intese, in quel punto, cigolare una banda del cancello, e si vide la cassa da morto, che il vecchio aveva fatto riporre per sé, entrare in trionfo su le spalle di due portantini ansanti, quasi chiamati lì per lì, al bisogno.
A tale apparizione restarono tutti come basiti.
Dolcemàscolo non pensò che Nocio Pàmpina, detto Sacramento, dopo la visita e l'osservazione dell'assessore, si fosse affrettato a mettersi in regola, rimandando a destino quella cassa; ma si ricordò in un lampo di ciò che il Mèndola aveva detto la mattina, là, nella trattoria; e, all'improvviso, in quella cassa vuota che aspettava e sopravveniva ora al punto giusto come chiamata misteriosamente, vide il destino, il destino che s'era servito di lui, della sua mano.
S'afferrò la testa e si mise a gridare:
- Eccola! Eccola! Questa lo chiamava! Siatemi tutti testimoni che non l'ho nemmeno toccato! Questa lo chiamava! L'aveva fatta metter da parte per sé! Ed eccola qua che viene, perché doveva morire!
E prendendo per le braccia i due portantini per scuoterli dallo stupore:
- Non è vero? Non è vero? Ditelo voi!
Ma non erano per nulla stupiti, quei due portantini.
Da che avevano portata appunto quella cassa da morto, era per loro la cosa più naturale del mondo che trovassero morto l'avvocato Piccarone.
Si strinsero nelle spalle, e:
- Ma sì, - dissero, - eccoci qua.
IL TRENO HA FISCHIATO...
Farneticava.
Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d'ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l'annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
- Frenesia, frenesia.
- Encefalite.
- Infiammazione della membrana.
- Febbre cerebrale.
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
- Morrà? Impazzirà?
- Mah!
- Morire, pare di no...
- Ma che dice? che dice?
- Sempre la stessa cosa.
Farnetica...
- Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s'era fieramente ribellato al suo capo-ufficio, e che poi, all'aspra riprensione di questo, per poco non gli s'era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d'una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto...
sì, chi l'aveva definito così? Uno dei suoi compagni d'ufficio.
Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz'altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri-mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo.
Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po', a fargli almeno almeno drizzare un po' le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio.
Niente! S'era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com'era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d'una improvvisa alienazione mentale.
Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo-ufficio.
Già s'era presentato, la mattina, con un'aria insolita, nuova; e - cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d'una montagna - era venuto con più di mezz'ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt'a un tratto, gli si fosse allargato.
Pareva che i paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d'improvviso all'intorno lo spettacolo della vita.
Pareva che gli orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d'una ilarità vaga e piena di stordimento, s'era presentato all'ufficio.
E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
- E come mai? Che hai combinato tutt'oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un'aria d'impudenza, aprendo le mani.
- Che significa? - aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo.
- Ohé, Belluca!
- Niente, - aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d'impudenza e d'imbecillità su le labbra.
- Il treno, signor Cavaliere.
- Il treno? Che treno?
- Ha fischiato.
- Ma che diavolo dici?
- Stanotte, signor Cavaliere.
Ha fischiato.
L'ho sentito fischiare...
- Il treno?
- Sissignore.
E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia...
oppure oppure...
nelle foreste del Congo...
Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo-ufficio - che quella sera doveva essere di malumore - urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s'era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch'egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all'ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno.
Ne imitava il fischio.
Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato.
E, subito dopo, soggiungeva:
- Si parte, si parte...
Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi.
Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d'un bambino o d'un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra.
Cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s'era mai occupato d'altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria.
Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola.
Cose, ripeto, inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell'improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore.
Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
- Belluca, signori, non è impazzito.
State sicuri che non è impazzito.
Qualche cosa dev'essergli accaduta; ma naturalissima.
Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest'uomo ha vissuto finora.
Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò veduto e avrò parlato con lui.
Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile", la cosa più ovvia, l'incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell'uomo è "impossibile".
Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara.
Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa.
Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima.»
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l'altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt'e tre volevano esser servite.
Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva.
Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare.
E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno.
Era, sì, ancora esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto.
Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
- Magari! - diceva.
- Magari!
Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito.
E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava...
Firenze, Bologna, Torino, Venezia...
tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra.
Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!.
E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino.
Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria...
Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito.
L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari...
Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo.
C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente.
Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti...
Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così...
c'erano gli oceani...
le foreste...
E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto.
S'era ubriacato.
Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma.
A poco a poco, si sarebbe ricomposto.
Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria.
Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia...
oppure oppure...
nelle foreste del Congo:
- Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio.
Ora che il treno ha fischiato...
ZIA MICHELINA
Quando il vecchio Marruca morì, il nipote - Marruchino come lo chiamavano - aveva circa vent'anni, e stava per partire soldato.
Cappellone, un due, povero Marruchino!
Senza figli del primo letto, lo zio gli s'era tanto affezionato che, rimasto vedovo, non aveva voluto ridarlo al fratello, di cui era figliuolo; anzi proprio per lui ancora in tenera età e bisognoso di cure materne, aveva, benché anziano, ripreso moglie.
