L'UOMO SOLO, di Luigi Pirandello - pagina 6
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Ma perché infelici? perché?
Esasperata, zia Michelina ripeté alle vicine il suo proponimento di dar moglie al nipote, subito appena di ritorno, e di farlo padrone di tutto e contento.
Approvarono quelle, oh sì, e la lodarono molto; ma dissero, tanto per dire, badiamo! così, per ragionare...
dissero che pure non era la stessa cosa, per il giovine.
- E che altra cosa allora?
Ecco: se lei non avesse avuto quel sentimento materno che diceva, e avesse invece potuto corrispondere a quello di lui, certo per Marruchino sarebbe stato molto meglio; perché, al modo che diceva lei, egli sarebbe rimasto sempre soggetto, come un figlio di famiglia.
Non se ne sarebbe accorto, sta bene, per la bontà di lei! Ma se qualche dissapore, un giorno o l'altro, fosse sorto, com'era facile prevedere, tra donne, cioè tra lei e la moglie di lui, l'una di fronte all'altra, quasi suocera e nuora?
Ecco: c'era da considerar questo!
E i dissapori, si sa come cominciano, non si sa come possano andare a finire.
Zia Michelina si vide, si sentì sola.
Sola e come sperduta.
Ma dunque, se questo era il mondo, se in questo mondo, di fronte all'interesse, non si capiva più nulla, neppure il sentimento più santo, quello dell'amor materno, che credevano tutti? che la vera «interessata» fosse lei? che volesse rimaner padrona di tutto e tener soggetto il nipote? Questo credevano? Interessata, lei! Ah, se veramente.
Fu un lampo.
Balzò in piedi.
Corse a guardarsi allo specchio.
Sì.
Per vedere, per vedere se fosse tale davvero, tali le sue fattezze, tale il suo aspetto, che il nipote si fosse potuto accecare per lei fino al punto di non pensar più di quale amore lei finora lo aveva amato; e che gli altri lo potessero così facilmente scusare!
No, brutta non era; non mostrava certo ancora gli anni che aveva; ma non era, no, non poteva esser bella per quel ragazzo! Già sotto i capelli biondi sulle tempie, ne aveva tanti appassiti, quasi bianchi.
Bianchi sarebbero diventati domani...
No, no! che! Era un'infamia.
Era una perfidia.
Ma se almeno per un altro, ecco, se almeno per un vecchio della sua età potesse ancora esser tanto bella e piacente, da esser chiesta in moglie per la sua bellezza soltanto! Ecco, ecco, allora avrebbe lasciato tutto al nipote, a questo perfido che la voleva, che voleva la sua mamma per il danaro! Glielo avrebbe buttato in faccia e avrebbe dimostrato a tutti che non s'opponeva per questo.
Si vide allora, per parecchi mesi, zia Michelina uscir di casa e andare in chiesa e poi a spasso, tutta attillata, benché vestita di nero, con la spagnoletta di pizzo e il ventaglio, le scarpine lucide dai tacchetti alti, ben pettinata e con quell'impaccio particolare delle donne che non vogliono mostrare il desiderio d'esser guardate, e che è pure un'arte per farsi guardare.
Il ventaglio in mano le fremeva agitato convulsamente sotto il mento, a smorzar le vampe della vergogna e della rabbia.
- A spasso, zia Michelì? - le domandava dall'uscio velenosamente qualche vicina.
- A spasso, già! Avete comandi da darmi? - rispondeva dalla strada, inchinandosi con una smorfia di dispetto, che l'ombra dietro, nel sole, le rifaceva goffamente.
Ma dove andava? Non lo sapeva lei stessa.
A spasso.
E si guardava, andando, la punta delle scarpette; perché, ad alzar gli occhi, non avrebbe saputo dove né che cosa guardare e, sentendosi diventar rossa rossa, si sarebbe messa a piangere, ma proprio a piangere come una ragazzina.
Ora tutti, quasi capissero ch'era uscita di casa non per bisogno ma per mettersi in mostra, si fermavano per vederla passare; si scambiavano occhiate; qualcuno anche per chiasso la chiamava:
- Ps! Ps! - come si fa con le donne di mal affare.
Lei tirava via, più rossa che mai, senza voltarsi, col cuore che le ballava in petto; finché, non potendone più, andava a ficcarsi in qualche chiesa.
Santo Dio, perché faceva così? Una donna cerca marito per trovare uno stato.
Ora, chi poteva immaginarsi che lei al contrario ne cercava un secondo per perdere quello che il primo le aveva lasciato? S'immaginavano invece che, ancora bella com'era, insofferente della vedovanza, cercasse piuttosto qualcuno con cui darsi bel tempo; e volevano persuaderla che per questo, sì, ne avrebbe trovati quanti ne voleva, e che poteva fare il piacer suo, senza commettere la pazzia di perdere con un secondo matrimonio l'usufrutto dei beni del primo marito.
Libera d'ogni obbligo di fedeltà, non doveva dar conto a nessuno, se si metteva con questo o con quello.
A sentir questi discorsi zia Michelina si macerava dentro dallo sdegno, a cui non poteva dar sfogo, perché capiva che veramente l'apparenza era contro di lei.
Uno solo, forse, uno solo poteva comprendere perché lei cercava marito, e accoglierla e prendersela in moglie per lo stesso fine: suo cognato, il padre di Marruchino, quel brutto, secco, sudicio avaraccio, a cui non pareva l'ora che il figlio diventasse padrone dell'eredità dello zio.
Ecco l'unico mezzo! E così lei avrebbe dimostrato a tutti qual era il piacere che andava cercando.
Risoluta, si presentò un giorno in casa del cognato.
- So che andate dicendo a tutti che voglio finire di rovinare vostro figlio, mettendomi con qualcuno, per fargli commettere uno sproposito appena torna da soldato.
Io voglio invece il suo bene: sposare, appunto, per levarmi di mezzo e lasciarlo padrone.
Cerco uno che mi sposi, e non lo trovo.
Mi vogliono tutti, ma nessuno per moglie; perché pare a tutti una pazzia ch'io debba perdere il mio, sposando un altro.
Voi solo non potete crederlo, sapendo perché voglio farlo.
Ebbene: sposatemi voi!
Il vecchio rimase un pezzo come stordito, a quella proposta a bruciapelo; poi sulle labbra cominciò a delinearglisi quel certo sorrisetto ambiguo dell'altra volta:
- Eh...
eh...
eh...
E astutamente, attraverso un faticoso garbuglio di parole le fece alla fine intendere che non per gli altri soltanto, ma anche per lui sarebbe stata una pazzia, una solenne pazzia; sì, perché tutto stava che lei, non volendo sposare suo figlio, non si mettesse con altri, e che il beneficio dell'usufrutto restasse in famiglia.
- E come, vecchiaccio? - gli gridò zia Michelina.
- Mettendomi con voi? Ah, brutta bestia! E gli interessi di vostro figlio, che predicate e difendete da un anno, finirebbero così, trattandosi di voi? Ma piuttosto con un cane, mi metto allora, anziché con voi, laido vecchiaccio! Puh!
E zia Michelina se n'andò su le furie.
Sapeva ormai ciò che le restava da fare.
Appena Marruchino ritornò da soldato e le si presentò più magro e più torbido di com'era venuto in licenza, gli disse:
- Senti, svergognato.
So perché vuoi sposare.
E questo agli occhi miei, in parte, ti scusa.
Tu vuoi che sposi io, perché perda tutto, e tu resti padrone.
Ebbene, per questo solo ti sposo...
Che fai? no, via! non t'arrischiare! Scostati, o ti tiro questo in faccia!
Marruchino aveva tentato di saltarle al collo per baciarla, e lei avea brandito un lume.
Fremente, con gli occhi sbarrati, dietro la tavola, zia Michelina seguitò a gridargli:
- Se t'arrischi un'altra volta, guaj a te! Lo faccio per lasciarti tutta la libertà di fare quello che ti parrà e piacerà.
Pigliati tutte le donne che vuoi, tutti i piaceri che vuoi, a patto di non alzar mai gli occhi su me! Me n'andrò al podere a nascondermi, dove andasti a nasconderti tu per non aver le mie carezze di madre; e là resterò per sempre e non ti farai più vedere da me.
Giura! Voglio che lo giuri!
Marruchino si contorse sotto l'imposizione e finse di giurare solo per piegarla a condiscendere alle nozze, non perché riconoscesse ch'ella aveva ragione sospettando di lui, che la volesse per il danaro.
- Bada! - riprese allora zia Michelina.
- Tu hai giurato.
Sappi, ragazzo, ch'io sono capace di tutto, d'ucciderti o d'uccidermi, se non stai al patto e non mantieni il giuramento.
Bada!
Lo mandò via, e non volle più rivederlo fino al giorno stabilito per le nozze.
Andò in chiesa e al municipio vestita di nero, pallida, spettinata e piangente.
Finita la cerimonia, lasciò tutti a banchettare; montò su una mula e se ne partì sola per il lontano podere.
Ma un po' la vanità, un po' le beffe della gente, un po' la parte che s'era assunta d'innamorato, persuasero Marruchino, dopo due giorni di combattimento con se stesso, ad andar di notte a picchiare alla porta della cascina di quel podere.
Tempestò per ore e ore, tra un furibondo abbajare di tutti i cani dei dintorni nelle tenebre notturne; finché lei non scese ad aprirgli.
Nella notte stessa, dopo un'ora appena, livido, sgraffiato in faccia, al collo, alle mani, se ne fuggì e, giunto all'alba al paese, corse a chiudersi in casa.
Poche ore dopo, vennero ad arrestarlo, perché avevano trovata morta zia Michelina nel podere.
Gli sgraffi al collo e alla faccia, gli sgraffi e i morsi alle mani lo accusavano.
