L'UOMO SOLO, di Luigi Pirandello - pagina 4
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Dolcemàscolo non pensò che Nocio Pàmpina, detto Sacramento, dopo la visita e l'osservazione dell'assessore, si fosse affrettato a mettersi in regola, rimandando a destino quella cassa; ma si ricordò in un lampo di ciò che il Mèndola aveva detto la mattina, là, nella trattoria; e, all'improvviso, in quella cassa vuota che aspettava e sopravveniva ora al punto giusto come chiamata misteriosamente, vide il destino, il destino che s'era servito di lui, della sua mano.
S'afferrò la testa e si mise a gridare:
- Eccola! Eccola! Questa lo chiamava! Siatemi tutti testimoni che non l'ho nemmeno toccato! Questa lo chiamava! L'aveva fatta metter da parte per sé! Ed eccola qua che viene, perché doveva morire!
E prendendo per le braccia i due portantini per scuoterli dallo stupore:
- Non è vero? Non è vero? Ditelo voi!
Ma non erano per nulla stupiti, quei due portantini.
Da che avevano portata appunto quella cassa da morto, era per loro la cosa più naturale del mondo che trovassero morto l'avvocato Piccarone.
Si strinsero nelle spalle, e:
- Ma sì, - dissero, - eccoci qua.
IL TRENO HA FISCHIATO...
Farneticava.
Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d'ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l'annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
- Frenesia, frenesia.
- Encefalite.
- Infiammazione della membrana.
- Febbre cerebrale.
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
- Morrà? Impazzirà?
- Mah!
- Morire, pare di no...
- Ma che dice? che dice?
- Sempre la stessa cosa.
Farnetica...
- Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s'era fieramente ribellato al suo capo-ufficio, e che poi, all'aspra riprensione di questo, per poco non gli s'era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d'una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto...
sì, chi l'aveva definito così? Uno dei suoi compagni d'ufficio.
Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz'altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri-mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo.
Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po', a fargli almeno almeno drizzare un po' le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio.
Niente! S'era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com'era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d'una improvvisa alienazione mentale.
Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo-ufficio.
Già s'era presentato, la mattina, con un'aria insolita, nuova; e - cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d'una montagna - era venuto con più di mezz'ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt'a un tratto, gli si fosse allargato.
Pareva che i paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d'improvviso all'intorno lo spettacolo della vita.
Pareva che gli orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d'una ilarità vaga e piena di stordimento, s'era presentato all'ufficio.
E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
- E come mai? Che hai combinato tutt'oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un'aria d'impudenza, aprendo le mani.
- Che significa? - aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo.
- Ohé, Belluca!
- Niente, - aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d'impudenza e d'imbecillità su le labbra.
- Il treno, signor Cavaliere.
- Il treno? Che treno?
- Ha fischiato.
- Ma che diavolo dici?
- Stanotte, signor Cavaliere.
Ha fischiato.
L'ho sentito fischiare...
- Il treno?
- Sissignore.
E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia...
oppure oppure...
nelle foreste del Congo...
Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo-ufficio - che quella sera doveva essere di malumore - urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s'era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch'egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all'ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno.
Ne imitava il fischio.
Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato.
E, subito dopo, soggiungeva:
- Si parte, si parte...
Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi.
Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d'un bambino o d'un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra.
Cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s'era mai occupato d'altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria.
Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola.
Cose, ripeto, inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell'improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore.
Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
- Belluca, signori, non è impazzito.
State sicuri che non è impazzito.
Qualche cosa dev'essergli accaduta; ma naturalissima.
Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest'uomo ha vissuto finora.
Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò veduto e avrò parlato con lui.
Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile", la cosa più ovvia, l'incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell'uomo è "impossibile".
Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara.
Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa.
Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima.»
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l'altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt'e tre volevano esser servite.
Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva.
Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l'una con quattro, l'altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare.
E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all'ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno.
Era, sì, ancora esaltato un po', ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto.
Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
- Magari! - diceva.
- Magari!
Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni - ma proprio dimenticato - che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito.
E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno.
S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte.
C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava...
Firenze, Bologna, Torino, Venezia...
tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra.
Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!.
E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino.
Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria...
Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito.
L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari...
Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo.
C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente.
Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti...
Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così...
c'erano gli oceani...
le foreste...
E, dunque, lui - ora che il mondo gli era rientrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto.
S'era ubriacato.
Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma.
A poco a poco, si sarebbe ricomposto.
Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria.
Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia...
oppure oppure...
nelle foreste del Congo:
- Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio.
Ora che il treno ha fischiato...
ZIA MICHELINA
Quando il vecchio Marruca morì, il nipote - Marruchino come lo chiamavano - aveva circa vent'anni, e stava per partire soldato.
Cappellone, un due, povero Marruchino!
Senza figli del primo letto, lo zio gli s'era tanto affezionato che, rimasto vedovo, non aveva voluto ridarlo al fratello, di cui era figliuolo; anzi proprio per lui ancora in tenera età e bisognoso di cure materne, aveva, benché anziano, ripreso moglie.
Sapeva che non avrebbe avuto mai figliuoli da parte sua; robusto però e ben piantato come un albero da ombra e non da frutto, aveva sempre tenuto a dimostrare che, se frutti non ne dava, questo non dipendeva da scarso vigore.