Sapeva che non avrebbe avuto mai figliuoli da parte sua; robusto però e ben piantato come un albero da ombra e non da frutto, aveva sempre tenuto a dimostrare che, se frutti non ne dava, questo non dipendeva da scarso vigore.
Ragion per cui s'era scelta giovanissima la nuova sposa.
E della scelta non s'era pentito.
Zia Michelina, di sangue placido, d'indole mite, subito s'era sentita a posto in quella casa di contadini arricchiti, ove tutto odorava delle abbondanti quotidiane provviste della campagna lontana e tutto aveva la solida quadratura dell'antica vita patriarcale.
S'era mostrata paga del marito, pur di tant'anni maggiore di lei, e amorosissima del nipotino.
Ora questo nipotino - eccolo qua - era cresciuto, aveva vent'anni.
E lei che non ne aveva ancora quaranta, si considerava già vecchia.
Piansero molto, l'una e l'altro, quella il marito e questi lo zio; il quale, da quel brav'uomo pieno di senno ch'era sempre stato, aveva nel testamento disposto che la proprietà più che modesta dei beni (case e poderi) andasse al nipote, e intero alla moglie l'usufrutto, vita natural durante.
A patto, s'intende, che non avesse ripreso marito.
Marruchino (si chiamava veramente Simonello) partì per servir la patria con gli occhi ancora rossi di pianto.
Un po' per quel servizio alla patria, un po' per lo zio.
Come una buona mamma, zia Michelina gli fece coraggio; gli raccomandò di pensar sempre a lei, e che le scrivesse appena aveva bisogno di qualche cosa, subito, che subito lei si sarebbe data cura di contentarlo in tutto; lei che restava sola, amara lei! a custodirgli per suo conforto la cameretta, il lettino, la guardaroba e ogni cosa, così come la lasciava.
Partito Marruchino, si diede tutta al governo dei poderi e delle case, come un uomo.
Negli ultimi tempi, non potendo più lo zio a causa dell'età, vi aveva atteso lui Marruchino, tolto presto dalle scuole, non perché fosse privo d'ingegno, ma anzi - a giudizio dello zio - perché ne aveva troppo.
Difatti, non c'era stato mai verso di fargli intendere che gli potesse recar vantaggio il sapere che cosa gli altri uomini avevano fatto, fin dal tempo dei tempi, sulla faccia della terra.
Marruchino sapeva bene che cosa vi avrebbe fatto lui.
Perché immischiarsi nei fatti degli altri? Le altre parti del mondo? Quali? L'America? Non ci sarebbe mai andato.
L'Africa? L'Asia? Le montagne che c'erano? i fiumi, i laghi, le città? Ma a lui bastava conoscer bene il pezzetto di terra in cui Dio aveva voluto farlo nascere!
Più ingegno di così?
Le lettere che ora mandava dal reggimento erano l'unico conforto di zia Michelina, quantunque, attraverso lo stento che le costava il decifrarle, le apparisse sempre più manifesto da esse, che Marruchino al reggimento aveva perduto del tutto quel battagliero buonumore con cui fin da ragazzo s'era coraggiosamente difeso, ribellandosi a una soverchia istruzione.
Non si diceva intristito per la durezza della vita militare o per la lontananza dai luoghi cari, dalle persone care: tutt'altro! diceva anzi che voleva rinnovar la ferma e non ritornare mai più in paese, per una certa disperazione che gli era entrata nell'anima.
Disperazione? Che disperazione?
Più volte la zia lo pregò, lo scongiurò di confidargliela; Marruchino rispose sempre che non poteva; che non sapeva.
Eh, innamorato, certo...
Ci voleva poco a intenderlo.
Qualche passionaccia contrastata.
Ragazzaccio! Bisognava mandargli danaro, molto danaro, perché si distraesse.
Con grande stupore zia Michelina si vide rimandare indietro il danaro, accompagnato da una protesta furiosa: ch'egli non voleva questo; ch'egli voleva esser capito, capito, capito.
Smarrita, stordita, zia Michelina stava a domandarsi ancora che cosa dovesse capire, quando, improvvisamente, ecco Marruchino piombarle in casa, in licenza.
Restò, nel vederselo davanti così cangiato, che quasi non pareva più lui.
Magro, tutto occhi, come roso dentro da un verme che non gli desse requie.
- Io? Che cosa? Che vuoi da me? Che debbo capire?
Quante più carezze gli prodigò, tanto più furioso divenne.
Alla fine, come un forsennato, se ne scappò via a passar gli ultimi giorni della licenza in uno dei poderi più lontani dal paese.
Nel vederlo scappar via così, ripensando al modo con cui la aveva guardata sottraendosi alle sue premure materne, alle sue carezze, zia Michelina si vide a un tratto assalire da un sospetto che le fece orrore; cadde a sedere su una seggiola, e rimase lì per un pezzo, pallida, con gli occhi sbarrati, a grattarsi con le dita la fronte:
- Possibile? Possibile?
Non osò mandare nessuno a prender notizie di lui, al podere.
Pochi giorni dopo, un contadino venne a ritirar la valigia e il cappotto di soldato e ad annunziare che il padroncino partiva il giorno dopo, perché la licenza era spirata.