Ma egli giurò e spergiurò di non averla uccisa lui, ma che s'era uccisa da sé, per aver egli voluto ciò che ogni marito è in diritto di pretendere dalla propria moglie; disse che, avendo ottenuto ciò che desiderava e per cui aveva tanto combattuto, non aveva nessuna ragione di commettere quel delitto; portò tanti testimoni che erano a conoscenza del suo sentimento, delle sue oneste intenzioni e delle opposizioni e minacce di lei; e fu assolto.
Ancora le vicine parlano di zia Michelina come d'una pazza; perché, Signore Iddio, se pur le faceva senso mettersi con un ragazzo che lei amava come un figliuolo, dato che questo ragazzo era poi divenuto suo marito, fargli da moglie alla fin fine non voleva mica dire andare alla guerra.
Che storie!
IL PROFESSOR TERREMOTO
Quanti, di qui a molti anni, avranno la ventura di rivedere risorte Reggio e Messina dal terribile disastro del 28 dicembre 1908, non potranno mai figurarsi l'impressione che si aveva, allorché, passando in treno, pochi mesi dopo la catastrofe, cominciava a scoprirsi, tra il verde lussureggiante dei boschi d'aranci e di limoni e il dolce azzurro del mare, la vista atroce dei primi borghi in rovina, gli squarci e lo sconquasso delle case.
Io vi passai pochi mesi dopo, e da' miei compagni di viaggio udii i lamenti su l'opera lenta dello sgombero delle macerie, e tanti racconti di orribili casi e di salvataggi quasi prodigiosi e di mirabili eroismi.
C'era, in quello scompartimento di prima classe, un signore barbuto, il quale in particolar modo al racconto degli atti eroici mostrava di prestare ascolto.
Se non che, di tratto in tratto, nei punti più salienti del racconto, scattava, scrollando tutta la magra persona irrequieta, in un'esclamazione, che a molti dava ai nervi, perché non pareva encomio degno all'eroismo narrato.
Se l'eroe era un uomo, egli esclamava, con quello scatto strano:
- Disgraziato!
Se donna:
- Disgraziata!
- Ma scusi, perché? - non poté più fare a meno di domandare a un certo punto un giovinotto, che gonfiava in silenzio da un pezzo.
Allora quel signore, come se anche lui da un pezzo attendesse quella domanda, protese impetuosamente la faccia verde di bile e sghignò:
- Ah, perché? Perché lo so io, caro signore! Lei s'indigna, è vero? s'indigna perché, se fosse stato presente al disastro, e una trave, un mobile, un muro non la avessero schiacciata come un topo; anche lei, è vero? vuole dir questo? anche lei sarebbe stato un eroe, avrebbe salvato...
che dico? una donzella, eh? cinque fantolini, tre vegliardi, eh? parlo bene? stile eroico! dica la verità...
Ma, caro signore, caro signore, e si figura che lei, dopo i suoi eroismi sublimi e gloriosi, sarebbe così lindo e pinto com'è adesso? No, sa! no, sa! non stia a crederlo, caro signore! Lei sarebbe come me, tale e quale.
Mi vede? Come le sembro io? Viaggio in prima classe, perché a Roma mi hanno regalato il biglietto, non creda...
Sono un povero disgraziato, sa? e lei sarebbe come me! Non mi faccia ridere...
Un disgraziato! un disgraziato!
S'afferrò, così dicendo, con una mano e con l'altra le braccia e s'accasciò torvo e fremente nell'angolo della vettura, col mento affondato sul petto.
L'ansito gli fischiava nel naso, tra l'ispida barbaccia nera, incolta, brizzolata.
Il giovinotto restò balordo, e si volse a guardare intorno, con un sorriso vano, il silenzio di tutti noi rimasti intenti a spiare il volto di quel singolare compagno.
Poco dopo, questi si sgruppò, come se la bile che gli fermentava in corpo gli si fosse rigonfiata in un nuovo bollore; sghignò come prima guardandoci tutti negli occhi; poi si volse al giovinotto; stava per riprendere a parlare, quando d'improvviso si alzò, e:
- Vuole il mio posto? - gli domandò.
- Ecco, se lo prenda pure! Segga qua!
- Ma no...
perché? - fece, più che mai intontito, quel giovinotto.
- Perché tante volte, sa com'è? uno parla e l'altro lo contraddice, non perché non sia convinto della ragione, ma perché quello sta seduto in un posto d'angolo.
Lei mi guarda da un pezzo; me ne sono accorto; mi guarda e m'invidia perché sto qua, più comodo, col finestrino accanto e sostenuto da questo sudicio bracciuolo.
Eh via! dica la verità...
Tutti, specialmente in un lungo viaggio, invidiano i quattro fortunati, che stanno agli angoli.
Via, segga qua e non mi contraddica più.
Il giovinotto rise con tutti noi di questo razzo inatteso; e, poiché quegli seguitava a insistere in piedi, lo ringraziò, dicendogli che rimanesse pur comodo al suo posto perché non lo contraddiceva per questo, ma perché non gli pareva proprio che si dovesse chiamar disgraziato chi aveva compiuto un'eroica azione.
- No, eh? - riprese quegli allora.
- E senta questa! Prego, stieno a sentire anche lor signori.
Narro il caso d'una povera donna, conosciuta da me, moglie d'un conduttore, qua, della ferrovia.
Il marito viaggiava.
Lei sola, inferma da tant'anni, mezza tisica, ebbe l'animo e la forza di salvare i suoi quattro figliuoli in una maniera...
si figurino: scendendo e risalendo per quattro volte, dico quattro volte, con un bambino per volta aggrappato alle spalle, lungo un doccione di cisterna, dal terzo piano a terra.
Una gatta non sarebbe stata capace di tanto! Sublime, è vero? Ora dico sublime anch'io, e voi tutti gongolate.
Ma che sublime, signori miei! Disgraziata! disgraziata! Sapete come le andò a finire? Così, diciamo, precinta d'eroismo, così raggiante di sublimità, naturalmente apparve un'altra al marito commosso e ammirato fino al delirio, al marito che da parecchi anni, per un divieto dei medici, non la teneva più in conto di moglie e la trattava perciò a modo d'una cagna, a cinghiate e vituperii: gli apparve bella, capite? irresistibilmente desiderabile.
Signori, quella poveretta morì dopo tre mesi, d'un aborto, naturale conseguenza del suo sublime eroismo!
A questa conclusione inaspettata e grottesca s'opposero, insorgendo, tutti i miei compagni di viaggio.
Ma che! ma via! ma perché doveva dirsi dipesa dall'eroismo la disgrazia di quella poveretta, e non piuttosto dal male di cui soffriva prima? Tanto vero che, se non avesse avuto quel male, apparendo allo stesso modo bella e desiderabile al marito per il recente eroismo, ella non sarebbe morta e avrebbe messo al mondo, pacificamente, un figliuolo.
Senza punto avvilirsi di quella vivace, concorde opposizione, il signore barbuto tornò a sghignare parecchie volte e, lasciando stare che anche questa della nascita d'un quinto figliuolo in quelle deliziose condizioni, a suo giudizio, sarebbe stata per se stessa una grande disgrazia, domandò se, a ogni modo, questo figliuolo, a giudizio nostro, non era stato frutto e conseguenza dell'eroismo.
Eh via, sì, questo almeno era innegabile.
Oh dunque! Innegabile? E se frutto e conseguenza dell'eroismo era stato il figliuolo, frutto e conseguenza dell'eroismo era anche la morte di lei.
Sissignori.
Perché bisognava prender la donna com'era, col suo male; non già fabbricarsene una sana apposta, capace di mettere al mondo pacificamente un figliuolo, per il solo gusto di contraddire.
Il male, ella, lo aveva in sé.
Ma, né fin allora ne era morta, né forse mai ne sarebbe morta, se quel suo eroismo non avesse tutt'a un tratto, dopo tanti anni d'abbandono e di maltrattamenti, ispirato al marito un tal desiderio di lei, da non fargli più tener conto del divieto dei medici.
Questo divieto, solo questo divieto era conseguenza del male; il divieto, e dunque l'abbandono, e dunque i maltrattamenti del marito.
Invece, il desiderio improvviso e naturalissimo, il non tener conto di quel divieto e la morte erano conseguenza dell'eroismo.
Tanto vero che, se ella non lo avesse compiuto, il marito, non solo non l'avrebbe ammirata né desiderata, ma la avrebbe trattata anche peggio di prima, e lei non sarebbe morta.
- Bella cosa! - esclamò a questo punto, acceso di fervido sdegno, il giovinotto.
- E avrebbe fatto morire i quattro figliuoli senza nemmeno tentare di salvarli in qualche modo.
Sarebbe stata una madre indegna e snaturata.
- D'accordo! - rimbeccò pronto quel signore.
- Invece è stata un'eroina; e lei la ammira, e io la ammiro, e tutti la ammiriamo.
Ma essa è morta.
Mi consentirà, spero, che la chiami almeno per questo, disgraziata.
Sono così tormentosamente dialettici questi nostri bravi confratelli meridionali.
Affondano nel loro spasimo, a scavarlo fino in fondo, la saettella di trapano del loro raziocinio, e fru e fru e fru, non la smettono più.
Non per una fredda esercitazione mentale, ma anzi al contrario, per acquistare, più profonda e intera, la coscienza del loro dolore.
- Eppure creda che per me, caro signore, - riprese poco dopo con un sospiro - non è stata tanto disgraziata questa donna che è morta, quanto sono disgraziati tutti coloro che, dopo uno di questi eroismi, sono rimasti vivi.
«Perché lei deve riconoscere che un eroismo è l'affare di un momento.
Un momento sublime, d'accordo! un'esaltazione improvvisa di tutte le energie più nobili dello spirito, un subito insorgere e infiammarsi della volontà e del sentimento, per cui si crea o si compie un atto degno di ammirazione, e diciamo pur di gloria, anche se sfortunato.
«Ma sono momenti, signori miei!
(Scusatemi, se ora vi pare ch'io faccia una lezione: sono, di fatti, professore.
Purtroppo!)