Ragion per cui s'era scelta giovanissima la nuova sposa.
E della scelta non s'era pentito.
Zia Michelina, di sangue placido, d'indole mite, subito s'era sentita a posto in quella casa di contadini arricchiti, ove tutto odorava delle abbondanti quotidiane provviste della campagna lontana e tutto aveva la solida quadratura dell'antica vita patriarcale.
S'era mostrata paga del marito, pur di tant'anni maggiore di lei, e amorosissima del nipotino.
Ora questo nipotino - eccolo qua - era cresciuto, aveva vent'anni.
E lei che non ne aveva ancora quaranta, si considerava già vecchia.
Piansero molto, l'una e l'altro, quella il marito e questi lo zio; il quale, da quel brav'uomo pieno di senno ch'era sempre stato, aveva nel testamento disposto che la proprietà più che modesta dei beni (case e poderi) andasse al nipote, e intero alla moglie l'usufrutto, vita natural durante.
A patto, s'intende, che non avesse ripreso marito.
Marruchino (si chiamava veramente Simonello) partì per servir la patria con gli occhi ancora rossi di pianto.
Un po' per quel servizio alla patria, un po' per lo zio.
Come una buona mamma, zia Michelina gli fece coraggio; gli raccomandò di pensar sempre a lei, e che le scrivesse appena aveva bisogno di qualche cosa, subito, che subito lei si sarebbe data cura di contentarlo in tutto; lei che restava sola, amara lei! a custodirgli per suo conforto la cameretta, il lettino, la guardaroba e ogni cosa, così come la lasciava.
Partito Marruchino, si diede tutta al governo dei poderi e delle case, come un uomo.
Negli ultimi tempi, non potendo più lo zio a causa dell'età, vi aveva atteso lui Marruchino, tolto presto dalle scuole, non perché fosse privo d'ingegno, ma anzi - a giudizio dello zio - perché ne aveva troppo.
Difatti, non c'era stato mai verso di fargli intendere che gli potesse recar vantaggio il sapere che cosa gli altri uomini avevano fatto, fin dal tempo dei tempi, sulla faccia della terra.
Marruchino sapeva bene che cosa vi avrebbe fatto lui.
Perché immischiarsi nei fatti degli altri? Le altre parti del mondo? Quali? L'America? Non ci sarebbe mai andato.
L'Africa? L'Asia? Le montagne che c'erano? i fiumi, i laghi, le città? Ma a lui bastava conoscer bene il pezzetto di terra in cui Dio aveva voluto farlo nascere!
Più ingegno di così?
Le lettere che ora mandava dal reggimento erano l'unico conforto di zia Michelina, quantunque, attraverso lo stento che le costava il decifrarle, le apparisse sempre più manifesto da esse, che Marruchino al reggimento aveva perduto del tutto quel battagliero buonumore con cui fin da ragazzo s'era coraggiosamente difeso, ribellandosi a una soverchia istruzione.
Non si diceva intristito per la durezza della vita militare o per la lontananza dai luoghi cari, dalle persone care: tutt'altro! diceva anzi che voleva rinnovar la ferma e non ritornare mai più in paese, per una certa disperazione che gli era entrata nell'anima.
Disperazione? Che disperazione?
Più volte la zia lo pregò, lo scongiurò di confidargliela; Marruchino rispose sempre che non poteva; che non sapeva.
Eh, innamorato, certo...
Ci voleva poco a intenderlo.
Qualche passionaccia contrastata.
Ragazzaccio! Bisognava mandargli danaro, molto danaro, perché si distraesse.
Con grande stupore zia Michelina si vide rimandare indietro il danaro, accompagnato da una protesta furiosa: ch'egli non voleva questo; ch'egli voleva esser capito, capito, capito.
Smarrita, stordita, zia Michelina stava a domandarsi ancora che cosa dovesse capire, quando, improvvisamente, ecco Marruchino piombarle in casa, in licenza.
Restò, nel vederselo davanti così cangiato, che quasi non pareva più lui.
Magro, tutto occhi, come roso dentro da un verme che non gli desse requie.
- Io? Che cosa? Che vuoi da me? Che debbo capire?
Quante più carezze gli prodigò, tanto più furioso divenne.
Alla fine, come un forsennato, se ne scappò via a passar gli ultimi giorni della licenza in uno dei poderi più lontani dal paese.
Nel vederlo scappar via così, ripensando al modo con cui la aveva guardata sottraendosi alle sue premure materne, alle sue carezze, zia Michelina si vide a un tratto assalire da un sospetto che le fece orrore; cadde a sedere su una seggiola, e rimase lì per un pezzo, pallida, con gli occhi sbarrati, a grattarsi con le dita la fronte:
- Possibile? Possibile?
Non osò mandare nessuno a prender notizie di lui, al podere.
Pochi giorni dopo, un contadino venne a ritirar la valigia e il cappotto di soldato e ad annunziare che il padroncino partiva il giorno dopo, perché la licenza era spirata.
Zia Michelina guardò a lungo in faccia quel contadino, come intronata.
Partiva, senza neanche venire a salutarla? Ebbene, sì; forse meglio così.