Zia Michelina guardò a lungo in faccia quel contadino, come intronata.
Partiva, senza neanche venire a salutarla? Ebbene, sì; forse meglio così.
E per quel contadino gli mandò una buona sommetta di danaro e la sua «materna» benedizione.
Quattro giorni dopo, venne alla casa di zia Michelina il cognato, padre di Marruchino, che dal giorno della morte del fratello non s'era più fatto vedere, a causa del testamento.
- Cara comare...
cara comare...
«Comare» la chiamava e non cognata, perché l'altra, la prima moglie del fratello, aveva tenuto a battesimo Marruchino.
Non era una buona ragione; ma, avendo sempre chiamato compare il fratello per via di quel battesimo, credeva di dover chiamare comare anche la seconda cognata.
- Cara comare...
E aveva negli occhi e sulle labbra un sorrisetto ambiguo, impacciato.
Calvo, secco, coriaceo, non somigliava affatto, né al fratello, né al figliuolo.
Vedovo da molti anni, rozzo eppure astuto, sudicio e malvestito per avarizia, parlava senza mai guardare in faccia.
- Abbiamo Simonello furioso...
Eh, cara comare, brutto guajo, brutto guajo, l'amore!
- Ah, dunque innamorato? - esclamò zia Michelina.
- Benedetto figliuolo! L'ho tanto pregato, scongiurato di dirmi che cosa avesse; di dirlo alla mamma sua, che avrei fatto di tutto per contentarlo.
Voi lo sapete, cognato! L'ho trovato qua di due anni, orfano di madre, e l'ho allevato io, come se fosse mio.
- Eh...
eh...
eh...
- cominciò a fare il cognato, dimenando il capo, dimenandosi tutto sulla seggiola, sempre con quel sorrisetto ambiguo negli occhi e sulle labbra.
- È appunto questo il guajo, cara comare! appunto questo!
- Questo? Perché? Che dite?
Il cognato, in luogo di rispondere, uscì in una domanda curiosa:
- Vi siete mai guardata allo specchio, cara comare?
Zia Michelina si sentì riassalire improvvisamente dall'orrore di quel primo sospetto.
Ma misto di schifo, questa volta.
Scattò in piedi.
- Mio figlio? - gli gridò.
- Pensare una cosa simile, mio figlio? per me? Gliel'avrete messo in mente voi, demoniaccio tentatore! voi che non vi siete dato mai pace per quel maledetto testamento! Ho saputo tutto, m'hanno riferito tutto; l'avete gridato ai quattro venti che non è stato giusto, perché posso vivere ancora trenta e più anni, io; e che vostro figlio potrebbe anche morire prima ch'io gli lasciassi l'usufrutto della proprietà; e che la proprietà lo zio gliel'ha lasciata solo per guardarla da lontano; e che dovrà aspettare d'esser vecchio per potersi dire veramente padrone.
O demoniaccio, e che credete? ch'io avrei lasciato il mio figliuolo così, ad aspettare, a sospirare la mia morte? Io, io stessa, appena ritornato, gli avrei detto: «Simonello mio, scegliti una buona compagna; portala qui; tu sarai il padrone; io godrò della tua felicità e alleverò i tuoi figliuoli, com'ho allevato te».
Questo mi proponevo di dirgli! Ebbene, scriveteglielo voi! se avete in mente qualcuna che possa piacergli, ditemelo: gliela proporrò io stessa! Ma levate dal capo al vostro figliuolo un'infamia come questa che gli avete suggerita! Peccato mortale!
Il cognato, per quanto in prima sconcertato, non si diede per vinto.
Si mostrò offeso dell'accusa; disse che lui non c'entrava; che tutti, parenti e amici, sapute le disposizioni del testamento, tutti d'accordo, avevano pensato che lodevolmente la cosa si potesse accomodar così; e che questo era segno che nessuno ci vedeva il male, che voleva vederci lei.
Se c'era differenza d'età, che c'era sì, ma non poi tanta com'ella si figurava, questa differenza quasi spariva per la perfetta conservazione e la florida salute di lei, che certo era di quelle donne che non invecchiano mai.
E infine, poiché zia Michelina, oppressa dall'onta, s'era messa a piangere, prendendo questo pianto come remissione, per confortarla e dimostrarle che Marruchino aveva ben ragione se si era innamorato di lei, ripeté il consiglio d'andarsi a guardare allo specchio.
- Fuori di qui! - gli gridò allora, levandosi di nuovo come una furia, zia Michelina.
- Fuori di qui, demonio! Non voglio più vedervi! Né voi, né vostro figlio! Via il suo letto! via quanto c'è di lui in questa casa! Ah che serpe, mio Dio! che serpe mi sono allevata in petto! Via, via, via!
Per prudenza, il cognato si ritirò.
Zia Michelina rimase a piangere per più giorni di fila.
Vennero le vicine a confortarla, e si sfogò con esse, senza poter frenare ancora le lagrime.
Restò come basita, però, nell'accorgersi a un certo punto che nessuna di quelle vicin
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