«La vita non è fatta di questi momenti.
La vita ordinaria, di tutti i giorni, voi sapete bene com'è: irta sempre di piccoli ostacoli, innumerevoli e spesso insormontabili, e assillata da continui bisogni materiali, e premuta da cure spesso meschine, e regolata da mediocri doveri.
«E perché si sublima l'anima in quei rari momenti? Ma appunto perché si libera da tutte quelle miserie, balza su da tutti quei piccoli ostacoli, non avverte più tutti quei bisogni, si scrolla da addosso tutte quelle cure meschine e quei mediocri doveri; e, così sciolta e libera, respira, palpita, si muove in un'aria fervida e infiammata, ove le cose più difficili diventano facilissime; le prove più dure, lievissime; e tutto è fluido e agevole, come in un'ebbrezza divina.
«Respirando, palpitando, muovendosi nell'aerea sublimità di quei momenti, se lei però, signor mio, che bei tiri le gioca, che razza di scherzetti le combina, che graziose sorprese le prepara la sua anima libera e sciolta da ogni freno, destituita d'ogni riflessione, tutta accesa e abbagliata nella fiamma dell'eroismo?
«Lei non sa; lei non se n'accorge; non se ne può accorgere.
Se ne accorgerà quando l'anima le ricascherà, come un pallone sgonfiato, nel pantano della vita ordinaria.
«Oh, allora....
«Guardi: torno da Roma, ove al Ministero da cui dipendo mi hanno inflitto una solenne riprensione: ove i miei maestri della Sapienza mi hanno accolto col più freddo sdegno, perché son venuto meno, dicono, a tutto ciò che s'aspettavano da me; e qua, guardi qua, ho un giornale ove si dice, a proposito d'un mio libercolo, che sono un vilissimo cinico grossolano, che mi pascolo nelle più basse malignità della vita e del genere umano: io, sissignori.
Vorrebbero da me, ne' miei scritti, luce, luce d'idealità, fervor di fede, e che so io...
«Sissignori.
«Qua abbiamo questo bellissimo terremoto.
«Ce ne fu un altro, quindici anni fa, quand'io venni professore di filosofia al liceo, a Reggio di Calabria.
«Il terremoto d'allora non fu veramente come quest'ultimo.
Ma le case, ricordo io, traballarono bene.
I tetti si aprivano e si richiudevano, come fanno le palpebre.
Tanto che, dal letto, in camera mia, attraverso una di queste aperture momentanee, io, con questi occhi, potei vedere in cielo la luna, una magnifica luna, che guardava placidissima nella notte la danza di tutte le case della città.
«Giovanotto, e allora sì acceso di tanta luce d'idealità e pieno di fede e di sogni, balzai subito dal terrore, che dapprima m'invase, eroe, eroe anch'io, credano pure, sublime, agli strilli disperati di tre creaturine, che dormivano nella cameretta accanto alla mia e di due vecchi nonni e della loro figliuola vedova, che mi ospitavano.
«Con un solo pajo di braccia, capiranno, non è possibile salvare sei, tutti in una volta, massime quando sia crollata la scala e tocchi a scendere da un balcone, prima su un terrazzino e poi dal terrazzino alla strada.
«A uno a uno, Dio ajutando!
«E ne salvai cinque, mentre le scosse seguitavano a breve distanza l'una dall'altra, scrollando e minacciando di scardinare la ringhiera del balcone a cui ci fidavamo.
Avrei salvato del resto anche la sesta, se la troppa furia e il terrore non la avessero spinta sconsigliatamente a tentare da sé il salvataggio.
«Ma dicano loro: chi dovevo salvar prima? I tre bambini, no? Poi, la mamma.
«Era svenuta! E fu l'impresa più difficile.
No, dico male: più difficile fu il salvataggio del vecchio padre paralitico, anche perché già le forze mie erano stremate e solo l'animo me le sosteneva.
Ma si doveva avere, sì o no, una maggiore considerazione per quel povero vecchio accidentato e impotente a darsi ajuto da sé?
«Ebbene, non l'intendeva così la vecchia moglie, voleva essere salvata lei, non solo prima del marito paralitico, ma anche prima di tutti, e urlava, ballava dalla rabbia e dal terrore sul balconcino sconquassato, strappandosi i capelli, scagliando vituperii a me, alla figlia, al marito, ai nipotini.
«Mentr'io col vecchio scendevo dal terrazzo della strada, ella senz'aspettarmi, s'affidò al lenzuolo che pendeva dal balcone, e si calò giù.
Vedendole scavalcare il parapetto del terrazzo, io dalla strada le gridai che or ora venivo su per lei, m'aspettasse; e, detto fatto, mi slanciai per risalire.
Ma sì! Cocciuta, incornata, per non dovermi nulla, prese nello stesso tempo a discendere.
A un certo punto, il lenzuolo, non potendo più reggerci entrambi, si snodò dalla ringhiera e patapùmfete, giù, io e lei.
«Io non mi feci nulla; lei si fratturò il femore.
«Parve questa, a tutti, e anche a me allora, povero imbecille, l'unica disgrazia che ci fosse toccata (in quel salvataggio, s'intende!).
Ma anche a questa non si diede molto peso, perché in fin dei conti era un frattura, dovuta per giunta alla troppa furia, quando potevamo invece essere morti tutti quanti col terremoto.
«E la vita eroica seguitò, seguitò per circa tre mesi.
Come professore di liceo, io m'ebbi una della prime baracche, e naturalmente vi portai dentro i bambini, la signora, i due vecchi; e, come lor signori si possono immaginare, diventai - tranne che per quella vecchia - il loro nume.
«Ah, quella vita di bivacco, tre mesi, sotto la baracca, con la gioventù che ferve in corpo, e la riconoscenza che brilla e aizza, senza saperlo, senza volerlo, dagli occhi d'una madre ancora giovane e bella!
«Tutto facile, tra quella difficoltà; tutto agevole, tra quella indescrivibile confusione; e l'alacrità più ilare, col disdegno dei più urgenti bisogni; e la soddisfazione, non si sa bene di che, una soddisfazione che inebria e incita a sempre nuovi sacrifizi, che non paion più tali, per il premio che danno.
«E tra le rovine, quindici anni fa, non come queste, è vero, luttuose e orrende, negli attendamenti, si folleggiava la notte, sotto le stelle davanti a questo mare divino; e canti e suoni e balli.
«Fu così, ch'io alla fine mi ritrovai secondo padre di tre bambini non miei, e poi, d'anno in anno, padre legittimo di cinque miei, che fanno - se non sbaglio - otto, e nove con la moglie, e undici coi suoceri, e dodici con me, e quindici - tutto sommato - con mio padre e mia madre e una mia sorella nubile, al cui mantenimento provvedo io.
«Ecco l'eroe, cari signori!
«Quel terremoto è passato; anche quest'altro è passato: terremoto perpetuo è rimasta la vita mia.
«Ma sono stato un eroe, non c'è che dire!
«E ora m'accusano che non faccio più il mio dovere; che sono un pessimo professore; e ho il disprezzo freddo di chi sperò in me; e i giornali mi danno del cinico; e non m'arrischio a parlare - per non dar spettacolo soverchio a lor signori - di tutto ciò che mi ribolle qua dentro e mi sconvolge la ragione, se penso ai sogni miei d'una volta, ai propositi miei!
«Signori, se in qualche momento di tregua io tento di raccogliermi e cedo alla vana speranza di potermi rimettere a conversare con l'anima mia d'un tempo, ecco quella vecchia sciancata, quella mia suocera immortale a cui è rimasta in corpo una rabbia inestinguibile contro di me, presentarsi alla soglia del mio studiolo, arrovesciar le mani sui fianchi con le gomita appuntate davanti e, chinandosi quasi fino a terra, ruggirmi tra le gengive bavose, non so se per imprecazione, o per ingiuria, o per condanna:
«"Terremoto! Terremoto! Terremoto!"
«I miei scolari l'hanno risaputo.
E sapete come mi chiamano? Il professor Terremoto.»
LA VESTE LUNGA
Era il primo viaggio lungo di Didì.
Da Palermo a Zùnica.
Circa otto ore di ferrovia.
Zùnica per Didì era un paese di sogno, lontano lontano, ma più nel tempo che nello spazio.
Da Zùnica infatti il padre recava un tempo, a lei bambina, certi freschi deliziosi frutti fragranti, che poi non aveva saputo più riconoscere, né per il colore, né per il sapore, né per la fragranza, in tanti altri che il padre le aveva pur recati di là: celse more in rustici ziretti di terracotta tappati con pampini di vite; perine ceree da una parte e sanguigne dall'altra, con la corona; e susine iridate e pistacchi e lumie.
Tuttora, dire Zùnica e immaginare un profondo bosco d'olivi saraceni e poi distese di verdissimi vigneti e giardini vermigli con siepi di salvie ronzanti d'api e vivai muscosi e boschetti d'agrumi imbalsamati di zagare e di gelsomini, era per Didì tutt'uno, quantunque già da un pezzo sapesse che Zùnica era una povera arida cittaduzza dell'interno della Sicilia, cinta da ogni parte dai lividi tufi arsicci delle zolfare e da scabre rocce gessose fulgenti alle rabbie del sole, e che quei frutti, non più gli stessi della sua infanzia, venivano da un feudo, detto di Ciumìa, parecchi chilometri lontano dal paese.
Aveva queste notizie dal padre: lei non era mai stata più là di Bagheria, presso Palermo, per la villeggiatura: Bagheria, sparsa tra il verde, bianca, sotto il turchino ardente del cielo.
L'anno scorso, era stata anche più vicino, tra i boschi d'aranci di Santa Flavia, e ancora con le vesti corte.
Ora, per il viaggio lungo fino a Zùnica indossava anche, per la prima volta, una veste lunga.
E le pareva d'esser già un'altra.
Una damina proprio per la quale.