E per quel contadino gli mandò una buona sommetta di danaro e la sua «materna» benedizione.
Quattro giorni dopo, venne alla casa di zia Michelina il cognato, padre di Marruchino, che dal giorno della morte del fratello non s'era più fatto vedere, a causa del testamento.
- Cara comare...
cara comare...
«Comare» la chiamava e non cognata, perché l'altra, la prima moglie del fratello, aveva tenuto a battesimo Marruchino.
Non era una buona ragione; ma, avendo sempre chiamato compare il fratello per via di quel battesimo, credeva di dover chiamare comare anche la seconda cognata.
- Cara comare...
E aveva negli occhi e sulle labbra un sorrisetto ambiguo, impacciato.
Calvo, secco, coriaceo, non somigliava affatto, né al fratello, né al figliuolo.
Vedovo da molti anni, rozzo eppure astuto, sudicio e malvestito per avarizia, parlava senza mai guardare in faccia.
- Abbiamo Simonello furioso...
Eh, cara comare, brutto guajo, brutto guajo, l'amore!
- Ah, dunque innamorato? - esclamò zia Michelina.
- Benedetto figliuolo! L'ho tanto pregato, scongiurato di dirmi che cosa avesse; di dirlo alla mamma sua, che avrei fatto di tutto per contentarlo.
Voi lo sapete, cognato! L'ho trovato qua di due anni, orfano di madre, e l'ho allevato io, come se fosse mio.
- Eh...
eh...
eh...
- cominciò a fare il cognato, dimenando il capo, dimenandosi tutto sulla seggiola, sempre con quel sorrisetto ambiguo negli occhi e sulle labbra.
- È appunto questo il guajo, cara comare! appunto questo!
- Questo? Perché? Che dite?
Il cognato, in luogo di rispondere, uscì in una domanda curiosa:
- Vi siete mai guardata allo specchio, cara comare?
Zia Michelina si sentì riassalire improvvisamente dall'orrore di quel primo sospetto.
Ma misto di schifo, questa volta.
Scattò in piedi.
- Mio figlio? - gli gridò.
- Pensare una cosa simile, mio figlio? per me? Gliel'avrete messo in mente voi, demoniaccio tentatore! voi che non vi siete dato mai pace per quel maledetto testamento! Ho saputo tutto, m'hanno riferito tutto; l'avete gridato ai quattro venti che non è stato giusto, perché posso vivere ancora trenta e più anni, io; e che vostro figlio potrebbe anche morire prima ch'io gli lasciassi l'usufrutto della proprietà; e che la proprietà lo zio gliel'ha lasciata solo per guardarla da lontano; e che dovrà aspettare d'esser vecchio per potersi dire veramente padrone.
O demoniaccio, e che credete? ch'io avrei lasciato il mio figliuolo così, ad aspettare, a sospirare la mia morte? Io, io stessa, appena ritornato, gli avrei detto: «Simonello mio, scegliti una buona compagna; portala qui; tu sarai il padrone; io godrò della tua felicità e alleverò i tuoi figliuoli, com'ho allevato te».
Questo mi proponevo di dirgli! Ebbene, scriveteglielo voi! se avete in mente qualcuna che possa piacergli, ditemelo: gliela proporrò io stessa! Ma levate dal capo al vostro figliuolo un'infamia come questa che gli avete suggerita! Peccato mortale!
Il cognato, per quanto in prima sconcertato, non si diede per vinto.
Si mostrò offeso dell'accusa; disse che lui non c'entrava; che tutti, parenti e amici, sapute le disposizioni del testamento, tutti d'accordo, avevano pensato che lodevolmente la cosa si potesse accomodar così; e che questo era segno che nessuno ci vedeva il male, che voleva vederci lei.
Se c'era differenza d'età, che c'era sì, ma non poi tanta com'ella si figurava, questa differenza quasi spariva per la perfetta conservazione e la florida salute di lei, che certo era di quelle donne che non invecchiano mai.
E infine, poiché zia Michelina, oppressa dall'onta, s'era messa a piangere, prendendo questo pianto come remissione, per confortarla e dimostrarle che Marruchino aveva ben ragione se si era innamorato di lei, ripeté il consiglio d'andarsi a guardare allo specchio.
- Fuori di qui! - gli gridò allora, levandosi di nuovo come una furia, zia Michelina.
- Fuori di qui, demonio! Non voglio più vedervi! Né voi, né vostro figlio! Via il suo letto! via quanto c'è di lui in questa casa! Ah che serpe, mio Dio! che serpe mi sono allevata in petto! Via, via, via!
Per prudenza, il cognato si ritirò.
Zia Michelina rimase a piangere per più giorni di fila.
Vennero le vicine a confortarla, e si sfogò con esse, senza poter frenare ancora le lagrime.
Restò come basita, però, nell'accorgersi a un certo punto che nessuna di quelle vicine comprendeva e apprezzava il sentimento di lei; o meglio, che sì, lo apprezzavano e ne tenevano conto; ma tenevano anche conto del sentimento di lui, di Marruchino, e delle condizioni infelici in cui quel testamento dello zio lo aveva lasciato.
Ma perché infelici? perché?
Esasperata, zia Michelina ripeté alle vicine il suo proponimento di dar moglie al nipote, subito appena di ritorno, e di farlo padrone di tutto e contento.