Aveva lo strascico finanche negli sguardi; alzava, a tratti, le sopracciglia come a tirarlo su, questo strascico dello sguardo; e teneva alto il nasino ardito, alto il mento con la fossetta, e chiusa la bocca.
Bocca da signora con la veste lunga; bocca che nasconde i denti, come la veste lunga i piedini.
Se non che, seduto dirimpetto a lei, c'era Cocò, il fratello maggiore, quel birbante di Cocò il quale, col capo abbandonato su la spalliera rossa dello scompartimento di prima classe, tenendo gli occhi bassi e la sigaretta attaccata al labbro superiore, di tanto in tanto le sospirava, stanco:
- Didì, mi fai ridere.
Dio, che rabbia! Dio, che prurito nelle dita!
Ecco: se Cocò non si fosse rasi i baffi come voleva la moda, Didì glieli avrebbe strappati, saltandogli addosso come una gattina.
Invece, sorridendo con le ciglia alzate, gli rispondeva, senza scomporsi:
- Caro mio, sei un cretino.
Ridere della sua veste lunga e anche, se vogliamo, delle arie che si dava, dopo il serio discorso che le aveva tenuto la sera avanti a proposito di questo viaggio misterioso a Zùnica...
Era o non era, questo viaggio, una specie di spedizione, un'impresa, qualcosa come la scalata a un castello ben munito in cima a una montagna? Erano o non erano macchine da guerra per quella scalata le sue vesti lunghe? E dunque, che c'era da ridere se lei, sentendosi armata con esse per una conquista, provava di tratto in tratto le armi col darsi quelle arie?
Cocò, la sera avanti, le aveva detto che finalmente era venuto il tempo di pensare sul serio ai casi loro.
Didì aveva sgranato tanto d'occhi.
Casi loro? Che casi? Ci potevano esser casi anche per lei, a cui pensare, e per giunta sul serio?
Dopo la prima sorpresa, una gran risata.
Conosceva una persona sola, fatta apposta per pensare ai casi suoi e anche a quelli di tutti loro: donna Sabetta, la sua governante, intesa donna Bebé, o donna Be', come lei per far più presto la chiamava.
Donna Be' pensava sempre ai casi suoi.
Investita, spinta, trascinata da certi suoi furibondi impeti improvvisi, la poveretta fingeva di mettersi a frignare e, grattandosi con ambo le mani la fronte, gemeva:
- Oh benedetto il nome del Signore, mi lasci pensare ai casi miei, signorina!
La prendeva per donna Be', adesso, Cocò? No, non la prendeva per donna Be'.
Cocò, la sera avanti, le aveva assicurato che proprio questi benedetti cari loro c'erano, e serii, molto serii, come quella sua veste lunga da viaggio.
Fin da bambina, vedendo andare il padre ogni settimana e talvolta anche due volte la settimana a Zùnica, e sentendo parlare del feudo di Ciumìa e delle zolfare di Monte Diesi e d'altre zolfare e poderi e case, Didì aveva sempre creduto che tutti questi beni fossero del padre, la baronia dei Brilla.
Erano, invece, dei marchesi Nigrenti di Zùnica.
Il padre, barone Brilla, ne era soltanto l'amministratore giudiziario.
E quell'amministrazione da cui per vent'anni al padre era venuta la larga agiatezza, della quale loro due, Cocò e Didì, avevano sempre goduto, sarebbe finita tra pochi mesi.
Didì era veramente nata e cresciuta in mezzo a quell'agiatezza; aveva poco più di sedici anni; ma Cocò ne aveva ventisei; e Cocò serbava una chiara, per quanto lontana memoria dei gravi stenti tra cui il padre s'era dibattuto prima d'esser fatto, per maneggi e brighe d'ogni sorta, amministratore giudiziario dell'immenso patrimonio di quei marchesi di Zùnica.
Ora, c'era tutto il pericolo di ricadere in quegli stenti che, se anche minori, sarebbero sembrati più duri dopo l'agiatezza.
Per impedirlo, bisognava che riuscisse, ora, ma proprio bene e in tutto, il piano di battaglia architettato dal padre, e di cui quel viaggio era la prima mossa.
La prima, no, veramente.
Cocò era già stato a Zùnica col padre, circa tre mesi addietro, in ricognizione; vi si era trattenuto quindici giorni, e aveva conosciuto la famiglia Nigrenti.
La quale era composta, salvo errore, di tre fratelli e di una sorella.
Salvo errore, perché nell'antico palazzo in cima al paese c'erano anche due vecchie ottuagenarie, due zônne (zie-donne), che Cocò non sapeva bene se fossero dei Nigrenti anche loro, cioè se sorelle del nonno del marchese o se sorelle della nonna.
Il marchese si chiamava Andrea; aveva circa quarantacinque anni e, cessata l'amministrazione giudiziaria, sarebbe stato per le disposizioni testamentarie il maggior erede.
Degli altri due fratelli, uno era prete - don Arzigogolo, come lo chiamava il padre - l'altro, il così detto Cavaliere, un villanzone.
Bisognava guardarsi dall'uno e dall'altro, e più dal prete che dal villanzone.
La sorella aveva ventisette anni, un anno più di Cocò, e si chiamava Agata, o Titina: gracile come un'ostia e pallida come la cera; con gli occhi costantemente pieni d'angoscia e con le lunghe mani esili e fredde che le tremavano di timidezza, incerte e schive.
Doveva essere la purezza e la bontà in persona, poverina: non aveva mai dato un passo fuori del palazzo: assisteva le due vecchie ottuagenarie, le due zônne; ricamava e sonava «divinamente» il pianoforte.
Ebbene: il piano del padre era questo: prima di lasciare quell'amministrazione giudiziaria, concludere due matrimoni: dare cioè a Didì il marchese Andrea, e Agata a lui, Cocò.
Didì al primo annunzio era diventata in volto di bragia e gli occhi le avevano sfavillato di sdegno.
Lo sdegno era scoppiato in lei più che per la cosa in se stessa, per l'aria cinicamente rassegnata con cui Cocò la accettava per sé e la profferiva a lei come una salvezza.
Sposare per denari un vecchio, uno che aveva ventotto anni più di lei?
- Ventotto, no, - le aveva detto Cocò, ridendo di quella vampata di sdegno.
- Che ventotto, Didì! Ventisette, siamo giusti, ventisette e qualche mese.
- Cocò, mi fai schifo! Ecco: schifo! - gli aveva allora gridato Didì, tutta fremente, mostrandogli le pugna.
E Cocò:
- Sposo la Virtù, Didì, e ti faccio schifo? Ha un annetto anche lei più di me; ma la Virtù, Didì mia, ti faccio notare, non può esser molto giovane.
E io n'ho tanto bisogno! sono un discolaccio, un viziosaccio, tu lo sai: un farabutto, come dice papà: metterò senno: avrò ai piedi un bellissimo pajo di pantofole ricamate, con le iniziali in oro e la corona baronale, e un berretto in capo, di velluto, anch'esso ricamato, e col fiocco di seta, bello lungo.
Il baronello Cocò La Virtù...
Come sarò bello, Didì mia!
E s'era messo a passeggiare melenso melenso, col collo torto, gli occhi bassi, il bocchino appuntito, le mani una su l'altra, pendenti dal mento, a barba di capro.
Didì, senza volerlo, aveva sbruffato una risata.
E allora Cocò s'era messo a rabbonirla, carezzandola e parlandole di tutto il bene che egli avrebbe potuto fare a quella poveretta, gracile come un'ostia, pallida come la cera, la quale già, nei quindici giorni ch'egli s'era trattenuto a Zùnica, aveva mostrato, pur con la timidezza che le era propria, di vedere in lui il suo salvatore.
Ma sì! certamente! Era interesse dei fratelli e specie di quel così detto Cavaliere (il quale aveva con sé, fuori del palazzo, una donnaccia da cui aveva avuto dieci, quindici, venti, insomma, non si sa quanti figliuoli) ch'ella restasse nubile, tappata lì a muffir nell'ombra.
Ebbene, egli sarebbe stato il sole per lei, la vita.
La avrebbe tratta fuori di lì, condotta a Palermo, in una bella casa nuova: feste, teatri, viaggi, corse in automobile...
Bruttina era, sì; ma pazienza: per moglie, poteva passare.
Era tanto buona poi, e avvezza a non aver mai nulla, si sarebbe contentata anche di poco.
E aveva seguitato a parlare a lungo, apposta, di sé solamente, su questo tono, cioè del bene che pur si riprometteva di fare, perché Didì, stuzzicata così da una parte e, dall'altra, indispettita di vedersi messa da canto, alla fine domandasse:
- E io?
Venuta fuori la domanda, Cocò le aveva risposto con un profondo sospiro:
- Eh, per te, Didì mia, per te la faccenda è molto, ma molto più difficile! Non sei sola.
Didì aveva aggrottato le ciglia.
- Che vuol dire?
- Vuol dire...
vuol dire che ci sono altre attorno al marchese, ecco.
E una specialmente...
una!
Con un gesto molto espressivo Cocò le aveva lasciato immaginare una straordinaria bellezza.
- Vedova, sai? Su i trent'anni.
Cugina, per giunta...
E, con gli occhi socchiusi, s'era baciate le punte delle dita.
Didì aveva avuto uno scatto di sprezzo.
- E se lo pigli!
Ma subito Cocò:
- Una parola, se lo pigli! Ti pare che il marchese Andrea...
(Bel nome, Andrea! Senti come suona bene: il marchese Andrea...
In confidenza però potresti chiamarlo Nenè, come lo chiama Agata, cioè Titina, sua sorella.) È davvero un uomo, Nenè, sai? Ti basti sapere che ha avuto la...
La come si chiama...
La fermezza di star vent'anni chiuso in casa.
Vent'anni, capisci? non si scherza...
dacché tutto il suo patrimonio cadde sotto amministrazione giudiziaria.
Figurati i capelli, Didì mia, come gli sono cresciuti in questi venti anni! Ma se li taglierà.
Puoi esserne sicura, se li taglierà.
Ogni mattina, all'alba, esce solitario...
ti piace? solitario e avvolto in un mantello, per una lunga passeggiata fino alla montagna.
A cavallo, sai? La cavalla è piuttosto vecchiotta, bianca; ma lui cavalca divinamente.
Sì, divinamente, come la sorella Titina suona divinamente il pianoforte.
E pensa, oh, pensa che da giovine, fino a venticinque anni, cioè finché non lo richiamarono a Zùnica per il rovescio finanziario, lui «fece vita», e che vita, cara mia! fuori, in Continente, a Roma, a Firenze; corse il mondo; fu a Parigi, a Londra...
Ora pare che da giovanotto abbia amato questa cugina di cui t'ho parlato, che si chiama Fana Lopes.
Credo si fosse anche fidanzato con lei.
Ma, venuto il dissesto, lei non volle più saperne e sposò un altro.
Adesso che egli ritorna nel primiero stato...
capisci? Ma è più facile che il marchese, guarda, per farle dispetto, sposi un'altra cugina, zitellona questa, una certa Tuzza La Dia, che credo abbia sospirato sempre in segreto per lui, pregando Iddio.
Dati gli umori del marchese e i suoi capelli lunghi, dopo questi venti anni di clausura, è temibile anche questa zitellona, cara Didì.
Basta - aveva concluso la sera avanti Cocò, - ora chinati, Didì, e tienti con la punta delle dita l'orlo della veste su le gambe.
Stordita da quel lungo discorso, Didì s'era chinata, domandando:
- Perché?
E Cocò:
- Te le saluto.
Quelle ormai non si vedranno più!
Gliele aveva guardate e le aveva salutate con ambo le mani; poi, sospirando, aveva soggiunto:
- Rorò! Ricordi Rorò Campi, la tua amichetta? Ricordi che salutai le gambe anche a lei, l'ultima volta che portò le vesti corte? Credevo di non dovergliele più rivedere.
Eppure gliele rividi!
Didì s'era fatta pallida pallida e seria.
- Che dici?
- Ah, sai, morta! - s'era affrettato a risponderle Cocò.
- Morta, te lo giuro, gliele rividi, povera Rorò! Lasciarono la cassa mortuaria aperta, quando la portarono in chiesa, a San Domenico.
La mattina io ero là, in chiesa.
Vidi la bara, tra i ceri, e mi accostai.
C'erano attorno alcune donne del popolo, che ammiravano il ricco abito da sposa di cui il marito aveva voluto che fosse parata, da morta.
A un certo punto, una di quelle donnette sollevò un lembo della veste per osservare il merletto della sottana, e io così rividi le gambe della povera Rorò.
Tutta quella notte Didì s'era agitata sul letto senza poter dormire.
Già, prima d'andare a letto, aveva voluto provarsi ancora una volta la veste lunga da viaggio, davanti allo specchio dell'armadio.
Dopo il gesto espressivo, con cui Cocò aveva descritto la bellezza di colei...
come si chiamava? Fana...
Fana Lopes...
- si era veduta, lì nello specchio, troppo piccola, magrolina, miserina...
Poi s'era tirata su la veste davanti per rivedersi quel tanto, pochino pochino, delle gambe che aveva finora mostrato, e subito aveva pensato alle gambe di Rorò Campi, morta.
A letto, aveva voluto riguardarsele sotto le coperte: impalate, stecchite; immaginandosi morta anche lei, dentro una bara, con l'abito da sposa, dopo il matrimonio col marchese Andrea dai capelli lunghi...
Che razza di discorsi, quel Cocò!
Ora, in treno, Didì guardava il fratello sdrajato sul sedile dirimpetto e si sentiva prendere a mano a mano da una gran pena per lui.
In pochi anni aveva veduto sciuparsi la freschezza del bel volto fraterno, alterarsi l'aria di esso, l'espressione degli occhi e della bocca.
Le pareva ch'egli fosse come arso, dentro.
E quest'arsura interna, di trista febbre, gliela scorgeva negli sguardi, nelle labbra, nell'aridità e nella rossedine della pelle, segnatamente sotto gli occhi.
Sapeva ch'egli rincasava tardissimo ogni notte; che giocava; sospettava altri vizi in lui, più brutti, dalla violenza dei rimproveri che il padre gli faceva spesso, di nascosto a lei, chiusi l'uno e l'altro nello scrittojo.
E che strana impressione, di dolore misto a ribrezzo, provava da alcun tempo nel vederlo da quella trista vita impenetrabile accostarsi a lei; al pensiero che egli, pur sempre per lei buon fratellino affettuoso, fosse poi, fuori di casa, peggio che un discolo, un vizioso, se non proprio un farabutto, come tante volte nell'ira gli aveva gridato in faccia il padre.
Perché, perché non aveva egli per gli altri lo stesso cuore che per lei? Se era così buono per lei, senza mentire, come poteva poi, nello stesso tempo, essere così tristo per gli altri?
Ma forse la tristezza era fuori: fuori, là, nel mondo, ove a una certa età, lasciati i sereni, ingenui affetti della famiglia, si entrava coi calzoni lunghi gli uomini, con le vesti lunghe le donne.
E doveva essere una laida tristezza, se nessuno osava parlarne, se non sottovoce e con furbeschi ammiccamenti, che indispettivano chi - come lei - non riusciva a capirci nulla; doveva essere una tristezza divoratrice, se in sì poco tempo suo fratello, già così fresco e candido, s'era ridotto a quel modo; se Rorò Campi, la sua amicuccia, dopo un anno appena, ne era morta...
Didì si sentì pesare sui piedini, fino al giorno avanti liberi e scoperti, la veste lunga, e ne provò un fastidio smanioso: si sentì oppressa da una angoscia soffocante, e volse lo sguardo dal fratello al padre, che sedeva all'altro angolo della vettura, intento a leggere alcune carte d'amministrazione, tratte da una borsetta di cuojo aperta su le ginocchia.
Entro quella borsetta, foderata di stoffa rossa, spiccava lucido il turacciolo smerigliato di una fiala.
Didì vi fissò gli occhi e pensò che il padre era, da anni, sotto la minaccia continua d'una morte improvvisa, potendo da un istante all'altro essere colto da un accesso del suo male cardiaco, per cui portava sempre con sé quella fiala.
Se d'un tratto egli fosse venuto a mancarle...
Oh Dio, no, perché pensare a questo? Egli, pur con quella fiala lì davanti, non ci pensava.
Leggeva le sue carte d'amministrazione e, di tratto in tratto, si aggiustava le lenti insellate su la punta del naso; poi, ecco, si passava la mano grassoccia, bianca e pelosa, sul capo calvo, lucidissimo; oppure staccava gli occhi dalla lettura e li fissava nel vuoto, restringendo un po' le grosse palpebre rimborsate.
Gli occhi ceruli, ovati, gli s'accendevano allora di un'acuta vivezza maliziosa, in contrasto con la floscia stanchezza della faccia carnuta e porosa, da cui schizzavano, sotto il naso, gl'ispidi e corti baffetti rossastri, già un po' grigi, a cespugli.
Da un pezzo, cioè dalla morte della madre, avvenuta tre anni addietro, Didì aveva l'impressione che il padre si fosse come allontanato da lei, anzi staccato così, che lei, ecco, poteva osservarlo come un estraneo.
E non il padre soltanto: anche Cocò.
Le pareva che fosse rimasta lei sola a vivere ancora della vita della casa, o piuttosto a sentire il vuoto di essa, dopo la scomparsa di colei che la riempiva tutta e teneva tutti uniti.
Il padre, il fratello s'erano messi a vivere per conto loro, fuori di casa, certo; e quegli atti della vita, che seguitavano a compiere lì insieme con lei, erano quasi per apparenza, senza più quella cara, antica intimità, da cui spira quell'alito familiare, che sostiene, consola e rassicura.
Tuttora Didì ne sentiva un desiderio angoscioso, che la faceva piangere insaziabilmente, inginocchiata innanzi a un antica cassapanca, ov'erano conservate le vesti della madre.
L'alito della famiglia era racchiuso là, in quella cassapanca antica, di noce, lunga e stretta come una bara; e di là, dalle vesti della mamma, esalava, a inebriarla amaramente coi ricordi dell'infanzia felice.
Tutta la vita s'era come diradata e fatta vana, con la scomparsa di lei; tutte le cose pareva avessero perduto il loro corpo e fossero diventate ombre.
E che sarebbe avvenuto domani? Avrebbe ella sempre sentito quel vuoto, quella smania di un'attesa ignota, di qualche cosa che dovesse venire a colmarglielo, quel vuoto, e a ridarle la fiducia, la sicurezza, il riposo?
Le giornate eran passate per Didì come nuvole davanti alla luna.
Quante sere, senz'accendere il lume nella camera silenziosa, non se n'era stata dietro le alte invetriate della finestra a guardar le nuvole bianche e cineree che avviluppavano la luna! E pareva che corresse la luna, per liberarsi da quei viluppi.
E lei era rimasta a lungo, lì nell'ombra, con gli occhi intenti e senza sguardo, a fantasticare; e spesso gli occhi, senza che lei lo volesse, le si erano riempiti di lagrime.
Non voleva esser triste, no; voleva anzi esser lieta, alacre, vispa.
Ma nella solitudine, in quel vuoto, questo desiderio non trovava da sfogarsi altrimenti che in veri impeti di follia, che sbigottivano la povera donna Bebé.
Senza più guida, senza più nulla di consistente attorno, non sapeva che cosa dovesse fare della vita, qual via prendere.
Un giorno avrebbe voluto essere in un modo, il giorno appresso in un altro.
Aveva anche sognato tutta una notte, di ritorno dal teatro, di farsi ballerina, sì, e suora di carità la mattina dopo, quand'erano venute per la questua le monacelle del Boccone del povero.