Approvarono quelle, oh sì, e la lodarono molto; ma dissero, tanto per dire, badiamo! così, per ragionare...
dissero che pure non era la stessa cosa, per il giovine.
- E che altra cosa allora?
Ecco: se lei non avesse avuto quel sentimento materno che diceva, e avesse invece potuto corrispondere a quello di lui, certo per Marruchino sarebbe stato molto meglio; perché, al modo che diceva lei, egli sarebbe rimasto sempre soggetto, come un figlio di famiglia.
Non se ne sarebbe accorto, sta bene, per la bontà di lei! Ma se qualche dissapore, un giorno o l'altro, fosse sorto, com'era facile prevedere, tra donne, cioè tra lei e la moglie di lui, l'una di fronte all'altra, quasi suocera e nuora?
Ecco: c'era da considerar questo!
E i dissapori, si sa come cominciano, non si sa come possano andare a finire.
Zia Michelina si vide, si sentì sola.
Sola e come sperduta.
Ma dunque, se questo era il mondo, se in questo mondo, di fronte all'interesse, non si capiva più nulla, neppure il sentimento più santo, quello dell'amor materno, che credevano tutti? che la vera «interessata» fosse lei? che volesse rimaner padrona di tutto e tener soggetto il nipote? Questo credevano? Interessata, lei! Ah, se veramente.
Fu un lampo.
Balzò in piedi.
Corse a guardarsi allo specchio.
Sì.
Per vedere, per vedere se fosse tale davvero, tali le sue fattezze, tale il suo aspetto, che il nipote si fosse potuto accecare per lei fino al punto di non pensar più di quale amore lei finora lo aveva amato; e che gli altri lo potessero così facilmente scusare!
No, brutta non era; non mostrava certo ancora gli anni che aveva; ma non era, no, non poteva esser bella per quel ragazzo! Già sotto i capelli biondi sulle tempie, ne aveva tanti appassiti, quasi bianchi.
Bianchi sarebbero diventati domani...
No, no! che! Era un'infamia.
Era una perfidia.
Ma se almeno per un altro, ecco, se almeno per un vecchio della sua età potesse ancora esser tanto bella e piacente, da esser chiesta in moglie per la sua bellezza soltanto! Ecco, ecco, allora avrebbe lasciato tutto al nipote, a questo perfido che la voleva, che voleva la sua mamma per il danaro! Glielo avrebbe buttato in faccia e avrebbe dimostrato a tutti che non s'opponeva per questo.
Si vide allora, per parecchi mesi, zia Michelina uscir di casa e andare in chiesa e poi a spasso, tutta attillata, benché vestita di nero, con la spagnoletta di pizzo e il ventaglio, le scarpine lucide dai tacchetti alti, ben pettinata e con quell'impaccio particolare delle donne che non vogliono mostrare il desiderio d'esser guardate, e che è pure un'arte per farsi guardare.
Il ventaglio in mano le fremeva agitato convulsamente sotto il mento, a smorzar le vampe della vergogna e della rabbia.
- A spasso, zia Michelì? - le domandava dall'uscio velenosamente qualche vicina.
- A spasso, già! Avete comandi da darmi? - rispondeva dalla strada, inchinandosi con una smorfia di dispetto, che l'ombra dietro, nel sole, le rifaceva goffamente.
Ma dove andava? Non lo sapeva lei stessa.
A spasso.
E si guardava, andando, la punta delle scarpette; perché, ad alzar gli occhi, non avrebbe saputo dove né che cosa guardare e, sentendosi diventar rossa rossa, si sarebbe messa a piangere, ma proprio a piangere come una ragazzina.
Ora tutti, quasi capissero ch'era uscita di casa non per bisogno ma per mettersi in mostra, si fermavano per vederla passare; si scambiavano occhiate; qualcuno anche per chiasso la chiamava:
- Ps! Ps! - come si fa con le donne di mal affare.
Lei tirava via, più rossa che mai, senza voltarsi, col cuore che le ballava in petto; finché, non potendone più, andava a ficcarsi in qualche chiesa.
Santo Dio, perché faceva così? Una donna cerca marito per trovare uno stato.
Ora, chi poteva immaginarsi che lei al contrario ne cercava un secondo per perdere quello che il primo le aveva lasciato? S'immaginavano invece che, ancora bella com'era, insofferente della vedovanza, cercasse piuttosto qualcuno con cui darsi bel tempo; e volevano persuaderla che per questo, sì, ne avrebbe trovati quanti ne voleva, e che poteva fare il piacer suo, senza commettere la pazzia di perdere con un secondo matrimonio l'usufrutto dei beni del primo marito.
Libera d'ogni obbligo di fedeltà, non doveva dar conto a nessuno, se si metteva con questo o con quello.
A sentir questi discorsi zia Michelina si macerava dentro dallo sdegno, a cui non poteva dar sfogo, perché capiva che veramente l'apparenza era contro di lei.
Uno solo, forse, uno solo poteva comprendere perché lei cercava marito, e accoglierla e prendersela in moglie per lo stesso fine: suo cognato, il padre di Marruchino, quel brutto, secco, sudicio avaraccio, a cui non pareva l'ora che il figlio diventasse padrone dell'eredità dello zio.