E un po' voleva chiudersi tutta in se stessa e andar vagando per il mondo assorta nella scienza teosofica, come Frau Wenzel, la sua maestra di tedesco e di pianoforte; un po' voleva dedicarsi tutta all'arte, alla pittura.
Ma no, no: alla pittura veramente, no, più: le faceva orrore, ormai, la pittura, come se avesse preso corpo in quell'imbecille di Carlino Volpi, figlio del pittore Volpi, suo maestro, perché un giorno Carlino Volpi, venuto invece del padre ammalato, a darle lezione...
Com'era stato?...
Lei, a un certo punto, gli aveva domandato:
- Vermiglione o carminio?
E lui, muso di cane:
- Signorina, carminio...
così!
E l'aveva baciata in bocca.
Via, da quel giorno e per sempre, tavolozza, pennelli e cavalletto! Il cavalletto glielo aveva rovesciato addosso e, non contenta, gli aveva anche scagliato in faccia il fascio dei pennelli, e lo aveva cacciato via, senza neanche dargli il tempo di lavarsi la grinta impudente, tutta pinticchiata di verde, di giallo, di rosso.
Era alla discrezione del primo venuto, ecco...
Non c'era più nessuno, in casa, che la proteggesse.
Un mascalzone, così, poteva entrarle in casa e permettersi, come niente, di baciarla in bocca.
Che schifo le era rimasto, di quel bacio! S'era stroppicciate fino a sangue le labbra; e ancora a pensarci, istintivamente, si portava una mano alla bocca.
Ma aveva un bocca, veramente?...
Non se la sentiva! Ecco: si stringeva forte forte, con due dita, il labbro, e non se lo sentiva.
E così, di tutto il corpo.
Non se lo sentiva.
Forse perché era sempre assente da se stessa, lontana?...
Tutto era sospeso, fluido e irrequieto dentro di lei.
E le avevano messo quella veste lunga, ora così...
su un corpo, che lei non si sentiva.
Assai più del suo corpo pesava quella veste! Si figuravano che ci fosse qualcuna, una donna, sotto quella veste lunga, e invece no; invece lei, tutt'al più, non poteva sentirvi altro, dentro, che una bambina; sì, ancora, di nascosto a tutti, la bambina ch'era stata, quando tutto ancora intorno aveva per lei una realtà, la realtà della sua dolce infanzia, la realtà sicura che sua madre dava alle cose col suo alito e col suo amore.
Il corpo di quella bimba, sì, viveva e si nutriva e cresceva sotto le carezze e le cure della mamma.
Morta la mamma, lei aveva cominciato a non sentire più neanche il suo corpo, quasi che anch'esso si fosse diradato, come tutt'intorno la vita della famiglia, la realtà che lei non riusciva più a toccare in nulla.
Ora, questo viaggio...
Guardando di nuovo il padre e il fratello, Didì provò dentro, a un tratto, una profonda, violenta repulsione.
Si erano addormentati entrambi in penosi atteggiamenti.
Ridondava al padre da un lato, premuta dal colletto, la flaccida giogaja sotto il mento.
E aveva la fronte imperlata di sudore.
E nel trarre il respiro, gli sibilava un po' il naso.
Il treno, in salita, andava lentissimamente, quasi ansimando, per terre desolate, senza un filo d'acqua, senza un ciuffo d'erba, sotto l'azzurro intenso e cupo del cielo.
Non passava nulla, mai nulla davanti al finestrino della vettura; solo, di tanto in tanto, lentissimamente, un palo telegrafico, arido anch'esso, coi quattro fili che s'avvallavano appena.
Dove la conducevano quei due, che anche lì la lasciavano così sola? A un'impresa vergognosa.
E dormivano! Sì, perché, forse, era tutta così, e non era altro, la vita.
Essi, che già c'erano entrati, lo sapevano; c'erano ormai avvezzi e, andando, lasciandosi portare dal treno, potevano dormire...
Le avevano fatto indossare quella veste lunga per trascinarla lì, a quella laida impresa, che non faceva più loro alcuna impressione.
Giusto lì la trascinavano, a Zùnica, ch'era il paese di sogno della sua infanzia felice! E perché ne morisse dopo un anno, come la sua amichetta Rorò Campi?
L'ignota attesa, l'irrequietezza del suo spirito, dove, in che si sarebbero fermate? In una cittaduzza morta, in un fosco palazzo antico, accanto a un vecchio marito dai capelli lunghi...
E forse le sarebbe toccato di sostituire la cognata nelle cure di quelle due vecchie ottuagenarie, seppure il padre fosse riuscito nella sua insidia.
Fissando gli occhi nel vuoto, Didì vide le stanze di quel fosco palazzo.
Non c'era già stata una volta? Sì, in sogno, una volta, per restarvi per sempre...
Una volta? Quando? Ma ora, ecco...
e già da tanto tempo, vi era, e per starvi per sempre, soffocata nella vacuità d'un tempo fatto di minuti eterni, tentato da un ronzio perpetuo, vicino, lontano, di mosche sonnolente nel sole che dai vetri pinticchiati delle finestre sbadigliava sulle nude pareti gialle di vecchiaia, o si stampava polveroso sul pavimento di logori mattoni di terracotta.
Oh Dio, e non poter fuggire...
non poter fuggire...
Legata com'era, qua, dal sonno di quei due, dalla lentezza enorme di quel treno, uguale alla lentezza del tempo là, nell'antico palazzo, dove non si poteva far altro che dormire, come dormivano quei due...
Provò a un tratto in quel fantasticare che assumeva nel suo spirito una realtà massiccia, ponderosa, infrangibile, un senso di vuoto così arido, una così soffocante e atroce afa della vita, che istintivamente, proprio senza volerlo, cauta, allungò una mano alla borsetta di cuojo, che il padre aveva posato, aperta, sul sedile.
Il turacciolo smerigliato della fiala aveva già attratto con la sua iridescenza lo sguardo di lei.
Il padre, il fratello seguitavano a dormire.
E Didì stette un pezzo a esaminare la fiala, che luceva col veleno roseo.
Poi, quasi senza badare a quello che faceva, la sturò pian piano e lentamente l'accostò alle labbra, tenendo fissi gli occhi ai due che dormivano.
E vide, mentre beveva, che il padre alzava una mano, nel sonno, per scacciare una mosca, che gli scorreva su la fronte, lieve.
A un tratto, la mano che reggeva la fiala le cascò in grembo, pesantemente.
Come se gli orecchi le si fossero all'improvviso sturati, avvertì enorme, fragoroso, intronante il rumore del treno, così forte che temette dovesse soffocare il grido che le usciva dalla gola e gliela lacerava...
No...
ecco, il padre, il fratello balzavano dal sonno...
le erano sopra...
Come aggrapparsi più a loro?
Didì stese le braccia; ma non prese, non vide, non udì più nulla.
Tre ore dopo, arrivò, piccola morta con quella sua veste lunga, a Zùnica, al paese di sogno della sua infanzia felice.
I NOSTRI RICORDI
Questa, la via? questa, la casa? questo, il giardino?
Oh vanità dei ricordi!
Mi accorgevo bene, visitando dopo lunghi e lunghi anni il paesello ov'ero nato, dove avevo passato l'infanzia e la prima giovinezza, ch'esso, pur non essendo in nulla mutato, non era affatto quale era rimasto in me, ne' miei ricordi.
Per sé, dunque, il mio paesello non aveva quella vita, di cui io per tanto tempo avevo creduto di vivere; quella vita che per tanto altro tempo aveva nella mia immaginazione seguitato a svolgersi in esso, ugualmente, senza di me; e i luoghi e le cose non avevano quegli aspetti che io con tanta dolcezza di affetto avevo ritenuto e custodito nella memoria.
Non era mai stata, quella vita, se non in me.
Ed ecco, al cospetto delle cose - non mutate ma diverse perché io ero diverso - quella vita mi appariva irreale, come di sogno: una mia illusione, una mia finzione d'allora.
E vani, perciò, tutti i miei ricordi.
Credo sia questa una delle più tristi impressioni, forse la più triste, che avvenga di provare a chi ritorni dopo molti anni nel paese natale: vedere i proprii ricordi cader nel vuoto, venir meno a uno a uno, svanire: i ricordi che cercano di rifarsi vita e non si ritrovano più nei luoghi, perché il sentimento cangiato non riesce più a dare a quei luoghi la realtà ch'essi avevano prima, non per se stessi, ma per lui.
E provai, avvicinandomi a questo e a quello degli antichi compagni d'infanzia e di giovinezza, una segreta, indefinibile ambascia.
Se, al cospetto d'una realtà così diversa, mi si scopriva illusione la mia vita d'allora, que' miei antichi compagni - vissuti sempre fuori e ignari della mia illusione - com'erano? chi erano?
Ritornavo a loro da un mondo che non era mai esistito, se non nella mia vana memoria; e, facendo qualche timido accenno a quelli che per me eran ricordi lontani, avevo paura di sentirmi rispondere:
«Ma dove mai? ma quando mai?»
Perché, se pure a quei miei antichi compagni, come a tutti, l'infanzia si rappresentava con la soave poesia della lontananza, questa poesia certamente non aveva potuto mai prendere nell'anima loro quella consistenza che aveva preso nella mia, avendo essi di continuo sotto gli occhi il paragone della realtà misera, angusta, monotona, non diversa per loro, come diversa appariva a me adesso.
Domandai notizia di tanti e, con maraviglia ch'era a un tempo angoscia e dispetto, vidi, a qualche nome, certi visi oscurarsi, altri atteggiarsi di stupore o di disgusto o di compassione.
E in tutti era quella pena quasi sospesa, che si prova alla vista di uno che, pur con gli occhi aperti e chiari, vada nella luce a tentoni: cieco.
Mi sentivo raggelare dall'impressione che quelli ricevevano nel vedermi chieder notizia di certuni che, o erano spariti, o non meritavano più che uno come me se ne interessasse.
Uno come me!
Non vedevano, non potevano vedere ch'io movevo quelle domande da un tempo remoto, e che coloro di cui chiedevo notizia erano ancora i miei compagni d'allora.
Vedevano me, qual ero adesso; e ciascuno di certo mi vedeva a suo modo; e sapevan degli altri - loro sì, sapevano - come s'eran ridotti! Qualcuno era morto, poco dopo il mio allontanamento dal paese, e quasi non si serbava più memoria di lui; ora, immagine sbiadita, attraversava il tempo che per lui non era stato più, ma non riusciva a rifarsi vivo nemmeno per un istante e rimaneva pallida ombra di quel mio sogno lontano; qualche altro era andato a finir male, prestava umili servizi per campar la vita e dava del lei rispettosamente a coloro coi quali da fanciullo e da giovanetto trattava da pari a pari; qualche altro era stato anche in prigione, per furto; e uno, Costantino, eccolo lì: guardia di città: pezzo d'impertinente, che si divertiva a sorprendere in contravvenzione tutti gli antichi compagni di scuola.
Ma una più viva maraviglia provai nel ritrovarmi d'improvviso intimo amico di tanti che avrei potuto giurare di non aver mai conosciuto, o di aver conosciuto appena, o di cui anzi mi durava qualche ingrato ricordo o d'istintiva antipatia o di sciocca rivalità infantile.
E il mio più intimo amico, a detta di tutti, era un certo dottor Palumba, mai sentito nominare, il quale, poveretto, sarebbe venuto certamente ad accogliermi alla stazione, se da tre giorni appena non avesse perduto la moglie.
Pure sprofondato nel cordoglio della sciagura recentissima, però, il dottor Palumba agli amici, andati a fargli le condoglianze, aveva chiesto con ansia di me, se ero arrivato, se stavo bene, dov'ero alloggiato, per quanto tempo intendevo di trattenermi in paese.
Tutti, con commovente unanimità, mi informarono che non passava giorno, che quel dottor Palumba non parlasse di me a lungo, raccontando con particolari inesauribili, non solo i giuochi della mia infanzia, le birichinate di scolaretto, e poi le prime, ingenue avventure giovanili; ma anche tutto ciò che avevo fatto da che m'ero allontanato dal paese, avendo egli sempre chiesto notizie di me a quanti fossero in caso di dargliene.
E mi dissero che tanto affetto, una così ardente simpatia dimostrava per me in tutti quei racconti, che io, pur provando per qualcuno di essi che mi fu riferito un certo imbarazzo e anche un certo sdegno e avvilimento, perché, o non riuscivo a riconoscermi in esso o mi vedevo rappresentato in una maniera che più sciocca e ridicola non si sarebbe potuta immaginare, non ebbi il coraggio d'insorgere e di protestare:
«Ma dove mai? Ma quando mai? Chi è questo Palumba? Io non l'ho sentito mai nominare!»
Ero sicuro che, se così avessi detto, si sarebbero tutti allontanati da me con paura, correndo ad annunziare ai quattro venti:
«Sapete? Carlino Bersi è impazzito! Dice di non conoscere Palumba, di non averlo mai conosciuto!»
O forse avrebbero pensato, che per quel po' di gloriola, che qualche mio quadretto mi ha procacciata, io ora mi vergognassi della tenera, devota, costante amicizia di quell'umile e caro dottor Palumba.
Zitto, dunque.
No, che zitto! M'affrettai a dimostrare anch'io una vivissima premura di conoscere intanto la recente disgrazia di quel mio povero intimo amico.
- Oh, caro Palumba! Ma guarda...
Quanto me ne dispiace! La moglie, povero Palumba? E quanti figliuoli gli ha lasciati?
Tre? Eh già, sì, dovevano esser tre.
E piccini tutti e tre, sicuro, perché aveva sposato da poco...
Meno male, però, che aveva in casa una sorella nubile...
Già già...
sì sì...
come no? me ne ricordavo benissimo! Gli aveva fatto da madre, quella sorella nubile: oh, tanto buona, tanto buona anche lei...
Carmela? No.
An...
Angelica? Ma guarda un po', che smemorato! An...tonia, già, Antonia, Antonia, ecco: adesso mi ricordavo benissimo! E c'era da scommettere che anche lei, Antonia, non passava giorno che non parlasse di me, a lungo.
Eh sì, proprio; e non solo di me, ma anche della maggiore delle mie sorelle, parlava, della quale era stata compagna di scuola fino al primo corso normale.
Perdio! Quest'ultima notizia m'afferrò, dirò così, per le braccia e m'inchiodò lì a considerare, che infine qualcosa di vero doveva esserci nella sviscerata amicizia di questo Palumba per me.
Non era più lui solo; c'era anche Antonia adesso, che si diceva amica d'una delle mie sorelle! E costei affermava d'avermi veduto tante volte, piccino, in casa mia, quando veniva a trovare quella mia sorella.
«Ma è mai possibile,» smaniavo tra me e me, con crescente orgasmo, «è mai possibile, che di questo Palumba soltanto io non abbia serbato alcun ricordo, la più lieve traccia nella memoria?»
Luoghi, cose e persone - sì - tutto era divenuto per me diverso; ma infine un dato, un punto, un fondamento sia pur minimo di realtà, o meglio, di quella che per me era realtà allora, le mie illusioni lo avevano; poggiava su qualche cosa la mia finzione.
Avevo potuto riconoscer vani i miei ricordi, in quanto gli aspetti delle cose mi si eran presentati diversi dal mio immaginare, eppur non mutati; ma le cose erano! Dove e quando era mai stato per me questo Palumba?
Ero insomma come quell'ubriaco che, nel restituire in un canto deserto la gozzoviglia di tutta la giornata, vedendosi d'improvviso un cane sotto gli occhi, assalito da un dubbio atroce, si domandava:
- Questo l'ho mangiato qui; quest'altro l'ho mangiato lì; ma questo diavolo di cane dove l'ho mai mangiato?
- Bisogna assolutamente, - dissi a me stesso, - ch'io vada a vederlo, e che gli parli.
Io non posso dubitare di lui: egli è - qua - per tutti - di fatto - l'amico più intimo di Carlino Bersi.
Io dubito di me - Carlino Bersi - finché non lo vedo.
Che si scherza? c'è tutta una parte della mia vita, che vive in un altro, e della quale non è in me la minima traccia.
È mai possibile ch'io viva così in un altro a me del tutto ignoto, senza che ne sappia nulla? Oh via! via! Non è possibile, no! Questo cane io non l'ho mangiato; questo dottor Palumba dev'essere un fanfarone, uno dei soliti cianciatori delle farmacie rurali, che si fanno belli dell'amicizia di chiunque fuori del cerchio del paesello nativo sia riuscito a farsi, comunque, un po' di nome, anche di ladro emerito.
Ebbene, se è così, ora lo accomodo io.
Egli prova gusto a rappresentarmi a tutti come il più sciocco burlone di questo mondo? Vado a presentarmigli sotto un finto nome; gli dico che sono il signor...
il signor Buffardelli, ecco, amico e compagno d'arte e di studio a Roma di Carlino Bersi, venuto con lui in Sicilia per un'escursione artistica; gli dico che Carlino è dovuto ritornare a rotta di collo a Palermo per rintracciare alla dogana i nostri bagagli con tutti gli attrezzi di pittura, che avrebbero dovuto arrivare con noi; e che intanto, avendo saputo della disgrazia capitata al suo dilettissimo amico dottor Palumba, ha mandato subito me, Filippo Buffardelli, a far le condoglianze.
Mi presenterò anzi con un biglietto di Carlino.
Sono sicuro, sicurissimo, che egli abboccherà all'amo.
Ma, dato e non concesso ch'egli veramente mi abbia una volta conosciuto e ora mi riconosca; ebbene: non sono per lui un gran burlone? Gli dirò che ho voluto fargli questa burla.
Molti degli antichi compagni, quasi tutti, avevano stentato in prima a riconoscermi.
E difatti, sì, m'accorgevo io stesso d'esser molto cambiato, così grasso e barbuto, adesso, e senza più capelli, ahimè!
Mi feci indicare la casa del dottor Palumba, e andai.
Ah, che sollievo!
In un salottino fiorito di tutte le eleganze provinciali mi vidi venire innanzi uno spilungone biondastro, in papalina e pantofole ricamate, col mento inchiodato sul petto e le labbra stirate per aguzzar gli occhi a guardare di sui cerchi degli occhiali.
Mi sentii subito riavere.
No, niente, neppure un briciolo di me, della mia vita, poteva essere in quell'uomo.
Non lo avevo mai veduto, di sicuro, né egli aveva mai veduto me.
- Buff...
com'ha detto, scusi?
- Buffardelli, a servirla.
Ecco qua: ho un biglietto per lei di Carlino Bersi.
- Ah, Carlino! Carlino mio! - proruppe giubilante il dottor Palumba, stringendo e accostando alle labbra quel biglietto, quasi per baciarlo.
- E come non è venuto? dov'è? dov'è andato? Se sapesse come ardo di rivederlo! Che consolazione sarebbe per me una sua visita in questo momento! Ma verrà...
Ecco, sì...
mi promette che verrà...
caro! caro! Ma che gli è accaduto?
Gli dissi dei bagagli andati a rintracciare alla dogana di Palermo.
Perduti, forse? Quanto se n'afflisse quel caro uomo! C'era forse qualche dipinto di Carlino?
E cominciò a imprecare all'infame servizio ferroviario; poi a domandarmi se ero amico di Carlino da molto tempo, se stavamo insieme anche di casa, a Roma...
Era maraviglioso! Mi guardava fisso fisso, e con gli occhiali, facendomi quelle domande, ma non aveva negli occhi se non l'ansia di scoprirmi nel volto se fosse sincera come la sua la mia amicizia e pari al suo il mio affetto per Carlino.
Risposi alla meglio, compreso com'ero e commosso da quella maraviglia; poi lo spinsi a parlare di me.