Ecco l'unico mezzo! E così lei avrebbe dimostrato a tutti qual era il piacere che andava cercando.
Risoluta, si presentò un giorno in casa del cognato.
- So che andate dicendo a tutti che voglio finire di rovinare vostro figlio, mettendomi con qualcuno, per fargli commettere uno sproposito appena torna da soldato.
Io voglio invece il suo bene: sposare, appunto, per levarmi di mezzo e lasciarlo padrone.
Cerco uno che mi sposi, e non lo trovo.
Mi vogliono tutti, ma nessuno per moglie; perché pare a tutti una pazzia ch'io debba perdere il mio, sposando un altro.
Voi solo non potete crederlo, sapendo perché voglio farlo.
Ebbene: sposatemi voi!
Il vecchio rimase un pezzo come stordito, a quella proposta a bruciapelo; poi sulle labbra cominciò a delinearglisi quel certo sorrisetto ambiguo dell'altra volta:
- Eh...
eh...
eh...
E astutamente, attraverso un faticoso garbuglio di parole le fece alla fine intendere che non per gli altri soltanto, ma anche per lui sarebbe stata una pazzia, una solenne pazzia; sì, perché tutto stava che lei, non volendo sposare suo figlio, non si mettesse con altri, e che il beneficio dell'usufrutto restasse in famiglia.
- E come, vecchiaccio? - gli gridò zia Michelina.
- Mettendomi con voi? Ah, brutta bestia! E gli interessi di vostro figlio, che predicate e difendete da un anno, finirebbero così, trattandosi di voi? Ma piuttosto con un cane, mi metto allora, anziché con voi, laido vecchiaccio! Puh!
E zia Michelina se n'andò su le furie.
Sapeva ormai ciò che le restava da fare.
Appena Marruchino ritornò da soldato e le si presentò più magro e più torbido di com'era venuto in licenza, gli disse:
- Senti, svergognato.
So perché vuoi sposare.
E questo agli occhi miei, in parte, ti scusa.
Tu vuoi che sposi io, perché perda tutto, e tu resti padrone.
Ebbene, per questo solo ti sposo...
Che fai? no, via! non t'arrischiare! Scostati, o ti tiro questo in faccia!
Marruchino aveva tentato di saltarle al collo per baciarla, e lei avea brandito un lume.
Fremente, con gli occhi sbarrati, dietro la tavola, zia Michelina seguitò a gridargli:
- Se t'arrischi un'altra volta, guaj a te! Lo faccio per lasciarti tutta la libertà di fare quello che ti parrà e piacerà.
Pigliati tutte le donne che vuoi, tutti i piaceri che vuoi, a patto di non alzar mai gli occhi su me! Me n'andrò al podere a nascondermi, dove andasti a nasconderti tu per non aver le mie carezze di madre; e là resterò per sempre e non ti farai più vedere da me.
Giura! Voglio che lo giuri!
Marruchino si contorse sotto l'imposizione e finse di giurare solo per piegarla a condiscendere alle nozze, non perché riconoscesse ch'ella aveva ragione sospettando di lui, che la volesse per il danaro.
- Bada! - riprese allora zia Michelina.
- Tu hai giurato.
Sappi, ragazzo, ch'io sono capace di tutto, d'ucciderti o d'uccidermi, se non stai al patto e non mantieni il giuramento.
Bada!
Lo mandò via, e non volle più rivederlo fino al giorno stabilito per le nozze.
Andò in chiesa e al municipio vestita di nero, pallida, spettinata e piangente.
Finita la cerimonia, lasciò tutti a banchettare; montò su una mula e se ne partì sola per il lontano podere.
Ma un po' la vanità, un po' le beffe della gente, un po' la parte che s'era assunta d'innamorato, persuasero Marruchino, dopo due giorni di combattimento con se stesso, ad andar di notte a picchiare alla porta della cascina di quel podere.
Tempestò per ore e ore, tra un furibondo abbajare di tutti i cani dei dintorni nelle tenebre notturne; finché lei non scese ad aprirgli.
Nella notte stessa, dopo un'ora appena, livido, sgraffiato in faccia, al collo, alle mani, se ne fuggì e, giunto all'alba al paese, corse a chiudersi in casa.
Poche ore dopo, vennero ad arrestarlo, perché avevano trovata morta zia Michelina nel podere.
Gli sgraffi al collo e alla faccia, gli sgraffi e i morsi alle mani lo accusavano.
Ma egli giurò e spergiurò di non averla uccisa lui, ma che s'era uccisa da sé, per aver egli voluto ciò che ogni marito è in diritto di pretendere dalla propria moglie; disse che, avendo ottenuto ciò che desiderava e per cui aveva tanto combattuto, non aveva nessuna ragione di commettere quel delitto; portò tanti testimoni che erano a conoscenza del suo sentimento, delle sue oneste intenzioni e delle opposizioni e minacce di lei; e fu assolto.
Ancora le vicine parlano di zia Michelina come d'una pazza; perché, Signore Iddio, se pur le faceva senso mettersi con un ragazzo che lei amava come un figliuolo, dato che questo ragazzo era poi divenuto suo marito, fargli da moglie alla fin fine non voleva mica dire andare alla guerra.
Che storie!
IL PROFESSOR TERREMOTO
Quanti, di qui a molti anni, avranno la ventura di rivedere risorte Reggio e Messina dal terribile disastro del 28 dicembre 1908, non potranno mai figurarsi l'impressione che si aveva, allorché, passando in treno, pochi mesi dopo la catastrofe, cominciava a scoprirsi, tra il verde lussureggiante dei boschi d'aranci e di limoni e il dolce azzurro del mare, la vista atroce dei primi borghi in rovina, gli squarci e lo sconquasso delle case.
Io vi passai pochi mesi dopo, e da' miei compagni di viaggio udii i lamenti su l'opera lenta dello sgombero delle macerie, e tanti racconti di orribili casi e di salvataggi quasi prodigiosi e di mirabili eroismi.
C'era, in quello scompartimento di prima classe, un signore barbuto, il quale in particolar modo al racconto degli atti eroici mostrava di prestare ascolto.
Se non che, di tratto in tratto, nei punti più salienti del racconto, scattava, scrollando tutta la magra persona irrequieta, in un'esclamazione, che a molti dava ai nervi, perché non pareva encomio degno all'eroismo narrato.
Se l'eroe era un uomo, egli esclamava, con quello scatto strano:
- Disgraziato!
Se donna:
- Disgraziata!
- Ma scusi, perché? - non poté più fare a meno di domandare a un certo punto un giovinotto, che gonfiava in silenzio da un pezzo.
Allora quel signore, come se anche lui da un pezzo attendesse quella domanda, protese impetuosamente la faccia verde di bile e sghignò:
- Ah, perché? Perché lo so io, caro signore! Lei s'indigna, è vero? s'indigna perché, se fosse stato presente al disastro, e una trave, un mobile, un muro non la avessero schiacciata come un topo; anche lei, è vero? vuole dir questo? anche lei sarebbe stato un eroe, avrebbe salvato...
che dico? una donzella, eh? cinque fantolini, tre vegliardi, eh? parlo bene? stile eroico! dica la verità...
Ma, caro signore, caro signore, e si figura che lei, dopo i suoi eroismi sublimi e gloriosi, sarebbe così lindo e pinto com'è adesso? No, sa! no, sa! non stia a crederlo, caro signore! Lei sarebbe come me, tale e quale.
Mi vede? Come le sembro io? Viaggio in prima classe, perché a Roma mi hanno regalato il biglietto, non creda...
Sono un povero disgraziato, sa? e lei sarebbe come me! Non mi faccia ridere...
Un disgraziato! un disgraziato!
S'afferrò, così dicendo, con una mano e con l'altra le braccia e s'accasciò torvo e fremente nell'angolo della vettura, col mento affondato sul petto.
L'ansito gli fischiava nel naso, tra l'ispida barbaccia nera, incolta, brizzolata.
Il giovinotto restò balordo, e si volse a guardare intorno, con un sorriso vano, il silenzio di tutti noi rimasti intenti a spiare il volto di quel singolare compagno.
Poco dopo, questi si sgruppò, come se la bile che gli fermentava in corpo gli si fosse rigonfiata in un nuovo bollore; sghignò come prima guardandoci tutti negli occhi; poi si volse al giovinotto; stava per riprendere a parlare, quando d'improvviso si alzò, e:
- Vuole il mio posto? - gli domandò.
- Ecco, se lo prenda pure! Segga qua!
- Ma no...
perché? - fece, più che mai intontito, quel giovinotto.
- Perché tante volte, sa com'è? uno parla e l'altro lo contraddice, non perché non sia convinto della ragione, ma perché quello sta seduto in un posto d'angolo.
Lei mi guarda da un pezzo; me ne sono accorto; mi guarda e m'invidia perché sto qua, più comodo, col finestrino accanto e sostenuto da questo sudicio bracciuolo.
Eh via! dica la verità...
Tutti, specialmente in un lungo viaggio, invidiano i quattro fortunati, che stanno agli angoli.
Via, segga qua e non mi contraddica più.
Il giovinotto rise con tutti noi di questo razzo inatteso; e, poiché quegli seguitava a insistere in piedi, lo ringraziò, dicendogli che rimanesse pur comodo al suo posto perché non lo contraddiceva per questo, ma perché non gli pareva proprio che si dovesse chiamar disgraziato chi aveva compiuto un'eroica azione.
- No, eh? - riprese quegli allora.
- E senta questa! Prego, stieno a sentire anche lor signori.
Narro il caso d'una povera donna, conosciuta da me, moglie d'un conduttore, qua, della ferrovia.
Il marito viaggiava.
Lei sola, inferma da tant'anni, mezza tisica, ebbe l'animo e la forza di salvare i suoi quattro figliuoli in una maniera...
si figurino: scendendo e risalendo per quattro volte, dico quattro volte, con un bambino per volta aggrappato alle spalle, lungo un doccione di cisterna, dal terzo piano a terra.
Una gatta non sarebbe stata capace di tanto! Sublime, è vero? Ora dico sublime anch'io, e voi tutti gongolate.