Oh, bastò la spinterella, lieve lieve, d'una parola: un torrente m'investì d'aneddoti stravaganti, di Carlino bimbo, che stava in via San Pietro e tirava dal balcone frecce di carta sul nicchio del padre beneficiale; di Carlino ragazzo, che faceva la guerra contro i rivali di piazza San Francesco; di Carlino a scuola e di Carlino in vacanza; di Carlino, quando gli tirarono in faccia un torso di cavolo e per miracolo non lo accecarono; di Carlino commediante e marionettista e cavallerizzo e lottatore e avvocato e bersagliere e brigante e cacciatore di serpi e pescatore di ranocchie; e di Carlino, quando cadde da un terrazzo su un pagliajo e sarebbe morto se un enorme aquilone non gli avesse fatto da paracadute, e di Carlino...
Io stavo ad ascoltarlo, sbalordito; no, che dico sbalordito? quasi atterrito.
C'era, sì, c'era qualcosa, in tutti quei racconti, che forse somigliava lontanamente ai miei ricordi.
Erano forse, quei racconti, ricamati su lo stesso canovaccio de' miei ricordi, ma con radi puntacci sgarbati e sbilenchi.
Potevano essere, insomma, quei racconti, press'a poco i miei stessi ricordi, vani allo stesso modo e inconsistenti, e per di più spogliati d'ogni poesia, immiseriti, resi sciocchi, come rattrappiti e adattati al misero aspetto delle cose, all'affliggente angustia dei luoghi.
E come e donde eran potuti venire a quell'uomo, che mi stava di fronte; che mi guardava e non mi riconosceva; che io guardavo e...
ma sì! Forse fu per un guizzo di luce che gli scorsi negli occhi, o forse per un'inflessione di voce...
non so! Fu un lampo.
Sprofondai lo sguardo nella lontananza del tempo e a poco a poco ne ritornai con un sospiro e un nome:
- Loverde...
Il dottor Palumba s'interruppe, stordito.
- Loverde...
sì, - disse.
- Io mi chiamavo prima Loverde.
Ma fui adottato, a sedici anni, dal dottor Cesare Palumba, capitano medico, che...
Ma lei, scusi, come lo sa?
Non seppi contenermi:
- Loverde...
eh, sì...
ora ricordo! In terza elementare, sì!...
Ma...
conosciuto appena...
- Lei, come? Lei mi ha conosciuto?
- Ma sì...
aspetta...
Loverde, il nome?
- Carlo...
- Ah, Carlo...
dunque, come me...
Ebbene, non mi riconosci proprio? Sono io, non mi vedi? Carlino Bersi!
Il povero dottor Palumba restò come fulminato.
Levò le mani alla testa, mentre il viso gli si scomponeva tra guizzi nervosi, quasi pinzato da spilli invisibili.
- Lei?...
tu?...
Carlino...
lei? tu?...
Ma come?...
io...
oh Dio!...
ma che...
Fui crudele, lo riconosco.
E tanto più mi dolgo della mia crudeltà, in quanto quel poverino dovette credere senza dubbio ch'io avessi voluto prendermi il gusto di smascherarlo di fronte al paese con quella burla; mentre ero più che sicuro della sua buona fede, più che sicuro ormai d'essere stato uno sciocco a maravigliarmi tanto, poiché io stesso avevo già sperimentato, tutto quel giorno, che non hanno alcun fondamento di realtà quelli che noi chiamiamo i nostri ricordi.
Quel povero dottor Palumba credeva di ricordare...
S'era invece composta una bella favola di me! Ma non me n'ero composta una anch'io, per mio conto, ch'era subito svanita, appena rimesso il piede nel mio paesello natale? Gli ero stato un'ora di fronte, e non mi aveva riconosciuto.
Ma sfido! Vedeva entro di sé Carlino Bersi, non quale io ero, ma com'egli mi aveva sempre sognato.
Ecco, ed ero andato a svegliarlo da quel suo sogno.
Cercai di confortarlo, di calmarlo; ma il pover uomo, in preda a un crescente tremor convulso di tutto il corpo, annaspando, con gli occhi fuggevoli, pareva andasse in cerca di se stesso, del suo spirito che si smarriva, e volesse trattenerlo, arrestarlo, e non si dava pace e seguitava a balbettare:
- Ma come?...
che dice?...
ma dunque lei...
cioè, tu...
tu dunque...
come...
non ti ricordi...
che tu...
che io...
DI GUARDIA
- Tutti? Chi manca? - domandò San Romé, affacciandosi a una delle finestre basse del grazioso villino azzurro, dalle torricelle svelte e i balconi di marmo scolpiti a merletti e a fiorami.
- Tutti! tutti! - gli rispose a una voce, dal verde spiazzo ancor bagnato e luccicante di guazza, la comitiva dei villeggianti ravvivati dalla gaja freschezza dell'aria mattutina, essendo venuti su da Sarli a piedi.
Ma uno strillò:
- Manca Pepi!
- S'è affogato in Via della Buffa! - aggiunse la generalessa De Robertis, togliendosi dal braccio il seggio a libriccino per mettersi a sedere.
Tutti risero; anche San Romé dalla finestra, ma più per quel che vide: cioè, la Generalessa, enormemente fiancuta, che presentava il di dietro, china nell'atto d'assicurare i piedi del seggiolino su l'erba dello spiazzo.
- E perché manca Pepi?
- Mal di capo, - rispose Biagio Casòli.
- Sono andato a svegliarlo io stamattina.
Teme, dice, che gli prenda la febbre.
Questa notizia fu commentata malignamente, sotto sotto, dal crocchio delle signorine.
Roberto San Romé se n'accorse dalla finestra; vide quella smorfiosa della Tani, tutta cascante di vezzi, ammiccare all'altra viperetta della Bongi, e si morse il labbro.
Intanto dallo spiazzo la comitiva impaziente gli gridava di far presto.
S'eran levati tutti a bujo, giù a Sarli, per fare pian piano la salita fino a Gori; da Gori a Roccia Balda c'erano tre ore buone di cammino, e bisognava andar lesti per arrivarci prima che il sole s'infocasse.
- Ecco, - disse San Romé, ritirandosi.
- Dora sarà pronta.
Un momentino.
E andò al piano di sopra a picchiare all'uscio della camera della cognata, che non s'era ancor fatta vedere.
La trovò stesa su una sedia a sdrajo, in accappatojo bianco, coi bellissimi capelli biondi disciolti e una grossa benda bagnata, ravvolta studiatamente intorno al capo, come un turbante.
Pareva Beatrice Cenci.
- Come! - esclamò, restando.
- Ancora così? Son tutti giù che t'aspettano!
- Mi dispiace, - disse Dora, socchiudendo gli occhi.
- Ma io non posso venire.
- Come! - ripeté il cognato.
- Perché non puoi? Che t'è accaduto?
Dora alzò una mano alla testa e sospirò:
- Non vedi? Non mi reggo in piedi, dal mal di capo.
San Romé strinse le pugna, impallidì, con gli occhi gonfi d'ira.
- Anche tu? - proruppe.
- E temi niente niente che ti prenda la febbre, eh? Ma guarda un po' che combinazione! Il signor Pepi...
- Che c'entra Pepi?...
- domandò lei accigliandosi lievemente.
- Mal di capo, mal di capo, anche lui.
E non é venuto, - rispose San Romé, pigiando su le parole.
- Bada, Dora, che giù è stata notata la malattia improvvisa di questo signore, e ti prego di non dar nuova esca alla malignità della gente.
Dora s'intrecciò sul capo le belle mani inanellate, lasciando scivolar su le braccia le ampie maniche dell'accappatojo; sorrise impercettibilmente, strizzò gli occhi un po' miopi, e disse:
- Non capisco.
Non è permesso aver mal di capo in casa vostra?
- In casa nostra, - prese a risponderle San Romé, con violenza; ma si contenne; cangiò tono: - Su, Dora, ti prego, levati e smetti codesta commedia.
Ho incomodato per te una ventina di signore e signori, e t'avverto che gonfio da un pezzo in silenzio e voglio che tu la finisca.
Ma Dora scoppiò in una risata interminabile.
Poi si levò in piedi, gli s'accostò, reggendosi con una mano la benda su la fronte, e gli disse:
- Ma sai che mio marito stesso non si permetterebbe codesto tono con me? T'ha lasciato detto ch'io ti debbo proprio ubbidienza intera? Caro mio tutore, caro mio custode, caro mio signor carabiniere, ho mal di capo veramente, e basta così.
Si ritirò nella camera attigua, sbattendo l'uscio; ci mise il paletto, e gli mandò di là un'altra bella risata.
Roberto San Romé fece istintivamente un passo, quasi per trattenerla, e rimase tutto vibrante innanzi all'uscio chiuso, con le mani alle guance, come se lei con quel riso gliel'avesse sferzato.
Fu così viva questa impressione e gli fece tale impeto dentro, ch'egli sentì a un tratto quanto fosse ridicola la parte che rappresentava da circa tre mesi, da quando cioè suo fratello Cesare era venuto a lasciar la moglie a Gori, presso la madre da un anno inferma e relegata a letto.
Aveva fatto di tutto per renderle piacevole il soggiorno in quel borgo alpestre; la aveva condotta quasi ogni mattina giù a Sarli, dov'eran più numerosi i villeggianti; aveva concertato feste, escursioni, scampagnate.
Dapprima, la cognatina elegante e capricciosa s'era annojata e gliel'aveva dimostrato in tutti i modi: aveva scritto cinque, sei, sette volte al marito, ch'ella di Gori ne aveva già fin sopra gli occhi e che venisse subito subito a prenderla; ma, poiché Cesare su questo punto non s'era nemmeno curato di risponderle e, con la scusa di certi affari da sbrigare, se la spassava liberamente a Milano; per dispetto, là, s'era attaccata a quel signor Pepi che le faceva una cor
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