Ma che sublime, signori miei! Disgraziata! disgraziata! Sapete come le andò a finire? Così, diciamo, precinta d'eroismo, così raggiante di sublimità, naturalmente apparve un'altra al marito commosso e ammirato fino al delirio, al marito che da parecchi anni, per un divieto dei medici, non la teneva più in conto di moglie e la trattava perciò a modo d'una cagna, a cinghiate e vituperii: gli apparve bella, capite? irresistibilmente desiderabile.
Signori, quella poveretta morì dopo tre mesi, d'un aborto, naturale conseguenza del suo sublime eroismo!
A questa conclusione inaspettata e grottesca s'opposero, insorgendo, tutti i miei compagni di viaggio.
Ma che! ma via! ma perché doveva dirsi dipesa dall'eroismo la disgrazia di quella poveretta, e non piuttosto dal male di cui soffriva prima? Tanto vero che, se non avesse avuto quel male, apparendo allo stesso modo bella e desiderabile al marito per il recente eroismo, ella non sarebbe morta e avrebbe messo al mondo, pacificamente, un figliuolo.
Senza punto avvilirsi di quella vivace, concorde opposizione, il signore barbuto tornò a sghignare parecchie volte e, lasciando stare che anche questa della nascita d'un quinto figliuolo in quelle deliziose condizioni, a suo giudizio, sarebbe stata per se stessa una grande disgrazia, domandò se, a ogni modo, questo figliuolo, a giudizio nostro, non era stato frutto e conseguenza dell'eroismo.
Eh via, sì, questo almeno era innegabile.
Oh dunque! Innegabile? E se frutto e conseguenza dell'eroismo era stato il figliuolo, frutto e conseguenza dell'eroismo era anche la morte di lei.
Sissignori.
Perché bisognava prender la donna com'era, col suo male; non già fabbricarsene una sana apposta, capace di mettere al mondo pacificamente un figliuolo, per il solo gusto di contraddire.
Il male, ella, lo aveva in sé.
Ma, né fin allora ne era morta, né forse mai ne sarebbe morta, se quel suo eroismo non avesse tutt'a un tratto, dopo tanti anni d'abbandono e di maltrattamenti, ispirato al marito un tal desiderio di lei, da non fargli più tener conto del divieto dei medici.
Questo divieto, solo questo divieto era conseguenza del male; il divieto, e dunque l'abbandono, e dunque i maltrattamenti del marito.
Invece, il desiderio improvviso e naturalissimo, il non tener conto di quel divieto e la morte erano conseguenza dell'eroismo.
Tanto vero che, se ella non lo avesse compiuto, il marito, non solo non l'avrebbe ammirata né desiderata, ma la avrebbe trattata anche peggio di prima, e lei non sarebbe morta.
- Bella cosa! - esclamò a questo punto, acceso di fervido sdegno, il giovinotto.
- E avrebbe fatto morire i quattro figliuoli senza nemmeno tentare di salvarli in qualche modo.
Sarebbe stata una madre indegna e snaturata.
- D'accordo! - rimbeccò pronto quel signore.
- Invece è stata un'eroina; e lei la ammira, e io la ammiro, e tutti la ammiriamo.
Ma essa è morta.
Mi consentirà, spero, che la chiami almeno per questo, disgraziata.
Sono così tormentosamente dialettici questi nostri bravi confratelli meridionali.
Affondano nel loro spasimo, a scavarlo fino in fondo, la saettella di trapano del loro raziocinio, e fru e fru e fru, non la smettono più.
Non per una fredda esercitazione mentale, ma anzi al contrario, per acquistare, più profonda e intera, la coscienza del loro dolore.
- Eppure creda che per me, caro signore, - riprese poco dopo con un sospiro - non è stata tanto disgraziata questa donna che è morta, quanto sono disgraziati tutti coloro che, dopo uno di questi eroismi, sono rimasti vivi.
«Perché lei deve riconoscere che un eroismo è l'affare di un momento.
Un momento sublime, d'accordo! un'esaltazione improvvisa di tutte le energie più nobili dello spirito, un subito insorgere e infiammarsi della volontà e del sentimento, per cui si crea o si compie un atto degno di ammirazione, e diciamo pur di gloria, anche se sfortunato.
«Ma sono momenti, signori miei!
(Scusatemi, se ora vi pare ch'io faccia una lezione: sono, di fatti, professore.
Purtroppo!)
«La vita non è fatta di questi momenti.
La vita ordinaria, di tutti i giorni, voi sapete bene com'è: irta sempre di piccoli ostacoli, innumerevoli e spesso insormontabili, e assillata da continui bisogni materiali, e premuta da cure spesso meschine, e regolata da mediocri doveri.
«E perché si sublima l'anima in quei rari momenti? Ma appunto perché si libera da tutte quelle miserie, balza su da tutti quei piccoli ostacoli, non avverte più tutti quei bisogni, si scrolla da addosso tutte quelle cure meschine e quei mediocri doveri; e, così sciolta e libera, respira, palpita, si muove in un'aria fervida e infiammata, ove le cose più difficili diventano facilissime; le prove più dure, lievissime; e tutto è fluido e agevole, come in un'ebbrezza divina.
«Respirando, palpitando, muovendosi nell'aerea sublimità di quei momenti, se lei però, signor mio, che bei tiri le gioca, che razza di scherzetti le combina, che graziose sorprese le prepara la sua anima libera e sciolta da ogni freno, destituita d'ogni riflessione, tutta accesa e abbagliata nella fiamma dell'eroismo?
«Lei non sa; lei non se n'accorge; non se ne può accorgere.
Se ne accorgerà quando l'anima le ricascherà, come un pallone sgonfiato, nel pantano della vita ordinaria.
«Oh, allora....
«Guardi: torno da Roma, ove al Ministero da cui dipendo mi hanno inflitto una solenne riprensione: ove i miei maestri della Sapienza mi hanno accolto col più freddo sdegno, perché son venuto meno, dicono, a tutto ciò che s'aspettavano da me; e qua, guardi qua, ho un giornale ove si dice, a proposito d'un mio libercolo, che sono un vilissimo cinico grossolano, che mi pascolo nelle più basse malignità della vita e del genere umano: io, sissignori.
Vorrebbero da me, ne' miei scritti, luce, luce d'idealità, fervor di fede, e che so io...
«Sissignori.
«Qua abbiamo questo bellissimo terremoto.
«Ce ne fu un altro, quindici anni fa, quand'io venni professore di filosofia al liceo, a Reggio di Calabria.
«Il terremoto d'allora non fu veramente come quest'ultimo.
Ma le case, ricordo io, traballarono bene.
I tetti si aprivano e si richiudevano, come fanno le palpebre.
Tanto che, dal letto, in camera mia, attraverso una di queste aperture momentanee, io, con questi occhi, potei vedere in cielo la luna, una magnifica luna, che guardava placidissima nella notte la danza di tutte le case della città.
«Giovanotto, e allora sì acceso di tanta luce d'idealità e pieno di fede e di sogni, balzai subito dal terrore, che dapprima m'invase, eroe, eroe anch'io, credano pure, sublime, agli strilli disperati di tre creaturine, che dormivano nella cameretta accanto alla mia e di due vecchi nonni e della loro figliuola vedova, che mi ospitavano.
«Con un solo pajo di braccia, capiranno, non è possibile salvare sei, tutti in una volta, massime quando sia crollata la scala e tocchi a scendere da un balcone, prima su un terrazzino e poi dal terrazzino alla strada.
«A uno a uno, Dio ajutando!
«E ne salvai cinque, mentre le scosse seguitavano a breve distanza l'una dall'altra, scrollando e minacciando di scardinare la ringhiera del balcone a cui ci fidavamo.
Avrei salvato del resto anche la sesta, se la troppa furia e il terrore non la avessero spinta sconsigliatamente a tentare da sé il salvataggio.
«Ma dicano loro: chi dovevo salvar prima? I tre bambini, no? Poi, la mamma.
«Era svenuta! E fu l'impresa più difficile.
No, dico male: più difficile fu il salvataggio del vecchio padre paralitico, anche perché già le forze mie erano stremate e solo l'animo me le sosteneva.
Ma si doveva avere, sì o no, una maggiore considerazione per quel povero vecchio accidentato e impotente a darsi ajuto da sé?
«Ebbene, non l'intendeva così la vecchia moglie, voleva essere salvata lei, non solo prima del marito paralitico, ma anche prima di tutti, e urlava, ballava dalla rabbia e dal terrore sul balconcino sconquassato, strappandosi i capelli, scagliando vituperii a me, alla figlia, al marito, ai nipotini.
«Mentr'io col vecchio scendevo dal terrazzo della strada, ella senz'aspettarmi, s'affidò al lenzuolo che pendeva dal balcone, e si calò giù.
Vedendole scavalcare il parapetto del terrazzo, io dalla strada le gridai che or ora venivo su per lei, m'aspettasse; e, detto fatto, mi slanciai per risalire.
Ma sì! Cocciuta, incornata, per non dovermi nulla, prese nello stesso tempo a discendere.
A un certo punto, il lenzuolo, non potendo più reggerci entrambi, si snodò dalla ringhiera e patapùmfete, giù, io e lei.
«Io non mi feci nulla; lei si fratturò il femore.
«Parve questa, a tutti, e anche a me allora, povero imbecille, l'unica disgrazia che ci fosse toccata (in quel salvataggio, s'intende!).
Ma anche a questa non si diede molto peso, perché in fin dei conti era un frattura, dovuta per giunta alla troppa furia, quando potevamo invece essere morti tutti quanti col terremoto.
«E la vita eroica seguitò, seguitò per circa tre mesi.
Come professore di liceo, io m'ebbi una della prime baracche, e naturalmente vi portai dentro i bambini, la signora, i due vecchi; e, come lor signori si possono immaginare, diventai - tranne che per quella vecchia - il loro nume.
«Ah, quella vita di bivacco, tre mesi, sotto la baracca, con la gioventù che ferve in corpo, e la riconoscenza che brilla e aizza, senza saperlo, senza volerlo, dagli occhi d'una madre ancora giovane e bella!
«Tutto facile, tra quella difficoltà; tutto agevole, tra quella indescrivibile confusione; e l'alacrità più ilare, col disdegno dei più urgenti bisogni; e la soddisfazione, non si sa bene di che, una soddisfazione che inebria e incita a sempre nuovi sacrifizi, che non paion più tali, per il prem
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